Archivi tag: hip hop

I migliori album del 2021 (3): Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert (Age 101/AWAL)

Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia se l’hip hop a un certo punto ha preso ad annoiarmi – non l’hip hop in genere: quello odierno – e ho dunque smesso di seguirlo con l’attenzione dedicatagli per un quarto di secolo. E dovessero chiedermi che salvo, cosa ritengo indispensabile degli anni ’10 interi mi verrebbe in mente solo “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, che sarebbe stato probabilmente il mio album del 2015 se a fine 2015 non mi fossi dovuto dedicare a ben altro che compilare playlist. Oltre a “We Got It From Here…” degli A Tribe Called Quest (che poi si sono sciolti) e “Elephants On Acid” dei Cypress Hill, gli uni e gli altri però dei veterani e si sa che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia, dicevo, perché di sicuro mi sono perso dei dischi interessanti, dei capolavori non credo e comunque la vita è breve e a un certo punto devi fare delle scelte. Così l’album prima di questo della londinese di origini nigeriane Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, “Grey Area”, l’ho ascoltato con quasi tre anni di ritardo e dire che lo candidarono al Mercury Prize (che non vinse), agli Ivor Novello Awards (quello se lo portò a casa) e che il “New Musical Express” (che però non conta più un cazzo, dai) lo proclamò migliore disco britannico del 2019. Mi è sembrato bello assai e se all’epoca non mi fosse sfuggito almeno una segnalazione su VMO se la sarebbe guadagnata. “Sometimes I Might Be Introvert” l’ho ascoltato con tre mesi di ritardo e siccome è uscito lo scorso settembre in tempo utile per questa lista. A conquistarmi ha impiegato 1’07” dei 65’12” che dura: il tempo che ci mette la ragazza a entrare in scena in Introvert dopo una ouverture fra il marziale, l’operatico e la fanfara che mai di aspetteresti in un disco catalogato alla voce “hip hop”. L’eleganza, l’imperiosità della voce mi hanno subito avvinto e quando in trame densissime a 2’00” si è fatto largo il soul mi era già chiaro di essermi infilato in un loop senza ritorno. Vale a dire che avrei ascoltato e riascoltato. A ogni passaggio l’album ha scalato qualche posizione nella mia classifica di gradimento AD 2021 ed eccoci qua.

La forza di “Sometimes I Might Be An Introvert” è il suo sapere mantenere la tensione lungo una durata di altri tempi, quelli del CD, non di Spotify. Di porgersi come un (capo)lavoro che per un verso è indispensabile fruire come assieme, ciascuna delle diciannove tracce che lo compongono che si inserisce armoniosamente nel flusso creato dalla precedente e al centro un’artefice che si fa così attrice protagonista (lei che è anche attrice e pure di vaglia e successo) di quello che si può tranquillamente etichettare come un concept in forma di musical. Ma nel contempo: disco zeppo di canzoni strepitose che puoi estrapolare senza che nulla perdano venendo tolte dal contesto e anzi il contrario, ciascuna un classico a sé stante. Si tratti di una Two Worlds Apart che in un album tutto suonato unica si affida a un campionamento (di Smokey Robinson) ed è scheggia di epopea Native Tongues o di una I Love You, I Hate You che va ben più a ritroso, immergendosi in piena era blaxploitation; di una Little Q frazionata in due parti che ci ricorda di quando Kanye West era un genio e non un caso umano o di una Standing Ovation che oggi Jay-Z ucciderebbe per scrivere un pezzo così; dell’incursione di modernità rappresentata dallo schietto grime di Rollin’ Stone, dello scoppiettante errebì inconsultamente a braccetto con il synth-pop di Protect My Energy o di due pezzi afrobeat favolosi quali Point And Kill  e Fear No Man.

Dal disco sono stati tratti cinque singoli. Mi domando perché non I See You, di gran lunga il brano più commerciale in scaletta. E poi mi do una risposta.

2 commenti

Archiviato in dischi dell'anno, recensioni

I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Oltre a “Nevermind” dei Nirvana il 24 settembre di trent’anni fa arrivavano nei negozi “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers, “Badmotorfinger” dei Soundgarden e “The Low End Theory” degli A Tribe Called Quest. Il giorno prima i Primal Scream avevano pubblicato “Screamadelica” (i Pixies “Trompe le monde”). Otto dopo, Prince darà alle stampe “Diamonds And Pearls” e i Public Enemy “Apocalipse 91… The Enemy Strikes Black”.

A Tribe Called Quest – The Low End Theory (Jive)

Gli ultimi saranno i primi? Capita agli A Tribe Called Quest, da New York (per la precisione dal Queens) e della variopinta tribù Native Tongues, che segna in profondità l’hip hop di fine ’80 depurandolo dai machismi e infiltrandolo di una vena umoristicamente psichedelica, quelli che ci mettono di più ad affacciarsi alla ribalta maggiore. Il formidabile “People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm” vede la luce nel 1990 e dunque abbondantemente dopo gli esordi adulti di Jungle Brothers (1988), De La Soul e Queen Latifah (1989). Quasi le mascotte della compagnia, Q-Tip, Ali Shaheed Muhammed e Phife Dawg – il quarto, Jarobi, li lascia dopo il debutto – dapprima dimostrano che la gavetta più lunga li ha rodati, esaltandone un eclettismo che va oltre quello pur notevole dei già famosi amici. Si costruiscono poi una carriera che supererà per consistenza quella dei fratelli – e della sorella – maggiori. Più coerenti nella loro evoluzione dei De La Soul, non patiranno come costoro l’entusiastico abbraccio del pubblico del rock, mai costretti a giravolte o ad acidi (non nel senso lisergico del termine) proclami per mantenere il contatto con la platea nera. Rispetto ai Jungle Brothers evidenzieranno la capacità di risultare immediatamente seducenti in forza più che a dispetto di proposte di rara raffinatezza e a volte complessità. E dureranno anche di più: dieci tondi anni. Al contrario di Queen Latifah non si faranno distrarre da TV e cinema, benché Q-Tip (al secolo Jonathan Davis) esordisca sul grande schermo già nel ’93, in Poetic Justice di John Singleton.

“The Low End Theory” è il disco che non ti aspetti dopo il successone di un singolo come Can I Kick It?, propulso dal basso della Walk On The Wild Side di Lou Reed. Qui il basso (e anzi il contrabbasso) è quello di Ron Carter, storico collaboratore di Miles Davis, e il jazz non è più la spezia che insaporiva il disco prima ma uno degli ingredienti del piatto. Qui il jazz oltre che un suono è una filosofia ed è la prima volta che due musiche in apparenza distanti, ma con un comune fondamento nella pratica dell’improvvisazione, si confrontano e confondono. Con una naturalezza e uno swing che rendono straordinariamente piacevole l’incontro.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.26, estate 2007.

Nirvana – Nevermind (DGC)

La gestazione del secondo album dei Nirvana è lunga e travagliata. I lavori cominciano nell’aprile 1990, ben diciassette mesi prima che il disco raggiunga i negozi. Se dietro la batteria siede ancora il Pete Best del grunge Chad Channing, che troverà un rimpiazzo definitivo solo in settembre in Dave Grohl, dietro il mixer c’è già Butch Vig. Ancora sconosciuto al grande pubblico, costui è uno dei produttori più capaci dell’underground americano. Ove il pur bravo Jack Endino nel predecessore “Bleach” si era limitato, anche per la modestia estrema del budget a disposizione, a cercare di riprodurre così come si manifestava dal vivo il suono di un gruppo ancora molto devoto a Black Sabbath e Melvins, e non particolarmente generoso di melodie memorabili, Vig fa molto di più: cura il particolare, aggiunge contrasto, dà un contributo importante ad arrangiamenti più rifiniti. Cobain e Novoselic ne sono soddisfatti e il primo persuade la Geffen, che ha rilevato il gruppo dalla Sub Pop, a confermarlo. A registrazioni ultimate tuttavia il discografico Gary Gersh, ritenendo che difettino in dinamica e profondità, affida i nastri alle cure di Andy Wallace. Noto soprattutto per il suo lavoro con gli Slayer, Wallace smorza gli spigoli e incrementa la brillantezza. Cobain non perdonerà mai né Gersh né lui, sbagliando: questo intervento in extremis fu probabilmente fondamentale per fare raggiungere a “Nevermind” il magico, irripetibile equilibrio dell’album epocale.

Ripulito quanto basta per essere accettabile per le radio senza che ciò nulla gli sottragga in impatto, il secondo Nirvana centra in un mese il bersaglio che la Geffen si era proposta di raggiungere in un anno, la conquista del disco d’oro, e milione di copie dopo milione di copie procede a rivoluzionare l’industria discografica americana cancellando i confini fra underground e mainstream. Finisce così per diventare qualcosa di più grande della pur rilevantissima somma delle sue canzoni, quasi tutte della statura dei classici e più di tutte la prima, Smells Like Teen Spirit. Nella storia del rock, forse nessun altro brano ha singolarmente definito e rappresentato così mirabilmente un’era.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.191, aprile 2014.

Red Hot Chili Peppers – Red Sugar Sex Magik (Warner Bros)

Fino alla pubblicazione di quest’album, il quinto e a quel momento nettamente il più cospicuo in termini di minutaggio, la relativa fama (siamo poco oltre il livello di culto esteso) di cui godono i Peppers risulta incomprensibile per chi non abbia avuto modo di assistere a uno dei loro fenomenali concerti, maratone di fisicità tanto spinta da essere quasi irreale in cui la funkadelia viene riesumata e aggiornata (con tecnica strumentale di prim’ordine) con massicce dosi di rap e una monellesca attitudine punk. Sessuale, più che sensuale, la loro musica. Animalesca, ma in una maniera gioiosa, non con l’attitudine torva di tanto altro metal o anche dell’hardcore, da cui il bassista Flea proviene essendo stato nei Fear. Ma tutto ciò dal vivo, visto che i lavori in studio hanno puntualmente fallito l’impresa di ricreare fra quattro mura l’energia che esplode sul palco. La EMI molla il colpo, la Warner subentra e al produttore Rick Rubin riesce ciò che nemmeno a George Clinton era riuscito. Lo aiuta naturalmente che le canzoni siano le migliori e più varie di sempre, per la prima volta persino delle ballate e sono quelle a lanciare il disco in orbita, numero 3 nella graduatoria USA nonostante abbia visto la luce nello stesso giorno incredibile che ci regalò “Nevermind” e “Badmotorfinger”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, autunno 2005.

Soundgarden – Badmotorfinger (A&M)

Benché contenga alcuni degli articoli più celebri e celebrati del catalogo Soundgarden, su tutti l’urlante cavalcata postmetal (un incrocio fra il Dirigibile e i Killing Joke) di Jesus Christ Pose, “Badmotorfinger” è il primo album dei Soundgarden che ne stabilizza lo stile anziché espanderne ulteriormente gli orizzonti. Forse perché è il primo con Ben Shepherd e il gruppo vuole per l’occasione restare in ambiti conosciuti, forse perché è quello che dovrebbe (e lo farà, seppure più a fatica del previsto) fare entrare i Nostri nella serie A anche commerciale del rock. Fatto sta che soffia sui suoi solchi un vento di normalizzazione che impedisce di apprezzare appieno canzoni che pure, prese una per una, valgono parecchio. Da segnalare il trio di cover (Devo, Black Sabbath e Rolling Stones) sgranato su due differenti edizioni del singolo Outshined. Consigliabili non solo ai collezionisti.

Pubblicato per la prima volta in Grunge, Giunti, 1999.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Do The Humpty Dance – Il travolgente hip hop dei Digital Underground

Apprendo dal Web, in lieve differita e con grande dispiacere, che due giorni fa è venuto a mancare tragicamente troppo presto (aveva cinquantasette anni) Gregory Edward Jacobs, meglio noto con i nomi d’arte di Shock G e (il suo alter ego) Humpty Hump. Il principale dei rapper dei Digital Underground, formidabile posse di cui mi sa che in pochi conservano memoria. Buona ancorché pessima scusa per estrarre dai miei archivi una scheda scritta per “Extra” in cui celebravo il loro esilarante esordio in lungo, “Sex Packets”. Per dare un’idea di che razza di burloni fossero: alla copia promozionale inviatami a suo tempo del disco era accluso un pacchetto di pillole afrodisiache. Ovviamente farlocche.

Sex Packets (Tommy Boy, 1990)

Paradossale che i Digital Underground vengano oggi ricordati da tanti semplicemente come la prima palestra in cui si esercitò Tupac Shakur, quando costui fu ininfluente nella loro vicenda e sono principalmente carisma e la drammatica fine a iscriverne il nome nella storia dell’hip hop. Quando la sua discografia non vale il singolo che nel 1990 proiettava la compagine di Oakland a una posizione dai Top 10 USA e che ─ seconda ingiustizia ─ le appiccicava la nomea di gruppo da un successo solo, una volgare novelty. A parte che le cosiddette novelties invecchiano male e The Humpty Dance rimane fresca e irresistibile, tre abbondanti lustri dopo, come il primo giorno in cui annunciò che c’era un’alternativa: 1) al rap politicizzato alla Public Enemy; 2) al rap delinquenziale alla N.W.A; 3) al rap psichedelico alla De La Soul. A parte che The Humpty Dance non è che il travolgente inizio di un album complessivamente di grande solidità, oltre che una delle collezioni di hip hop più divertenti di sempre. Più funk. O, per essere più precisi, p-funk. Con il suo profluvio di campionamenti clintoniani ─ ma orecchio a The New Jazz (One): sì, è Jimi Hendrix ─ “Sex Packets” era meritoriamente decisivo per il ritorno in auge di Parliament e Funkadelic. Dopo “Sons Of The P”, discreto ma troppo simile, i Digital Underground andranno a picco.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.26, estate 2007.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

Woman Child – I formidabili anni giovani di Neneh Cherry

A leggerlo oggi fa ridere, ma forte. Nel 1990 Neneh Cherry, in forza del suo prodigioso esordio “Raw Like Sushi”, album dal quale erano stati anche tratti tre singoli di successo, fu candidata al Grammy nella categoria “Best New Artist”. Vinsero i Milli Vanilli. Cristosanto. Ma ve li ricordate i Milli Vanilli, ne avete mai sentito parlare a dispetto di vendite che furono al tempo multimilionarie? Se sì, è solo per la figuraccia planetaria quando ammisero che nei “loro” dischi non facevano letteralmente nulla, manco ci cantavano, e a ragione di ciò il premio venne ritirato, fu la prima volta che accadeva e a oggi resta l’unica. I Milli Vanilli… la più grande barzelletta della storia dell’industria discografica ma per niente divertente, visto che qualche anno dopo uno dei componenti il duo morì appena trentaduenne, di alcol, droga e vergogna. Neneh Cherry per fortuna non soltanto è fra noi ma, dopo una lunghissima assenza dalle scene, negli anni ’10 è tornata a far musica, e che musica! Ardita e sovente geniale come nella sua fantastica giovinezza ma con un sacco di spigoli in più. Papà Don ─ che poi in realtà era il patrigno e tuttavia fu lui a crescerla e di lui assumeva il cognome, essendo venuta alla luce Neneh Marian Karlsson il 10 marzo 1964, figlia di una pittrice svedese e di un musicista della Sierra Leone che si separavano poco dopo la sua nascita ─ ne andrebbe fiero. Del resto fece in tempo ad ascoltare, apprezzare, amare almeno i primi due album della fanciulla.

Come vieni su sei figliastra di uno dei trombettisti che hanno fatto la storia del jazz? Non può essere che un’infanzia particolare, sempre circondata da musicisti, spesso in viaggio con Don e per il resto divisa fra Stoccolma e New York, studi irregolari e abbandonati a quattordici anni per trasferirsi poco dopo a Londra (ma papà ti manda sola? sì; ogni tanto però viene a trovarti e magari dà una mano in sala d’incisione, lui che ne ha frequentato mille). Lì subito si immerge in quella scena punk che sta mutando e maturando in new wave. Fonda le Cherries, per breve tempo fa parte di Slits e Nails. Si sposta a Bristol e lì si unisce ai neonati Rip Rig + Panic. Nome preso da un LP di Rahsaan Roland Kirk e costola del disciolto Pop Group, costoro in tre LP ineguali ma che suonano ancora freschi e godibilissimi incroceranno free jazz e reggae, avanguardia, soul, funk e post-punk, che era più o meno la ricetta della band di provenienza ma reinterpretata con piglio decisamente più ludico e spogliandola di ogni sovrastruttura ideologica. Palestra preziosa per Neneh, che ne diveniva presto il punto focale, a un certo punto cambiavano senza alcun motivo il nome in Float Up CP e con la nuova ragione sociale davano alle stampe un 33 giri che risultava il loro più venduto. Poi ognuno per la sua strada, ma restando amici. Era il 1985 e la ragazza una cosina in proprio già l’aveva messa in curriculum, tre anni prima, un brano contro la guerra delle Falklands, Stop The War. La strada che la porterà al primo lavoro da solista comprenderà come tappe intermedie una collaborazione con The The e, crucialmente, il sodalizio stretto con Cameron McVey aka Booga Bear (per qualche tempo partner sentimentale oltre che artistico) e il lato B di un singolo del duo Morgan-McVey prodotto nientemeno che da Stock, Aitken & Waterman. Chiamata Looking Good Diving è chiaramente una canzone troppo buona per restare relegata sul retro di un 45 giri comprato da pochi e destinato a venire dimenticato in fretta. Neneh ci torna su, per rimodellarla chiede aiuto a Tim Simenon, in arte Bomb The Bass, e quando infine ne è soddisfatta la propone alla Virgin, con cui è rimasta in contatto dopo la fine dell’avventura Rip Rig + Panic. Adesso il pezzo si intitola Buffalo Stance, viene pubblicato a fine novembre 1988 e comincia subito a scalare classifiche un po’ ovunque, fino al terzo posto in Gran Bretagna, USA, Canada e Norvegia e al primo in Olanda e Svezia, mentre in Germania e Grecia è secondo, in Belgio quarto, in Finlandia quinto, in Austria settimo e così via. Un trionfo commerciale che premia quella che artisticamente resta una pietra miliare, uno di quei rari brani capaci da soli di aggiungere qualcosa al canone della musica pop.

In curioso ritardo di quasi otto mesi rispetto all’uscita originale datata giugno 1989 la Virgin ha appena ripubblicato (via Universal) “Raw Like Sushi” in una lussuosissima edizione per il trentennale in triplo vinile e box con allegato un libro con testi, disegni, foto, un’intervista, il tutto rimasterizzato comme il faut (sto facendo girare la stampa italiana d’epoca e, per quanto sottile, la differenza si coglie in un suono insieme più arioso e dinamico, con una gamma bassa dall’impatto più deciso e una alta appena arrotondata). Il secondo 33 giri è occupato quasi interamente da remix (fra gli altri due di Arthur Baker e uno di Kevin Sanderson) di Buffalo Stance, il terzo da versioni alternative di vari altri brani, senza però nemmeno un inedito. Raccontata così pare un’operazione “only for fans”, ma è possibile acquistare a parte il solo LP originale. Nondimeno l’oggetto è talmente bello che la differenza fra i 55 euro circa che costa portarsi a casa il triplo (prezzo relativamente economico) e i 25 (un po’ caro) richiesti per il singolo è sufficientemente modesta da mettere in difficoltà l’acquirente. Decida il lettore, che a suo tempo consumò il disco o viceversa non se l’è mai messo negli scaffali, magari ritenendolo “leggero” quando è invece opera di clamorosa consistenza e rilevanza. I tre singoli – l’esplosivo incrocio fra pop, soul e funk aromatizzato hip hop di Buffalo Stance, la romantica Man Child, la latineggiante Kisses On The Wind – aprono una prima facciata completata da una Inna City Mamma impossibilmente esultante, eppure intrisa anche di jazz, e dalla post-electro di The Next Generation. Vale uno zero virgola qualcosa di meno una seconda inaugurata da una Love Ghetto che insieme prefigura e umilia tanto modern R&B a venire e che, con in mezzo la sbarazzina Phoney Ladies, sciorina principalmente rap da Old Skool, ma mai pedissequo, per certi versi anzi in anticipo su un trip-hop che era dietro l’angolo. “Raw Like Sushi” ha trent’anni (e qualche mese) ma non è invecchiato di un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020. Neneh Cherry compie oggi cinquantasette anni.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Come sfidare l’industria e diventare adulti restando se stessi – I Beastie Boys di “Paul’s Boutique”

Discogs certifica l’esistenza di una ventina di edizioni in vinile dell’album con cui nel 1989 i Beastie Boys davano un seguito al vendutissimo e scandaloso debutto su LP di tre anni prima. Di tutte queste stampe una e una soltanto (a prezzi dai cento euro per esemplari VG al quadruplo per una copia sigillata) è il sogno bagnato di ogni collezionista: quella la cui copertina – udite! udite! – si apre formando un pannello di otto elementi. Voto 110 a chi in Capitol ha deciso di ristampare sul più classico dei supporti il (capo)lavoro con cui la posse bianca più influente negli annali dell’hip hop provava in un colpo (riuscendoci) a diventare adulta e a suicidarsi commercialmente. Sarebbe stato con lode si fosse azzardata una confezione se non a otto pannelli a quattro e non semplicemente “gatefold”. Ci sarebbe scappato il bacio accademico se, come fece nel ’98 la Grand Royal, un programma che totalizza cinquantatré minuti fosse stato diviso su quattro facciate e non due, con ovvio incremento di una dinamica comunque accettabile. Anche grazie all’inappuntabile rimasterizzazione effettuata dai Beastie Boys stessi (i due superstiti, essendo Adam “MCA” Yauch venuto a mancare nel 2012) e Chris Athens e per 22 euro ci si può gioiosamente accontentare.

Spartiacque nella vicenda del trio, “Paul’s Boutique”. Avendo sdoganato il rap presso la platea rock più giovane con l’attitudine sguaiatamente punk e i riff hard di “Licensed To Ill” (decuplo platino negli USA!) riuscendo miracolosamente nel contempo a guadagnare il rispetto dell’originale scena nera, i nostri eroi  procedevano allegramente a violare qualunque obbligo l’industria discografica imponga alle sue stelle – un suono il più possibile riconoscibile e simile a se stesso, nessuno scarto eccessivo fra un disco e l’altro, qualche canzone trainante in ogni album – in una collezione senza pause di hip hop duro e puro, senza quasi traccia delle chitarre di “Licensed To Ill” e un unico brano (Hey Ladies) spendibile sulle radio. Non bastasse: copertina priva di titoli, a rimarcare la volontà che l’opera venisse fruita come assieme, ove l’esordio era alla lunga sembrato una raccolta di 45. Ed è questa la maniera giusta di accostarsi al disco in ogni senso più “nero” dei Beastie Boys. Alla sua uscita da molti vennero dati per finiti. Cominciava invece un’altra storia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

I migliori album del 2018 (11): Cypress Hill – Elephants On Acid (BMG)

A farsi aspettare troppo può capitare che il mondo si dimentichi di te e questo sembrerebbe essere capitato ai Cypress Hill, all’esordio per una BMG evidentemente convinta che fosse ancora spendibile un nome che negli anni ’90, e in particolare nella prima metà (“Black Sunday”, secondo album nonché capolavoro della posse losangelena, nel 1993 era un numero 1 USA), muoveva milioni di copie. Magari pensavano pure che gli otto anni di attesa seguiti a “Rise Up”, unico lavoro su EMI dopo sette e svariate raccolte per la Columbia, avessero scaldato a dovere un pubblico che invece, a quanto pare, non c’è più. Se il lontano predecessore era comunque entrato nei Top 20 di “Billboard”, “Elephants On Acid” si è fermato esattamente cento posizioni più giù e, ad appena un mese dall’uscita, addirittura già è fuori dai Top 200. E se vi dicessi che è la cosa migliore pubblicata da costoro dal 1995, quando davano alle stampe “Temples Of Boom”? Ve lo dico. Dopo un primo ascolto che mi ha lasciato a bocca aperta, un secondo che mi ha confermato che non stavo prendendo un abbaglio, un terzo che, se possibile, ha anche accresciuto l’entusiasmo, un quarto che…

È un discone che funziona come assieme, trip ultralisergico come da titolo – mai stati così psichedelici i Cypress Hill, il loro funk possente, torpido e innervato di latinismi disposto piuttosto a commerci con l’hard – dalla cui trama legata da innumerevoli interludi emergono nondimeno alcuni brani di incisività clamorosa. Subito Band Of Gypsies, delirio arabeggiante a un passo dal raï, più avanti una Oh Na Na che è il più sfacciato e giocoso inno alla marijuana che sia sentito dai tempi dei Fugs, una petulantissima Locos, una Reefer Man innervata di soul. Davvero non mi capacito che il mondo sia rimasto indifferente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

Eminem – Revival (Interscope)

Giusto una volta Eminem aveva fatto aspettare di più un album e accadeva quando metteva quattro anni e mezzo fra “Encore” (2004) e “Relapse” (2009). Con i ventitré milioni di copie venduti dal primo (pur poca roba rispetto ai trenta di “The Eminem Show” e ai trentacinque di “The Marshall Mathers LP”!), poteva permetterselo. “Revival” arriva a quattro anni e un mese da “The Marshall Mathers LP 2” (quasi un flop: “appena” nove milioni di copie) e diciamo che se si fosse fatto attendere la metà e durasse la metà, o poco più, sarebbe stato meglio. 77’45”: un’enormità, se non ci si ricorda che la concisione non è mai stata fra le caratteristiche del nostro uomo, con lavori che hanno immancabilmente girato intorno all’ora e un quarto, unica e lontana (1999) eccezione “The Slim Shady LP”, che in ogni caso sfiorava l’ora. Ma insomma e comunque troppo, perché per reggere un simile minutaggio ci vorrebbero basi più variegate, incisive, originali – e neanche nella sua età artisticamente aurea Eminem ha mai brillato in tal senso – e un rapping capace di differenziarsi un minimo dalle sue due sole modalità: incazzato e più incazzato. Il difetto capitale del disco (uno dei difetti capitali di costui) è che quasi sempre si segue il medesimo schema: partenza lenta, rabbia che monta fino a esplodere, un gancio vocale innodico e via. Ripetuto per settantasette minuti non ti fa arrivare vivo alla fine.

Altro difetto di “Revival”: piazza subito la canzone migliore – Walk On Water: bel motivo pianistico e al canto una Beyoncé smagliante – e poi non può essere che discesa (un po’ si replica con Like Home e Alicia Keys). Né gli giovano certi campionamenti banalotti: Joan Jett in Remind Me, i Cranberries in In Your Head. Bene la misoginia a un minimo storico ma, a quarantacinque anni, era ora.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.395, gennaio 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Kendrick Lamar – Damn. (Top Dawg)

Si potrebbe partire dai numeri che dicono che “Damn.” per un verso sta eguagliando e per un altro superando il predecessore, il monumentale in ogni senso “To Pimp A Butterfly”. Se si parla di stampa fa impressione che Metacritic, sito che aggrega recensioni e ne fa la media matematica, gli abbia assegnato come voto uno stratosferico 96 su 100, che è esattamente il punteggio cui era arrivato l’album “vero” prima. Se si parla di vendite, nei soli Stati Uniti – dove è andato al primo posto, da cui l’ha detronizzato Drake – ha totalizzato seicentomila copie in due settimane e dunque tutto lascia supporre che si lascerà alle spalle le novecentomila del capolavoro di cui sopra. Ad ascoltare metà del suo relativamente conciso programma – 54’05” contro i 78’51” di “To Pimp A Butterfly”, la cui lavorazione aveva inoltre generato i 34’06” di demo inediti di “Untitled Unmastered” – non c’è da stupirsene: canzoni come le languide Loyalty (molto Jay-Z e con un “featuring” di Rihanna) e Pride, una Love pregna di pop e reggata, la cupa XXX (ci sono gli U2, ma bravi se riuscite a sentirli) o l’etereo funk (se la contraddizione in termini è concessa) Duckworth hanno un potenziale commerciale clamoroso. Ad ascoltare l’altra metà un po’ ci si sorprende sì: perché è hip hop del più hardcore, rapping torrenziale (il momento più alto l’ipnotico mantra con canto gregoriano deforme di Feel) su basi scheletriche.

Il problema è che “To Pimp A Butterfly” faceva di un eclettismo ecumenico (tanto soul e jazz in tralice, che qui si ritrova giusto in una Fear capace di evocare anche Curtis Mayfield) la sua forza. Nel contempo uscendo dal recinto dell’hip hop e promettendo per lo stesso un’Era Nuova. “Damn.” – paradossalmente – fa numeri più grandi parlando a una platea più ristretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

I migliori album del 2016 (4): A Tribe Called Quest – We Got It From Here… Thank You 4 Your Service (Epic)

a-tribe-called-quest-we-got-it-from-here-thank-you-4-your-service

Doppiamente inaspettato l’ultimo – in ogni senso – album della posse newyorkese: perché, a diciotto anni da quel “The Love Movement” che sembrava avere messo il punto a capo definitivo a una delle epopee che hanno fatto la Storia della black, nessuno si attendeva una postilla; ma, soprattutto, perché era inimmaginabile un nuovo finale di simili eleganza e pregnanza. Un capolavoro, insomma. Un altro. E che rappresenti pure il congedo – da questa terra, dopo avere battagliato contro la malattia per ventisei dei quarantacinque anni che ha vissuto – del rapper Phife Dawg in luogo di allungare un’ombra di malinconia sul disco lo ammanta di un’aura gloriosa. Giacché se qualcosa può sconfiggere la morte è l’Arte.

Da dove cominciare? Dagli ospiti? Vale solo per sottolineare l’enorme rispetto di cui gli A Tribe Called Quest godono sia nell’ambito di quell’hip hop che cominciavano a rivoluzionare nel 1990 con l’epocale “People’s Instinctive Travels” – offrono camei fra gli altri Busta Rhymes, Talib Kweli, Kendrick Lamar, Kanye West e André 3000 – che in area pop-rock ed ecco fare capolino Jack White ed Elton John. Altro conta: che più che a qualunque altro dei cinque predecessori “We Got It From Here…” si riallacci proprio al debutto, quasi anello mancante fra quello e il diversamente colossale – lì si celebrava il primo e fra i più memorabili matrimoni fra rap e jazz – “The Low End Theory”. Quasi: siccome gli attempati ragazzi nel mentre ritrovano l’ispirazione hippy-hop che li accomunò ai compagni di merende floreali De La Soul e Jungle Brothers la collocano in una cornice 100% 2016. Non un sospetto di nostalgia in sedici formidabili tracce che girano fra austerità hardcore e seduzione soul, pulsioni funk, una svisata rock, un affondo raggamuffin.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly (Top Dawg)

Kendrick Lamar - To Pimp A Butterfly

Si potrebbe partire dall’abito, che qualche volta fa eccome il monaco, e notare quanto si somiglino – che sarà un caso, ma proprio a ragione di ciò è particolarmente significativo – le copertine dei due dischi più belli e importanti prodotti dalla black music non direi solo in questi ultimi mesi ma nel decennio in corso. Se non, addirittura, in questo primo quindicennio di secolo nuovo. Sia “Black Messiah” di D’Angelo che il secondo album “vero” (non contandone dunque uno pubblicato solo in digitale e vari mixtape) del rapper californiano Kendrick Lamar mostrano piccole folle di afroamericani le braccia levate al cielo, immagini di grande potenza iconica che rimandano a un’epoca ormai antica di lotte e speranza. Ciò che non è un caso è che, in modi e mondi contigui ma diversi, muovendosi il primo in un ambito di black più tradizionale e il secondo venendo dall’hip hop e mantenendo lì entrambi i piedi ben saldi, sia l’uno che l’altro evidenzino una profonda conoscenza della storia unita alla capacità di sintetizzare per poi andare, idealmente, avanti.

In testa nel momento in cui scrivo in tutte le classifiche di “Billboard” (generalista, rap e R&B), “To Pimp A Butterfly” non solo mantiene le non poche promesse profferite nel 2012 dal brillante “good kid, m.A.A.d. City” ma va molto oltre in settantotto minuti densissimi, in dodici tracce affollate di “featuring” (benedicono l’avvento del nuovo campione personaggi del calibro di George Clinton, Ronald Isley, Dr. Dre, Bilal, Flying Lotus, Pharrell Williams e Snoop Dog), dense di rime fulminanti, pregne di una funkitudine infiltrata di soul come di jazz. Un classico istantaneo, di una tale forza che potrebbe persino inagurare un’era nuova per un hip hop da troppo tempo sottomesso agli stereotipi. Ma sarà dura, durissima andargli dietro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni