Archivi tag: hip hop

I migliori album del 2018 (11): Cypress Hill – Elephants On Acid (BMG)

A farsi aspettare troppo può capitare che il mondo si dimentichi di te e questo sembrerebbe essere capitato ai Cypress Hill, all’esordio per una BMG evidentemente convinta che fosse ancora spendibile un nome che negli anni ’90, e in particolare nella prima metà (“Black Sunday”, secondo album nonché capolavoro della posse losangelena, nel 1993 era un numero 1 USA), muoveva milioni di copie. Magari pensavano pure che gli otto anni di attesa seguiti a “Rise Up”, unico lavoro su EMI dopo sette e svariate raccolte per la Columbia, avessero scaldato a dovere un pubblico che invece, a quanto pare, non c’è più. Se il lontano predecessore era comunque entrato nei Top 20 di “Billboard”, “Elephants On Acid” si è fermato esattamente cento posizioni più giù e, ad appena un mese dall’uscita, addirittura già è fuori dai Top 200. E se vi dicessi che è la cosa migliore pubblicata da costoro dal 1995, quando davano alle stampe “Temples Of Boom”? Ve lo dico. Dopo un primo ascolto che mi ha lasciato a bocca aperta, un secondo che mi ha confermato che non stavo prendendo un abbaglio, un terzo che, se possibile, ha anche accresciuto l’entusiasmo, un quarto che…

È un discone che funziona come assieme, trip ultralisergico come da titolo – mai stati così psichedelici i Cypress Hill, il loro funk possente, torpido e innervato di latinismi disposto piuttosto a commerci con l’hard – dalla cui trama legata da innumerevoli interludi emergono nondimeno alcuni brani di incisività clamorosa. Subito Band Of Gypsies, delirio arabeggiante a un passo dal raï, più avanti una Oh Na Na che è il più sfacciato e giocoso inno alla marijuana che sia sentito dai tempi dei Fugs, una petulantissima Locos, una Reefer Man innervata di soul. Davvero non mi capacito che il mondo sia rimasto indifferente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

Eminem – Revival (Interscope)

Giusto una volta Eminem aveva fatto aspettare di più un album e accadeva quando metteva quattro anni e mezzo fra “Encore” (2004) e “Relapse” (2009). Con i ventitré milioni di copie venduti dal primo (pur poca roba rispetto ai trenta di “The Eminem Show” e ai trentacinque di “The Marshall Mathers LP”!), poteva permetterselo. “Revival” arriva a quattro anni e un mese da “The Marshall Mathers LP 2” (quasi un flop: “appena” nove milioni di copie) e diciamo che se si fosse fatto attendere la metà e durasse la metà, o poco più, sarebbe stato meglio. 77’45”: un’enormità, se non ci si ricorda che la concisione non è mai stata fra le caratteristiche del nostro uomo, con lavori che hanno immancabilmente girato intorno all’ora e un quarto, unica e lontana (1999) eccezione “The Slim Shady LP”, che in ogni caso sfiorava l’ora. Ma insomma e comunque troppo, perché per reggere un simile minutaggio ci vorrebbero basi più variegate, incisive, originali – e neanche nella sua età artisticamente aurea Eminem ha mai brillato in tal senso – e un rapping capace di differenziarsi un minimo dalle sue due sole modalità: incazzato e più incazzato. Il difetto capitale del disco (uno dei difetti capitali di costui) è che quasi sempre si segue il medesimo schema: partenza lenta, rabbia che monta fino a esplodere, un gancio vocale innodico e via. Ripetuto per settantasette minuti non ti fa arrivare vivo alla fine.

Altro difetto di “Revival”: piazza subito la canzone migliore – Walk On Water: bel motivo pianistico e al canto una Beyoncé smagliante – e poi non può essere che discesa (un po’ si replica con Like Home e Alicia Keys). Né gli giovano certi campionamenti banalotti: Joan Jett in Remind Me, i Cranberries in In Your Head. Bene la misoginia a un minimo storico ma, a quarantacinque anni, era ora.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.395, gennaio 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Kendrick Lamar – Damn. (Top Dawg)

Si potrebbe partire dai numeri che dicono che “Damn.” per un verso sta eguagliando e per un altro superando il predecessore, il monumentale in ogni senso “To Pimp A Butterfly”. Se si parla di stampa fa impressione che Metacritic, sito che aggrega recensioni e ne fa la media matematica, gli abbia assegnato come voto uno stratosferico 96 su 100, che è esattamente il punteggio cui era arrivato l’album “vero” prima. Se si parla di vendite, nei soli Stati Uniti – dove è andato al primo posto, da cui l’ha detronizzato Drake – ha totalizzato seicentomila copie in due settimane e dunque tutto lascia supporre che si lascerà alle spalle le novecentomila del capolavoro di cui sopra. Ad ascoltare metà del suo relativamente conciso programma – 54’05” contro i 78’51” di “To Pimp A Butterfly”, la cui lavorazione aveva inoltre generato i 34’06” di demo inediti di “Untitled Unmastered” – non c’è da stupirsene: canzoni come le languide Loyalty (molto Jay-Z e con un “featuring” di Rihanna) e Pride, una Love pregna di pop e reggata, la cupa XXX (ci sono gli U2, ma bravi se riuscite a sentirli) o l’etereo funk (se la contraddizione in termini è concessa) Duckworth hanno un potenziale commerciale clamoroso. Ad ascoltare l’altra metà un po’ ci si sorprende sì: perché è hip hop del più hardcore, rapping torrenziale (il momento più alto l’ipnotico mantra con canto gregoriano deforme di Feel) su basi scheletriche.

Il problema è che “To Pimp A Butterfly” faceva di un eclettismo ecumenico (tanto soul e jazz in tralice, che qui si ritrova giusto in una Fear capace di evocare anche Curtis Mayfield) la sua forza. Nel contempo uscendo dal recinto dell’hip hop e promettendo per lo stesso un’Era Nuova. “Damn.” – paradossalmente – fa numeri più grandi parlando a una platea più ristretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

I migliori album del 2016 (4): A Tribe Called Quest – We Got It From Here… Thank You 4 Your Service (Epic)

a-tribe-called-quest-we-got-it-from-here-thank-you-4-your-service

Doppiamente inaspettato l’ultimo – in ogni senso – album della posse newyorkese: perché, a diciotto anni da quel “The Love Movement” che sembrava avere messo il punto a capo definitivo a una delle epopee che hanno fatto la Storia della black, nessuno si attendeva una postilla; ma, soprattutto, perché era inimmaginabile un nuovo finale di simili eleganza e pregnanza. Un capolavoro, insomma. Un altro. E che rappresenti pure il congedo – da questa terra, dopo avere battagliato contro la malattia per ventisei dei quarantacinque anni che ha vissuto – del rapper Phife Dawg in luogo di allungare un’ombra di malinconia sul disco lo ammanta di un’aura gloriosa. Giacché se qualcosa può sconfiggere la morte è l’Arte.

Da dove cominciare? Dagli ospiti? Vale solo per sottolineare l’enorme rispetto di cui gli A Tribe Called Quest godono sia nell’ambito di quell’hip hop che cominciavano a rivoluzionare nel 1990 con l’epocale “People’s Instinctive Travels” – offrono camei fra gli altri Busta Rhymes, Talib Kweli, Kendrick Lamar, Kanye West e André 3000 – che in area pop-rock ed ecco fare capolino Jack White ed Elton John. Altro conta: che più che a qualunque altro dei cinque predecessori “We Got It From Here…” si riallacci proprio al debutto, quasi anello mancante fra quello e il diversamente colossale – lì si celebrava il primo e fra i più memorabili matrimoni fra rap e jazz – “The Low End Theory”. Quasi: siccome gli attempati ragazzi nel mentre ritrovano l’ispirazione hippy-hop che li accomunò ai compagni di merende floreali De La Soul e Jungle Brothers la collocano in una cornice 100% 2016. Non un sospetto di nostalgia in sedici formidabili tracce che girano fra austerità hardcore e seduzione soul, pulsioni funk, una svisata rock, un affondo raggamuffin.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly (Top Dawg)

Kendrick Lamar - To Pimp A Butterfly

Si potrebbe partire dall’abito, che qualche volta fa eccome il monaco, e notare quanto si somiglino – che sarà un caso, ma proprio a ragione di ciò è particolarmente significativo – le copertine dei due dischi più belli e importanti prodotti dalla black music non direi solo in questi ultimi mesi ma nel decennio in corso. Se non, addirittura, in questo primo quindicennio di secolo nuovo. Sia “Black Messiah” di D’Angelo che il secondo album “vero” (non contandone dunque uno pubblicato solo in digitale e vari mixtape) del rapper californiano Kendrick Lamar mostrano piccole folle di afroamericani le braccia levate al cielo, immagini di grande potenza iconica che rimandano a un’epoca ormai antica di lotte e speranza. Ciò che non è un caso è che, in modi e mondi contigui ma diversi, muovendosi il primo in un ambito di black più tradizionale e il secondo venendo dall’hip hop e mantenendo lì entrambi i piedi ben saldi, sia l’uno che l’altro evidenzino una profonda conoscenza della storia unita alla capacità di sintetizzare per poi andare, idealmente, avanti.

In testa nel momento in cui scrivo in tutte le classifiche di “Billboard” (generalista, rap e R&B), “To Pimp A Butterfly” non solo mantiene le non poche promesse profferite nel 2012 dal brillante “good kid, m.A.A.d. City” ma va molto oltre in settantotto minuti densissimi, in dodici tracce affollate di “featuring” (benedicono l’avvento del nuovo campione personaggi del calibro di George Clinton, Ronald Isley, Dr. Dre, Bilal, Flying Lotus, Pharrell Williams e Snoop Dog), dense di rime fulminanti, pregne di una funkitudine infiltrata di soul come di jazz. Un classico istantaneo, di una tale forza che potrebbe persino inagurare un’era nuova per un hip hop da troppo tempo sottomesso agli stereotipi. Ma sarà dura, durissima andargli dietro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Frankie HI-NRG MC: l’impresa di esprimersi

Che io detesti fare interviste è notorio (massimo ne avrò fatte quindici in vita mia). Grande sorpresa dunque presso la redazione dell’allora settimanale “Il Mucchio” quando, all’altezza della pubblicazione di “Ero un autarchico”, mi offrivo volontario per andare a fare quattro chiacchiere con Frankie HI-NRG MC. È che mi era venuta la curiosità di verificare che tipo di persona fosse un artista per il quale nutrivo un’enorme stima sin dai tempi del pionieristico e capitale – per il rap italiano – Fight da faida. Per certo non ne rimasi deluso. Anzi! Fui talmente colpito dalla signorilità e dall’affabilità del nostro uomo che da lì a qualche anno mi candiderò a una seconda trasferta milanese giusto per il piacere di potere trascorrere un’altra ora con lui.

Questa prima intervista usciva accompagnata da una scheda di Federico Guglielmi che potete leggere qui.

Frankie HI-NRG 2003

Sono quasi le sette di una sera milanese di inizio autunno indaffarata e rumorosa come stereotipo vuole quando, con buona mezz’ora di ritardo rispetto al fittissimo programma di incontri, vengo ammesso in presenza di Frankie. Sono l’undicesimo giornalista cui si concede e nemmeno l’ultimo in questa giornata dedicata alla promozione di “Ero un autarchico”, il suo terzo album, atteso non per modo di dire siccome quello prima è una storia di sei anni fa. È evidentemente stanco il nostro uomo (ma anche felice e la ragione di questa sua felicità gli siede a fianco) per questo tour de force di parole parole parole, lui che pure con le parole ci sa fare come nessuno in Italia nel suo ambito. E non bastasse è raffreddato. E non bastasse ancora odia farsi intervistare. Io odio intervistare. Cominciamo.

Luogo comune, che come tutti i luoghi comuni contiene un fondo di verità, vuole che un romanziere rifaccia sempre lo stesso romanzo e così un musicista lo stesso disco. Fra il tuo nuovo lavoro e i precedenti ci sono evidenti elementi di continuità…

Ad esempio il titolare del disco.

Ad esempio. Magari anche certi vezzi, tipo quello di cominciare e finire sempre allo stesso modo, con un’introduzione – Prima nel ruolo che fu di Entro e di Incipit – e un’uscita di scena – che oggi si chiama Dopo quando ieri era stata Outcipit e ieri l’altro Esco –, quasi si trattasse più di un atto teatrale che di un album.

Son soddisfazioni… Un giorno metterò pure l’intervallo.

Già fatto! Alla fine della prima facciata di Verba manent invitavi l’ascoltatore a girare il disco.

È vero. Purtroppo funziona solo con cassetta e vinile.

Certamente ci sono marcati elementi di continuità, dicevo, ma si notano scarti non meno pronunciati. La discontinuità più lampante a mio giudizio è data dall’umore dell’artefice. Riascoltato dopo “Ero un autarchico”, “La morte dei miracoli” mi è parso ancora più depresso (scoppia in una risata) di quanto non ricordassi. Qui non si ha più la sensazione di trovarsi davanti a uno che – per citarti – prende le distanze da sé. Trovo quest’album molto più… ironico. Magari dici pure cose pesanti, meni randellate da paura a partire da Chiedi chiedi che oltretutto è il singolo, ma anche quando lo fai è sempre… quasi con il sorriso sulle labbra.

Hai ascoltato lo stesso disco che abbiamo ascoltato noi. Sono d’accordo. Se peraltro dovessi riprendere in mano quello prima ancora lo scopriresti…

…molto più prossimo! Infatti.

Perché è proprio una questione umorale. Hai colto in pieno. Ed è anche una questione di crescita che c’è stata nel frattempo, nel senso che sono cresciuto numericamente e non si tratta di pura e semplice aritmetica. Fatto è che la geometria degli affetti ha acquisito forme multispaziali e l’avere avuto una maturazione mi fa sentire più forte nelle scelte che devo operare nella mia vita – che dobbiamo operare nella nostra vita – e mi ha fatto divertire di più quando si è trattato di dire delle cose. Allora ho cercato di porgermi come mai prima, con una certa… leggerezza. Non mi interessa più parlare da un avello fumante, da un pulpito mezzo diroccato. Non mi viene più. Non me ne frega più niente. Sia chiaro: non disconosco “La morte dei miracoli”. Però è indubbiamente un disco a tratti torvo, mentre questo nuovo sa sorridere.

Ci sono parecchi più siparietti del solito. Non che siano mai mancati, ma stavolta addirittura sopravanzano le canzoni vere e proprie.

È un album contemporaneamente più divertente e più divertito di quello prima. Più brillante, brioso, ballabile.

Ove “La morte dei miracoli” al confronto vanta una maggiore raffinatezza, con sottigliezze negli arrangiamenti che contribuiscono a renderlo un’opera più “di atmosfera”. Questo gioca sull’impatto.

Ah, sicuramente. È figlio dell’aria che si respirava in studio che era figlia del piacere di realizzare collettivamente un qualcosa di gratificante per tutte le persone coinvolte. E quindi è assai meno fosco del predecessore che – non ho difficoltà ad ammetterlo – lo era alquanto. Se pensi che escludendo Cali di tensione, che in ogni caso ha un titolo che la dice lunga, il primo pezzo che scrissi per quel disco, quello che diede la stura a tutto il processo creativo, fu proprio quello che citavi prima, quell’Autodafè che comincia dicendo “prendo le distanze da me/perché non voglio avere niente da spartire con me/da condividere con chi come me non fa nulla per correggersi/sono il mio nemico, il più acerrimo” eccetera… be’, non credo sia necessario aggiungere altro. Resta una canzone che mi piace tantissimo, però adesso… boh…

Vivi meglio. Avevo colto questa vicinanza a “Verba manent” e ciò mi porge il destro per notare che è forse dovuta anche alle collaborazioni. Un elemento di continuità/discontinuità rispetto al passato è che tornano prepotentemente alla ribalta Alberto Brizzi e Marco Capaccioni, che in “La morte dei miracoli” c’erano ma restavano defilati e qui invece hanno avuto, a scorrere i crediti, un ruolo notevole. Brizzi aveva offerto apporti importanti, determinanti addirittura, al tuo esordio adulto.

“Verba manent” ci aveva legati anima e corpo in una maniera un po’ irrazionale nella sua assolutezza ed era probabilmente inevitabile che ci fosse poi una fase nella quale ci siamo allontanati. Chiamiamolo un periodo sabbatico. Ci siamo lasciati senza nemmeno dirci troppe cose, un po’ così, un distacco che mi ha dato sensazioni non granché gradevoli. Quando si è trattato di metter mano a “Ero un autarchico” non ho però avuto dubbi su quello che sulla carta era il migliore team produttivo con cui portare avanti il progetto. Il che non toglie che avessi qualche timore su come li avrei trovati. Riscoprirli forti ed energici come li avevo lasciati, con quel desiderio di lavorare dando quell’impronta stilistica che ci ha sempre caratterizzati, è una cosa che mi ha riempito di gioia. E i loro contributi sono stati sostanziali, a livello di composizione, di arrangiamenti, di ricerca dei campioni. È stato un piacevolissimo ritorno a casa, non esattamente una faccenda da figliol prodigo, perché non è stato sacrificato alcun vitello grasso, ma insomma. Mi sa che invecchiando si diventa più romantici.

Se no ci si incarognisce.

Come i peggiori personaggi di Paolo Stoppa (ridacchia e fa una faccetta buffissima, da cartone animato).

Fin da Fight da faida, che con diecimila copie stabilì un piccolo record in ambito indipendente, i tuoi dischi hanno sempre totalizzato cifre di tutto rispetto. L’avere venduto tanto – centocinquantamila copie di “La morte dei miracoli”, mi si dice – ti ha facilitato nei rapporti con la casa discografica o si è rivelato viceversa un problema? Voglio dire… li hai fatti aspettare un album nuovo per sei anni: ti hanno lasciato in pace perché comunque sei uno che fa fatturato? Oppure ti hanno fatto capire che ci stavi mettendo troppo?

Qualche sollecitazione c’è stata, ma sempre porta con garbo, con la coscienza di quelle che erano le mie esigenze e le mie vicissitudini. La più interessante ed efficace mi è giunta dal presidente stesso della BMG, che in un colloquio che abbiamo avuto mi si è rivolto così, testuale: “Senti, ma tu ha intenzione di fare un altro disco? Oppure vuoi fare… non lo so… un film? Un libro? Parliamone”. Mi ha colpito constatare come un imprenditore potesse essere così aperto riguardo alla possibilità di diversificare il prodotto secondo le esigenze del produttore.

Una dimostrazione di grande rispetto.

Esatto! Poi, è evidente, gli stipendi non sono io a pagarglieli ma Ramazzotti: altri numeri, altra consistenza degli introiti. Ma anch’io offro un apporto al funzionamento della macchina e mi piacerebbe continuare a offrirlo, continuare a vendere tanto, perché è vendere che ti dà l’opportunità di impegnarti in progetti sempre più ambiziosi. E poi puoi fare stare meglio le persone che lavorano con te, ed è importante.

L’hip hop non ha mai avuto nei confronti dell’avere successo l’ipocrisia di certo rock.

È una cosa proprio italiana questa cultura che è stata dominante per decenni e che esige che se un artista ha dei contenuti deve per forza vivere in francescana povertà, e se si arricchisce con i proventi della sua arte ne consegue che ha tradito chissà quale causa: ma che due palle! Non deve essere così. Se lo è stato per alcuni, anche loro hanno ormai cambiato idea. Quando io per primo firmai per una multinazionale mi spararono addosso ad alzo zero, quando tutti hanno firmato…

Guarda caso più di uno per la BMG, usufruendo direttamente del tuo successo.

…allora è diventata una strategia.

Avere successo si misura pure con parametri che non sono quelli puri e semplici del fatturato. Un indizio certo è l’entrare nell’immaginario collettivo. Un altro è prestargli modi di dire. In tempi recenti un noto dizionario è stato pubblicizzato con uno slogan che fu tuo: “potere alla parola”. Chiederai i diritti?

Ci ho pensato! Sinceramente. Però potrei accontentarmi di una copia omaggio. Mi tornerebbe utile, visto che quello che ho non è aggiornato. Credo di meritarmela anche perché ho dimostrato, e non penso di essere arrogante a dirlo, di essere uno che dei dizionari fa buon uso.

Torniamo sul rapporto con il resto del rap italiano. Da un lato conflittuale: mi viene in mente il “di posse già oggi son piene le fosse” in Faccio la mia cosa, AD 1992. Da un altro non sono mai mancati né omaggi, agli OTR nel primo LP, né collaborazioni: con Ice One, con La Comitiva, con Flaminio Maphia. Nei resti di quella che fu una scena, come ti collochi?

Guarda, ho molte difficoltà a definire i contorni di una scena. Non sono mai stato abbastanza addentro al cosiddetto underground, ma nemmeno mai lontano come oggi. Sempre che esista ancora.

È possibile che a essere sparita sia stata solo la sua visibilità?

Se così fosse, è una fortuna. Il meglio che possa accadere all’hip hop di noi altri dopo gli anni del presunto boom è che ci sia un azzeramento e si ricominci tutto da capo, dal basso, da ragazzini che iniziano a ballare, rappare, mettere i dischi e fare scratching, scrivere i pezzi. Che si ricrei un humus, ecco. Sai chi fu letale per la scena? Quel tuo collega che se ne uscì con la formula della “musica posse”, un’assurdità che non stava né in cielo né in terra e metteva assieme Frankie e i Mau Mau, Assalti Frontali, gli Strike, Persiana Jones e il Sud Sound System, realtà e stili che pochissimo quando non nulla condividevano. Aiuto! Per certo all’hip hop non giova nemmeno il fatto che sia diventato una moda. Accendi la radio e senti Eminem, cambi stazione e senti Eminem, o 50 Cent, o comunque sempre quei dieci nomi, sempre quelli, una cosa insopportabile. Che probabilmente è ciò che ha fatto sì che a un certo punto cominciassero a uscire dei gruppi di ragazzotti – che so? – della Bassa Padana che posavano con delle bandane, in posizioni plastiche, davanti a macchinoni e con a fianco le fidanzate in bikini… delle robe imbarazzanti! Ma figli miei, non ce l’avete un po’ di senso del ridicolo? Ma siate buoni! Bisognerebbe mettere un pizzico di Italia nell’hip hop, che è una cultura globale, è questa grossa scatola dove ciascuno infila il suo plug-in e prende il resto. E in tal modo la scatola diventa sempre più grossa, e indefinibile. Invece da noi c’è sempre stato un tipo di fruizione a emulare/simulare gli Stati Uniti. Altrove in Europa non è così. In Germania, in Francia… in Svizzera! In Svizzera c’è una scena incredibile, che spacca le gambe a tutti per quanto è viva, verace, ricca, forte. Vendono dischi e fanno remix per altri e a volte persino per gli americani. Non si autoghettizzano, come masochisticamente si usa o si usava dalle nostre parti.

A proposito di americani: tu sei andato in tour, nei tuoi verdi anni, con Beastie Boys e Run DMC, in seguito hai collaborato con Nas e ultimamente con RZA, del Wu-Tang Clan. Cosa ti è rimasto di queste esperienze?

Sono state tutte gratificanti, anche se naturalmente in misura e maniera diverse. Con Beastie Boys e Run DMC… è successo tanti anni fa, ero giovane e i rapporti furono ridotti all’osso, un po’ per una questione di timidezza da parte mia, un po’ perché nei confronti del gruppo di supporto da parte di un certo tipo di artisti c’è sempre una sorta di naturale scetticismo. Posso dire veramente poco, se non di avere assistito a dei bellissimi concerti dopo essere sceso da quello stesso palco, cosa di per sé emozionante. Per quanto concerne Nas, è stata una collaborazione a distanza. Si trattava di sostituire Puff Daddy e mi dichiaro soddisfatto del risultato. L’incontro con RZA è praticamente piovuto dal cielo, previa telefonata di un discografico che mi fa “C’è un certo Erre Zeta A (la risata è omerica) che vorrebbe…”. Ho colto al volo la possibilità di poterlo conoscere e ho registrato questo pezzo che è una lettera che gli scrivo: Caro Reza (comincia a rappare) qui la storia è tesa, potersi esprimere sta diventando un’impresa, o meglio poterlo fare libero da vincoli politici, senza assecondare orrendi gusti estetici… e quant’altro. È una canzone che affronta il problema dell’esprimersi, del fatto di sentirsi costretti a fare una cosa bella, perché è la tua etica che te lo impone, e poi dovere convincere altri, che sono quelli che venderanno questa tua cosa, che è valida e non va alterata. Trovarmi in una stanza con questo artista che ammiro a raccontargli il brano e sentirmi rispondere “guarda, ho sempre avuto pure io questi problemi e probabilmente sempre li avrò” più che semplicemente piacevole è stato incredibile. Scoprire poi che è un musicista vero, uno che suona benissimo il pianoforte e ha un’approfondita conoscenza della musica classica… fantastico. Colgo l’occasione per rimarcare che, a parte l’incontro con RZA, le collaborazioni che trovo più appaganti, perché più mi aiutano a crescere, sono quelle fuori dal perimetro dell’hip hop. Ci tengo particolarmente a citare quella con Alter Ego, che è questo gruppo romano di avanguardia che dell’accademia ha la formazione ma non la supponenza. Musicisti straordinariamente aperti, che praticano molto l’elettronica (sono stati loro, per dire, a farmi scoprire i Matmos) e hanno una curiosità vivissima, capaci di apprezzare in maniera non superficiale quello che faccio e di motivarmi a essere interprete, cosa che prima non ero mai stato, nel senso che ho sempre maneggiato unicamente materiali miei.

Il primo disco che hai comprato in vita tua…

My Sharona degli Knack.

Un classico assoluto!

Quando poi i Run DMC lo hanno campionato paro paro in “Raising Hell”, un cerchio si è chiuso.

Tu come li scegli i campionamenti? Cosa è che ti ispira?

Non so spiegarlo razionalmente. Sto ascoltando della musica e a un tratto qualcosa chiede prepotentemente la mia attenzione, di essere risentito, enucleato, replicato. Funziona così.

Il tempo sta scadendo e non ti ho ancora fatto la domanda più ovvia: perché “Ero un autarchico”?

Ovviamente è una citazione, ovviamente è un omaggio a Nanni Moretti, che nel titolo del suo primo film diceva Sono un autarchico e oggi secondo me è splendido nel continuare a esserlo, ma come parte di una comunità di persone che si prendono per mano e fanno dei girotondi, che è la cosa più fresca e positiva che sia accaduta alla politica, alla vita di questo paese da parecchio tempo in qua.

“Basta una busta nella tasca giusta in quest’Italia così laida”, rappavi in Fight da faida nel 1991, anticipando di pochi mesi Tangentopoli. Condividi il mio sospetto che si stesse meglio quando si stava peggio? L’album si apre con Raplamento, un anagramma di “parlamento”, che non le manda a dire al riguardo.

Mi piaceva l’idea delle camere viste come le curve di uno stadio in cui ciò che deve succedere succede sugli spalti invece che in campo. Ma a guardarli questi politici non sembra pure a te di vedere un quadro di Bruegel? C’è il gobbo, il nasone, lo smilzo, il baffuto, quello storto, quello che fa la cacca in un angolo, quello che infila un dito in un occhio a un altro. Che brutta gente! Trovo sconfortante una tenzone politica in cui il centro-destra è sempre meno centro, salvo uscirsene con proposte genialmente paracule come quella di concedere il voto agli immigrati…

Tanto per bilanciare deliri come quello sulle droghe.

…giusto. Mentre dal canto suo l’opposizione troppo spesso è tale soltanto di nome. È tempo di rimboccarsi le maniche, di affrontare i problemi veri, quelli con i quali l’uomo della strada ha a che fare ogni giorno, e per altro verso di non essere più muti testimoni di una destra estrema che fa dichiarazioni pesantissime – tipo quella sui giudici antropologicamente matti, tipo quella su Mussolini dittatore benevolo – e poi due ore dopo le smentisce dicendo che erano una battuta. Ma allora non avete il senso dell’umorismo, ma allora siete tutti comunisti! Basta! Io culturalmente, direi addirittura geneticamente, sono di sinistra, ma ciò non mi impedisce di notare le deficienze di questa sinistra inane. Tornando al titolo, mi sono sempre visto come un autarchico, uno che ama fare tutto da sé, ma maturando ho finito per rendermi conto che da soli si ottengono meno risultati che in compagnia. È più fruttuoso cooperare. Sulla copertina c’è un paio di occhiali smontati, tante parti che assemblate fanno un intero. Io sono solamente una di quelle parti.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.552, 28 ottobre 2003.

5 commenti

Archiviato in archivi

Potere alla parola (bonus track 3): MC 900 Ft Jesus

MC 900 Ft Jesus - Welcome To My Dream Poster

Nel primo articolo con cui lo omaggiò il defunto “Melody Maker” così si espresse riguardo a Too Bad, traccia di apertura di un EP autoprodotto su Gonga Records di oggi leggendaria irreperibilità: “the most essential rap track of 1989” (è in realtà dell’88). Si era in luglio. Undici mesi più tardi il “New Musical Express” gli faceva eco, riguardo al debutto adulto “Hell With The Lid Off” con un lapidario “uno dei migliori album hip hop usciti quest’anno”. La buona stampa non  mancò mai a Mark Griffin, in arte MC 900 Ft Jesus, alias ispiratogli da un delirante sermone di un predicatore televisivo, quell’Oriel Roberts che minacciò di impiccarsi in diretta se i fedeli non avessero donato alcuni milioni di dollari, indispensabili per “portare a termine l’opera del Signore” (i soldi giunsero). Elusivo fu semmai il successo, quello vero, non il culto ispirato da fanzine e radio universitarie, che si fece corteggiare a lungo prima di concedersi – a quanto pare a tempo scaduto – soltanto nel 1996, quando il solito spot dei soliti jeans mise improvvisamente in auge un brano vecchio a quel punto di sei anni. Altri sei ne sono trascorsi da allora e nessuna nuova è più giunta dal signor Griffin. Sembrerebbe che il Gesù di novecento piedi abbia lasciato l’edificio per non tornarvi più ma chissà. Andato ma non dimenticato: un giro in Internet per verificare la disponibilità odierna della sua scarna discografia mi ha sorpreso facendomi scoprire che le tre opere maggiori sono ancora in catalogo. Con il gran parlare che si è fatto nel 2001 della rinascita hip hop fomentata dai giri Def Jux e Anticon un riaffacciarsi alla ribalta di MC 900 Ft Jesus, che di costoro può essere detto un antesignano, sarebbe quantomai tempestivo. Per intanto sarebbe cosa buona e giusta (ri)scoprirlo.

La consultazione di giornali d’epoca non mi ha equipaggiato con aneddotica pesa sulla vita del Griffin. Niente epopee di sesso, droga, rock’n’roll e quant’altro. Il suo curriculum prima di inventarsi un’altra identità dice di un’infanzia e un’adolescenza vagabonde a causa del mestiere del padre (militare di carriera), di un diploma musicale conseguito presso la Dallas University, di una modesta attività di turnista (la tromba il suo strumento principale) alternata a un lavoro di tecnico elettronico e della militanza in un gruppo rock sufficientemente mainstream da potere aprire per Edie Brickell. Punto di svolta saranno un impiego presso un negozio di dischi specializzato in dance ed elettronica e l’incontro con il nero Patrick Rollins, meglio noto da lì in poi come DJ Zero. L’EP menzionato all’inizio (in copertina Griffin si copre il volto con un’icona kitschissima di potete-immaginare-chi) fu una rivelazione per i pochi che lo ascoltarono. Se Do I Have Any Witness sono dei Public Enemy in versione strumentale convincenti ma non trascendentali e il teatrino di Born With Monkey Asses perde presto coesione, il serratissimo techno-funk inondato di scratching di Too Bad e la minimale e iperblack Shut Up quattordici anni dopo inducono ancora vertigini isteriche ed entusiasmo. Non dovesse riuscirvi di mettere le mani sugli imprendibili originali, potete consolarvi con le appena più levigate versioni incluse nell’album “Hell With The Lid Off”, edito dalla canadese Nettwerk nel 1989 e distribuito in Europa l’anno dopo dalla Play It Again Sam. Fra le inquietanti favolette con sfondo di tastiere chiesastiche e vinili scrocchianti di A Greater God e A Place Of Loneliness  sfilano piccoli capolavori come gli Eric B & Rakim spolpati di Truth Is Out Of Style e gli etno-techno Kraftwerk di Talking To The Spirits. È hip hop ma non proprio, storto e ipnotico, con chiare influenze di industrial e body music.

Due anni più tardi “Welcome To My Dream” minimizzava tali influssi, estrometteva DJ Zero e in mezzo a funk ossessivi cui si appoggia una voce tendente più al recitativo che al rap scopriva una vena di jazz noir sensazionalmente cinematografico. Questo forse avrebbe forgiato nella sua officina il fabbro Miles se la vita bastarda gli avesse dato il tempo di fare un amore del flirt con l’hip hop. Certamente lo richiama alla memoria la tromba che si libra secca e fluida insieme sulla fusion/sploitation di O-Zone (mentre il sax che martella Killer Inside Me è perentorio). E ancora di più quella che si innesta sul favoloso basso discendente, l’organo singultante errebì e la narrazione dai toni burroughsiani dell’iniziale Falling Elevators, composizione di assoluta memorabilità che nel 1996 farà vendere qualche pantalone in più alla Levi’s e qualche disco in più al nostro uomo. Erano già trascorsi due anni dalla pubblicazione, per i tipi della American Recordings, dell’al pari persuasivo e stilisticamente affine “One Step Ahead Of The Spider”, due quasi-hit (quasi) in scaletta come But If You Go (dal micidiale ritornello soul-pop) e If I Only Had A Brain (elastica e incalzante) e a contorno trasognate corse (New Moon: meravigliosa) in una notte da Marlowe. Ultimo dispaccio da Mark Griffin. Qualcuno ne ha notizie?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.57, febbraio 2003.

7 commenti

Archiviato in archivi