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Kendrick Lamar – Mr. Morale & The Big Steppers (Top Dawg)

La faccenda, che poi sarebbe l’ego del titolare di “Mr. Morale & The Big Steppers”, sta forse sfuggendo di mano se sulla copertina del tuo nuovo album, atteso cinque anni, ti fai immortalare con in capo un facsimile di corona di spine, a mo’ di novello Gesù Cristo. Se fai di te stesso ─ siano gli inconvenienti dati dall’essere personaggio pubblico di prima grandezza, siano i rapporti con la tua famiglia ─ l’argomento più che centrale quasi unico di un doppio che consta di diciotto brani che assommano oltre settantatré minuti. E se delle diciotto tracce in questione la più memorabile è, ma in negativo, lo scambio di insulti fra te e una donna di We Cry Together mi sa che abbiamo un problema che va oltre l’approccio ombelicale del successore del già non del tutto convincente “Damn.” Per carità: se hai venduto settanta milioni di dischi nei soli Stati Uniti ramazzando cammin facendo anche quattordici Grammy, un Pulitzer (!) e una candidatura agli Oscar e “Time” ti ha inserito in una lista delle cento persone più influenti del mondo sei pure giustificato a pensare di essere il centro dell’universo e però…

Però se “Mr. Morale & The Big Steppers” risulta estenuante non è né per i testi (siamo onesti: chi si prenderà la briga di seguirli qui da noi?) e nemmeno per la durata. Il colossale “To Pimp A Butterfly” (2015) totalizzava sei minuti in più e ciò non gli ha impedito di imporsi come uno dei pochi indiscutibili capolavori della musica black ─ e non solo ─ di questo secolo. È che mentre quello faceva strage di stereotipi ed era musicalmente densissimo questo è slegato (poco hip hop e troppo errebì all’ingrosso), parte bene ma poi si perde e non ritrova un po’ di estro (il minimo sindacale per un campionissimo) che verso fondo corsa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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2Pac ─ Dalla pantomima alla tragedia

Nothing’s gonna stop the plan/I chill like Pacino/Kill like De Niro/Black Gambino/Die like a hero/Livin’ on shaky ground too close to the edge/Hopin’ that I know the ledge” (Eric B. & Rakim, Juice, dalla colonna sonora del film omonimo)

Risuona ancora forte nell’hip hop l’eco degli spari che l’8 settembre 1996 misero fine a Las Vegas (il decesso cinque giorni dopo) alla vita breve ─ venticinque anni appena, era nato il 16 giugno 1971 ─ di Tupac Amaru Shakur: ballerino, rapper, attore dal talento più grande che non il musicista, attivista politico a modo suo, forse gangster, femminista con una condanna per stupro che (non l’avessero rimesso in libertà su cauzione) gli avrebbe probabilmente salvato la pelle. Personaggio pieno di contraddizioni che aveva già capito da un pezzo cosa avesse in serbo il Destino per lui. Nel video di I Ain’t Mad At Cha girato poche settimane prima del fatale agguato e il più trasmesso da MTV poche settimane dopo, lo si vede soccombere sotto un diluvio di pallottole come uno Scarface nero, aggirarsi in un Paradiso oleografico in cui gli fanno compagnia Redd Foxx, Miles Davis e Sammy Davis Jr. e fare quindi ritorno sulla terra in guisa di angelo. Ove il primo dei suoi troppi dischi postumi, “The Don Killuminati: The 7 Day Theory” (pubblicato con lo pseudonimo di Makaveli), si chiude con colpi di arma da fuoco e l’arrivo degli elicotteri e delle auto della polizia sulla scena del delitto. Oltre i cordoni, ragazze in lacrime e un cronista televisivo che dà conto dell’accaduto storpiando il nome dell’uomo rimasto sull’asfalto in un’ordinaria scena quotidiana di ghetto: Tupac Shaker. Vita e arte si confondono una volta di più. Nessuno è stato mai messo sotto processo per la morte di questo controverso eroe. Il discografico, Suge Knight, che era con lui in macchina e si dice fosse il vero bersaglio di un’imboscata in perfetto stile mafioso, è poi finito in galera ma per altre ragioni. Il rivale di rime e intrecci amorosi, sospettato perlomeno dai media di essere il mandante dell’omicidio, Christopher Wallace in arte The Notorious B.I.G., ha perso la vita in circostanze analoghe l’8 marzo 1997: una vendetta del clan di Shakur? E stessa sorte è toccata nel ’98 a Orlando Anderson, il pregiudicato su cui maggiormente si appuntavano le attenzioni di chi ancora stava investigando su 2Pac. Sangue chiama sangue. Fascicolo chiuso.

In questo modo quell’8 settembre 1996 ha cambiato per sempre il corso dell’hip hop: che nel mentre dava crudelmente credibilità alle sue storie di strada ─ sempre più cronaca che teatro e/o commento sociale ─ lo costringeva a fare un passo indietro e a sigillare un cerchio. Era cominciata scherzosamente, con le incruente battaglie nei parchi newyorkesi in cui i sound system si battevano a colpi di decibel e le posse vantandosi, con squisita vanagloria tutta afro, della loro sveltezza di lingua e mettendo nel contempo alla berlina i rivali. Finiva, diventato un enorme business più conveniente e apparentemente meno pericoloso per lasciarsi alle spalle la povertà dei sistemi usuali (vale a dire sfruttamento della prostituzione e spaccio), nel momento in cui la pantomima gangsta si ritraduceva in realtà delinquenziale. Dal potere alla parola al potere alle armi. Il mio uzi pesa una tonnellata e sono cazzi vostri.

Prosegue per altre 6.653 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.626, settembre 2006. A oggi sono trascorsi ventisei anni da quando Tupac Shakur cadeva vittima dell’agguato che gli costava la vita.

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Masters Of Rap & Instruments – I primi anni dei Roots

Alla fine ci riusciranno ─ nel 2013, nel loro terzo e ultimo disco collaborativo, il più sorprendente per un gruppo di musica nera dopo che in “Wake Up” (2010) e “The Movie” (2011) avevano fiancheggiato rispettivamente John Legend e Betty Wright: più roba “loro” ─ a pubblicare un album su Blue Note. Probabile che per qualche lettore “Wise Up Ghost And Other Songs” sia l’unico album dei Roots presente negli scaffali. Per certo lo possiede chi è un cultore del co-intestatario: Elvis Costello, niente di meno. Se non ne ha altri del gruppo o della posse che dir si voglia di Philadelphia è sperabile che sia per una questione di gusti (sempre legittima) e non a causa di un pregiudizio che incredibilmente resiste (a quarant’anni dacché Grandmaster Flash ne offrì una prima plausibile istantanea in Wheels Of Steel!) riguardo all’hip hop in una parte consistente del pubblico del rock come di quello del jazz: che non abbia dignità di musica seria, “vera”, ciò che viene spesso assemblato partendo da frammenti, talvolta rielaborati ma talaltra ripresi pari pari, di brani pre-esistenti. Come se non ci volessero una maestria, una manualità eccezionali a usare il giradischi come uno strumento. Come se non servissero una profonda comprensione dei materiali scelti per creare cosa nuova magari recuperando pochi secondi appena, cultura, gusto, ingegno, se è invece un campionatore che si adopera. Però, ecco, persino chi la pensa così se si concedesse di fare la conoscenza di Questlove, Black Thought e variabili compagni (un paio di dozzine dagli inizi a oggi) potrebbe non dico cambiare idea ma provare del sacro rispetto per costoro. In particolare per il primo, al secolo Ahmir Khalib Thompson e batterista formidabile che si è sempre circondato di musicisti di grande tecnica oltre che sentimento. Musicisti. Ecco: a stretto rigor di termini i Roots, che a mia memoria raramente hanno usato campionamenti (se è mai capitato loro di far ricorso a qualche… prestito preferendo risuonarlo) e mai hanno avuto un dj, nemmeno andrebbero catalogati alla voce hip hop. Sono una rap band, la prima che ci sia mai stata se non si contano i pionieri Last Poets, che oltre alle voci usavano soltanto percussioni, o Gil Scott-Heron, che… be’, non era una band. Primi e unici, se non si vuole andare a finire nel crossover. E sotto le rime sgranate da Black Thought, al secolo Tarik Luqmaan Trotter, hanno sistemato di tutto in un catalogo di straordinaria consistenza che purtroppo non viene aggiornato dal 2014: dal soul, con quanto ci sta attorno quasi nulla escluso, al jazz e persino all’hardcore punk.

Ma tornando alla Blue Note: è lampante omaggio all’inconfondibile estetica di una delle etichette che hanno fatto la storia del jazz la copertina di “Do You Want More?!!!??!”, che gli allora giovanotti (i leader, coetanei, non hanno che ventiquattro anni) pubblicano nel 1995. È il loro primo album per la DGC di David Geffen (che visti riscontri commerciali modesti per l’ultima età aurea della discografia concederà loro solo un’altra chance; salvo riprenderseli in casa nel 2004 e venire ripagata con “The Tipping Point” da un numero 4 USA) e secondo in assoluto. La gavetta è stata lunga. Thompson e Trotter si sono conosciuti sui banchi di scuola nell’87 e subito hanno cominciato a esibirsi agli angoli di strada del loro quartiere alla maniera dei vecchi complessi doo wop, maturando esperienza e rimediando qualche dollaro dai passanti. Dopo qualche tempo si sono uniti loro un secondo rapper, Malik Abdul Basit, più in breve Malik B., e un bassista, Josh Abrams, e sono arrivati i primi ingaggi da bar e club.  Con Abrams rilevato da Leonard Hubbard, Hub per gli amici, che suona indifferentemente basso elettrico e contrabbasso, il gruppo compie un decisivo passo avanti nel processo di definizione di un sound che si perfeziona ulteriormente con l’innesto del tastierista Scott Storch. Strumento di elezione di costui uno stagionato piano elettrico Fender Rhodes e chi legge avrà inteso da che parte ci si butti. Ormai popolari in città e pure a New York i Roots il loro primo album, “Organix”, dovranno però autoprodurselo (Remedy è giusto un marchio che inventano allo scopo), nel ’93, per avere qualcosa da vendere ai concerti. Disco con qualche buono spunto ma acerbo e che letteralmente scompare se lo si raffronta al coevo “Jazzmatazz” di Guru, primo album in cui dopo essersi a lungo corteggiati rap e jazz trovavano un punto di equilibrio. Davvero poco in esso anticipa l’enormità del successore.

All’epoca, quando clamorosamente errando si pensava che il più nobile dei supporti fonografici fosse destinato a estinguersi, su vinile il corposissimo programma, sedici tracce per complessivi settantuno minuti, venne stampato integralmente solamente in Europa, naturalmente su un doppio. Laddove negli USA criminalmente vedeva la luce scorciato di sei pezzi su un singolo. Fa ora giustizia la Geffen, addirittura trasformandolo in un triplo oppure un quadruplo con lussuoso libro a corredo, aggiungendo due oppure quattro facciate di versioni alternative e remix, alla cui selezione ha provveduto in prima persona Questlove. “Rimasterizzato dai nastri originali”, viene garantito, e allora per fortuna non era vero che questi fossero andati distrutti nel 2008 in un incendio, come ancora si legge su Wikipedia. Niente viene in ogni caso aggiunto di irrinunciabile a un programma già in partenza monumentale. Non solo per durata, trattandosi di un capolavoro in cui non si saprebbe dire se a prevalere sia il senso del groove o il gusto per lo swing, basi di eleganza somma su cui passeggiano, si arrampicano, si intrecciano voci con un flow che da allora pochi hanno avvicinato, una batteria micidiale a legare oltre che a scandire. Non potendo citarli tutti mi limito ad alcuni titoli che ho scoperto indelebili nel ricordo: una flemmatica Proceed e la poppissima Mellow My Man, una Datskat di chiara ascendenza Native Tongues e una traccia omonima con tanto di cornamuse (!), la stupefacente performance live Essaywhuman ?!!!??!, una Swept Away sontuosamente soul e ancora Silent Treatment, in levare. Cito anche, per stuzzicare perfidamente il jazzofilo, alcuni ospiti: Steve Coleman (sax), Graham Haynes (tromba), Joshua Roseman (trombone). In unico brano, Cassandra Wilson (voce).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.432, giugno 2021. Da esattamente otto anni i Roots non danno alle stampe un album nuovo e nel frattempo Malik B. e Hub ci hanno purtroppo prematuramente lasciati. Do we want more? Certo che sì.

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Ice-T ─ Lingua letale

L’intervistatore e l’intervistato sono da diversi anni molto amici, ma il primo non aveva ancora messo piede in casa del secondo. Si accomoda su un divano, sbircia la magnifica vista su uno dei quartieri più eleganti di Los Angeles che si gode da un’ampia vetrata, osserva ammirato il gusto con cui è stata arredata la stanza. “Ti sei rivolto a un professionista?”, chiede. “No, ho fatto tutto da solo.” “Davvero?”, è l’incredula replica. “Certo. Ho svaligiato abbastanza case da imparare come se ne arreda una”, dice l’intervistato ridacchiando.
Da questo fulminante scambio di battute fra Jello Biafra, inviato davvero speciale che in pieno ciclone Cop Killer il mensile “Spin” spedì a dibattere il caso con il principale interessato, e Ice-T emergono in pieno due caratteristiche del secondo ─ intelligenza e spacconaggine ─ che molto hanno contribuito all’edificazione del suo mito, un mito che regge con disinvoltura le tante contraddizioni del personaggio, dell’artista, dell’uomo in forza di un carisma straordinario. Tracy Marrow (questo il vero nome del Nostro) sa essere davvero sconcertante. Per dire: in chiusura di Power, il brano che dà il titolo al suo secondo album, un lavoro ormai vecchio sette anni, affermava che “il denaro controlla il mondo e questo è un fatto/e una volta che ce l’hai puoi dire il cazzo che vuoi!/È potere!”. Dichiarazione alquanto berlusconiana nello spirito ma purtroppo incontestabile. Solo che pochi minuti dopo, in Radio Suckers, il rapper nativo del New Jersey e californiano di adozione sibila: “Faccio dischi per amore della musica, non per i soldi”. Il pezzo successivo si chiama I’m Your Pusher, “Sono il tuo spacciatore”, ed è tutto costruito su un campionamento della leggendaria Pusherman di Curtis Mayfield, dalla colonna sonora di Superfly. Bisogna seguire il testo con molta attenzione per accorgersi che Ice, lungi dal glorificare la figura dello spacciatore (aberrazione sovente praticata in ambito gangsta rap), la condanna e dipinge se stesso come un “pusher”, sì, ma di buona musica. L’insieme è parecchio ambiguo, ma mai quanto quello di un altro brano ancora su “Power”, Girls L.G.B.N.A.F., ove l’acronimo sta per Like Get Butt Naked And Fuck: vale a dire che “alle ragazze piace mettersi a culo nudo e scopare”. Non granché “politically correct”, eh? Be’, veramente sul finale si fa campagna anti-AIDS invitando a usare le dovute precauzioni nei rapporti sessuali. E comunque… “suck my motherfucking dick”, si sentirebbe probabilmente dire il contestatore di turno.
Senza carisma, non basterebbe la carica di simpatia (gli intervistatori sono unanimi al riguardo) a evitare a Ice-T di venire travolto dalle sue contraddizioni. Senza carisma, i suoi limiti artistici gli avrebbero impedito di raggiungere i traguardi che ha raggiunto. Perché, diciamolo chiaro, se il rapping che esibisce è più che discreto le basi non sono niente di speciale: né stilose come quelle dei Gang Starr né innovative come furono a suo tempo quelle dei De La Soul, e nemmeno terroriste nel solco dei Public Enemy. Quanto al suo gruppo rock, i Body Count, raramente nella storia del genere una band così mediocre era stata tanto glorificata.
Ma più di qualunque altro rapper, con le eccezioni giusto di Chuck D e di KRS-One (le cui fortune paiono però declinanti), questo ex-soldato nonché ex-ladruncolo è un leader naturale, e in un tempo in cui la gioventù afroamericana non ha alcun rappresentante politico degno di nota la sua rilevanza in quella comunità è enorme. Quando dice che potrebbe presentarsi alle elezioni presidenziali e raccogliere una valanga di voti non è un’uscita smargiassa la sua. La visibilità datagli dalla polemica su Cop Killer e dai furenti attacchi cui fu fatto bersaglio dall’allora presidente George Bush ha reso Ice-T una figura la cui notorietà travalica il mondo della musica, e non soltanto in patria.
 
Prosegue per altre 9.259 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.6, aprile 1995. A oggi sono trascorsi, stando alla pagina di Wikipedia 1992 In Music, trent’anni esatti dalla pubblicazione di “Body Count”. Nella scheda dedicata all’album Wikipedia stessa però si smentisce, dandolo per uscito il 10 marzo. Secondo il sito AllMusic arrivò invece nei negozi il 30. A prestar fede a RYM il 27. Sia come sia: resta una schifezza di disco. Cop Killer eccettuata.

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Il favoloso 1992 di Arrested Development e Disposable Heroes Of Hiphoprisy

Atlanta, Georgia

Sembrerebbe a prima vista la realizzazione perfetta del Sogno Americano, Atlanta. È a detta di molti la municipalità meglio amministrata degli Stati Uniti ed è prospera di una prosperità che si è dimostrata a prova di recessione. Si direbbe senza fine il suo boom economico, che la fa fiera di sé, in superficie almeno, e l’ha resa ricca al punto di consentirle di chiedere (e ottenere) l’assegnazione dei Giochi Olimpici del 1996. È la città della Coca Cola e alzi la mano chi riesce a immaginare qualcosa di più intrinsecamente a stelle e strisce e ottimista della suddetta bevanda. È anche un esempio per il resto del paese in materia di integrazione razziale, un esempio, oltretutto, che viene offerto dal Sud: qui sono neri governatore, sindaco e capo della polizia. Da qui prese le mosse il movimento per i diritti civili e questa ne fu, negli anni ’60, la capitale. Qui ebbe i natali Martin Luther King. Ma, insegna la saggezza popolare, ogni medaglia ha il suo rovescio e se luccica non è detto che sia d’oro. Sì, Atlanta era la città del grande leader nero ma è pure il luogo dove egli è sepolto, e morì assassinato. E la sua tomba è circondata da un fossato che ha la funzione di impedire alla teppa razzista di lordarla con scritte ingiuriose. Anche ad Atlanta ci sono stati disordini dopo il noto verdetto che ha mandato assolti i poliziotti che avevano pestato Rodney King. Quanto ai politici neri…

Un uomo politico di colore spesso non può aiutare la sua gente quanto un bianco. Perché se si impegna troppo per quelli che hanno la pelle come lui viene automaticamente etichettato ‘radicale’ e non sarà più appoggiato dai bianchi, che avranno la tendenza a vederlo come un nemico. Mentre invece se è un politico bianco a battersi per i neri lo voteranno sia questi che i bianchi. E vivranno tutti felici e contenti. Tranne il sottoscritto, che è persuaso che il sistema sia sbagliato già dalle fondamenta.

Questo il pensiero di Todd Thomas, meglio noto come Speech, autore di larga parte del repertorio, rapper e portavoce, leader insomma, della posse che per prima ha posto Atlanta sotto i riflettori della scena hip hop e che è forse la più chiacchierata fra quelle salite alla ribalta quest’anno. Hanno avuto la prestigiosa copertina di “Echoes”, gli Arrested Development, e articoli su “New Musical Express”, “Melody Maker”, “Vox” e tante altre testate ancora. Meritano in pieno, i Nostri, questa fresca fama: “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…” (Chrysalis) è un LP splendido e freschissime sono l’immagine e l’attitudine che esprime.

Tanto per cominciare, degli Arrested Development fanno parte sia donne che uomini e questo miscuglio di sessi è cosa che non si era mai vista nell’hip hop. Al massimo, finora, una donna poteva essere ospite di un gruppo maschile, o viceversa (pensiamo a Queen Latifah e ai suoi scambi di favori con De La Soul, Jungle Brothers e Naughty By Nature). Vi è poi fra loro, con mansioni di “consigliere spirituale”, tale Baba Oje, un signore di sessant’anni, altra cosa mai vista. È infine inedita la loro immagine: tanto la copertina dell’album che il video di Tennessee, il singolo che è stato scelto per fargli da apripista, li colgono in ambiente campagnolo, sparsi per un campo o radunati sulla veranda di una casa colonica: dichiarazione esplicita di riconoscimento delle radici sudiste e rurali della loro musica del tutto nuova per il rap americano. Se c’è un aggancio con il passato (non soltanto per la musica ma pure a livello di look) è con un passato remoto, con Sly Stone e la sua Family, che tanto piacquero alla nazione di Woodstock.

Prosegue per altre 8.158 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Dance Music Magazine”, settembre 1992. A oggi ricorre il trentesimo anniversario della pubblicazione di “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of…”. L’album di esordio dei Disposable Heroes Of Hiphoprisy, “Hypocrisy Is The Greatest Luxury”, aveva raggiunto i negozi tre esatte settimane prima, il 3 marzo 1992.

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I migliori album del 2021 (3): Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert (Age 101/AWAL)

Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia se l’hip hop a un certo punto ha preso ad annoiarmi – non l’hip hop in genere: quello odierno – e ho dunque smesso di seguirlo con l’attenzione dedicatagli per un quarto di secolo. E dovessero chiedermi che salvo, cosa ritengo indispensabile degli anni ’10 interi mi verrebbe in mente solo “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, che sarebbe stato probabilmente il mio album del 2015 se a fine 2015 non mi fossi dovuto dedicare a ben altro che compilare playlist. Oltre a “We Got It From Here…” degli A Tribe Called Quest (che poi si sono sciolti) e “Elephants On Acid” dei Cypress Hill, gli uni e gli altri però dei veterani e si sa che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia, dicevo, perché di sicuro mi sono perso dei dischi interessanti, dei capolavori non credo e comunque la vita è breve e a un certo punto devi fare delle scelte. Così l’album prima di questo della londinese di origini nigeriane Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, “Grey Area”, l’ho ascoltato con quasi tre anni di ritardo e dire che lo candidarono al Mercury Prize (che non vinse), agli Ivor Novello Awards (quello se lo portò a casa) e che il “New Musical Express” (che però non conta più un cazzo, dai) lo proclamò migliore disco britannico del 2019. Mi è sembrato bello assai e se all’epoca non mi fosse sfuggito almeno una segnalazione su VMO se la sarebbe guadagnata. “Sometimes I Might Be Introvert” l’ho ascoltato con tre mesi di ritardo e siccome è uscito lo scorso settembre in tempo utile per questa lista. A conquistarmi ha impiegato 1’07” dei 65’12” che dura: il tempo che ci mette la ragazza a entrare in scena in Introvert dopo una ouverture fra il marziale, l’operatico e la fanfara che mai di aspetteresti in un disco catalogato alla voce “hip hop”. L’eleganza, l’imperiosità della voce mi hanno subito avvinto e quando in trame densissime a 2’00” si è fatto largo il soul mi era già chiaro di essermi infilato in un loop senza ritorno. Vale a dire che avrei ascoltato e riascoltato. A ogni passaggio l’album ha scalato qualche posizione nella mia classifica di gradimento AD 2021 ed eccoci qua.

La forza di “Sometimes I Might Be An Introvert” è il suo sapere mantenere la tensione lungo una durata di altri tempi, quelli del CD, non di Spotify. Di porgersi come un (capo)lavoro che per un verso è indispensabile fruire come assieme, ciascuna delle diciannove tracce che lo compongono che si inserisce armoniosamente nel flusso creato dalla precedente e al centro un’artefice che si fa così attrice protagonista (lei che è anche attrice e pure di vaglia e successo) di quello che si può tranquillamente etichettare come un concept in forma di musical. Ma nel contempo: disco zeppo di canzoni strepitose che puoi estrapolare senza che nulla perdano venendo tolte dal contesto e anzi il contrario, ciascuna un classico a sé stante. Si tratti di una Two Worlds Apart che in un album tutto suonato unica si affida a un campionamento (di Smokey Robinson) ed è scheggia di epopea Native Tongues o di una I Love You, I Hate You che va ben più a ritroso, immergendosi in piena era blaxploitation; di una Little Q frazionata in due parti che ci ricorda di quando Kanye West era un genio e non un caso umano o di una Standing Ovation che oggi Jay-Z ucciderebbe per scrivere un pezzo così; dell’incursione di modernità rappresentata dallo schietto grime di Rollin’ Stone, dello scoppiettante errebì inconsultamente a braccetto con il synth-pop di Protect My Energy o di due pezzi afrobeat favolosi quali Point And Kill  e Fear No Man.

Dal disco sono stati tratti cinque singoli. Mi domando perché non I See You, di gran lunga il brano più commerciale in scaletta. E poi mi do una risposta.

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I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Oltre a “Nevermind” dei Nirvana il 24 settembre di trent’anni fa arrivavano nei negozi “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers, “Badmotorfinger” dei Soundgarden e “The Low End Theory” degli A Tribe Called Quest. Il giorno prima i Primal Scream avevano pubblicato “Screamadelica” (i Pixies “Trompe le monde”). Otto dopo, Prince darà alle stampe “Diamonds And Pearls” e i Public Enemy “Apocalipse 91… The Enemy Strikes Black”.

A Tribe Called Quest – The Low End Theory (Jive)

Gli ultimi saranno i primi? Capita agli A Tribe Called Quest, da New York (per la precisione dal Queens) e della variopinta tribù Native Tongues, che segna in profondità l’hip hop di fine ’80 depurandolo dai machismi e infiltrandolo di una vena umoristicamente psichedelica, quelli che ci mettono di più ad affacciarsi alla ribalta maggiore. Il formidabile “People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm” vede la luce nel 1990 e dunque abbondantemente dopo gli esordi adulti di Jungle Brothers (1988), De La Soul e Queen Latifah (1989). Quasi le mascotte della compagnia, Q-Tip, Ali Shaheed Muhammed e Phife Dawg – il quarto, Jarobi, li lascia dopo il debutto – dapprima dimostrano che la gavetta più lunga li ha rodati, esaltandone un eclettismo che va oltre quello pur notevole dei già famosi amici. Si costruiscono poi una carriera che supererà per consistenza quella dei fratelli – e della sorella – maggiori. Più coerenti nella loro evoluzione dei De La Soul, non patiranno come costoro l’entusiastico abbraccio del pubblico del rock, mai costretti a giravolte o ad acidi (non nel senso lisergico del termine) proclami per mantenere il contatto con la platea nera. Rispetto ai Jungle Brothers evidenzieranno la capacità di risultare immediatamente seducenti in forza più che a dispetto di proposte di rara raffinatezza e a volte complessità. E dureranno anche di più: dieci tondi anni. Al contrario di Queen Latifah non si faranno distrarre da TV e cinema, benché Q-Tip (al secolo Jonathan Davis) esordisca sul grande schermo già nel ’93, in Poetic Justice di John Singleton.

“The Low End Theory” è il disco che non ti aspetti dopo il successone di un singolo come Can I Kick It?, propulso dal basso della Walk On The Wild Side di Lou Reed. Qui il basso (e anzi il contrabbasso) è quello di Ron Carter, storico collaboratore di Miles Davis, e il jazz non è più la spezia che insaporiva il disco prima ma uno degli ingredienti del piatto. Qui il jazz oltre che un suono è una filosofia ed è la prima volta che due musiche in apparenza distanti, ma con un comune fondamento nella pratica dell’improvvisazione, si confrontano e confondono. Con una naturalezza e uno swing che rendono straordinariamente piacevole l’incontro.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.26, estate 2007.

Nirvana – Nevermind (DGC)

La gestazione del secondo album dei Nirvana è lunga e travagliata. I lavori cominciano nell’aprile 1990, ben diciassette mesi prima che il disco raggiunga i negozi. Se dietro la batteria siede ancora il Pete Best del grunge Chad Channing, che troverà un rimpiazzo definitivo solo in settembre in Dave Grohl, dietro il mixer c’è già Butch Vig. Ancora sconosciuto al grande pubblico, costui è uno dei produttori più capaci dell’underground americano. Ove il pur bravo Jack Endino nel predecessore “Bleach” si era limitato, anche per la modestia estrema del budget a disposizione, a cercare di riprodurre così come si manifestava dal vivo il suono di un gruppo ancora molto devoto a Black Sabbath e Melvins, e non particolarmente generoso di melodie memorabili, Vig fa molto di più: cura il particolare, aggiunge contrasto, dà un contributo importante ad arrangiamenti più rifiniti. Cobain e Novoselic ne sono soddisfatti e il primo persuade la Geffen, che ha rilevato il gruppo dalla Sub Pop, a confermarlo. A registrazioni ultimate tuttavia il discografico Gary Gersh, ritenendo che difettino in dinamica e profondità, affida i nastri alle cure di Andy Wallace. Noto soprattutto per il suo lavoro con gli Slayer, Wallace smorza gli spigoli e incrementa la brillantezza. Cobain non perdonerà mai né Gersh né lui, sbagliando: questo intervento in extremis fu probabilmente fondamentale per fare raggiungere a “Nevermind” il magico, irripetibile equilibrio dell’album epocale.

Ripulito quanto basta per essere accettabile per le radio senza che ciò nulla gli sottragga in impatto, il secondo Nirvana centra in un mese il bersaglio che la Geffen si era proposta di raggiungere in un anno, la conquista del disco d’oro, e milione di copie dopo milione di copie procede a rivoluzionare l’industria discografica americana cancellando i confini fra underground e mainstream. Finisce così per diventare qualcosa di più grande della pur rilevantissima somma delle sue canzoni, quasi tutte della statura dei classici e più di tutte la prima, Smells Like Teen Spirit. Nella storia del rock, forse nessun altro brano ha singolarmente definito e rappresentato così mirabilmente un’era.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.191, aprile 2014.

Red Hot Chili Peppers – Red Sugar Sex Magik (Warner Bros)

Fino alla pubblicazione di quest’album, il quinto e a quel momento nettamente il più cospicuo in termini di minutaggio, la relativa fama (siamo poco oltre il livello di culto esteso) di cui godono i Peppers risulta incomprensibile per chi non abbia avuto modo di assistere a uno dei loro fenomenali concerti, maratone di fisicità tanto spinta da essere quasi irreale in cui la funkadelia viene riesumata e aggiornata (con tecnica strumentale di prim’ordine) con massicce dosi di rap e una monellesca attitudine punk. Sessuale, più che sensuale, la loro musica. Animalesca, ma in una maniera gioiosa, non con l’attitudine torva di tanto altro metal o anche dell’hardcore, da cui il bassista Flea proviene essendo stato nei Fear. Ma tutto ciò dal vivo, visto che i lavori in studio hanno puntualmente fallito l’impresa di ricreare fra quattro mura l’energia che esplode sul palco. La EMI molla il colpo, la Warner subentra e al produttore Rick Rubin riesce ciò che nemmeno a George Clinton era riuscito. Lo aiuta naturalmente che le canzoni siano le migliori e più varie di sempre, per la prima volta persino delle ballate e sono quelle a lanciare il disco in orbita, numero 3 nella graduatoria USA nonostante abbia visto la luce nello stesso giorno incredibile che ci regalò “Nevermind” e “Badmotorfinger”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, autunno 2005.

Soundgarden – Badmotorfinger (A&M)

Benché contenga alcuni degli articoli più celebri e celebrati del catalogo Soundgarden, su tutti l’urlante cavalcata postmetal (un incrocio fra il Dirigibile e i Killing Joke) di Jesus Christ Pose, “Badmotorfinger” è il primo album dei Soundgarden che ne stabilizza lo stile anziché espanderne ulteriormente gli orizzonti. Forse perché è il primo con Ben Shepherd e il gruppo vuole per l’occasione restare in ambiti conosciuti, forse perché è quello che dovrebbe (e lo farà, seppure più a fatica del previsto) fare entrare i Nostri nella serie A anche commerciale del rock. Fatto sta che soffia sui suoi solchi un vento di normalizzazione che impedisce di apprezzare appieno canzoni che pure, prese una per una, valgono parecchio. Da segnalare il trio di cover (Devo, Black Sabbath e Rolling Stones) sgranato su due differenti edizioni del singolo Outshined. Consigliabili non solo ai collezionisti.

Pubblicato per la prima volta in Grunge, Giunti, 1999.

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Do The Humpty Dance – Il travolgente hip hop dei Digital Underground

Apprendo dal Web, in lieve differita e con grande dispiacere, che due giorni fa è venuto a mancare tragicamente troppo presto (aveva cinquantasette anni) Gregory Edward Jacobs, meglio noto con i nomi d’arte di Shock G e (il suo alter ego) Humpty Hump. Il principale dei rapper dei Digital Underground, formidabile posse di cui mi sa che in pochi conservano memoria. Buona ancorché pessima scusa per estrarre dai miei archivi una scheda scritta per “Extra” in cui celebravo il loro esilarante esordio in lungo, “Sex Packets”. Per dare un’idea di che razza di burloni fossero: alla copia promozionale inviatami a suo tempo del disco era accluso un pacchetto di pillole afrodisiache. Ovviamente farlocche.

Sex Packets (Tommy Boy, 1990)

Paradossale che i Digital Underground vengano oggi ricordati da tanti semplicemente come la prima palestra in cui si esercitò Tupac Shakur, quando costui fu ininfluente nella loro vicenda e sono principalmente carisma e la drammatica fine a iscriverne il nome nella storia dell’hip hop. Quando la sua discografia non vale il singolo che nel 1990 proiettava la compagine di Oakland a una posizione dai Top 10 USA e che ─ seconda ingiustizia ─ le appiccicava la nomea di gruppo da un successo solo, una volgare novelty. A parte che le cosiddette novelties invecchiano male e The Humpty Dance rimane fresca e irresistibile, tre abbondanti lustri dopo, come il primo giorno in cui annunciò che c’era un’alternativa: 1) al rap politicizzato alla Public Enemy; 2) al rap delinquenziale alla N.W.A; 3) al rap psichedelico alla De La Soul. A parte che The Humpty Dance non è che il travolgente inizio di un album complessivamente di grande solidità, oltre che una delle collezioni di hip hop più divertenti di sempre. Più funk. O, per essere più precisi, p-funk. Con il suo profluvio di campionamenti clintoniani ─ ma orecchio a The New Jazz (One): sì, è Jimi Hendrix ─ “Sex Packets” era meritoriamente decisivo per il ritorno in auge di Parliament e Funkadelic. Dopo “Sons Of The P”, discreto ma troppo simile, i Digital Underground andranno a picco.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.26, estate 2007.

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Woman Child – I formidabili anni giovani di Neneh Cherry

A leggerlo oggi fa ridere, ma forte. Nel 1990 Neneh Cherry, in forza del suo prodigioso esordio “Raw Like Sushi”, album dal quale erano stati anche tratti tre singoli di successo, fu candidata al Grammy nella categoria “Best New Artist”. Vinsero i Milli Vanilli. Cristosanto. Ma ve li ricordate i Milli Vanilli, ne avete mai sentito parlare a dispetto di vendite che furono al tempo multimilionarie? Se sì, è solo per la figuraccia planetaria quando ammisero che nei “loro” dischi non facevano letteralmente nulla, manco ci cantavano, e a ragione di ciò il premio venne ritirato, fu la prima volta che accadeva e a oggi resta l’unica. I Milli Vanilli… la più grande barzelletta della storia dell’industria discografica ma per niente divertente, visto che qualche anno dopo uno dei componenti il duo morì appena trentaduenne, di alcol, droga e vergogna. Neneh Cherry per fortuna non soltanto è fra noi ma, dopo una lunghissima assenza dalle scene, negli anni ’10 è tornata a far musica, e che musica! Ardita e sovente geniale come nella sua fantastica giovinezza ma con un sacco di spigoli in più. Papà Don ─ che poi in realtà era il patrigno e tuttavia fu lui a crescerla e di lui assumeva il cognome, essendo venuta alla luce Neneh Marian Karlsson il 10 marzo 1964, figlia di una pittrice svedese e di un musicista della Sierra Leone che si separavano poco dopo la sua nascita ─ ne andrebbe fiero. Del resto fece in tempo ad ascoltare, apprezzare, amare almeno i primi due album della fanciulla.

Come vieni su sei figliastra di uno dei trombettisti che hanno fatto la storia del jazz? Non può essere che un’infanzia particolare, sempre circondata da musicisti, spesso in viaggio con Don e per il resto divisa fra Stoccolma e New York, studi irregolari e abbandonati a quattordici anni per trasferirsi poco dopo a Londra (ma papà ti manda sola? sì; ogni tanto però viene a trovarti e magari dà una mano in sala d’incisione, lui che ne ha frequentato mille). Lì subito si immerge in quella scena punk che sta mutando e maturando in new wave. Fonda le Cherries, per breve tempo fa parte di Slits e Nails. Si sposta a Bristol e lì si unisce ai neonati Rip Rig + Panic. Nome preso da un LP di Rahsaan Roland Kirk e costola del disciolto Pop Group, costoro in tre LP ineguali ma che suonano ancora freschi e godibilissimi incroceranno free jazz e reggae, avanguardia, soul, funk e post-punk, che era più o meno la ricetta della band di provenienza ma reinterpretata con piglio decisamente più ludico e spogliandola di ogni sovrastruttura ideologica. Palestra preziosa per Neneh, che ne diveniva presto il punto focale, a un certo punto cambiavano senza alcun motivo il nome in Float Up CP e con la nuova ragione sociale davano alle stampe un 33 giri che risultava il loro più venduto. Poi ognuno per la sua strada, ma restando amici. Era il 1985 e la ragazza una cosina in proprio già l’aveva messa in curriculum, tre anni prima, un brano contro la guerra delle Falklands, Stop The War. La strada che la porterà al primo lavoro da solista comprenderà come tappe intermedie una collaborazione con The The e, crucialmente, il sodalizio stretto con Cameron McVey aka Booga Bear (per qualche tempo partner sentimentale oltre che artistico) e il lato B di un singolo del duo Morgan-McVey prodotto nientemeno che da Stock, Aitken & Waterman. Chiamata Looking Good Diving è chiaramente una canzone troppo buona per restare relegata sul retro di un 45 giri comprato da pochi e destinato a venire dimenticato in fretta. Neneh ci torna su, per rimodellarla chiede aiuto a Tim Simenon, in arte Bomb The Bass, e quando infine ne è soddisfatta la propone alla Virgin, con cui è rimasta in contatto dopo la fine dell’avventura Rip Rig + Panic. Adesso il pezzo si intitola Buffalo Stance, viene pubblicato a fine novembre 1988 e comincia subito a scalare classifiche un po’ ovunque, fino al terzo posto in Gran Bretagna, USA, Canada e Norvegia e al primo in Olanda e Svezia, mentre in Germania e Grecia è secondo, in Belgio quarto, in Finlandia quinto, in Austria settimo e così via. Un trionfo commerciale che premia quella che artisticamente resta una pietra miliare, uno di quei rari brani capaci da soli di aggiungere qualcosa al canone della musica pop.

In curioso ritardo di quasi otto mesi rispetto all’uscita originale datata giugno 1989 la Virgin ha appena ripubblicato (via Universal) “Raw Like Sushi” in una lussuosissima edizione per il trentennale in triplo vinile e box con allegato un libro con testi, disegni, foto, un’intervista, il tutto rimasterizzato comme il faut (sto facendo girare la stampa italiana d’epoca e, per quanto sottile, la differenza si coglie in un suono insieme più arioso e dinamico, con una gamma bassa dall’impatto più deciso e una alta appena arrotondata). Il secondo 33 giri è occupato quasi interamente da remix (fra gli altri due di Arthur Baker e uno di Kevin Sanderson) di Buffalo Stance, il terzo da versioni alternative di vari altri brani, senza però nemmeno un inedito. Raccontata così pare un’operazione “only for fans”, ma è possibile acquistare a parte il solo LP originale. Nondimeno l’oggetto è talmente bello che la differenza fra i 55 euro circa che costa portarsi a casa il triplo (prezzo relativamente economico) e i 25 (un po’ caro) richiesti per il singolo è sufficientemente modesta da mettere in difficoltà l’acquirente. Decida il lettore, che a suo tempo consumò il disco o viceversa non se l’è mai messo negli scaffali, magari ritenendolo “leggero” quando è invece opera di clamorosa consistenza e rilevanza. I tre singoli – l’esplosivo incrocio fra pop, soul e funk aromatizzato hip hop di Buffalo Stance, la romantica Man Child, la latineggiante Kisses On The Wind – aprono una prima facciata completata da una Inna City Mamma impossibilmente esultante, eppure intrisa anche di jazz, e dalla post-electro di The Next Generation. Vale uno zero virgola qualcosa di meno una seconda inaugurata da una Love Ghetto che insieme prefigura e umilia tanto modern R&B a venire e che, con in mezzo la sbarazzina Phoney Ladies, sciorina principalmente rap da Old Skool, ma mai pedissequo, per certi versi anzi in anticipo su un trip-hop che era dietro l’angolo. “Raw Like Sushi” ha trent’anni (e qualche mese) ma non è invecchiato di un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020. Neneh Cherry compie oggi cinquantasette anni.

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Come sfidare l’industria e diventare adulti restando se stessi – I Beastie Boys di “Paul’s Boutique”

Discogs certifica l’esistenza di una ventina di edizioni in vinile dell’album con cui nel 1989 i Beastie Boys davano un seguito al vendutissimo e scandaloso debutto su LP di tre anni prima. Di tutte queste stampe una e una soltanto (a prezzi dai cento euro per esemplari VG al quadruplo per una copia sigillata) è il sogno bagnato di ogni collezionista: quella la cui copertina – udite! udite! – si apre formando un pannello di otto elementi. Voto 110 a chi in Capitol ha deciso di ristampare sul più classico dei supporti il (capo)lavoro con cui la posse bianca più influente negli annali dell’hip hop provava in un colpo (riuscendoci) a diventare adulta e a suicidarsi commercialmente. Sarebbe stato con lode si fosse azzardata una confezione se non a otto pannelli a quattro e non semplicemente “gatefold”. Ci sarebbe scappato il bacio accademico se, come fece nel ’98 la Grand Royal, un programma che totalizza cinquantatré minuti fosse stato diviso su quattro facciate e non due, con ovvio incremento di una dinamica comunque accettabile. Anche grazie all’inappuntabile rimasterizzazione effettuata dai Beastie Boys stessi (i due superstiti, essendo Adam “MCA” Yauch venuto a mancare nel 2012) e Chris Athens e per 22 euro ci si può gioiosamente accontentare.

Spartiacque nella vicenda del trio, “Paul’s Boutique”. Avendo sdoganato il rap presso la platea rock più giovane con l’attitudine sguaiatamente punk e i riff hard di “Licensed To Ill” (decuplo platino negli USA!) riuscendo miracolosamente nel contempo a guadagnare il rispetto dell’originale scena nera, i nostri eroi  procedevano allegramente a violare qualunque obbligo l’industria discografica imponga alle sue stelle – un suono il più possibile riconoscibile e simile a se stesso, nessuno scarto eccessivo fra un disco e l’altro, qualche canzone trainante in ogni album – in una collezione senza pause di hip hop duro e puro, senza quasi traccia delle chitarre di “Licensed To Ill” e un unico brano (Hey Ladies) spendibile sulle radio. Non bastasse: copertina priva di titoli, a rimarcare la volontà che l’opera venisse fruita come assieme, ove l’esordio era alla lunga sembrato una raccolta di 45. Ed è questa la maniera giusta di accostarsi al disco in ogni senso più “nero” dei Beastie Boys. Alla sua uscita da molti vennero dati per finiti. Cominciava invece un’altra storia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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