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Kendrick Lamar – Damn. (Top Dawg)

Si potrebbe partire dai numeri che dicono che “Damn.” per un verso sta eguagliando e per un altro superando il predecessore, il monumentale in ogni senso “To Pimp A Butterfly”. Se si parla di stampa fa impressione che Metacritic, sito che aggrega recensioni e ne fa la media matematica, gli abbia assegnato come voto uno stratosferico 96 su 100, che è esattamente il punteggio cui era arrivato l’album “vero” prima. Se si parla di vendite, nei soli Stati Uniti – dove è andato al primo posto, da cui l’ha detronizzato Drake – ha totalizzato seicentomila copie in due settimane e dunque tutto lascia supporre che si lascerà alle spalle le novecentomila del capolavoro di cui sopra. Ad ascoltare metà del suo relativamente conciso programma – 54’05” contro i 78’51” di “To Pimp A Butterfly”, la cui lavorazione aveva inoltre generato i 34’06” di demo inediti di “Untitled Unmastered” – non c’è da stupirsene: canzoni come le languide Loyalty (molto Jay-Z e con un “featuring” di Rihanna) e Pride, una Love pregna di pop e reggata, la cupa XXX (ci sono gli U2, ma bravi se riuscite a sentirli) o l’etereo funk (se la contraddizione in termini è concessa) Duckworth hanno un potenziale commerciale clamoroso. Ad ascoltare l’altra metà un po’ ci si sorprende sì: perché è hip hop del più hardcore, rapping torrenziale (il momento più alto l’ipnotico mantra con canto gregoriano deforme di Feel) su basi scheletriche.

Il problema è che “To Pimp A Butterfly” faceva di un eclettismo ecumenico (tanto soul e jazz in tralice, che qui si ritrova giusto in una Fear capace di evocare anche Curtis Mayfield) la sua forza. Nel contempo uscendo dal recinto dell’hip hop e promettendo per lo stesso un’Era Nuova. “Damn.” – paradossalmente – fa numeri più grandi parlando a una platea più ristretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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I migliori album del 2016 (4): A Tribe Called Quest – We Got It From Here… Thank You 4 Your Service (Epic)

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Doppiamente inaspettato l’ultimo – in ogni senso – album della posse newyorkese: perché, a diciotto anni da quel “The Love Movement” che sembrava avere messo il punto a capo definitivo a una delle epopee che hanno fatto la Storia della black, nessuno si attendeva una postilla; ma, soprattutto, perché era inimmaginabile un nuovo finale di simili eleganza e pregnanza. Un capolavoro, insomma. Un altro. E che rappresenti pure il congedo – da questa terra, dopo avere battagliato contro la malattia per ventisei dei quarantacinque anni che ha vissuto – del rapper Phife Dawg in luogo di allungare un’ombra di malinconia sul disco lo ammanta di un’aura gloriosa. Giacché se qualcosa può sconfiggere la morte è l’Arte.

Da dove cominciare? Dagli ospiti? Vale solo per sottolineare l’enorme rispetto di cui gli A Tribe Called Quest godono sia nell’ambito di quell’hip hop che cominciavano a rivoluzionare nel 1990 con l’epocale “People’s Instinctive Travels” – offrono camei fra gli altri Busta Rhymes, Talib Kweli, Kendrick Lamar, Kanye West e André 3000 – che in area pop-rock ed ecco fare capolino Jack White ed Elton John. Altro conta: che più che a qualunque altro dei cinque predecessori “We Got It From Here…” si riallacci proprio al debutto, quasi anello mancante fra quello e il diversamente colossale – lì si celebrava il primo e fra i più memorabili matrimoni fra rap e jazz – “The Low End Theory”. Quasi: siccome gli attempati ragazzi nel mentre ritrovano l’ispirazione hippy-hop che li accomunò ai compagni di merende floreali De La Soul e Jungle Brothers la collocano in una cornice 100% 2016. Non un sospetto di nostalgia in sedici formidabili tracce che girano fra austerità hardcore e seduzione soul, pulsioni funk, una svisata rock, un affondo raggamuffin.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly (Top Dawg)

Kendrick Lamar - To Pimp A Butterfly

Si potrebbe partire dall’abito, che qualche volta fa eccome il monaco, e notare quanto si somiglino – che sarà un caso, ma proprio a ragione di ciò è particolarmente significativo – le copertine dei due dischi più belli e importanti prodotti dalla black music non direi solo in questi ultimi mesi ma nel decennio in corso. Se non, addirittura, in questo primo quindicennio di secolo nuovo. Sia “Black Messiah” di D’Angelo che il secondo album “vero” (non contandone dunque uno pubblicato solo in digitale e vari mixtape) del rapper californiano Kendrick Lamar mostrano piccole folle di afroamericani le braccia levate al cielo, immagini di grande potenza iconica che rimandano a un’epoca ormai antica di lotte e speranza. Ciò che non è un caso è che, in modi e mondi contigui ma diversi, muovendosi il primo in un ambito di black più tradizionale e il secondo venendo dall’hip hop e mantenendo lì entrambi i piedi ben saldi, sia l’uno che l’altro evidenzino una profonda conoscenza della storia unita alla capacità di sintetizzare per poi andare, idealmente, avanti.

In testa nel momento in cui scrivo in tutte le classifiche di “Billboard” (generalista, rap e R&B), “To Pimp A Butterfly” non solo mantiene le non poche promesse profferite nel 2012 dal brillante “good kid, m.A.A.d. City” ma va molto oltre in settantotto minuti densissimi, in dodici tracce affollate di “featuring” (benedicono l’avvento del nuovo campione personaggi del calibro di George Clinton, Ronald Isley, Dr. Dre, Bilal, Flying Lotus, Pharrell Williams e Snoop Dog), dense di rime fulminanti, pregne di una funkitudine infiltrata di soul come di jazz. Un classico istantaneo, di una tale forza che potrebbe persino inagurare un’era nuova per un hip hop da troppo tempo sottomesso agli stereotipi. Ma sarà dura, durissima andargli dietro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

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Frankie HI-NRG MC: l’impresa di esprimersi

Che io detesti fare interviste è notorio (massimo ne avrò fatte quindici in vita mia). Grande sorpresa dunque presso la redazione dell’allora settimanale “Il Mucchio” quando, all’altezza della pubblicazione di “Ero un autarchico”, mi offrivo volontario per andare a fare quattro chiacchiere con Frankie HI-NRG MC. È che mi era venuta la curiosità di verificare che tipo di persona fosse un artista per il quale nutrivo un’enorme stima sin dai tempi del pionieristico e capitale – per il rap italiano – Fight da faida. Per certo non ne rimasi deluso. Anzi! Fui talmente colpito dalla signorilità e dall’affabilità del nostro uomo che da lì a qualche anno mi candiderò a una seconda trasferta milanese giusto per il piacere di potere trascorrere un’altra ora con lui.

Questa prima intervista usciva accompagnata da una scheda di Federico Guglielmi che potete leggere qui.

Frankie HI-NRG 2003

Sono quasi le sette di una sera milanese di inizio autunno indaffarata e rumorosa come stereotipo vuole quando, con buona mezz’ora di ritardo rispetto al fittissimo programma di incontri, vengo ammesso in presenza di Frankie. Sono l’undicesimo giornalista cui si concede e nemmeno l’ultimo in questa giornata dedicata alla promozione di “Ero un autarchico”, il suo terzo album, atteso non per modo di dire siccome quello prima è una storia di sei anni fa. È evidentemente stanco il nostro uomo (ma anche felice e la ragione di questa sua felicità gli siede a fianco) per questo tour de force di parole parole parole, lui che pure con le parole ci sa fare come nessuno in Italia nel suo ambito. E non bastasse è raffreddato. E non bastasse ancora odia farsi intervistare. Io odio intervistare. Cominciamo.

Luogo comune, che come tutti i luoghi comuni contiene un fondo di verità, vuole che un romanziere rifaccia sempre lo stesso romanzo e così un musicista lo stesso disco. Fra il tuo nuovo lavoro e i precedenti ci sono evidenti elementi di continuità…

Ad esempio il titolare del disco.

Ad esempio. Magari anche certi vezzi, tipo quello di cominciare e finire sempre allo stesso modo, con un’introduzione – Prima nel ruolo che fu di Entro e di Incipit – e un’uscita di scena – che oggi si chiama Dopo quando ieri era stata Outcipit e ieri l’altro Esco –, quasi si trattasse più di un atto teatrale che di un album.

Son soddisfazioni… Un giorno metterò pure l’intervallo.

Già fatto! Alla fine della prima facciata di Verba manent invitavi l’ascoltatore a girare il disco.

È vero. Purtroppo funziona solo con cassetta e vinile.

Certamente ci sono marcati elementi di continuità, dicevo, ma si notano scarti non meno pronunciati. La discontinuità più lampante a mio giudizio è data dall’umore dell’artefice. Riascoltato dopo “Ero un autarchico”, “La morte dei miracoli” mi è parso ancora più depresso (scoppia in una risata) di quanto non ricordassi. Qui non si ha più la sensazione di trovarsi davanti a uno che – per citarti – prende le distanze da sé. Trovo quest’album molto più… ironico. Magari dici pure cose pesanti, meni randellate da paura a partire da Chiedi chiedi che oltretutto è il singolo, ma anche quando lo fai è sempre… quasi con il sorriso sulle labbra.

Hai ascoltato lo stesso disco che abbiamo ascoltato noi. Sono d’accordo. Se peraltro dovessi riprendere in mano quello prima ancora lo scopriresti…

…molto più prossimo! Infatti.

Perché è proprio una questione umorale. Hai colto in pieno. Ed è anche una questione di crescita che c’è stata nel frattempo, nel senso che sono cresciuto numericamente e non si tratta di pura e semplice aritmetica. Fatto è che la geometria degli affetti ha acquisito forme multispaziali e l’avere avuto una maturazione mi fa sentire più forte nelle scelte che devo operare nella mia vita – che dobbiamo operare nella nostra vita – e mi ha fatto divertire di più quando si è trattato di dire delle cose. Allora ho cercato di porgermi come mai prima, con una certa… leggerezza. Non mi interessa più parlare da un avello fumante, da un pulpito mezzo diroccato. Non mi viene più. Non me ne frega più niente. Sia chiaro: non disconosco “La morte dei miracoli”. Però è indubbiamente un disco a tratti torvo, mentre questo nuovo sa sorridere.

Ci sono parecchi più siparietti del solito. Non che siano mai mancati, ma stavolta addirittura sopravanzano le canzoni vere e proprie.

È un album contemporaneamente più divertente e più divertito di quello prima. Più brillante, brioso, ballabile.

Ove “La morte dei miracoli” al confronto vanta una maggiore raffinatezza, con sottigliezze negli arrangiamenti che contribuiscono a renderlo un’opera più “di atmosfera”. Questo gioca sull’impatto.

Ah, sicuramente. È figlio dell’aria che si respirava in studio che era figlia del piacere di realizzare collettivamente un qualcosa di gratificante per tutte le persone coinvolte. E quindi è assai meno fosco del predecessore che – non ho difficoltà ad ammetterlo – lo era alquanto. Se pensi che escludendo Cali di tensione, che in ogni caso ha un titolo che la dice lunga, il primo pezzo che scrissi per quel disco, quello che diede la stura a tutto il processo creativo, fu proprio quello che citavi prima, quell’Autodafè che comincia dicendo “prendo le distanze da me/perché non voglio avere niente da spartire con me/da condividere con chi come me non fa nulla per correggersi/sono il mio nemico, il più acerrimo” eccetera… be’, non credo sia necessario aggiungere altro. Resta una canzone che mi piace tantissimo, però adesso… boh…

Vivi meglio. Avevo colto questa vicinanza a “Verba manent” e ciò mi porge il destro per notare che è forse dovuta anche alle collaborazioni. Un elemento di continuità/discontinuità rispetto al passato è che tornano prepotentemente alla ribalta Alberto Brizzi e Marco Capaccioni, che in “La morte dei miracoli” c’erano ma restavano defilati e qui invece hanno avuto, a scorrere i crediti, un ruolo notevole. Brizzi aveva offerto apporti importanti, determinanti addirittura, al tuo esordio adulto.

“Verba manent” ci aveva legati anima e corpo in una maniera un po’ irrazionale nella sua assolutezza ed era probabilmente inevitabile che ci fosse poi una fase nella quale ci siamo allontanati. Chiamiamolo un periodo sabbatico. Ci siamo lasciati senza nemmeno dirci troppe cose, un po’ così, un distacco che mi ha dato sensazioni non granché gradevoli. Quando si è trattato di metter mano a “Ero un autarchico” non ho però avuto dubbi su quello che sulla carta era il migliore team produttivo con cui portare avanti il progetto. Il che non toglie che avessi qualche timore su come li avrei trovati. Riscoprirli forti ed energici come li avevo lasciati, con quel desiderio di lavorare dando quell’impronta stilistica che ci ha sempre caratterizzati, è una cosa che mi ha riempito di gioia. E i loro contributi sono stati sostanziali, a livello di composizione, di arrangiamenti, di ricerca dei campioni. È stato un piacevolissimo ritorno a casa, non esattamente una faccenda da figliol prodigo, perché non è stato sacrificato alcun vitello grasso, ma insomma. Mi sa che invecchiando si diventa più romantici.

Se no ci si incarognisce.

Come i peggiori personaggi di Paolo Stoppa (ridacchia e fa una faccetta buffissima, da cartone animato).

Fin da Fight da faida, che con diecimila copie stabilì un piccolo record in ambito indipendente, i tuoi dischi hanno sempre totalizzato cifre di tutto rispetto. L’avere venduto tanto – centocinquantamila copie di “La morte dei miracoli”, mi si dice – ti ha facilitato nei rapporti con la casa discografica o si è rivelato viceversa un problema? Voglio dire… li hai fatti aspettare un album nuovo per sei anni: ti hanno lasciato in pace perché comunque sei uno che fa fatturato? Oppure ti hanno fatto capire che ci stavi mettendo troppo?

Qualche sollecitazione c’è stata, ma sempre porta con garbo, con la coscienza di quelle che erano le mie esigenze e le mie vicissitudini. La più interessante ed efficace mi è giunta dal presidente stesso della BMG, che in un colloquio che abbiamo avuto mi si è rivolto così, testuale: “Senti, ma tu ha intenzione di fare un altro disco? Oppure vuoi fare… non lo so… un film? Un libro? Parliamone”. Mi ha colpito constatare come un imprenditore potesse essere così aperto riguardo alla possibilità di diversificare il prodotto secondo le esigenze del produttore.

Una dimostrazione di grande rispetto.

Esatto! Poi, è evidente, gli stipendi non sono io a pagarglieli ma Ramazzotti: altri numeri, altra consistenza degli introiti. Ma anch’io offro un apporto al funzionamento della macchina e mi piacerebbe continuare a offrirlo, continuare a vendere tanto, perché è vendere che ti dà l’opportunità di impegnarti in progetti sempre più ambiziosi. E poi puoi fare stare meglio le persone che lavorano con te, ed è importante.

L’hip hop non ha mai avuto nei confronti dell’avere successo l’ipocrisia di certo rock.

È una cosa proprio italiana questa cultura che è stata dominante per decenni e che esige che se un artista ha dei contenuti deve per forza vivere in francescana povertà, e se si arricchisce con i proventi della sua arte ne consegue che ha tradito chissà quale causa: ma che due palle! Non deve essere così. Se lo è stato per alcuni, anche loro hanno ormai cambiato idea. Quando io per primo firmai per una multinazionale mi spararono addosso ad alzo zero, quando tutti hanno firmato…

Guarda caso più di uno per la BMG, usufruendo direttamente del tuo successo.

…allora è diventata una strategia.

Avere successo si misura pure con parametri che non sono quelli puri e semplici del fatturato. Un indizio certo è l’entrare nell’immaginario collettivo. Un altro è prestargli modi di dire. In tempi recenti un noto dizionario è stato pubblicizzato con uno slogan che fu tuo: “potere alla parola”. Chiederai i diritti?

Ci ho pensato! Sinceramente. Però potrei accontentarmi di una copia omaggio. Mi tornerebbe utile, visto che quello che ho non è aggiornato. Credo di meritarmela anche perché ho dimostrato, e non penso di essere arrogante a dirlo, di essere uno che dei dizionari fa buon uso.

Torniamo sul rapporto con il resto del rap italiano. Da un lato conflittuale: mi viene in mente il “di posse già oggi son piene le fosse” in Faccio la mia cosa, AD 1992. Da un altro non sono mai mancati né omaggi, agli OTR nel primo LP, né collaborazioni: con Ice One, con La Comitiva, con Flaminio Maphia. Nei resti di quella che fu una scena, come ti collochi?

Guarda, ho molte difficoltà a definire i contorni di una scena. Non sono mai stato abbastanza addentro al cosiddetto underground, ma nemmeno mai lontano come oggi. Sempre che esista ancora.

È possibile che a essere sparita sia stata solo la sua visibilità?

Se così fosse, è una fortuna. Il meglio che possa accadere all’hip hop di noi altri dopo gli anni del presunto boom è che ci sia un azzeramento e si ricominci tutto da capo, dal basso, da ragazzini che iniziano a ballare, rappare, mettere i dischi e fare scratching, scrivere i pezzi. Che si ricrei un humus, ecco. Sai chi fu letale per la scena? Quel tuo collega che se ne uscì con la formula della “musica posse”, un’assurdità che non stava né in cielo né in terra e metteva assieme Frankie e i Mau Mau, Assalti Frontali, gli Strike, Persiana Jones e il Sud Sound System, realtà e stili che pochissimo quando non nulla condividevano. Aiuto! Per certo all’hip hop non giova nemmeno il fatto che sia diventato una moda. Accendi la radio e senti Eminem, cambi stazione e senti Eminem, o 50 Cent, o comunque sempre quei dieci nomi, sempre quelli, una cosa insopportabile. Che probabilmente è ciò che ha fatto sì che a un certo punto cominciassero a uscire dei gruppi di ragazzotti – che so? – della Bassa Padana che posavano con delle bandane, in posizioni plastiche, davanti a macchinoni e con a fianco le fidanzate in bikini… delle robe imbarazzanti! Ma figli miei, non ce l’avete un po’ di senso del ridicolo? Ma siate buoni! Bisognerebbe mettere un pizzico di Italia nell’hip hop, che è una cultura globale, è questa grossa scatola dove ciascuno infila il suo plug-in e prende il resto. E in tal modo la scatola diventa sempre più grossa, e indefinibile. Invece da noi c’è sempre stato un tipo di fruizione a emulare/simulare gli Stati Uniti. Altrove in Europa non è così. In Germania, in Francia… in Svizzera! In Svizzera c’è una scena incredibile, che spacca le gambe a tutti per quanto è viva, verace, ricca, forte. Vendono dischi e fanno remix per altri e a volte persino per gli americani. Non si autoghettizzano, come masochisticamente si usa o si usava dalle nostre parti.

A proposito di americani: tu sei andato in tour, nei tuoi verdi anni, con Beastie Boys e Run DMC, in seguito hai collaborato con Nas e ultimamente con RZA, del Wu-Tang Clan. Cosa ti è rimasto di queste esperienze?

Sono state tutte gratificanti, anche se naturalmente in misura e maniera diverse. Con Beastie Boys e Run DMC… è successo tanti anni fa, ero giovane e i rapporti furono ridotti all’osso, un po’ per una questione di timidezza da parte mia, un po’ perché nei confronti del gruppo di supporto da parte di un certo tipo di artisti c’è sempre una sorta di naturale scetticismo. Posso dire veramente poco, se non di avere assistito a dei bellissimi concerti dopo essere sceso da quello stesso palco, cosa di per sé emozionante. Per quanto concerne Nas, è stata una collaborazione a distanza. Si trattava di sostituire Puff Daddy e mi dichiaro soddisfatto del risultato. L’incontro con RZA è praticamente piovuto dal cielo, previa telefonata di un discografico che mi fa “C’è un certo Erre Zeta A (la risata è omerica) che vorrebbe…”. Ho colto al volo la possibilità di poterlo conoscere e ho registrato questo pezzo che è una lettera che gli scrivo: Caro Reza (comincia a rappare) qui la storia è tesa, potersi esprimere sta diventando un’impresa, o meglio poterlo fare libero da vincoli politici, senza assecondare orrendi gusti estetici… e quant’altro. È una canzone che affronta il problema dell’esprimersi, del fatto di sentirsi costretti a fare una cosa bella, perché è la tua etica che te lo impone, e poi dovere convincere altri, che sono quelli che venderanno questa tua cosa, che è valida e non va alterata. Trovarmi in una stanza con questo artista che ammiro a raccontargli il brano e sentirmi rispondere “guarda, ho sempre avuto pure io questi problemi e probabilmente sempre li avrò” più che semplicemente piacevole è stato incredibile. Scoprire poi che è un musicista vero, uno che suona benissimo il pianoforte e ha un’approfondita conoscenza della musica classica… fantastico. Colgo l’occasione per rimarcare che, a parte l’incontro con RZA, le collaborazioni che trovo più appaganti, perché più mi aiutano a crescere, sono quelle fuori dal perimetro dell’hip hop. Ci tengo particolarmente a citare quella con Alter Ego, che è questo gruppo romano di avanguardia che dell’accademia ha la formazione ma non la supponenza. Musicisti straordinariamente aperti, che praticano molto l’elettronica (sono stati loro, per dire, a farmi scoprire i Matmos) e hanno una curiosità vivissima, capaci di apprezzare in maniera non superficiale quello che faccio e di motivarmi a essere interprete, cosa che prima non ero mai stato, nel senso che ho sempre maneggiato unicamente materiali miei.

Il primo disco che hai comprato in vita tua…

My Sharona degli Knack.

Un classico assoluto!

Quando poi i Run DMC lo hanno campionato paro paro in “Raising Hell”, un cerchio si è chiuso.

Tu come li scegli i campionamenti? Cosa è che ti ispira?

Non so spiegarlo razionalmente. Sto ascoltando della musica e a un tratto qualcosa chiede prepotentemente la mia attenzione, di essere risentito, enucleato, replicato. Funziona così.

Il tempo sta scadendo e non ti ho ancora fatto la domanda più ovvia: perché “Ero un autarchico”?

Ovviamente è una citazione, ovviamente è un omaggio a Nanni Moretti, che nel titolo del suo primo film diceva Sono un autarchico e oggi secondo me è splendido nel continuare a esserlo, ma come parte di una comunità di persone che si prendono per mano e fanno dei girotondi, che è la cosa più fresca e positiva che sia accaduta alla politica, alla vita di questo paese da parecchio tempo in qua.

“Basta una busta nella tasca giusta in quest’Italia così laida”, rappavi in Fight da faida nel 1991, anticipando di pochi mesi Tangentopoli. Condividi il mio sospetto che si stesse meglio quando si stava peggio? L’album si apre con Raplamento, un anagramma di “parlamento”, che non le manda a dire al riguardo.

Mi piaceva l’idea delle camere viste come le curve di uno stadio in cui ciò che deve succedere succede sugli spalti invece che in campo. Ma a guardarli questi politici non sembra pure a te di vedere un quadro di Bruegel? C’è il gobbo, il nasone, lo smilzo, il baffuto, quello storto, quello che fa la cacca in un angolo, quello che infila un dito in un occhio a un altro. Che brutta gente! Trovo sconfortante una tenzone politica in cui il centro-destra è sempre meno centro, salvo uscirsene con proposte genialmente paracule come quella di concedere il voto agli immigrati…

Tanto per bilanciare deliri come quello sulle droghe.

…giusto. Mentre dal canto suo l’opposizione troppo spesso è tale soltanto di nome. È tempo di rimboccarsi le maniche, di affrontare i problemi veri, quelli con i quali l’uomo della strada ha a che fare ogni giorno, e per altro verso di non essere più muti testimoni di una destra estrema che fa dichiarazioni pesantissime – tipo quella sui giudici antropologicamente matti, tipo quella su Mussolini dittatore benevolo – e poi due ore dopo le smentisce dicendo che erano una battuta. Ma allora non avete il senso dell’umorismo, ma allora siete tutti comunisti! Basta! Io culturalmente, direi addirittura geneticamente, sono di sinistra, ma ciò non mi impedisce di notare le deficienze di questa sinistra inane. Tornando al titolo, mi sono sempre visto come un autarchico, uno che ama fare tutto da sé, ma maturando ho finito per rendermi conto che da soli si ottengono meno risultati che in compagnia. È più fruttuoso cooperare. Sulla copertina c’è un paio di occhiali smontati, tante parti che assemblate fanno un intero. Io sono solamente una di quelle parti.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.552, 28 ottobre 2003.

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Cody ChesnuTT prima di Cody ChesnuTT

Stento a crederci anch’io che pure l’ho appena recensito per il numero di ottobre del “Mucchio”: da qui a un mese e ad appena quei dieci anni dall’acclamato esordio “The Headphone Masterpiece”, sarà disponibile al pubblico un secondo album di Cody ChesnuTT. Assai diverso dal predecessore ma del tutto all’altezza delle elevatissime aspettative, “Landing On A Hundred” mette felicemente fine a uno dei più prolungati “blocchi dello scrittore” che si ricordino. Ritorno da applausi, dunque, ma perché un silenzio così lungo? Ritorno che per quanto mi riguarda comincio e anzi continuo a celebrare ripescando un breve pezzo scritto sempre per la rivista di cui sopra e che in origine si intitolava “10 album da avere se Cody ChesnuTT vi ha fatto impazzire”.

BEATLES “White Album” (Apple, 1968) – È o non è The Most Beautiful Shame uno dei più plausibili apocrifi tardo-beatlesiani di sempre? Lasciatisi alle spalle “Sgt. Pepper’s”, Brian Epstein e Maharishi Mahesh e sulla strada per la disintegrazione, i Fab Four assemblano il penultimo capolavoro agendo come mai prima: spesso ciascuno per suo conto. Monumentali (ci vogliono quattro lati per contenerli) e schizofrenici gli esiti, fra blues e vaudeville, folk, avanguardia e anticipi di punk-rock.

SLY & THE FAMILY STONE “Dance To The Music” (Epic, 1968) – Dopo le malriuscite prove tecniche di trasmissione di “A Whole New Thing”, Sylvester “Sly Stone” Stewart e la sua composita (ogni sesso e ogni razza rappresentati) e coloratissima Famiglia aggiustano il tiro e confezionano il primo di una serie di cinque 33 giri formidabili. È un carnevale (di New Orleans) di ottoni puntuti e voci ludiche, chitarre iniettate di fuzz e tastiere errebì, bassi funkissimi e percussioni elastiche, possenti, tribali.

CURTIS MAYFIELD “Roots” (Curtom, 1971) – Triste vita finora la vostra se ha dovuto fare a meno dei fiati barocchi, dei cori orgasmici, delle chitarre a bagno nell’LSD e del passo implacabile di Get Down, del gospel laico di Keep On Keeping On, della gioiosa invocazione We Got To Have Peace, della stridula esuberanza di Beautiful Brother Of Mine, dell’elettrica tagliente, degli archi svolazzanti e degli ottoni imperiosi di How You’re Gone, della colata di miele di Love To Keep You In Mind.

FUNKADELIC “One Nation Under A Groove” (Warner Bros, 1978) – I Funkadelic di George Clinton (tutta un programma la ragione sociale) si ispirano inizialmente a Jimi Hendrix come a James Brown, ai Grateful Dead come a Sly Stone, agli MC5 e a Sun Ra. Con il trascorrere degli anni, pressoché intatto il tasso di psichedelia, incrementano ritmi e negritudine avvicinandosi sempre più ai gemelli Parliament. “One Nation Under A Groove” (tutto un programma il titolo) è un’apoteosi di lisergica ballabilità.

ROLLING STONES “Some Girls” (Rolling Stones, 1978) – Gridano allo scandalo certe zucchine vuote quando gli Stones si mettono a flirtare, succhiando come vampiri energia al coevo punk, con la disco. Ascoltata con il senno di poi, Miss You è, oltre che una canzone fantastica, il primo esempio di moderno crossover e uno dei più felici di sempre. Il soul di Imagination e il country di Far Away Eyes fecero un bambino e lo chiamarono Cody.

MARVIN GAYE “Midnight Love” (Columbia, 1982) – Non si preoccupa più, come negli ormai lontani (un decennio) tempi di “What’s Going On”, dello stato dell’Unione Marvin Gaye. Gli interessano di più cocaina e fica (titolo originale di quella Sanctified Lady che sarà il primo hit postumo: Sanctified Pussy) e c’è da stupirsi che, nell’attesa che il padre gli spari, riesca a confezionare un LP di tale eleganza e compattezza. Sensualissimo (Sexual Healing) e dinamico (Rockin’ After Midnight).

PRINCE “Sign O’ The Times” (Paisley Park, 1987) – È un po’ il White Album, estremamente variegato ma in qualche modo coeso e coerente, del signor Roger Nelson, che l’avrebbe voluto triplo ma la Warner pose il veto e dire che da anni il Nostro pagava gli stipendi a mezza compagnia. Qui l’inizio dell’acrimonioso divorzio. Qui, in quattro memorabili facciate oppure due CD, di tutto e di più: electro e Barry White, Parliament, blues e psichedelia, Hendrix in spirito e Miles Davis in carne, ossa e tromba.

LENNY KRAVITZ “Mama Said” (Virgin, 1991) – D’accordo: un copione. Ma chi non lo è? E poi eleggere a numi tutelari Jimi Hendrix e Curtis Mayfield, Sly Stone e John Lennon certifica che si è persone come minimo di buon gusto. E se per qualche tempo si è pure capaci – per lo spazio di due album in questo caso: l’esordio “Let Love Rule” dell’89 e soprattutto questo “Mama Said” – di scrivere brani assolutamente all’altezza dei portentosi modelli, è appieno meritato il clamoroso successo che si riscuote.

ARRESTED DEVELOPMENT “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of” (Chrysalis/EMI, 1992) – La città che ha dato i natali a ChesnuTT, Atlanta, non esiste sulla mappa dell’hip hop fin quando non ve la pongono gli Arrested Development. Ma ben altro è il loro contributo al genere: prima posse sessualmente mista, riesumano il vestiario afro-hippy di Sly Stone e con esso un funky campagnolo e psichedelico. Naturale che il pubblico del rock caschi ai loro piedi. “Zingalamaduni” rinnoverà la magia e il successo di questo capolavoro politicamente consapevole.

BEN HARPER “Burn To Shine” (Virgin, 1999) – All’uscita al proscenio (con “Welcome To The Cruel World”, 1994) Ben Harper entusiasma per la capacità sincretica con cui accosta e mischia blues e reggae, folk e gospel, soul e rhythm’n’blues e scampoli di rock duro e/o psichedelico in canzoni di grande incisività pop e buon pathos. All’altezza del terzo LP (“The Will To Live”, 1997) parrebbe però prossimo a cadere preda della temibile “sindrome di Kravitz”. “Burn To Shine” rimette sollecitamente le cose a posto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n. 542, 15 luglio 2003.

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La Old Skool dell’hip hop: 1981-1991 – I dieci (più dieci) album fondamentali

Quarto e penultimo recupero su VMO di una delle otto discografie base di genere che compilai per “Il Mucchio” negli anni del settimanale.

Provvede la prima pagina della Genesi a chiarirlo: le cose non esistono fin quando non hai dato loro un nome. In principio era la parola. Messa in rima da poeti itineranti costituiva il fulcro della cultura orale delle genti d’Africa. Infranta la loro unità da trasferimenti coatti di massa oltre Atlantico, stante la proibizione del tamburo in quasi tutto il Nord America (faceva eccezione New Orleans, che non a caso sarà  mamma del jazz e  nonna del rock), gli schiavi non avranno  modo per difendere la propria identità che continuare a passarsi storie. Ci sono logica e poesia nel fatto che coloro che sono considerati i primi rapper, i newyorkesi Last Poets, appoggiassero i loro versi a minimali fondali percussivi. Loro controaltare a Ovest, i losangeleni Watts Prophets rinunciavano a volte a ogni orpello strumentale. Una parte del programma del misconosciuto “Rappin’ Black In A White World”, del 1971, è di sole voci. In principio era il rap.

Ma, benché siano spesso usati indifferentemente, “rap” e “hip hop” non sono sinonimi. Il primo è una delle quattro discipline che danno vita al secondo, essendo le altre turntablism, ballo e graffiti. Per ovvie ragioni, non ci occuperemo qui della terza e della quarta, concentrandoci sugli aspetti musicali di un fenomeno di cui abbiamo designato il 1981 a data di nascita. Non il ’70, perché quello di Last Poets e Watts Prophets era rap, non hip hop. Non il ’79, anno in cui la Sugarhill Gang mandava in classifica i 14’10” di Rapper’s Delight, perché la base di quel brano era suonata da un gruppo e quel gruppo era una creatura di studio, non un prodotto di quelle feste danzanti in cui una trimurti di dj andava da qualche tempo cambiando le regole del mettere dischi. I loro nomi? Clive Campbell, Joseph Saddler, Kevin Donovan. In arte: Kool Herc, Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa. Furono i primi a notare che i ballerini erano sensibili a certi stacchi di batteria (i break) e ad avere l’idea di prolungarli suonando insieme due copie dello stesso vinile; i primi a usare tali stacchi per unire frammenti anche brevissimi; i primi a sfruttare l’effetto, detto “scratching”, che si produce riportando indietro un disco sotto la puntina. Degli anni pionieristici dell’hip hop, la seconda metà dei ’70, quelli dell’incontro fra il Giradischi e la Parola, non esiste documentazione fonografica. Era una faccenda newyorkese e del qui e ora. Come le jam nel jazz. La Sugarhill Gang ebbe se non altro il merito di portarlo fuori dal Bronx. Il primo a ricostruire questo coraggioso mondo nuovo su vinile fu però il Grandmaster Flash di Wheels Of Steel, brano che di cento canzoni vecchie ne fa una che più nuova non si potrebbe.

1981: anno uno di uno stile si farà onnipervasivo, nuova rivoluzione dopo il rock’n’roll. Creato e fruito da neri fino all’incontro con il pubblico del rock passata la metà del decennio. Sarà allora, quando impatterà con la gioventù bianca, che inizierà a fare paura. Gi anni dall’86 all’89 restano artisticamente i più fulgidi della sua storia, con un florilegio di creatività senza pari, fra i suoni terroristici dei Public Enemy e quelli gentili dei De La Soul, fra i riff dei Beastie Boys e l’eleganza hardcore di Eric B. & Rakim. L’hip hop dei ’90 smarrirà  il rapporto con il giradischi, preferendogli il campionatore. È nondimeno un’altra la ragione che ci ha spinto a stabilire nel 1991 lo spartiacque. Il 4 marzo di quell’anno, a Los Angeles, un automobilista di colore veniva picchiato da poliziotti razzisti. Ordinaria amministrazione, non fosse che un video li inchiodava. La loro assoluzione, tredici mesi dopo, causava una rivolta al termine della quale si contavano cinquantotto morti. Incredibilmente, a pagare veniva chiamato l’hip hop, criminalizzato da politici e media per essere stato specchio fedele dei mali della società. Invece che a operare per ridurre il disagio sociale, ci si dedicava a censurare. Paradossali gli effetti: “The Chronic” di Dr. Dre, detonatore nel ‘92 del cosiddetto gangsta-rap (commercialmente fortunatissimo), sta a “Straight Outta Compton” degli N.W.A come un film a un telegiornale. Del resto, Hollywood è lì a due passi, no?

GRANDMASTER FLASH & THE FURIOUS FIVE “Greatest Messages” (Sugarhill, 1983) – Più raccolta che album, “Greatest Messages” contiene i tre brani chiave del Vangelo secondo Joseph Saddler: The Adventures Of Grandmaster Flash On The Wheels Of Steel, colossale metabrano ricavato da citazioni di Blondie, Queen, Chic, Incredible Bongo Band e cento altri; The Message, il più incisivo ritratto mai disegnato dell’America di Reagan; White Lines, crociata anticocaina propulsa da un basso scippato ai new wavers Liquid Liquid. Non vi serve altro.

LL COOL J “Radio” (Def Jam, 1985) – James Todd Smith ha sedici anni quando pubblica questo classico. Basi scarne quanto sono guascone rime e posa. Ladies Love Cool James? I ragazzi anche. Inno definitivo del b-boy, I Can’t Live Without My Radio è uno dei momenti che più hanno contribuito a formare la cultura hip hop.

RUN-D.M.C. “Raising Hell” (Profile, 1986) – Già idolatrati dal pubblico di colore per l’epocale singolo It’s Like That/Sucker MC’s e per album come l’omonimo debutto e il seguente “King Of Rock”, i Run-D.M.C. sono i primi a portare il rap nell’arena mainstream, con la cover, massiccia e swingante, di Walk This Way degli Aerosmith. Resuscitando incidentalmente la carriera di questi ultimi.

BEASTIE BOYS “Licensed To Ill” (Def Jam, 1986) – È bianco il primo 33 giri hip hop a capeggiare le classifiche USA. Quasi una parodia a sentirlo con orecchio distratto, fra una cafonata da collegiali ubriachi e in foia e un riffone hard, “Licensed To Ill” svela a più attento scrutinio una conoscenza profonda dello stile praticato e rispetto per le sue radici nere.

PUBLIC ENEMY “Yo! Bum Rush The Show” (Def Jam, 1987) – Il Funk che si fa Rumore. Caotico ma organizzato, denso ai limiti della claustrofobia, martellante, abrasivo, il suono di “Yo! Bum Rush The Show” è uno shock da cui il pop impiegherà anni a ripigliarsi. Impalcatura di un immaginario e una filosofia di vita non meno radicali, progenie delle Pantere Nere piuttosto che di Martin Luther King. CNN dei neri su cui i bianchi saranno lesti a sintonizzarsi.

ERIC B. & RAKIM “Paid In Full” (4th & Broadway, 1987) – La più bella canzone hip hop di sempre? Per molti Paid In Full  nel Coldcut remix incluso nella colonna sonora di Colors. Qui c’è l’originale, con a corona gemme come My Melody e Eric B. Is President. Basi asciutte ma di straordinaria efficacia (Eric B.), rapping porto con una finezza che sarà imitatissima ma resterà inimitabile (Rakim). Merito di I Know You Got Soul se le giovani generazioni riscopriranno James Brown. Il Padrino, irriconoscente, farà causa.

N.W.A “Straight Outta Compton” (Ruthless, 1988) – Il primo grande hip hop a giungere dalla West Coast è quello forgiato da questa ghenga di malavitosi provocatoria sin dal nome (l’acronimo sta per Niggers With Attitude). Suoni di una forza da far concorrenza ai Public Enemy, testi che sono cronache dal ghetto di una crudezza inaudita, tuttavia distanti da quella che sarà la pantomina gangsta. Fuck Tha Police, recita un titolo. La polizia prenderà nota.

DE LA SOUL “3 Feet High And Rising” (Tommy Boy, 1989) – Agli antipodi, per collocazione geografica e sociale, rispetto alla posse di Compton, il trio di Amityville riprende iconografie da figli dei fiori e fa girare canzoncine svagate su campioni che fra un Otis Redding e un George Clinton infilano una lezione di francese e scampoli di cartoni animati. L’effetto è surreale e irresistibile.

A TRIBE CALLED QUEST “People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm” (Jive, 1990) – Battezzatisi Native Tongues, Jungle Brothers, De La Soul e A Tribe Called Quest al crepuscolo di decennio formano quella che più che una scena è una fratellanza. Ultimi a debuttare in lungo, A Tribe Called Quest coniugano tensione umanistica, rapping fluido, ritmi sofisticati e una scelta di campionamenti (da Stevie Wonder a Lou Reed) sorprendente.

GANG STARR “Step In The Arena” (Chrysalis, 1991) – Accoppiata alla Eric B. & Rakim: un rapper di classe immane (Guru), un dj di cultura e tecnica ineccepibili (DJ Premier). Insieme portano l’hip hop vicino al jazz come mai era stato. Il primo finirà, con il progetto Jazzmatazz, per giocare, e bene, fuori casa.

Ne voglio ancora!

AFRIKA BAMBAATAA & THE SOULSONIC FORCE “Planet Rock – The Album” (Tommy Boy, 1986) – Tutti i suoi cavalli di battaglia in un’antologia che prende il nome dal primo e più grande: la mimesi Kraftwerk atto di nascita della electro.

BOOGIE DOWN PRODUCTIONS “By All Means Necessary” (Jive, 1988) – In posa in copertina come Malcolm X, KRS-One piange l’amico  Scott La Rock e comincia a delineare il concetto dell’edutainment. Brutto ma funzionale neologismo che sta per “istruzione + intrattenimento”.

CYPRESS HILL “Cypress Hill” (Columbia, 1991) – L’anima latina dell’hip hop ha nei Cypress Hill i rappresentanti più noti. Ritmi e versi che più “dopati” non si potrebbe in un esordio che li farà subito popolari anche fra la platea rock.

JUNGLE BROTHERS “Done By The Forces Of Nature” (Warner Bros, 1989) – Afrocentrismo spinto, bassi grassi, melodie di fantastico popappiglio in uno degli album più trascinanti della storia del genere. Variegato e nondimeno incredibilmente coeso.

LEADERS OF THE NEW SCHOOL “A Future Without A Past” (Elektra, 1991) – Gli eredi della tribù Native Tongues ne seguono le orme appena quella fa mostra di battere altre strade. Fa gavetta con loro il giovanissimo Busta Rhymes.

QUEEN LATIFAH “All Hail The Queen” (Tommy Boy, 1989) – Classe limpida, simpatia cui non si può dire no e insieme portamento regale come pseudonimo impone. Solo diciannove anni e già può permettersi di fare da genitrice ai De La Soul nell’esilarante Mama Gave Birth To The Soul Children.

SLICK RICK “The Great Adventures Of” (Def Jam, 1988) – Britannico trapiantato nella Big Apple, Ricky Walters detta le regole del perfetto rapper in un disco da mandare a memoria. Se ne gode poco il successo, dacché finisce in galera per tentato omicidio.

STETSASONIC “In Full Gear” (Tommy Boy, 1988) – Si definiscono una “hip hop band” e a giradischi e campionatori affiancano gli strumenti della tradizione. Declinano il funk e corteggiano il jazz come pochi.

3RD BASS “The Cactus Al/bum” (Def Jam, 1989) – Altri newyorkesi di pelle bianca e origini ebraiche che guardano con sense of humour alla propria carenza di melanina. Prince Paul (Stetsasonic) e la Bomb Squad (Public Enemy) dichiarano rispetto contribuendo da produttori.

TONE LOC “Loc-ed After Dark” (Delicious Vinyl 1989) – Wild Thing sfrutta un campionamento dei Van Halen, Funky Cold Medina rubacchia genialmente ai Free, Cheeba Cheeba muezzineggia da urlo. Gli ’80 si congedano e Los Angeles non ha più nulla da invidiare a New York.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.454, 18 settembre 2001.

Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Hip & Pop, 2021

Mappatura di otto decenni di musiche afroamericane – dal blues degli anni ’20 del Novecento all’hip hop old skool passando per l’era aurea di soul, r&b e funky e raccontando inoltre di alcuni giganti del jazz – tracciata affrontando le vicende biografiche e artistiche di oltre un centinaio fra solisti e gruppi, “Super Bad!” è diviso in due parti: la prima è una ristampa ampliata e aggiornata del volume “Scritti nell’anima”, che usciva in origine nel 2007 per Tuttle Edizioni, e raccoglie pezzi incentrati su blues, jazz e soul; nella seconda, intitolata “Potere alla parola”, ci si occupa di hip hop. Antologia di articoli pubblicati fra il 1992 e il 2010 sui mensili “Blow Up”, “Dance Music Magazine”, “Dynamo!” e “Tank Girl”, sui bimestrali “Extreme Pulp” e “Bassa Fedeltà”, sul trimestrale “Extra” e sull’allora settimanale “Il Mucchio”, il libro conta novantasei capitoli. Fra gli artisti di cui narra figurano Little Richard, Robert Johnson, Charley Patton, Lead Belly, John Lee Hooker, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson II, Howlin’ Wolf, Willie Dixon Little Walter, Bo Diddley, Jesse Fuller, Blind Willie McTell, Slim Harpo, Lightnin’ Hopkins, R.L. Burnside, Ted Hawkins, J.B. Lenoir, Sam Cooke, Staple Singers, Sister Rosetta Tharpe, Mahalia Jackson, Blind Boys Of Alabama, Aretha Franklin, Esther Phillips, Doris Duke, Billie Holiday, Nina Simone, Little Jimmy Scott, Charles ed Eric Mingus, Albert Ayler, Miles Davis, Tony Williams, Herbie Hancock, Manhattan Brothers, Orioles, Clyde McPhatter, Ray Charles, Bobby Bland, Little Willie John, James Carr, Jerry Butler, Impressions, Curtis Mayfield, Baby Huey, Dyke & The Blazers, Donny Hathaway, Edwyn Starr, Temptations, Smokey Robinson & The Miracles, Terry Callier, Rufus Thomas, Otis Redding, Sam & Dave, Isaac Hayes, Johnny Adams, Arthur Conley, Steve Cropper, Howard Tate, Garnet Mimms, Lorraine Ellison, Ann Peebles, Al Green, Syl Johnson, Johnnie Taylor, Joe Tex, Solomon Burke, Eddie Hinton, James Brown, Lyn Collins, Vicky Anderson, Marva Whitney, Maxine Brown, Chuck Jackson, Marvin Gaye, Sly & The Family Stone, Fela Kuti, George Clinton, Parliament, Funkadelic, Stevie Wonder, Prince, Last Poets, Gil Scott-Heron, Sugarhill Gang, Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa, Beastie Boys, Public Enemy, Ice-T, Arrested Development, Disposable Heroes Of Hiphoprisy, Michael Franti, MC 900 Ft Jesus, Cypress Hill, Tupac Shakur, Coolio, New Kingdom, Busta Rhymes, Wu-Tang Clan, Cannibal Ox, OutKast e Liquid Liquid. 438 pagine.

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