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Cody ChesnuTT prima di Cody ChesnuTT

Stento a crederci anch’io che pure l’ho appena recensito per il numero di ottobre del “Mucchio”: da qui a un mese e ad appena quei dieci anni dall’acclamato esordio “The Headphone Masterpiece”, sarà disponibile al pubblico un secondo album di Cody ChesnuTT. Assai diverso dal predecessore ma del tutto all’altezza delle elevatissime aspettative, “Landing On A Hundred” mette felicemente fine a uno dei più prolungati “blocchi dello scrittore” che si ricordino. Ritorno da applausi, dunque, ma perché un silenzio così lungo? Ritorno che per quanto mi riguarda comincio e anzi continuo a celebrare ripescando un breve pezzo scritto sempre per la rivista di cui sopra e che in origine si intitolava “10 album da avere se Cody ChesnuTT vi ha fatto impazzire”.

BEATLES “White Album” (Apple, 1968) – È o non è The Most Beautiful Shame uno dei più plausibili apocrifi tardo-beatlesiani di sempre? Lasciatisi alle spalle “Sgt. Pepper’s”, Brian Epstein e Maharishi Mahesh e sulla strada per la disintegrazione, i Fab Four assemblano il penultimo capolavoro agendo come mai prima: spesso ciascuno per suo conto. Monumentali (ci vogliono quattro lati per contenerli) e schizofrenici gli esiti, fra blues e vaudeville, folk, avanguardia e anticipi di punk-rock.

SLY & THE FAMILY STONE “Dance To The Music” (Epic, 1968) – Dopo le malriuscite prove tecniche di trasmissione di “A Whole New Thing”, Sylvester “Sly Stone” Stewart e la sua composita (ogni sesso e ogni razza rappresentati) e coloratissima Famiglia aggiustano il tiro e confezionano il primo di una serie di cinque 33 giri formidabili. È un carnevale (di New Orleans) di ottoni puntuti e voci ludiche, chitarre iniettate di fuzz e tastiere errebì, bassi funkissimi e percussioni elastiche, possenti, tribali.

CURTIS MAYFIELD “Roots” (Curtom, 1971) – Triste vita finora la vostra se ha dovuto fare a meno dei fiati barocchi, dei cori orgasmici, delle chitarre a bagno nell’LSD e del passo implacabile di Get Down, del gospel laico di Keep On Keeping On, della gioiosa invocazione We Got To Have Peace, della stridula esuberanza di Beautiful Brother Of Mine, dell’elettrica tagliente, degli archi svolazzanti e degli ottoni imperiosi di How You’re Gone, della colata di miele di Love To Keep You In Mind.

FUNKADELIC “One Nation Under A Groove” (Warner Bros, 1978) – I Funkadelic di George Clinton (tutta un programma la ragione sociale) si ispirano inizialmente a Jimi Hendrix come a James Brown, ai Grateful Dead come a Sly Stone, agli MC5 e a Sun Ra. Con il trascorrere degli anni, pressoché intatto il tasso di psichedelia, incrementano ritmi e negritudine avvicinandosi sempre più ai gemelli Parliament. “One Nation Under A Groove” (tutto un programma il titolo) è un’apoteosi di lisergica ballabilità.

ROLLING STONES “Some Girls” (Rolling Stones, 1978) – Gridano allo scandalo certe zucchine vuote quando gli Stones si mettono a flirtare, succhiando come vampiri energia al coevo punk, con la disco. Ascoltata con il senno di poi, Miss You è, oltre che una canzone fantastica, il primo esempio di moderno crossover e uno dei più felici di sempre. Il soul di Imagination e il country di Far Away Eyes fecero un bambino e lo chiamarono Cody.

MARVIN GAYE “Midnight Love” (Columbia, 1982) – Non si preoccupa più, come negli ormai lontani (un decennio) tempi di “What’s Going On”, dello stato dell’Unione Marvin Gaye. Gli interessano di più cocaina e fica (titolo originale di quella Sanctified Lady che sarà il primo hit postumo: Sanctified Pussy) e c’è da stupirsi che, nell’attesa che il padre gli spari, riesca a confezionare un LP di tale eleganza e compattezza. Sensualissimo (Sexual Healing) e dinamico (Rockin’ After Midnight).

PRINCE “Sign O’ The Times” (Paisley Park, 1987) – È un po’ il White Album, estremamente variegato ma in qualche modo coeso e coerente, del signor Roger Nelson, che l’avrebbe voluto triplo ma la Warner pose il veto e dire che da anni il Nostro pagava gli stipendi a mezza compagnia. Qui l’inizio dell’acrimonioso divorzio. Qui, in quattro memorabili facciate oppure due CD, di tutto e di più: electro e Barry White, Parliament, blues e psichedelia, Hendrix in spirito e Miles Davis in carne, ossa e tromba.

LENNY KRAVITZ “Mama Said” (Virgin, 1991) – D’accordo: un copione. Ma chi non lo è? E poi eleggere a numi tutelari Jimi Hendrix e Curtis Mayfield, Sly Stone e John Lennon certifica che si è persone come minimo di buon gusto. E se per qualche tempo si è pure capaci – per lo spazio di due album in questo caso: l’esordio “Let Love Rule” dell’89 e soprattutto questo “Mama Said” – di scrivere brani assolutamente all’altezza dei portentosi modelli, è appieno meritato il clamoroso successo che si riscuote.

ARRESTED DEVELOPMENT “3 Years, 5 Months And 2 Days In The Life Of” (Chrysalis/EMI, 1992) – La città che ha dato i natali a ChesnuTT, Atlanta, non esiste sulla mappa dell’hip hop fin quando non ve la pongono gli Arrested Development. Ma ben altro è il loro contributo al genere: prima posse sessualmente mista, riesumano il vestiario afro-hippy di Sly Stone e con esso un funky campagnolo e psichedelico. Naturale che il pubblico del rock caschi ai loro piedi. “Zingalamaduni” rinnoverà la magia e il successo di questo capolavoro politicamente consapevole.

BEN HARPER “Burn To Shine” (Virgin, 1999) – All’uscita al proscenio (con “Welcome To The Cruel World”, 1994) Ben Harper entusiasma per la capacità sincretica con cui accosta e mischia blues e reggae, folk e gospel, soul e rhythm’n’blues e scampoli di rock duro e/o psichedelico in canzoni di grande incisività pop e buon pathos. All’altezza del terzo LP (“The Will To Live”, 1997) parrebbe però prossimo a cadere preda della temibile “sindrome di Kravitz”. “Burn To Shine” rimette sollecitamente le cose a posto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n. 542, 15 luglio 2003.

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La Old Skool dell’hip hop: 1981-1991 – I dieci (più dieci) album fondamentali

Quarto e penultimo recupero su VMO di una delle otto discografie base di genere che compilai per “Il Mucchio” negli anni del settimanale.

Provvede la prima pagina della Genesi a chiarirlo: le cose non esistono fin quando non hai dato loro un nome. In principio era la parola. Messa in rima da poeti itineranti costituiva il fulcro della cultura orale delle genti d’Africa. Infranta la loro unità da trasferimenti coatti di massa oltre Atlantico, stante la proibizione del tamburo in quasi tutto il Nord America (faceva eccezione New Orleans, che non a caso sarà  mamma del jazz e  nonna del rock), gli schiavi non avranno  modo per difendere la propria identità che continuare a passarsi storie. Ci sono logica e poesia nel fatto che coloro che sono considerati i primi rapper, i newyorkesi Last Poets, appoggiassero i loro versi a minimali fondali percussivi. Loro controaltare a Ovest, i losangeleni Watts Prophets rinunciavano a volte a ogni orpello strumentale. Una parte del programma del misconosciuto “Rappin’ Black In A White World”, del 1971, è di sole voci. In principio era il rap.

Ma, benché siano spesso usati indifferentemente, “rap” e “hip hop” non sono sinonimi. Il primo è una delle quattro discipline che danno vita al secondo, essendo le altre turntablism, ballo e graffiti. Per ovvie ragioni, non ci occuperemo qui della terza e della quarta, concentrandoci sugli aspetti musicali di un fenomeno di cui abbiamo designato il 1981 a data di nascita. Non il ’70, perché quello di Last Poets e Watts Prophets era rap, non hip hop. Non il ’79, anno in cui la Sugarhill Gang mandava in classifica i 14’10” di Rapper’s Delight, perché la base di quel brano era suonata da un gruppo e quel gruppo era una creatura di studio, non un prodotto di quelle feste danzanti in cui una trimurti di dj andava da qualche tempo cambiando le regole del mettere dischi. I loro nomi? Clive Campbell, Joseph Saddler, Kevin Donovan. In arte: Kool Herc, Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa. Furono i primi a notare che i ballerini erano sensibili a certi stacchi di batteria (i break) e ad avere l’idea di prolungarli suonando insieme due copie dello stesso vinile; i primi a usare tali stacchi per unire frammenti anche brevissimi; i primi a sfruttare l’effetto, detto “scratching”, che si produce riportando indietro un disco sotto la puntina. Degli anni pionieristici dell’hip hop, la seconda metà dei ’70, quelli dell’incontro fra il Giradischi e la Parola, non esiste documentazione fonografica. Era una faccenda newyorkese e del qui e ora. Come le jam nel jazz. La Sugarhill Gang ebbe se non altro il merito di portarlo fuori dal Bronx. Il primo a ricostruire questo coraggioso mondo nuovo su vinile fu però il Grandmaster Flash di Wheels Of Steel, brano che di cento canzoni vecchie ne fa una che più nuova non si potrebbe.

1981: anno uno di uno stile si farà onnipervasivo, nuova rivoluzione dopo il rock’n’roll. Creato e fruito da neri fino all’incontro con il pubblico del rock passata la metà del decennio. Sarà allora, quando impatterà con la gioventù bianca, che inizierà a fare paura. Gi anni dall’86 all’89 restano artisticamente i più fulgidi della sua storia, con un florilegio di creatività senza pari, fra i suoni terroristici dei Public Enemy e quelli gentili dei De La Soul, fra i riff dei Beastie Boys e l’eleganza hardcore di Eric B. & Rakim. L’hip hop dei ’90 smarrirà  il rapporto con il giradischi, preferendogli il campionatore. È nondimeno un’altra la ragione che ci ha spinto a stabilire nel 1991 lo spartiacque. Il 4 marzo di quell’anno, a Los Angeles, un automobilista di colore veniva picchiato da poliziotti razzisti. Ordinaria amministrazione, non fosse che un video li inchiodava. La loro assoluzione, tredici mesi dopo, causava una rivolta al termine della quale si contavano cinquantotto morti. Incredibilmente, a pagare veniva chiamato l’hip hop, criminalizzato da politici e media per essere stato specchio fedele dei mali della società. Invece che a operare per ridurre il disagio sociale, ci si dedicava a censurare. Paradossali gli effetti: “The Chronic” di Dr. Dre, detonatore nel ‘92 del cosiddetto gangsta-rap (commercialmente fortunatissimo), sta a “Straight Outta Compton” degli N.W.A come un film a un telegiornale. Del resto, Hollywood è lì a due passi, no?

GRANDMASTER FLASH & THE FURIOUS FIVE “Greatest Messages” (Sugarhill, 1983) – Più raccolta che album, “Greatest Messages” contiene i tre brani chiave del Vangelo secondo Joseph Saddler: The Adventures Of Grandmaster Flash On The Wheels Of Steel, colossale metabrano ricavato da citazioni di Blondie, Queen, Chic, Incredible Bongo Band e cento altri; The Message, il più incisivo ritratto mai disegnato dell’America di Reagan; White Lines, crociata anticocaina propulsa da un basso scippato ai new wavers Liquid Liquid. Non vi serve altro.

LL COOL J “Radio” (Def Jam, 1985) – James Todd Smith ha sedici anni quando pubblica questo classico. Basi scarne quanto sono guascone rime e posa. Ladies Love Cool James? I ragazzi anche. Inno definitivo del b-boy, I Can’t Live Without My Radio è uno dei momenti che più hanno contribuito a formare la cultura hip hop.

RUN-D.M.C. “Raising Hell” (Profile, 1986) – Già idolatrati dal pubblico di colore per l’epocale singolo It’s Like That/Sucker MC’s e per album come l’omonimo debutto e il seguente “King Of Rock”, i Run-D.M.C. sono i primi a portare il rap nell’arena mainstream, con la cover, massiccia e swingante, di Walk This Way degli Aerosmith. Resuscitando incidentalmente la carriera di questi ultimi.

BEASTIE BOYS “Licensed To Ill” (Def Jam, 1986) – È bianco il primo 33 giri hip hop a capeggiare le classifiche USA. Quasi una parodia a sentirlo con orecchio distratto, fra una cafonata da collegiali ubriachi e in foia e un riffone hard, “Licensed To Ill” svela a più attento scrutinio una conoscenza profonda dello stile praticato e rispetto per le sue radici nere.

PUBLIC ENEMY “Yo! Bum Rush The Show” (Def Jam, 1987) – Il Funk che si fa Rumore. Caotico ma organizzato, denso ai limiti della claustrofobia, martellante, abrasivo, il suono di “Yo! Bum Rush The Show” è uno shock da cui il pop impiegherà anni a ripigliarsi. Impalcatura di un immaginario e una filosofia di vita non meno radicali, progenie delle Pantere Nere piuttosto che di Martin Luther King. CNN dei neri su cui i bianchi saranno lesti a sintonizzarsi.

ERIC B. & RAKIM “Paid In Full” (4th & Broadway, 1987) – La più bella canzone hip hop di sempre? Per molti Paid In Full  nel Coldcut remix incluso nella colonna sonora di Colors. Qui c’è l’originale, con a corona gemme come My Melody e Eric B. Is President. Basi asciutte ma di straordinaria efficacia (Eric B.), rapping porto con una finezza che sarà imitatissima ma resterà inimitabile (Rakim). Merito di I Know You Got Soul se le giovani generazioni riscopriranno James Brown. Il Padrino, irriconoscente, farà causa.

N.W.A “Straight Outta Compton” (Ruthless, 1988) – Il primo grande hip hop a giungere dalla West Coast è quello forgiato da questa ghenga di malavitosi provocatoria sin dal nome (l’acronimo sta per Niggers With Attitude). Suoni di una forza da far concorrenza ai Public Enemy, testi che sono cronache dal ghetto di una crudezza inaudita, tuttavia distanti da quella che sarà la pantomina gangsta. Fuck Tha Police, recita un titolo. La polizia prenderà nota.

DE LA SOUL “3 Feet High And Rising” (Tommy Boy, 1989) – Agli antipodi, per collocazione geografica e sociale, rispetto alla posse di Compton, il trio di Amityville riprende iconografie da figli dei fiori e fa girare canzoncine svagate su campioni che fra un Otis Redding e un George Clinton infilano una lezione di francese e scampoli di cartoni animati. L’effetto è surreale e irresistibile.

A TRIBE CALLED QUEST “People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm” (Jive, 1990) – Battezzatisi Native Tongues, Jungle Brothers, De La Soul e A Tribe Called Quest al crepuscolo di decennio formano quella che più che una scena è una fratellanza. Ultimi a debuttare in lungo, A Tribe Called Quest coniugano tensione umanistica, rapping fluido, ritmi sofisticati e una scelta di campionamenti (da Stevie Wonder a Lou Reed) sorprendente.

GANG STARR “Step In The Arena” (Chrysalis, 1991) – Accoppiata alla Eric B. & Rakim: un rapper di classe immane (Guru), un dj di cultura e tecnica ineccepibili (DJ Premier). Insieme portano l’hip hop vicino al jazz come mai era stato. Il primo finirà, con il progetto Jazzmatazz, per giocare, e bene, fuori casa.

Ne voglio ancora!

AFRIKA BAMBAATAA & THE SOULSONIC FORCE “Planet Rock – The Album” (Tommy Boy, 1986) – Tutti i suoi cavalli di battaglia in un’antologia che prende il nome dal primo e più grande: la mimesi Kraftwerk atto di nascita della electro.

BOOGIE DOWN PRODUCTIONS “By All Means Necessary” (Jive, 1988) – In posa in copertina come Malcolm X, KRS-One piange l’amico  Scott La Rock e comincia a delineare il concetto dell’edutainment. Brutto ma funzionale neologismo che sta per “istruzione + intrattenimento”.

CYPRESS HILL “Cypress Hill” (Columbia, 1991) – L’anima latina dell’hip hop ha nei Cypress Hill i rappresentanti più noti. Ritmi e versi che più “dopati” non si potrebbe in un esordio che li farà subito popolari anche fra la platea rock.

JUNGLE BROTHERS “Done By The Forces Of Nature” (Warner Bros, 1989) – Afrocentrismo spinto, bassi grassi, melodie di fantastico popappiglio in uno degli album più trascinanti della storia del genere. Variegato e nondimeno incredibilmente coeso.

LEADERS OF THE NEW SCHOOL “A Future Without A Past” (Elektra, 1991) – Gli eredi della tribù Native Tongues ne seguono le orme appena quella fa mostra di battere altre strade. Fa gavetta con loro il giovanissimo Busta Rhymes.

QUEEN LATIFAH “All Hail The Queen” (Tommy Boy, 1989) – Classe limpida, simpatia cui non si può dire no e insieme portamento regale come pseudonimo impone. Solo diciannove anni e già può permettersi di fare da genitrice ai De La Soul nell’esilarante Mama Gave Birth To The Soul Children.

SLICK RICK “The Great Adventures Of” (Def Jam, 1988) – Britannico trapiantato nella Big Apple, Ricky Walters detta le regole del perfetto rapper in un disco da mandare a memoria. Se ne gode poco il successo, dacché finisce in galera per tentato omicidio.

STETSASONIC “In Full Gear” (Tommy Boy, 1988) – Si definiscono una “hip hop band” e a giradischi e campionatori affiancano gli strumenti della tradizione. Declinano il funk e corteggiano il jazz come pochi.

3RD BASS “The Cactus Al/bum” (Def Jam, 1989) – Altri newyorkesi di pelle bianca e origini ebraiche che guardano con sense of humour alla propria carenza di melanina. Prince Paul (Stetsasonic) e la Bomb Squad (Public Enemy) dichiarano rispetto contribuendo da produttori.

TONE LOC “Loc-ed After Dark” (Delicious Vinyl 1989) – Wild Thing sfrutta un campionamento dei Van Halen, Funky Cold Medina rubacchia genialmente ai Free, Cheeba Cheeba muezzineggia da urlo. Gli ’80 si congedano e Los Angeles non ha più nulla da invidiare a New York.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.454, 18 settembre 2001.

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