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Deerhunter – Monomania (4AD)

Deerhunter - Monomania

Sarebbe un po’ troppo facile inchiodare Bradford Cox con parole che lui stesso ha pronunciato in una recente intervista a “Pitchfork”, quella del 29 aprile scorso nella quale fra il resto affermava che “old music resonates with me, new music doesn’t”. Potrei azzardare perfidamente che spesso valga pure per il nostro uomo, che sono dieci anni che è in giro e in questi dieci anni ha pubblicato parecchio senza lasciare – a me pare – tracce di memorabilità assoluta. Sebbene talvolta andandoci vicino e accadeva ad esempio pochi mesi fa, in vari frangenti, in un “Parallax” uscito a nome Atlas Sound, forse il suo lavoro più ispirato, per certo il più brillante fra quanto ho ascoltato di un’opera quantitativamente strabordante se si tiene conto che alla produzione “ufficiale” se ne affianca in Rete una per cultori (lì probabilmente finirà almeno una scelta dei tantissimi brani scritti per “Monomania” e poi scartati; molte decine, pare). Sarebbe facile ma ingiusto perché, a parte che del talento vero saltuariamente balena, Cox mette tanta di quella passione in ciò che fa che preferirlo alla quasi totalità dei contemporanei viene naturale. Anche figurativamente l’allampanato frontman dei Deerhunter si eleva dalla cintola in su rispetto alla media di ciò che esce. “As a homosexual, my job is to simply sodomise mediocrity”, diceva in un’altra intervista, e uno così prodigo di citazioni citabili è specie da salvaguardare in un rock odierno nel quale quasi tutto il resto è noia.

Racconta Bradford Cox che per questo album numero sei dei sempre più suoi Deerhunter (ben due componenti su cinque sono cambiati rispetto a un predecessore vecchio ormai tre anni, “Halcyon Digest”) ha tratto ispirazione da “Pierre Schaeffer, Steve Reich, Bo Diddley, Ricky Nelson e Ramones”. Salvo in Dream Captain – dei dodici brani in scaletta il più pop e come di rado accaduto in passato è un pop che non c’è bisogno alcuno di mettere fra virgolette – citare direttamente i Queen. Catalogo di influenze eclettico e implausibile come pochi mai e bravo, e dotato di bella fantasia, chi riesce a coglierle. Disco in ogni caso vario, frizzante, anche sorprendente – avendo presente il resto del catalogo – dopo un tanto micidiale quanto depistante uno-due iniziale che al caracollare psych-glam (dove “psych” sta per “psichedelico”) di Neon Junkyard fa andare dietro il riff monstre e l’ossessività psych-glam (dove “psych” sta per “psicotico”) di Leather Jacket II. Non mancheranno più avanti impennate – la marcetta southern Pensacola; una traccia omonima che colloca succosa polpa melodica in scorza scorticata con un procedere via via più rovinoso e urlante – e tuttavia prevarrà un’attitudine più soft, una linearità inconsueta per una band per la quale all’apparizione alla ribalta si coniava l’ossimoro ambient-punk (di “Monomania” Cox dice che è “nocturnal garage”). Prevarranno chitarre jangly piuttosto che ispide, un piglio scanzonato per quanto possa sottenderlo un’innegabile malinconia di fondo. La gemma secondo me è Nitebike: all’incirca un Johnny Thunders unplugged e se Cox era riuscito spesso a farsi rispettare, e più raramente ammirare, dev’essere questa la prima volta che mi emoziona. Che fa risuonare in me (e siamo tornati all’inizio) qualcosa che non sia il mero piacere intellettuale dell’individuazione di un’eco, uno stilema.

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Velvet Gallery (19)

Dopo averne scritto già diffusamente ai tempi del primo soggiorno al “Mucchio” (per chi se lo fosse perso: qui), anche in epoca “Velvet”  dedicavo un articolo ai Jesus And Mary Chain. Laddove fra le certezze si faceva strada qualche ragionevole dubbio.

The Jesus And Mary Chain - Baci fra il filo spinato 1

The Jesus And Mary Chain - Baci fra il filo spinato 2

The Jesus And Mary Chain - Baci fra il filo spinato 3

The Jesus And Mary Chain - Baci fra il filo spinato 4

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Di un’ancora abbastanza giovane Gioventù Sonica

Mi è capitato più di una volta di stroncare pesantemente questo o quel disco sperimentale dei Sonic Youth. Li ho sempre preferiti, i Nuovayorkesi, quando declinavano rock. Di norma fragoroso, molto spesso abrasivo, ma pur sempre rock. A memoria, questa fu l’unica volta in cui fui piuttosto critico nei confronti di uno dei loro album regolari.

Sonic Youth

È in circolazione da qualche tempo un nuovo album dei Sonic Youth, il nono non contando mini e live, il quarto del contratto Geffen. Si chiama “Washing Machine”, ha una copertina (di gusto vagamente warholiano) deliziosa e per quei pochi che ancora si ostinano a preferire il vinile ai dischetti digitali è doppio, come i due lavori chiave della quindicennale storia della Gioventù Sonica newyorkese, “Daydream Nation” e “Dirty”. A suo modo, potrebbe rivelarsi un disco-chiave anch’esso. Chi ha optato per il vinile si gusterà maggiormente le numerose foto che illustrano la vita domestica della coppia Moore-Gordon e, munendosi di lente d’ingrandimento e santa pazienza, potrà dilettarsi a identificare un po’ di titoli fra i dischi che affollano uno scorcio di scaffalatura di casa Moore immortalato sulla busta del primo LP. Un assortimento ben poco “rock” nel suo eclettismo: Robert Johnson, gli Half Japanese ultrasperimentali degli esordi, John Cage, Brian Eno con Fripp, Albert Ayler, dei quartetti d’archi. In posizione quasi centrale, il cofanetto degli “Indian Tapes” del nostro Andrea Centazzo, pescato il cielo sa dove. Le annotazioni positive su “Washing Machine” possono finire qui. Sorpresi?

L’impressione che qualcosa non andasse chi scrive l’ha avuta sin dal primo ascolto, quando si è ritrovato un paio di volte ad alzare il volume, fenomeno inedito per un gruppo con il quale, per amor di pace condominiale, aveva sempre dovuto smorzarlo. La prima sensazione è stata dunque che al suono dei Sonic Youth difettassero stavolta quella urticante potenza e quella stratificazione di elementi da individuare e esplorare uno alla volta che hanno fatto il tossico fascino della loro discografia anche dopo “Daydream Nation”. La Lavatrice youthiana produce oggi un rumore di fondo bi-(in luogo che tri) dimensionale, monotono piuttosto che minimale. Poco interessante. Potrebbe non essere un guaio irrimediabile non fosse avaro, “Washing Machine”, anche di canzoni “a presa rapida”, di cui furono al contrario generosi tanto “Goo” che “Dirty”, i primi due LP in studio per la Geffen. Né pare in grado di crescere con il susseguirsi delle esplorazioni, come il suo predecessore “Experimental Jet Set, Trash And No Star”, pur’esso non esaltante di primo acchito ma poi capace di lievitare. Narcolettico ove questo è soporifero, quasi Mamma Gordon e Papà Moore avessero voluto confezionare un lavoro buono come ninnananna per la loro Coco.

Troppa severità? No, se pensate che ai campioni si debba chiedere sempre il massimo. Sì, se ritenete che nei riguardi di una band che non aveva sbagliato un disco finora, e che ha influito come poche altre sulle vicende del rock, si possa essere indulgenti. Per sperare in future resurrezioni vi basteranno allora la title-track e No Queen Blues, che suona come avrebbero suonato i Grateful Dead avessero iniziato il loro viaggio un decennio dopo e sull’altra costa; il mesmerico procedere, saporoso di tempi andati, di The Diamond Sea; la citazione dei Byrds di Eight Miles High in Saucer-Like. Sperare non costa niente, no?

Peter Buck, parlando dei Sonic Youth pre-”Daydream Nation”, ebbe a dire che erano un grande gruppo non in quanto autori di grandi canzoni ma perché inventori e depositari di un sound inconfondibile. Quei Sonic Youth, formatisi sia come musicisti che come gruppo durante la fase più tarda della no wave, mettevano insieme i Suicide e i Velvet Underground terroristi di Sister Ray, il Wall of Sound chitarristico a-rock di Glenn Branca e gli Stooges, il jazz armolodico di Ornette Coleman e l’avanguardia colta. In “Confusion Is Sex”, in “Bad Moon Rising”, in “Evol”, in misura minore ancora in “Sister” (lavori usciti fra l’83 e l’87) il suono, aggressivo e apparentemente caotico, clamorosamente eversivo – nel suo ben studiato disordine, nella sua amelodicità, nel suo modo di fratturare i ritmi – di ogni canone del rock, è tutto e la canzone classicamente intesa è nulla. Addirittura, si ha sovente l’impressione che elementi di disturbo vengano volutamente, dispettosamente introdotti ogni qual volta un brano rischia di incrociare nel suo percorso armonia, gradevolezza, un fantasma di ritornello.

“Daydream Nation” nel 1989 compì, senza parere in principio, una rivoluzione copernicana. Meno ostico il suono (psichedelico in più di un frangente), prendono per la prima volta forma canzoni memorabili che (non si poteva saperlo allora) saranno un ponte fra no wave e grunge: di questa nuova maniera l’iniziale Teen Age Riot è paradigmatica. Fu l’ultimo disco “indipendente” per la Gioventù Sonica, che un’attività concertistica frenetica aveva fatto assurgere a una popolarità inconsueta per proposte sì ostiche. Tanto che giunse un’offerta di contratto dalla Geffen, con garantito il controllo da parte della band di ogni particolare dei prodotti a venire, dalla registrazione alla grafica alla promozione. Thurston Moore, Lee Ranaldo, Kim Gordon e Steve Shelley in calce a quel contratto apposero le loro firme. La prima cosa che fecero, entrati in Geffen, fu di caldeggiare l’ingaggio di un gruppo di loro protetti, tali Nirvana. Suggerirono poi ai Nirvana stessi di fare produrre il loro nuovo LP all’al tempo poco noto Butch Vig. Il resto è Storia.

Ma non è solo per avere spianato la strada alla banda Cobain e al successivo sconvolgimento (altro che punk e new wave!) da parte di “Nevermind” dei concetti di “mainstream” e “rock alternativo” che i Sonic Youth post-firma per la Geffen sono stati importanti, per il rock degli anni ’90, almeno quanto gli altri Sonic Youth lo erano stati per la musica della seconda metà degli ’80. Il fatto è che “Goo” (’90) e soprattutto il successivo “Dirty” (’92) sono capolavori che, senza concedere più di tanto in fruibilità dei suoni, mettono in fila canzoni di levatura sensazionale.

Hanno dominato il cartellone del “Lollapalooza” 1995 i Nostri. Quanto sia stata grande la loro influenza sull’ultimo rock a stelle e strisce è stato chiarito esemplarmente, ce ne fosse stato bisogno dopo Nirvana e Dinosaur Jr., dal passaggio prima di loro sul palco di Beck, che di Thurston sembra il fratello minore, e dei Pavement, che molto hanno dei tardi Sonic Youth nel loro modo di scomporre e ricomporre gli elementi di una canzone pop.

“Washing Machine” è controrivoluzionario due volte: perché i suoi suoni non graffiano; perché i suoi brani non s’incidono nella memoria. Ma nessuna rivoluzione può essere permanente e la Gioventù Sonica (gioventù… Kim Gordon di annetti ne ha quarantadue) è stata in prima linea tre lustri. Siccome poche cose sono patetiche quanto osservare l’avanguardia farsi retroguardia, l’auspicio è che prima di trasformarsi negli Stones della loro generazione i Sonic Youth sappiano dire basta. L’unica, e migliore, alternativa è che ritrovino verve compositiva e della loro generazione siano i Neil Young.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.12, dicembre 1995.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (35)

A volte da giovani ci si entusiasma davvero per poco. Oggi gli Hard-Ons non li toccherei manco con un bastone. Dei Cosmic Psychos conservo ancora, al contrario, un buon ricordo.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (77)

The Jesus And Mary Chain – Just Like Honey (da “Psychocandy”, Blanco Y Negro, 1985)

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (22)

Piccolo orgoglio di allora giovane critico:  l’essere stato il primo in Italia a recensire Jesus And Mary Chain (il singolo Upside Down). E annunciandoli come una sorta di – ahem – Secondo Avvento.

The Jesus And Mary Chain 1

 

The Jesus And Mary Chain 2

The Jesus And Mery Chain 3

 

 

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Japandroids – Celebration Rock (Polyvinyl)

Ma in concerto come faranno? La domanda sorge spontanea dopo questi altri trentacinque minuti (i primi ce li avevano recapitati tre anni or sono) di gioioso massacro sonico inscenati da Brian King e David Prowse. E d’accordo che spergiurano che è più o meno tutto “dal vivo in studio” ma io la natta vorrei proprio togliermela, sentirli con orecchio, e soprattutto vederli, mentre erigono un simile wall of sound con giusto una chitarra elettrica e una batteria: “Look, mom, no hands!”. E fino a quel momento non riuscirò a fidarmi al 100% dei resoconti entusiastici di chi a un loro spettacolo ci è stato. Spalanchi la confezione di “Celebration Rock” – nel nome un programma – ed eccolo lì Brian, strumento levato al cielo di fronte a un mare di braccia tese e plaudenti. Sul davanti di copertina invece (stessa identica grafica del predecessore “Post-Nothing”, stesso numero di brani) guarda come il suo compare dritto in camera e hanno entrambi facce un po’ così. Quelle espressioni un po’ così di gente che è stata a Vancouver (ci è nata) e darsi al rock era pure un modo di andar via. Ricordate? Il disco prima iniziava con The Boys Are Leaving Town e ho qualche dubbio che fosse una citazione dei Thin Lizzy.

Qui si parte con The Nights Of Wine And Roses e chissà se, fra i tanti rimandi insiti in un titolo così, ce n’è pure uno ai Dream Syndicate. Per intanto e solamente per la seconda volta, singoli compresi e la prima era incredibilmente oscura, i ragazzi si producono in una cover.  Se vi dico che For The Love Of Ivy segna non esattamente un momento di requie ma almeno un attimo in cui la pur ludica tensione si stempera un filino (con un pezzo dei Gun Club!) intenderete quali siano i due passi cui viaggia il disco: veloce e più veloce. Volume? Fragoroso e più fragoroso. Potrebbe diventare una bella noia non fosse che i ragazzi si porgono con brio eccezionale e un gusto per il pop che non è da tutti. Per quanto la chitarra sferzi e urli, la batteria trituri, le voci declamino, mai l’insieme si fa claustrofobico e anzi è il contrario, arioso. Come una collisione fra Dinosaur Jr e gli ultimi Hüsker Dü, benedetta dai Replacements. Prima dei fuochi d’artificio che chiudono (letteralmente) la marziale Continuos Thunder e con essa il disco, i Japandroids consegnano agli annali una loro Born To Run 2012 chiamata The House That Heaven Built e lì l’applauso scatta spontaneo.

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