Archivi tag: pop

Kings Of Convenience – Quando “quiet” era il “new loud”

Chissà se l’idea di chiamare “Quiet Is The New Loud” un secondo album che era quasi come fosse il primo (incredibilmente, il vero esordio non è nemmeno citato nella scheda che Wikipedia dedica al duo) venne a Erlend Øye o a Eirik Glambek Bøe. In scaletta un brano omonimo non c’è e i ragazzi (venticinque anni entrambi all’epoca) non ritennero di rimediare a posteriori. Chissà se avrebbero se no attirato l’attenzione della stampa inglese, fomentandone a tal punto l’entusiasmo che provò a inventarsi una scena che non c’era (frugo nella memoria e negli archivi e di gruppi degni di nota ne trovo tre: Turin Brakes e Stairsailor, che debuttavano in lungo quello stesso anno, e It’s Jo And Danny, che provarono a mettersi in scia quando erano stati in realtà i primi ad affacciarsi alla ribalta). È che un titolo così geniale avrebbe potuto inventarlo giusto un giornalista del “New Musical Express” con un futuro da pubblicitario di grido. È che dopo gli anni del grunge e del Britpop, dell’alt-rock e del post-rock, una musica principalmente di chitarre acustiche e armonie vocali pareva perfetta per un secolo che si affacciava alla storia potendo ancora (per pochissimo: fino all’11 settembre) fantasticare di essere altra cosa, e migliore, rispetto al precedente. “Il silenzio è il nuovo rumore”, si potrebbe provare a rendere, ma non rende. Sia come sia: tutti pazzi per i Kings Of Convenience nella primavera del 2001 e a riascoltarla oltre vent’anni dopo quella dozzina di canzoni fa ancora una formidabile figura. Di “nuovo” non regalava in realtà e naturalmente nulla, come chiunque minimamente avvertito e con magari in casa i dischi dei Belle And Sebastian oltre a quelli di Simon & Garfunkel e Nick Drake già allora sapeva, ma che scrittura! Che è quello che conta nel pop. Quello, e il sentimento.

Mica facile arrivare a conquistare le classifiche ─ in verità più nel resto d’Europa che le britanniche, anche se buttale via sessantamila copie ─ partendo da Bergen, che dopo Oslo è la seconda città della Norvegia ma vi sfido a puntare un indice verso una carta geografica e dire “è lì”. Lì dove copie ne bastano venticinquemila per appendere in casa un disco d’oro ed è difficile ai limiti dell’impossibile, proprio per le dimensioni ridotte del mercato (metà degli abitanti della Lombardia e un costo della vita proporzionato a una ricchezza che sconfina nell’opulenza), fare dell’essere musicisti più di un hobby. A meno, appunto, di partire. Erlend ed Eirik mandavano in avanscoperta prima dei demo, quindi tre singoli “made in Norway” e credevano di avere trovato l’America dove l’America è quando nel 2000 la Kindercore (di Athens, Georgia; vi diranno qualcosa nomi come Pylon e B-52’s, R.E.M. e Of Montreal) si offriva di pubblicare un CD di fatto antologico visto che quasi tutti i brani che raduna erano già apparsi sul trio di 7” di cui sopra. Copertina di rara bruttezza, “Kings Of Convenience” non merita l’elevato esborso (mentre scrivo c’è chi su Discogs prova a venderlo a quei duecento euro) necessario oggi per procurarselo. Le canzoni ci sono già, ben sei su dieci verranno ripresentate (e fa metà esatta del programma) in “Quiet Is The New Loud”, la magia ancora no. Quella che nella nuova versione di Winning A Battle, Losing The War si accende davvero, dopo che le chitarre da felpate si sono fatte guizzanti, quando a un minuto o poco più dalla fine entra la batteria. Che nella successiva, festosa a dispetto del titolo Toxic Girl è presente sin dalle prime battute. La batteria. Quella che fece tutta la differenza di questo mondo quando Tom Wilson decise nel 1965, senza manco avvisare gli interpreti, di aggiungerla a The Sound Of Silence e un brano passato del tutto inosservato l’anno prima rendeva Simon & Garfunkel (sempre i più citati quando si scrive dei Kings Of Convenience) delle superstar a loro insaputa, dalla sera alla mattina. Ciò che nel… come dire?… primo debutto era appena un bocciolo in questo secondo fiorisce grazie a poche quanto sapienti aggiunte: lì uno sbuffo di tromba, là un fremito di violoncello, un piano a ricamare, una batteria discreta ma decisa, una chitarra che abbandona il folk per avventurarsi nel jazz o azzardarsi brazileira. Come, l’ultima che ho detto, nella squisita Singing Softly To Me, in Leaning Against The Wall, in una The Girl From Back Then che è John Martyn alle prese con Antônio Carlos Jobim. Laddove Failure è un Nick Drake euforico come mai fu e Parallel Lines un Paul Simon al contrario più desolato che semplicemente malinconico. Non è saudade qui, piuttosto spleen, capite a me.

La notte è più buia subito prima dell’alba e nel 2001 nessuno avrebbe potuto garantire che per il vinile il sole sarebbe sorto ancora. Di “Quiet Is The New Loud” stamparono pochissime copie ed è a ragione di ciò che oggi per una in condizioni accettabili il prezzo si aggira sui settanta euro e una intonsa può arrivare a costare più del doppio. Risulta allora particolarmente gradita (ma il lettore interessato si affretti, per certo non ne hanno tirate di più) una riedizione arrivata nei negozi sotto Natale, griffata sempre Source, distribuita dalla Universal e con un prezzo di listino di eurelli 28. Tale e quale a “Riot On An Empty Street”, che in origine vedeva la luce nel 2004 e del predecessore forniva replica fors’anche più ispirata, tanto che in molti ritengono (sono d’accordo) sia questo e non quell’altro il capolavoro della coppia. Si presenta con una luminosissima (di nuovo: il titolo depista) Homesick che non potrebbe essere più Simon & Garfunkel nemmeno se fosse di Simon & Garfunkel, si congeda con una meditabonda The Build-Up che il featuring di Leslie Feist fa un po’ Suzanne Vega, in mezzo dispensa meraviglie come la pianistica e incalzante Misread, il valzer Stay Out Of Trouble, una Sorry Or Please dove Nick Drake incontra Paul Simon e una Live Long che in mano ad Al Stewart nell’Anno del Gatto avrebbe spopolato. Sistemata fra una I’d Rather Dance With You invero ballabile e una Surprise Ice rarefatta e quasi luttuosa. Nota di colore: più che in qualunque altro paese era da noi che l’album faceva strage di cuori, scalando le classifiche fino alla terza posizione. Quanto è vero che “amor ch’a nullo amato amar perdona”: dal 2012 Erlend Øye vive in Italia, a Siracusa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Ghost Power – Ghost Power (Duophonic Super 45s)

C’erano una volta i franco-britannici Stereolab e a dire il vero ci sarebbero di nuovo, ma da quando si sono rimessi insieme nel 2019 non hanno pubblicato nulla che non venisse dagli archivi: fra i gruppi di area post-rock uno dei più geniali e di sicuro (sensibilità pop spiccatissima) il più accessibile. E c’erano una volta pure i più sperimentali Dymaxion, americani, che pubblicarono giusto una manciata di singoli e il cui unico album (in realtà un’antologia) nel Regno Unito vedeva la luce su Duophonic, vale a dire per l’etichetta degli Stereolab. Era allora, nel 2000, che il co-leader dei primi, Tim Gane, e Jeremy Novak dei secondi stringevano un rapporto amicale. Per farlo diventare sodalizio artistico hanno atteso il 2020, quando lavorando il primo a Berlino e il secondo nella sua New York hanno cominciato a scambiarsi via Internet idee e parti strumentali. Offrivano subito un assaggio del potenziale della collaborazione con un 7” cui danno ora più cospicuo seguito con un album che ne riprende entrambe le facciate e aggiunge otto tracce inedite.

Non fosse che gli mancano la parola (è solo strumentale) e Lætitia Sadier, “Ghost Power” potrebbe essere il disco che dagli Stereolab riformati abbiamo finora aspettato invano: fantastico pastiche di pop, krautrock, kosmische musik, colonne sonore, new wave, 39’36” di cui però ben 15’05” occupati dall’odissea “deep in the outer space” di Astral Melancholy Suite. Per arrivarci passerete da genialate come Inchwork (gli Wire alle prese con una melodia di limpidezza kraftwerkiana), Grimalkin (John Barry e i Tangerine Dream che musicano insieme un capitolo di Star Wars) e Vertical Section (novella Popcorn, anche se non se ne accorgerà nessuno).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.443, giugno 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Spiritualized – Everything Was Beautiful (Bella Union)

Se hai fatto la storia del rock sei un grande con un grande problema: ogni tuo album verrà contestualizzato in un canone con apici ineguagliabili, per ogni brano che scrivi si assumerà a paragone il catalogo cui si aggiunge. Puoi fartene sopraffare ed era quanto accadeva a Jason Pierce ─ con Sonic Boom in quegli Spacemen 3 che nei secondi ’80 si inventavano un’inaudita psichedelia post-punk; e poi artefice nel ’97 con gli Spiritualized di “Ladies And Gentlemen… We Are Floating In Space” di una sorta di nuovo, fragoroso “Pet Sounds” ─ all’altezza del precedente “And Nothing Hurt”. Ottimo disco dalla cui lavorazione usciva però a tal punto stremato da dichiarare che sarebbe stato il suo ultimo.  Sempre a sentir lui (lo conferma che mentre quello lo si era atteso sei anni per il seguito ne sono bastati quattro) a “Everything Was Beautiful” si è approcciato con meno fisime da perfezionista e si parla di uno la cui ossessione per il dettaglio è leggendaria. Si vede che l’età (o saranno stati certi inciampi della vita) gli ha portato saggezza.

Il nono album in trent’anni degli Spiritualized non è certo il primo da procurarsi ma è quello cui riesce il miracolo di sintetizzare in sette pezzi e quarantaquattro minuti netti un sound cui concorrono il doo wop (chiara influenza nella traccia iniziale e migliore, Always Together With You, in transito dall’estatico al solenne, all’euforico) come i Suicide e molto di quanto sta in mezzo. Benvenuti, nel caso, in un universo in cui ha un senso che una canzone chiamata Let It Bleed (For Iggy) sia in debito più che con gli Stooges con la Motown, laddove ad aleggiare sulla conclusiva I’m Coming Home Again è lo spirito di Dr. John, che della compagnia fu parte pure in carne e ossa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.443, giugno 2022.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Sondre Lerche – Avatars Of Love (PLZ)

Parafrasando Antonello Venditti, certe collaborazioni non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Nel fenomenale debutto del 2001 “Faces Down”, edito quando era a malapena maggiorenne ma scritto e inciso quando ancora non lo era, Sondre Lerche affidava alcuni arrangiamenti di archi a uno dei suoi idoli, Sean O’Hagan degli High Llamas, sodalizio rinnovato nel non meno brillante seguito del 2004 “Two Way Monologue”. Dell’oggi trentanovenne artista norvegese possiedo quasi per intero il catalogo, almeno a livello di album (questo è l’undicesimo, non contando un live e una colonna sonora) e ciò che non ho l’ho comunque ascoltato. Se O’Hagan compare da qualche altra parte, mi è sfuggito. In “Avatars Of Love” c’è e di nuovo firma un’orchestrazione di archi, splendido controcanto alla voce misurata e alla chitarra acustica arpeggiata dell’inaugurale Guarantee That I’d Be Loved.

Anche certe carriere fanno dei giri immensi. All’inizio un nuovo Elvis Costello al netto del sarcasmo e influenzato dai Beatles come dagli Steely Dan, Brian Wilson e Burt Bacharach, Elliott Smith e i Tindersticks, Lorche nel suo terzo lavoro in studio, “Duper Sessions” (2006) omaggiava Cole Porter, salvo nel successivo di un anno “Phantom Punch” porgersi decisamente rock. Molto più avanti, in “Pleasure” (2017), flirterà con dance e synth-pop. Quattordici canzoni di cui due sopra i dieci minuti per una durata che sfiora l’ora e mezza, “Avatars Of Love” prova a… riassumere in un singolo… in un doppio album più o meno per intero la cifra stilistica di uno che ha coverizzato Britney Spears e collaborato con Van Dyke Parks. La penna è mediamente ispirata ma l’opera risulta inevitabilmente dispersiva. E un po’ estenuante, sì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Jensen McRae – Are You Happy Now (The Orchard)

Abbiamo una nuova Tracy Chapman? Che manco era nata quando l’originale collezionava dischi di platino, ancora doveva compiere nove anni quando colei il cui nome resterà legato per sempre alla canzone che ne inaugurava nell’88 l’omonimo esordio (Talkin’ ’Bout A Revolution, ovviamente) dava alle stampe quello che è a oggi il suo ultimo lavoro (“Our Bright Future”) e, per curiosa coincidenza, pubblica il primo album a ventiquattro, stessa età che aveva l’evidente modello quando era lei a debuttare in lungo. Oddio… modello… Alle nostre orecchie le similitudini sono lampanti, ma che Jensen McRae volutamente intenda porsi in quel solco non è da darsi per scontato. Appartiene a un’altra e lontanissima generazione e se a qualcuna si ispira è alla di poco più “anziana” Phoebe Bridgers. Però i classici ─ Dylan, Joni Mitchell, Carole King, James Taylor ─ li ha studiati eccome e in “Are You Happy Now” sono influenze che si sentono, laddove di altre ─ Stevie Wonder, Alicia Keys ─ per ora non si coglie nulla. In futuro chissà. Chissà chissà, visto che la giovane artista californiana pur con garbo nelle poche interviste circolate finora esprime un po’ di fastidio per il fatto di sentirsi vista come un animale raro, una ragazza di colore che suona e canta brani folk invece che soul o r&b.

Folk ma spesso di grande pop appeal e “Are You Happy Now” ne piazza subito uno, Starting To Get To You, dal potenziale clamoroso (ne esibiscono appena meno Take It Easy e Good Legs e forse persino di più una latineggiante e con ritmica molto presente With The Lights On). Sconcerta che un’opera talmente pensata in forma di album da contenere tre interludi a separare/collegare le altre dodici tracce sia per ora disponibile solo in download.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

For His Pleasure – Il primo Bryan Ferry

Sulla copertina di quello che fu il suo secondo LP in proprio Bryan Ferry è immortalato, una piscina alle spalle, in giacca crema, camicia bianca e papillon nero, orologio presumibilmente d’oro ma di disegno sobrio al polso sinistro, l’altra mano in tasca, e una sigaretta fumata fino al filtro fra indice e medio: epitome somma di eleganza (Peter York lo dirà degno di venire esposto alla Tate Gallery, essendo di per sé un oggetto d’arte) sul sottile confine fra il classico e il dandy cui si è mantenuto da allora fedele. Cambiando al massimo il colore di completi sempre inappuntabili, magari una cravatta in luogo del farfallino. Lo diresti tutto fuorché una rockstar. Un uomo di affari. Un lord, quando suo padre lavorava in un allevamento di cavalli. Ma signori si nasce e il nostro uomo (dal 2011 Cavaliere dell’Impero Britannico) lo nacque. Era il 26 settembre 1945. In un’epoca in cui il cosiddetto “ascensore sociale” funzionava cominciava a elevarsi dalle umili origini studiando economia. Non vedeva però per sé un futuro da contabile e si iscriveva allora a Belle Arti. Non arriverà a laurearsi, se non nel 2014 quando verrà insignito honoris causa di un dottorato in musica, e nondimeno semini venivano gettati mentre la passione per il rock’n’roll, incontrato undicenne grazie a Bill Haley, prendeva a permeargli la vita, e daranno frutti.

È dal 2003 che scrivo di ristampe in vinile per questa rivista ed è una ben sfortunata coincidenza che non mi sia mai capitato di occuparmi dei Roxy Music. Non dispero. Per intanto do per scontato che chi mi legge sia conscio di quanto furono rivoluzionari per il rock, con un infiltrarlo di istanze avanguardistiche che se di per sé non era una novità (dopo la psichedelia, i Velvet e Zappa, in piena era progressive) lo diventava nel momento in cui le suddette si accompagnavano a una spiccatissima sensibilità pop. Faceva il resto un vestiario oltraggioso sintonizzato sulla voga impazzante del glam e il gruppo conquistava in men che non si dica le classifiche patrie: decimo con l’omonimo album d’esordio del giugno 1972, quarto con il seguito del marzo ’73 “For Your Pleasure”, primo con “Stranded”, pubblicato nel novembre di quel medesimo anno e nel frattempo i nostri eroi avevano colto anche due hit a 45 giri con dei brani non contenuti nei 33 (Virginia Plain e Pyjamarama, un numero 4 e 10). Non ci si crede: ventisei giorni prima di “Stranded” è arrivato nei negozi il debutto da solista del cantante. Commercialmente (oltretutto li griffa la stessa etichetta, la Island) non ha nessun senso. Eppure venderà benissimo, scalando la graduatoria UK degli album fino alla quinta piazza. Artisticamente, in apparenza ancora meno. Pur autore fino a quel punto dell’intero repertorio dei Roxy, dopo “For Your Pleasure” Ferry ha defenestrato Brian Eno, percepito come un concorrente a una leadership divenuta così dittatoriale, per quanto in “Stranded” abbia concesso al chitarrista Phil Manzanera e al sassofonista Andy Mackay il contentino di co-firmare due pezzi. A che pro dare alle stampe giusto in quel momento un 33 giri a suo nome in cui paradossalmente mette invece solo la voce e la scelta delle tredici tracce? E già: come il coevo “Pin Ups” di David Bowie “These Foolish Things” è una collezione di cover. Che è come dire, in entrambi i casi, di lettere d’amore. La ragion d’essere del disco è il suo porgersi come dichiarazione di poetica di chi, facendosi interprete, svela le sue radici d’autore, sistemando in apertura una straordinaria resa infiltrata di gospel di A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Dylan, in chiusura una traccia omonima che è la canzone più vetusta di tutte essendo del ’36 (già vecchia quando Nat King Cole se ne appropriava nel ’57) e in mezzo dai Beach Boys di Don’t Worry Baby ai Beatles un filo anneriti di You Won’t See Me, avendo prima affrontato con adeguata malevolenza gli Stones di Sympathy For The Devil. All’educazione sentimentale del Nostro hanno contribuito il rock’n’roll di Don’t Ever Change (Crickets) e Baby I Don’t Care (Elvis) come il pop adolescenziale marca Phil Spector di I Love How You Love Me (Paris Sisters) e quello black scuola Motown di The Tracks Of My Tears (Miracles) e Loving You Is Sweeter Than Ever (Four Tops). Che sia una faccenda di… be’… cuore è certificato irrefutabilmente da Piece Of My Heart, che era stata l’unico successo della Franklin minore, Erma, prima che Janis Joplin la sequestrasse e che, lasciando cadere per un attimo la maschera di coolness, trasuda più soul di quanto dovrebbe essere lecito per un gentiluomo bianco e per di più inglese.

Edito nel luglio 1974, quattro mesi prima di “Country Life” dei Roxy, “Another Time, Another Place” è replica al pari fortunata e anzi di più (nelle classifiche britanniche sale fino alla quarta posizione) e ispirata, scaletta perfettamente congegnata a dispetto della gran varietà di materiali affrontati. Si noti come all’inizio del primo lato la confidenziale Smoke Gets In Your Eyes (che tutti conoscono dai Platters) appoggiandosi a una scansione blues si ponga in perfetta continuità con il classico soul-pop di Dobie Gray The ‘In’ Crowd che, irrobustito nelle parti chitarristiche, si svela più che sospetta ispirazione per i Rolling Stones di Under My Thumb. Come ad aprire il secondo all’inno alla gioia di Sam Cooke (What A) Wonderful World replichi l’agro congedo da un amore del Bob Dylan di It Ain’t Me Babe. Ancora da applausi: il Willie Nelson riletto Al Green di Funny How Time Slips Away, il Kris Kristofferson riletto… Kris Kristofferson di Help Me Make It Through The Night e, proprio alla fine, la title track, unico pezzo autografo e, guarda un po’, sembrano i Roxy Music. Che nell’ottobre 1975 pubblicano “Siren” e nel luglio dell’anno seguente, a scioglimento ufficializzato, il live “Viva!”. Il terzo Ferry solista, “Let’s Stick Together”, esce in settembre e bizzarramente per quasi metà del programma (cinque canzoni su undici) vede il cantante coverizzare se stesso. Riprende insomma articoli dal catalogo Roxy e non è una buona idea. Meglio il festoso errebì che lo inaugura e battezza dando lustro a un minore della black quale Wilbert Harrison e una The Price Of Love energizzata rispetto all’originale degli Everly Brothers. Rimane un disco per completisti mentre, avrete inteso, i due predecessori sono caldamente consigliati. Tutti appena ristampati su Virgin/UMC e sono edizioni magnifiche da portarsi a casa di corsa, oggi come oggi, a euro 25.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 437, dicembre 2021.

1 Commento

Archiviato in archivi

The Boo Radleys – Keep On With Falling (BooSTR)

Sulla carta è tutto sbagliato. Perché ci sta che una band che ha fatto la storia del rock nel lontano ultimo decennio dello scorso secolo torni insieme e a tal riguardo si possono fare diversi esempi di rimpatriate dagli esiti eccellenti: Ride e Slowdive, per limitarsi a due nomi e restando in Gran Bretagna e a all’interno di una scena, quella dello shoegaze, della quale i Boo Radleys furono fra gli esponenti di punta. Ma… riformarsi senza Martin Carr che non solo ne era il leader ma ne firmò il 99% del repertorio? È come immaginarsi dei Talking Heads che danno alle stampe un album nuovo e David Byrne non c’è. Una follia, sulla carta. E invece…

E invece ad ascoltare il primo lavoro in studio dei Boo Radleys (settimo in tutto) pubblicato a ventiquattro anni da “Kingsize” senza sapere dell’assenza di Carr (al sottoscritto è successo: l’ho scoperto quando ho cominciato a cercare informazioni prima di fargli fare un secondo giro) si tira un sospiro di sollievo: naturalmente non avvicina le vette olimpiche del capolavoro del 1993 “Giant Steps”, è godibile ma non irresistibile quanto quel “Wake Up” che nel ’95 era un numero 1 UK, e però vale almeno gli ultimi due dischi della formazione storica e pure l’acerbo debutto del ’90 “Ichabod And I”. Dei due grandi album summenzionati prova a fare sinossi, inclinando un po’ più verso il secondo: declinando allora un pop estroso, con armonie vocali spumeggianti, arrangiamenti orchestrali importanti, accostamenti di stili spericolati. Sono 100% Boo Radleys canzoni come I Say A Lot Of Things (riff rock, fiati errebì, archi bacharachiani e un accenno di reggae), Here She Comes Again (John Lennon in botta dub), Alone Together (Stereolab e Oasis in collisione).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

The Jazz Butcher – The Highest In The Land (Tapete)

Non c’è niente da fare e succede presto, dopo che il jazzetto carico di swing Melanie Hargreaves’ Father’s Jaguar aveva illuso che si potesse provare ad affrontare “The Highest In The Land” come fosse semplicemente un altro album (sebbene atteso dieci anni e appena il terzo nel nuovo secolo quando fra l’83 e il ’95 ne aveva dati alle stampe dieci e in più una marea di singoli, EP e live) di Patrick Huntrods, meglio noto come Pat Fish e, soprattutto, Jazz Butcher: nella briosa ─ e però introdotta e suggellata da un soffiar di vento ─ Time a un certo punto si constata che “il tempo sta finendo”. Il cuore perde un battito, il ciglio si inumidisce. Aveva sconfitto il cancro, il nostro uomo, ma il suo stato di salute restava precario e così la morte che lo ha colto nel sonno il 5 ottobre scorso, il sessantaquattresimo compleanno alle viste, ha sorpreso dolorosamente chi giusto due sere prima avrebbe voluto assistere a un suo spettacolo da remoto annullato all’ultimo ma, eccetto per le modalità, non lui. La consapevolezza della propria caducità informa gran parte di un disco che saluta, e un groppo di nuovo chiude la gola, con un valzer dolcissimo chiamato Goodnight Sweetheart.

Ma a chi vive tocca testimoniare per chi non c’è più ed è mero rendere giustizia a chi non ha mai pubblicato un capolavoro ma parimenti neppure un album men che buono affermare con forza che la commozione non regala mezzo voto al più degno dei congedi per uno dei grandi eccentrici (più versante Robyn Hitchcock che Julian Cope, per limitarsi ai coevi) del pop-rock britannico. A un altro delizioso campionario di blues e ballate, beat, folk elettrico alla maniera di Dylan e stavolta non del vaudeville ma un’incursione magistrale in area lounge.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.441, aprile 2022.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

La moderna musica devozionale degli Spiritualized

Ho scippato il titolo di questo articolo alla recensione del primo concerto degli Spiritualized, apparsa nel giugno 1990 sul “New Musical Express” a firma Dele Fadele. Non la ricordavo e l’ho riletta come fosse la prima volta. Si è rivelata eccezionalmente illuminante. Con penna e mente al solito acute (di non molti altri che hanno scritto nell’ultimo decennio su codesto foglio si può dire ciò), Fadele disegna un ritratto del neonato gruppo che delinea alla perfezione gli elementi di una cifra stilistica da subito inconfondibile: il groove minimale nel quale si muovono i musicisti, la precisione teutonica della sezione ritmica, il tessuto fitto di chitarre bloccate su giri ripetitivi con tendenza a intersecarsi, e infine l’organo di gusto liturgico e il ricorrere nei testi di frasi, come “lava via le mie lacrime” e “bisogna che tu torni al fiume”, che si richiamano all’immaginario legato al rito battesimale. Il primo frammento di testo citato nel breve pezzo è “Signore, ipnotizza la mia anima”. Fadele rileva che l’influenza gospel è evidente ma si sposa a semplici scansioni ritmiche prossime all’elementare ma efficacissimo drumming di Maureen Tucker (è il caso di dirlo? Velvet Underground). Annota che come con gli Spacemen 3 si tratta di musica “drogata” non solo per i numerosi riferimenti, obliqui ed espliciti insieme, nelle liriche. Prende atto che, sotto una superficie celestiale, si celano tormenti dell’anima agonici. Moderna musica devozionale, davvero. Del resto, la parola “spiritual” non è già nel nome del gruppo?

Quando gli Spiritualized debuttarono dal vivo c’era già nei negozi un loro disco. Il brano con cui scelsero di presentarsi al pubblico era una cover sorprendente soltanto sulla carta: un vecchio successo dei Troggs, Anyway That You Want Me. Come era sempre accaduto con gli Spacemen 3 il trattamento riservato al brano, che comunque di suo gli si prestava essendo in partenza proto-velvetiano e gonfio di violini romantici senza troppi sdilinquimenti, era tale da renderlo più originale e caratteristico degli originali: dilatato, sognante, struggente. Drogato.

Circolarono bizzarre voci al tempo. La più singolare era che Peter Kember aka Sonic Boom avesse sciolto il gruppo perché gli altri componenti non erano tossici quanto lui e ne – ahem – danneggiavano la reputazione. Jason Pierce aka J. Spaceman smentì. Uscì (era ancora il 1990) un LP degli Spacemen 3, “Recurring”, l’ultimo. Una facciata era occupata per intero da brani composti da Kember, l’altra monopolizzata da Pierce. Subito dopo Sonic Boom annunciò che gli Spacemen 3 non esistevano più e passò due settimane a sparare a zero sui gregari rivoltosi con qualunque esponente della stampa avesse un po’ di tempo da dedicargli. L’avesse deciso lui o loro, il fatto è che se n’erano andati tutti, restando insieme.

Ci volle esattamente un anno (se la prenderanno sempre comoda) perché gli Spiritualized dessero un seguito a Anyway That You Want Me. L’attesa fu ricambiata da una delle canzoni più memorabili di questo decennio. La convinzione, coltivata da tutti, che negli Spacemen 3 Sonic Boom fosse sempre stato il leader e il suo principale sodale al massimo una spalla iniziò a vacillare. Le uscite successive degli Spectrum e degli Spiritualized contribuiranno, in negativo e in positivo rispettivamente, a spazzarla via. Se così fu, da “Recurring” in avanti la stella di Messer Kember ha preso a calare e quella di Messer Pierce ad ascendere. Luminosissima sin dal principio.

Feel So Sad (di cui “Recurring” aveva offerto un assaggio) è una straordinaria sinfonia che partendo da un incipit clamorosamente gospel si dipana per tredici minuti (più i quasi sette del retro) fra ricami di piano, bordoni d’organo, vibrati d’archi, irruzioni di fiati fra jazz, musica bandistica e colonne sonore di film sulle giostre medioevali. Parte John Barry e parte Lou Reed, con come principale punto di riferimento non i Velvet ma lo stravolto minuetto postmoderno denso di violini di Street Hassle (un’influenza fondamentale già per gli Spacemen 3, che addirittura avevano scritto una Ode To Street Hassle).

Prosegue per altre 6.544 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.3, novembre/dicembre 1997.

Lascia un commento

Archiviato in Hip & Pop

A Ocean Rain’s A-Gonna Fall – L’era aurea degli Echo & The Bunnymen

Supponiamo (giusto per un attimo, ché subito dopo conoscendo i protagonisti della vicenda scappa da ridere). Supponiamo che in un qualche universo parallelo quei Crucial Three che nel maggio 1977 mettevano assieme Ian McCulloch (voce), Pete Wylie (chitarra), Julian Cope (basso) e un carneade di batterista di cui forse anche lì si sono perse le tracce siano durati qualche anno almeno. Conglomerato di talenti quale a Liverpool non si vedeva dai Beatles, riuscendo a far convivere ego smisurati hanno fatto la Storia del pop-rock e sono oggi ricordati come i Fab Three. Nel nostro di mondo separavano invece le loro strade dopo neppure tre settimane (bastanti in ogni caso a McCulloch e a Cope per scrivere a quattro mani una canzone, Read It In Books, che poi entrambi incideranno) ma la Storia l’hanno fatta lo stesso. Sì, pure Wylie, con il tanto magnifico quanto ingiustamente dimenticato esordio a 33 giri del suo progetto Wah! (“Nah=Poo ─ The Art Of Bluff”, datato 1981), ma soprattutto Cope, prima con i Teardrop Explodes e quindi con una pletora di album da solista fra lo stellare e lo sconcertante, e ovviamente McCulloch, che commercialmente se la caverà discretamente anche quando si metterà in proprio ma la cui fama di Jim Morrison (fortunatamente al netto degli eccessi e della fine prematura di quegli) della new wave resta imperituramente legata all’epopea degli Echo & The Bunnymen. Di costoro e con il marchio che li griffò in origine ─ Korova, finta indipendente gravitante in realtà in area Warner ─ sono freschi di ristampa quelli che in un formidabile quinquennio, 1980-1984, furono i primi quattro LP. Non è che sia una notiziona (le ultime edizioni in vinile, sempre griffate Korova, datavano 2013-2014 e nel 2010 il secondo della serie era stato sottoposto da Mobile Fidelity Sound Lab al suo nobilitante trattamento: stampa quella però da lungi fuori catalogo e che oggi costicchia), ma come scusa è ottima per rievocare una parabola artisticamente straordinaria. Non sono moltissime negli annali del rock le band che possono vantare un tale poker di assi calati uno via l’altro: album in perfetta continuità nel senso che gli elementi che rendevano riconoscibile il gruppo dopo pochi secondi sono sempre presenti, eppure parecchio diversi ciascuno da quanto lo aveva preceduto. Persino un debutto che marcava una fondamentale svolta rispetto all’esordio a 45 giri Pictures On My Wall, in esso ripreso in una nuova versione, visto che vedeva l’ingresso in squadra, accanto al cantante Ian McCulloch, al chitarrista Will Sergeant e al bassista Les Pattinson, del batterista Pete de Freitas, in sostituzione di… una drum machine (Echo, secondo una leggenda peraltro sempre smentita dai Nostri ma che tuttora circola). Arrivo fondamentale e gli ultimi Bunnymen “veri” anche se non più indispensabili saranno quelli del deludente solo se raffrontato ai predecessori omonimo e quinto LP, uscito nel 1987, due anni prima della tragica dipartita causa un incidente in moto dell’appena ventisettenne de Freitas. Veniva a mancare con lui un’alchimia magica e irripetibile, irriproducibile.

Che si tratti, come a posteriori appare evidentissimo laddove al tempo ogni capitolo conquistò nuovi cultori e ne fece perdere qualcuno, spiazzato da un’evoluzione (che non necessariamente vuol dire crescita) costante, di una quadrilogia è evidenziato da quattro copertine ognuna delle quali epocale, bellissima, degna di figurare in un’ideale mostra di grafica applicata alla musica. Significativamente tutte firmate dal medesimo fotografo, Brian Griffin. E al pari significativamente nessuna con un’immagine, come da una delle convenzioni del rock, dei componenti della band a mezzo busto, quasi in primo piano, come quella che banalmente (e dire che è di Anton Corbijn!) sarà scelta come artwork di quel quinto 33 giri di cui dicevo sopra. “Crocodiles” immortala gli allora ragazzi nella notte di un bosco fiabesco; “Heaven Up Here” li coglie di schiena su una spiaggia al crepuscolo, con la bassa marea, sagome irriconoscibili, gabbiani in volo all’orizzonte; “Porcupine” li colloca fra gli orridi di un ghiacciaio islandese; “Ocean Rain” su una barca (sappiamo purtroppo chi, inconsapevolmente, nel ruolo di futuro Caronte) in un lago sotterraneo sito in Cornovaglia. A rendere ulteriormente eccezionali le copertine in questione è che il contenitore invariabilmente anticipi e rispecchi il contenuto.

La musica, allora. Per “Crocodiles” si parlava per la prima volta, in anticipo sul recupero di sonorità sixties che da lì a breve (ma molto più in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico che non nel Regno Unito) si porrà inaspettatamente in competizione con una new wave programmaticamente volta a raccontare il presente cercando di immaginare il futuro, di neo-psichedelia. In esso di revivalistico non vi è in realtà quasi nulla e per essere quei “nuovi Doors” di cui si scrisse a Echo & The Bunnymen non mancavano soltanto (quasi sempre) le tastiere ma proprio la volontà. Era in verità musica per moltissimi versi inaudita: una chitarra che si ispirava ai Television paradossalmente negando la caratteristica principale di quel sound, mai in assolo piuttosto che perennemente, con un susseguirsi inesausto di piccole armonie, tocchi delicati, lirismi accennati; un basso insieme funky e melodico; una batteria che nel mentre ancora il tutto svaria in maniera non dissimile dalla chitarra. E poi la voce che, d’accordo, ha una grandeur morrisoniana ma in essa instilla gocce di cupezza esistenzialista in luogo dello sciamanico, dionisiaco maledettismo dell’originale. Non che a “Crocodiles” difetti un vitalismo che in “Heaven Up Here” (che per una critica quasi unanime al riguardo è il capolavoro del quartetto, laddove i fans in genere gli preferiscono “Ocean Rain”) cede il passo ad atmosfere talvolta fosche, a uno sperimentare pur restando nel solco del rock che lo rende a tratti accostabile a contemporanei quali Joy Division, P.I.L., Gang Of Four, Talking Heads. “Porcupine” verrà in un primo momento rimandato al mittente e per una volta una casa discografica farà la cosa giusta, giacché gli arrangiamenti d’archi aggiunti da L. Shankar a The Cutter e a The Back Of Love porteranno le due canzoni, oltre che nelle classifiche dei singoli, in un’altra e trascendentale dimensione. In Heads Will Roll in zona “Forever Changes” e scusate se è poco. Quanto a orchestrazioni, “Ocean Rain” forse eccederà, ma che gli vuoi dire a un disco con dentro una hit e insieme un classico monumentale quale The Killing Moon e una favolosa ballata di impronta folk come The Yo Yo Man? Si chiude con l’elegiaca traccia omonima e forse McCulloch e soci avrebbero dovuto farla finita lì. Non potevano più superarsi, non si supereranno più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

2 commenti

Archiviato in archivi