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Nada Surf – Never Not Together (Barsuk)

Nel momento in cui scrivo è appena partito il tour con il quale i Nada Surf promuoveranno questo loro nono album in studio. Dopo gli USA toccherà undici paesi europei Italia compresa. Roba grossa, insomma, e testimonianza che il quartetto fondato nel 1993 dal chitarrista e cantante Matthew Caws e dal bassista Daniel Lorca, cui danno man forte dal ’95 (a quell’altezza i Newyorkesi avevano pubblicato solo un singolo e inciso un EP) il batterista Ira Elliot e dal 2010 il chitarrista Doug Gillard, può contare su una platea di cultori di buona consistenza nonostante nella sua ormai lunghissima carriera solo all’inizio abbia gravitato in orbita major. Li raccomandava alla Elektra Ric Ocasek (che firmava anche la regia del debutto in lungo “High/Low”) e la sua intuizione era subito premiata da un singolo, Popular, di più che discreto successo. Ma la casa discografica metteva becco nel secondo album, “The Proximity Effect”, il gruppo non gradiva e veniva licenziato subito dopo l’uscita del disco. Da allora, con l’isolata parentesi di un “Live In Brussels” che resta splendido bignamino della prima produzione della band e vedeva la luce nel 2004 per una succursale EMI, i Nada Surf sono uno dei nomi di punta (quando non si autoproducono) della indie Barsuk.

Lungo preambolo per sottolineare una volta di più che è incredibile che nessuna multinazionale provi ad accaparrarsi un gruppo dal potenziale clamoroso. Se So Much Love potrebbe appartenere ai Fleetwood Mac dell’epoca aurea, Come Get Me e Something I Should Do avrebbe potuto scriverle Tom Petty per “Southern Accents” e Mathilda pare una hit perduta degli Smashing Pumpkins. Nemmeno i pezzi più incisivi, palma che spetta a Looking For You, che parte con un incantevole coro di voci bianche prima di raddensarsi e scatenarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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Fountains Of Wayne – Pure Pop For Now People

Che brutto pesce d’aprile ci ha fatto ieri Adam Schlesinger – fondatore nel 1995 dei Fountains Of Wayne e co-autore dell’intero repertorio fino allo scioglimento, datato 2013 – andandosene a soli cinquantadue anni. Lo ha strappato all’affetto dei fan e della famiglia questa pandemia che sta cambiando per sempre le vite di tutti noi.

Out-Of-State Plates (Virgin, 2005)

Al prossimo anno saranno due tondi decenni dacché Adam Schlesinger e Chris Collingwood si conobbero al college e, assodata la passione comune per il pop britannico più melodico dai Beatles in giù, decidevano di mettersi a scrivere canzoni insieme. Divisi una serie di gruppi effimeri, davano vita ai Pinnwheel e si separavano quando un intero LP inciso con quella ragione sociale veniva accantonato per una grana legale. Il primo si univa allora ai newyorkesi Ivy, il secondo ai bostoniani Mercy Buckets. Quest’anno fa un tondo decennio dacché Adam Schlesinger e Chris Collingwood rinnovavano il loro sodalizio e questa volta con maggiore fortuna, con la sigla Fountains Of Wayne.

Tre album e un successo da Top 40 un po’ ovunque (Stacy’s Mom) dopo, festeggiano la ricorrenza svuotando gli archivi: forte di un paio di brani nuovi brillanti ancorché troppo simili fra loro (Maureen e The Girl I Can’t Forget: zuccherini frullati di punk e pop, wave ed errebì), “Out-Of-State Plates” raduna retri di singoli, partecipazioni a raccolte, registrazioni live, inediti assoluti e insomma minutaglia assortita non su uno ma addirittura su due CD e i due soci modestamente si scusano per la logorrea, in una noterella in cima al libretto. Non dovrebbero: quale più eclatante conferma del loro valore della qualità e della godibilità media di una raccolta di “scarti”? Dove brillano le loro qualità di autori così come la capacità di rendere con irresistibile verve canzoni altrui, si tratti di una Trains And Boats And Planes di Burt Bacharach sistemata a mezza via fra Byrds e Beach Boys, di una Can’t Get It Out Of My Head che fa diventare gli E.L.O. i R.E.M. o di …Baby One More Time. Di Britney Spears, nientemeno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.260, settembre 2005.

Sky Full Of Holes (Yep Roc, 2011)

Vista la costante contrazione del mercato discografico, sono numeri che vanno presi con ampio beneficio d’inventario. Insomma: arduo dire se un numero 37 odierno nella classifica USA (in tale posizione si situa “Sky Full Of Holes” nel momento in cui scrivo queste righe) valga di più in termini di copie vendute del 97 che raggiungeva quattro anni fa “Traffic And Weather” (probabilmente sì) o del 115 cui si arrestava nel 2003 “Welcome Interstate Managers” (probabilmente no). Quel che è sicuro è che all’epoca di quest’ultimo i Fountains Of Wayne soggiornavano ancora in area major (erano su Virgin, dopo avere pubblicato due lavori su Atlantic) e che, oltre a godere di un supporto promozionale importante, potevano cavalcare l’onda di quello che resta a oggi (certificato da un disco d’oro) l’unico loro singolo davvero di successo, Stacy’s Mom. Quest’album nuovo, il loro quinto, non ha viceversa finora beneficiato di un’analoga spinta, visto che né Richie And Ruben (immaginate i Plimsouls alle prese con i Creedence) né una Someone’s Gonna Break Your Heart melodicamente ancora più efficace sono riuscite a catturare l’attenzione del grande pubblico.

Pazienza. Fanno loro contorno altre undici canzoni con le carte in regola per farsi trasmettere almeno da un certo tipo di radio. Da una Acela che si sarebbe potuta ascoltare dai Blur a una Action Hero che posiziona Paul Simon in un contesto Beatles, da una Workingman’s Hands byrdsiana a una Radio Bar con i fiati che luccicano e martellano quanto le chitarre. E può darsi dunque che per i Nostri sia comunque giunta l’ora (inspiegabile perché non sia accaduto prima) del passaggio di categoria: da culti a stelline. Lo meriterebbero proprio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.326, ottobre 2011.

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It was 50 years ago today – Il trionfale congedo di Simon & Garfunkel

Paul Simon e Art Garfunkel attraversano i ’60 con grazia impareggiabile, con l’entusiasmo della giovinezza sfumante senza cesure nella saggezza della maturità, offrendo un ritratto dei tempi assai meno agiografico di quanto la memoria non suggerisca. Con un nocciolo di amarezza al centro della polpa di canzoni straordinariamente amabili: a scorrere i versi di The Sound Of Silence (il brano che nel 1965 li promuoveva allo stardom grazie a una felice intuizione del produttore Tom Wilson, che vi aggiungeva a posteriori chitarre elettriche, basso e batteria) ci si chiede chi altri abbia detto tanto con così poche parole sul tema dell’incomunicabilità. Ed è mai stata rappresentata l’innocenza di quegli anni meglio che nel bozzetto di amore in viaggio di America? Un film e un’epoca in tre minuti e trentasei secondi. Ma a fine decennio la coppia arriva scoppiata.

Non lo immagina probabilmente nessuno, fra i milioni che acquistano “Bridge Over Troubled Water” spedendolo al primo posto in classifica un po’ ovunque, che quella che era stata una bellissima storia di amicizia, prima e oltre che un felice sebbene squilibrato sodalizio artistico, sia all’epilogo e sembrerà un suicidio commerciale da rivaleggiare con quello – lo stesso anno! –  dei Beatles l’annuncio dello scioglimento. Tanto di più si sentiranno allora traditi i fan riguardando quella foto sul retro copertina, con Paul che appoggia la testa sulla schiena di Art con gesto di tenerezza infantile. Ma che congedo che fu! Il 33 giri più memorabile fra i cinque del duo, un’unica piccola caduta con il folk andino alquanto kitsch di El condor pasa e per il resto un susseguirsi di gemme, si tratti di uno squassante errebì bianco come Keep The Customer Satisfied o dello scanzonato beat Why Don’t You Write Me, dell’elegiaca So Long, Frank Lloyd Wright o della ninna nanna Song For The Asking, o ancora del rock’n’roll Bye Bye Love, che in un tripudio di applausi salda il debito con gli Everly Brothers. Le più abbaglianti in apertura di facciate: il più bello spiritual laico di sempre (Aretha lo capì subito e lo fece suo), che è la canzone che intitola l’album, e l’epitome somma di folk-rock The Boxer.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Cinquant’anni fa a oggi “Bridge Over Troubled Water” sostituiva “Led Zeppelin II” al primo posto della classifica di “Billboard” degli album più venduti negli Stati Uniti. Ci resterà per dieci settimane consecutive.

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David Sylvian – Ritratto di un artista senza rete, né confini

Un brutto anatroccolo che in un paio di anni si trasforma in un bellissimo cigno: così i Japan, creatura cui giovanissimi davano vita, ed era il 1974, i fratelli David e Stephen Batt e Andonis Michaelides, trio chitarra ritmica (e voce), batteria e basso cui presto si univa un altro allievo della stessa scuola londinese, il tastierista Richard Barbieri.  L’anno dopo il quartetto diventava quintetto con l’ingresso del chitarrista solista Rob Dean. Complesso a quel punto ancora senza nome mentre cantante, batterista e bassista già avevano provveduto a cambiare i loro, l’ultimo ribattezzandosi Mick Karn e i fratelli rispettivamente David Sylvian e Steve Jansen, quegli prendendo ispirazione da Sylvain Sylvain, questi da David Johansen e insomma nel 1975 Morrissey non era l’unico adolescente inglese in fissa con i New York Dolls. Avendo rimediato dopo mesi di prove un ingaggio per un concerto dovevano alla buon’ora adottare una ragione sociale e senza un motivo particolare optavano per quella che sapete. Scelta che porterà loro fortuna quando, dopo essersi guadagnati un contratto discografico vincendo un concorso per esordienti indetto dalla tedesca Hansa, pubblicavano nell’aprile 1978 il debutto a 33 giri “Adolescent Sex”, dandogli un seguito da lì ad appena sei mesi con “Obscure Alternatives”. Indovinereste mai l’unico paese al mondo dove i due LP entravano nelle zone alte delle classifiche? In Giappone. Mentre in patria i ragazzi collezionavano recensioni negative fino al dileggio, scherniti per il loro essere glam fuori tempo massimo, etichettati come una scadente imitazione dei Roxy Music (quando a riascoltarli oggi quei dischi suonano sì ingenui ma mica così orrendi; anzi). Salvo poi venire accostati alla nascente voga new romantic allorché alla fine dell’anno seguente davano alle stampe “Quiet Life” e la critica era comunque meno spietata, le vendite discrete. Ovazioni a scena aperta saluteranno nel 1980 “Gentlemen Take Polaroids” e nell’81 “Tin Drum”. Compiuta con quelli la metamorfosi accennata dal synth—pop del terzo album, fattosi raffinatissimo e soprattutto unico un sound ancora debitore ai Roxy ma capace nel contempo di inglobare dal funk all’elettronica più rarefatta passando per derive terzomondiste, asiatiche in particolare.

La storia di questo mese parte da qui, da una che finisce ed è quella di un quintetto che si dissolve allo zenit di ispirazione artistica e fortune commerciali e che vi devo dire? “Cherchez la femme”, Sylvian e Karn hanno litigato perché l’ex-ragazza del secondo si è messa con il primo e ciao ciao. Lei, che guarda caso è giapponese, si chiama Yuka Fujii, è fotografa e designer di livello e avrà – sta già avendo – un’influenza enorme sul nostro uomo. Facendolo appassionare al jazz, introducendolo alla pratica della meditazione, curandone (a partire dalla grafica dei dischi) l’immagine. I Japan si sciolgono nel 1982 e nell’83 aggiungono una preziosa postilla a una carriera inusuale con il doppio live “Oil On Canvas” (beffardamente un numero 5 UK: il loro piazzamento più alto). Avendo già colto due hit a 45 giri in coppia con Ryuichi Sakamoto (Bamboo Houses e Forbidden Colours), il loro ex-cantante debutta a 33 giri (restando fedele alla Virgin, che aveva griffato la seconda metà di discografia della ex-band) nel luglio 1984 con “Brilliant Trees”, (capo)lavoro che riprende il discorso esattamente da dove si era interrotto con il gruppo. Dà man forte al titolare un dream team di collaboratori che oltre al fratello Steve, a Barbieri e a Sakamoto include fra gli altri l’ex-Can Holger Czukay, l’ex-Pentangle Danny Thompson e i trombettisti Mark Isham e Jon Hassel. Presenza invero significativa l’ultima, siccome quella Fourth World Music che ha teorizzato – mettendo insieme minimalismo e assortite musiche etniche e manipolando elettronicamente il suono del suo strumento – è un influsso lampante anche al di là del fatto che Hassel co-firma con Sylvian, in apertura di seconda facciata, una Weathered Hall di sconfinate (proprio nel senso di “senza confini”) suggestioni. Verrebbe da dirla un apice del disco non fosse che è un disco di soli apici, dal funk fra Talking Heads e il Bowie di “Lodger” di Pulling Punches a quello con venature jazz di Red Guitar, a quello ghiacciato e fosco di Backwaters, dalle sognanti The Ink In The Well e Nostalgia a una traccia omonima e conclusiva fra lo stralunato e il solenne, versante liturgico.

Copertina che curiosamente non è quella originale bensì riprende l’edizione rimasterizzata in CD del 2003, “Brilliant Trees” è fresco di ristampa in vinile ed è una gran bella notizia, visto che sul più nobile dei supporti fonografici mancava da troppissimo all’appello. Ma per i cultori la notiziona è un’altra: fa parte di un’emissione di quattro titoli che comprende come secondo “Alchemy – An Index Of Possibilities”, che all’epoca (dicembre 1985) era uscito (tranne che in Australia, pensate) soltanto in cassetta. Con su un lato la suite in tre parti (la terza co-firmata Jansen/Hassell) Words With The Shaman (disponibile al tempo pure su 12”) e sull’altro la davvero rara Steel Cathedrals, traslucida gemma di ambient-jazz fra Eno e il primo Miles elettrico. Completano il poker di assi il doppio “Gone To Earth” (settembre 1986; non sono a conoscenza di altre versioni con questo – credo nuovo – art work) e “Secrets Of The Beehive” (settembre 1987). Vicinissimi ai vertici di “Brilliant Trees”, il primo grazie alle due facciate di canzoni laddove le due di musica per ambienti risultano un po’ dispersive, e a giudizio di alcuni l’ultimo persino superiore. Magari no e tuttavia articoli come la desolata e gassosa Maria, il valzer western con spruzzate di jazz Orpheus, la spagnoleggiante When Poets Dreamed Of Angels e la luttuosa a dispetto del titolo Let The Happiness In sono fra i più memorabili di un catalogo sfortunatamente non troppo cresciuto (solo altri cinque album) da allora. Sono ottime stampe, eccelse nel loro riprodurre filigrane finissime. Qualche dubbio lo suscitano giusto le buste interne cartonate, quando sarebbe stato meglio (per evitare graffi casuali e accumulo di elettricità) optare per degli inserti e i delicati vinili inserirli in buste antistatiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019. David Sylvian ha festeggiato ieri, per certo con la consueta eleganza, i suoi sessantadue anni.

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I migliori album del 2019 (1): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City)

Diversamente dalla telefonata di una vecchia pubblicità, una buona recensione evidentemente non allunga la vita. Neanche molte buone recensioni – collezione impressionante: le migliori di una carriera lunga formalmente un quarto di secolo ma in realtà interrottasi dieci anni prima dell’uscita di un disco che da ripartenza, com’era stato inteso fors’anche dall’autore, si è tragicamente trasformato in addio – hanno potuto. E chissà se David Berman ne ha letto qualcuna nei ventisei giorni trascorsi fra la pubblicazione dell’album e quando si è tolto la vita. Si è impiccato il 7 agosto scorso, tre giorni prima dell’inizio di un lungo tour americano (vi ricorda qualcuno?) cui avrebbe dovuto andarne dietro, fra febbraio e marzo di quest’anno, uno europeo. Deve essere stato l’impulso sfortunatamente irreversibile di un momento a indurre al gesto fatale chi ore prima, in un’intervista via e-mail, aveva scritto all’interlocutore di resilienza, mostrandosi a tratti scherzoso, concludendo addirittura pronosticando al giornalista, che gli aveva confessato soffrire di depressione, che certamente un bel giorno si sarebbe scoperto capace di essere di nuovo felice. “Che razza di sorpresa sarà, vedrai.” Già.

Sarò sincero. Ho in casa mezza discografia dei Silver Jews ma non ne sono mai stato un gran cultore. Ne recensii pure un paio di quei sei album, tiepidamente. Mi piacevano all’inizio, quando furono scambiati per una costola dei Pavement nonostante si fossero formati prima, e mi piacque (abbastanza) il congedo del 2008 “Lookout Mountain, Lookout Sea”: lontanissimo dallo sgangherato lo-fi degli esordi, una buona prova di cantautorato alt-country ma, insomma, i capolavori sono un’altra cosa. Tipo “Purple Mountains”, un esorcismo trasformatosi in testamento. Disco cui il nostro uomo lavorava sin dal 2014 (risale ad allora la stesura della torpida I Loved Being My Mother’s Son, in memoria della madre appena scomparsa) e ci aveva provato più volte a dargli forma, invano. Una versione con Dan Bejar dei Destroyer nel per lui inedito ruolo di produttore veniva accantonata e questo più o meno all’altezza (2016) dell’incisione di un album con i Black Mountain pure esso scartato. Giungevano in soccorso prima Stephen Malkmus, poi Jeff Tweedy, infine Dan Auerbach, e nemmeno con loro Berman trovava la quadra. A rivelarsi decisivo era l’incontro con Jeremy Earl e Jarvis Taveniere dei Woods e il resto è – sarà – Storia.

Perché che si sia in presenza di un classico è evidente sin dalle prime battute di That’s Just The Way That I Feel, honky tonk dove un organo chiesastico incongruamente e sublimemente pesa quanto il pianoforte tipico del genere. È mai parsa più seducente che in una orecchiabilissima All My Happiness Is Gone l’infelicità? È mai stato il naufragare fra gli oscuri marosi dell’esistenza più dolce che in Darkness And Cold? È o non è Snow Is Falling In Manhattan la più bella canzone che Leonard Cohen non ha scritto? È la quarta delle dieci tracce in scaletta e, conversando con Andrew Male di “Mojo”, l’autore sosteneva essere soddisfatto di quelle e basta. Quando Margaritas At The Mall, con i suoi fiati mariachi e tanto altro ancora che rimanda a Townes Van Zandt, una She’s Making Friends, I’m Turning Stranger degna del miglior Gram Parsons e la confidenziale Nights That Won’t Happen (che ne avrebbe fatto Sinatra!) se non appartengono appieno all’Ineffabile quantomeno bussano alla sua porta. Dopo una Storyline Fever sull’orlo dell’euforia (!) “Purple Mountains” saluta con la scintillante ballata Maybe I’m The Only One For Me: una lezione riguardo all’imparare ad amarsi di cui David Berman non ha saputo fare – purtroppo per lui e per noi – tesoro.

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I migliori album del 2019 (5): Yola – Walk Through Fire (Easy Eye Sound)

Se questo disco fosse uscito nel 1969 avrebbe venduto probabilmente molto e i singoli che ne sarebbero stati tratti non solo avrebbero scalato a loro volta le classifiche ma si sarebbero impressi nella memoria collettiva, contribuendo grandemente a una meritata nomea di classico. Li si ascolterebbe ancora alla radio (diciamo su Capital e Virgin, visto che siamo in Italia) e sarebbero insomma familiari pure a un pubblico non particolarmente avvertito. Non so a voi, ma a me di ascoltare alla radio un qualunque brano da “Walk Through Fire” non è capitato. E a quanto mi consta l’esordio da solista (prima era la cantante di tali Phantom Limb, tre album pubblicati fra il 2008 e il 2012 senza che nessuno se ne accorgesse) di Yolanda Quartey ha totalizzato finora vendite modeste. Cambierà qualcosa se a febbraio – e cioè a esattamente un anno dacché ha visto l’uscita – Yola dovesse imporsi in qualcuna delle ben quattro categorie nelle quali si ritrova candidata ai Grammy Awards? Certamente sì e se anche non dovesse portare a casa nemmeno un trofeo l’esposizione mediatica un qualche positivo effetto lo avrà. Strano e ormai rarissimo caso di industria discografica che dimostra di credere in qualcuno il cui nome è ignoto alla platea generalista. Per quanto e paradossalmente non ne abbia capito granché. OK “Best New Artist” per la titolare, ma far concorrere “Walk Through Fire” per il titolo di “Best Americana Album” e soprattutto inserire Faraway Look nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” sta fra la forzatura e l’equivoco.

Mi spiego? Immaginate Burt Bacharach che scrive per Dusty Springfield e la manda a registrare a Memphis, con gli allora ragazzi della Stax, ma con Phil Spector a produrre: ne sarebbe venuta fuori proprio Faraway Look, che inaugura “Walk Through Fire” ed è subito capolavoro, che è la “mia” canzone del 2019 anche se ancora non ci credo che non sia una faccenda da cinquanta esatti anni prima. Roba da “Dusty In Memphis” e di nuovo un’inglese (Yola è di Bristol, ma diversamente da Dusty Springfield non vuole la pelle nera perché già ce l’ha) va a cantare il soul in terra di America come non molti (afro)americani sanno. Pezzone clamoroso dopo il quale nulla potrebbe ragionevolmente andare e invece questa trentaseienne con in curriculum collaborazioni con Massive Attack e Chemical Brothers ne piazza altri undici diversamente fantastici e sotto tutti c’è, con quelle di un manipolo di collaboratori, la sua firma (sotto la ballatona It Ain’t Easier solo la sua). Immancabile Dan Auerbach dei Black Keys, regista dell’operazione ed è la sua migliore produzione di sempre. C’è indubbiamente parecchio country in questo disco, fra l’altro registrato giusto a Nashville, e sarà pure da ciò che deriva il misunderstanding di cui sopra, perché di soul ce n’è di più, e con esso del gospel, e del blues. Tanto pop, nell’accezione ’60 del termine (la melodia della conclusiva Love Is Light non potrebbe essere più beatlesiana) e caratterizzato da arrangiamenti importanti, ma sempre agili. Però, però, però… Nei miei scaffali il disco finirà nella sezione black e quello è il suo posto, “soul” è l’etichetta se per forza gliene devo attaccare una. Anche se Love All Night (Work All Day) potrebbe averla scritta Robbie Robertson ai tempi della Band. Anche se Lonely The Night sarebbe stata perfetta per Roy Orbison.

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I migliori album del 2019 (8): Edwyn Collins – Badbea (AED)

Sulla copertina del decimo album da solista colui che, con Roddy Frame, fu il massimo esponente di quello che con trasparente omaggio alla Motown venne detto “il suono della giovane Scozia” si porge in tutta la sua dolorosa fragilità. Che non viene dagli anni che ha, che comunque in agosto saranno sessanta, ma dalle emorragie cerebrali (due in pochi giorni), che quasi lo uccidevano nel 2005. Con come conseguenza danni rispetto ai quali la fisioterapia molto ha potuto ma (esplicita in tal senso proprio la foto di cui sopra) non tutto. Ringraziamo che alla fine la voce se la sia ritrovata intatta, il nostro uomo. Ma soprattutto che nella disgrazia si sia mostrato eccezionale per la capacità di affrontarla restando sempre, oltre che combattivo, positivo. La felicità di essere tuttora di questo mondo e in grado di cantarsela e suonarsela, la vita, il sentimento che informa prevalentemente quanto prodotto da allora. E la scrittura? Un altro miracolo: nel contesto di una carriera in ogni caso sempre di livello, tornata agli apici giovanili. Credetemi se vi dico che non è la vicinanza che provo per Collins che mi fa affermare che “Badbea” è il suo disco più bello dal lontanissimo (1982!) esordio degli Orange Juice, il superbo “You Can’t Hide Your Love Forever”. Addirittura.

Anzi, non credetemi e verificate. Vedrete se non vi catturerà subito l’incrocio fra jingle-jangle e techno-pop di It’s All About You, se il tempo non volerà fino alla traccia omonima e conclusiva, unica su cui si allunga un’ombra di malinconia. In mezzo, canzoni clamorose come il Northern soul In The Morning, il pop sentimentale con energia I Guess We Were Young, una Outside punkettona, il pazzesco incrocio Kraftwerk/Dexys Midnight Runners Glasgow To London, una I Want You da Iggy Pop circa “Lust For Life”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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