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I migliori album del 2019 (5): Yola – Walk Through Fire (Easy Eye Sound)

Se questo disco fosse uscito nel 1969 avrebbe venduto probabilmente molto e i singoli che ne sarebbero stati tratti non solo avrebbero scalato a loro volta le classifiche ma si sarebbero impressi nella memoria collettiva, contribuendo grandemente a una meritata nomea di classico. Li si ascolterebbe ancora alla radio (diciamo su Capital e Virgin, visto che siamo in Italia) e sarebbero insomma familiari pure a un pubblico non particolarmente avvertito. Non so a voi, ma a me di ascoltare alla radio un qualunque brano da “Walk Through Fire” non è capitato. E a quanto mi consta l’esordio da solista (prima era la cantante di tali Phantom Limb, tre album pubblicati fra il 2008 e il 2012 senza che nessuno se ne accorgesse) di Yolanda Quartey ha totalizzato finora vendite modeste. Cambierà qualcosa se a febbraio – e cioè a esattamente un anno dacché ha visto l’uscita – Yola dovesse imporsi in qualcuna delle ben quattro categorie nelle quali si ritrova candidata ai Grammy Awards? Certamente sì e se anche non dovesse portare a casa nemmeno un trofeo l’esposizione mediatica un qualche positivo effetto lo avrà. Strano e ormai rarissimo caso di industria discografica che dimostra di credere in qualcuno il cui nome è ignoto alla platea generalista. Per quanto e paradossalmente non ne abbia capito granché. OK “Best New Artist” per la titolare, ma far concorrere “Walk Through Fire” per il titolo di “Best Americana Album” e soprattutto inserire Faraway Look nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” sta fra la forzatura e l’equivoco.

Mi spiego? Immaginate Burt Bacharach che scrive per Dusty Springfield e la manda a registrare a Memphis, con gli allora ragazzi della Stax, ma con Phil Spector a produrre: ne sarebbe venuta fuori proprio Faraway Look, che inaugura “Walk Through Fire” ed è subito capolavoro, che è la “mia” canzone del 2019 anche se ancora non ci credo che non sia una faccenda da cinquanta esatti anni prima. Roba da “Dusty In Memphis” e di nuovo un’inglese (Yola è di Bristol, ma diversamente da Dusty Springfield non vuole la pelle nera perché già ce l’ha) va a cantare il soul in terra di America come non molti (afro)americani sanno. Pezzone clamoroso dopo il quale nulla potrebbe ragionevolmente andare e invece questa trentaseienne con in curriculum collaborazioni con Massive Attack e Chemical Brothers ne piazza altri undici diversamente fantastici e sotto tutti c’è, con quelle di un manipolo di collaboratori, la sua firma (sotto la ballatona It Ain’t Easier solo la sua). Immancabile Dan Auerbach dei Black Keys, regista dell’operazione ed è la sua migliore produzione di sempre. C’è indubbiamente parecchio country in questo disco, fra l’altro registrato giusto a Nashville, e sarà pure da ciò che deriva il misunderstanding di cui sopra, perché di soul ce n’è di più, e con esso del gospel, e del blues. Tanto pop, nell’accezione ’60 del termine (la melodia della conclusiva Love Is Light non potrebbe essere più beatlesiana) e caratterizzato da arrangiamenti importanti, ma sempre agili. Però, però, però… Nei miei scaffali il disco finirà nella sezione black e quello è il suo posto, “soul” è l’etichetta se per forza gliene devo attaccare una. Anche se Love All Night (Work All Day) potrebbe averla scritta Robbie Robertson ai tempi della Band. Anche se Lonely The Night sarebbe stata perfetta per Roy Orbison.

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I migliori album del 2019 (8): Edwyn Collins – Badbea (AED)

Sulla copertina del decimo album da solista colui che, con Roddy Frame, fu il massimo esponente di quello che con trasparente omaggio alla Motown venne detto “il suono della giovane Scozia” si porge in tutta la sua dolorosa fragilità. Che non viene dagli anni che ha, che comunque in agosto saranno sessanta, ma dalle emorragie cerebrali (due in pochi giorni), che quasi lo uccidevano nel 2005. Con come conseguenza danni rispetto ai quali la fisioterapia molto ha potuto ma (esplicita in tal senso proprio la foto di cui sopra) non tutto. Ringraziamo che alla fine la voce se la sia ritrovata intatta, il nostro uomo. Ma soprattutto che nella disgrazia si sia mostrato eccezionale per la capacità di affrontarla restando sempre, oltre che combattivo, positivo. La felicità di essere tuttora di questo mondo e in grado di cantarsela e suonarsela, la vita, il sentimento che informa prevalentemente quanto prodotto da allora. E la scrittura? Un altro miracolo: nel contesto di una carriera in ogni caso sempre di livello, tornata agli apici giovanili. Credetemi se vi dico che non è la vicinanza che provo per Collins che mi fa affermare che “Badbea” è il suo disco più bello dal lontanissimo (1982!) esordio degli Orange Juice, il superbo “You Can’t Hide Your Love Forever”. Addirittura.

Anzi, non credetemi e verificate. Vedrete se non vi catturerà subito l’incrocio fra jingle-jangle e techno-pop di It’s All About You, se il tempo non volerà fino alla traccia omonima e conclusiva, unica su cui si allunga un’ombra di malinconia. In mezzo, canzoni clamorose come il Northern soul In The Morning, il pop sentimentale con energia I Guess We Were Young, una Outside punkettona, il pazzesco incrocio Kraftwerk/Dexys Midnight Runners Glasgow To London, una I Want You da Iggy Pop circa “Lust For Life”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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I migliori album del 2019 (14): Angel Olsen – All Mirrors (Jagjaguwar)

C’era da aspettarselo. Nel 2017 con “Phases” Angel Olsen compiva un’operazione che poteva apparire prematura per una musicista con una carriera principiata a inizio decennio: svuotava un po’ di cassetti e in tanti si chiedevano se non intendesse così mettere un punto e a capo, facendo ordine e spazio per una fase nuova. Non che in precedenza fosse mai stata ferma, eh? Si presentava al proscenio con gli esitanti demo per voce e chitarra acustica di “Strange Cacti”, trasformava il suo folk in folk-rock, mostrando nel contempo una chiara crescita sia da autrice che da interprete, già con il successivo e ancora semi-clandestino “Half Way Home” e con “Burn Your Fire For Your Witness” (primo suo album a entrare nella classifica di “Billboard”) lo variegava e personalizzava, fra echi di Velvet Underground e scorci di neo-psichedelia. Laddove “My Woman” per una metà era il suo lavoro più “pop” e per l’altra il più ardito, congiura di opposti capaci di coesistere. C’era da aspettarselo. Disco dopo disco, la Olsen è andata ispessendo e raffinando il suo sound. A questo giro non si limita a porgersi “full band”, ricorre a un’orchestra di quattordici elementi.

È un mondo nuovo (solo Summer, con le sue chitarre cristalline, troverebbe facile collocazione nel precedente catalogo di Americana invero “alternative”) e coraggioso, che a molti cultori della prim’ora potrebbe non piacere ma ne sedurrà altri. Con le sue orchestrazioni dense (non bastassero archi e fiati pure mellotron e synth) ma funzionali e sempre capaci di fermarsi prima della fatidica nota di troppo. Disco da godere come assieme ma con momenti di memorabilità assoluta nella suadente New Love, in una Spring scanzonata in questo contesto, quasi beatlesiana, e nel gran finale, hollywoodiano-sinfonico, di Chance.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Devendra Banhart – Ma (Nonesuch)

A leggere certe recensioni del decimo lavoro in studio di Devendra Banhart (nato in Texas ma cresciuto in Venezuela non imparava l’inglese che tredicenne, quando si stabiliva in California) ci si fa l’idea che in tanti non gli abbiano perdonato ciò che per un artista dovrebbe essere naturale: allargare gli orizzonti, maturare. Passando dai demo traballanti, sia per fedeltà che per il contenere incerti abbozzi più che canzoni, che comunque gli attiravano l’attenzione di Michael Gira che ne ristampava su Young God il primo album, del 2002, e pubblicava i successivi tre, agli spartiti di ben superiore varietà e complessità che caratterizzavano nel 2005 il monumentale (certamente per dimensioni, a tratti per esiti) “Cripple Crow”, il disco del passaggio a un’etichetta ben più di peso quale la XL. Duecentomila copie vendute in giro per il mondo di cui settantamila negli USA, non cifre da capogiro ma abbastanza da fare uscire il nostro uomo dai circoli di quel weird folk (fosse stato datato anni ’60-inizio ’70 si sarebbe chiamato acid) di cui era stato eletto a vessillifero. Figurarsi quando nel 2009, con “What Will We Be”, entrava in area Warner. Detto che né quel disco né i successivi “Mala” (2013) e “Ape In Pink Marble” (2016) si collocano fra gli apici del catalogo, a me pare che nei suoi confronti certuni abbiano maturato un pregiudizio.

Fosse un esordio, per “Ma” si griderebbe al miracolo. Come si fa a non farlo per gemme come l’iniziale Is This Nice? (come un Van Dyke Parks alle prese con un cartone animato Disney), Memorial (fra i più begli apocrifi coheniani di sempre), la bossanova Love Song o il conclusivo valzer (in duetto con Vashti Bunyan) Will I See You Tonight?. Arrangiamenti raffinati e incisione di gran qualità: pure questo a qualcuno darà fastidio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Fab One – Il genio dissipato di Harry Nilsson

Piena di ironie la vita breve – moriva nel 1994, cinquantaduenne, ma ci aveva in realtà lasciato già da quindici anni – e tragica di Harry Nilsson: uno dei giganti della canzone d’autore americana, coglieva i due successi più grandi con due riletture, una di Fred Neil (Everybody’s Talkin’, un numero 6 USA) e l’altra dei Badfinger (Without You, al primo posto sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna); fra i suoi album migliori (diciamo uno dei tre, massimo quattro) va poi ricordato il magnifico “Sings Newman” (vedi AR 349), che invece vendeva nulla; e nella mitologia di un rock con il quale musicalmente ebbe a dire il vero pochino a che fare resta sempre e soltanto il compagno di bagordi di John Lennon. Soprattutto nel famigerato “lost weekend” dell’ex-Beatle, i diciotto mesi a cavallo fra il ’73 e il ’75 in cui, separatosi da Yoko Ono, intrattenne una relazione con May Pang. Flashback… 1968, conferenza di presentazione della Apple Records… Lennon e Paul McCartney citano non una ma due volte Nilsson come il loro cantante americano preferito: un perfetto sconosciuto! Che, naturalmente, dal giorno dopo non lo era più. Si torna al paradosso di partenza: a indurre i Fab Two a prestare orecchio a “Pandemonium Shadow Show”, il secondo LP del nostro eroe, era la presenza in scaletta di due loro cover, You Can’t Do That e She’s Leaving Home (registrata a dieci giorni dalla pubblicazione dell’originale). Ed era così che si innamoravano, oltre che dell’Harry Nilsson interprete (in possesso, prima di rovinarsela con alcool, fumo e cocaina, di una voce tenorile con la rimarchevole estensione di tre ottave e mezzo), dell’Harry Nilsson autore.

Era nato il 15 giugno 1941 a Brooklyn, New York, e non aveva che tre anni quando il padre si separava dalla madre e scompariva dalla sua vita, lasciando il buco che potete immaginare. A crescerlo erano principalmente i nonni paterni, due artisti circensi il cui numero di punta intitolerà il disco la cui ristampa ha offerto il pretesto per scrivere questa pagina. Traferitosi in California adolescente, era uno zio a dargli lezioni di canto dopo che la nonna gli aveva insegnato i rudimenti del pianoforte. Dopo avere lavorato per qualche tempo al Paramount Theatre, un gigantesco cinema losangeleno, nel 1960 si procurava un impiego in banca mentendo sul possesso di un titolo di studio che non aveva. Si dimostrerà però tanto abile nella programmazione dei primitivi computer usati allora da conservare il posto pure quando l’inganno verrà scoperto. Curiosamente, in banca lavora di notte, mentre di giorno scrive canzoni. Quella carriera artistica in nuce comincia a prendere consistenza nel 1963, quando compone a quattro mani con John Marascalco un paio di brani per Little Richard, I Just Ain’t Right e Building Me Up, e si dice che costui ascoltando il demo abbia commentato: “Canta mica male per essere un bianco, questo qui”. È Marascalco a pagare le spese per alcuni 7” pubblicati sotto pseudonimo per minuscole etichette indipendenti e ancora lui a procurargli un contratto per la Mercury, che si rivelerà però infruttuoso. Nel 1964 collabora con Phil Spector e conosce il compositore e arrangiatore George Tipton, che investe tutti i suoi risparmi per finanziare la registrazione di quattro canzoni che vende poi alla Tower, una sussidiaria Capitol. Lati B compresi quei singoli costituiranno, nel 1966, il grosso della scaletta del debutto a 33 giri, “Spotlight On Nilsson”, esageratamente succinto (22’29”!) e acerbo (ma nella recente reunion i Monkees hanno rispolverato Good Times e non si è potuto non rivalutare – e tanto – almeno quella).

Di tutt’altro livello risulta in ogni caso, nel dicembre 1967, il già menzionato “Pandemonium Shadow Show”, esordio per la RCA che leggenda vuole che John Lennon abbia trascorso trentasei ore di seguito (lo si può immaginare discretamente fatto) ad ascoltare: come un “Sgt. Pepper’s” a stelle e strisce e in miniatura, un po’ Randy Newman, un po’ Van Dyke Parks e naturalmente un bel po’ (al di là delle due cover: superlative) Lennon/McCartney. Un piccolo capolavoro di pop aromatizzato lisergico e un perfetto prodromo per “Aerial Ballet”, che gli andrà dietro appena sette mesi più tardi. Un album grossomodo su quella falsariga e semplicemente meraviglioso, con a incorniciarlo due numeri da musical (Daddy’s Song e Bath) e in mezzo stupefacenti apocrifi pepperiani (Good Old Desk, Mr. Richland’s Favorite Song), country sentimentale (Don’t Leave Me), Americana colta degna del migliore Van Dyke Parks (Together, il valzerone I Said Goodbye To Me), una ninnananna divisa in due parti (Little Cowboy) e del vaudeville psichedelico (Mr. Tinker). Ho lasciato per ultime le due tracce più memorabili, che sono una autografa – l’ombrosa, scandita da archi luttuosi One – e una – Everybody’s Talkin’, arrangiata in forma di galoppante folk-pop – di Fred Neil. Grazie all’inclusione nel 1969 nella colonna sonora di Midnight Cowboy (in Italia Un uomo da marciapiede) quest’ultima diventerà un successone in differita di un anno, quando alla prima uscita a 45 giri si era arrestata a un modestissimo numero 113 nella classifica dedicata di “Billboard”. È una rilettura favolosa, ma che sia rimasta l’unica canzone “di Harry Nilsson” che tutti ma proprio tutti conoscono (molto più di Without You) è una beffa.

Incredibile a dirsi: nonostante l’affiliazione con i Beatles “Aerial Ballet” non vendeva granché all’uscita, forse anche perché penalizzato dal ritiro dai negozi della prima tiratura, sostituita dopo poco da una seconda e inferiore stampa orba dell’iniziale Daddy’s Song. Nel frattempo coverizzata dai Monkees nel megaflop “Head” e ripresa con l’accordo (all’insaputa dell’autore) che diventasse una loro esclusiva. Ecco: spiace che la recente riedizione per i tipi della Speakers Corner ricalchi questa seconda versione, quando a essere proprio filologi avrebbe dovuto rimanere fedele all’originale. Per il resto niente da ridire: vinile silenzioso e un’incisione piacevolmente ariosa e assai attenta (nonostante le limitazioni tecniche dell’epoca) al dettaglio. Perfetta per valorizzare le sottigliezze di arrangiamenti di estro ed efficacia sublimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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Kazu – Adult Baby (Adult Baby/!K7)

Torneranno i Blonde Redhead? Vero che è di solo due anni fa l’EP “3 O’Clock” ma “Barragán” ne ha cinque e fra i cultori c’è unanimità al riguardo; fra i nove lavori in studio del gruppo italo-nipponico domiciliato a New York, il più debole. Lontanissimo dai fasti di quel “Melody Of Certain Damaged Lemons” con cui il trio formato da Kazu Makino e dai gemelli Simone e Amedeo Pace si affacciava sul secolo nuovo mantenendo la forza d’urto di un sound che lo aveva fatto iscrivere alla scuola “emuli dei Sonic Youth”, ma per la prima volta ponendolo al servizio di melodie insidiose. Misurandosi con la forma canzone come mai i maestri, ragazza e ragazzi ne superavano la lezione (non nel senso di eguagliarne la grandezza, bensì facendosi cosa “altra”) e con i successivi “Misery Is A Butterfly” e “23” si confermavano nella serie A dell’indie USA. Salvo poi perdere forza propulsiva e capacità di messa a fuoco.

Nostalgia dei Blonde Redhead? Non ve la farà passare il debutto da solista della loro cantante. Aspetto incredibilmente giovanile quando è da oltre un quarto di secolo sulle scene, qui Kazu declina tutt’altro rispetto all’art-pop-rock della casa madre e per cominciare abbassando drasticamente i volumi. “Adult Baby” rimanda piuttosto a Björk (in particolare nell’iniziale Salty, che potrebbe arrivare da “Vespertine”), al Momus più estenuato, al connazionale Ryuichi Sakamoto (guarda caso ospite in un’abbondante metà di programma). È dream pop senza più nulla a che vedere con lo shoegaze, che si affida all’elettronica come a orchestrazioni lievi, fra passi di valzer e aperture cinematografiche. Gradevole, eh? Suggestivo in piccole dosi, ma in questa nebbia di trame tanto intricate quanto impalpabili si finisce per perdersi, per dirla con Hegel, come in una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Lana Del Rey – Norman Fucking Rockwell! (Interscope)

Che la ragazza avesse le palle fu subito chiaro: far sopravvivere una carriera in sboccio a un debutto televisivo, a “Saturday Night Live”, assai discusso non è da tutte o tutti, così come reggere contrattaccando alle recensioni irridenti che ne salutavano il debutto (era inizio 2012) “Born To Die”. Un po’ figlie dell’oggettiva debolezza del lavoro e un po’ di un equivoco, la collocazione dell’artista in area “alternative” quando era pop cantautorale, molto più Fiona Apple che Anna Calvi. Un milione e mezzo di copie vendute dopo (solo negli USA! dove è rimasto nei Top 200 oltre cinque anni; le vendite mondiali superano gli otto milioni), oltre a ridere “all the way to the bank” la cantautrice newyorkese mostrava intelligenza (o furbizia, secondo i detrattori) collaborando per il successivo, del 2014, “Ultraviolence” con un nome riveritissimo nell’underground quale Dan Auerback (Black Keys) e, a popolarità inalterata, la sua reputazione se ne giovava. D’altra parte: era pure cresciuto il livello della scrittura, dando a intendere che sotto l’immagine imbronciata ci fosse della sostanza.

Cinque anni e tre album dopo si sta assistendo curiosamente a un’inversione a u per quanto riguarda la critica: in estasi per “Norman Fucking Rockwell!” e magari la Del Rey starà facendo gesti scaramantici. Non il capolavoro già spacciato da taluni, è nondimeno la sua prova più ispirata, in giusto equilibrio fra raffinatezza e immediatezza, ammiccamenti (Mariner’s Apartment cita Elton John e Leonard Cohen ma pare Neil Young) ed episodi davvero sorprendenti come Venice Bitch, 9’37” sull’orlo della psichedelia. Se The Greatest è una ricreazione di radio FM USA anni ’70 il congedo pianistico Hope Is A Dangerous Thing… potrebbe appartenere alla migliore Kate Bush.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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