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Badly Drawn Boy – Banana Skin Shoes (One Last Fruit)

Atteso non per modo di dire il nuovo album del Ragazzo Disegnato Male, al secolo Damon Michael Gough: il suo nono con la colonna sonora di “Being Flynn” e allora sono otto anni che lo aspettavamo; e se no fa un tondo decennio se si ritiene “It’s What I’m Thinking Pt.1” il suo ultimo disco “vero”. Un sacco di tempo considerando che al debutto del 2000 “The Hour Of Bewilderbeast” ─ platino nel Regno Unito e vincitore del Mercury Prize; da allora in ogni lista dei migliori album del secolo ─ in dieci anni aveva dunque fatto andar dietro sei altri lavori. Inevitabilmente non all’altezza dell’esordio (“About A Boy”, commento al film più memorabile della pellicola cui faceva da sfondo quasi sì) e però nel complesso un catalogo notevole di cantautorato eccentrico fra folk-pop da cameretta e indie rock.

“Banana Skin Shoes” parte con la traccia che lo battezza e il botto che spiazza: mai sentito prima un Badly Drawn Boy così funk, praticamente big beat, fra Fatboy Slim e Beck. Forse uno scherzo, forse un modo di mettersi alle spalle in tre minuti scarsi un bel tratto di vita problematico. In ogni caso una possibile hit. Nessuna fra le altre tredici canzoni in scaletta ha la stessa esplosività, per quanto una Tony Wilson Said che trasloca la Motown a Manchester, una Colours che ipotizza dei Belle & Sebastian disco, una Fly On The Wall con basso massiccio, batteria serrata e una slavina d’archi siano certamente ballabili. Ingrossano e consolidano invece il canone il britpop di Is This A Dream, una I Just Wanna Wish You Happiness bacharachiana e una Never Change più McCartney, la bossa nova You And Me Against The World. Buon ritorno, cui qualche taglio (I Need Someone To Trust ad esempio, nel solco di certi Chicago irredimibili) avrebbe giovato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Tim Burgess – I Love The New Sky (Bella Union)

Non che non fosse già una star ─ eclatante lo score dei suoi Charlatans: tre primi posti e due secondi nella classifica UK degli album e ventotto piazzamenti (di cui quattro nelle prime dieci posizioni) in quella dei singoli nell’arco di una carriera trentennale ─ ma il lockdown al quale con colpevole ritardo si è rassegnato pure il Regno Unito ha reso Tim Burgess ancora più popolare dalle sue parti. Cosa si è inventato costui, da sempre raro esemplare di musicista anche collezionista di dischi? Un appuntamento quotidiano su Twitter, ogni sera alle 21, nel quale illustri colleghi racconta(va)no la genesi di album più o meno celebri con gran spargimento di aneddoti al riguardo. A questo “Listening Party” inaugurato da Burgess parlando dell’epocale esordio del gruppo di cui è l’inconfondibile voce, “Some Friendly”, hanno partecipato fra gli altri membri di Oasis, Blur, Pulp, Libertines, Sparks, Grandaddy, Franz Ferdinand, Throwing Muses, Public Service Broadcasting.

Quello che è il suo terzo lavoro da solista, a otto anni da “Oh No I Love You” (ma in mezzo c’è stata la collaborazione con il compositore americano Peter Gordon che ha fruttato il delizioso “Same Language, Different Worlds”), il nostro uomo lo aveva completato prima che il Covid-19 mettesse a soqquadro le nostre vite. Disco variegato e frizzante come da consuetudine della casa, a partire da una Empathy For The Devil che occhieggia agli Stones nel titolo, ai Cure di Boys Don’t Cry nell’attacco e poi prosegue (ha scritto qualcuno e concordo) come se Sufjan Stevens si unisse ai Dexys Midnight Runners periodo “Too-Rye-Ay”. Più avanti, britpop da manuale ed echi di chanson, spigliati rock’n’roll con orchestrazioni guizzanti, scorci di psichedelia e krautrock, ballate da cameretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Chicano Batman – Invisible People (ATO)

Esce una quantità di dischi senza senso e non vi è addetto ai lavori che possa starci dietro. Così, mentre magari ti tocca frequentarne di brutti o anche discreti ma inutili, finisci per lisciarne di ben più intriganti, salvo magari scoprirli mesi o anni dopo. Andava così per il sottoscritto con l’album prima – il terzo ma era come fosse il secondo, visto che l’omonimo esordio autoprodotto del 2010 fuori da Los Angeles era passato del tutto inosservato – di questo quartetto che sin dal nome rivendica(va) le proprie radici ispaniche. A farmi investigare “Freedom Is Free” era, più che la presenza nelle zone basse di qualche playlist, la fantasmagorica copertina di gusto etno-lisergico. Si rivelava all’altezza quanto ascoltavo, policroma fantasia di funk latino alla Santana prima maniera, soul alla Curtis Mayfield, tropicalismo alla Os Mutantes, psichedelia westcoastiana. Piccolo dettaglio: ascoltavo nel dicembre 2017 un disco uscito a marzo e per una recensione era troppo tardi. Per “Invisible People” mi sono prenotato sulla fiducia.

Grande lo sconcerto di primo acchito. Come fosse un altro gruppo, benché i musicisti siano sempre i quattro che lo fondavano. Fatto è che costoro si sono incamminati, senza però tappe intermedie, sulla medesima strada presa da una sigla molto celebre e celebrata quale Tame Impala, anch’essa partita da un ambito in parte di neo-psichedelia e approdata a un pop di impronta marcatamente elettronica. Pure in “Invisible People” i synth hanno preso inopinatamente il sopravvento ma per fortuna, passaggio dopo passaggio, una qualità di scrittura che resta alta comincia a emergere, nello iato in ogni caso ampio fra massicci electro-funk e brani più ariosi per i quali si potrebbe parlare di French Touch. Insomma: promossi. Però “Freedom Is Free”…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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The First Cat (Stevens) Is The Deepest

Sono passati quattro decenni dacché Cat Stevens esordiva a 45 giri con un onorevole piazzamento (ventottesimo) nella graduatoria britannica. Ventisette sono invece gli anni trascorsi dacché si ritirava a vita privata dopo così tanti successi che a elencarli si riempirebbe di numeri una colonna. “Numeri”, come recitava il titolo del nono dei suoi undici LP in studio, edito trentun anni fa e cioè due prima che si facesse musulmano. Dodici ulteriori anni dopo, alcuni dj americani avrebbero organizzato un falò di suoi dischi, mentre a testimoniare un dissenso meno gridato ma al pari significativo i 10,000 Maniacs annunciavano che avrebbero eliminato dalle ristampe di “In My Tribe” la sua Peace Train. Simili gesti di intolleranza sarebbero sempre da deprecare, ma era quello un rogo con poco a che vedere con quelli appiccati oltre Atlantico molto prima, quando John Lennon dichiarò i Beatles “bigger than Jesus”. Era un protestare, forse contraddittorio, contro l’intolleranza anziché un propugnarla: Yusuf Islam, nome assunto dopo la conversione da Steven Demetre Georgiou in luogo dell’alias da popstar, aveva appena dichiarato di appoggiare la fatwa emessa nei confronti dello scrittore Salman Rushdie dall’ayatollah Khomeini e grande in Occidente era l’indignazione. Dirà in seguito di essere stato frainteso e manipolato, ma una chiara abiura di quelle frasi sciagurate non l’ha mai pronunciata e la macchia, su una vita altrimenti specchiata, resta. Così come la sorpresa, dolorosa, per un’esibizione di fanatismo fra l’altro in totale contrasto con una fama di uomo mite e caritatevole. Piace pensare che intimamente se ne sia pentito e che sia solo per non innescare nuove polemiche che non è mai tornato sull’argomento. Piace pensare, e più che indizi in tal senso ci sono frasi nette, pronunciate nel 2000 in un’intervista a “Mojo” (la prima a un giornale musicale dopo oltre vent’anni!) e ulteriormente messe nero su bianco nel 2001 nel libretto di un box quadruplo, intitolato semplicemente “Cat Stevens”, che abbia fatto da allora pace con se stesso. E che con la maggiore tolleranza nei confronti del giovane che fece cantare milioni di giovani sia tornata la comprensione, magari l’empatia, rispetto a chi in materia di religione ha convinzioni diverse. Nel frattempo quello di Cat Stevens è un nome che non soltanto rifiuta di sparire dagli annali del pop-rock ma ogni tanto vi si riaffaccia. Valgano come esempi del fascino immutato di canzoni dall’appeal universale e transgenerazionale due cover del suo brano più celebre, Father And Son, realizzate da personaggi che non potrebbero essere più distanti fra loro: i fatui Boyzone la riportavano in cima alle classifiche nel 1995, il compianto Johnny Cash qualche anno dopo ne registrava una straordinaria, intensissima versione (inclusa nel 2003 nel cofanetto “Unearthed”) in duetto con Fiona Apple.

Prosegue per altre 7.038 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

Matthew & Son (da “Matthew & Son”, Deram, 1967)

Here Comes My Baby (da “Matthew & Son, Deram, 1967)

The First Cut Is The Deepest (da “New Masters”, Deram, 1967)

Father & Son (da “Tea For The Tillerman”, Island, 1970)

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Public Practice – Gentle Grip (Wharf Cat)

Per essere una vicenda che inizia (l’EP del 2018 “Distance Is A Mirror” sorta di episodio pilota) con questo esordio in lungo, la… ahem… pratica Public Practice ha una quantità di “prequel”, inusuale per musicisti ancora giovani, sui quali merita soffermarsi. Il quartetto newyorkese nasce dallo scioglimento di due band che hanno fatto in tempo a lasciare tracce importanti. Se la cantante Samantha York e il chitarrista Vince McClelland provengono dai WALL, con i quali hanno intessuto trame post-punk e no-wave nel pregiato debutto del 2017 “Untitled”, l’altra cantante e bassista Drew Citron e il batterista Scott Rosenthal arrivano dai Beverly, gruppo noise-pop con all’attivo due non meno riusciti album, “Careers” e “The Blue Swell”, del 2014 e 2016 (e ancora prima Citron è stata con gli Avan Lava, titolari di un 7”). Come succede quando si mischiano colori primari il risultato è però un qualcosa di differente e nuovo. Sebbene con antecedenti lontani tanto evidenti quanto dichiarati: un’altra Big Apple, quella in cui nei tardi ’70/primi ’80 la collisione fra pop, punk e funk, new wave e il nascente hip hop generava storie di successo chiamate Blondie e Talking Heads e altre destinate a restare di culto ma la cui influenza perdura come ESG e Liquid Liquid.

Chiaro che se suoni come qualcosa che già c’era quarant’anni fa (altri numi tutelari: Suicide, B-52’s, Slits) le discriminanti per decidere se la tua esistenza abbia o meno un senso sono due: qualità della scrittura e abilità nel mischiare le carte. Sull’uno e l’altro fronte i/le Public Practice se la giocano alla stragrande. Sì da risultare eccitantissimi/e, in dodici brani ritmicamente e melodicamente irresistibili. Speriamo non si sciupino in fretta, tipo Interpol. Speriamo durino, tipo LCD Soundsystem.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 420, maggio/giugno 2020.

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Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca)

Colti come sono negli ascolti come nelle letture, impossibile che nel lungo percorso che li ha portati a dare un seguito affatto diverso a “Le storie che ci raccontiamo” ai Perturbazione non sia venuto in mente che stavano concependo le loro “23 Love Songs”, che fa un terzo esatto delle “69 Love Songs” con le quali i Magnetic Fields salutavano il Novecento consegnandone agli annali il più mastodontico dei capolavori di un pop a sua volta coltissimo. Al tempo gli allora ragazzi di Rivoli avevano in curriculum giusto un album e un EP, ma già si capiva che di strada ne avrebbero fatta. Quanta, nessuno poteva immaginarlo. Due abbondanti decenni dopo per curiosa coincidenza, dovuta a una cosa da nulla come una pandemia che ne ha fatto slittare per due volte l’uscita, l’ottavo lavoro in studio di Tommaso Cerasuolo e dei fratelli Cristiano e Rossano Lo Mele (i fondatori superstiti; Alex Baracco è con loro dal 2008) è stato pubblicato lo stesso giorno in cui Stephin Merritt e soci hanno aggiunto al catalogo “Quickies”. Difficile immaginare due dischi… ahem… concettualmente tanto distanti, anche per esiti, e tuttavia li accomuna il gusto della sfida a un mondo in cui i servizi di streaming hanno insieme fatto tornare indietro di sessant’anni, a un’epoca pre-album, la popular music e ridotto a una manciata di secondi il tempo che l’ascoltatore medio concede a un brano per farsene catturare prima di passare ad altro. Le sveltine dei Magnetic Fields sono ventotto, compresse in tre quarti d’ora, qualcuna di una manciata di secondi appunto, ma figurarsi se possono avere una chance nell’era di Ed Sheeran e della trap, per dire di due opposti. Si apprezza lo spirito dell’operazione, si deplora che le tante buone idee non siano state sviluppate adeguatamente. “(dis)amore” di tracce ne conta cinque in meno ma gira (su vinile è doppio) sui settanta minuti. Da ascoltare se possibile in un’unica seduta o se no, fruendone a puntate, seguendo comunque la scaletta. Mischiereste mai i capitoli di un romanzo? Dicono gli autori che certi amici avevano suggerito loro di dare una sforbiciata, ché già il disco musicalmente osa quanto basta rinunciando alle lusinghe ritmiche dei due più immediati predecessori e, insomma, riportando indietro le lancette a prima della fatidica partecipazione (2014) al festival di Sanremo. A quando quiet was the new loud e i Perturbazione erano i portabandiera di una via italiana a un indie da camera e cameretta. Il benintenzionato consiglio è stato per fortuna disatteso.

Incontrarsi, innamorarsi, amarsi e poi disamorarsi senza nemmeno una ragione precisa, perché la vita è fatta così e troppo spesso dopo l’emozione che ti scoppia dentro cominciano i silenzi della sera, come cantava Califano. Quante ce ne sono di citazioni citabili in queste ventitré istantanee in cui spesso non sai chi sia a raccontare, se lui o lei. Nelle stanze di vita quotidiana dei Perturbazione dialoghi, riflessioni, osservazioni spicciole si fanno illuminazioni e poesia, da “ti abbraccerà senza pensarci su, la bacerai davanti alla TV” (La nuda proprietà) a “ma il desiderio è come fumo, se provi a stringere sfugge di mano” (Le sigarette dopo il sesso), da un silenzio che “da un po’ di tempo sembra il suono del rancore” (Silenzio) a “la nostra felicità come aria limpida, noi ci accorgiamo soltanto se latita” (L’inesorabile), da “il tuo amore mi divora un pezzo al giorno… mi consuma a fuoco lento, dalle ceneri rinasce quando sembra spento” (Lasciarsi a metà) a “lacrime dentro un cestino è tutto ciò che resta del nostro destino” (Dieci fazzolettini). E poi e naturalmente ci sono gli spartiti, che pur nel “contesto volutamente sottoprodotto” di cui parla il comunicato stampa (ma non si pensi a un suono lo-fi: l’album è zeppo di piccole e grandi raffinatezze) rifulgono e si collocano a un livello altissimo pure in una discografia di rara consistenza. Strategicamente i brani più brevi (ve n’è sotto i due minuti) si collocano spesso fra altri dallo sviluppo più congruo (“compiuto” sarebbe improprio, sono tutti compiuti), sapientemente vi è un alternarsi di passo e atmosfere, quest’ultime talvolta depistanti rispetto a quanto si narra ed ecco che al giocoso folk-rock di Il ragù viene affidato il racconto della morte inattesa, e senza un perché apparente, di una vicina, agli Smiths di Taxi taxi la storia di un incontro casuale, possibile diversione possibilmente solo immaginata da un rapporto di coppia se no esclusivo, all’esilarante folk-funk Dieci fazzolettini la constatazione che it’s all over now, baby blue. Unitarietà e varietà convivono in un lavoro in cui i Perturbazione riversano passioni di sempre che sono non solo la banda Morrissey/Marr appena chiamata in causa o i soliti R.E.M. (Mostrami una donna la loro Shiny Happy People?) ma anche la più varia Italia d’antan: dal Luigi Tenco che fa capolino in Silenzio al Banco del Mutuo Soccorso evocato in L’inesorabile, alle suggestioni cinematografiche che promanano dalla di fatto strumentale Come i ladri, dalla sontuosa orchestrazione che sequestra il finale di Io mi domando se eravamo noi, dalla liturgia per ciò che è stato e non tornerà del suggello Le assenze. Che il Rock latiti ci si accorge quando quasi a metà corsa divampa la fosca Non farlo. Che dopo tutti questi anni il gruppo ancora non abbia imparato a individuare quello che è con ogni evidenza “il” brano trainante è evidenziato dalla scelta come “singoli” in video di Le spalle nell’abbraccio e Io mi domando se eravamo noi, quando il pezzo cla-mo-ro-so che in un altro paese ogni radio avrebbe in playlist è Le regole dell’attrazione.

Il covid-19 ci si è messo di mezzo pure facendo cancellare i primi concerti che avrebbero dovuto promuovere “(dis)amore” e che chissà quando verranno riprogrammati. L’auspicio, quando sarà, è che i Perturbazione abbiano nel frattempo cambiato idea e non si limitino ad eseguirne una selezione di pezzi mischiata al repertorio storico. Dovrebbero suonarlo tutto e tutto di seguito “(dis)amore”, che è forse il loro capolavoro, e quindi un po’ di vecchi classici. Non mi daranno retta.

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Morrissey – I Am Not A Dog On A Chain (BMG)

Ma quanto è diventato difficile recensire con equanimità Morrissey! Non che non lo sia sempre stato. Solo che una volta partivi con il pregiudizio positivo dato da una voce che era quella che lungo la breve epopea degli Smiths aveva saputo parlare come nessuna a una generazione e, anche senza la Rickenbacker scintillante di Johnny Marr dietro, qualcosa di buono in un suo disco ti pareva sempre che ci fosse, che ci dovesse essere. E oggettivamente nell’esordio dell’88 “Viva Hate”, in “Your Arsenal” del ’92 o, in questo secolo, in “Years Of Refusal” del 2009 e “World Peace Is None Of Your Business” del 2014 del buono si trova. Solo che anni di capricci da diva, comportamenti conflittuali rispetto al suo stesso pubblico, tirate da ultrà vegano (sacrosanto battersi per i diritti degli animali, altra cosa porli davanti agli esseri umani) e una collocazione sempre più chiara in un alveo politico di destra-destra hanno eroso la pazienza di tanti. Il pregiudizio si è fatto pesantemente negativo e prima di scrivere di costui tocca fare training autogeno, ricordare a sé stessi che fra i primi doveri di un critico sta il giudicare senza farsi influenzare da simpatie o antipatie.

Ci provo. Ci ha provato pure Morrissey, a fare un disco in cui in luogo di adagiarsi su appassiti allori aggiunge qualcosa di nuovo al suo cospicuo canone. Ci ha messo dentro, oltre a tanto ma già sentito melò alla Marc Almond, roba inaudita per lui: un paio di martelloni dance tipo Underworld, un altro pezzo con Thelma Houston a souleggiare (altro che “hang the dj”!), a un certo punto (non ci si crede) delle chitarre sabbathiane e un accenno di psichedelia. Ma le melodie (tolta la traccia omonima) sono fragili, i testi vabbé e che resta? I soliti due brani un po’ Smiths, buoni per i nostalgici. Forse.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Le magie fuori stagione di Beth Gibbons e Rustin Man

Sodalizio estemporaneo quanto dai felicissimi esiti quello che stringevano nel 2002 Beth Gibbons e Rustin Man, al secolo Paul Webb: lei ascesa allo stardom da cantante dei Portishead a cavallo della metà dei ’90; lui una stella del pop, ma un po’ di luce riflessa, nel decennio prima ancora, bassista nei Talk Talk di quel genio venuto purtroppo a mancare nel 2019 di Mark Hollis. Collaborazione totale (otto dei dieci brani, così come la regia, portano la firma di entrambi; i due rimanenti sono uno siglato Gibbons e l’altro Webb) che coinvolgeva una folla di musicisti da non credersi (una quarantina) a fronte di un disco dalle atmosfere spesso rarefatte, questo autentico capolavoro condivide poco, quasi nulla con ogni altra produzione precedente e successiva della Gibbons. Idem per quanto riguarda Webb se si fermano le lancette del tempo a quell’anno. Aspettiamo da allora un seguito e per essere tale al pur meraviglioso “Drift Code”, con il quale lo scorso anno il nostro uomo si è riaffacciato a un’ideale ribalta mai più calcata da allora, per esserlo manca appunto Beth Gibbons.

Opera fuori dal tempo (programmatico il titolo) e che a ragione di ciò non è minimamente invecchiata, “Out Of Season” sfugge anche a ogni catalogazione. Parte ambient, l’iniziale Mysteries, ma in breve si trasforma in un’incantevole ballata folk, laddove la successiva Tom The Model è soulful nella voce e fra il pop e il cinematografico nell’orchestrazione. Se Show si colloca a metà fra jazz e cameristica, Romance è una scheggia di Billie Holiday da spaccarti il cuore e Sand River un Nick Drake perduto. Esplicito omaggio, Drake, a quell’angelo caduto? Giusto per come si chiama, giacché giriamo dalle parti di certa classica contemporanea, quando in apertura di facciata Spider Monkey aveva convincentemente replicato Mysteries per poi dare spazio a una Resolve in transito dall’inquietante al seducente. Dopo una Funny Time Of Year che esibisce gli arrangiamenti più sontuosi, l’album si congeda con una Rustin Man dai colori autunnali. Davvero benvenuta questa riedizione Go Beat!/UMC splendidamente suonante: una prima stampa era arrivata ormai a costare duecento euro, poco meno della metà quella su Music On Vinyl del 2011.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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Maria McKee – La vita nuova (Fire)

Ricordate i californiani Lone Justice? Esponenti di quel filone di giovane country che flirtava con lo spirito riottoso del punk, vantavano cultori come Tom Petty, che regalò all’omonimo esordio dell’85 la splendida Ways To Be Wicked, Little Steven, co-autore di un pezzo sul primo LP e anche co-produttore del secondo e di un anno successivo “Shelter”, e gli U2, che offrirono loro uno slot nel tour di “The Joshua Tree”. Naturalmente Feargal Sharkey, nell’85 stesso in cima alle classifiche di mezzo mondo con un brano, A Good Heart, scritto dall’appena ventenne leader del gruppo, Maria McKee, artista di talento pari alla bellezza e insomma talentuosa assai. Avevano dietro un marchio potente quale Geffen e insomma come fecero a non diventare delle star è un mistero. Sono rimasti un culto, mentre lei qualche anno dopo si troverà di nuovo a capeggiare la classifica UK dei singoli, stavolta in prima persona e per un mese filato, con un brano da una colonna sonora. La sua carriera da solista partiva con il vento in poppa.

Ricordate i Lone Justice? Dimenticateli. Nei sessantaquattro minuti e nelle quattordici tracce che danno vita a un album atteso tredici anni e appena il settimo in studio per l’autrice giusto l’attacco folk-rock, prima che l’arrangiamento si gonfi, di I Just Want To Know That You’re Alright ne fa risuonare qualche vaga eco. È un disco che parte molto bene, con una Effigy Of Salt che rimanda invece (niente di meno che) ai Love di “Forever Changes” e la fairportiana Page Of Cups, ma soccombe poi troppo spesso a orchestrazioni troppo pesanti per melodie non solide a sufficienza da reggerle. Opera di pop “colto” che con ogni evidenza punta parecchio su una parte testuale impegnativa, da seguire libretto alla mano probabilmente pure per chi è di madre lingua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020.

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The Dining Rooms – Art Is A Cat (Schema)

C’è una prima volta in questa che per i milanesi Dining Rooms è l’ottava che pubblicano un album, o tredicesima contandone (si dovrebbe: lì alcune delle loro cose più pregiate) altri cinque di remix e rework: squisitamente interpretata dall’ospite Lola Kola del collettivo romano Tropicantesimo, Nella sua loca realtà è la loro prima canzone in italiano. E che canzone! Come una Mina in versione downtempo e in tal caso avrebbe legittimamente potuto collocarsi fra “Le migliori”. Così come facilmente potrebbe trovar posto in una programmazione radiofonica classico-popolare di qualità e d’altra parte i La Crus non passarono anche dalle parti del Festival di Sanremo? Sebbene per un’una tantum post-scioglimento datata 2011. Loro non ci sono più ma, archiviato il sodalizio con Mauro Ermanno Giovanardi, Cesare Malfatti non ha per fortuna similmente dismesso l’altra sua partnership, quella con Stefano Ghittoni, ex- di quei Peter Sellers & The Hollywood Party piccolo culto della scena neo-psichedelica nostrana.

È dal 1997 che i due collaborano nel progetto Dining Rooms mischiando trip-hop e funk, folktronica, soul, jazz, scampoli di krautrock versione kosmische così come di possibili colonne sonore fra Bel Paese e blaxploitation. Non ricordo mezzo passo falso in un catalogo da subito a un ideale incrocio fra la Bristol di Massive Attack e Portishead e la Vienna di Kruder & Dorfmeister ma con la grande differenza rispetto ai tanti, troppi epigoni che mai i Nostri hanno prodotto musica da tappezzeria, mai sono scaduti nello stereotipo. Suonano tuttora freschi, eleganti ma con senso del groove oltre che dell’atmosfera. Come scrisse qualcuno degli Heliocentrics, sono come la sezione ristampe del negozio di dischi più cool nel quale possiate imbattervi, ma in carne e ossa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 418, marzo 2020.

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