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Kelley Stoltz – Ah! (etc) (Agitated)

Oh, io ogni volta che Kelley Stoltz pubblica un album, cosa che fa spesso, ci provo a proporlo per recensione. Sicuro senza manco bisogno di assaggiarlo che sarà un gran bel disco e che mi divertirò da matti ad ascoltarlo. Sfortunatamente ci sono quasi sempre decine e decine di altri dischi di solisti e gruppi più affermati di uno che i suoi dischi li ha sempre venduti a un manipolo di cultori che gli passano davanti. Però verso fine anno le uscite si diradano, quel minimo di spazio in più per certi “minori” si trova ed eccomi qua, con “Ah! (etc)” che pompa dalle casse e un sorriso ebete stampato in faccia.

A proposito di prolificità: è il secondo album che questo quasi cinquantenne nativo di New York ma da lungi trapiantato in California licenzia nel 2020, ma la pandemia non c’entra, visto che come quel “Hard Feelings” che lo ha preceduto di qualche mese era già pronto a fine 2019, mentre il nostro uomo era in sala prove con la band di Ezra Furman a preparare un tour che… ahem… la pandemia ha interrotto. Se Stoltz, che sin dai lontani esordi a fine ’90 è uno che di solito fa tutto da sé, ricorrendo alle sovraincisioni e cavando sonorità splendide splendenti anche da studi non proprio iperprofessionali, ha nel frattempo registrato altro si avrà presto modo di scoprirlo. Per ora ci si gode, dopo un predecessore che omaggiava certo pub rock e il punk melodico di scuola Undertones, una collezione che eccettuati un paio di episodi di stampo new wave declina sixties pop come lo si recuperò dai tardi ’70. Questione pure di grana affine della voce: sembra sovente di ascoltare Robyn Hitchcock, anche quello di era Soft Boys, quando alla ribalta non ci sono i primissimi R.E.M., mentre il folk-rock ora prende coloriture psych, ora trasmuta in power pop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Il pop totale degli Stereo Total (per Françoise Cactus, 5/5/1964-17/2/2021)

Il perfetto disco pop per questa o una qualunque delle prossime dieci-venti-trenta estati è fuori dal 4 maggio. Avrebbe potuto vedere la luce in prossimità di una a caso delle scorse dieci-venti-trenta, come del resto qualunque altro album fra la dozzina circa data alle stampe dal ’95 da quello che è fondamentalmente un duo: lui tedesco, Brezel Göring; lei francese, Françoise Cactus. Perché i loro nomi non sono sulla bocca di tutti? Perché gli Stereo Total non sono delle megastar? È una domanda che mi sono già posto in passato, ascoltando alcuni dei predecessori di “Baby ouh!”, e che mi pare più che mai attuale. Qui una radio commerciale di qualità potrebbe pescare materiali per sei mesi di playlist. L’avesse pubblicato una multinazionale (ma da quelle parti non c’è più nessuno che abbia mezzo orecchio funzionante?) per un anno avrebbe messo a posto i bilanci. Non si sarebbe trattato di scegliere il primo singolo, ma i primi… dieci? Cominciando magari con l’electrobeat di Barbe à papa (un aggiornamento di Brigitte Fontaine) e Tour de France (sono i Kraftwerk, ma sembrano i Trio) e proseguendo con la techno-yé yé di Alaska, la giocosa disco di Du bist gut zu Vögeln, la new wave pop di Babyboom ohne mich e lo shake futurista Wenn ich ein Junge wär. E poi con…

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.671, giugno 2010.

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Lambchop – Trip (Merge/City Slang)

Circola da ventisei anni la sigla Lambchop, contando dall’esordio “I Hope You’re Sitting Down”, dalla depistante copertina tenera a prima occhiata e oscena se guardi bene e ─ a seconda che si consideri uno o due l’accoppiata “Aw Cmon”/“No You Cmon” che al tempo (2004) eleggemmo insieme “disco del mese” ─ questo è il loro tredicesimo o quattordicesimo album. Che costui/costoro sappia/sappiano ancora spiazzare è rimarchevole al di là del giudizio che si dà sulla sua/loro opera e urge che mi spieghi. Quasi mai un gruppo canonico i Lambchop, collettivo per il quale sono passate due dozzine di musicisti, da lungi erano considerati un alias per Kurt Wagner, l’unico che c’è da sempre e autore della stragrande maggioranza del repertorio. Come non mai nelle due prove in studio più recenti, “FLOTUS” e “This (Is What I Wanted To Tell You)”, stranianti compendi di Americana infiltrata di elettronica dopo i quali non aveva quasi più senso catalogarli alla voce “alt-country” e non bastava più aggiungere “chamber pop”.

E che viene in mente al nostro uomo per confondere ulteriormente le acque? Di confezionare un disco di cover facendone scegliere una a testa agli attuali sodali. Sicché qui i Lambchop tornano band vera ma applicandosi a creazioni altrui. A modo loro: slabbrando Reservations degli Wilco fino a momenti a raddoppiarla con tanto di coda ambient e riarrangiando alla Van Dyke Parks le Supremes di Love Is Here And Now You’re Gone, rendendo egualmente a stento riconoscibile lo Stevie Wonder di una Golden Lady languida con brio e rispettando invece la lettera country di Where Grass Won’t Grow di George Jones. Completano un pezzo degli oscurissimi Mirrors e un inedito degli Yo La Tengo che pare invece di Nick Cave. Interlocutorio e intrigante.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

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I migliori album del 2020 (6): U.S. Girls – Heavy Light (4AD)

È stato un percorso in ogni senso lungo quello che ha portato Meghan Remy da “Introducing…”, debutto del 2008, a questo che è il suo settimo album e a oggi l’apice di una vicenda artistica in costante divenire. Riassunto delle puntate precedenti… Dopo avere suonato punk in band amatoriali nel 2007 Meghan comincia a incidere su un registratore a bobine basi ruvidamente sperimentali, percussive, sulle quali eterna performance vocali ora aggressive, ora cupe. Queste incisioni casalinghe daranno vita ai due primi dischi. Il terzo la vedrà cominciare ad arrotondare qualche spigolo, evolvendo verso una forma-canzone perlopiù basata su campionamenti che veniva perfezionata nel quarto, nonché primo a uscire per un’etichetta di buona visibilità e distribuzione quale la Fat Cat. La svolta vera arrivava però con il quinto, con cui approdava nel 2015 alla 4AD: congerie brillantemente oscura se è concesso l’ossimoro di electro e art-pop, cameristica, illbient e new wave, “Half Free” faceva fare al progetto U.S. Girls un salto di almeno un paio di categorie, guadagnandogli grande visibilità e candidature ai Juno Awards e al Polaris Music Prize. E siamo quasi arrivati a “Heavy Light”, preceduto ancora, due anni fa, da “In A Poem Unlimited”: le musiche più accessibili di sempre, spesso danzabili, al servizio di testi “politici” come non mai.

Incredibile come riesca a tenersi insieme un successore che copre l’ampissimo arco che da una 4 American Girls che evoca sia Madonna che il Bowie di “Young Americans” arriva all’ossessivo cantilenare di una conclusiva Red Ford Radio raro rimando diretto ai lontani esordi per tramite di ballate pianistiche che fanno scomodare Joni Mitchell e Laura Nyro (IOU, Denise Don’t Wait), martellamenti disco (Overtime), collisioni fra voci operatiche e pulsazioni e rasoiate industrial (State House), pop-rock da AM anni ’70 (Born To Lose, Woodstock ’99), funk tropicalisti (And Yet It Moves/Y se mueve), orchestrazioni di un turgore fra Spector e Wagner su base synth/glam (The Quiver To The Bomb). Insuperabile?

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (15): A Girl Called Eddy – Been Around (Elefant)

Pseudonimo che presumibilmente omaggia i Waterboys di A Girl Called Johnny che a loro volta omaggiavano Patti Smith, Erin Moran (del New Jersey ma da tempo residente a Londra) come A Girl Called Eddy non dava notizie di sé da una vita. Dopo il bellissimo esordio omonimo del 2004 solo due volte si era riaffacciata alla ribalta in tal guisa: nel 2008 partecipando con una cover di Julia a un tributo al “White Album” dei Beatles allegato a “Mojo”; nel 2014 con un’intervista in cui annunciava di avere messo mano a un secondo album. E poi nel 2018 Erin pubblicava con Mehdi Zannad dei francesi Fugu e a nome The Last Detail un eponimo lavoro in cui il suo pop cameristico si fonde con quello un po’ downtempo e un po’ Stereolab del sodale. Ci credeva ancora qualcuno che sarebbe tornata come A Girl Called Eddy?

Eccola qui. Per un verso si può gioirne, ché è valsa la pena attendere. Per un altro non si può che rimanere sconcertati di fronte a un’artista insieme dalla cifra stilistica che più classica non si potrebbe e dal potenziale commerciale clamoroso che si fa desiderare tipo Kate Bush (spirito per certi versi affine) ma non avendo alle spalle il catalogo e la Storia di costei. La platea di “Been Around” sarà presumibilmente ristretta quando un brano come quello che lo inaugura e intitola potrebbe appartenere alla Carole King che vendeva dischi a milioni. Pochi eletti godranno di gemme quali Jody (i Prefab Sprout a un massimo di esultanza), Charity Shop Window (Brian Wilson che collabora con Burt Bacharach), Two Hearts (Jeff Lynne che si reinventa Ray Davies). Laddove Someone’s Gonna Break Your Heart deve essere una hit perduta dei Pretenders, Lucky Jack (20-1) rimanda a Rickie Lee Jones, Pale Blue Moon aspetta che qualcuno a Nashville la trasformi in oro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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A Certain Ratio – ACR Loco (Mute)

A volte ritornano e in realtà ormai si stenta a trovare nel rock gruppo di una qualche rilevanza che non abbia avuto una seconda, terza o quarta vita, fintanto che morte non ne abbia separato infine i componenti e in certi casi manco quello è bastato a far dire basta. Con il disturbante effetto per chi sta da quest’altra parte della barricata della musica di trovarsi a scrivere degli stessi nomi di cui scriveva da giovane ora che la terza età incombe. Però a dire il vero gli A Certain Ratio non sono mai andati via e per due ragioni: una è che, pur lasciando trascorrere periodi talvolta assai lunghi fra un tour e l’altro, fra un album (il predecessore di “ACR Loco”, “Mind Made Up”, è del 2008) e il successivo, non si sono mai sciolti; e l’altra e più importante è che non solo il catalogo storico è stato ristampato a più riprese ma suona tuttora moderno, attuale. Più influenti nel secolo nuovo che nel vecchio, i mancuniani, con il loro appropriarsi con attitudine wave di un funk dapprima algido e via via, infiltrato come veniva di pop e influenze latine, sempre meno. Cerebrali e danzabili, per un verso in anticipo sui concittadini New Order che archiviavano i Joy Division, per un altro contraltare UK dei Talking Heads.

“ACR Loco” esibisce freschezza e potenza a tratti da non crederci. Da una Friends Around Us che decolla psych-jazz, vola funk e atterra d’n’b alla collisione fra samba ed electro di Taxi Guy, con in mezzo canzoni minimo al pari travolgenti come Bouncy Bouncy e la schiettamente disco Family (con le quali purtroppo ci saluta la grandissima Denise Johnson), o una kraftwerkiana Supafreak, e giusto un paio invece un po’ così (così): Always In Love, fra britpop e techno-pop; una Berlin da Depeche Mode in fissa motorik.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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Last Gang In Town – Il rock ai tempi di Internet degli Arctic Monkeys

Nel momento in cui scrivo mancano tre giorni alla pubblicazione europea di “AM” (“L’abbiamo intitolato così in onore dei Velvet Underground, l’omaggio è naturalmente a ‘VU’”: Alex Turner dixit), album numero cinque per gli Arctic Monkeys, da Sheffield come gli Smiths erano da Manchester. Naturalmente, non c’è sulla faccia della terra una singola persona interessata a questo quartetto di tuttora under 30 (ricordate quando il rock era musica giovane? se sì, avete i vostri begli anni) che già non l’abbia ascoltato. Un po’ perché il gruppo stesso ne ha concesso lo streaming in anteprima. Un po’ perché lo stabilire date di uscita differenti per differenti mercati fa sì che, un minuto dopo che il disco ha visto la luce nel primo, diventi ovunque di pubblico dominio. Cosa che poi succederebbe comunque, anche senza la collaborazione degli artefici, giacché è ormai una rarità assoluta un disco minimamente atteso che non fa capolino in Rete con più o meno ampio anticipo sull’effettiva pubblicazione. Essendo ragazzi di mondo, gli Arctic Monkeys certi meccanismi li conoscono e li sfruttano. Hanno fatto circolare la copertina già lo scorso luglio, un primo singolo era stato dato alle stampe addirittura in febbraio, un secondo gli è andato dietro a giugno, un terzo a metà agosto e un altro paio di canzoni ancora sono state disvelate in popolari programmi televisivi o radiofonici. Disvelate per modo di dire, siccome un tour promozionale di ben sessanta date fra Nordamerica e Vecchio Continente ha preceduto “AM” in luogo che seguirlo ed ecco, nessuno nemmeno fra i luddisti che ne auspicherebbero un’inverosimile scomparsa si è mai spinto, nelle giaculatorie sui danni che sarebbero venuti alla musica da Internet, ad asserire che pure alla musica dal vivo faccia del male. Essendo evidente a chiunque che quantomeno alla musica dal vivo Internet ha fatto, fa e farà, sempre di più, un sacco di bene.

Va da sé che non può essere questa la sede per dibattere di come la Rete abbia mutato il nostro rapporto con la musica o il cinema, i libri o i giornali, cambiamento epocale, tumultuoso, copernicano che non ha mancato di lasciare sul campo morti e feriti, non troppo diversamente da come ce li lasciarono l’invenzione della stampa o del motore a scoppio. Mi limiterò ad annotare ciò che parrebbe ovvio ma per tanti sembra non esserlo: che ogni volta che l’umanità va avanti chi resta fermo viene lasciato indietro e si condanna da solo all’irrilevanza, all’estinzione; che, quando l’onda monta, se ti opponi ne verrai sommerso, se la cavalchi ne sarai salvato. Trovatisi in acqua senza manco rendersene conto, i debuttanti Arctic Monkeys impararono subito a nuotare. Prontezza di riflessi e intelligenza ne hanno fatto in fretta surfer provetti.

Non c’era mai stata una storia di successo come quella di questi giovanotti semplicemente perché, prima di loro, non esistevano condizioni atte a propiziarla, uno scenario simile in cui ambientarla.

Prosegue per altre 11.756 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013. Degli Arctic Monkeys è appena uscito un “Live At The Royal Albert Hall” registrato nel 2018.

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Will Butler – Generations (Merge)

Dice il maggiore dei Butler, Win, che il lockdown si è rivelato propizio per gli Arcade Fire per concentrarsi sulla scrittura del successore di “Everything Now”. Speriamo venga meglio di quello che era il secondo e più grave inciampo in una vicenda artistica principiata con tre album clamorosi: uno più bello dell’altro e fra i non molti che possano essere detti “epocali” nel rock di questi primi due decenni di secolo. Dice il minore dei Butler, Will, che ha fatto appena in tempo a ultimare le registrazioni di questa che è la sua seconda uscita da solista (terza con un live) prima che il lockdown si mettesse di mezzo. Andava solo più mixato il disco. Dire che fosse atteso… be’, anche no. Il succinto predecessore del 2015, “Policy”, aveva regalato una manciata di canzoni convincenti se prese una per una ma che sommate non riuscivano a fare, per l’eccessiva varietà di stili, un album.

Nessuna aspettativa pesava dunque sul successore e che sorpresa che catturi fin dal primo ascolto. Di più cospicuo minutaggio (tre quarti d’ora contro mezz’ora scarsa) e non meno eclettico dell’esordio, con tuttavia stavolta come un filo invisibile a legare in qualche miracoloso modo brani che sulla carta non potrebbero/dovrebbero stare nel medesimo programma come, per limitarsi a citare gli ultimi tre, una Promised molto Peter Gabriel, una Not Gonna Die che potrebbe arrivare dai Queen migliori e una Fine che rimanda a Randy Newman. Da non credersi. Eppure… Però il meglio sta prima e fra il meglio due dei pezzi più travolgenti dell’anno: sfido chiunque a resistere alla collisione fra synth-punk e power pop di Bethlehem e al ritmo scandito da un batter di mani e all’esultante coralità di Surrender. Sicuro di avere ancora bisogno degli Arcade Fire, Will?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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Bright Eyes – Down In The Weeds, Where The World Once Was (Dead Oceans)

Il contrasto fra l’ultimo album di Conor Oberst che recensivo, “Ruminations” del 2016, e questo che è il primo a nome Bright Eyes da nove anni in qua, non potrebbe essere più clamoroso. Quello, penultimo disco da solista per un oggi quarantenne che pubblicava tredicenne la prima cassettina, una collezione di ballate intimiste per sole voce e chitarra o voce e piano, con un’armonica ad affacciarsi ogni tanto. Questo, con giusto una traccia su quattordici, Hot Car In The Sun, che sarebbe potuta stare pure su quello, è in genere iperarrangiato. Una cosa in comune hanno: la capacità di disegnare melodie di un classicismo pop accostabile ad alcuni dei più grandi maestri del genere. Se quattro anni fa concludevo scrivendo che, se soltanto avesse voluto, il nostro uomo avrebbe potuto essere il James Taylor della sua generazione, o il Paul Simon, stavolta i nomi da citare sono Burt Bacharach e Brian Wilson, Leonard Cohen e Billy Joel. D’altronde Oberst ─ all’attivo un catalogo sterminato di incisioni attribuite a una mezza dozzina di diverse ragioni sociali ─ ha sempre praticato di tutto, nell’ampissimo arco compreso dal country al noise. Produzione straripante e in ogni senso ineguale, nella quale magari si stenta a rintracciare un capolavoro totale ma sono diversi gli album notevoli. Pure gli scivoloni, eh?

“Down In The Weeds…” appartiene alla prima categoria, anche se ogni tanto in questo dilagare inesausto (un paio di altre eccezioni: il synth-pop Pan And Broom, il folk-rock Tilt-A-Whirl) di ritmiche rutilanti, archi e ottoni peraltro orchestrati magnificamente e non meno sontuose armonie vocali che vanno a sommergere pure certi attacchi strimpellati un filo di nostalgia dei Bright Eyes indie rock viene. Poi passa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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