Archivi tag: pop

George Ezra – Staying At Tamara’s (Columbia/Sony)

Sono diverso da Ed Sheeran, non è che faccio dischi con l’intenzione di andare al numero uno ovunque”, dice George Ezra, che con il rivale di cui sopra condivide i natali nella provincia inglese e l’irruzione nelle classifiche di ogni dove in età verdissima, esordiente in lungo a ventun anni lui, quell’altro già una star a venti. Ma chi si scusa si accusa e, insomma, a pochi giorni dall’uscita “Staying At Tamara’s” già primeggia nel Regno Unito, rinnovando i fasti del debutto del 2014 “Wanted On Voyage”. Per cominciare e poi si vedrà. E tanto per non perdere colpi nemmeno rispetto a quel Sam Smith cui George faceva da spalla in un tour nordamericano e che come età, essendo del ’92, sta nell’esatto mezzo fra Ed (1991) e George (1993). Però, dai, a ben ascoltare (o anche molto distrattamente) il giovanotto è diverso eccome da Ed: per quanto condividano un retroterra folk, è molto più pop (nel senso di poppetto) quell’altro. Per non dire da Sam e dal suo finto soul, tagliato su misura per il pubblico bue da intrattenere fra un “X Factor” e l’altro.

Ciò detto, Houston, abbiamo un problema e il problema è che, al netto di arrangiamenti più corposi, il secondo album di questo ragazzo pur talentuoso somiglia troppo al primo. In alcuni passaggi in maniera imbarazzante e invero si sobbalza quando parte una Shotgun che è copia conforme di quella Budapest che faceva decollare la carriera dell’autore. Lavoro in ogni caso, oltre che più denso, più solare del predecessore, persino in bilico fra funk ed errebì in una Don’t Matter Now che l’ha anticipato di nove mesi e brioso anche quando si fa confidenziale come in All My Love. Se Hold My Girl evoca i National, la migliore delle undici tracce, Saviour, azzarda un country cinematico su cui meriterebbe tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Come passa il tempo quando uno scrive per “Audio Review”

Il file risulta salvato in data 12 marzo 1996, alle ore 17.37. Cominciava così (qualche giorno prima mi aveva contattato telefonicamente l’allora responsabile della sezione recensioni Marco Crisostomi, recentemente scomparso) la mia collaborazione ad “Audio Review”. Con una recensione – positiva; un bel “7” il voto – del debutto dei torinesi Mao e la Rivoluzione, ottimamente prodotto da un altro torinese, Max Casacci, che da lì a qualche mese ancora avrebbe fondato tali Subsonica. In quel lontanissimo numero 159 mi occupavo di altri quattro dischi soltanto ancora (i nuovi di Assalti Frontali, Jalal ed Alison Statton; una teca dedicata al classico di Peter Green “The End Of The Game”) e mai avrei immaginato che ventidue anni e quattro mesi, 241 numeri e alcune migliaia (migliaia!) di recensioni dopo mi sarei ritrovato a celebrare su un blog – ossia su un qualcosa che all’epoca manco esisteva – l’inizio del più prolungato nel tempo fra i miei rapporti professionali. Da un pezzo la collaborazione con “Audio Review” ha scavalcato in durata quella con “Il Mucchio” (pur’esso recentemente scomparso) ed è tutto dire.

L’arrivo in edicola, una decina di giorni or sono, del numero 400 della suddetta rivista mi è sembrato una bella scusa per recuperare quel primo articolo.

La ragione sociale è inedita ma i musicisti che dietro di essa si celano vantano curriculum già corposi. Mao in particolare, che della Rivoluzione è insieme l’ideologo e il leader carismatico, ha in passato prestato la sua voce, scura e ruggente, ai Voodoo (un discreto album all’attivo) e ai Magnifica Scarlatti (una grande promessa mai mantenuta) e ha fiancheggiato Fratelli di Soledad e Africa Unite. Proprio dalle file di questi ultimi viene Max Casacci, al cui lavoro in sede di registrazione e di missaggio si deve molto del merito della riuscita di questo LP. È musica, quella della compagnia torinese, che richiede una produzione capace di trovare il giusto punto di equilibrio fra potenza del suono e attenzione al dettaglio. Una dinamica carente o arrangiamenti troppo elaborati la danneggerebbero irrimediabilmente. Casacci è perfetto e si candida a entrare nel ristretto club dei produttori italiani di livello internazionale.

Avrete forse già ascoltato Febbre, il brano che inaugura l’album e il cui video si è visto parecchio in corrispondenza con la sua uscita: funky-metal poderoso con un ritornello pop di quelli che stendono. È un buon biglietto da visita, ma tanto altro c’è di memorabile in “Sale”: l’irresistibile gospel secolare di Temporali, per cominciare, e poi il matrimonio fra melodia italiana e beat bristoliani di Al limite e la voce recitante su base trip-hop de Il ritmo. Peccato che la rilettura di What A Wonderful World cui è affidato il congedo (c’è poi una breve postilla, con un assaggio di Febbre virata techno) non convinca per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 159, aprile 1996.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, casi miei

Raspberries Fields Forever

Bizzarra parabola quella dei Raspberries, da Cleveland, Ohio, con agli estremi al principio un nome da culto per gli appassionati di cose sixties quali i Choir (titolari con It’s Cold Outside di uno dei più memorabili esempi di Merseybeat oltre Atlantico) e a fondo corsa l’elezione del leader, il belloccio Eric Carmen, a idolo adolescenziale, durato peraltro un mattino o poco più. In mezzo quattro album (tutti su Capitol) da affrontare a coppie. L’omonimo debutto e “Fresh” vedono la luce entrambi nel 1972, a ormai diversi anni dacché i Choir (tranne Carmen, tutti da lì i componenti originali) hanno mollato il colpo, e sono rispettivamente cinquantunesimo e trentaseiesimo per “Billboard”. Il primo uno slow seller con le sue trenta settimane di permanenza in classifica, il secondo quasi un best seller con insita la promessa di orizzonti di gloria che si riveleranno un’illusione ottica. Sono due dischetti carini ma non imprescindibili, collezioni di pop di un aggraziato sull’orlo del lezioso, prevedibilmente devote ai Beatles ma più che altro agli Hollies, che non si proibiscono lo scatto elettrico, l’estemporanea esibizione muscolare, ma vivono sostanzialmente di melodie zuccherine e sentimentalismi ragazzini.

Quasi come fosse un giubbotto di quelli che si possono indossare indifferentemente per l’uno o l’altro verso, un anno dopo “Side 3” rovescia il sound dei Raspberries (da lì a un ulteriore anno “Starting Over” offrirà replica meno persuasiva) arrendendosi al rock’n’roll senza chiedere scusa, sin dal riff bello tosto di una Tonight da Byrds datisi all’hard, ma mantenendo e persino incrementando l’indice di seduzione melodica. La dice lunga un titolo in principio di seconda facciata: I’m A Rocker (e me ne vanto, te lo suono e te lo canto). La dicono tutta e superbamente un esercizio da manuale Who come Hard To Get Over A Heartbreak, una Ecstasy in anticipo su “Get The Knack”, i Byrds stavolta alle prese con i Lovin’ Spoonful di un’irresistibile Should I Wait. Non si sa cosa succeda. Appena sette settimane in classifica, un miserrimo numero 138. Beffa ulteriore che per chissà quale imbroglio contrattuale l’album sia oggi fuori catalogo, improponibili le cifre che vengono chieste per una copia in vinile, addirittura folli quelle che provano a estorcerti per un CD.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.184, settembre 2013. Oggi costa un po’ di meno procurarsene una copia in Rete, ma “Side 3” è tuttora fuori catalogo.

5 commenti

Archiviato in archivi

The Sick Rose – Someplace Better (Area Pirata)

Ma davvero sono passati sette anni dacché i Sick Rose pubblicavano il predecessore di “Someplace Better”? D’altra parte quello si chiamava “No Need For Speed” ed era titolo che alludeva non al passo medio delle undici tracce ivi incluse, bensì al fatto che quel disco a sua volta si fosse fatto attendere un lustro. E – d’altra parte 2 – che devi fare se, essendo nato in un posto dove il rock’n’roll è sempre stato faccenda più minoritaria della sinistra radicale, non hai mai avuto la possibilità di farne, oltre che uno stile di vita, un modo di guadagnarsela la vita? Te la guadagni altrimenti e la musica si fa hobby da coltivare quando si riesce a inventarsene il tempo. Nei loro verdi anni – fra metà ’80 e inizio ’90 – i ragazzi furono dapprima una delle band più esplosive, a livello mondiale, del Sixties revival e poi un al pari eccelso esempio di rock non meno dinamitardo ma più devoto ai Flamin’ Groovies o agli MC5 che non al garage-punk alla “Nuggets”. Tornavano in pista, dopo qualcosa più che una pausa di riflessione, solo nel 2006 con “Blastin’ Out”, loro quinto album in studio raccolte escluse, e da allora la parola d’ordine è “power pop”.

Dopo due lavori prodotti da Dom Mariani (Stems, DM3, Datura) per questo nuovo il gruppo del cantante Luca Re e del chitarrista Diego Mese si è affidato a Ken Stringfellow (Posies, Big Star, R.E.M.) e di nuovo si è rivelata una scelta felice. D’altra parte 3: aveva del gran bel materiale da tirare a lucido costui. Nove pezzi di scintillante pop-rock in egual misura orecchiabile ed energico, in scia a eroi più o meno di culto (Shoes, 20/20) o di successo (Raspberries, Knack), e in coda un inatteso ritorno alle origini, con una Nobody di travolgente innodia e il vorticoso quasi-surf della traccia che suggella e battezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.398, maggio 2018.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Un po’ del Paul Weller post-Jam

Il Modfather compie oggi sessant’anni. Sull’epopea Jam già mi ero dilungato qui. Oggi ripesco un po’ di recensioni del Paul Weller successivo, fra cui una d’epoca di “Heavy Soul” velenosetta. Forse fui eccessivamente cattivo. O forse no.

The Style Council – Our Favourite Shop (Polydor, 1985)

A quasi un quarto di secolo dacché strinse il fruttuoso sodalizio con il tastierista Mick Talbot chiamato Style Council, Paul Weller ancora ricorda il senso di sollievo che gli diede chiudere la storia dei Jam, per un lustro più un’istituzione che un gruppo per la gioventù britannica. “Fu come se mi fosse stato tolto un peso dalle spalle”, raccontava qualche anno fa al biografo Paolo Hewitt. Dimessosi da portavoce di una generazione, in rotta con una scena rock cui rimproverava un anticonformismo posticcio e il ribellismo confuso quando non artefatto, il nostro uomo decideva di sperimentare, di fare dell’imprevedibilità la prima caratteristica del nuovo progetto, essendo la seconda un amore per la black spinto a livelli che i Jam non avevano azzardato che al passo d’addio, lo strepitoso “The Gift”. Andavano in tal senso l’organico inconsueto a due più uno (il terzo il batterista Steve White, ufficialmente un esterno) e aperto a collaborazioni e una memorabile serie di 45 giri, prima del debutto adulto con “Café Bleu”, ciascuno marcatamente diverso dall’altro. Più avanti la voglia di Weller di seguire i suoi “ever changing moods” lo avrebbe portato a rovinose cadute, ma per il tempo di un paio di LP – il summenzionato e questo – e una decina di 45 giri gli Style Council sarebbero stati invincibili: uno dei complessi più curiosi, eccitanti ed eleganti in circolazione.

A parte qualche suono un po’ leccato e qualche comizio di troppo, “Our Favourite Shop” (ora raddoppiato da una messe di singoli, demo, remix, live) non è invecchiato male. Disco capace di passare – ad esempio: tracce dalla 2 alla 5 – dalla bossanova al jazz, da quello al funk e poi a un pop “da camera” – senza batter ciglio né perdere il filo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.276, febbraio 2007.

Paul Weller (Go! Discs, 1992)

Questione di aspettative: dopo il disastroso finale dell’avventura Style Council nessuno si attendeva nulla dal Paul Weller che si affacciava sui ’90 senza nemmeno un contratto discografico, proprio lui che era stato il musicista più idolatrato dalla gioventù britannica sul lungo percorso fra i Beatles e gli Smiths. Sicché per fare gridare al miracolo, e fargli subito ritrovare un’etichetta, bastava nel ’91 un singolo autoprodotto, Into Tomorrow, carino ma niente di più. E per certificare per il Modfather una rinascita artistica che, con il senno di poi, si può e si deve invece datare dal successivo “Wild Wood” era sufficiente l’anno dopo un lavoro pur esso gradevole e frizzante, ma per certo non trascendentale, come questo. Più transizione che ripartenza vera, diviso com’è fra brani che agevolmente si sarebbero potuti confondere nel repertorio dei primi Style Council (Round And Round, The Strange Museum, Kosmos) e altri nei quali comincia a prendere forma (I Didn’t Mean To Hurt You l’esempio più compiuto) quel folk-soul sostanzialmente alla Traffic (fra un inchino a Curtis Mayfield e un omaggio a Neil Young) che ha caratterizzato a oggi la vicenda solistica del Nostro. Sulla carta “Paul Weller” non avrebbe meritato la medaglia al valore di una “Deluxe Edition”. Nei fatti se la guadagna con il recupero di un gruzzoletto di lati B spesso meglio, o come minimo dello stesso livello, di tanta roba che finì sull’album.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.666, gennaio 2010.

Wild Wood (Go! Discs, 1993)

Dopo avere sciolto i Jam troppo presto (quando avevano ancora molto da dire) e gli Style Council troppo tardi (quando avevano già detto tutto da un pezzo, per poi optare per un cambiamento tragicomico), Paul Weller si affaccia sui ’90 in condizioni disastrose. Un reduce. Un rudere. Senza nemmeno un contratto discografico e stiamo parlando del musicista più idolatrato dalla gioventù britannica sul lungo percorso compreso fra i Beatles e gli Smiths. Probabilmente nemmeno lui stesso sarebbe disposto a scommettere un centesimo sulla propria rinascita. Eppure gli anni ’90 saranno di resurrezione e di gloria, quella vera, fra trionfi nelle classifiche di vendita e nei referendum e i salamelecchi estatici di una critica una volta di più in ginocchio da lui. Si comincia nel 1991 con uno spumeggiante singolo autoprodotto, Into Tomorrow, che va nei Top 40 e gli guadagna il ritorno nell’industria discografica maggiore. Si prosegue l’anno dopo con l’omonimo debutto in lungo da solista, in cui Weller saggiamente non accantona i due gruppi di cui è stato il fulcro né li emula. Qualcosa recupera da entrambi, ma soprattutto cerca e trova un dolce stil novo che nel contempo lo riposiziona in tutta una tradizione britpop che ha avuto nei Kinks gli esponenti principali e lo apre a influenze di rock all’americana. È una bella, promettente ripartenza. Nel 1993 “Wild Wood” – ora ristampato in una “Deluxe Edition” che gli aggiunge un’imponente messe di remix, demo, registrazioni radiofoniche e live – aggiusta il tiro. Rifinisce. Fa insomma meglio e a detta di molti rimane il Paul Weller solista da avere se se ne vuole avere solo uno.

Il tempo è stato gentile con questa collezione di canzoni che d’altro canto fuori dal tempo si collocavano, volontariamente, pervicacemente. Più che nei primi ’90 si potrebbe al limite situarla a inizio ’70, fra mischioni di folk, rock e soul dagli occhi azzurri alla Traffic e ballate in scia al Neil Young acustico.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.641, dicembre 2007.

Heavy Soul (Island, 1997)

Pare essere diventato un Garibaldi del rock, Paul Weller: non si trova uno disposto a spendere una cattiveria sul suo conto. Che so? A ricordare che molto dei Jam fu grande ma non tutto, che il congedo degli Style Council fu indecoroso, che la sua terza giovinezza non ha fruttato finora capolavori ma soltanto qualche canzone gradevole e tanta maniera. A costo di fare la solita figura dei bastian contrari (non lo si fa apposta: il fatto è che per i nostri pochi lettori abbiamo rispetto, noi), sarà il caso di annotare che questo “Heavy Soul”, di cui altrove si sono letti panegirici che non si sa se frutto di sprovvedutezza o di malafede, è poca cosa. Mai stato uno all’avanguardia, Weller, ma da qui a riprodurre con puntiglio filologico il suono dei Traffic come fa da qualche tempo ce ne corre. Il grave è che l’operazione non ha prodotto un-brano-uno degno di nota.

Dove non fa il verso a Winwood e soci, Weller si trasforma zelighianamente in Neil Young o in Van Morrison. I Should Have Been There To Inspire You ruba tutto a Van The Man e ha un titolo che è un epitaffio.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.2, settembre/ottobre 1997.

At The BBC (Universal,2008)

Se hanno cominciato a darti del dio a diciannove anni, se a ventidue eri il portavoce di una generazione e a venticinque un infallibile arbitro d’eleganza, che nel successivo quarto di secolo qualche problema con l’ego tu l’abbia avuto e magari non sia ancora risolto, be’, ci sta. Sugli altari con i Jam, nella polvere alla fine dell’avventura Style Council, quindi protagonista di uno dei più sorprendenti ritorni dalla terra degli artisticamente morti che si ricordino, Paul Weller ha compiuto cinquant’anni lo scorso 25 maggio. Li ha festeggiati beandosi della reverenza che lo circonda, li celebra ulteriormente con questo cofanetto quadruplo. Incredibile ma vero: il secondo in meno di due anni, essendo il precedente quel “Hit Parade” che carrellava sull’intera carriera del Modfather. A proposito di precedenti: i soli Jam erano stati fatti oggetto nel ’97 di un box addirittura quintuplo (“Direction Reaction Creation”; seguito un anno dopo dal parimenti quintuplo “The Complete Adventures Of Style Council”) e un esatto lustro più tardi di un triplo di incisioni, come queste, “At The BBC”. Insomma: siamo a cofanetti numero sei (uno addirittura di lati B: il triplo “Fly On The Wall” del 2003) e a CD numero sette soltanto di registrazioni radiofoniche. Si starà mica esagerando?

Non per fare quello che grida che il re è nudo solo per vedere l’effetto che fa: non mi pare che il Weller pure nominalmente in proprio a partire dal ’92 ci abbia regalato chissà quali capolavori. Tanti album carini (qualcuno manco quello) e nessuno veramente imprescindibile (“Wild Wood” ci va vicino). Una decina o anche due di canzoni gradevoli ma nessuna epocale come tante d’era Jam e qualcuna quando gli Style Council erano freschi di ideazione. Funziona il suono, che quando è elettrico si situa in una terra di mezzo fra Curtis Mayfield, Neil Young e i Traffic e quando è acustico da qualche parte fra Nick Drake barra Tim Hardin e… Neil Young e i Traffic. Meno una scrittura troppo spesso sull’orlo del formulaico. Che fra le 74 tracce (qualche brano torna più di una volta) che sfilano qui una That’s Entertainment fatta da busker svetti dalla cintola in su, qualcosa vorrà dire. Che valga lo stesso per una Headstart For Happiness felice sul serio, idem. Quando poi il singolo pezzo a imprimersi indelebilmente nella memoria è una cover, Early Morning Rain (spero la rammentiate da Gordon Lightfoot). A me non dispiace avere “At The BBC” negli scaffali. Però io non l’ho pagato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.655, febbraio 2009.

5 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Make It Easy On Yourself: per i novant’anni di Burt Bacharach

Compie oggi novant’anni un uomo le cui canzoni – così certifica “Wikipedia” – sono state coverizzate da oltre mille diversi solisti e gruppi. L’autore di decine di classici del pop e del soul (ma anche di una pietra d’angolo del garage-punk) otteneva il primo incarico importante da musicista professionista, ventottenne, quando il compositore Peter Matz lo segnalava a Marlene Dietrich, cui serviva un arrangiatore e direttore d’orchestra.

Artisti vari – Motown Salutes Bacharach (Motown, 2002)

Incontro tanto ovvio da essere obbligato quello che si celebrava, in prevalenza nella seconda metà dei ’60, fra Burt Bacharach e la Motown: da un lato un raffinato autore pop bianco con nelle corde vibrazioni soul, dall’altro l’etichetta che vantava di essere “il suono della giovane America”. Ovvero la musica nera resa più che mai seducente, con melodie orecchiabilissime e arrangiamenti in grado di rendere anche il funk una faccenda sofisticata e interrazziale. Se anche nessun artista dell’etichetta di Detroit registrava un album dedicato a Bacharach (ove si aveva, per dire, un “The Supremes Sing Rogers And Hart”), sue composizioni si trovavano disseminate un po’ ovunque. Curioso che a nessuno sia venuto in mente all’epoca di radunarle e che si provveda soltanto adesso. Ne risulta un’ora frizzantissima, forse non indispensabile né per gli estimatori di Bacharach (e dell’inseparabile sodale Hal David, non dimentichiamolo) né per quelli della premiata ditta Berry Gordy, ma che risulterà gradita agli uni e agli altri e sarà una scoperta per un pubblico più generico.

Nel folto programma (diciotto brani) c’è del graziosamente pletorico: la The Look Of Love di Gladys Knight & The Pips, la I Say A Little Prayer e la Anyone Who Had A Heart di Martha & The Vandellas, la Walk On By di Smokey Robinson & The Miracles nulla aggiungono alle tante versioni già ascoltate (ma si tratta pur sempre di canzoni immani). Vantano al contrario scelte peculiari una This Guy’s In Love With You di Jimmy Ruffin clamorosamente proto-Barry White e le versioni di Stevie Wonder (con l’armonica a rimpiazzare la voce) di Alfie e A House Is Not A Home. Che con il titolo ci ricorda (tanto altro ce lo rammenta altrove) quanto Bacharach influenzò i Love di “Forever Changes”.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.501, 17 settembre 2002.

Isley Meets Bacharach – Here I Am (Dreamworks, 2003)

Sul davanti di copertina Ronald Isley e Burt Bacharach fissano la camera da dietro una scacchiera e sorridono soddisfatti: l’ascolto di “Here I Am” chiarirà perché. Sul retro sono colti di schiena, non più in abiti casual ma in smoking. Seduti dinnanzi a un piano discutono, il primo gesticolante con la sinistra, la destra appoggiata sulle spalle del secondo in un gesto di affettuosa familiarità. Si conoscono d’altronde dal 1962, da quando Ronald racconta che, in studio con i fratelli, stava per incidere la poi classicissima Make It Easy On Yourself ma Bacharach ebbe da ridire per dei cambiamenti nel testo. Non se ne fece nulla. Quel giorno gli Isley Brothers registrarono invece Twist And Shout e il seguito è storia.

Con i due ormai in età se non veneranda certamente avanzata e nondimeno in forma smagliante – a mezzo secolo dagli esordi Ronald declina errebì aggiornato e di successo grazie a un fortunato incontro con R. Kelly e per Burt gli omaggi non si contano -, la collaborazione infine si concretizza, con un album che segue una strada opposta rispetto al pregevole “Painted From Memory”. Là Bacharach traeva linfa dall’incontro con Elvis Costello per evidenziare come la sua penna sappia ancora essere ispirata. Qui in apparenza compie un viaggio nella memoria, dirigendo un’orchestra di quaranta elementi in tredici sue creazioni celeberrime che il socio interpreta con voce serica che rimanda a Sam Cooke come non mai: canzoni che non vi è chi non abbia fischiettato, da Alfie a Raindrops Keep Falling On My Head, a The Look Of Love, a Anyone Who Had A Heart. Ma non c’è nostalgia in questo disco senza tempo, essendo nuovissimi gli arrangiamenti, giocati fra Brasile e jazz. Melodie intoccabili, felicemente toccate.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.244, marzo 2004.

4 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Un hobby chiamato Tom Tom Club

Il diavolo fa le pentole e a volte i coperchi. Era in ogni caso un ben simpatico diavoletto quello che si metteva di mezzo quando, reduci dalle registrazioni di “Remain In Light”, una delle pietre miliari della musica del Novecento, Chris Frantz e la moglie Tina Weymouth, batteria e basso dei Talking Heads, decidevano di crearsi un hobby e chiamarlo Tom Tom Club. Un po’ per rilassarsi dopo avere tanto penato su un disco così complesso, un po’ per dare sfogo a una creatività frustrata dalla diarchia Byrne/Eno. Un po’ anche avendo una grande, metaforica voglia di un sole assente, per quanto funk ci sia e il titolo richiami alla luce, nel capolavoro suddetto. Si procedeva, sotto il sole vero delle Bahamas, presso quei Compass Point già frequentati con il gruppo principale e avvalendosi delle collaborazioni di due sorelle di Tina, del chitarrista Adrian Belew e del percussionista Steven Stanley. Erano canzoncine quelle cui si poneva mano, molto caraibiche e per il resto influenzate da un hip hop che al tempo si pensava non sarebbe stato che una moda e che il primo singolo, Wordy Rappinghood, omaggiava. Sorpresa! Numero 7 in Gran Bretagna e primo in altri diciassette paesi, ove negli USA era solo la dabbenaggine di una casa discografica che, non credendoci, non lo stampava a precludergli le classifiche. Andrà meglio con Genius Of Love e con la cover dei Drifters Under The Boardwalk. I Tom Tom Club vendevano insomma più dei Talking Heads, figurarsi. Trentacinque anni dopo e anche al di là delle hit, il loro primo album è lungi dall’essersi sgasato come accade spesso a certe frizzanti musichette estive e come è successo con il successivo (1983) e assai meno estroso “Close To The Bone”.

Prima riedizione di sempre in LP (per la cronaca: di un bel verde traslucido) questa stampa Real Gone non rende un buon servizio all’appassionato rispettando filologicamente la scaletta del vinile d’epoca, quando meglio sarebbe stato ricalcare quella di una cassetta che alla conclusiva Booming And Zooming sostituiva Under The Boardwalk (e metterla come bonus?). Paiono inoltre troppi i trentadue euro richiesti per un disco che ai mercatini dell’usato facilmente si trova a cinque, massimo dieci.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

Lascia un commento

Archiviato in archivi