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It was 51 years ago today (1)

The Beach Boys – Pet Sounds (Capitol, 1966)

Migliore album di tutti i tempi per il “Times”. Passando alla stampa specializzata, l’undicesimo LP in studio dei Beach Boys è stato analogamente votato massimo capolavoro della popular music dal mensile “Mojo” nel 1995 e dal settimanale “New Musical Express” nel ’97. Nel 2003 il quattordicinale “Rolling Stone” lo piazzava invece “soltanto” secondo in una classifica di cinquecento titoli. Il primo? “Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, ossia un disco che Paul McCartney ha sempre dichiarato essere stato influenzatissimo proprio da “Pet Sounds”. Laddove Brian Wilson non ha mai nascosto che senza “Rubber Soul” (per inciso: quinto nella graduatoria di cui sopra) “Pet Sounds” sarebbe stato a sua volta parecchio diverso o, addirittura, non sarebbe stato per nulla. Non si dà probabilmente altro caso in questo volume di influenze reciproche tanto virtuose e produttive.

Di ritorno a inizio 1966 da un tour di tre settimane di Giappone e Hawaii, sono i restanti Boys (da un anno il leader ha annunciato il ritiro dagli spettacoli dal vivo) i primi a restare sbalorditi dai brani che il maggiore dei fratelli Wilson ha scritto nel frattempo. Ancora di più, dai complessi arrangiamenti che va cucendo loro addosso. Figurarsi allora quanto devono restare spiazzati alla Capitol da una musica che con le canzoncine surf d’antan dei ragazzi non condivide che l’intricatezza delle armonie vocali. Tutto è viceversa cambiato attorno, ricchissimo un tessuto strumentale che agli arnesi classici del rock – chitarra, basso e batteria – non si limita ad aggiungere un profluvio di archi e tastiere, ottoni e legni. Osa inserendo dal theremin al campanello di bicicletta, da un harpsichord a un abbaiare di cani, a una lattina di Coca Cola trasformata in percussione. Come i troppi e troppo spesso orrendi emuli chiariranno, non fossero validissime di partenza le canzoni, non fosse studiatissimo e misuratissimo ogni dettaglio questo pop-rock fra il sinfonico e lo psichedelico risulterebbe un indigeribile pasticcio. È invece la pietra miliare che dal giorno dell’uscita – 16 maggio 1966 – si dice che sia.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. A oggi sono passati esattamente cinquantun anni dall’uscita di “Pet Sounds”.

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Cheap Trick: è solo rock’n’roll ma…

Per essere un album eccezionalmente influente di un gruppo assai riverito e che da lì a breve vivrà momenti di stardom autentico, “Cheap Trick” ha venduto singolarmente poco. All’epoca dell’uscita, quando nemmeno riusciva a entrare nei Top 200 di “Billboard”, e nei trentotto anni trascorsi: tant’è che negli Stati Uniti deve ancora essere certificato d’oro quando i tre successivi lavori in studio sono da lungi di platino e di platini il live “At Budokan” ne ha collezionati tre. Idolatrati in Giappone, Robin Zander, Rick Nielsen, Tom Petersson e Bun E. Carlos registravano un album in concerto per ringraziare l’adorante platea locale ed era precisamente quell’album a farli diventare profeti anche in patria, di rimbalzo. Consigliatissimo, “At Budokan”.

Nondimeno il disco più rappresentativo del quartetto resta un debutto in studio che rende perfettamente plausibile il suo essere implausibilissimo anello di congiunzione fra George Martin (più avanti l’ex-produttore dei Beatles firmerà la regia di “All Shook Up”, ma sarà un mezzo disastro) e Steve Albini (che designerà a lato A del singolo più famoso dei suoi Big Black una cover di He’s A Whore). Capace di mettere insieme la seduttività melodica dei Fab Four e l’incisività dei riff degli Who, con a buon rendere un tocco di sfacciataggine glam, “Cheap Trick” ha trovato nei decenni estimatori nei circoli più diversi e lontani: per non citare che alcuni fra i cultori dichiarati si possono ritenere in qualche misura sua progenie Smashing Pumpkins e Nirvana, i Green Day così come Foo Fighters e Weezer, i Mötley Crue ma anche i Trans AM, gli Urge Overkill, i Fountains Of Wayne. Essendo il classico LP che si trova sulle bancarelle a dieci euro o meno, il lettore potrebbe legittimamente chiedersi quale sia il senso di spendere tre volte tanto per questa stampa Speakers Corner calda di pressa. Non se lo chiederà più dopo avere strabuzzato… le orecchie di fronte a una ripresa sonora letteralmente tridimensionale che esalta oltre il dicibile quello che in fondo è solo rock’n’roll per voci, due chitarre, basso e batteria. Ma ci piace, oh se ci piace…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Il talent… ino sprecato di Evan Dando

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Svelti! Le tre canzoni migliori dei Lemonheads! Dunque… In ordine di uscita e riuscita: Luka, che potete trovare su “Lick”, del 1988, ed è di Suzanne Vega; Different Drum, che fece dell’EP Favorite Spanish Dishes il mio “disco dell’estate” 1990 ma che, nella versione degli Stone Poneys di Linda Ronstadt, era stata una hit assai prima ch’io avessi l’età per eleggere dischi dell’estate; infine Mrs. Robinson, uscita dapprincipio anch’essa su un EP e quindi aggiunta all’edizione di “It’s A Shame About Ray” che a inizio ’93 minacciò di fare sul serio di Evan Dando una superstar. Lo sapete tutti: era di Simon & Garfunkel. Insomma: cover le canzoni più memorabili dei Lemonheads e le migliori e invece autografe alle spalle del podio – a mio avviso quella gemma da R.E.M. depressi di Ride With Me e la title track di “It’s A Shame About Ray” – sono distanziate un tot. Dà da pensare, non vi sembra? A me quando, fra il ’94 e il ’95, si scriveva dell’artista bostoniano come di un “dead man walking”, diede da pensare che la parola di troppo nella descrizione – “talento sprecato” – che se ne dava routinariamente fosse “talento”. Talentino, al massimo. Al più uno con un certo buon gusto nella scelta dei suoi eroi – da Gram Parsons in giù – ma non abbastanza intelligenza da capire che il genio non è un prodotto delle cattive abitudini e non sono quelle che bisogna imitare dei propri idoli. Diciamocelo: se mezza America adolescente ti ha eletto a consolatore dopo la dipartita di Cobain, se sei diventato un’icona senza avere mai scritto qualcosa che valesse un decimo di Smells Like Teen Spirit, se sei sulla copertina di “Sassy” solo perché per tua fortuna papà (un ricco avvocato) e mammà (una modella) ti hanno fatto bello… be’, OK, se impieghi il tuo tempo fumando crack invece che scopandoti lo scopabile sei una testa di minchia, altro che di limone, caro il mio faccia d’angelo.

Questo nuovo disco, omonimo, è stato presentato come quello della reunion dei Lemonheads. Bella cazzata. Tolti i primi mesi di vita, i Lemonheads non sono mai stati un gruppo vero, mai la formazione è rimasta invariata per due di seguito dei sette album così firmati prima di questo fra l’87 e il ’96. La verità è che se è uscito siglato in tal modo invece che “Evan Dando”, come quel “Baby I’m Bored” del 2003 che conteneva nel titolo un perfetto giudizio su di sé, è soltanto perché è un nome meglio spendibile. Comunque è come se non fosse passato un giorno da “Car Button Cloth”. Ecco a voi altri undici brani un po’ Ramones nutriti a Byrds oltre che a Beach Boys e un po’ – superficialmente: non è paragonabile la tensione – Hüsker Dü ultima maniera. Tutti carucci, nessuno indimenticabile. Sono meglio i Green Day, se vogliamo essere onesti.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.25, primavera 2007. Evan Dando compie oggi cinquant’anni.

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Amerigo Verardi – Hippie Dixit (The Prisoner)

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Bel colpo, bel coraggio in un tempo in cui l’attenzione è sempre più volatile e una bulimia di ascolti porta a ingurgitare e digerire dischi tornando raramente sui propri passi (chi già approfondisce, laddove il resto del mondo funziona a Spotify e YouTube) pubblicare un lavoro siffatto. Non è solo perché è doppio e dura quasi cento minuti che “Hippie Dixit” è un album di altri tempi: fatto è che proprio come un album è stato concepito, che esige un approccio non distratto in una o due (trattandosi di doppio) sedute e rispettandone una scaletta congegnata per renderlo ciò che è. A mischiarla potrebbe risultare migliore o peggiore, ma certamente diverrebbe cosa “altra”. Così si segnala come una delle migliori e più suggestive uscite italiane (e non solo) del 2016.

Trentennale il percorso artistico del Verardi, avviato con i neo-psichedelici Allison Run e Betty’s Blues e proseguito, una volta abbandonato l’inglese per l’italiano nei testi, con altri nomi di culto come Lula e Lotus, un paio di collaborazioni con Marco Ancona e diversi dischi da solista, l’ultimo dei quali risaliva però a ben diciannove anni fa. A più riprese ha incrociato gente poi divenuta famosa (per dire: Carmen Consoli e Baustelle) e facilmente sarebbe potuto diventare famoso lui (chiedere a Manuel Agnelli, che lo stima) con il gusto che ha per la melodia insidiosa, che entra in testa senza parere. Stupito mi sono scoperto a canticchiarle alcune delle quattordici tracce che sfilano in un’opera monumentale e nondimeno del tutto fruibile: suggestioni mediterranee infiltrate alla Claudio Rocchi in un’idea di India, il primo Alan Sorrenti redivivo, Tangeri trasferita in una California che è quella di Tim Buckley ma ricollocata alle porte del Cosmo che, si sa, stanno lassù in Germania.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Le canzoni elevate ad arte di Serge Gainsbourg

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Me lo dimentico regolarmente e ogni volta che lo rileggo rido come la prima: l’uomo nato Lucien Ginsburg portò un solo brano nei Top 100 USA, naturalmente Je t’aime… moi non plus, e – molto appropriatamente – il singolo fermò la sua corsa al numero… 69. Era il… ’69 e nell’album con Jane Birkin inaugurato da quella che è da allora la canzone sexy per antonomasia faceva la sua – ahem – porca figura un altro titolo destinato a diventare un classico: 69 année érotique. Tanto per non farsi mancare nulla il nostro pervertito eroe vi offriva anche una sua versione di Les sucettes, brano già portato al successo dall’idolo adolescenziale France Gall. Del tutto convinta, povera gioia, che sul serio il testo parlasse di leccalecca. Sempre eccessivo oltre che geniale Gainsbourg, uno che quando morì Parigi si fermò. Niente di meno che il presidente Mitterrand lo commemorava come “il nostro Baudelaire, il nostro Apollinaire… colui che elevò ad arte la canzone”. Momentaneamente accantonati i cento scandali che scandirono la vicenda di uno dei francesi più profeti in patria del Novecento: più frequenti via via che l’alcool prendeva a dominarne i già bizzosi estri, fino all’infarto che il 2 marzo 1991 lo uccideva, sessantaduenne.

A proposito di scandali… Spiace che dalla corposa scaletta di un doppio battezzato dall’unico inedito che regala manchi uno dei più grandi, il duetto con la tredicenne figlia Charlotte di Lemon Incest. Ciò premesso, “Comme un boomerang” si configura come la migliore antologia di sempre del Nostro, facendosi preferire alla stagionata “De Gainsbourg à Gainsbarre” per una scelta di brani relativamente più azzeccata (per quanto i due programmi in larga parte si sovrappongano) e soprattutto per il suo sistemare in ordine cronologico le quarantasette tracce che vi sfilano. Si ha così modo di seguire l’evoluzione di un talento unico, dagli esordi in scia a Boris Vian alle felici sbandate prima per il reggae e poi per un electropop sull’orlo della dance dell’ultimo decennio. In mezzo, dal jazz scapigliato al beat yé-yé, dal calypso al rock’n’roll, al funk, con gusto pop puntualmente inarrivabile. Personaggio appena di culto in Gran Bretagna, uno sconosciuto negli USA, Gainsbourg nei vent’anni trascorsi dalla scomparsa ha visto crescere immensamente la sua reputazione nel mondo anglofono, fino a divenire uno dei numi tutelari dell’alt-rock. Parabola che probabilmente lo divertirebbe, lui, “via di mezzo fra Charles Bukowski e Barry White, Jim Morrison e Leonard Cohen, Scott Walker e Chet Baker” secondo una famosa definizione di Sylvie Simmons. Lui che dapprincipio non voleva cantare in pubblico perché vergognoso della propria bruttezza e finì per amoreggiare con alcune delle icone femminili del secolo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011. Ricorre oggi il ventiseiesimo anniversario della morte dell’artista.

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Lambchop – FLOTUS (City Slang)

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Tu quoque Kurt Wagner? Erano gli anni ’80 quando la batteria cominciò a suonare nello stesso fastidioso modo – poco ambiente, cassa ripresa senza pelle, rullante sparato – in troppi dischi pop-rock. Ed è “quella” batteria che li data e ha fatto invecchiare male musica anche valida. Lo sapevamo che sarebbe successo. Allo stesso modo, oggi sappiamo che tantissima musica del decennio corrente ci risulterà inascoltabile per l’abuso che fa dell’auto-tune, adoperandolo non per correggere l’intonazione della voce (per quello era stato inventato), bensì per distorcerla, rendendola lievemente metallica. Che diamine! L’auto-tune risulta già ora insopportabile, figurarsi quando la moda sarà passata. E sfortunatamente è ovunque, non solo in certe produzioni pop, hip hop o errebì che scanseremmo comunque. Tocca sorbirselo ormai anche nella canzone rock “d’autore” e non è trascorso che un mese dacché me ne lamentavo dicendo dell’ultimo Bon Iver.

Vederla la mia faccia, amico lettore, quando trenta secondi dentro l’altrimenti squisita ballata In Care Of 8675309 è entrata la voce e… Ho dovuto digerire un paio di ascolti interi delle undici tracce e dei sessantotto minuti di “FLOTUS”, undicesimo album per la ragione sociale forse più riverita di quell’alt-country sul serio “alternative”, per venire a patti con la novità e cominciare a formulare un giudizio un minimo obiettivo. Per ammettere a denti stretti che, in questo contesto di Americana (nell’accezione Randy Newman del termine) infiltrata di elettronica e con pulsioni avant (per i clamorosi 18’14” della conclusiva The Hustle si può tranquillamente chiamare in causa Terry Riley), la voce distorta ha un senso e persino una poetica. Nondimeno provo a immaginarmi “FLOTUS” senza auto-tune e credo sarebbe migliore. Un capolavoro, quasi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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I migliori album del 2016 (8): Tim Burgess & Peter Gordon – Same Language, Different Worlds (O Genesis)

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Che strana coppia, Tim Burgess e Peter Gordon. Per cominciare li dividono sedici anni – il primo è nato nel 1967, il secondo nel ’51 – e un oceano. Quanto al successo: il secondo non sa proprio cosa sia, il primo ha collezionato – alla testa dei Charlatans – tre primi posti e due secondi nella classifica UK degli album e ben ventotto piazzamenti (di cui quattro nelle prime dieci posizioni e altri otto nelle prime venti) nella graduatoria dei singoli. È insomma una rockstar con tutti i crismi e che ci fa insieme a uno stimato compositore d’avanguardia? Nel caso non lo conosceste, il newyorkese Peter Gordon: l’avanguardia più gentile che si sia mai udita, la sua, e d’altronde lovely music la chiamavano, dal nome dell’etichetta che pubblicò nel 1978 “Star Jaws”, il lavoro che gli regalò quindici minuti… quindici secondi di attenzione da parte della stampa specializzata. Aprendo però forse la strada a Laurie Anderson, per quanto la musica amabile fosse più densa, pregna di jazz, infiltrata di suggestioni world, propensa allo scorcio da colonna sonora. A parte la piacevolezza, difficile trovare punti di contatto con chi sull’altra sponda dell’Atlantico, e un abbondante decennio dopo, lancerà ponti fra il beat all’incrocio fra errebì e psichedelia e l’elettronica da ballo anni ’90. Prendendosi a più riprese le prime pagine dei giornali e non solo di quelli rock. Sia come sia: li ha messi insieme, Tim e Peter, quel gran genio di Arthur Russell. Il primo lo adora, il secondo ci collaborò a più riprese. Ad Arthur questo disco sarebbe piaciuto. L’idea di una musica senza confini gli apparteneva.

Conosciutisi di persona nel 2012 a Londra, i due hanno iniziato una collaborazione transoceanica, con Burgess che registrava bozzetti di canzoni pop con solo voce e chitarra acustica e li spediva a Gordon, che li rielaborava massicciamente e li rimandava indietro, ricevendoli poi ulteriormente modificati. Il risultato è una meravigliosa bestia mutante di disco che bene esemplifica il singolo (singolo? nove minuti: poco da stupirsi se non è stato il ventinovesimo successo sulla distanza breve del cantante) Being Unguarded: sorridente comunione fra l’ossessività della techno e la suggestione di un jazz da colonne sonore retrofuturibili, alla Blade Runner. Fra un incipit e un sigillo fantasticamente alla Bowie (Begin una scoria berlinese, Oh Men una ballata più classica), l’album regala molto altro di memorabile. Trovo particolarmente rappresentativa una Temperature High che prima manda in collisione Laurie Anderson e i Neu!, poi li persuade a darsi al funk.

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