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I migliori album del 2018 (8): Spiritualized – And Nothing Hurt (Bella Union)

“Necessity is the mother of invention” ma talvolta la gestazione può farsi particolarmente lunga. Se in passato Jason Pierce aveva messo fino a quattro anni e mezzo (abbondanti) fra due album – tanto passava dall’uscita di “Amazing Grace” all’appalesarsi di “Songs In A&E” – stavolta per dare un seguito a “Sweet Heart Sweet Light” ne ha impiegati sei e cinque mesi. Blocco dello scrittore? Solite smanie perfezionistiche che da sempre lo inducono a mixare, remixare e remixare ancora i suoi dischi? Per poi remixare di nuovo perché insoddisfatto di risultati che per chiunque rappresenterebbero il massimo. Nevrosi che peraltro si estende pure alle confezioni dei lavori: leggendariamente, quando la creatura Spiritualized era appena bambina e lui un ex-Spacemen 3 (quello meno talentuoso: che equivoco!) fece slittare per mesi la pubblicazione di un live, oltretutto venduto solo per corrispondenza, perché insoddisfatto dell’effetto cromatico della copertina e di una foto che vi compariva. Ma a questo giro il perfezionismo non c’entra. Anzi: sì. Accadeva che la fase preparatoria per “And Nothing Hurt” andava per le lunghe, l’autore entrava in contrasto con il produttore designato (non uno qualunque: Youth) e buttava via praticamente tutto il già registrato per ricominciare daccapo. Problemino: si era così già giocato il budget. Dindin quasi finiti e allora che fare? Investiva il poco rimasto in un laptop e una copia di Pro Tools e imparava – lentamente, faticosamente – a far da sé. Principalmente, a costruire le gonfie orchestrazioni cruciali nel canone Spiritualized un infinitesimale campionamento, tratto da incisioni di musica classica, alla volta. Soltanto in dirittura di arrivo ha potuto permettersi di tornare in uno studio di registrazione professionale per aggiungere gli altrettanto consueti cori e qualche altra parte al di là delle sue capacità di strumentista. Si nota tutto ciò all’ascolto? Ma manco per idea.

Si potrebbe dire: l’ennesimo (oddio: otto in ventisei anni) album degli Spiritualized. Esatto. Sound che, dacché nel 1997 “Ladies And Gentlemen… We Are Floating In Space” li fece assurgere all’Olimpo dei Classici, è stato al più rifinito e mai snaturato, una scrittura come al solito solida è tranquillamente bastata per riservargli un posto in questa playlist. Anche perché, per quanto se fossimo su “Pitchfork” sarebbe questione di due o tre decimali di punto, siamo a livelli superiori rispetto al disco prima e una maggiore concisione risulta ulteriormente premiante. Se a conti fatti il brano capolavoro è il più lungo – The Morning After: 7’42” in transito da una psichedelia festosa a uno squassante garage rock velvetiano – in precedenza si stagliano come diversamente indimenticabili almeno una I’m Your Man che sa tanto di Leonard Cohen non solo per il titolo e una Let’s Dance che parte Brian Wilson e arriva Mercury Rev. Dopo, una Sail On Through un po’ valzer e un po’ blues.

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I migliori album del 2018 (9): Anna Calvi – Hunter (Domino)

Fanciulla prodigio certamente no, Anna Calvi, visto che esordiva discograficamente con un singolo nell’ottobre 2010 avendo festeggiato da qualche settimana il trentesimo compleanno. L’omonimo debutto in lungo arrivava nei negozi qualche mese dopo e il seguito “One Breath” si faceva aspettare oltre due anni e mezzo. Nulla rispetto all’attesa, a momenti cinque anni, per “Hunter” e insomma che costei non sia nemmeno una stakanovista è evidente. Dopo di che ci si può interrogare al riguardo: mera pigrizia o un processo creativo lento sposato a un perfezionismo spinto? Scrive tanto e di quel tanto scarta moltissimo o scrive poco rifinendo poi all’infinito? Questioni comunque in fondo oziose per il critico come per il semplice appassionato e la vera domanda è: tutto questo farsi desiderare risulta alla resa dei conti giustificato?

Recensendo proprio per questo blog il lontano predecessore (chi è interessato può leggerne qui) me la prendevo con l’hype inizialmente enorme intorno al “caso Anna Calvi” (soprattutto, contestavo la surreale definizione che ne veniva data di “giovane artista”), ma quanto all’album in sé di riserve ne avanzavo poche: promosso. “Hunter” è parecchio meglio, secondo me. Per “Hunter” sì che qualche iperbole si può spenderla e senza remore mi accodo a chi già lo ha fatto (non ricordo playlist di un qualche rilievo in cui, quando non altissimo, non abbia minimo fatto capolino). L’intensità è maggiore (come se, laddove un tempo ci si concedeva la recita, oggi si strappassero sempre morsi dalla carne viva) e parimenti è salita la qualità di testi e spartiti. Mentre permane la capacità che già c’era di creare un percorso musicale/emozionale imperfettibile: non vedo come si potrebbero sistemare diversamente queste dieci canzoni senza sciupare irrimediabilmente l’assieme. Si parte con la ritmica funk sotto la voce fintamente svagata di una As A Man quindi ceduta in prestito a un coretto pop e ad archi magniloquenti e ci si congeda con una Eden sospesa, di atmosfera, che davvero è come scorressero dei titoli di coda, in cinemascope. E questo subito dopo la delicatissima ballata folk Away, dove Anna si porge solitaria e “unplugged” e tenera, in totale contrasto rispetto a quasi tutto quanto si è ascoltato prima: tipo i turgori Arcade Fire della traccia omonima o una Don’t Beat The Girl Out Of My Boy che scaccia un sentore di jazz con un ascendere vocale che è urlo e furore alla Diamanda Galas; una Indies Or Paradise tanto rock da rasentare l’hard’n’heavy e una Swimming Pool che parte flamencata; la new wave gotica alla Siouxsie di Alpha, il trasparente omaggio a Bowie di Chain, l’alternarsi di estasi e precipizi in vortici che tolgono il fiato di Wish.

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I migliori album del 2018 (12): Mitski – Be The Cowboy (Dead Oceans)

Madre nipponica, padre statunitense, la ventisettenne Mitski Miyawaki chiede riservatezza sul lavoro di quest’ultimo, che è la ragione per cui è cresciuta cambiando spesso, oltre che casa, paese (tredici!) e continente (quattro). Interessante comunque sapere che costui nutre una grande passione per il folk e che la figlia veniva su circondata dalle raccolte degli Smithsonian Recordings così come dai CD di pop giapponese della mamma. Stabilitasi a New York si iscriveva al conservatorio, dove studiava composizione, e fra il 2012 e il 2013 concepiva i primi due album – autoprodotti e disponibili soltanto come download, tant’è che vi è chi conta come esordio il successivo, del 2014, “Bury Me At Makeout Creek” – come tesine scolastiche. Il primo è un lavoro pianistico, il secondo orchestrale. Cominciando a fare dischi “veri” Mitski sceglieva la chitarra, sceglieva il rock. Notevole l’impatto due anni fa di “Puberty 2”, apprezzabili le vendite, plaudente la critica. “Be The Cowboy” già sta facendo meglio, più di qualcuno azzarda che sia nata una stella ed è facile pronosticare che il terzo o quinto album della ragazza sarà a fine anno in molte playlist. Con merito.

Sono solo 32’28” ma davvero zeppi di idee e sorprese, a cominciare da uno spostamento verso lidi più pop, complice la riscoperta da parte dell’artefice delle tastiere. Per quanto ad esempio in A Pearl la chitarra elettrica morda e Remember My Name paia un memento che chi l’ha scritta è stata in tour con i Pixies. Se pure l’iniziale Geyser esibisce tratti abrasivi, Why Didn’t You Stop Me? declina invece synth-pop da manuale; se Lonesome Love profuma di country, Nobody e Washing Machine Heart puntano il dancefloor. Meraviglioso poi il romantico folk da camera della conclusiva Two Slow Dancers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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Paul Weller – True Meanings (Parlophone)

Come da pessima usanza sempre più diffusa, del quattordicesimo album in studio (da solista; ce ne sono poi e anzi prima sei con i Jam e altrettanti con gli Style Council) del Modfather circolano due edizioni: quella per così dire “normale” e una “Deluxe”. Perché, dai, per quale ragione aspettare il decennale per sfruttare il cultore che ancora si ostina a comprarli, i dischi, quando un po’ di sangue in più puoi succhiarglielo subito? Che poi chi lo sa fra dieci anni in che condizioni sarà, l’industria della musica. Sia come sia: farà bene l’appassionato di cose welleriane a spendere quei quattro euro in più per la versione da diciannove tracce e un’ora e un quarto di “True Meanings”, lasciando negli scaffali quella presa qui come riferimento, che di brani ne conta quattordici per complessivi cinquantacinque minuti. Glielo consiglio non per solleticarne le smanie collezionistiche ma perché, pletoriche le versioni strumentali offerte come bonus di una Glide di afflato Cat Stevens e dello stiloso jazz-blues Old Castles, i tre remix che le precedono si fanno apprezzare più delle incisioni scelte per l’edizione standard. Meglio la The Soul Searchers che Richard Hawley funkizza facendo entrare la ritmica subito e non dopo oltre due minuti, una Aspects che da accorata che era in un dilatato RaVen Remix si fa spettrale, una Mayfly che la Reflex Revision irrobustisce e annerisce, nel senso black del termine.

Fatto è che se Paul avesse preferito le suddette di letture a quelle incluse nel programma regolare avrebbe avuto come effetto di movimentare questa collezione di confidenziale, autunnale folk-rock rendendone più vario un mood eccessivamente uniforme per l’uomo degli “ever changing moods”. Più di forma (gli arrangiamenti sono elegantissimi) che di sostanza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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Everybody’s Sad Nowadays (per Pete Shelley, 17/4/1955-6/12/2018)

Tolta una recensione negativa di uno degli album frutto di una censurabile rimpatriata, mai avuto occasione di scrivere dei Buzzcocks, per quanto strano possa sembrare e sembrarmi. Ma dio quanto li ho amati.

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The Chills – Snow Bound (Fire)

In una lista di decine di nomi (trentadue per Wikipedia e secondo altre fonti la formazione che nell’87 registrava il primo album “vero” era la decima: in sette anni!) si potrebbe tranquillamente affermare che, tolto il leader e solo punto fermo Martin Phillipps, il componente più influente dei neozelandesi Chills sia stato il batterista con cui incidevano nel 1982 il debutto a 45 giri Rolling Moon. Contribuiva a quello e a null’altro più il povero Martyn Bull, siccome mesi dopo soccombeva alla leucemia e per Phillipps era un evento tanto traumatico da indurlo a cambiare provvisoriamente nome al gruppo. Elaborava il lutto con la mortifera Pink Frost, stupendo ossimoro di canzone nel contempo squillante e tenebrosa e, non avesse firmato che quella, un posto nel Pantheon dei grandissimi del pop-rock chitarristico già lo avrebbe garantito. Un paio di anni ancora e I Love My Leather Jacket – argomento: un giubbotto regalato al Nostro dallo sfortunato batterista – era il brano che apriva alla band le porte del mercato americano. Clamorosamente nei primi ’90 avrebbero girato negli USA in ambito major, ultimi alfieri del college rock nel mentre i R.E.M. ne diventavano le superstar.

Sopravvissuto a quel flirt con il successo vero e soprattutto a certe pessime abitudini, Phillipps tre anni fa riesumava la storica ragione sociale per il primo lavoro a nome Chills del nuovo secolo, “Silver Bullets”, e ora persevera con una collezione tanto concisa – dieci tracce, 33’27” – quanto del tutto all’altezza della sua piccola leggenda. “Snow Bound” si segnala come indispensabile se l’elenco dei vostri amori annovera Smiths, Go-Betweens, Lloyd Cole, House Of Love. Facile però, in tal caso, che pure i Chills siano per voi degli eroi e non abbiate atteso di leggerne qui per catturarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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Elvis Costello e gli Attractions: una relazione complicata

È fuori da un paio di settimane un nuovo album di Elvis Costello, formalmente il suo quarto con quegli Imposters che però altro non sono che gli Attractions con un bassista diverso e insomma è da quarant’anni che il nostro eroe, Steve Nieve e Pete Thomas dividono studi di registrazione e palcoscenici. La prima volta che si giurarono reciprocamente “mai più” era il 1984, come raccontavo riferendo tempo fa di una ristampa per audiofili del controverso “Goodbye Cruel World”. Ma già appena due anni dopo erano di nuovo insieme, alle prese con un disco viceversa molto amato dai cultori come “Blood & Chocolate”. Si lasceranno e rappacificheranno tante volte ancora.

 

Goodbye Cruel World (F-Beat, 1984)

Chissà se, trascorsi altri ventidue anni, l’autore ha infine fatto pace con un disco che così liquidava, impietosamente, nel libretto a corredo della ristampa Rykodisc del 1995: “Congratulazioni! Avete appena acquistato il peggiore album della mia carriera”. Più avanti argomenterà e, addossandosi elegantemente tutte le colpe di un fallimento attribuito dai più alla regia della coppia Clive Langer/Alan Winstanley (già responsabile dei suoni del precedente “Punch The Clock”), un tot di cose le salverà, ma tant’è. Gran brutto periodo i mesi a cavallo fra l’83 e l’84 per Elvis Costello e sarà anche per questo che del suo nono LP in studio – e ottavo fiancheggiato dagli Attractions – non conserva un buon ricordo. Stava divorziando dalla prima moglie e pure i rapporti con i collaboratori di sempre – il tastierista Steve Nieve, il bassista Bruce Thomas e il batterista Pete Thomas – erano ai minimi. Idee tante ma confuse, demotivava i ragazzi della band annunciando prima dell’inizio delle registrazioni che quello sarebbe stato il loro ultimo album insieme (e forse il suo ultimo album e basta) e costringeva in continuazione il team produttivo ad aggiustare il tiro, con indicazioni contraddittorie. Si partiva con l’idea di incidere il disco sostanzialmente dal vivo in studio e si finiva invece per incagliarsi nelle secche di una registrazione stratificata, di sonorità pop quando si era partiti da un impianto folk-rock. E si arrivava al punto che l’unica ragione trovata dal nostro uomo per dare alle stampe il risultato di alcune caotiche settimane di lavorazione era che a quel punto si era speso troppo per buttare tutto via.

Non vi sto invogliando granché all’acquisto, eh? In realtà, se “Goodbye Cruel World” non è di sicuro uno dei dischi migliori di Costello, da salvare/rivalutare c’è non poco, fra il morbido soul con influenze latine di The Only Flame In Town che introduce e l’accorato valzer Peace In Our Time con cui ci si congeda. Per certo, oltre ai due brani appena menzionati, almeno la serenata blues Home Truth, l’agonizzante I Wanna Be Loved (una cover dello sconosciuto Farnell Jenkins) e l’esplosivo rock’n’roll “à la Dylan” The Deportees Club. E a essere onesti nemmeno la produzione è malaccio. C’è qualche eccessiva levigatezza e si paga dazio ai vezzi dell’epoca (solita batteria troppo secca, ad esempio), ma non più di tanto. Superba, come da standard della casa, questa riedizione Original Master Recording: potente nell’impatto, raffinata nel dettaglio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

Blood & Chocolate (Demon, 1986)

Li amo e poi li odio e poi li amo e poi… Può essere così riassunto il rapporto a metà ’80 di Elvis Costello con la band che sin dal 1978, da una pietra miliare chiamata “This Year’s Model”, lo accompagnava. Un sodalizio, quello con gli Attractions (Steve Nieve al piano, Bruce e Pete Thomas al basso e alla batteria) che all’altezza del non trascendentale “Goodbye Cruel World”, del 1984, mostrava la corda e ricorderà forse il lettore (vedi AR 386) che proprio all’inizio delle registrazioni di quel disco il principale informava i gregari che non ne avrebbe più richiesto i servigi. Naturalmente demotivandoli e ne pagava il prezzo. E in effetti nel 33 giri successivo, il viceversa magnifico “King Of America”, non li userà che come turnisti e giusto in un paio di brani. Qualcosa doveva però scattare di nuovo durante quelle sedute in sala d’incisione se, subito dopo la pubblicazione dell’album, nel febbraio ’86, il quartetto tornava in studio per approntare un successore che arriverà nei negozi già in settembre. E però qualcosa doveva di nuovo succedere se passeranno otto anni prima che le strade dei quattro (uno più tre) tornino a incrociarsi, in “Brutal Youth”. Dopo un 1986 tanto produttivo, lo stesso Costello si prenderà una lunga pausa, tre anni. Fioccheranno gli applausi al ritorno, per “Spike”.

Fors’anche perché pativa l’handicap di andare dietro a un discone quale “King Of America”, “Blood & Chocolate” veniva invece accolto con qualche distinguo. In realtà la prima facciata è formidabile, una delle migliori sequenze costelliane di sempre. Partenza ombrosa, con la biascicata Uncomplicated, decollo vero con una I Hope You’re Happy Now figlia del Sir Douglas Quintet, un primo picco con il Dylan alle prese con 19th Nervous Breakdown di Tokyo Storm Warning e, dopo una già accorata ma sarcastica ma accorata Home Is Anywhere You Hang Your Head, l’agonizzante blues I Want You: uno dei classici assoluti del nostro uomo. Dopo il quale sfortunatamente ci vorrebbe altro per reggere il confronto che un secondo lato caruccio quanto routinario, al meglio quando il referente sono chiaramente i Beatles e dunque con lo squillante rock’n’roll Honey Are You Straight Or Are You Blind? e l’omaggio al rhythm’n’blues delle origini Crimes Of Paris. Cofirmava la regia Nick Lowe, garantendo un suono ruvido, alla larga i perniciosi vezzi tipici delle produzioni anni ’80. Piace soprattutto, di questa ristampa Original Master Recording in linea con gli elevati standard della casa, la capacità di rendere al meglio il gioco delle dinamiche in un lavoro ricco di chiaroscuri, con i volumi bassissimi usati in funzione drammatica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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