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Sondre Lerche – Avatars Of Love (PLZ)

Parafrasando Antonello Venditti, certe collaborazioni non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Nel fenomenale debutto del 2001 “Faces Down”, edito quando era a malapena maggiorenne ma scritto e inciso quando ancora non lo era, Sondre Lerche affidava alcuni arrangiamenti di archi a uno dei suoi idoli, Sean O’Hagan degli High Llamas, sodalizio rinnovato nel non meno brillante seguito del 2004 “Two Way Monologue”. Dell’oggi trentanovenne artista norvegese possiedo quasi per intero il catalogo, almeno a livello di album (questo è l’undicesimo, non contando un live e una colonna sonora) e ciò che non ho l’ho comunque ascoltato. Se O’Hagan compare da qualche altra parte, mi è sfuggito. In “Avatars Of Love” c’è e di nuovo firma un’orchestrazione di archi, splendido controcanto alla voce misurata e alla chitarra acustica arpeggiata dell’inaugurale Guarantee That I’d Be Loved.

Anche certe carriere fanno dei giri immensi. All’inizio un nuovo Elvis Costello al netto del sarcasmo e influenzato dai Beatles come dagli Steely Dan, Brian Wilson e Burt Bacharach, Elliott Smith e i Tindersticks, Lorche nel suo terzo lavoro in studio, “Duper Sessions” (2006) omaggiava Cole Porter, salvo nel successivo di un anno “Phantom Punch” porgersi decisamente rock. Molto più avanti, in “Pleasure” (2017), flirterà con dance e synth-pop. Quattordici canzoni di cui due sopra i dieci minuti per una durata che sfiora l’ora e mezza, “Avatars Of Love” prova a… riassumere in un singolo… in un doppio album più o meno per intero la cifra stilistica di uno che ha coverizzato Britney Spears e collaborato con Van Dyke Parks. La penna è mediamente ispirata ma l’opera risulta inevitabilmente dispersiva. E un po’ estenuante, sì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

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Jensen McRae – Are You Happy Now (The Orchard)

Abbiamo una nuova Tracy Chapman? Che manco era nata quando l’originale collezionava dischi di platino, ancora doveva compiere nove anni quando colei il cui nome resterà legato per sempre alla canzone che ne inaugurava nell’88 l’omonimo esordio (Talkin’ ’Bout A Revolution, ovviamente) dava alle stampe quello che è a oggi il suo ultimo lavoro (“Our Bright Future”) e, per curiosa coincidenza, pubblica il primo album a ventiquattro, stessa età che aveva l’evidente modello quando era lei a debuttare in lungo. Oddio… modello… Alle nostre orecchie le similitudini sono lampanti, ma che Jensen McRae volutamente intenda porsi in quel solco non è da darsi per scontato. Appartiene a un’altra e lontanissima generazione e se a qualcuna si ispira è alla di poco più “anziana” Phoebe Bridgers. Però i classici ─ Dylan, Joni Mitchell, Carole King, James Taylor ─ li ha studiati eccome e in “Are You Happy Now” sono influenze che si sentono, laddove di altre ─ Stevie Wonder, Alicia Keys ─ per ora non si coglie nulla. In futuro chissà. Chissà chissà, visto che la giovane artista californiana pur con garbo nelle poche interviste circolate finora esprime un po’ di fastidio per il fatto di sentirsi vista come un animale raro, una ragazza di colore che suona e canta brani folk invece che soul o r&b.

Folk ma spesso di grande pop appeal e “Are You Happy Now” ne piazza subito uno, Starting To Get To You, dal potenziale clamoroso (ne esibiscono appena meno Take It Easy e Good Legs e forse persino di più una latineggiante e con ritmica molto presente With The Lights On). Sconcerta che un’opera talmente pensata in forma di album da contenere tre interludi a separare/collegare le altre dodici tracce sia per ora disponibile solo in download.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

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For His Pleasure – Il primo Bryan Ferry

Sulla copertina di quello che fu il suo secondo LP in proprio Bryan Ferry è immortalato, una piscina alle spalle, in giacca crema, camicia bianca e papillon nero, orologio presumibilmente d’oro ma di disegno sobrio al polso sinistro, l’altra mano in tasca, e una sigaretta fumata fino al filtro fra indice e medio: epitome somma di eleganza (Peter York lo dirà degno di venire esposto alla Tate Gallery, essendo di per sé un oggetto d’arte) sul sottile confine fra il classico e il dandy cui si è mantenuto da allora fedele. Cambiando al massimo il colore di completi sempre inappuntabili, magari una cravatta in luogo del farfallino. Lo diresti tutto fuorché una rockstar. Un uomo di affari. Un lord, quando suo padre lavorava in un allevamento di cavalli. Ma signori si nasce e il nostro uomo (dal 2011 Cavaliere dell’Impero Britannico) lo nacque. Era il 26 settembre 1945. In un’epoca in cui il cosiddetto “ascensore sociale” funzionava cominciava a elevarsi dalle umili origini studiando economia. Non vedeva però per sé un futuro da contabile e si iscriveva allora a Belle Arti. Non arriverà a laurearsi, se non nel 2014 quando verrà insignito honoris causa di un dottorato in musica, e nondimeno semini venivano gettati mentre la passione per il rock’n’roll, incontrato undicenne grazie a Bill Haley, prendeva a permeargli la vita, e daranno frutti.

È dal 2003 che scrivo di ristampe in vinile per questa rivista ed è una ben sfortunata coincidenza che non mi sia mai capitato di occuparmi dei Roxy Music. Non dispero. Per intanto do per scontato che chi mi legge sia conscio di quanto furono rivoluzionari per il rock, con un infiltrarlo di istanze avanguardistiche che se di per sé non era una novità (dopo la psichedelia, i Velvet e Zappa, in piena era progressive) lo diventava nel momento in cui le suddette si accompagnavano a una spiccatissima sensibilità pop. Faceva il resto un vestiario oltraggioso sintonizzato sulla voga impazzante del glam e il gruppo conquistava in men che non si dica le classifiche patrie: decimo con l’omonimo album d’esordio del giugno 1972, quarto con il seguito del marzo ’73 “For Your Pleasure”, primo con “Stranded”, pubblicato nel novembre di quel medesimo anno e nel frattempo i nostri eroi avevano colto anche due hit a 45 giri con dei brani non contenuti nei 33 (Virginia Plain e Pyjamarama, un numero 4 e 10). Non ci si crede: ventisei giorni prima di “Stranded” è arrivato nei negozi il debutto da solista del cantante. Commercialmente (oltretutto li griffa la stessa etichetta, la Island) non ha nessun senso. Eppure venderà benissimo, scalando la graduatoria UK degli album fino alla quinta piazza. Artisticamente, in apparenza ancora meno. Pur autore fino a quel punto dell’intero repertorio dei Roxy, dopo “For Your Pleasure” Ferry ha defenestrato Brian Eno, percepito come un concorrente a una leadership divenuta così dittatoriale, per quanto in “Stranded” abbia concesso al chitarrista Phil Manzanera e al sassofonista Andy Mackay il contentino di co-firmare due pezzi. A che pro dare alle stampe giusto in quel momento un 33 giri a suo nome in cui paradossalmente mette invece solo la voce e la scelta delle tredici tracce? E già: come il coevo “Pin Ups” di David Bowie “These Foolish Things” è una collezione di cover. Che è come dire, in entrambi i casi, di lettere d’amore. La ragion d’essere del disco è il suo porgersi come dichiarazione di poetica di chi, facendosi interprete, svela le sue radici d’autore, sistemando in apertura una straordinaria resa infiltrata di gospel di A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Dylan, in chiusura una traccia omonima che è la canzone più vetusta di tutte essendo del ’36 (già vecchia quando Nat King Cole se ne appropriava nel ’57) e in mezzo dai Beach Boys di Don’t Worry Baby ai Beatles un filo anneriti di You Won’t See Me, avendo prima affrontato con adeguata malevolenza gli Stones di Sympathy For The Devil. All’educazione sentimentale del Nostro hanno contribuito il rock’n’roll di Don’t Ever Change (Crickets) e Baby I Don’t Care (Elvis) come il pop adolescenziale marca Phil Spector di I Love How You Love Me (Paris Sisters) e quello black scuola Motown di The Tracks Of My Tears (Miracles) e Loving You Is Sweeter Than Ever (Four Tops). Che sia una faccenda di… be’… cuore è certificato irrefutabilmente da Piece Of My Heart, che era stata l’unico successo della Franklin minore, Erma, prima che Janis Joplin la sequestrasse e che, lasciando cadere per un attimo la maschera di coolness, trasuda più soul di quanto dovrebbe essere lecito per un gentiluomo bianco e per di più inglese.

Edito nel luglio 1974, quattro mesi prima di “Country Life” dei Roxy, “Another Time, Another Place” è replica al pari fortunata e anzi di più (nelle classifiche britanniche sale fino alla quarta posizione) e ispirata, scaletta perfettamente congegnata a dispetto della gran varietà di materiali affrontati. Si noti come all’inizio del primo lato la confidenziale Smoke Gets In Your Eyes (che tutti conoscono dai Platters) appoggiandosi a una scansione blues si ponga in perfetta continuità con il classico soul-pop di Dobie Gray The ‘In’ Crowd che, irrobustito nelle parti chitarristiche, si svela più che sospetta ispirazione per i Rolling Stones di Under My Thumb. Come ad aprire il secondo all’inno alla gioia di Sam Cooke (What A) Wonderful World replichi l’agro congedo da un amore del Bob Dylan di It Ain’t Me Babe. Ancora da applausi: il Willie Nelson riletto Al Green di Funny How Time Slips Away, il Kris Kristofferson riletto… Kris Kristofferson di Help Me Make It Through The Night e, proprio alla fine, la title track, unico pezzo autografo e, guarda un po’, sembrano i Roxy Music. Che nell’ottobre 1975 pubblicano “Siren” e nel luglio dell’anno seguente, a scioglimento ufficializzato, il live “Viva!”. Il terzo Ferry solista, “Let’s Stick Together”, esce in settembre e bizzarramente per quasi metà del programma (cinque canzoni su undici) vede il cantante coverizzare se stesso. Riprende insomma articoli dal catalogo Roxy e non è una buona idea. Meglio il festoso errebì che lo inaugura e battezza dando lustro a un minore della black quale Wilbert Harrison e una The Price Of Love energizzata rispetto all’originale degli Everly Brothers. Rimane un disco per completisti mentre, avrete inteso, i due predecessori sono caldamente consigliati. Tutti appena ristampati su Virgin/UMC e sono edizioni magnifiche da portarsi a casa di corsa, oggi come oggi, a euro 25.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 437, dicembre 2021.

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The Boo Radleys – Keep On With Falling (BooSTR)

Sulla carta è tutto sbagliato. Perché ci sta che una band che ha fatto la storia del rock nel lontano ultimo decennio dello scorso secolo torni insieme e a tal riguardo si possono fare diversi esempi di rimpatriate dagli esiti eccellenti: Ride e Slowdive, per limitarsi a due nomi e restando in Gran Bretagna e a all’interno di una scena, quella dello shoegaze, della quale i Boo Radleys furono fra gli esponenti di punta. Ma… riformarsi senza Martin Carr che non solo ne era il leader ma ne firmò il 99% del repertorio? È come immaginarsi dei Talking Heads che danno alle stampe un album nuovo e David Byrne non c’è. Una follia, sulla carta. E invece…

E invece ad ascoltare il primo lavoro in studio dei Boo Radleys (settimo in tutto) pubblicato a ventiquattro anni da “Kingsize” senza sapere dell’assenza di Carr (al sottoscritto è successo: l’ho scoperto quando ho cominciato a cercare informazioni prima di fargli fare un secondo giro) si tira un sospiro di sollievo: naturalmente non avvicina le vette olimpiche del capolavoro del 1993 “Giant Steps”, è godibile ma non irresistibile quanto quel “Wake Up” che nel ’95 era un numero 1 UK, e però vale almeno gli ultimi due dischi della formazione storica e pure l’acerbo debutto del ’90 “Ichabod And I”. Dei due grandi album summenzionati prova a fare sinossi, inclinando un po’ più verso il secondo: declinando allora un pop estroso, con armonie vocali spumeggianti, arrangiamenti orchestrali importanti, accostamenti di stili spericolati. Sono 100% Boo Radleys canzoni come I Say A Lot Of Things (riff rock, fiati errebì, archi bacharachiani e un accenno di reggae), Here She Comes Again (John Lennon in botta dub), Alone Together (Stereolab e Oasis in collisione).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

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The Jazz Butcher – The Highest In The Land (Tapete)

Non c’è niente da fare e succede presto, dopo che il jazzetto carico di swing Melanie Hargreaves’ Father’s Jaguar aveva illuso che si potesse provare ad affrontare “The Highest In The Land” come fosse semplicemente un altro album (sebbene atteso dieci anni e appena il terzo nel nuovo secolo quando fra l’83 e il ’95 ne aveva dati alle stampe dieci e in più una marea di singoli, EP e live) di Patrick Huntrods, meglio noto come Pat Fish e, soprattutto, Jazz Butcher: nella briosa ─ e però introdotta e suggellata da un soffiar di vento ─ Time a un certo punto si constata che “il tempo sta finendo”. Il cuore perde un battito, il ciglio si inumidisce. Aveva sconfitto il cancro, il nostro uomo, ma il suo stato di salute restava precario e così la morte che lo ha colto nel sonno il 5 ottobre scorso, il sessantaquattresimo compleanno alle viste, ha sorpreso dolorosamente chi giusto due sere prima avrebbe voluto assistere a un suo spettacolo da remoto annullato all’ultimo ma, eccetto per le modalità, non lui. La consapevolezza della propria caducità informa gran parte di un disco che saluta, e un groppo di nuovo chiude la gola, con un valzer dolcissimo chiamato Goodnight Sweetheart.

Ma a chi vive tocca testimoniare per chi non c’è più ed è mero rendere giustizia a chi non ha mai pubblicato un capolavoro ma parimenti neppure un album men che buono affermare con forza che la commozione non regala mezzo voto al più degno dei congedi per uno dei grandi eccentrici (più versante Robyn Hitchcock che Julian Cope, per limitarsi ai coevi) del pop-rock britannico. A un altro delizioso campionario di blues e ballate, beat, folk elettrico alla maniera di Dylan e stavolta non del vaudeville ma un’incursione magistrale in area lounge.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.441, aprile 2022.

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La moderna musica devozionale degli Spiritualized

Ho scippato il titolo di questo articolo alla recensione del primo concerto degli Spiritualized, apparsa nel giugno 1990 sul “New Musical Express” a firma Dele Fadele. Non la ricordavo e l’ho riletta come fosse la prima volta. Si è rivelata eccezionalmente illuminante. Con penna e mente al solito acute (di non molti altri che hanno scritto nell’ultimo decennio su codesto foglio si può dire ciò), Fadele disegna un ritratto del neonato gruppo che delinea alla perfezione gli elementi di una cifra stilistica da subito inconfondibile: il groove minimale nel quale si muovono i musicisti, la precisione teutonica della sezione ritmica, il tessuto fitto di chitarre bloccate su giri ripetitivi con tendenza a intersecarsi, e infine l’organo di gusto liturgico e il ricorrere nei testi di frasi, come “lava via le mie lacrime” e “bisogna che tu torni al fiume”, che si richiamano all’immaginario legato al rito battesimale. Il primo frammento di testo citato nel breve pezzo è “Signore, ipnotizza la mia anima”. Fadele rileva che l’influenza gospel è evidente ma si sposa a semplici scansioni ritmiche prossime all’elementare ma efficacissimo drumming di Maureen Tucker (è il caso di dirlo? Velvet Underground). Annota che come con gli Spacemen 3 si tratta di musica “drogata” non solo per i numerosi riferimenti, obliqui ed espliciti insieme, nelle liriche. Prende atto che, sotto una superficie celestiale, si celano tormenti dell’anima agonici. Moderna musica devozionale, davvero. Del resto, la parola “spiritual” non è già nel nome del gruppo?

Quando gli Spiritualized debuttarono dal vivo c’era già nei negozi un loro disco. Il brano con cui scelsero di presentarsi al pubblico era una cover sorprendente soltanto sulla carta: un vecchio successo dei Troggs, Anyway That You Want Me. Come era sempre accaduto con gli Spacemen 3 il trattamento riservato al brano, che comunque di suo gli si prestava essendo in partenza proto-velvetiano e gonfio di violini romantici senza troppi sdilinquimenti, era tale da renderlo più originale e caratteristico degli originali: dilatato, sognante, struggente. Drogato.

Circolarono bizzarre voci al tempo. La più singolare era che Peter Kember aka Sonic Boom avesse sciolto il gruppo perché gli altri componenti non erano tossici quanto lui e ne – ahem – danneggiavano la reputazione. Jason Pierce aka J. Spaceman smentì. Uscì (era ancora il 1990) un LP degli Spacemen 3, “Recurring”, l’ultimo. Una facciata era occupata per intero da brani composti da Kember, l’altra monopolizzata da Pierce. Subito dopo Sonic Boom annunciò che gli Spacemen 3 non esistevano più e passò due settimane a sparare a zero sui gregari rivoltosi con qualunque esponente della stampa avesse un po’ di tempo da dedicargli. L’avesse deciso lui o loro, il fatto è che se n’erano andati tutti, restando insieme.

Ci volle esattamente un anno (se la prenderanno sempre comoda) perché gli Spiritualized dessero un seguito a Anyway That You Want Me. L’attesa fu ricambiata da una delle canzoni più memorabili di questo decennio. La convinzione, coltivata da tutti, che negli Spacemen 3 Sonic Boom fosse sempre stato il leader e il suo principale sodale al massimo una spalla iniziò a vacillare. Le uscite successive degli Spectrum e degli Spiritualized contribuiranno, in negativo e in positivo rispettivamente, a spazzarla via. Se così fu, da “Recurring” in avanti la stella di Messer Kember ha preso a calare e quella di Messer Pierce ad ascendere. Luminosissima sin dal principio.

Feel So Sad (di cui “Recurring” aveva offerto un assaggio) è una straordinaria sinfonia che partendo da un incipit clamorosamente gospel si dipana per tredici minuti (più i quasi sette del retro) fra ricami di piano, bordoni d’organo, vibrati d’archi, irruzioni di fiati fra jazz, musica bandistica e colonne sonore di film sulle giostre medioevali. Parte John Barry e parte Lou Reed, con come principale punto di riferimento non i Velvet ma lo stravolto minuetto postmoderno denso di violini di Street Hassle (un’influenza fondamentale già per gli Spacemen 3, che addirittura avevano scritto una Ode To Street Hassle).

Prosegue per altre 6.544 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.3, novembre/dicembre 1997.

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A Ocean Rain’s A-Gonna Fall – L’era aurea degli Echo & The Bunnymen

Supponiamo (giusto per un attimo, ché subito dopo conoscendo i protagonisti della vicenda scappa da ridere). Supponiamo che in un qualche universo parallelo quei Crucial Three che nel maggio 1977 mettevano assieme Ian McCulloch (voce), Pete Wylie (chitarra), Julian Cope (basso) e un carneade di batterista di cui forse anche lì si sono perse le tracce siano durati qualche anno almeno. Conglomerato di talenti quale a Liverpool non si vedeva dai Beatles, riuscendo a far convivere ego smisurati hanno fatto la Storia del pop-rock e sono oggi ricordati come i Fab Three. Nel nostro di mondo separavano invece le loro strade dopo neppure tre settimane (bastanti in ogni caso a McCulloch e a Cope per scrivere a quattro mani una canzone, Read It In Books, che poi entrambi incideranno) ma la Storia l’hanno fatta lo stesso. Sì, pure Wylie, con il tanto magnifico quanto ingiustamente dimenticato esordio a 33 giri del suo progetto Wah! (“Nah=Poo ─ The Art Of Bluff”, datato 1981), ma soprattutto Cope, prima con i Teardrop Explodes e quindi con una pletora di album da solista fra lo stellare e lo sconcertante, e ovviamente McCulloch, che commercialmente se la caverà discretamente anche quando si metterà in proprio ma la cui fama di Jim Morrison (fortunatamente al netto degli eccessi e della fine prematura di quegli) della new wave resta imperituramente legata all’epopea degli Echo & The Bunnymen. Di costoro e con il marchio che li griffò in origine ─ Korova, finta indipendente gravitante in realtà in area Warner ─ sono freschi di ristampa quelli che in un formidabile quinquennio, 1980-1984, furono i primi quattro LP. Non è che sia una notiziona (le ultime edizioni in vinile, sempre griffate Korova, datavano 2013-2014 e nel 2010 il secondo della serie era stato sottoposto da Mobile Fidelity Sound Lab al suo nobilitante trattamento: stampa quella però da lungi fuori catalogo e che oggi costicchia), ma come scusa è ottima per rievocare una parabola artisticamente straordinaria. Non sono moltissime negli annali del rock le band che possono vantare un tale poker di assi calati uno via l’altro: album in perfetta continuità nel senso che gli elementi che rendevano riconoscibile il gruppo dopo pochi secondi sono sempre presenti, eppure parecchio diversi ciascuno da quanto lo aveva preceduto. Persino un debutto che marcava una fondamentale svolta rispetto all’esordio a 45 giri Pictures On My Wall, in esso ripreso in una nuova versione, visto che vedeva l’ingresso in squadra, accanto al cantante Ian McCulloch, al chitarrista Will Sergeant e al bassista Les Pattinson, del batterista Pete de Freitas, in sostituzione di… una drum machine (Echo, secondo una leggenda peraltro sempre smentita dai Nostri ma che tuttora circola). Arrivo fondamentale e gli ultimi Bunnymen “veri” anche se non più indispensabili saranno quelli del deludente solo se raffrontato ai predecessori omonimo e quinto LP, uscito nel 1987, due anni prima della tragica dipartita causa un incidente in moto dell’appena ventisettenne de Freitas. Veniva a mancare con lui un’alchimia magica e irripetibile, irriproducibile.

Che si tratti, come a posteriori appare evidentissimo laddove al tempo ogni capitolo conquistò nuovi cultori e ne fece perdere qualcuno, spiazzato da un’evoluzione (che non necessariamente vuol dire crescita) costante, di una quadrilogia è evidenziato da quattro copertine ognuna delle quali epocale, bellissima, degna di figurare in un’ideale mostra di grafica applicata alla musica. Significativamente tutte firmate dal medesimo fotografo, Brian Griffin. E al pari significativamente nessuna con un’immagine, come da una delle convenzioni del rock, dei componenti della band a mezzo busto, quasi in primo piano, come quella che banalmente (e dire che è di Anton Corbijn!) sarà scelta come artwork di quel quinto 33 giri di cui dicevo sopra. “Crocodiles” immortala gli allora ragazzi nella notte di un bosco fiabesco; “Heaven Up Here” li coglie di schiena su una spiaggia al crepuscolo, con la bassa marea, sagome irriconoscibili, gabbiani in volo all’orizzonte; “Porcupine” li colloca fra gli orridi di un ghiacciaio islandese; “Ocean Rain” su una barca (sappiamo purtroppo chi, inconsapevolmente, nel ruolo di futuro Caronte) in un lago sotterraneo sito in Cornovaglia. A rendere ulteriormente eccezionali le copertine in questione è che il contenitore invariabilmente anticipi e rispecchi il contenuto.

La musica, allora. Per “Crocodiles” si parlava per la prima volta, in anticipo sul recupero di sonorità sixties che da lì a breve (ma molto più in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico che non nel Regno Unito) si porrà inaspettatamente in competizione con una new wave programmaticamente volta a raccontare il presente cercando di immaginare il futuro, di neo-psichedelia. In esso di revivalistico non vi è in realtà quasi nulla e per essere quei “nuovi Doors” di cui si scrisse a Echo & The Bunnymen non mancavano soltanto (quasi sempre) le tastiere ma proprio la volontà. Era in verità musica per moltissimi versi inaudita: una chitarra che si ispirava ai Television paradossalmente negando la caratteristica principale di quel sound, mai in assolo piuttosto che perennemente, con un susseguirsi inesausto di piccole armonie, tocchi delicati, lirismi accennati; un basso insieme funky e melodico; una batteria che nel mentre ancora il tutto svaria in maniera non dissimile dalla chitarra. E poi la voce che, d’accordo, ha una grandeur morrisoniana ma in essa instilla gocce di cupezza esistenzialista in luogo dello sciamanico, dionisiaco maledettismo dell’originale. Non che a “Crocodiles” difetti un vitalismo che in “Heaven Up Here” (che per una critica quasi unanime al riguardo è il capolavoro del quartetto, laddove i fans in genere gli preferiscono “Ocean Rain”) cede il passo ad atmosfere talvolta fosche, a uno sperimentare pur restando nel solco del rock che lo rende a tratti accostabile a contemporanei quali Joy Division, P.I.L., Gang Of Four, Talking Heads. “Porcupine” verrà in un primo momento rimandato al mittente e per una volta una casa discografica farà la cosa giusta, giacché gli arrangiamenti d’archi aggiunti da L. Shankar a The Cutter e a The Back Of Love porteranno le due canzoni, oltre che nelle classifiche dei singoli, in un’altra e trascendentale dimensione. In Heads Will Roll in zona “Forever Changes” e scusate se è poco. Quanto a orchestrazioni, “Ocean Rain” forse eccederà, ma che gli vuoi dire a un disco con dentro una hit e insieme un classico monumentale quale The Killing Moon e una favolosa ballata di impronta folk come The Yo Yo Man? Si chiude con l’elegiaca traccia omonima e forse McCulloch e soci avrebbero dovuto farla finita lì. Non potevano più superarsi, non si supereranno più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

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Beach House – Once Twice Melody (Sub Pop)

Il 10 novembre i Beach House hanno infine cominciato a dare un seguito a “7”, che usciva nel maggio 2018, con un EP di quattro canzoni solo in streaming e download, tallonato l’8 dicembre da un altro mini sempre di quattro tracce e diffuso con la medesima modalità. Tattica astuta per rendere spasmodica l’attesa per “Once Twice Melody” e per intanto fare in modo che se ne metabolizzasse la prima metà ─ da non crederci: la meno corposa ─ del monumentale programma: gli otto brani già svelati sistemati sul primo CD (o LP), altri dieci sul secondo, a totalizzare la lunghezza monstre di 84’28”. Come dire che il duo formato dalla cantante e tastierista Victoria Legrand e dal multistrumentista Alex Scally per un verso è ben conscio di come Internet abbia cambiato profondamente i meccanismi sia di distribuzione che di fruizione della musica e per un altro non se ne cura. Che si pubblichi un’opera di simile consistenza in un tempo in cui l’attenzione di tanti per la qualunque non supera la durata di un video su Tik Tok è di per sé ammirevole.

Poi però ti tocca l’ascolto, una giornata intera per familiarizzarci il minimo sindacale, e ti spazientisci. Fatto è che, avessero ben scelto e si fossero contenuti nei tre quarti d’ora di quasi tutti gli album prima, i Beach House avrebbero infine confezionato il capolavoro che è nelle loro corde ma finora non si è mai concretizzato. Che senso ha che una canzone cla-mo-ro-sa (meglio anche del brillante techno-pop della traccia inaugurale e omonima) come Hurts To Love sia la sedicesima? Nessuno. Peccato, perché qui costoro in certi frangenti si approssimano come non mai a un ideale di dream pop in bilico fra Mazzy Star e My Bloody Valentine (i primi), Cocteau Twins e Depeche Mode.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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Bill Callahan & Bonnie ‘Prince’ Billy – Blind Date Party (Drag City)

Anche il covid ha fatto cose buone. Ad esempio indurre Bill Callahan e Will Oldham (meglio noto come Bonnie ‘Prince’ Billy), amici di lunghissima data e compagni di etichetta, a scambiarsi canzoni via Internet, una alla settimana per svariati mesi e ogni volta coinvolgendo qualche altro artista in forza alla Drag City. Una volta completata, la registrazione veniva postata su YouTube. A un certo punto Bill e Will si sono resi conto di avere fra le mani un disco e anzi due (esorbitante il minutaggio: 90’13”) ed è così che il primo grande album del 2022 è una raccolta incisa fra il 2020 e il 2021 e per di più tutta di cover, visto che anche i due brani autografi che la coppia si è concessa frugando in cassetti chiusi da tempo immemore (Callahan ripescando Our Anniversary, dal catalogo Smog; Oldham riprendendo Arise, Therefore, che uscì a nome Palace Music) hanno subito rivisitazioni radicali. Vario all’estremo il repertorio (trovarsi fra le mani un album che sistema una di seguito all’altra canzoni di Lou Reed, Steely Dan, Jeffrey Jeff Walker, Robert Wyatt e Little Feat almeno sulla carta lascia straniti), l’averlo impostato in prevalenza in una chiave di Americana ma concedendosi diverse deviazioni fa sì che l’attenzione resti sempre desta ed è per questo che, diversamente dall’ultimo Beach House, la voluminosità del programma non rende faticoso l’ascolto.

Spazio finito, segnalazioni sparse: la Billie Eilish di Wish You Were Gay reinventata alla Gainsbourg, il Lou Reed minore di Rooftop Garden promosso a novella Venus In Furs, l’Iggy Pop minorissimo di I Want To Go To The Beach riletto alla Grace Jones. Favoloso il Leonard Cohen di The Night Of Santiago, ora con inserti doo wop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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I migliori album del 2021 (2): Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows (Transgressive)

I Blur non danno notizie dal 2015 ma, per quanto i due dischi pubblicati in questo secolo siano degne aggiunte a un catalogo eccezionale, un eventuale riaffacciarsi alla ribalta sarebbe più esercizio di vanità (scommessa sul settimo numero uno consecutivo nella classifica UK degli album) che un fare di improbabile urgenza creativa virtù: appartengono ai ’90, li rappresentano come pochi (in patria nessuno), riposino in pace. Sul progetto The Good, The Bad & The Queen potrebbe avere posto una pietra tombale ahinoi non metaforica la dipartita di Tony Allen. Con i Gorillaz ridotti sul serio a un cartone animato non ci resta che Damon Albarn, il cui primo vero lavoro da solista, “Everyday Robots“, era più datato (2014) dell’ultimo Blur. A giudicare dal secondo, possiamo felicemente farcelo bastare.

Chissà quanto sarebbe risultato diverso, senza la pandemia, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”. Era stato pensato come pièce orchestrale ispirata dagli aspri paesaggi di quella Islanda che da un po’ di tempo (strano approdo per uno che cominciava a deviare dal Britpop innamorandosi riamato del Mali) il nostro uomo chiama casa, ma il covid ha fatto sparire l’orchestra. Sono rimasti i paesaggi e una quantità di strumentisti, qualcuno dei quali ha potuto offrire il suo apporto in presenza mentre altri hanno contribuito da remoto. Da remoto a remoto, si potrebbe dire. Il Damon demiurgo li ha usati come un pittore colori e pennelli, ivi compresi (mia impressione) i tre accreditati come co-autori di questa e quella traccia fino a giungere a un totale di nove su undici: Simon Tong e Mike Smith, collaboratori di lungo corso, e André de Ridder, uno importante nella classica e fra i non molti a proprio agio con le contaminazioni alto-basso. Magari perché persuaso che alto e basso possano talvolta confondersi fino a farsi indistinguibili, della qual cosa non ho ascoltato nel 2021 dimostrazione più eloquente di questo disco. Opera per un verso circolare, per un altro in perfetta e dunque non perfettibile progressione – da un brano inaugurale e omonimo la cui struttura emerge come da un sollevarsi di nebbia mattutina mantenendo tuttavia fino in fondo un che di impalpabile a Particles, ballata confidenziale in moviola con il pathos del Nick Cave odierno e la memorabilità dell’antico – e a cambiare un dettaglio, figurarsi la scaletta, se ne sciuperebbe irrimediabilmente la magia. L’unica, lontana eco di Blur risuona, dopo una The Cormorant che trasloca un redivivo Scott Walker nella Bristol dell’era aurea del downtempo, in Royal Morning Blue, che una ritmica fuori registro rispetto al resto rende sbarazzina appena prima che Combustion rimescoli tutto mandando in incongrua quanto sublime collisione Jon Hassel con dei Killing Joke (degli altri che l’Islanda la frequentarono) votati al free. Al netto di una Esja più Fennesz che Brian Eno, è l’unico episodio ansiogeno, e il più ispido, laddove giusto in mezzo ai due Daft Wader e il valzer Darkness To Light chiariscono quale sia il solo plausibile antecedente (chissà se un’ispirazione) di “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”: “Rock Bottom” di Robert Wyatt. Da costui, non si fosse ritirato (da Leonard Cohen, non ci avesse lasciato), sarebbe bello ascoltare The Tower Of Montevideo, capolavoro dentro un capolavoro di jazz traslato in un Sudamerica dell’anima, altro che fiordi e geyser. Che resta? Il Satie svagato di Giraffe Trumpet Sea come introduzione all’Eno che ti aspetteresti di conseguenza ambient e invece no, è quello delle canzoni, di Polaris.

Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, cantava Battiato. Qui Albarn rovescia in riflessione intimista uno sguardo spalancato su orizzonti nei quali l’uomo si perde, microscopica, semi-invisibile macchia sullo smisurato foglio bianco dell’eternità.

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