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Paul Weller – True Meanings (Parlophone)

Come da pessima usanza sempre più diffusa, del quattordicesimo album in studio (da solista; ce ne sono poi e anzi prima sei con i Jam e altrettanti con gli Style Council) del Modfather circolano due edizioni: quella per così dire “normale” e una “Deluxe”. Perché, dai, per quale ragione aspettare il decennale per sfruttare il cultore che ancora si ostina a comprarli, i dischi, quando un po’ di sangue in più puoi succhiarglielo subito? Che poi chi lo sa fra dieci anni in che condizioni sarà, l’industria della musica. Sia come sia: farà bene l’appassionato di cose welleriane a spendere quei quattro euro in più per la versione da diciannove tracce e un’ora e un quarto di “True Meanings”, lasciando negli scaffali quella presa qui come riferimento, che di brani ne conta quattordici per complessivi cinquantacinque minuti. Glielo consiglio non per solleticarne le smanie collezionistiche ma perché, pletoriche le versioni strumentali offerte come bonus di una Glide di afflato Cat Stevens e dello stiloso jazz-blues Old Castles, i tre remix che le precedono si fanno apprezzare più delle incisioni scelte per l’edizione standard. Meglio la The Soul Searchers che Richard Hawley funkizza facendo entrare la ritmica subito e non dopo oltre due minuti, una Aspects che da accorata che era in un dilatato RaVen Remix si fa spettrale, una Mayfly che la Reflex Revision irrobustisce e annerisce, nel senso black del termine.

Fatto è che se Paul avesse preferito le suddette di letture a quelle incluse nel programma regolare avrebbe avuto come effetto di movimentare questa collezione di confidenziale, autunnale folk-rock rendendone più vario un mood eccessivamente uniforme per l’uomo degli “ever changing moods”. Più di forma (gli arrangiamenti sono elegantissimi) che di sostanza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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Everybody’s Sad Nowadays (per Pete Shelley, 17/4/1955-6/12/2018)

Tolta una recensione negativa di uno degli album frutto di una censurabile rimpatriata, mai avuto occasione di scrivere dei Buzzcocks, per quanto strano possa sembrare e sembrarmi. Ma dio quanto li ho amati.

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The Chills – Snow Bound (Fire)

In una lista di decine di nomi (trentadue per Wikipedia e secondo altre fonti la formazione che nell’87 registrava il primo album “vero” era la decima: in sette anni!) si potrebbe tranquillamente affermare che, tolto il leader e solo punto fermo Martin Phillipps, il componente più influente dei neozelandesi Chills sia stato il batterista con cui incidevano nel 1982 il debutto a 45 giri Rolling Moon. Contribuiva a quello e a null’altro più il povero Martyn Bull, siccome mesi dopo soccombeva alla leucemia e per Phillipps era un evento tanto traumatico da indurlo a cambiare provvisoriamente nome al gruppo. Elaborava il lutto con la mortifera Pink Frost, stupendo ossimoro di canzone nel contempo squillante e tenebrosa e, non avesse firmato che quella, un posto nel Pantheon dei grandissimi del pop-rock chitarristico già lo avrebbe garantito. Un paio di anni ancora e I Love My Leather Jacket – argomento: un giubbotto regalato al Nostro dallo sfortunato batterista – era il brano che apriva alla band le porte del mercato americano. Clamorosamente nei primi ’90 avrebbero girato negli USA in ambito major, ultimi alfieri del college rock nel mentre i R.E.M. ne diventavano le superstar.

Sopravvissuto a quel flirt con il successo vero e soprattutto a certe pessime abitudini, Phillipps tre anni fa riesumava la storica ragione sociale per il primo lavoro a nome Chills del nuovo secolo, “Silver Bullets”, e ora persevera con una collezione tanto concisa – dieci tracce, 33’27” – quanto del tutto all’altezza della sua piccola leggenda. “Snow Bound” si segnala come indispensabile se l’elenco dei vostri amori annovera Smiths, Go-Betweens, Lloyd Cole, House Of Love. Facile però, in tal caso, che pure i Chills siano per voi degli eroi e non abbiate atteso di leggerne qui per catturarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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Elvis Costello e gli Attractions: una relazione complicata

È fuori da un paio di settimane un nuovo album di Elvis Costello, formalmente il suo quarto con quegli Imposters che però altro non sono che gli Attractions con un bassista diverso e insomma è da quarant’anni che il nostro eroe, Steve Nieve e Pete Thomas dividono studi di registrazione e palcoscenici. La prima volta che si giurarono reciprocamente “mai più” era il 1984, come raccontavo riferendo tempo fa di una ristampa per audiofili del controverso “Goodbye Cruel World”. Ma già appena due anni dopo erano di nuovo insieme, alle prese con un disco viceversa molto amato dai cultori come “Blood & Chocolate”. Si lasceranno e rappacificheranno tante volte ancora.

 

Goodbye Cruel World (F-Beat, 1984)

Chissà se, trascorsi altri ventidue anni, l’autore ha infine fatto pace con un disco che così liquidava, impietosamente, nel libretto a corredo della ristampa Rykodisc del 1995: “Congratulazioni! Avete appena acquistato il peggiore album della mia carriera”. Più avanti argomenterà e, addossandosi elegantemente tutte le colpe di un fallimento attribuito dai più alla regia della coppia Clive Langer/Alan Winstanley (già responsabile dei suoni del precedente “Punch The Clock”), un tot di cose le salverà, ma tant’è. Gran brutto periodo i mesi a cavallo fra l’83 e l’84 per Elvis Costello e sarà anche per questo che del suo nono LP in studio – e ottavo fiancheggiato dagli Attractions – non conserva un buon ricordo. Stava divorziando dalla prima moglie e pure i rapporti con i collaboratori di sempre – il tastierista Steve Nieve, il bassista Bruce Thomas e il batterista Pete Thomas – erano ai minimi. Idee tante ma confuse, demotivava i ragazzi della band annunciando prima dell’inizio delle registrazioni che quello sarebbe stato il loro ultimo album insieme (e forse il suo ultimo album e basta) e costringeva in continuazione il team produttivo ad aggiustare il tiro, con indicazioni contraddittorie. Si partiva con l’idea di incidere il disco sostanzialmente dal vivo in studio e si finiva invece per incagliarsi nelle secche di una registrazione stratificata, di sonorità pop quando si era partiti da un impianto folk-rock. E si arrivava al punto che l’unica ragione trovata dal nostro uomo per dare alle stampe il risultato di alcune caotiche settimane di lavorazione era che a quel punto si era speso troppo per buttare tutto via.

Non vi sto invogliando granché all’acquisto, eh? In realtà, se “Goodbye Cruel World” non è di sicuro uno dei dischi migliori di Costello, da salvare/rivalutare c’è non poco, fra il morbido soul con influenze latine di The Only Flame In Town che introduce e l’accorato valzer Peace In Our Time con cui ci si congeda. Per certo, oltre ai due brani appena menzionati, almeno la serenata blues Home Truth, l’agonizzante I Wanna Be Loved (una cover dello sconosciuto Farnell Jenkins) e l’esplosivo rock’n’roll “à la Dylan” The Deportees Club. E a essere onesti nemmeno la produzione è malaccio. C’è qualche eccessiva levigatezza e si paga dazio ai vezzi dell’epoca (solita batteria troppo secca, ad esempio), ma non più di tanto. Superba, come da standard della casa, questa riedizione Original Master Recording: potente nell’impatto, raffinata nel dettaglio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

Blood & Chocolate (Demon, 1986)

Li amo e poi li odio e poi li amo e poi… Può essere così riassunto il rapporto a metà ’80 di Elvis Costello con la band che sin dal 1978, da una pietra miliare chiamata “This Year’s Model”, lo accompagnava. Un sodalizio, quello con gli Attractions (Steve Nieve al piano, Bruce e Pete Thomas al basso e alla batteria) che all’altezza del non trascendentale “Goodbye Cruel World”, del 1984, mostrava la corda e ricorderà forse il lettore (vedi AR 386) che proprio all’inizio delle registrazioni di quel disco il principale informava i gregari che non ne avrebbe più richiesto i servigi. Naturalmente demotivandoli e ne pagava il prezzo. E in effetti nel 33 giri successivo, il viceversa magnifico “King Of America”, non li userà che come turnisti e giusto in un paio di brani. Qualcosa doveva però scattare di nuovo durante quelle sedute in sala d’incisione se, subito dopo la pubblicazione dell’album, nel febbraio ’86, il quartetto tornava in studio per approntare un successore che arriverà nei negozi già in settembre. E però qualcosa doveva di nuovo succedere se passeranno otto anni prima che le strade dei quattro (uno più tre) tornino a incrociarsi, in “Brutal Youth”. Dopo un 1986 tanto produttivo, lo stesso Costello si prenderà una lunga pausa, tre anni. Fioccheranno gli applausi al ritorno, per “Spike”.

Fors’anche perché pativa l’handicap di andare dietro a un discone quale “King Of America”, “Blood & Chocolate” veniva invece accolto con qualche distinguo. In realtà la prima facciata è formidabile, una delle migliori sequenze costelliane di sempre. Partenza ombrosa, con la biascicata Uncomplicated, decollo vero con una I Hope You’re Happy Now figlia del Sir Douglas Quintet, un primo picco con il Dylan alle prese con 19th Nervous Breakdown di Tokyo Storm Warning e, dopo una già accorata ma sarcastica ma accorata Home Is Anywhere You Hang Your Head, l’agonizzante blues I Want You: uno dei classici assoluti del nostro uomo. Dopo il quale sfortunatamente ci vorrebbe altro per reggere il confronto che un secondo lato caruccio quanto routinario, al meglio quando il referente sono chiaramente i Beatles e dunque con lo squillante rock’n’roll Honey Are You Straight Or Are You Blind? e l’omaggio al rhythm’n’blues delle origini Crimes Of Paris. Cofirmava la regia Nick Lowe, garantendo un suono ruvido, alla larga i perniciosi vezzi tipici delle produzioni anni ’80. Piace soprattutto, di questa ristampa Original Master Recording in linea con gli elevati standard della casa, la capacità di rendere al meglio il gioco delle dinamiche in un lavoro ricco di chiaroscuri, con i volumi bassissimi usati in funzione drammatica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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Johnny Marr – Call The Comet (New Voodoo)

L’uomo che nel 2010 si piazzava quarto (dopo John Frusciante, Slash e Matt Bellamy) in un referendum indetto dalla BBC per designare gli eroi moderni della chitarra elettrica a quell’altezza ancora doveva debuttare (“Boomslang”, del 2003, è a nome Johnny Marr & The Healers) da solista. Essendo al tempo già passati ventitré anni dacché divorziò da Morrissey, spezzando il cuore a una generazione di appassionati di rock. Chiaro indizio di come si senta meglio da fiancheggiatore – o dividendo con altri la ribalta come negli Electronic, progetto condiviso con Bernard Sumner che resta il suo piccolo grande momento di gloria post-Smiths – che al centro del palcoscenico. Insomma: uno che si trova bene solo in un contesto di gruppo. Si trovava? A un certo punto qualcosa deve essere scattato se nel 2013 infine esordiva in proprio con “The Messenger”, l’anno dopo gli dava prontamente un seguito con “Playland” e quello dopo ancora pubblicava il live “Adrenalin Baby”. Nella cui scaletta compaiono quattro classici della band che sapete e ci si stupiva, vista la difficoltà sempre avuta da costui a rapportarsi con quell’ingombrante lascito.

Come se così avesse messo un punto e a capo, Marr ha meditato a lungo il terzo lavoro in studio, ripartenza che si può dire – un po’ paradossalmente, siccome contiene alcuni dei suoi assoli più ribaldi – la sua cosa meno scritta in funzione della chitarra di sempre. Non particolarmente smithsiana, ma nemmeno lo erano le precedenti, e che razza di maledizione è allora che alla fine si ricordino quelle poche tracce – Hi Hello, Day In Day Out; pure una Rise con tremolo alla How Soon Is Now – da cui ci si aspetterebbe di sentire sbucare la voce di Morrissey. Il resto per lo più prova a farsi congiunzione fra T-Rex e New Order, con esiti alterni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Il primo John Lennon post-Beatles: ingeneroso, imperfetto, immortale

Imperfetto, e nondimeno egualmente candidato all’immortalità da tre canzoni immani a fronte di otto buone ma irrimediabilmente sminuite dal raffronto, l’omonimo debutto in studio di John Lennon con la Plastic Ono Band viene inciso fra il 26 settembre e il 5 ottobre 1970. Uscirà in dicembre, pochi giorni prima che Paul McCartney, intentando causa agli ex-compagni per ottenere una dissoluzione pure giuridica di ogni legame e mettersi così al riparo dai maneggi del manager Allen Klein, tolga anche al più ostinato dei fan dei Beatles ogni residua illusione che si possa tornare indietro. Che il sogno sia finito è probabilmente l’unica cosa su cui John al momento concorda con l’ex-sodale e amico. Lo esplicita come più non si potrebbe nella fulminante litania su rotolante piano circolare di God, che inizia affermando che “Dio è un concetto/per tramite del quale misuriamo/il nostro dolore” e continua con un elenco di ciò in cui l’autore non crede più. Drammatico crescendo, dalla magia agli I-Ching, da Gesù a Kennedy a Budda, che culmina con Elvis, Zimmerman (ossia Bob Dylan) e – amara bestemmia ultima e suprema – proprio i Beatles. E poi: “Credo soltanto in me stesso/in me stesso e Yoko/e questa è la realtà/Il sogno è finito/e che altro posso dirvi?/Il sogno è finito”. E quindi, con subitaneo rovesciamento di prospettiva che fa transitare dal nichilismo a una visione di futuro quietamente eccitante in cinque versi: “Ieri/ero il tessitore di sogni/ma oggi sono rinato/Ieri ero il tricheco (I was the walrus)/ma oggi sono John”. Per poi concludere: “E così cari amici/dovrete andare avanti/il sogno è finito”. Mozza ancora il fiato ad ascoltarla oggi e chissà che effetto dovette fare allora. Al pari insieme consolatorio e dilaniante è il finalino che le va dietro, l’accorata ninnananna My Mummy’s Dead, chiusura del cerchio aperto dai lugubri rintocchi di campana della torturatissima (non danno consolazione alcuna gli accenti gospel del piano di Billy Preston) Mother, seguito della beatlesiana Julia e per così dire resa dei conti con una madre che lo aveva abbandonato e che un adolescente John perse definitivamente, uccisa in un incidente automobilistico, quando l’aveva appena ritrovata. Trauma analogo a quello subito da Paul e che incommensurabilmente contribuì a farli sentire vicini al principio del loro rapporto. Mai album pop ha avuto attacco di una simile, brutale emotività. Fra Mother e God, l’altro grande classico di questo disco, il valzer sulla falsariga della dylaniana Masters Of War di Working Class Hero. Fra Mother e God altri sette brani più che apprezzabili ma che finiscono per essere contorno. Si tratti del sommesso invito a se stesso a tener duro di Hold On John o dell’urticante rock (con un acido riferimento a McCartney) I Found Out, di una sospesa e dissonante Isolation o dell’urlante blues Well Well Well, o ancora di una Look At Me in cui si sente Donovan e non soltanto per la tecnica, che proprio il menestrello scozzese gli aveva insegnato, con cui John suona la chitarra.

Dieci mesi dopo toccherà a Imagine inaugurare l’omonimo LP e non pretenderete mica che vi racconti quella che in più di un referendum, mentre gli anni ’90 sfumavano nei 2000, è stata eletta a “canzone del secolo”? Mi accontento di appuntare che non credo esista un’altra canzone che sia stata “sentita” così tanto e “ascoltata” così poco, la radicalità estrema del testo messa in secondissimo piano dalla sognante dolcezza della melodia. Come il predecessore, “Imagine” l’album presenta un netto stacco qualitativo fra tre brani, essendo gli altri due Jealous Guy e How Do You Sleep?, e il resto del programma. Più alto però il livello medio di seconde linee in cui spiccano il quasi-country Crippled Inside, il blues (in cui per una delle ultime volte ruggisce il sassofono dello sfortunato King Curtis) It’s So Hard, una romanticissima Oh My Love e l’esuberante celebrazione di Oh Yoko!. Abbozzata sin dal 1968 (stava per finire sul “White Album”) con un titolo diverso, Child Of Nature, e tutt’altro e francamente imbarazzante testo, Jealous Guy è immediata quanto la title track, zuppa di lussuria per l’amata e di rimpianti per il cattivo agire del ragazzaccio che fu. Che fu? Che è. Valga come decisivo teste per l’accusa la rancorosissima e a dir poco ingenerosa polemica, nei confronti di Paul McCartney tanto per cambiare, di How Do You Sleep?: salmodiare di accuse cui si racconta che a un certo punto un rattristato Ringo Starr, in visita in studio (aveva suonato nell’album prima, in questo non c’è; George Harrison invece sì), cercò di porre fine con un perentorio “Adesso basta, John”. Brano fra i più riusciti del Lennon solista per sapienza della costruzione, attenzione al particolare, intensità dell’interpretazione; eppure piacerebbe cancellarlo dal repertorio e la biografia dell’ex-Beatles avrebbe assai a guadagnarne. Fa onore all’autore di un pezzo che il pur partigiano “Rolling Stone” (John Lennon la prima star di copertina e a lui la lunga intervista, concessa al fondatore Jann Wenner, che diede definitivamente autorevolezza al giornale) definì “ripugnante e indifendibile” che abbia in seguito, espulso il veleno residuo con una lettera al “Melody Maker” tanto livida che la rivista stessa decise di tagliarla, finito per vergognarsene. Cercando persino, goffamente, di farlo passare per autodenigratorio. Fa onore a McCartney che ci sia passato sopra senza fare una piega. Ambiva a ricostruire il rapporto con colui che era stato il suo amico più grande, oltre che il co-autore di un paio di centinaia di canzoni straordinarie, e almeno in parte ci riuscirà. Facciamo allora finta che How Do You Sleep? non esista e ricordiamo piuttosto il John Lennon che il 31 agosto 1971 lascia per sempre (lui naturalmente non lo sa) il paese che gli ha dato i natali con lo sgranarsi di accordi della canzone che sarebbe bastata da sola (da sola! anche senza il gruppo che sapete!) a farlo immortale. Con le bellissime immagini del video di meravigliosa semplicità cui da quarantaquattro anni la leghiamo nella memoria: Yoko che spalanca le finestre di una grande stanza spoglia, il sole che la illumina, John seduto davanti a un piano a coda bianco e… “immagina che non ci sia un paradiso/è facile se ci provi”.

Da poche settimane tutto il John Lennon post-Fab Four – tolti gli LP sperimentali, incluso il postumo “Milk And Honey” – è disponibile in un cofanetto di otto vinili su UMC, venduto intorno ai centottanta euro. Tutti i titoli (trattasi delle rimasterizzazioni del 2010) sono disponibili anche separatamente e dovreste pagarli sui venticinque euro cadauno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015. Fosse ancora fra noi, John compirebbe oggi settantotto anni.

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Beach House – 7 (Sub Pop)

Sorprendente quanto risulti divisivo un gruppo che fa musica così esangue e monocorde e mi rendo conto di essermi schierato già con questa prima frase nel (minoritario) campo di quanti considerano alquanto (o molto) sopravvalutato il duo di Baltimora. All’album numero sette, come da titolo, e ciò dà a intendere che la cantante e tastierista Victoria Legrand e il chitarrista Alex Scally considerano a tutti gli effetti come sesto quel “Thank Your Lucky Stars” che nel 2015 tallonava dappresso, mandato nei negozi appena un mese e mezzo dopo, “Depression Cherry”. Non la pensava così il pubblico, intendendolo evidentemente come una collezione di scarti per cultori terminali e comprandolo in quantitativi decisamente ridotti rispetto alla media abituale, ma tant’è. In fondo, meglio la raccolta “B-Sides And Rarities”, licenziata nel 2017 dalle solite Sub Pop (Nord America) e Bella Union (Europa) per ingannare l’attesa per un album “vero”: quantomeno lì i Beach House qualche infinitesimale deviazione dai soliti schemi se la permettevano, ce la concedevano.

Lavoro in studio numero sette e, se nel complesso avrà ragione “Pitchfork” (sponsor della coppia dacché nel 2006 la faceva esordire inserendo un suo brano in un mixtape) a dirlo il disco a oggi dal suono più pesante e coinvolgente, a smontarlo una qualunque delle sue undici tracce potrebbe venirne sfilata e inclusa in uno qualunque dei predecessori e chi se ne accorgerebbe? Non io. Ogni canzone dei Beach House resta fondamentalmente la stessa, data dalla somma voce energica + tastiere gorgoglianti + chitarre scintillanti. Nell’eterno (di per sé benemerito) tentativo di mettere insieme Mazzy Star, My Bloody Valentine, dei Cocteau Twins in fissa per Brian Wilson. Facendo sognare taluni e talaltri semplicemente dormire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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