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The Good, The Bad & The Queen – Merrie Land (Studio 13)

Come nuova etichetta è talmente centrata – e insieme così ovvia – che mi lascia stupefatto che nessuno ci avesse pensato prima (se qualcuno l’ha fatto, non mi ci sono mai imbattuto; e in ogni caso infinite ricerche in Rete non hanno dato risultati): recensendo sul “Guardian” il secondo album (a quasi dodici anni dall’omonimo debutto) di The Good, The Bad & The Queen, Kitty Empire scrive di Anglicana. Ovverossia: una versione inglese della cosiddetta Americana, una faccenda a base di folk e music hall, con il rock (ma un rock che predilige la ballata) a mo’ di collante e come numi tutelari (questi li sto mettendo io) egualmente i Watersons e i Kinks più crepuscolari, la library music di scuola BBC e i Beatles con la passione per il vaudeville. Subito dopo racconta una Gun To The Head capace di partire bucolica e farsi psichedelica per quindi metamorfizzarsi in marcetta come una ricerca sull’essenza del carattere inglese svolta da dei Madness in costumi medioevali. Immagine esilarante e che peccato che non sia brillante almeno la metà questa nuova fatica del supergruppo formato dal cantante dei Blur Damon Albarn, dall’ex-chitarrista dei Verve Simon Tong, dall’ex-bassista dei Clash Paul Simonon e da Toni Allen, fra il resto storico batterista di Fela Kuti.

Ecco, quest’ultimo lo si sente proprio poco (ci fosse un altro percussionista nulla cambierebbe), né si fa notare granché di più Simonon. Ben più raccolto del predecessore (che non è che fosse così sfrenato), “Merrie Land” è un ritratto di un paese preda della depressione da Brexit in difetto di canzoni memorabili. Si fanno un po’ ricordare (oltre a quella citata dianzi) la sognante traccia omonima, la melodicamente circolare e ritmicamente sghemba The Great Fire e il cinematografico suggello The Poison Tree.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Un caso unico – Due parole su Mark Hollis (4/1/1955-25/2/2019)

Nel 1998 collaboravo a diverse riviste, ma sfortunatamente nessuna mi chiese di occuparmi dell’omonimo esordio da solista (pubblicato a sette anni dal quinto e ultimo Talk Talk) di Mark Hollis: per quanto mi riguarda, una delle esperienze di ascolto più intense di una vita intera trascorsa ad ascoltare musica. Naturalmente, contavo di rifarmi con un suo seguito. Mai avrei immaginato che avrei aspettato invano. E mi ritrovo ora a sperare, contro ogni logica, che il nostro uomo abbia lasciato un testamento – musicale – per ripagarci di tanta attesa e, soprattutto, di questo scherzo bruttissimo che ci ha fatto ieri.

A seguire una recensione di una raccolta tributo ai Talk Talk uscita a fine 2012: impresa improba quella in cui si lanciarono i partecipanti, con altalenanti esiti.

C’è chi non vende un disco e allora scende a compromessi e può capitare, se lo sostengono talento e fortuna, che diventi ricco e famoso. Non succede sovente (di solito ci si sputtana e basta) e tuttavia è ben più raro il caso opposto: di chi sfonda subito e poi prova a immaginarsi percorsi più arditi fidando che qualcuno lo seguirà. Pensate ai Radiohead, passati da un rock epidermico a uno tanto cerebrale da posizionarsi ai confini del genere, conservando nonostante ciò e addirittura incrementando una fama diffusa: come abbiano fatto non saprebbero probabilmente spiegarlo manco loro. Miracolo in precedenza non riuscito ai Talk Talk, protagonisti di uno dei più spettacolari suicidi commerciali di sempre, coincidente con un trionfo artistico con ancora meno termini di paragone. Per i più restano il gruppo di fortunati singoli synth-pop come It’s My Life e Such A Shame. Per pochi privilegiati sono coloro che preconizzarono il post-rock. E se i poetici, ostici e stupendi ultimi album “Spirit Of Eden” (’88) e “Laughing Stock (’91) paiono tuttora oggetti per molti versi alieni figuratevi quale impressione dovettero suscitare all’uscita. Perplesse le masse fuggivano, mentre rari illuminati se ne facevano cambiare la vita. Mark Hollis e soci scendevano precipitosamente nelle classifiche e quindi sparivano e basta.

Vendetta sublime vendetta che nel tempo il culto si sia costantemente allargato e lo testimonia questo doppio tributo, “Spirit Of Talk Talk”, che allinea protagonisti dell’indie attuale come del post-rock e dell’avanguardia. Si impegnano tutti al meglio, ma scontando immancabilmente il peccato originale di una musica troppo peculiare per reggere qualsiasi reinterpretazione che non stravolga, non destrutturi ulteriormente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013.

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Paul McCartney prima di Paul, più di Paul: Emitt Rhodes, enfant prodige

Paul McCartney prima di Paul e più di Paul, Emitt Rhodes, che nel 1969 investe i proventi di un paio di singoletti e un 33 giri dei disciolti Merry-Go-Round in un quattro piste Ampex, tre microfoni e un mixerino Shure e installa il tutto nel garage dei genitori a Hawthorne, suburbia di Los Angeles. Con ben altri mezzi economici a disposizione, il Baronetto si costruirà un analogo studio casalingo da lì a qualche mese e vi registrerà – in quasi perfetta solitudine, con un piccolo aiuto giusto della moglie Linda – il debutto da solista. Autarchia che farà scalpore. La sua l’enfant prodige Emitt (classe 1950! diciassettenne e già un veterano all’epoca della prima frequentazione delle classifiche) dovrà viceversa celarla per via di regolamenti sindacali che in California impongono che i dischi delle major vengano realizzati in sale di incisione professionali. In realtà quello che nell’autunno 1970 diventa il suo omonimo esordio non è che il demo che gli ha guadagnato il contratto per la ABC/Dunhill trasferito su un otto piste, con quattro aggiunte di parti vocali. Un altro illustre ossessionato dai Beatles quale Todd Rundgren prenderà nota.

Un noto sito definisce l’unico LP dei Merry-Go-Round una costola di “Magical Mystery Tour”. “Emitt Rhodes” si sceglie in quello stesso catalogo riferimenti più illustri, presentandosi con due pezzi favolosi come With My Face On The Floor e Somebody Made For Me che potrebbero provenire dal “White Album” e facendo andare loro dietro una scheggia da “Sgt. Pepper’s” chiamata She’s Such A Beauty. Non è che il primo quarto di un programma che nel prosieguo sa anche emanciparsi dagli evidenti numi tutelari, nel folk alla Donovan di Lullaby come nel rock alla Who della hit Fresh As A Daisy o nella ballata che anticipa certo Elton John Live Till You Die. Un numero 29 nella graduatoria di “Billboard” ingolosisce la Dunhill, che stoltamente chiede all’autore di sfornare seguiti al ritmo folle di uno ogni sei mesi. Per un po’ Rhodes più o meno ottempera – infilando uno via l’altro gli ineguali ma a tratti brillanti “Mirror”, “The American Dream” e “Farewell To Paradise” – e poi basta. Si ritira dalle scene e per il pop è una tragedia con come unico eguale il disapparire di Brian Wilson.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.184, settembre 2013.

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I migliori album del 2018 (8): Spiritualized – And Nothing Hurt (Bella Union)

“Necessity is the mother of invention” ma talvolta la gestazione può farsi particolarmente lunga. Se in passato Jason Pierce aveva messo fino a quattro anni e mezzo (abbondanti) fra due album – tanto passava dall’uscita di “Amazing Grace” all’appalesarsi di “Songs In A&E” – stavolta per dare un seguito a “Sweet Heart Sweet Light” ne ha impiegati sei e cinque mesi. Blocco dello scrittore? Solite smanie perfezionistiche che da sempre lo inducono a mixare, remixare e remixare ancora i suoi dischi? Per poi remixare di nuovo perché insoddisfatto di risultati che per chiunque rappresenterebbero il massimo. Nevrosi che peraltro si estende pure alle confezioni dei lavori: leggendariamente, quando la creatura Spiritualized era appena bambina e lui un ex-Spacemen 3 (quello meno talentuoso: che equivoco!) fece slittare per mesi la pubblicazione di un live, oltretutto venduto solo per corrispondenza, perché insoddisfatto dell’effetto cromatico della copertina e di una foto che vi compariva. Ma a questo giro il perfezionismo non c’entra. Anzi: sì. Accadeva che la fase preparatoria per “And Nothing Hurt” andava per le lunghe, l’autore entrava in contrasto con il produttore designato (non uno qualunque: Youth) e buttava via praticamente tutto il già registrato per ricominciare daccapo. Problemino: si era così già giocato il budget. Dindin quasi finiti e allora che fare? Investiva il poco rimasto in un laptop e una copia di Pro Tools e imparava – lentamente, faticosamente – a far da sé. Principalmente, a costruire le gonfie orchestrazioni cruciali nel canone Spiritualized un infinitesimale campionamento, tratto da incisioni di musica classica, alla volta. Soltanto in dirittura di arrivo ha potuto permettersi di tornare in uno studio di registrazione professionale per aggiungere gli altrettanto consueti cori e qualche altra parte al di là delle sue capacità di strumentista. Si nota tutto ciò all’ascolto? Ma manco per idea.

Si potrebbe dire: l’ennesimo (oddio: otto in ventisei anni) album degli Spiritualized. Esatto. Sound che, dacché nel 1997 “Ladies And Gentlemen… We Are Floating In Space” li fece assurgere all’Olimpo dei Classici, è stato al più rifinito e mai snaturato, una scrittura come al solito solida è tranquillamente bastata per riservargli un posto in questa playlist. Anche perché, per quanto se fossimo su “Pitchfork” sarebbe questione di due o tre decimali di punto, siamo a livelli superiori rispetto al disco prima e una maggiore concisione risulta ulteriormente premiante. Se a conti fatti il brano capolavoro è il più lungo – The Morning After: 7’42” in transito da una psichedelia festosa a uno squassante garage rock velvetiano – in precedenza si stagliano come diversamente indimenticabili almeno una I’m Your Man che sa tanto di Leonard Cohen non solo per il titolo e una Let’s Dance che parte Brian Wilson e arriva Mercury Rev. Dopo, una Sail On Through un po’ valzer e un po’ blues.

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I migliori album del 2018 (9): Anna Calvi – Hunter (Domino)

Fanciulla prodigio certamente no, Anna Calvi, visto che esordiva discograficamente con un singolo nell’ottobre 2010 avendo festeggiato da qualche settimana il trentesimo compleanno. L’omonimo debutto in lungo arrivava nei negozi qualche mese dopo e il seguito “One Breath” si faceva aspettare oltre due anni e mezzo. Nulla rispetto all’attesa, a momenti cinque anni, per “Hunter” e insomma che costei non sia nemmeno una stakanovista è evidente. Dopo di che ci si può interrogare al riguardo: mera pigrizia o un processo creativo lento sposato a un perfezionismo spinto? Scrive tanto e di quel tanto scarta moltissimo o scrive poco rifinendo poi all’infinito? Questioni comunque in fondo oziose per il critico come per il semplice appassionato e la vera domanda è: tutto questo farsi desiderare risulta alla resa dei conti giustificato?

Recensendo proprio per questo blog il lontano predecessore (chi è interessato può leggerne qui) me la prendevo con l’hype inizialmente enorme intorno al “caso Anna Calvi” (soprattutto, contestavo la surreale definizione che ne veniva data di “giovane artista”), ma quanto all’album in sé di riserve ne avanzavo poche: promosso. “Hunter” è parecchio meglio, secondo me. Per “Hunter” sì che qualche iperbole si può spenderla e senza remore mi accodo a chi già lo ha fatto (non ricordo playlist di un qualche rilievo in cui, quando non altissimo, non abbia minimo fatto capolino). L’intensità è maggiore (come se, laddove un tempo ci si concedeva la recita, oggi si strappassero sempre morsi dalla carne viva) e parimenti è salita la qualità di testi e spartiti. Mentre permane la capacità che già c’era di creare un percorso musicale/emozionale imperfettibile: non vedo come si potrebbero sistemare diversamente queste dieci canzoni senza sciupare irrimediabilmente l’assieme. Si parte con la ritmica funk sotto la voce fintamente svagata di una As A Man quindi ceduta in prestito a un coretto pop e ad archi magniloquenti e ci si congeda con una Eden sospesa, di atmosfera, che davvero è come scorressero dei titoli di coda, in cinemascope. E questo subito dopo la delicatissima ballata folk Away, dove Anna si porge solitaria e “unplugged” e tenera, in totale contrasto rispetto a quasi tutto quanto si è ascoltato prima: tipo i turgori Arcade Fire della traccia omonima o una Don’t Beat The Girl Out Of My Boy che scaccia un sentore di jazz con un ascendere vocale che è urlo e furore alla Diamanda Galas; una Indies Or Paradise tanto rock da rasentare l’hard’n’heavy e una Swimming Pool che parte flamencata; la new wave gotica alla Siouxsie di Alpha, il trasparente omaggio a Bowie di Chain, l’alternarsi di estasi e precipizi in vortici che tolgono il fiato di Wish.

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I migliori album del 2018 (12): Mitski – Be The Cowboy (Dead Oceans)

Madre nipponica, padre statunitense, la ventisettenne Mitski Miyawaki chiede riservatezza sul lavoro di quest’ultimo, che è la ragione per cui è cresciuta cambiando spesso, oltre che casa, paese (tredici!) e continente (quattro). Interessante comunque sapere che costui nutre una grande passione per il folk e che la figlia veniva su circondata dalle raccolte degli Smithsonian Recordings così come dai CD di pop giapponese della mamma. Stabilitasi a New York si iscriveva al conservatorio, dove studiava composizione, e fra il 2012 e il 2013 concepiva i primi due album – autoprodotti e disponibili soltanto come download, tant’è che vi è chi conta come esordio il successivo, del 2014, “Bury Me At Makeout Creek” – come tesine scolastiche. Il primo è un lavoro pianistico, il secondo orchestrale. Cominciando a fare dischi “veri” Mitski sceglieva la chitarra, sceglieva il rock. Notevole l’impatto due anni fa di “Puberty 2”, apprezzabili le vendite, plaudente la critica. “Be The Cowboy” già sta facendo meglio, più di qualcuno azzarda che sia nata una stella ed è facile pronosticare che il terzo o quinto album della ragazza sarà a fine anno in molte playlist. Con merito.

Sono solo 32’28” ma davvero zeppi di idee e sorprese, a cominciare da uno spostamento verso lidi più pop, complice la riscoperta da parte dell’artefice delle tastiere. Per quanto ad esempio in A Pearl la chitarra elettrica morda e Remember My Name paia un memento che chi l’ha scritta è stata in tour con i Pixies. Se pure l’iniziale Geyser esibisce tratti abrasivi, Why Didn’t You Stop Me? declina invece synth-pop da manuale; se Lonesome Love profuma di country, Nobody e Washing Machine Heart puntano il dancefloor. Meraviglioso poi il romantico folk da camera della conclusiva Two Slow Dancers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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Paul Weller – True Meanings (Parlophone)

Come da pessima usanza sempre più diffusa, del quattordicesimo album in studio (da solista; ce ne sono poi e anzi prima sei con i Jam e altrettanti con gli Style Council) del Modfather circolano due edizioni: quella per così dire “normale” e una “Deluxe”. Perché, dai, per quale ragione aspettare il decennale per sfruttare il cultore che ancora si ostina a comprarli, i dischi, quando un po’ di sangue in più puoi succhiarglielo subito? Che poi chi lo sa fra dieci anni in che condizioni sarà, l’industria della musica. Sia come sia: farà bene l’appassionato di cose welleriane a spendere quei quattro euro in più per la versione da diciannove tracce e un’ora e un quarto di “True Meanings”, lasciando negli scaffali quella presa qui come riferimento, che di brani ne conta quattordici per complessivi cinquantacinque minuti. Glielo consiglio non per solleticarne le smanie collezionistiche ma perché, pletoriche le versioni strumentali offerte come bonus di una Glide di afflato Cat Stevens e dello stiloso jazz-blues Old Castles, i tre remix che le precedono si fanno apprezzare più delle incisioni scelte per l’edizione standard. Meglio la The Soul Searchers che Richard Hawley funkizza facendo entrare la ritmica subito e non dopo oltre due minuti, una Aspects che da accorata che era in un dilatato RaVen Remix si fa spettrale, una Mayfly che la Reflex Revision irrobustisce e annerisce, nel senso black del termine.

Fatto è che se Paul avesse preferito le suddette di letture a quelle incluse nel programma regolare avrebbe avuto come effetto di movimentare questa collezione di confidenziale, autunnale folk-rock rendendone più vario un mood eccessivamente uniforme per l’uomo degli “ever changing moods”. Più di forma (gli arrangiamenti sono elegantissimi) che di sostanza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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