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The Specials – Encore (UMC)

Probabilmente i più sbalorditi sono loro: esce il primo album degli Specials a diciotto anni dal precedente, ventuno dall’ultimo che non fosse una raccolta di cover e, soprattutto, trentanove – !!! – da quel “More Specials” che ne suggellava la breve epopea, tolta la stupenda postilla dell’84 “In The Studio”, che però vedeva il leader Jerry Dammers fare a meno di quasi tutti gli altri e usare una ragione sociale diversa (The Special A.K.A.), e che succede? Dritto al numero 1 della classifica UK. Quando fra il ’79 e l’80 i primi due, epocali LP – l’omonimo e “More” – si arrestarono al quarto e quinto posto e non vale notare che i tabulati delle vendite riportavano mediamente ben altri numeri rispetto agli odierni, che oggi per i conteggi valgono download e streaming e così via: la performance resta impressionante e forse e tanto conterà che il disco è uscito in un momento così particolare per un Regno Unito in ansia per una Brexit sui cui effetti c’è un’unica certezza: comunque vada sarà un insuccesso. E in tempi cupi cresce il bisogno di anticorpi, di voci positive. We Sell Hope, recita il titolo della decima e ultima traccia, pigro incantesimo, saluto ecumenico a uomini e donne di buona volontà.

È un disco riuscito, “Encore”, abbastanza da potersi definire il legittimo erede di “More”, smentendo dunque per la prima volta l’assunto che un gruppo senza Dammers non possa chiamarsi Specials. La voce di Terry Hall, la chitarra ritmica di Lynval Golding, il basso di Horace Panter (i tre membri originali presenti) e una scrittura di apprezzabili qualità e varietà, fra funk e rocksteady, dub poetry e languide ballate profumate di jazz e di soul lo qualificano come tale. Manca quasi all’appello lo ska e va bene lo stesso. Circola a € 3 in più una “Deluxe” con allegato un recente live: merita.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Michael Franti & Spearhead – Stay Human Vol.II (Thirty Tigers)

Luogo comune vuole che chi nasce incendiario spesso muoia pompiere, che è come dire che se da giovani volere sovvertire il Sistema è normale rientra nell’ordine naturale delle cose che l’età matura induca a moderarsi. Prossimo ai cinquantadue anni, in giro dacché ne aveva diciannove, Michael Franti alla rivoluzione aspira ancora e nondimeno parrebbe avviato a morire Jovanotti, quando era nato Jello Biafra. Per carità, ci sono destini peggiori e tuttavia l’imbarazzo, che già aveva fatto capolino a più riprese nelle dodici tracce e nei quaranta minuti precedenti, si fa invincibile quanto parte il ritornello della di per sé melensa Show Me Your Peace Sign e ascoltiamo il nostro uomo invitare la tipa di turno a mostrargli “il segno della pace quando la Rivoluzione arriverà”. Ecco, a memoria non mi pare che Jovanotti si sia mai reso tanto ridicolo e nel caso di Franti stiamo parlando di uno partito dal superabrasivo industrial-punk-rap dei Beatnigs. E ve li ricordate i Disposable Heroes Of Hiphoprisy? Straordinari, fra Gil Scott-Heron e il jazz e capaci di collaborazioni con William Burroughs come di riletture hip hop dei Dead Kennedys.

Sin dall’inizio più pop, gli Spearhead partivano comunque bene, confezionando alcuni album pregiati e più di tutti l’originale “Stay Human”, datato 2001. Un al più piacione disco per l’estate con il torto di uscire a fine gennaio, questo “Vol.II” da quei livelli è distantissimo. Per quanto momenti gradevoli che gli fanno raggiungere la sufficienza e potrebbero regalargli soddisfazioni al botteghino non manchino: il lovers reggae Just To Say I Love You, una title track molto Peter Gabriel o il ragamuffin Enjoy Every Second sono pur sempre meglio del 90% (almeno!) di quanto passano radio e TV commerciali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019.

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The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (per Scott Walker, 9/1/1943-25/3/2019)

Non è più di questo mondo (ammesso lo fosse prima, ammesso lo sia mai stato) uno degli artisti più geniali – e forse quello dalla parabola più singolare – dell’ultimo, abbondante mezzo secolo. Lo celebro ripescando le recensioni di una sua bella quanto difettosa raccolta e di quello che, tolte due colonne sonore, è adesso in ogni senso il suo ultimo album. Una collaborazione con i Sunn O)))! Niente di meno.

Classics & Collectibles (Mercury, 2005)

È un tondo decennio che attendiamo un nuovo album, dopo quell’alieno capolavoro chiamato “Tilt”, da Noel Scott Engel, in arte Walker, e non è nemmeno ancora l’intervallo più lungo posto da costui fra un disco e l’altro giacché il suddetto “Tilt” di anni di gestazione ne ebbe undici. Mettere una bottiglia da parte per il 2006? Si potrebbe, ma senza farsi troppe illusioni. Forse aspetteremo ancora di più. Forse il nostro uomo ci sta prendendo in giro e, inoltratosi ormai da un po’ nei sessanta, è andato in pensione senza dirlo a nessuno e fingendo di continuare a lavorare a quella singola canzone o due in un anno. Meglio non farlo sapere ai sempre più numerosi iscritti a un club di ammiratori che conta Julian Cope e i Blur, i Radiohead e i Coral e ancora Pulp, Smog, Tindersticks, Lambchop. Unica come la sua musica – uneasy listening se mai ve n’è stato uno – la parabola di Walker, da idolo delle ragazzine a oggetto di un ristrettissimo culto che giusto nel quarto di secolo in cui ha prodotto la miseria di due album (ma che album!) si è gradualmente allargato, fino alla discretamente diffusa popolarità odierna. Chi ha i diritti su un catalogo nonostante tutto cospicuo – siccome il Nostro da giovane arrivò a pubblicare cinque LP in due anni, a cavallo fra ’68 e ’69, all’immediato indomani dello scioglimento di quei Walker Brothers rivali in fama dei Beatles – osserva sornione e ricicla.

È appena dell’anno scorso il quintuplo “5 Easy Pieces”, cui dedicammo un paio di estasiate pagine. “Classics & Collectibles”, doppio, da un lato giunge propizio per coloro che non azzardarono un acquisto così impegnativo, dall’altro, con le sue numerose sovrapposizioni e però il bel gruzzolo di cose mai riversate in digitale che le accompagna, farà infuriare chi invece aveva già posto mano al portafoglio. Tant’è e paiono oltretutto lunari i criteri di scelta di una scaletta che si scapicolla su e giù nel tempo, essendo i “collectibles” sul serio tali ma mancando diversi “classics” all’appello (ma stavolta The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore, il superhit dei Fratelli, c’è). Dove è inattaccabile è sul piano della qualità, sebbene sia un ritratto incompleto – era un Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, è diventato uno Schubert travestito da Van Morrison, un’impossibile mutazione di Robert Johnson in Wagner via Brian Eno e questo manca – quello che offre. Ma se ancora non conoscete Scott Walker preparatevi a farvi stregare lo stesso da questi profluvi d’archi e dal melò che avanza irrestistible al proscenio fra squilli di tromba. E poi andatevi a comprare “Tilt”.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

Scott Walker & Sunn O))) – Soused (4AD, 2014)

Pazzesca la parabola di Scott Walker, come nessun’altra nella musica sia colta che popolare del Novecento: da idolo per teenager poco dopo il giro di boa dei ’60, alla testa di quei Walker Brothers indecisi fra l’essenzialità del beat e i fronzoli di Tin Pan Alley, a cantante confidenziale in un finale di decennio in cui si trasformava in una sorta di Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, con successo dapprincipio ancora enorme ma via via decrescente. E poi una terza vita dedicata a scolpire, con intervalli lunghissimi a separarli l’uno dall’altro, inclassificabili e avanguardistici capolavori capaci di unire idealmente Robert Johnson a Brian Eno via Wagner muovendosi fra Nick Cave e Bartók, Schubert e Van Morrison e no, se non li avete mai ascoltati non potete proprio immaginarveli. Ho citato Eno ed eccolo l’ideale punto di contatto fra costui e il duo formato nei secondi ’90 dai chitarristi Stephen O’Malley e Greg Anderson: pur’essi unici, campioni del doom metal più doom di sempre e da un certo punto in poi autocatalogatisi alla voce – un ossimoro – “power ambient”. Fermo restando che mai Eno ha declinato musica della annichilente intensità dei Sunn O))).

Insomma: sulla carta la collaborazione fra Walker, O’Malley e Anderson prometteva di essere l’album di uneasy listening più uneasy a memoria d’uomo e alla resa dei conti non è così, per quanto non si tratti certo di una ricetta per tutti.  Nondimeno i cinque lunghi brani che vi sfilano in cinquanta minuti netti più che terrorizzanti sono (a volumi medio-bassi) incantatori, con quell’inconfondibile baritono a stagliarsi su tappeti di bordoni occasionalmente sfrangiati da stridori industrial che ne spezzano l’effetto mantrico. Si potrebbe persino dirla new age, per quanto ossianica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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The 1975 – A Brief Inquiry Into Online Relationships (Dirty Hit)

E tre. Nell’attesa che “Billboard” certifichi se “A Brief Inquiry Into Online Relationships” è riuscito a bissare anche negli USA il successo di “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (se una cosa non si può contestare al quartetto di Manchester è la grandiosità di taluni suoi titoli), arrivando cioè al numero 1, pronti e via in Gran Bretagna l’album guarda già tutti dall’alto in basso. Impresa che, oltre che all’immediato predecessore datato 2016, era riuscita pure al debutto del 2013 (semplicemente omonimo) del gruppo formato formalmente ben undici anni prima dal cantante e chitarrista ritmico Matt Healy, dal chitarrista solista Adam Hann, dal bassista Ross MacDonald e dal batterista George Daniel (tutti si sdoppiano a tastiere e sintetizzatori). Il che fa dei 1975 di gran lunga il gruppo “rock” under 30 di maggior visibilità di questi anni ’10 se non si contano robe imbarazzanti tipo gli Imagine Dragons o i Greta Van Fleet. Con una differenza rispetto a quegli altri là: che i 1975 la critica anglo-americana li adora. Per ragioni che proprio mi sfuggono.

Radici lontane in un punk di impronta emo, i ragazzi hanno via via forgiato un sound sempre più variegato, proteiforme fino all’inafferrabilità ma non lo dico in senso buono. Cosa tiene insieme un numero alla New Order come Give Yourself A Try e uno alla Radiohead circa “Kid A” quale The Man Who Married A Robot/Love Theme, la disco con auto-tune di Too Time Too Time Too Time e una ballata jazz notturna come Mine, la collisione Burial/Chemical Brothers How To Draw/Petrichor e una boiata schiettamente AOR come Love It If We Made It? Niente. In piccole dosi (scegliendo bene) “A Brief Inquiry…” può essere OK, nel complesso non si regge. In tutti i sensi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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The Good, The Bad & The Queen – Merrie Land (Studio 13)

Come nuova etichetta è talmente centrata – e insieme così ovvia – che mi lascia stupefatto che nessuno ci avesse pensato prima (se qualcuno l’ha fatto, non mi ci sono mai imbattuto; e in ogni caso infinite ricerche in Rete non hanno dato risultati): recensendo sul “Guardian” il secondo album (a quasi dodici anni dall’omonimo debutto) di The Good, The Bad & The Queen, Kitty Empire scrive di Anglicana. Ovverossia: una versione inglese della cosiddetta Americana, una faccenda a base di folk e music hall, con il rock (ma un rock che predilige la ballata) a mo’ di collante e come numi tutelari (questi li sto mettendo io) egualmente i Watersons e i Kinks più crepuscolari, la library music di scuola BBC e i Beatles con la passione per il vaudeville. Subito dopo racconta una Gun To The Head capace di partire bucolica e farsi psichedelica per quindi metamorfizzarsi in marcetta come una ricerca sull’essenza del carattere inglese svolta da dei Madness in costumi medioevali. Immagine esilarante e che peccato che non sia brillante almeno la metà questa nuova fatica del supergruppo formato dal cantante dei Blur Damon Albarn, dall’ex-chitarrista dei Verve Simon Tong, dall’ex-bassista dei Clash Paul Simonon e da Toni Allen, fra il resto storico batterista di Fela Kuti.

Ecco, quest’ultimo lo si sente proprio poco (ci fosse un altro percussionista nulla cambierebbe), né si fa notare granché di più Simonon. Ben più raccolto del predecessore (che non è che fosse così sfrenato), “Merrie Land” è un ritratto di un paese preda della depressione da Brexit in difetto di canzoni memorabili. Si fanno un po’ ricordare (oltre a quella citata dianzi) la sognante traccia omonima, la melodicamente circolare e ritmicamente sghemba The Great Fire e il cinematografico suggello The Poison Tree.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Un caso unico – Due parole su Mark Hollis (4/1/1955-25/2/2019)

Nel 1998 collaboravo a diverse riviste, ma sfortunatamente nessuna mi chiese di occuparmi dell’omonimo esordio da solista (pubblicato a sette anni dal quinto e ultimo Talk Talk) di Mark Hollis: per quanto mi riguarda, una delle esperienze di ascolto più intense di una vita intera trascorsa ad ascoltare musica. Naturalmente, contavo di rifarmi con un suo seguito. Mai avrei immaginato che avrei aspettato invano. E mi ritrovo ora a sperare, contro ogni logica, che il nostro uomo abbia lasciato un testamento – musicale – per ripagarci di tanta attesa e, soprattutto, di questo scherzo bruttissimo che ci ha fatto ieri.

A seguire una recensione di una raccolta tributo ai Talk Talk uscita a fine 2012: impresa improba quella in cui si lanciarono i partecipanti, con altalenanti esiti.

C’è chi non vende un disco e allora scende a compromessi e può capitare, se lo sostengono talento e fortuna, che diventi ricco e famoso. Non succede sovente (di solito ci si sputtana e basta) e tuttavia è ben più raro il caso opposto: di chi sfonda subito e poi prova a immaginarsi percorsi più arditi fidando che qualcuno lo seguirà. Pensate ai Radiohead, passati da un rock epidermico a uno tanto cerebrale da posizionarsi ai confini del genere, conservando nonostante ciò e addirittura incrementando una fama diffusa: come abbiano fatto non saprebbero probabilmente spiegarlo manco loro. Miracolo in precedenza non riuscito ai Talk Talk, protagonisti di uno dei più spettacolari suicidi commerciali di sempre, coincidente con un trionfo artistico con ancora meno termini di paragone. Per i più restano il gruppo di fortunati singoli synth-pop come It’s My Life e Such A Shame. Per pochi privilegiati sono coloro che preconizzarono il post-rock. E se i poetici, ostici e stupendi ultimi album “Spirit Of Eden” (’88) e “Laughing Stock (’91) paiono tuttora oggetti per molti versi alieni figuratevi quale impressione dovettero suscitare all’uscita. Perplesse le masse fuggivano, mentre rari illuminati se ne facevano cambiare la vita. Mark Hollis e soci scendevano precipitosamente nelle classifiche e quindi sparivano e basta.

Vendetta sublime vendetta che nel tempo il culto si sia costantemente allargato e lo testimonia questo doppio tributo, “Spirit Of Talk Talk”, che allinea protagonisti dell’indie attuale come del post-rock e dell’avanguardia. Si impegnano tutti al meglio, ma scontando immancabilmente il peccato originale di una musica troppo peculiare per reggere qualsiasi reinterpretazione che non stravolga, non destrutturi ulteriormente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013.

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Paul McCartney prima di Paul, più di Paul: Emitt Rhodes, enfant prodige

Paul McCartney prima di Paul e più di Paul, Emitt Rhodes, che nel 1969 investe i proventi di un paio di singoletti e un 33 giri dei disciolti Merry-Go-Round in un quattro piste Ampex, tre microfoni e un mixerino Shure e installa il tutto nel garage dei genitori a Hawthorne, suburbia di Los Angeles. Con ben altri mezzi economici a disposizione, il Baronetto si costruirà un analogo studio casalingo da lì a qualche mese e vi registrerà – in quasi perfetta solitudine, con un piccolo aiuto giusto della moglie Linda – il debutto da solista. Autarchia che farà scalpore. La sua l’enfant prodige Emitt (classe 1950! diciassettenne e già un veterano all’epoca della prima frequentazione delle classifiche) dovrà viceversa celarla per via di regolamenti sindacali che in California impongono che i dischi delle major vengano realizzati in sale di incisione professionali. In realtà quello che nell’autunno 1970 diventa il suo omonimo esordio non è che il demo che gli ha guadagnato il contratto per la ABC/Dunhill trasferito su un otto piste, con quattro aggiunte di parti vocali. Un altro illustre ossessionato dai Beatles quale Todd Rundgren prenderà nota.

Un noto sito definisce l’unico LP dei Merry-Go-Round una costola di “Magical Mystery Tour”. “Emitt Rhodes” si sceglie in quello stesso catalogo riferimenti più illustri, presentandosi con due pezzi favolosi come With My Face On The Floor e Somebody Made For Me che potrebbero provenire dal “White Album” e facendo andare loro dietro una scheggia da “Sgt. Pepper’s” chiamata She’s Such A Beauty. Non è che il primo quarto di un programma che nel prosieguo sa anche emanciparsi dagli evidenti numi tutelari, nel folk alla Donovan di Lullaby come nel rock alla Who della hit Fresh As A Daisy o nella ballata che anticipa certo Elton John Live Till You Die. Un numero 29 nella graduatoria di “Billboard” ingolosisce la Dunhill, che stoltamente chiede all’autore di sfornare seguiti al ritmo folle di uno ogni sei mesi. Per un po’ Rhodes più o meno ottempera – infilando uno via l’altro gli ineguali ma a tratti brillanti “Mirror”, “The American Dream” e “Farewell To Paradise” – e poi basta. Si ritira dalle scene e per il pop è una tragedia con come unico eguale il disapparire di Brian Wilson.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.184, settembre 2013.

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