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The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

La classe non è acqua, lo stile solo chi ce l’ha può darselo e, almeno a volte, puoi cominciare a giudicare un libro, o un disco, sin dalla copertina. Ad esempio tiri su questo quarto album degli Heliocentrics – e anzi ottavo contando come vanno contati quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles – e, posto di fronte al solito artwork strepitoso (il bello è che sono uno diversissimo dall’altro e tutti un po’ fanno intuire cosa si ascolterà), già sai che non potrà che essere stupendo. E infatti… Il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto continua a non sbagliare un colpo, un centro via l’altro da quel “Out There” che, esattamente dieci anni fa, cominciava a delineare un sound proteiforme: capace di collegare (tutte influenze dichiarate) James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra (chiaramente omaggiato nella ragione sociale), David Axelrod. Aggiungete attitudine psichedelica e devozione per il krautrock, una fascinazione totale per il Miles Davis elettrico come per l’Herbie Hancock cosmico. E poi trasportate il tutto nell’era dell’hip hop (in curriculum, all’inizio, anche una collaborazione con DJ Shadow) e del downtempo. Shakerate.

“World Of Masks” decolla su tangenti di soul astrale con Made Of The Sun e atterra con il raga frenetico di The Uncertainty Principle. Bisognerebbe citare praticamente tutto quanto sta in mezzo, si tratti di un’ultralisergica Time o di una traccia omonima che parte alla Charles Mingus e poi arabeggia, di una stralunatissima The Silverback o del serrato funky Square Wave. Spazio finito. Ne resta a sufficienza per segnalare i rimarchevoli apporti vocali di una nuova collaboratrice, la slovacca Barbara Patkova.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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It was 51 years ago today (1)

The Beach Boys – Pet Sounds (Capitol, 1966)

Migliore album di tutti i tempi per il “Times”. Passando alla stampa specializzata, l’undicesimo LP in studio dei Beach Boys è stato analogamente votato massimo capolavoro della popular music dal mensile “Mojo” nel 1995 e dal settimanale “New Musical Express” nel ’97. Nel 2003 il quattordicinale “Rolling Stone” lo piazzava invece “soltanto” secondo in una classifica di cinquecento titoli. Il primo? “Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, ossia un disco che Paul McCartney ha sempre dichiarato essere stato influenzatissimo proprio da “Pet Sounds”. Laddove Brian Wilson non ha mai nascosto che senza “Rubber Soul” (per inciso: quinto nella graduatoria di cui sopra) “Pet Sounds” sarebbe stato a sua volta parecchio diverso o, addirittura, non sarebbe stato per nulla. Non si dà probabilmente altro caso in questo volume di influenze reciproche tanto virtuose e produttive.

Di ritorno a inizio 1966 da un tour di tre settimane di Giappone e Hawaii, sono i restanti Boys (da un anno il leader ha annunciato il ritiro dagli spettacoli dal vivo) i primi a restare sbalorditi dai brani che il maggiore dei fratelli Wilson ha scritto nel frattempo. Ancora di più, dai complessi arrangiamenti che va cucendo loro addosso. Figurarsi allora quanto devono restare spiazzati alla Capitol da una musica che con le canzoncine surf d’antan dei ragazzi non condivide che l’intricatezza delle armonie vocali. Tutto è viceversa cambiato attorno, ricchissimo un tessuto strumentale che agli arnesi classici del rock – chitarra, basso e batteria – non si limita ad aggiungere un profluvio di archi e tastiere, ottoni e legni. Osa inserendo dal theremin al campanello di bicicletta, da un harpsichord a un abbaiare di cani, a una lattina di Coca Cola trasformata in percussione. Come i troppi e troppo spesso orrendi emuli chiariranno, non fossero validissime di partenza le canzoni, non fosse studiatissimo e misuratissimo ogni dettaglio questo pop-rock fra il sinfonico e lo psichedelico risulterebbe un indigeribile pasticcio. È invece la pietra miliare che dal giorno dell’uscita – 16 maggio 1966 – si dice che sia.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. A oggi sono passati esattamente cinquantun anni dall’uscita di “Pet Sounds”.

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Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros)

Considerato che nella corposa (sono in giro dall’83 e pubblicavano il primo album nell’86) discografia dei Flaming Lips se ne rintracciano tanti al pari bizzarri, forse non dovrei attaccarmi ai titoli. Nondimeno, registrata con favore una copertina stupenda, gemma di arte grafica ispirata dall’LSD, scorrere la scaletta di “Oczy Mlody” (polacco per “gli occhi dei giovani”) ha fatto suonare sirene d’allarme: There Should Be Unicorns, One Night While Hunting For Faeries And Witches And Wizards To Kill, Listening To The Frogs With Demon Eyes. E quindi a quarant’anni dal punk siamo da capo a parlare di fate, streghe, maghi e unicorni? “Finally The Punk Rockers Are Taking Acid”, informava il titolo di una vecchia antologia del gruppo di Oklahoma City e dal punto di vista della creatività era buona cosa, come certificato dai materiali lì raccolti e ribadito da una produzione successiva sempre intrigante con ogni tanto un mezzo o intero capolavoro: “The Soft Bulletin”, del 1999, il disco da avere volendone uno solo. È fra i migliori esempi di psichedelia orchestrale di sempre e da allora nel sound di Wayne Coyne e soci le chitarre cederanno il centro della ribalta alle tastiere. Si completava un percorso e non dico bisognasse farla finita lì, ma dopo gli ancora pregiati “Yoshimi Battles The Pink Robots” e “At War With The Mystics” sì. L’ultimo vedeva la luce nel ventennale del debutto e come congedo sarebbe stato perfetto.

Questo nuovo è il più deludente in una sequela di uscite dove si è progressivamente – in ogni senso! – ceduto alla bizzarria per la bizzarria, a spartiti che pur restando eccentrici si fanno tentare spesso dal barocco, inutilmente densi e arzigogolati. Ogni tanto ci scappa lo stesso la melodia memorabile, ma piglia uno schiaffo e torna mesta fra i ranghi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.384, febbraio 2017.

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Amerigo Verardi – Hippie Dixit (The Prisoner)

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Bel colpo, bel coraggio in un tempo in cui l’attenzione è sempre più volatile e una bulimia di ascolti porta a ingurgitare e digerire dischi tornando raramente sui propri passi (chi già approfondisce, laddove il resto del mondo funziona a Spotify e YouTube) pubblicare un lavoro siffatto. Non è solo perché è doppio e dura quasi cento minuti che “Hippie Dixit” è un album di altri tempi: fatto è che proprio come un album è stato concepito, che esige un approccio non distratto in una o due (trattandosi di doppio) sedute e rispettandone una scaletta congegnata per renderlo ciò che è. A mischiarla potrebbe risultare migliore o peggiore, ma certamente diverrebbe cosa “altra”. Così si segnala come una delle migliori e più suggestive uscite italiane (e non solo) del 2016.

Trentennale il percorso artistico del Verardi, avviato con i neo-psichedelici Allison Run e Betty’s Blues e proseguito, una volta abbandonato l’inglese per l’italiano nei testi, con altri nomi di culto come Lula e Lotus, un paio di collaborazioni con Marco Ancona e diversi dischi da solista, l’ultimo dei quali risaliva però a ben diciannove anni fa. A più riprese ha incrociato gente poi divenuta famosa (per dire: Carmen Consoli e Baustelle) e facilmente sarebbe potuto diventare famoso lui (chiedere a Manuel Agnelli, che lo stima) con il gusto che ha per la melodia insidiosa, che entra in testa senza parere. Stupito mi sono scoperto a canticchiarle alcune delle quattordici tracce che sfilano in un’opera monumentale e nondimeno del tutto fruibile: suggestioni mediterranee infiltrate alla Claudio Rocchi in un’idea di India, il primo Alan Sorrenti redivivo, Tangeri trasferita in una California che è quella di Tim Buckley ma ricollocata alle porte del Cosmo che, si sa, stanno lassù in Germania.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Tim Buckley, che oggi avrebbe settant’anni

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In questo lungo, lungo DVD – un’ora e cinquanta il corpo centrale e quaranta abbondanti minuti di extra – i due momenti chiave – i più illuminanti, i più toccanti, quelli che ti pigliano e ti appiccicano a un metaforico muro – sono entrambi legati alla medesima canzone, che è poi quella cui ha finito per restare maggiormente affidata (complice l’ultramondana lettura di This Mortal Coil) la memoria di Tim Buckley: Song To The Siren. Quasi subito ce ne viene offerta un’asciutta quanto magnifica versione, per sole voce e chitarra acustica, tratta da una puntata del “Monkees Show”. Il cultore buckleyano farà un salto alto così sulla poltrona non appena leggerà la data: 1967. Esatto: tre anni prima che il brano venisse infine inciso e incluso in “Starsailor”. La dice lunga su che razza di artista fosse il Nostro che, ospite di uno spettacolo televisivo di enorme successo, in luogo di promuovere il suo ultimo album facesse ascoltare una canzone appena composta. L’altra Song To The Siren non è cantata bensì recitata, dall’uomo che ne scrisse il testo, dall’uomo cui dobbiamo tanti altri testi di canzoni del Buckley padre. Oggi un vecchio hippy dal fisico che fa tanto Budda e dall’aria adeguatamente pacata e saggia, Larry Beckett attacca i familiari versi con un’intensità dolente che toglie il respiro. Finisce, il disco torna alla schermata principale e passano minuti – così chi scrive – prima che di nuovo ci si raccapezzi e si scelga se andare avanti per quel poco che manca, tornare indietro, cominciare daccapo.

Raccontata attraverso quattordici filmati d’epoca (tutte registrazioni dal vivo, quasi tutte realizzate in origine per la TV e mai più viste) e un sapiente montaggio di interviste che li intervallano, e incastonata fra queste due Song To The Siren, c’è la storia di uno degli artisti più straordinari e singolari che mai abbiano abitato il panorama del rock, ammesso che con costui abbia un senso usare la suddetta etichetta, o qualunque altra. Dal folk-rock visionario di No Man Can Find The War (1967) alla psichedelia felicemente fuori tempo massimo di Sally Go Down The Roses e The Dolphins (1974), le due canzoni da salvare di un mezzo naufragio chiamato “Sefronia”, seguito della discussa svolta funk di “Greetings From L.A.” e prologo al purtroppo indifendibile congedo di “Look At The Fool”. E si resta ulteriormente stupefatti se ci si ferma un attimo a riflettere come nella vicenda di Tim Buckley anche questo fu eccezionale, oltre a una voce di una potenza e una duttilità inaudite e a un’ansia sperimentale che lo portò a trattare il rock come fosse free jazz: che si consumò in un arco di tempo tanto breve, l’esordio a diciannove anni, la morte a ventotto. Fra il ’67 e il ’70 l’artista californiano metteva in fila qualcosa come cinque – cinque! – assoluti capolavori. Interi universi a separare “Goodbye & Hello” da “Starsailor” e – a proposito e che vergogna – scopro che quest’ultimo titolo è attualmente fuori catalogo, come del resto il quasi altrettanto capitale “Blue Afternoon”, e che su amazon.com il CD (il CD!) è in vendita a 120 dollari. E a che serve allora che continui – questo DVD forse però il definitivo punto a capo – il lavoro di recupero e riordino degli archivi avviato nel 1990 da “Dream Letter”?

(Audio d’epoca e dalla TV e dunque di qualità altalenante e mai stellare come la musica avrebbe meritato. Chi ha restaurato ha fatto il possibile, ringraziamolo e accontentiamoci. Spiace piuttosto, giacché le testimonianze di Lee Underwood, Larry Beckett e David Browne sono assai interessanti, che manchino i sottotitoli. Chi non padroneggia l’inglese è quindi condannato a perdersele.)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.279, maggio 2007.

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I migliori album del 2016 (3): Ray LaMontagne – Ouroboros (RCA)

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Per essere perfetto al sesto album di Ray LaMontagne manca forse un disco: ai quaranta minuti scarsi (appena meno della durata standard per un artista che pure in questo ha sempre avuto senso della misura) di queste otto nuove incisioni in studio sarebbe stato carino aggiungere un live. Altre due ideali facciate nelle quali riprendere brani scelti del repertorio passato possibilmente rivisitandoli alla luce di questo sound nuovo ma antico. Il mitologico serpente cui allude il titolo dell’opera si sarebbe allora davvero morso la coda e gli anni ’10 avrebbero avuto il loro “Ummagumma”. Dirà qualcuno che non ne hanno bisogno. Ma anche sì? Concettualmente sarebbe stato comunque un colpo da maestro.

Curioso che l’album con il potenziale commerciale maggiore del nostro uomo abbia avuto una performance relativamente deludente, fuori dai Top 10 USA quando i tre immediati predecessori erano tutti saliti fino a una vertiginosa terza posizione. In compenso, in questa nostra epoca superficiale in cui l’interesse per un disco si esaurisce in una raffica di recensioni pubblicate in contemporanea (perché è diventato inconcepibile arrivare secondi) e in tre o quattro giorni di commenti sui social media, “Ouroboros” ha tutte le qualità per restare. A partire dal singolo che avrebbe dovuto lanciarlo e che invece (non che LaMontagne abbia mai frequentato quella di hit parade) è stato un flop. E tuttavia Hey, No Pressure si candida all’eternità spicciola di radio che potrebbero averlo in rotazione pure fra decenni, forte di un’epica Led Zeppelin che è qui uno dei due soli punti di contatto, essendo l’altro il blues slowcore The Changing Man che gli va subito dietro, con l’album prima, “Supernova”, una produzione di Dan Auerbach dei Black Keys, ricorderete. Sono i due episodi più turgidi di una prima metà/facciata di programma aperta dall’estatico/narcotico folk-rock di Homecoming e suggellata dal coro ultraterreno con cui ci si congeda dalla febbrilmente solenne While It Still Beats. Lo giriamo?

Se finora la roca voce baritonale di Ray LaMontagne lo aveva fatto collocare in una landa mediana fra Van Morrison e Tim Buckley, mentre gli spartiti riuscivano incredibilmente a fare incrociare Nick Drake e la Band, qui gli angoli sono vistosamente smussati e un chiaro referente pare – ebbene sì – Roger Waters. Più che altrove naturalmente nel tour de force di In My Own Way, 6’36” da qualche parte fra “Meddle” e “Wish You Were Here” e dunque dalle parti di “Dark Side Of The Moon”. Fatto salvo che lo si trasloca in California (Jonathan Wilson osserva benevolo). Fatto salvo che il languore salva l’assieme da certo un po’ frigido perfezionismo floydiano. Seguono la ballatona ultrapsych Another Day e, dopo lo strumentale A Murmuration Of Starlings nei cui crediti si torna a cercare il nome di David Gilmour, il piccolo gran finale Wouldn’t It Make A Lovely Photograph: come una novella Hurdy Gurdy Man (Donovan) con vista sul Laurel Canyon. Tutta roba già sentita, interverrà cinico il qualcuno di cui sopra. D’accordo. Qui la si vuole sentire ancora. E ancora. E ancora. Per tutti gli altri c’è Bon Iver.

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