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Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros)

Considerato che nella corposa (sono in giro dall’83 e pubblicavano il primo album nell’86) discografia dei Flaming Lips se ne rintracciano tanti al pari bizzarri, forse non dovrei attaccarmi ai titoli. Nondimeno, registrata con favore una copertina stupenda, gemma di arte grafica ispirata dall’LSD, scorrere la scaletta di “Oczy Mlody” (polacco per “gli occhi dei giovani”) ha fatto suonare sirene d’allarme: There Should Be Unicorns, One Night While Hunting For Faeries And Witches And Wizards To Kill, Listening To The Frogs With Demon Eyes. E quindi a quarant’anni dal punk siamo da capo a parlare di fate, streghe, maghi e unicorni? “Finally The Punk Rockers Are Taking Acid”, informava il titolo di una vecchia antologia del gruppo di Oklahoma City e dal punto di vista della creatività era buona cosa, come certificato dai materiali lì raccolti e ribadito da una produzione successiva sempre intrigante con ogni tanto un mezzo o intero capolavoro: “The Soft Bulletin”, del 1999, il disco da avere volendone uno solo. È fra i migliori esempi di psichedelia orchestrale di sempre e da allora nel sound di Wayne Coyne e soci le chitarre cederanno il centro della ribalta alle tastiere. Si completava un percorso e non dico bisognasse farla finita lì, ma dopo gli ancora pregiati “Yoshimi Battles The Pink Robots” e “At War With The Mystics” sì. L’ultimo vedeva la luce nel ventennale del debutto e come congedo sarebbe stato perfetto.

Questo nuovo è il più deludente in una sequela di uscite dove si è progressivamente – in ogni senso! – ceduto alla bizzarria per la bizzarria, a spartiti che pur restando eccentrici si fanno tentare spesso dal barocco, inutilmente densi e arzigogolati. Ogni tanto ci scappa lo stesso la melodia memorabile, ma piglia uno schiaffo e torna mesta fra i ranghi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.384, febbraio 2017.

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Amerigo Verardi – Hippie Dixit (The Prisoner)

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Bel colpo, bel coraggio in un tempo in cui l’attenzione è sempre più volatile e una bulimia di ascolti porta a ingurgitare e digerire dischi tornando raramente sui propri passi (chi già approfondisce, laddove il resto del mondo funziona a Spotify e YouTube) pubblicare un lavoro siffatto. Non è solo perché è doppio e dura quasi cento minuti che “Hippie Dixit” è un album di altri tempi: fatto è che proprio come un album è stato concepito, che esige un approccio non distratto in una o due (trattandosi di doppio) sedute e rispettandone una scaletta congegnata per renderlo ciò che è. A mischiarla potrebbe risultare migliore o peggiore, ma certamente diverrebbe cosa “altra”. Così si segnala come una delle migliori e più suggestive uscite italiane (e non solo) del 2016.

Trentennale il percorso artistico del Verardi, avviato con i neo-psichedelici Allison Run e Betty’s Blues e proseguito, una volta abbandonato l’inglese per l’italiano nei testi, con altri nomi di culto come Lula e Lotus, un paio di collaborazioni con Marco Ancona e diversi dischi da solista, l’ultimo dei quali risaliva però a ben diciannove anni fa. A più riprese ha incrociato gente poi divenuta famosa (per dire: Carmen Consoli e Baustelle) e facilmente sarebbe potuto diventare famoso lui (chiedere a Manuel Agnelli, che lo stima) con il gusto che ha per la melodia insidiosa, che entra in testa senza parere. Stupito mi sono scoperto a canticchiarle alcune delle quattordici tracce che sfilano in un’opera monumentale e nondimeno del tutto fruibile: suggestioni mediterranee infiltrate alla Claudio Rocchi in un’idea di India, il primo Alan Sorrenti redivivo, Tangeri trasferita in una California che è quella di Tim Buckley ma ricollocata alle porte del Cosmo che, si sa, stanno lassù in Germania.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Tim Buckley, che oggi avrebbe settant’anni

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In questo lungo, lungo DVD – un’ora e cinquanta il corpo centrale e quaranta abbondanti minuti di extra – i due momenti chiave – i più illuminanti, i più toccanti, quelli che ti pigliano e ti appiccicano a un metaforico muro – sono entrambi legati alla medesima canzone, che è poi quella cui ha finito per restare maggiormente affidata (complice l’ultramondana lettura di This Mortal Coil) la memoria di Tim Buckley: Song To The Siren. Quasi subito ce ne viene offerta un’asciutta quanto magnifica versione, per sole voce e chitarra acustica, tratta da una puntata del “Monkees Show”. Il cultore buckleyano farà un salto alto così sulla poltrona non appena leggerà la data: 1967. Esatto: tre anni prima che il brano venisse infine inciso e incluso in “Starsailor”. La dice lunga su che razza di artista fosse il Nostro che, ospite di uno spettacolo televisivo di enorme successo, in luogo di promuovere il suo ultimo album facesse ascoltare una canzone appena composta. L’altra Song To The Siren non è cantata bensì recitata, dall’uomo che ne scrisse il testo, dall’uomo cui dobbiamo tanti altri testi di canzoni del Buckley padre. Oggi un vecchio hippy dal fisico che fa tanto Budda e dall’aria adeguatamente pacata e saggia, Larry Beckett attacca i familiari versi con un’intensità dolente che toglie il respiro. Finisce, il disco torna alla schermata principale e passano minuti – così chi scrive – prima che di nuovo ci si raccapezzi e si scelga se andare avanti per quel poco che manca, tornare indietro, cominciare daccapo.

Raccontata attraverso quattordici filmati d’epoca (tutte registrazioni dal vivo, quasi tutte realizzate in origine per la TV e mai più viste) e un sapiente montaggio di interviste che li intervallano, e incastonata fra queste due Song To The Siren, c’è la storia di uno degli artisti più straordinari e singolari che mai abbiano abitato il panorama del rock, ammesso che con costui abbia un senso usare la suddetta etichetta, o qualunque altra. Dal folk-rock visionario di No Man Can Find The War (1967) alla psichedelia felicemente fuori tempo massimo di Sally Go Down The Roses e The Dolphins (1974), le due canzoni da salvare di un mezzo naufragio chiamato “Sefronia”, seguito della discussa svolta funk di “Greetings From L.A.” e prologo al purtroppo indifendibile congedo di “Look At The Fool”. E si resta ulteriormente stupefatti se ci si ferma un attimo a riflettere come nella vicenda di Tim Buckley anche questo fu eccezionale, oltre a una voce di una potenza e una duttilità inaudite e a un’ansia sperimentale che lo portò a trattare il rock come fosse free jazz: che si consumò in un arco di tempo tanto breve, l’esordio a diciannove anni, la morte a ventotto. Fra il ’67 e il ’70 l’artista californiano metteva in fila qualcosa come cinque – cinque! – assoluti capolavori. Interi universi a separare “Goodbye & Hello” da “Starsailor” e – a proposito e che vergogna – scopro che quest’ultimo titolo è attualmente fuori catalogo, come del resto il quasi altrettanto capitale “Blue Afternoon”, e che su amazon.com il CD (il CD!) è in vendita a 120 dollari. E a che serve allora che continui – questo DVD forse però il definitivo punto a capo – il lavoro di recupero e riordino degli archivi avviato nel 1990 da “Dream Letter”?

(Audio d’epoca e dalla TV e dunque di qualità altalenante e mai stellare come la musica avrebbe meritato. Chi ha restaurato ha fatto il possibile, ringraziamolo e accontentiamoci. Spiace piuttosto, giacché le testimonianze di Lee Underwood, Larry Beckett e David Browne sono assai interessanti, che manchino i sottotitoli. Chi non padroneggia l’inglese è quindi condannato a perdersele.)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.279, maggio 2007.

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I migliori album del 2016 (3): Ray LaMontagne – Ouroboros (RCA)

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Per essere perfetto al sesto album di Ray LaMontagne manca forse un disco: ai quaranta minuti scarsi (appena meno della durata standard per un artista che pure in questo ha sempre avuto senso della misura) di queste otto nuove incisioni in studio sarebbe stato carino aggiungere un live. Altre due ideali facciate nelle quali riprendere brani scelti del repertorio passato possibilmente rivisitandoli alla luce di questo sound nuovo ma antico. Il mitologico serpente cui allude il titolo dell’opera si sarebbe allora davvero morso la coda e gli anni ’10 avrebbero avuto il loro “Ummagumma”. Dirà qualcuno che non ne hanno bisogno. Ma anche sì? Concettualmente sarebbe stato comunque un colpo da maestro.

Curioso che l’album con il potenziale commerciale maggiore del nostro uomo abbia avuto una performance relativamente deludente, fuori dai Top 10 USA quando i tre immediati predecessori erano tutti saliti fino a una vertiginosa terza posizione. In compenso, in questa nostra epoca superficiale in cui l’interesse per un disco si esaurisce in una raffica di recensioni pubblicate in contemporanea (perché è diventato inconcepibile arrivare secondi) e in tre o quattro giorni di commenti sui social media, “Ouroboros” ha tutte le qualità per restare. A partire dal singolo che avrebbe dovuto lanciarlo e che invece (non che LaMontagne abbia mai frequentato quella di hit parade) è stato un flop. E tuttavia Hey, No Pressure si candida all’eternità spicciola di radio che potrebbero averlo in rotazione pure fra decenni, forte di un’epica Led Zeppelin che è qui uno dei due soli punti di contatto, essendo l’altro il blues slowcore The Changing Man che gli va subito dietro, con l’album prima, “Supernova”, una produzione di Dan Auerbach dei Black Keys, ricorderete. Sono i due episodi più turgidi di una prima metà/facciata di programma aperta dall’estatico/narcotico folk-rock di Homecoming e suggellata dal coro ultraterreno con cui ci si congeda dalla febbrilmente solenne While It Still Beats. Lo giriamo?

Se finora la roca voce baritonale di Ray LaMontagne lo aveva fatto collocare in una landa mediana fra Van Morrison e Tim Buckley, mentre gli spartiti riuscivano incredibilmente a fare incrociare Nick Drake e la Band, qui gli angoli sono vistosamente smussati e un chiaro referente pare – ebbene sì – Roger Waters. Più che altrove naturalmente nel tour de force di In My Own Way, 6’36” da qualche parte fra “Meddle” e “Wish You Were Here” e dunque dalle parti di “Dark Side Of The Moon”. Fatto salvo che lo si trasloca in California (Jonathan Wilson osserva benevolo). Fatto salvo che il languore salva l’assieme da certo un po’ frigido perfezionismo floydiano. Seguono la ballatona ultrapsych Another Day e, dopo lo strumentale A Murmuration Of Starlings nei cui crediti si torna a cercare il nome di David Gilmour, il piccolo gran finale Wouldn’t It Make A Lovely Photograph: come una novella Hurdy Gurdy Man (Donovan) con vista sul Laurel Canyon. Tutta roba già sentita, interverrà cinico il qualcuno di cui sopra. D’accordo. Qui la si vuole sentire ancora. E ancora. E ancora. Per tutti gli altri c’è Bon Iver.

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I migliori album del 2016 (15): Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Dead Oceans)

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Lo si scrisse di “Fanfare” di Jonathan Wilson: il suo solo vero difetto era l’esser stato preceduto da un abbagliante capolavoro (ormai con il distacco dato dal tempo lo si può dire, sì, come di pochissima altra roba uscita nel secolo nuovo) quale “Gentle Spirit”. Similmente, la fregatura per “Golden Sings That Have Been Sung” è l’avere avuto come predecessore “Primrose Green”. Si era ancora intenti a mandarlo a memoria, districandosi fra trame squisite capaci di intrecciare i Pentangle e Nick Drake, Tim Buckley e Tim Hardin, Davy Graham come Miles Davis, John Martyn e Van Morrison, quando ecco che ci arriva fra capo e collo “il difficile terzo album” (a questo punto, del pur pregiato debutto sulle orme di Fahey “All Kinds Of You” non si ricorda più nessuno). E dopo uno, due, tre pur eccitati ed eccitanti passaggi un’evidenza si appalesa: la magia non è la stessa. E allora per rendere giustizia a “Golden Sings That Have Been Sung” converrà forse fingere. Magari che sia un esordio? In fondo il ventisettenne Ryley per questi tempi nostri che spostano sempre più avanti le età della vita è un imberbe pischello. Per cominciare eventualmente ad ammorbarci con la fine dei suoi vent’anni ha ancora tempo.

Come debutto “Golden Sings…” sarebbe straordinario. Invocherebbe la stessa pletora di superlativi convocata per elogiare “Primrose Green” e anche uno in più: maturo. Perché a bene ascoltare le influenze che avevano plasmato quello sono ancora ben presenti ma un po’ sfumano le une dentro le altre, un po’ vengono retrocesse in secondo piano a favore di una scrittura più personale. La pietra miliare resterà probabilmente quell’altro e tuttavia nella prospettiva di una carriera di lungo corso questo potrebbe risultare più importante. Il primo disco in cui Ryley Walker comincia a non suonare più come una sinossi di tutti i classici che ha ascoltato e a esser se stesso. Bisogna prima o poi assassinarli, i padri.

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Frank Ocean – Blonde (Boys Don’t Cry)

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L’unico artista al mondo che abbia collaborato sia con Justin Bieber che con Mick Jones? Eccolo, Christopher Edwin Breaux, universalmente noto come Frank Ocean e universalmente non per modo di dire, visto che l’album prima – “Channel Orange”, debutto “vero” dopo un già acclamato mixtape – esordiva nel 2012 al numero due nella classifica USA, veniva proclamato “disco dell’anno” nell’“HMV Poll Of Polls” e riceveva sei candidature ai Grammy. Questo si è piazzato subito primo, non solo negli Stati Uniti ma anche in Gran Bretagna e in una sfilza di altri paesi che non sto a elencare, collezionando in contemporanea le recensioni più ditirambiche del 2016, con tanto di approfondite analisi musicali e testuali. Tutti in piedi ad applaudire, vecchi arnesi della stampa rock così come giovani influenzatori del Web, e mi piacerebbe tanto unirmi al coro. Se non altro perché umanamente nutro una stima e una simpatia enormi per chi ha osato – provenendo sostanzialmente da un ambito, l’hip hop, non proprio progressista in materia – dichiarare che la prima persona di cui si innamorò fu un uomo. Mi piacerebbe, ma ho un grosso problema con Frank Ocean, che è poi un problema con larga parte del pop e della black odierni e non solo (vedasi recensione di Bon Iver): ed è un problema con quell’infernale audio processore chiamato auto-tune, (ab)usato per deformare la voce. Qui è ovunque.

Mi risulta allora impossibile apprezzare il tanto di buono che pure ci sarebbe in una forma invero sperimentale e modernissima di R&B, dilatata e sognante (si potrebbe dire psichedelica), disegno di tessiture raffinatissime sotto l’apparente svagatezza. Provo per un attimo a immaginarmi cosa sarebbe stato, per dire, uno “What’s Goin’ On” con la voce costantemente filtrata e mi pigliano conati. Di vomito e d’ira.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016. Il numero di battute contingentato non mi ha dato modo di scrivere un altro paio di cose che penso riguardo a quest’album e sul perché trovarmi alle prese con l’esperienza complessiva “Blonde” abbia suscitato in me un’irritazione con pochi precedenti in un’ultratrentennale carriera di recensore. La prima (affrontata da Federico Guglielmi nell’editoriale del numero in questione): non se ne può già più di dischi “virtuali” come questo, pubblicati all’inizio solo sul Web, magari in esclusiva su questa o quella piattaforma, e soltanto in un secondo momento resi disponibili in poche (e costosissime) copie fisiche. La seconda: ci dev’essere qualcosa di profondamente sbagliato se si finisce per parlare quasi più di come viene distribuito un album che dell’album stesso. Ne aggiungo una terza, dai: non ci si dovrebbe trovare costretti ad ascoltare la musica in mp3.

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