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I migliori album del 2020 (9): The Dream Syndicate – The Universe Inside (Anti-)

In fondo si poteva essere già più che soddisfatti così: che, riaffacciatisi a sorpresa alla ribalta nel 2012, dopo essersi limitati per qualche tempo a regalare ai nostalgici un jukebox ovviamente irresistibile (ma che altrettanto ovviamente nulla aggiungeva alla loro epopea) del fantastico repertorio d’antan i Dream Syndicate avessero ingrossato il catalogo con due album eccellenti quali “How Did I Find Myself Here?” (2017) e “These Times” (2019) era tanta roba. Giustificava abbondantemente la rimpatriata e a maggior ragione perché, fuori da quell’ambito, Steve Wynn mai era andato al di là di un’onesta routine da cantautore rock, con i suoi numerosi lavori da solista, o aveva ricreato un’alchimia di gruppo, con Gutterball e Baseball Project, che fosse nemmeno lontanamente paragonabile. Sicché da “The Universe Inside” non ci si attendeva che un ulteriore ispirato procedere sulla retta via. Mica una deviazione talmente radicale da togliere il respiro! Dei Dream Syndicate letteralmente inauditi e dire che dal vivo sin dai primordi la band mai si è negata la jam strumentale al centro o in coda ai brani che meglio si prestavano. Non alla maniera dei Grateful Dead o degli Allman Brothers, beninteso, con i quali i nostri eroi poco se non nulla hanno mai condiviso, quanto piuttosto con cavalcate alla Crazy Horse quando a prendersi precipuamente la ribalta sono le chitarre, alla Velvet Underground quando basso e batteria vi giocano un ruolo paritetico. Certo krautrock giusto una suggestione assorbita per tramite dell’influenza esercitata su esso da questi ultimi, il jazz un’idea appena pure nell’epopea nominalmente esplicita di un John Coltrane Stereo Blues.

Sicché di Regulator la prima cosa a spiazzare è l’implacabilità motoristica, alla Neu!, della ritmica che sottende il duellare/duettare di chitarre da qualche parte fra i Quicksilver Messenger Service che reinventavano Bo Diddley e gli Amon Düül II che trasportavano la California dei Quicksilver stessi alle porte del cosmo su in Germania. Non temperata bensì magnificata da inserti tastieristici e da un sassofono che spennella afrobeat e sputacchia free. Per un totale di venti minuti e ventisette secondi così, subito, tanto per gradire. Fa più di un terzo di un programma poco sotto l’ora e che si compone di altre quattro tracce soltanto di cui giusto quella immediatamente successiva, The Longing, in forma vagamente canonica di canzone, chiari echi di Paisley Underground a risuonarvi e però la sapete una cosa? Più che i Dream Syndicate paiono i Rain Parade. A seguire: i Velvet girati space rock di una Apropos Of Nothing da cui a un certo punto balena a mo’ di nave in fiamme al largo dei bastioni di Orione il riff di Third Stone From The Sun e gli Hawkwind traslati in fanfara funky-jazz di Dusting Off The Rust. E infine: una Slowest Rendition che è scheggia (insomma… 10’53”…) di un “Bitches Brew” con già in testa “On The Corner”. Miles Davis, ecco: c’è molto Davis, e molto Teo Macero, in un disco che è stato tagliato e cucito partendo da ottanta minuti di improvvisazioni live cui sono state aggiunte a posteriori solo le parti vocali e giustappunto fiatistiche (un superbo Marcus Tenney diviso fra sax e tromba). La curiosità ora è scoprire, quando infine si potrà, se in concerto li ascolteremo mai dei Dream Syndicate così. Se “The Universe Inside” resterà un folgorante unicum o marcherà per Wynn e sodali l’inizio di una terza vi(t)a.

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I migliori album del 2020 (10): Khruangbin – Mordechai (Dead Oceans)

Se mai è esistito un altro gruppo capace di racchiudere in sé e rappresentare al meglio le possibilità immani del meticciato in musica alla maniera di questo trio formatosi nel 2009 a Houston, ebbene, per quanto ci abbia riflettuto il recensore non ne serba memoria. Internazionalisti, il chitarrista Mark Speer, la bassista Laura Lee e il batterista Donald “DJ” Johnson, sin dalla scelta di un nome ─ dal thailandese per “aeroplano” ─ che oggi a dire il vero un po’ rimpiangono perché di grafia e pronuncia (quella corretta dovrebbe essere “crungbin”) difficili. Non dovrebbero preoccuparsene. Proprio quest’album, il loro terzo e il primo non puramente strumentale (a cantare è perlopiù, accentuando un piglio già da femme fatale, Laura Lee), potrebbe farne delle superstar. D’altronde: era forse iscritto nel destino di chi frequentò la stessa chiesa di Beyoncé e Solange.

“Mordechai” si mette alle spalle i pur fascinosi particolarismi dei pur ottimi “The Universe Smiles Upon You” (2015) e “Con todo el mundo” (2018) facendo amalgama come mai prima e mai in maniera tanto seducente di influenze che vanno dal thai-rock (!) degli anni ’60 e ’70 al reggae passando per il pop iraniano (!!!) e le colonne sonore degli spaghetti western, per soul, funk e rhythm’n’blues vintage come per la psichedelia, l’afrobeat e la highlife, il cosmic jazz, la cumbia. In genere languidi i Khruangbin ma sempre con un senso del groove, irresistibile per dire la schietta disco di Time (You And I), invincibile. Evocano Roy Ayers in First Class e Gainsbourg in Connaissais de face, viaggiano dalla Colombia di Pelota alla Giamaica di One To Remember per approdare in Shida a un Oriente dell’anima. Il brano-chiave è Father Bird, Mother Bird: potrebbe essere la loro Samba pa ti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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The Heliocentrics – Telemetric Sounds (Madlib Invazion)

Per chi aveva letto un’intervista pubblicata su un noto mensile britannico all’altezza dell’uscita in febbraio di “Infinity Of Now” l’arrivo nei negozi di un secondo album degli Heliocentrics a sette mesi da un predecessore che si era fatto attendere quasi tre anni non è una sorpresa. Il batterista Malcolm Catto, da sempre e cioè dal 2005 il punto fermo (assieme al bassista Jake Ferguson) intorno a cui ruota il collettivo londinese, già ne parlava, svelandone oltre al titolo le singolari modalità di realizzazione: frutto in parte di una jam di quaranta minuti decollata mentre i musicisti attendevano in studio il ritorno della cantante Barbora Patkova, in pausa pranzo, e poi editata, con a integrare la scaletta altri strumentali distanti dal mood prevalente nel disco dato alle stampe per primo. Per quanto (dico io e a suo tempo lo scrissi) in quella stupenda sinossi di uno stile musicale imprendibile a base di funk e jazz elettrico, psichedelia e krautrock, trip-hop, musiche etniche e colonne sonore di impronta ’60/primi ’70 a tratti facessero capolino degli Heliocentrics singolarmente ansiogeni e malevoli, come mai in precedenza. Sentimento che in “Telemetric Sounds” si fa dominante.

Accade così che un disco inciso prima che il covid-19 mettesse il mondo a soqquadro si ritrovi a offrire fondali perfetti per questi tempi lividi, con un po’ di requie giusto quasi a fondo corsa, con una flemmatica e in odore di blaxploitation The Opening, un attimo prima che una stralunata, dissonante Left To Our Own Devices chiuda il cerchio aperto da una traccia omonima fra il motoristico e il derviscio. Curiosamente, dalle ritmiche sghembe e dai fraseggi free di Devistation balena un’eco dei Pink Floyd di Money.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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Julian Cope – Never say carpe diem

Danzare di architettura

All’inizio era l’emozione. Il verbo è venuto in seguito per sostituire l’emozione, come il trotto sostituisce il galoppo, mentre la legge naturale del cavallo è il galoppo: lo si mette al trotto. Si è strappato l’uomo alla poesia emotiva per indurlo nella dialettica, cioè nella confusione, non è così?” (Louis-Ferdinand Céline)

Ciò che è ammirevole è inesplicabile.” (Ursula K. Le Guin)

La musica è il genere di arte perfetto. La musica non può mai rivelare il suo segreto più nascosto.” (Oscar Wilde)

È la vecchia questione, tante volte dibattuta e mai risolta: si può raccontare la musica? Si può spiegarne la magia o è impresa improba se non impossibile, come sarebbe descrivere il Partenone a passi di danza? Postulando che la risposta sia affermativa (se no che senso avrebbe che qualcuno ne scriva, di musica, e altri leggano? – insomma: perché perdere tempo a fare “Dynamo”? e a che pro stiamo dialogando?), sorge un altro quesito: come? Taluni, ricordando che la musica è una faccenda matematica e la matematica domanda (è) precisione, se la cavano riducendo tutto o quasi al dato tecnico: accordi, scale, tempi, vuoti e pieni, incastri, e via smontando, tentando di spiegare l’armoniosa bellezza dell’assieme con la perfezione della singola parte. Solo che tante parti perfette non necessariamente fanno un tutt’uno di valore. Solo che dilungarsi sulle strutture e trascurare la personalità dell’artista e lo spirito del suo tempo vuole dire mettere sullo sfondo il significato ultimo che intendeva trasmettere. È fare dell’atto amoroso un esercizio ginnico. È dimenticare che se la musica è la più universale delle arti è perché ha una capacità senza pari di toccare il cuore dell’uomo. Tanto per intenderci, che mai è lo stile sullo strumento di Chuck Berry? Un chitarrismo essenziale, ripetitivo, monotono, caratterizzato da “double stop” (due note suonate insieme in strisciato) e “bending” fatto contemporaneamente su due corde (di solito, Si e Sol), oppure la pietra angolare del Creato?

Se siete del partito dei primi, quelli che spiegano il Partenone partendo dai marmi, per voi Madmax, il secondo degli otto brani che compongono “Autogeddon”, album di Julian Cope ancora piuttosto recente (è uscito sul principio della scorsa estate) ma già raggiunto in discografia da un altro lavoro (di più, al riguardo, verso fondo corsa), non sarà che una cosuccia banale, una ballata costruita su una melodia folk già sentita e elementare, diosanto, quanto elementare. Spero non siate in molti a pensarla così e, nel caso, avete tutta la mia compassione. Per me, sono i tre LP di Nick Drake e i primi quattro di Tim Buckley fusi in 3’37”: un sogno e ancora di più, un miracolo. Come è tipico degli artisti grandi ma grandi davvero, l’opera di Julian Cope vale più della somma delle sue componenti. Per lui due più due, come minimo, fa otto.

 Prosegue per altre 14.185 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.5, marzo 1995. Julian Cope festeggia oggi il suo sessantatreesimo compleanno.

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I sogni a colori dei Kaleidoscope (quelli inglesi)

È uno dei grandi misteri della storia del rock come sia potuto accadere che questa compagine inglese – omonima di un gruppo statunitense al pari geniale e sfortunato – sia stata ignorata dal pubblico del suo tempo (da cui le altissime quotazioni sul mercato collezionistico delle stampe originali di questo e del successivo LP) e a lungo dimenticata: fino a metà anni ’80 e a un paio di riedizioni non autorizzate sveltamente sostituite da stampe 5 Hours Back legali e splendidamente suonanti (oggi circolano due CD Fingerprint con pezzi aggiunti e una raccolta su Fontana, “Dive Into Yesterday”). E dire che John Peel i Kaleidoscope li adorava e con lui tutti gli altri dj delle radio pirata (Flight From Ashiya uno dei pezzi più trasmessi di inizio ’67). E dire che l’oracolo pop (definizione di “Mojo”) “The Daily Sketch” ebbe ad affermare che “le loro canzoni sono le migliori che si siano sentite dopo i Beatles”. Un’esagerazione? Più del comunque eccellente “Faintly Blowing” (1969 e meno estroso, sebbene lo sia lo stesso assai, con echi di Incredible String Band e Dylan in un melodioso tessuto infiltrato di trame progressive), “Tangerine Dream” (Fontana, 1967) è certificazione di valore assoluto, ammaliante percorso in cui di continuo ci si imbatte in ritornelli fulminanti e intarsi strumentali mozzafiato, coloratissimo come ragione sociale richiedeva e in generale un sogno a occhi aperti da far tutti bambini. Nulla da invidiare a “Sgt. Pepper’s”. Anzi!

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.15, autunno 2004. In memoria di Eddy Pumer (7/10/1947-21/9/2020).

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Play twice before listening (per Simeon Coxe, che adesso è sulla luna)

Se n’è andato ieri un artista grandissimo e per gran parte della sua vita misconosciuto. I suoi Silver Apples furono i Suicide dell’era psichedelica. Li anticiparono dunque, i Suicide.

Silver Apples (Kapp, 1968)

“Play twice before listening”: è questa bizzarra avvertenza a introdurre al primo 33 giri dei newyorkesi Silver Apples (una citazione da Yeats via Morton Subotnick). Per niente provocatoria, scherzosa o semplicemente sciocca, come potrebbe parere d’acchito. Pensate che effetto dovettero fare Simeon Coxe e Dan Taylor ─ il primo al comando di uno strumento formato da nove oscillatori e ottantasei controlli manuali, il secondo alle prese con una batteria di tredici tamburi, quattro cimbali e altre percussioni con cui sviluppava (parole del manager Barry Bryant) “un suo sistema di pulsazioni dalle cadenze matematiche, creando sia Ritmo che Melodia” ─ ai contemporanei: anche in quell’era di sperimentazioni spintissime sembrarono probabilmente degli alieni. L’invito a lasciare scorrere il disco un paio di volte prima di concentrarsi e ascoltarlo è allora sensato. La familiarità porta in questo caso comprensione e subito dopo rispetto. Se ne accorsero in pochi (i Suicide senz’altro), ma Coxe e Taylor furono i primi a introdurre organicamente l’elettronica nel rock, a non usarla come ornamento (come, eccettuati i tedeschi, quasi tutti continueranno a fare fino alla new wave e oltre), bensì come struttura portante.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

Clinging To A Dream (ChickenCoop, 2016)

Chi non muore si risente? Chi muore invece no, vien da pensare apprendendo dell’uscita di un nuovo disco dei Silver Apples nel 2016. A diciotto anni da una coppia di predecessori (appena ristampati) che avevano riportato in vita la gloriosa sigla interrompendo un silenzio quasi trentennale e, soprattutto, a undici dalla scomparsa per un infarto del percussionista Danny Taylor, metà del duo formato a New York nel 1967 con Simeon Coxe, addetto a marchingegni autocostruiti di elettronica povera, poverissima, eppure genialmente funzionale. Nei tour seguiti al luttuoso evento Coxe aveva da parte abbastanza pattern ritmici registrati dal socio da potere costruire su quelli significativi segmenti delle esibizioni e dunque farlo vivere ancora. C’è da supporre che da allora il pozzo si sia prosciugato, che in “Clinging To A Dream” (non ne ho i crediti a disposizione) Taylor non sia che una silente fonte di ispirazione.

Passati  pressoché inosservati all’uscita rispettivamente nel 1968 e nel 1969, i primi due LP della coppia, l’omonimo esordio e “Contact”, restano oggetti sublimemente estranei alla loro epoca, krautrock e insieme kosmische musik ante litteram e nel contempo a tal punto preconizzanti i Suicide che a lungo si ipotizzò (in mancanza di qualsivoglia informazione) che il sodalizio fra Alan Vega e Martin Rev si fosse stretto per la prima volta proprio con quella ragione sociale omaggiante Yeats via Morton Subotnick. Sarebbe naturalmente insensato pretendere che, oggi che il futuro non è più quello di una volta, Coxe lo anticipi ancora. Nemmeno oltraggia però la sua stessa storia, declinando un’elettronica invero godibile, ora di afflato psichedelico, in altri momenti piuttosto fosca. Fra cavalcate alla Kraftwerk, bordoni dallo spazio profondo, tuffi nella techno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Arbouretum – Let It All In (Thrill Jockey)

Da Baltimora, da sempre facenti capo al cantante e chitarrista Dave Heumann, quasi da sempre fedeli alla Thrill Jockey (che li ingaggiava all’indomani di un esordio autoprodotto), gli Arbouretum sono con “Let It All In” alla prova del nove. Nel senso che è questo il loro nono album e si tratta di verificare, per il recensore, se dopo tutto questo tempo (diciassette anni) risultino ancora freschi e, sebbene per niente originali in assoluto, capaci di raccordare armoniosamente fra loro pezzi di storia del rock che non a tutti verrebbe l’estro di mettere assieme (in questo simili agli inglesi Wolf People, affacciatisi alla ribalta un po’ dopo). Dunque almeno in tal senso peculiari. Se continuino a vantare sia un grande sound che un grande songwriting. Il recensore, che si è appena reso conto di aver fatto girare “Let It All In” per tipo la sesta volta in ventiquattr’ore e che insomma è come se gli si fosse incastrato nello stereo, azzarderebbe di sì. Non li conoscete? Suo compito provare a spiegarvi che vi siete persi finora. Se non risulta “il” loro disco da avere (obbligato a indicarne uno il recensore opterebbe per “Coming Out Of The Fog”, del 2013), “Let It All In” può valere come un’efficace introduzione.

Vi siete persi un gruppo capace di coprire l’ampio arco fra la scuola folk-rock britannica (A Prism In Reverse sono dei Fairport Convention rivisitati con spirito doom; Night Theme il fiabesco sogno di una notte di mezza estate), quei Traffic che già la trascesero (qui evocati dalla psichedelia agreste che trasmuta in raga di No Sanctuary Blues) e lo stoner (una traccia omonima che è stravolgente tour de force di quasi dodici minuti). Via Americana (qui una Buffeted By Wind byrdsiana di fondo ma con uno scarto rispetto al modello che la fa altra cosa).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Julian Cope – Self Civil War (Head Heritage)

Chissà a che libro sta lavorando Julian Cope per inaugurare il nuovo decennio dopo averne dato alle stampe nello scorso quattro uno più monumentale e acclamato dell’altro: The Megalithic European (il suo secondo volume da studioso di siti preistorici), Japrocksampler (un’indagine approfonditissima sul rock giapponese degli anni ’70), Copendium (ode ai suoi album “di culto”: qualche centinaio) e One Three One (infine un romanzo: ambientato in Sardegna!). Che nel frattempo abbia continuato a pubblicare dischi (da solista o a nome Dope) e in numero spropositato (una quindicina) sembra importare a pochi pure fra gli estimatori di lunghissima data e giustamente, trattandosi perlopiù di collezioni sgangherate nel solco della sconcertante accoppiata – “Skellington” più “Droolian” – con cui il Druido sabotava a fine ’80 una carriera post-Teardrop Explodes artisticamente notevole e premiata da buoni riscontri commerciali. Salvo poi tornare sui suoi passi e calare nella prima metà dei ’90 un poker d’assi – “Peggy Suicide”, “Jehovahkill”, “Autogeddon” e “20 Mothers” – nei quali è declinato al meglio un rock post-psichedelico peculiare nel suo assemblare le più disparate influenze e prodigo di bei guizzi pop. Fase che si concludeva nel ’96 con il deludente “Interpreter”, ultimo suo lavoro per una major. Quanto gli è andato dietro, tutto griffato con il marchio personale Head Heritage, è in massima parte faccenda per cultori terminali.

Non così “Self Civil War”, la sua cosa migliore da un quarto di secolo in qua. Fantasmagorico nel suo coniugare krautrock e Black Sabbath, Stooges, Doors, Velvet Underground, folk fiabesco e cavalcate guerresche. A un certo punto salta fuori una Billy che meglio sviluppata in epoca Mercury/Island sarebbe stata un singolo perfetto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Pretty Things (per Phil May, 9/11/1944-15/5/2020)

Nel giorno più orribile di questo anno orribile anche Phil May ci ha salutato, per complicazioni seguite a un intervento chirurgico cui si era dovuto sottoporre a seguito di un banale incidente in bici (fare sport alla tua età? ma chi ti credevi di essere, Phil? Mick Jagger?). L’ultimo album della band di cui era da sempre la voce risaliva a cinque anni fa e fu un grandissimo piacere per me ascoltarlo e scriverne. Un congedo superbo, “The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…)”. Difficile immaginarne uno migliore.

“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Pretty Things”: non suona altrettanto bene, eh? Poveri Pretty Things, che erano quelli davvero brutti, sporchi e cattivi – l’unico degli Stones alla loro altezza in tal senso Keith Richards – e che in quanto tali, dopo avere piazzato alti nelle classifiche UK tre singoli e il debutto a 33 giri, si ritrovavano condannati a una vita da gruppo “di culto”. Anche a dispetto di una capacità di reinventarsi notevole: psichedelici nei tardi ’60 (e con all’attivo due classici del genere: “S.F. Sorrow” e “Parachute”), hard nei ’70, quasi new wave all’alba degli ’80. Oggi quegli altri vegliardi degli Stones girano per stadi e loro per club di serie C. In uno di questi mi capitava di vederli non più tardi di un paio di anni fa e vi garantisco che – come direbbe il poeta – spaccarono il culo ai passeri.

Ogni tanto confezionano un nuovo album (il precedente è del 2007) e di solito è lì che casca l’asino. Loro no. Superbo nei suoni vintage (è stato registrato dal vivo in studio, con amplificatori valvolari e mixer e strumentazione rigorosamente “d’epoca”), “The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…)” oltre alla bella forma esibisce pure un sacco di sostanza. Come un piccolo compendio di una vicenda lunga oltre mezzo secolo, di un canone più sfaccettato di quanto non si pensi. Attacco super, con una The Same Sun fra hard, errebì bianco e psichedelia, e a seguire l’affilato blues And I Do, una Renaissance Fair (dal catalogo Byrds) all’LSD, i Seeds rifatti come fossero l’Experience di You Took Me By Surprise, una Turn My Head dritta dal ’67. Sarebbe giusto… il primo lato. Sull’ideale retro, ovazioni per una Greenwood Tree un po’ Grateful Dead e per la ballata alla Who Hell, Here And Nowhere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.368, ottobre 2015.

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I migliori album del 2019 (4): Rustin Man – Drift Code (Domino)

Triste coincidenza che “Drift Code” abbia visto la luce appena prima che quel genio dispettoso di Mark Hollis ci lasciasse. Quel Mark Hollis che guidò i Talk Talk dal techno-pop di Such A Shame all’acquerellistico post-rock ante litteram di “Spirit Of Eden” e “Laughing Stock”, salvo poi sciogliere la compagnia per non produrre da solista che un omonimo capolavoro: rarefatto fino all’astrazione, emozionante fino all’indicibile. Dei Talk Talk Rustin Man, nato Paul Webb, fu il bassista fino al penultimo album e vanta il primato di avere firmato l’unico brano in catalogo non di Hollis. Formava poi con il compagno di sezione ritmica Lee Harris gli O.rang, durati il tempo di dare alle stampe due curiose collezioni di elettronica nutrita a dub e world, e come Rustin Man, con Beth Gibbons dei Portishead, pubblicava il favoloso “Out Of Season”, opera nel solco della migliore tradizione folk-rock albionica. Era il 2002. Attendevamo da allora un seguito e come non temere che, similmente a “Mark Hollis”, un successore non lo avrebbe mai avuto?

Io non so di cosa viva (dubito possa campare di diritti d’autore) Webb, ma per quanto possa dispiacere che ci abbia messo tanto trovo bellissimo che esistano artisti così, disposti a passare anni su un’opera, fin quando non la ritengono degna di venire al mondo. Tanto lungo il concepimento, tanto quietamente spettacolare un affresco di pastorale britannica per un verso collocabile in un’epoca ben delimitata – diciamo fra i tardi ’60 di una Judgment Train fra blues psichedelico e raga e del folk progressivo di una Our Tomorrows molto Caravan e i medi ’70 dell’hammilliana Brings Me Joy e di una The World’s In Town alla Wyatt – e per un altro di trascenderla totalmente. Proiettandosi negli spazi cosmici dell’ultimo Bowie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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