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Dirtmusic – Bu Bir Ruya (Glitterbeat)

All’inizio i Dirtmusic erano un trio formato dagli americani Chris Brokaw e Chris Eckman (dei Walkabouts) e dall’australiano Hugo Race (uno condannato a vita a essere etichettato ex-Bad Seeds, quando vanta una discografia da solista folta e rimarchevole) per suonare in acustico un blues gotico infiltrato di country, o viceversa, recitandoci sopra più che cantandoci. Solo che nel 2008 si ritrovavano al “Festival au Désert”, a Timbuktu, a suonare in jam con i Tamikrest e immediata era la metamorfosi di un sound che si elettrificava, diventando maelstrom spiccatamente psichedelico e insomma la world music più accesamente e visionariamente rock in circolazione. Se ne faceva primo manifesto, nel 2010, il secondo disco dei Nostri, “BKO”, registrato in Mali e con in scaletta fra il resto una stratosferica cover di All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground. Per niente fuori posto. Otto anni e tre album dopo, né Brokaw né i Tamikrest sono più della partita e ci si sposta svariate migliaia di chilometri a ovest, a Istanbul. Non cambia l’eccitazione travolgente trasmessa anche da queste nuove sette tracce, analoghe le suggestioni.

A dar manforte a Eckman e Race sono stavolta i turchi Murat Ertel, leader degli ultralisergici Baba Zula e maestro di chitarra saracena, e Ümit Adakale, percussionista. È a oggi il disco forse più denso e intenso dei Dirtmusic, inquietante in brani come The Border Crossing, scuro funk post-punk con echi persino del Pop Group, una stralunata Outrage, una stridula traccia omonima addirittura in area illbient. Per viaggi un filo meno stressanti in altre dimensioni rivolgersi a una tambureggiante Go The Distance, infiltrata di surf e rock-blues, e all’incantata (la voce è della grandissima Gaye Su Akyol) Love Is A Foreign Country.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.396, febbraio 2018.

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Gilberto Gil, tropicalista

Una ragione doveva pur esserci. Forse, come sarà in un altro tempo e un altro luogo per il Peter Gabriel fresco di fuoriuscita dai Genesis, intendevano i loro LP come fossero giornali, che ovviamente non cambiano nome a seconda di quando escono e altrettanto ovviamente sono sempre riconoscibili, sempre diversi ma per certi versi uguali. Oppure, alle prese con uno dei non-generi più variegati e a maggior tasso d’estro nella storia della moderna musica popolare, finivano altrimenti le loro riserve di fantasia e non ne avevano più quando si trattava di dare un titolo a un disco. Caetano Veloso fra il ’68 e il ’71 metteva in fila ben tre album chiamati… “Caetano Veloso” (per la gioia degli enciclopedisti, ne aggiungerà un quarto nell’86 e a ruota un “Caetano”). Poteva essere da meno il fraterno compagno di avventure e disavventure (esilio britannico incluso) Gilberto Gil? Battezzava il suo secondo 33 giri (1968) “Gilberto Gil”, il terzo (1969)… esatto… “Gilberto Gil” e il quarto (1971)… ma va!… “Gilberto Gil”. Da allora per distinguerli li si chiama come i primi brani nelle rispettive scalette, Frevo Rasgado, Cérebro Eletrônico e Nêga, con l’ulteriore elemento caratterizzante, nel terzo caso, che trattasi del disco in inglese, quello con dentro fra il resto cover di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (pregevole) e Can’t Find My Way Home (favolosa e per molti superiore all’originale dei Blind Faith). Ve lo dico giusto per scrupolo, nel caso vi voleste così poco bene da pensare di sceglierne uno, quando bisognerebbe averli in casa tutti.

Il terzo della serie la statunitense Water già lo aveva riedito lo scorso anno. Questi omonimi furono il primo e il secondo: entrambi e indiscutibilmente nel cospicuo novero dei manifesti del tropicalismo ma il primo forse, con il collettivo “Tropicália Ou Panis Et Circensis”, il più rappresentativo. Un classico totale – dal gioioso spumeggiare jazz di Frevo Rasgado a una Marginália II fra il circense e il neoclassico, dal beat carioca ironicamente protestatario di Pega a Voga, Cabeludo all’acid-rock  Procissao – ed era musica talmente rivoluzionaria per il Brasile del 1968 da procurare all’artefice un po’ di galera e un biglietto d’aereo per l’Europa a spese della giunta militare allora al potere. Ma vale davvero un nonnulla di meno un successore che pigiava a manetta il pedale della sperimentazione spingendosi fino a lambire le lande, ancora del tutto sconosciute al pop-rock, del rumorismo e paradossalmente regalando nel contempo all’artefice, con Aquele Abraço, il primo successo in proprio e non come autore per altri.

Finalmente di nuovo in patria, a seguito di un allentamento della morsa della dittatura, il nostro uomo festeggiava con “Expresso 2222”. Non indispensabile come i predecessori, “solo” fortissimamente consigliato. Per il rutilare sulla porta del boogie di Back In Bahia e una traccia omonima di orecchiabilità sensazionale, l’exotica all’LSD di Oriente o la giuliva marcetta Vamos Passear No Astral. Ad esempio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.653, dicembre 2008. Adattato e integrato con un testo scritto per “Extra”, n.29, estate dello stesso anno.

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I migliori album del 2017 (6): Robert Plant – Carry Fire (Nonesuch)

La chioma è tuttora leonina e quanto alla voce fa di necessità virtù come meglio non potrebbe. Va da sé che se i settanta incombono non potrai ruggire come al tempo in cui di anni ne avevi venti, trenta. Dovrai imparare a dosare le residue risorse ed ecco, in tal senso Robert Plant oggi è un cantante migliore di quando nei cieli del rock nessuno volava più alto dello Zeppelin. Dopo di che, ciò conterebbe poco non lo soccorressero in questa terza età che è prodigiosa seconda giovinezza una penna ispiratissima e un gusto impeccabile nella scelta dei collaboratori come dei suoni, delle influenze. Seconda giovinezza ormai considerevolmente più lunga della prima, siccome principiava nel ’94 con il rinnovarsi del sodalizio con Jimmy Page in “No Quarter”, laddove si evocava un passato straordinariamente ingombrante solo per farci pace e – definitivamente (le successive occasionali rimpatriate parentesi a ragione di ciò gioiose e non patetiche) – andare oltre. Con come spartiacque quel voluminoso live, “Walking Into Clarksdale” e un “Dreamland” per più di metà di cover (e se andate a vedere che cover sono scoprirete che le traiettorie successive sono lì anticipate pressoché per intero), non potrebbe darsi cesura più clamorosa fra il Robert Plant solista del XX secolo e quello del XXI. Pur avendo il merito non da poco di provare a scansare da subito le trappole della nostalgia, il primo suonava vecchio già allora, fra hard bombastico e new wave orecchiata male. Quello attuale è senza tempo.

Avevate amato “Lullaby And… The Ceaseless Roar”? “Carry Fire” ne ripropone le suggestioni giocando fra un blues arcaico e un folk d’Arcadia, fra un rock’n’roll ridotto al suo battito primevo e un’etno-psichedelia parimenti minimalista. Senza mai evocare un rock da grandi arene, o forse giusto nel malevolo heavy blues – il Nostro in duetto con Chrissie Hynde – Bluebirds Over The Mountain, unica cover in scaletta e paradossalmente, a), pure nel repertorio dei Beach Boys e, b), di un oscuro interprete rockabilly, Ersel Hickey. Disco di gran classe e generoso di classici. Categoria alla quale, pur nel contesto di una carriera stellare, iscriverei senza esitare un’arabeggiante The May Queen, il rockabilly inacidato Carving Up The World Again…, una traccia omonima che sostituisce l’Alhambra ai Valhalla che furono. Trapunta di chitarre spagnole, colpita al cuore da un violino gitano. Ancora: una Keep It Hid dal meccanico pulsare quasi Suicide. Almeno.

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I migliori album del 2017 (7): The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

Recensendo a suo tempo (2007) “Out There”, debutto discografico adulto per il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto, lo raccontavo fra il resto come l’ideale colonna sonora di un film di fantascienza spaziale immaginario. Da non crederci che una simile congrega di visionari abbia impiegato dieci anni per pubblicarne una vera di colonna sonora. Edito lo scorso giugno sempre su Soundway, “The Sunshine Makers” raccoglie le musiche composte a commento dell’omonimo documentario, incentrato su due leggendarie figure della Controcultura, Nicholas Sand e Tim Scully, i chimici che distillavano il migliore LSD di sempre e ne producevano 3.600.000 dosi. Doppio, per farsi un’idea di come suona basta scorrerne i titoli: The History Of LSD, 200 Kilos, Chase Scene, The Acid Trial, The Trip… e così via. Una faccenda per completisti quello, però. “Il” disco del 2017 da avere assolutamente degli Heliocentrics è questo, che è andato nei negozi quel mesetto prima, a fine maggio. Il loro quarto o ottavo album contando, come vanno contati, quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles. Forte al solito di un artwork strepitoso, non aggiunge nulla e aggiunge moltissimo a un canone capace da subito di collegare James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra, David Axelrod. Con attitudine psichedelica, devozione per il krautrock, fascinazione totale per il Miles Davis come per l’Herbie Hancock elettrici. Il tutto nel mondo creato nel 1996 da DJ Shadow con il capitale “Endtroducing”. Con costui Catto e sodali si ritrovavano a collaborare all’inizio della loro storia e del suo hip hop strumentale sono la versione suonata invece che ricreata in vitro. “Sono come la sezione ristampe di un negozio di dischi, ma in carne e ossa”, scriveva di loro qualche anno fa un recensore americano, cogliendoci in pieno.

E allora cosa aggiunge “A World Of Masks” a una produzione inattaccabile? Altri tre quarti d’ora di memorabilità dall’alto all’assoluto, fra il soul astrale di Made Of The Sun e la jam teutonica, ma alle porte del cosmo che stanno giù in India, di The Uncertainty Principle. Passando per i Can girati afrobeat di Human Zoo, per una traccia omonima che parte Mingus e arriva araba, per l’orgia di wah wah di una stralunatissima The Silverback. Per una rarefatta Capital Of Alone in cui più che altrove Barbara Patkova (ecco cosa aggiunge quest’album alla vicenda Heliocentrics: una stellare nuova collaboratrice) si candida a erede di Julie Driscoll.

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I migliori album del 2017 (8): The Black Angels – Death Song (Partisan)

La band che meglio ha trasposto il verbo psichedelico nel XXI secolo? Voto per questi texani, da Austin, devoti a Roky Erickson come ai Velvet Underground, da una cui canzone prendevano il nome nel 2004. Incredibile che siano arrivati al quinto album prima di citarla nel titolo dello stesso e però un senso ce l’ha: è il più fosco e minaccioso dei loro lavori. Tensione che non molla un secondo per oltre quaranta minuti, raggiungendo un apice nel penultimo brano, una Death March caotica e satura di riverberi, per poi infine dare requie con i 6’29” conclusivi di Life Song: estatico space rock dalla malinconia sorridente, se l’ossimoro è concesso.

È l’approdo di un viaggio che l’ascoltatore casuale troverà forse difficile, intimidente, laddove il cultore di vecchia data potrebbe persino lamentarne la brevità, avendo in testa e nel cuore i 70’25” (il CD; il triplo vinile aggiunge addirittura tre tracce) del colossale in ogni senso “Directions To See A Ghost”, del 2008. Dopo il quale il gruppo ha chiaramente avuto un problema: doversi confrontare con un capolavoro. Si sviava abilmente l’attenzione nel 2010 con il comunque brillante “Phosphene Dream”, dimezzando i tempi e contemporaneamente incrementando un appeal quasi “pop”, fra l’altro pescando il jolly di un brano usato per la pubblicità di un’auto. Nel 2013 “Indigo Meadow” mostrava però un qualche pur lieve appannamento, per la prima volta un che di formulaico. Qualunque dubbio preventivo sul successore subito spazzato dai vortici ossianici di Currency, “Death Song” sistema zampate da antologia con una Half Believing che sono i Black Heart Procession se fossero stati gli Spacemen 3, con una Comanche Moon che riffeggia feroce, con la rivisitazione Primal Scream dei 13th Floor Elevators di I Dreamt.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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I migliori album del 2017 (13): Jane Weaver – Modern Kosmology (Fire)

Se a qualcuno può interessare, ho probabilmente trovato la mia canzone dell’anno. È la terza delle dieci che sfilano qui ed è quella che intitola il nono lavoro da solista di Jane Weaver, da Liverpool: un capolavoro di psichedelia pop che mette insieme idealmente gli anni ’60 dei Doors con gli anni ’80 degli Opal e il secolo nuovo degli sfortunati Broadcast. “Non somiglia affatto ai Jefferson Airplane o ai Pink Floyd di Syd Barrett, ma esattamente come riuscì a costoro rispettivamente con White Rabbit e See Emily Play crea una musica che è nel contempo come un oggetto alieno e perfettamente fruibile”, ha scritto Alexis Petridis sul “Guardian” ed era dell’intero album che parlava, ma vale tanto di più – in quanto epitome perfetta – se riferito a Modern Kosmology il brano. E il resto?

Il resto basterebbe a pareggiare i conti con quel “The Silver Globe” che nel 2014 faceva compiere un inaspettato balzo in avanti – artisticamente, se non commercialmente – a una carriera principiata nei ’90 con il britpop delle Kill Laura e proseguita a inizio 2000 con il progetto di area folktronica Misty Dixon. Dopo di che la Weaver si metteva in proprio, girovagando fra acid folk e Americana prima di tornare via krautrock a usare pure elementi di elettronica. In “The Silver Globe” tutto ciò andava perfettamente a fuoco e adesso, per qualità dei materiali, ancora si va un passo avanti. Disco fenomenale per come sa fare coesistere armoniosamente un incipit come H>A>K, che sono i Neu! che si trasformano negli Hawkwind, con il techno-pop di Slow Motion, una Loops In The Secret Society da manuale Stereolab con i Visage se fossero stati i Can di The Architect, una ricreazione di Steeleye Span chiamata Valley con una Ravenspoint da Nico pacificata.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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Lee Ranaldo – Electric Trim (Mute)

Trent’anni separano “Electric Trim” da “From Here To Infinity”, che era il debutto da solista di Lee Ranaldo. Lavoro che nella sua versione originale in vinile non supererebbe che di qualche secondo i dodici minuti, formalmente. Ossia solo se alla fine di ciascuna delle tredici tracce, divise su due facciate da fare andare a 45 giri, si alza subito la puntina, prima che venga catturata da un solco chiuso che manda in loop gli ultimi secondi del brano facendolo potenzialmente durare, per l’appunto, “da qui all’infinito”. E sarà per questo che il disco viene considerato un album e non un EP? Un album? Direi piuttosto un oggetto d’arte, un’installazione sonora che ciascuno dei rari possessori può ricreare in ambiente domestico nella configurazione che preferisce.

Più che tre decenni – e un’altra decina di album in proprio, tante collaborazioni con William Hooker e varia minutaglia – sono allora universi a frapporsi fra le due opere. Va da sé: e la valanga di dischi con i Sonic Youth, di cui Ranaldo è stato uno dei due chitarristi dal primo giorno all’ultimo, dall’81 al 2011. Se della Gioventù Sonica Thurston Moore e Kim Gordon hanno perpetrato nei successivi percorsi il côté più ruvido, il nostro uomo ha invece magnificato l’anima psichedelica che il quartetto perdipiù nascose, salvo occasionalmente porgersi come una versione post-punk o anche noise dei Grateful Dead. Mai in precedenza come in “Electric Trim”. Che nel contempo sa pure confinarsi, saggiamente, in un perimetro di canzone. È il suo album più fruibile e bello, pieno di scorci alla R.E.M. ma inseriti in contesti squisitamente lisergici, da un’iniziale Moroccan Mountains su cui la dice lunga il titolo a una Circular devotissima a Tomorrow Never Knows, da una traccia omonima fra Dead e Love al raga rock Purloined.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

 

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