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Julian Cope – Never say carpe diem

Danzare di architettura

All’inizio era l’emozione. Il verbo è venuto in seguito per sostituire l’emozione, come il trotto sostituisce il galoppo, mentre la legge naturale del cavallo è il galoppo: lo si mette al trotto. Si è strappato l’uomo alla poesia emotiva per indurlo nella dialettica, cioè nella confusione, non è così?” (Louis-Ferdinand Céline)

Ciò che è ammirevole è inesplicabile.” (Ursula K. Le Guin)

La musica è il genere di arte perfetto. La musica non può mai rivelare il suo segreto più nascosto.” (Oscar Wilde)

È la vecchia questione, tante volte dibattuta e mai risolta: si può raccontare la musica? Si può spiegarne la magia o è impresa improba se non impossibile, come sarebbe descrivere il Partenone a passi di danza? Postulando che la risposta sia affermativa (se no che senso avrebbe che qualcuno ne scriva, di musica, e altri leggano? – insomma: perché perdere tempo a fare “Dynamo”? e a che pro stiamo dialogando?), sorge un altro quesito: come? Taluni, ricordando che la musica è una faccenda matematica e la matematica domanda (è) precisione, se la cavano riducendo tutto o quasi al dato tecnico: accordi, scale, tempi, vuoti e pieni, incastri, e via smontando, tentando di spiegare l’armoniosa bellezza dell’assieme con la perfezione della singola parte. Solo che tante parti perfette non necessariamente fanno un tutt’uno di valore. Solo che dilungarsi sulle strutture e trascurare la personalità dell’artista e lo spirito del suo tempo vuole dire mettere sullo sfondo il significato ultimo che intendeva trasmettere. È fare dell’atto amoroso un esercizio ginnico. È dimenticare che se la musica è la più universale delle arti è perché ha una capacità senza pari di toccare il cuore dell’uomo. Tanto per intenderci, che mai è lo stile sullo strumento di Chuck Berry? Un chitarrismo essenziale, ripetitivo, monotono, caratterizzato da “double stop” (due note suonate insieme in strisciato) e “bending” fatto contemporaneamente su due corde (di solito, Si e Sol), oppure la pietra angolare del Creato?

Se siete del partito dei primi, quelli che spiegano il Partenone partendo dai marmi, per voi Madmax, il secondo degli otto brani che compongono “Autogeddon”, album di Julian Cope ancora piuttosto recente (è uscito sul principio della scorsa estate) ma già raggiunto in discografia da un altro lavoro (di più, al riguardo, verso fondo corsa), non sarà che una cosuccia banale, una ballata costruita su una melodia folk già sentita e elementare, diosanto, quanto elementare. Spero non siate in molti a pensarla così e, nel caso, avete tutta la mia compassione. Per me, sono i tre LP di Nick Drake e i primi quattro di Tim Buckley fusi in 3’37”: un sogno e ancora di più, un miracolo. Come è tipico degli artisti grandi ma grandi davvero, l’opera di Julian Cope vale più della somma delle sue componenti. Per lui due più due, come minimo, fa otto.

 Prosegue per altre 14.185 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.5, marzo 1995. Julian Cope festeggia oggi il suo sessantatreesimo compleanno.

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I sogni a colori dei Kaleidoscope (quelli inglesi)

È uno dei grandi misteri della storia del rock come sia potuto accadere che questa compagine inglese – omonima di un gruppo statunitense al pari geniale e sfortunato – sia stata ignorata dal pubblico del suo tempo (da cui le altissime quotazioni sul mercato collezionistico delle stampe originali di questo e del successivo LP) e a lungo dimenticata: fino a metà anni ’80 e a un paio di riedizioni non autorizzate sveltamente sostituite da stampe 5 Hours Back legali e splendidamente suonanti (oggi circolano due CD Fingerprint con pezzi aggiunti e una raccolta su Fontana, “Dive Into Yesterday”). E dire che John Peel i Kaleidoscope li adorava e con lui tutti gli altri dj delle radio pirata (Flight From Ashiya uno dei pezzi più trasmessi di inizio ’67). E dire che l’oracolo pop (definizione di “Mojo”) “The Daily Sketch” ebbe ad affermare che “le loro canzoni sono le migliori che si siano sentite dopo i Beatles”. Un’esagerazione? Più del comunque eccellente “Faintly Blowing” (1969 e meno estroso, sebbene lo sia lo stesso assai, con echi di Incredible String Band e Dylan in un melodioso tessuto infiltrato di trame progressive), “Tangerine Dream” (Fontana, 1967) è certificazione di valore assoluto, ammaliante percorso in cui di continuo ci si imbatte in ritornelli fulminanti e intarsi strumentali mozzafiato, coloratissimo come ragione sociale richiedeva e in generale un sogno a occhi aperti da far tutti bambini. Nulla da invidiare a “Sgt. Pepper’s”. Anzi!

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.15, autunno 2004. In memoria di Eddy Pumer (7/10/1947-21/9/2020).

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Play twice before listening (per Simeon Coxe, che adesso è sulla luna)

Se n’è andato ieri un artista grandissimo e per gran parte della sua vita misconosciuto. I suoi Silver Apples furono i Suicide dell’era psichedelica. Li anticiparono dunque, i Suicide.

Silver Apples (Kapp, 1968)

“Play twice before listening”: è questa bizzarra avvertenza a introdurre al primo 33 giri dei newyorkesi Silver Apples (una citazione da Yeats via Morton Subotnick). Per niente provocatoria, scherzosa o semplicemente sciocca, come potrebbe parere d’acchito. Pensate che effetto dovettero fare Simeon Coxe e Dan Taylor ─ il primo al comando di uno strumento formato da nove oscillatori e ottantasei controlli manuali, il secondo alle prese con una batteria di tredici tamburi, quattro cimbali e altre percussioni con cui sviluppava (parole del manager Barry Bryant) “un suo sistema di pulsazioni dalle cadenze matematiche, creando sia Ritmo che Melodia” ─ ai contemporanei: anche in quell’era di sperimentazioni spintissime sembrarono probabilmente degli alieni. L’invito a lasciare scorrere il disco un paio di volte prima di concentrarsi e ascoltarlo è allora sensato. La familiarità porta in questo caso comprensione e subito dopo rispetto. Se ne accorsero in pochi (i Suicide senz’altro), ma Coxe e Taylor furono i primi a introdurre organicamente l’elettronica nel rock, a non usarla come ornamento (come, eccettuati i tedeschi, quasi tutti continueranno a fare fino alla new wave e oltre), bensì come struttura portante.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

Clinging To A Dream (ChickenCoop, 2016)

Chi non muore si risente? Chi muore invece no, vien da pensare apprendendo dell’uscita di un nuovo disco dei Silver Apples nel 2016. A diciotto anni da una coppia di predecessori (appena ristampati) che avevano riportato in vita la gloriosa sigla interrompendo un silenzio quasi trentennale e, soprattutto, a undici dalla scomparsa per un infarto del percussionista Danny Taylor, metà del duo formato a New York nel 1967 con Simeon Coxe, addetto a marchingegni autocostruiti di elettronica povera, poverissima, eppure genialmente funzionale. Nei tour seguiti al luttuoso evento Coxe aveva da parte abbastanza pattern ritmici registrati dal socio da potere costruire su quelli significativi segmenti delle esibizioni e dunque farlo vivere ancora. C’è da supporre che da allora il pozzo si sia prosciugato, che in “Clinging To A Dream” (non ne ho i crediti a disposizione) Taylor non sia che una silente fonte di ispirazione.

Passati  pressoché inosservati all’uscita rispettivamente nel 1968 e nel 1969, i primi due LP della coppia, l’omonimo esordio e “Contact”, restano oggetti sublimemente estranei alla loro epoca, krautrock e insieme kosmische musik ante litteram e nel contempo a tal punto preconizzanti i Suicide che a lungo si ipotizzò (in mancanza di qualsivoglia informazione) che il sodalizio fra Alan Vega e Martin Rev si fosse stretto per la prima volta proprio con quella ragione sociale omaggiante Yeats via Morton Subotnick. Sarebbe naturalmente insensato pretendere che, oggi che il futuro non è più quello di una volta, Coxe lo anticipi ancora. Nemmeno oltraggia però la sua stessa storia, declinando un’elettronica invero godibile, ora di afflato psichedelico, in altri momenti piuttosto fosca. Fra cavalcate alla Kraftwerk, bordoni dallo spazio profondo, tuffi nella techno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Arbouretum – Let It All In (Thrill Jockey)

Da Baltimora, da sempre facenti capo al cantante e chitarrista Dave Heumann, quasi da sempre fedeli alla Thrill Jockey (che li ingaggiava all’indomani di un esordio autoprodotto), gli Arbouretum sono con “Let It All In” alla prova del nove. Nel senso che è questo il loro nono album e si tratta di verificare, per il recensore, se dopo tutto questo tempo (diciassette anni) risultino ancora freschi e, sebbene per niente originali in assoluto, capaci di raccordare armoniosamente fra loro pezzi di storia del rock che non a tutti verrebbe l’estro di mettere assieme (in questo simili agli inglesi Wolf People, affacciatisi alla ribalta un po’ dopo). Dunque almeno in tal senso peculiari. Se continuino a vantare sia un grande sound che un grande songwriting. Il recensore, che si è appena reso conto di aver fatto girare “Let It All In” per tipo la sesta volta in ventiquattr’ore e che insomma è come se gli si fosse incastrato nello stereo, azzarderebbe di sì. Non li conoscete? Suo compito provare a spiegarvi che vi siete persi finora. Se non risulta “il” loro disco da avere (obbligato a indicarne uno il recensore opterebbe per “Coming Out Of The Fog”, del 2013), “Let It All In” può valere come un’efficace introduzione.

Vi siete persi un gruppo capace di coprire l’ampio arco fra la scuola folk-rock britannica (A Prism In Reverse sono dei Fairport Convention rivisitati con spirito doom; Night Theme il fiabesco sogno di una notte di mezza estate), quei Traffic che già la trascesero (qui evocati dalla psichedelia agreste che trasmuta in raga di No Sanctuary Blues) e lo stoner (una traccia omonima che è stravolgente tour de force di quasi dodici minuti). Via Americana (qui una Buffeted By Wind byrdsiana di fondo ma con uno scarto rispetto al modello che la fa altra cosa).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Julian Cope – Self Civil War (Head Heritage)

Chissà a che libro sta lavorando Julian Cope per inaugurare il nuovo decennio dopo averne dato alle stampe nello scorso quattro uno più monumentale e acclamato dell’altro: The Megalithic European (il suo secondo volume da studioso di siti preistorici), Japrocksampler (un’indagine approfonditissima sul rock giapponese degli anni ’70), Copendium (ode ai suoi album “di culto”: qualche centinaio) e One Three One (infine un romanzo: ambientato in Sardegna!). Che nel frattempo abbia continuato a pubblicare dischi (da solista o a nome Dope) e in numero spropositato (una quindicina) sembra importare a pochi pure fra gli estimatori di lunghissima data e giustamente, trattandosi perlopiù di collezioni sgangherate nel solco della sconcertante accoppiata – “Skellington” più “Droolian” – con cui il Druido sabotava a fine ’80 una carriera post-Teardrop Explodes artisticamente notevole e premiata da buoni riscontri commerciali. Salvo poi tornare sui suoi passi e calare nella prima metà dei ’90 un poker d’assi – “Peggy Suicide”, “Jehovahkill”, “Autogeddon” e “20 Mothers” – nei quali è declinato al meglio un rock post-psichedelico peculiare nel suo assemblare le più disparate influenze e prodigo di bei guizzi pop. Fase che si concludeva nel ’96 con il deludente “Interpreter”, ultimo suo lavoro per una major. Quanto gli è andato dietro, tutto griffato con il marchio personale Head Heritage, è in massima parte faccenda per cultori terminali.

Non così “Self Civil War”, la sua cosa migliore da un quarto di secolo in qua. Fantasmagorico nel suo coniugare krautrock e Black Sabbath, Stooges, Doors, Velvet Underground, folk fiabesco e cavalcate guerresche. A un certo punto salta fuori una Billy che meglio sviluppata in epoca Mercury/Island sarebbe stata un singolo perfetto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Pretty Things (per Phil May, 9/11/1944-15/5/2020)

Nel giorno più orribile di questo anno orribile anche Phil May ci ha salutato, per complicazioni seguite a un intervento chirurgico cui si era dovuto sottoporre a seguito di un banale incidente in bici (fare sport alla tua età? ma chi ti credevi di essere, Phil? Mick Jagger?). L’ultimo album della band di cui era da sempre la voce risaliva a cinque anni fa e fu un grandissimo piacere per me ascoltarlo e scriverne. Un congedo superbo, “The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…)”. Difficile immaginarne uno migliore.

“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Pretty Things”: non suona altrettanto bene, eh? Poveri Pretty Things, che erano quelli davvero brutti, sporchi e cattivi – l’unico degli Stones alla loro altezza in tal senso Keith Richards – e che in quanto tali, dopo avere piazzato alti nelle classifiche UK tre singoli e il debutto a 33 giri, si ritrovavano condannati a una vita da gruppo “di culto”. Anche a dispetto di una capacità di reinventarsi notevole: psichedelici nei tardi ’60 (e con all’attivo due classici del genere: “S.F. Sorrow” e “Parachute”), hard nei ’70, quasi new wave all’alba degli ’80. Oggi quegli altri vegliardi degli Stones girano per stadi e loro per club di serie C. In uno di questi mi capitava di vederli non più tardi di un paio di anni fa e vi garantisco che – come direbbe il poeta – spaccarono il culo ai passeri.

Ogni tanto confezionano un nuovo album (il precedente è del 2007) e di solito è lì che casca l’asino. Loro no. Superbo nei suoni vintage (è stato registrato dal vivo in studio, con amplificatori valvolari e mixer e strumentazione rigorosamente “d’epoca”), “The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…)” oltre alla bella forma esibisce pure un sacco di sostanza. Come un piccolo compendio di una vicenda lunga oltre mezzo secolo, di un canone più sfaccettato di quanto non si pensi. Attacco super, con una The Same Sun fra hard, errebì bianco e psichedelia, e a seguire l’affilato blues And I Do, una Renaissance Fair (dal catalogo Byrds) all’LSD, i Seeds rifatti come fossero l’Experience di You Took Me By Surprise, una Turn My Head dritta dal ’67. Sarebbe giusto… il primo lato. Sull’ideale retro, ovazioni per una Greenwood Tree un po’ Grateful Dead e per la ballata alla Who Hell, Here And Nowhere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.368, ottobre 2015.

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I migliori album del 2019 (4): Rustin Man – Drift Code (Domino)

Triste coincidenza che “Drift Code” abbia visto la luce appena prima che quel genio dispettoso di Mark Hollis ci lasciasse. Quel Mark Hollis che guidò i Talk Talk dal techno-pop di Such A Shame all’acquerellistico post-rock ante litteram di “Spirit Of Eden” e “Laughing Stock”, salvo poi sciogliere la compagnia per non produrre da solista che un omonimo capolavoro: rarefatto fino all’astrazione, emozionante fino all’indicibile. Dei Talk Talk Rustin Man, nato Paul Webb, fu il bassista fino al penultimo album e vanta il primato di avere firmato l’unico brano in catalogo non di Hollis. Formava poi con il compagno di sezione ritmica Lee Harris gli O.rang, durati il tempo di dare alle stampe due curiose collezioni di elettronica nutrita a dub e world, e come Rustin Man, con Beth Gibbons dei Portishead, pubblicava il favoloso “Out Of Season”, opera nel solco della migliore tradizione folk-rock albionica. Era il 2002. Attendevamo da allora un seguito e come non temere che, similmente a “Mark Hollis”, un successore non lo avrebbe mai avuto?

Io non so di cosa viva (dubito possa campare di diritti d’autore) Webb, ma per quanto possa dispiacere che ci abbia messo tanto trovo bellissimo che esistano artisti così, disposti a passare anni su un’opera, fin quando non la ritengono degna di venire al mondo. Tanto lungo il concepimento, tanto quietamente spettacolare un affresco di pastorale britannica per un verso collocabile in un’epoca ben delimitata – diciamo fra i tardi ’60 di una Judgment Train fra blues psichedelico e raga e del folk progressivo di una Our Tomorrows molto Caravan e i medi ’70 dell’hammilliana Brings Me Joy e di una The World’s In Town alla Wyatt – e per un altro di trascenderla totalmente. Proiettandosi negli spazi cosmici dell’ultimo Bowie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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I migliori album del 2019 (13): Jessica Pratt – Quiet Signs (Mexican Summer)

Jessica Pratt è in giro – discograficamente; le prime canzoni le aveva scritte cinque anni prima, ventenne – dal 2012, ma allora non me ne accorsi. Mi giustifica che il primo, omonimo album vide la luce solo in vinile e in cinquecento copie per un’etichetta appositamente fondata da Tim Presley? Credo di sì. Mentre per il seguito del 2015 e su Drag City, “On Your Own Love Again”, devo appellarmi alla clemenza della corte, sperando che riconosca come attenuante che verso fine anno, periodo in cui cerco di recuperare i dischi sulla carta interessanti che non sono riuscito ad ascoltare fin lì, ero sfortunatamente impegnato a recuperare altro: una vita più o meno normale dopo un incidente che non starò a rievocare, perché chi sa sa e chi non sapeva, be’, è finita bene. Abbastanza. “On Your Own Love Again” l’ho ascoltato per la prima volta su YouTube giorni fa (idem “Jessica Pratt”) e non è male (idem “Jessica Pratt”), però “Quiet Signs” è un’altra cosa: un miracolo, o tipo (datemi retta, in materia ho fatto pratica). Avverto che da qui in poi mi rivolgerò a un lettore che, a giudicare dal poco che frequento i social (la mia cosiddetta “bolla”), so esser raro: a chi non ascolta venti album nuovi a settimana (minimo sindacale) e a ciascuno dedicando il tempo bastante ad assimilarlo a sufficienza da poterlo, ponderatamente, giudicare. Nel mentre si è immerso in due o tre serie TV rigorosamente non ancora arrivate in Italia (o soltanto con i sottotitoli) e ha fatto suoi due o tre romanzi e altrettanti saggi. Lui “Quiet Signs” l’ha certamente ascoltato il giorno dell’uscita, l’8 febbraio, e al riguardo certamente postò qualcosa, il 7. Ma ero distratto, perdonatemi.

Ora che siamo rimasti in pochi mi tocca confessarvi l’inconfessabile: stante una limitata presenza nelle playlist (qualche centinaio) che ho scorso da inizio dicembre mi sarei perso pure “Quiet Signs” non fosse che “Mojo” (ancora compro e leggo riviste, come voi, ritenendole mediamente più affidabili di Facebook) ha incluso uno dei suoi brani in un CD allegato a uno degli ultimi numeri. “Quiet Signs” ho così cominciato a frequentarlo partendo dalla seconda delle sue nove tracce: As The World Turns. Me ne sono innamorato, salvo scoprire che è la meno rappresentativa, quella che con la sua asciuttezza estrema più somiglia a predecessori che giustificano paragoni con Sibylle Baier qui meno calzanti. Non è che nel resto del programma l’artista californiana si porga barocca dopo due lavori in bassa fedeltà per sole voce, chitarra acustica e involontarie (qui invece, nella prima opera immortalata in una sala d’incisione comme il faut, sapientemente ricreate) stanze d’eco. Ma già le due linee di piano – una cupa e solenne, l’altra vivacemente sentimentale – che disegnano l’iniziale Opening Night certificano che questo è un mondo nuovo e un talento che era in nuce è pienamente sbocciato. E giustifica altri rimandi importanti: a un Caetano Veloso che sapeva di Nick Drake senza saperlo in Fare Thee Well e a un Nick Drake idealmente dialogante con Joni Mitchell in Poly Blue. Alla Karen Dalton dolcemente più desolata in Silent Song. Laddove This Time Around è di nuovo tropicalismo ma traslocato in paesaggi brumosi, Crossing un minuetto da Alice in un paese di psichedeliche meraviglie che si dissolvono, nell’esatto istante in cui accennano a prender corpo, nella conclusiva Aeroplane. Che manca? Ah sì, Here My Love, che d’accordo è ancora Sibille, ma con una spuma d’archi da risacca pigra, quando la marea ha appena preso a salire. Solamente 27’48”. Perfetto.

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I migliori album del 2019 (15): Allah-Las – Lahs (Mexican Summer)

In un mondo in cui i singoli non esistono più (chiamano così il brano che, di norma solo in download o in streaming, anticipa un album; quello con il video su YouTube; più gli altri che seguono) per dei tradizionalisti come gli Allah-Las, innamorati persi di quegli anni ’80 che fingevano di essere gli anni ’60, la scelta della canzone apripista per un nuovo LP (sì, lo fanno uscire anche in CD, ma non ci sono dubbi su quale sia il supporto fonografico di elezione per una band formatasi letteralmente in un negozio di dischi: Amoeba, Los Angeles) è sempre molto ponderata. Simbolica più che altro, eh? Visto che poi i 45 giri li stampano, diversamente dai 33, in piccole tirature per i cultori che non vogliono perdersi un retro ovviamente inedito. Ora: non esistono ancora in formato fisico, ma per presentare il suo quarto album il quartetto californiano di “singoli” ne ha messi fuori per cominciare due. Operando scelte piuttosto… uh… singolari: su YouTube potete gustare una In The Air che ce li porge anglofili come non mai (principali referenti: i Kaleidoscope a lungo oscurissimi di “Tangerine Dream”, AD 1967); su Spotify hanno reso disponibile Prazer em te conhecer, che è tipo un George Harrison versione tropicalista e visto che c’erano avrebbero potuto optare per Royal Blues, che sono direttamente gli Os Mutantes. Quasi un ripensamento allora calare un terzo asso, Polar Onion, in cui li si riconosce subito: jingle-jangle adattato college rock, alla R.E.M. primevi.

E insomma gli Allah-Las ampliano i loro orizzonti ma nel complesso restano quella roba là, una scheggia di Paisley Underground nel cuore di questi aridi anni ’10. Una delle loro canzoni più belle di sempre la spiattellano subito: Holding Pattern, degna dei Byrds iperpsych di Mind Garden.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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He Walked With The Zombies – Roky Erickson dopo i 13th Floor Elevators

Per ricordare in un giorno triste che non di soli 13th Floor Elevators è costituito il lascito di questo uomo fragile, nonché artista immenso.

The Evil One/Don’t Slander Me/Gremlins Have Pictures (tutte ristampe Light In The Attic, 2013)

L’uomo che scrisse You’re Gonna Miss Me quando non era che un ragazzo per troppo tempo è mancato alla musica e soprattutto a se stesso ed è un dispiacere che non ci lascerà mai. Per quanto temperato dal sollievo che colui che in tutti i sensi stava ai 13th Floor Elevators come Syd Barrett ai primi Pink Floyd non solo non abbia fatto la fine del secondo ma che, oltre che a una vita sufficientemente piena e serena, sia stato restituito pure al rock dall’operoso affetto di un fratello a sua volta celebre musicista, sebbene in tutt’altro (classico) ambito. Che abbia o meno un seguito, “True Love Cast Out All Evil” (davvero!) ha rappresentato nel 2010 uno dei ritorni alla ribalta più attesi e inattesi di sempre e resta uno dei dischi più intimamente commoventi di cui chi scrive abbia memoria. Al di là di una qualità dei materiali presentati che comunque c’è, eccome se c’è.

La prima rentrée ericksoniana era una storia di esattamente trent’anni prima e lietamente la si celebrava dalle nostre parti, ignorando dapprincipio che quello che sembrava un trionfo – il riemergere da un incubotico, abbondante decennio di peripezie assortite e salute mentale al meglio traballante – celava ampie zone d’ombra. Nuovi prolungati silenzi e un florilegio di piccole e grandi e vigliacche speculazioni (al Nostro non ne veniva un centesimo) provvederanno a renderlo evidente. Ci restano i dischi e, a sapersi orientare, è tanto. A cominciare da quello che usciva, nel 1980, in Gran Bretagna come “Roky Erickson & The Aliens”, doppiato l’anno seguente dall’americano “The Evil One”, entrambi i programmi di dieci titoli cadauno con però quattro in comune e ad aggiungere confusione a confusione provvederà nell’87 un’altra esclusiva per il Regno Unito, “I Think Of Demons”, su Edsel, stessa scaletta di “& The Aliens” integrata però da due titoli da “The Evil One”. Questa nuova e probabilmente definitiva riedizione su Light In The Attic recupera tutto quanto e lo trasforma alla buon’ora nel mezzo capolavoro che sarebbe potuto essere da subito, fra riff hard, rock’n’roll e de-evoluzioni di jingle jangle, ricetta che soltanto nell’86, mantendendone intatto un sentimento come orroroso, “Don’t Slander Me” addizionava con un bel tocco di blues elettrico e del power pop. Non indispensabile come i classicissimi archetipi di psichedelia dei 13th Floor Elevators, nondimeno caldamente consigliato. È invece soltanto per cultori accaniti “Gremlins Have Pictures”, sempre ’86 in origine e raffazzonato recuperando diversi brani già noti e inediti di non trascendentale spessore. Libretti esemplari ma un’unica bonus. C’era d’altronde da attenderselo, visto che gli ’80 non lasciarono alcuna pietra non sollevata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013.

Roky Erickson & Okkervil River

True Love Cast Out All Evil (Anti-, 2010)

Chissà se è tuttora fra noi, probabilmente no, ma se lo fosse per mero principio, come per i pochi nazisti ancora in vita, bisognerebbe rincorrere il giudice che nel 1969 fece rinchiudere Roger Kynard Erickson in un manicomio criminale e sottoporlo a sua volta a processo. E condannarlo, per crimini contro l’umanità. Per avere derubato noi appassionati di chissà quante creazioni memorabili e quello che era allora un piccolo genio di ventidue anni di un’esistenza che avrebbe potuto essere produttiva, più o meno normale, magari pure felice. Colpa anche del nostro sfortunato eroe, d’accordo, che arrestato per uno spinello (uno!) per evitare di passare qualche anno in carcere si fingeva matto. Lo facevano diventare matto davvero, a furia di elettroshock e torazina. Ma tanto è stato scritto sul martirio di Roky Erickson. Più che sulla musica straordinaria – lì le fondamenta dell’edificio della psichedelia – congegnata giovanissimo con i 13th Floor Elevators; più che su quel paio di dozzine di canzoni comunque notevoli eternamente ritornanti in una discografia solistica che dire frammentaria è un eufemismo. Qui restano poche righe per dire di due miracoli.

Il primo è che, ormai intorno ai sessanta, da Syd Barrett texano che era Roky sia tornato, grazie all’amore e alla testardaggine di alcuni santi, all’incirca savio. Il secondo è che dopo tre lustri ci regali, con il fondamentale aiuto di Will “Okkervil River” Sheff, un album di inediti. Quanto dolore, ma anche quanta speranza, quanta dolcezza in queste dodici tracce che frullano country e jingle-jangle, garage e blues e uno schizzo di pop da camera e da cameretta. Pubblica seduta di psicanalisi che lascia scossi e sfugge alle categorie critiche che si applicano usualmente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.311, maggio 2010.

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