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Per Joe Strummer, che oggi avrebbe sessantatré anni

Lord, there goes Johnny Appleseed
He might pass by in the hour of need
There’s a lot of souls
Ain’t drinking from no well locked in a factory

Hey, look there goes
Hey, look there goes
If you’re after getting the honey, hey
Then you don’t go killing all the bees

Lord, there goes Martin Luther King
Notice how the door closes when the chimes of freedom ring
I hear what you’re saying, I hear what he’s saying
Is what was true now no longer so

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X – Il cielo in fiamme sopra Los Angeles

X - Los Angeles

Arde la X nel cielo notturno sopra la città degli angeli e tre decenni e mezzo dopo continuano a bruciare le canzoni di John Doe ed Exena Cervenka, splendida coppia di Natural Born Rockers, e dei sodali Billy Zoom (uno che aveva suonato con Gene Vincent e ha sempre fatto di tutto per ricordarcelo) e Don J. Bonebrake. James Ellroy ha spesso dichiarato di detestare il rock’n’roll, ma i versi crudi che aprono la canzone che battezza il disco – “Lei dovette lasciare Los Angeles/Aveva cominciato a odiare ogni negraccio ed ebreo/Doveva andarsene” – potrebbero uscire da un suo libro. Così i personaggi di Johny Hit And Run Paulene, così una Nausea che con Sartre non ha nulla a che vedere e molto invece con una vita nei bassifondi dove Bukowski incontra Jim Morrison. Non più di questa terra il Re Lucertola, catapultati dalle cantine alla minuscola celebrità locale dei club sul Sunset Strip, i debuttanti X facevano comunella con uno dei Doors superstiti, l’uomo del Farfisa, Ray Manzarek. Seppero vicendevolmente scegliersi bene (tant’è che Manzarek, che nel frattempo ci ha purtroppo pure lui lasciati, produrrà anche i successivi “Wild Gift”, “Under The Big Black Sun” e “More Fun In The New World”). Le sue tastiere liquide e cigolanti insieme si insinuano con scaltra parsimonia in un tessuto di riff e singhiozzi e martellamenti punkabilly di fenomenale efficacia. Soul Kitchen, già dei Doors, e la succitata Nausea e The World’s A Mess, It’s In My Kiss – che dei Doors avrebbero potuto essere: rispettivamente un’altra When The Music’s Over e una seconda Light My Fire – pagano i debiti. Il resto è Elvis risorto fuorilegge e tatuato, “L.O.V.E.” sulle nocche di una mano, “H.A.T.E.” sull’altra. Come dire: il punk e le sue radici.

Fiammeggianti come la croce di cui sopra e come non mai nella ristampa esclusiva appena approntata dalla Music On Vinyl per il trentacinquennale di un album immancabile in qualunque lista seria del miglior rock di sempre, ivi comprese le più conservatrici. Prime mille copie in vinile rosso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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Shilpa Ray – Is Last Year’s Savage (Northern Spy)

Shilpa Ray - Is Last Year’s Savage

Una delle cose più fenomenali ch’io abbia visto da molto tempo in qua. Diventerà enorme”: parola di Nick Cave, che sa di cosa parla giacché se l’è portata in tour sia con i Bad Seeds che con i Grinderman, e ci crede così tanto da avere coperto nel 2013 i costi di registrazione dell’EP “It’s All Self Fellatio, Shilpa Ray” (titolo clamoroso ed è una specialità della casa: il singolo che ha anticipato quest’album si chiama, per dire, Pop Song For Euthanasia). Se diverrà o meno “enorme” non lo so, per quanto del potenziale evidentemente ci sia e l’universo della popular music sia vasto abbastanza da potere ospitare una seconda PJ Harvey (o, malissimo che vada, un’altra Carla Bozulich). Quello che so è che Shilpa Ray, indoamericana di Brooklyn, la sua gavetta se l’è fatta, le tasse le ha pagate. Per cominciare ribellandosi a una famiglia che le aveva permesso di studiare piano e harmonium sin dalla verde età di anni sei ma nella quale l’ascolto del rock era proibito e che faceva lei? Alla testa di tali Beat The Devil, con i quali dava alle stampe un cinque pezzi omonimo nel 2006, declinava un bizzarro punk ibridato con influssi indiani. Per poi il punk mischiarlo con blues e garage girando come Shilpa Ray & Her Happy Hookers e pubblicando un paio di album fra il 2009 e il 2011.

Dopo l’intro rappresentata dall’EP di cui sopra, “Is Last Year’s Savage” è il primo capitolo di una nuova storia con margini di crescita rimarchevoli (che è come dire che si sta ancora un po’ sull’acerbo). È un disco dove un primitivismo black di fondo (Burning Bride è chiaramente un blues) si fa ora gotico e ora noir. Per verificare se sia o no la vostra tazza di thè assaggiate Johnny Thunders Fantasy Space Camp: un muro di suono alla Spector, ma virato punk, che trasmuta in valzer.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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The Jon Spencer Blues Explosion – Freedom Tower: No Wave Dance Party 2015 (Mom & Pop)

The Jon Spencer Blues Explosion - Freedom Tower No Wave Dance Party 2015

Quanto blues c’era dapprincipio nella Explosion di Jon Spencer, Judah Bauer e Russell Simins? Se si guarda agli spartiti – ammesso si possa pronunciare la parola “spartiti” riferendo del cacofonico caos dell’omonimo debutto datato ’92 e del di poco successivo “Crypt Style” (dischi messi insieme in realtà con materiali provenienti dalle medesime sedute di registrazione) – quasi nulla. Un po’ di quello spirito, ecco, in forma di propensione alla millanteria, in special modo di argomento sessuale. Quanta no wave in quello che per il trio è il decimo album in studio, al netto di un paio di collezioni di remix, nonché secondo dacché nel 2012 “Meat+Bone” interrompeva un prolungatissimo silenzio? Se possibile anche di meno, praticamente zero, siccome con buona pace del buon James Chance (qualcuno ricorderà: ospite nel 2004 in “Damage”) qui le eventuali dissonanze sono squisitamente punk e il funk un ballo, mica una nevrosi. Sul dance party ci siamo. È qui la festa e il rischio – elevato, trattandosi di una celebrazione di una New York che c’era, non c’è più e non tornerà – che fosse una festa mesta è subito scansato. Dice bene il recensore di “Pitchfork”, una tantum brillantissimo, quando osserva che sì, il brano inaugurale si chiama Funeral ma datemi solo una “f”, datemi una “u”, datemi una “n” e cosa otterrò? “Fun”, divertimento.

In vari frangenti è come se questo lavoro più che il seguito di “Meat+Bone” fosse quel “To The 5 Boroughs” parte seconda che, per il triste motivo che sappiamo, i Beastie Boys non potranno regalarci. Wax Dummy potrebbe idealmente giungere da lì, idem The Ballad Of Joe Buck (che ballata naturalmente non lo è manco un po’), ancora di più Tales Of Old New York: The Rock (che sa pure tanto ma tanto di Run-D.M.C.). Sono tre ottime ragioni per mettersi in casa “Freedom Tower” e ve ne fornisco subito altrettante: la già menzionata Funeral, che è James Brown che si esibisce al CBGB’s; una smaccatamente dollsiana, con tanto di battito di mani, Betty Vs. The NYPD; una stoogesiana e in bassissima fedeltà White Jesus. Di nuovo a proposito del Godfather Of Soul: in Do The Get Down collide con Rufus Thomas e in Crossroad Hop con Jimi Hendrix. E di punk rock: Dial Up Doll nel repertorio dei Dead Boys avrebbe fatto la sua porca figura. Siamo a nove e senza problemi avrei potuto citarle in positivo tutte e tredici le tracce che sfilano in trentacinque minuti scarsi: certamente non la prova migliore di sempre della Jon Spencer Blues Explosion (personalmente voto per “Now I Got Worry”, con qualche rimpianto per “Extra Width” e “Orange”) e però quella che forse meglio a oggi è riuscita a fotografarne in studio un sound particolarmente dirompente dal vivo e, da un dato punto in poi, in perfetto equilibrio fra energia, una stilosità istintiva, il senso della storia. Una volta di più e, nel nostro cuore, una volta per sempre: no sleep till Brooklyn.

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Un ricordo di Ian Dury, a quindici anni dalla scomparsa

Esattamente quindici anni fa a oggi ci lasciava un uomo che fu persona squisita e artista a tutto tondo. Molto più che “solo” l’autore di una canzone fattasi inno e modo di dire: Sex & Drugs & Rock & Roll.

Ian Dury

La sua ultima intervista importante è del settembre dello scorso anno. Parlando ai microfoni della BBC disse: “Non sono qui per venire ricordato. Sono qui per essere vivo”. Parole che riassumono esemplarmente il sense of humour e il coraggio con i quali Ian Dury ha affrontato “le pietre e i dardi scagliati dall’oltraggiosa fortuna” fin da quando, settenne, la poliomielite lo rese storpio. Il cancro, che già gli aveva sottratto la prima moglie, Betty, e nel 1990 Charley Charles, fidato batterista dei suoi Blockheads, il 27 marzo, dopo cinque anni di assedio, l’ha avuta vinta. Ma fino alla fine (ancora in febbraio aveva cantato al London Palladium) il nostro uomo è stato splendidamente vivo ed è ciò che gli guadagna il diritto di essere ricordato, anche al di là dei meriti di una carriera che aveva toccato l’apogeo una ventina di anni fa. Svanito il successo e diradatesi le uscite, Dury aveva poi vissuto ai margini della scena musicale, facendo l’attore e scrivendo per il teatro. Salvo concedersi un brillante ritorno nel ’98 con un album, “Mr. Love Pants”, uscito quando la malattia, diagnosticatagli tre anni prima, era di pubblico dominio. Le buone recensioni che lo salutarono non erano figlie di simpatia o pietismo. In vista del tramonto, l’artista aveva ritrovato le qualità che lo avevano fatto grande nel mezzogiorno della sua vita, riproponendo al meglio la sua inconfondibile miscela di cabaret, pub-rock e rhythm’n’blues.

Più che di album, Dury è sempre stato tuttavia un autore di singole canzoni capolavoro. Come quella alla quale il suo nome resterà perennemente legato e il cui titolo entrò subito nel lessico musicale: Sex & Drugs & Rock & Roll. Gioiosa, dondolante ipnosi di inno al carpe diem senza nulla a che vedere con le tristi mitologie narcotiche del rock. “Non ho mai avuto né il tempo né l’inclinazione per esplorare il mondo delle droghe. Sempre avuto troppo altro da fare. Non ho nessun atteggiamento moralistico al riguardo ma ho visto quattordici persone che conoscevo negli anni ’60 morire di eroina e io non ho nessuna fretta di andarmene. Mi fumo una canna ogni tanto ed è tutto”, dichiarava a Paul Morley nel 1979, all’indomani della pubblicazione del suo album più fortunato, “Do It Yourself”, reduce da un primo posto nella graduatoria britannica dei 45 giri con Hit Me With Your Rhythm Stick (non in scaletta nel disco) e alla vigilia di un terzo con Reasons To Be Cheerful (Pt.3). I suoi due successi più grandi, ove curiosamente non erano entrati in classifica né Sex & Drugs & Rock & Roll, che fu uno dei classici del ’77 ma non venne inclusa in “New Boots And Panties!!!”, né Sweet Gene Vincent, dolcissimo ricordo dell’autore di Be Bop A Lula viceversa presente in quel 33 giri. Certamente non un album punk ma uno in cui lo spirito di quell’anno indimenticabile si respira appieno. Con la sua grande carica umana Ian Dury, già trentacinquenne allora, si era conquistato l’affetto anche dei più iconoclasti fra quei giovincelli vogliosi di mettere a soqquadro il mondo. Come Johnny Rotten: i Sex Pistols aprirono l’ultimo concerto di Kilburn & The High Roads, il primo gruppo di Dury, e suonarono di spalla anche a Ian Dury & The Blockheads. Come i Clash, che diventarono amicissimi dei Blockheads e fra i bersagli preferiti di memorabili scherzi.

Un giorno costoro si travestirono da poliziotti e irruppero nello studio in cui i Clash stavano registrando. Prima che venissero riconosciuti, Strummer, Simonon e Headon erano scappati dall’ingresso sul retro e Jones si era chiuso in bagno e aveva buttato nella tazza una fortuna in hashish e marijuana. Il mio secondo preferito fra i tanti aneddoti circolati su quest’uomo colto (aveva lasciato l’insegnamento per il rock’n’roll) e gentile. Il migliore? Chaz Jankel e Ian Dury scipparono il giro di basso sul quale si regge Sex & Drugs & Rock &  Roll a un assolo di Charlie Haden in un LP di Ornette Coleman. Un giorno, trovatosi faccia a faccia con il grande jazzista, Dury sentì il bisogno di confessargli il furto. Un imbarazzato Haden gli rivelò che a sua volta aveva rubato il giro a una vecchia canzone cajun.

Disco consigliato: “Juke Box Dury” (Stiff).

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.398, 23 maggio 2000.

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When In Derry Do The Pop: gli anni magici degli Undertones

The Undertones

Delusi dalla crescente indifferenza del pubblico, in rotta con la casa discografica, lacerati da divisioni interne nel giugno 1983, a due mesi dalla pubblicazione di un gioiello chiamato “The Sin Of Pride” (giustamente ripescato un paio di anni fa da “Mojo” nella rubrica sui capolavori dimenticati), i nordirlandesi Undertones si separavano, affidando la notizia a un sardonico comunicato stampa. Ci siamo sciolti, spiegarono, perché preoccupati dall’eventualità che “il dovere vivere nel lusso in esotici paradisi fiscali, prendendo il sole in piscina e sorseggiando cocktail serviti da fanciulle poco vestite… rovini la nostra capacità di continuare a fare grandi dischi”. Quel che si dice un’uscita di scena stilosa. L’entrata era stata travolgente: tale era l’entusiasmo di John Peel per il lato A del loro debutto a 45 giri da indurlo a trasmetterlo nel suo programma per due volte di seguito. Cosa da matti mai capitata alla BBC e il Peel non ha da allora, e sono trascorsi ventiquattro anni, cambiato idea: non manca mai di ribadire che Teenage Kicks è la sua canzone preferita di sempre, complimento non da poco considerato da dove viene. Il giovin lettore che non sa di cosa io stia parlando ne rubacchi in qualche modo l’ascolto. Scoprirà che alla base di tutto il punk melodico che ha furoreggiato nella seconda metà dei ’90 oltre ai Ramones e ai Buzzcocks c’era la banda dei fratelli O’Neill. Qualità di scrittura a parte, la differenza fra loro e i nipotini (e se vogliamo pure fra loro e i Ramones) è che i cinque di Derry furono pietre rotolanti sulle quali il muschio non poté attecchire. Sempre in movimento insomma, dagli esordi amatoriali suonando pub-rock a un congedo diviso fra soul e psichedelia. E il giovin lettore di cui sopra si procuri subito dopo, per toccare con orecchio quanto appena esposto, “True Confessions”, doppio CD su Castle da poco distribuito in Italia (benché abbia ormai due anni) e che raduna tutti i 45 giri del gruppo, saggiamente disposti in ordine cronologico anziché divisi con i lati A su un disco e i retri sull’altro come era capitato diciannove anni fa con “All Wrapped Up”, suo equivalente in vinile. In poco meno di ottanta minuti e trentadue canzoni vi rinverrà non solamente una storia sufficientemente approfondita degli Undertones ma persino una bella parabola di evoluzione del rock anni ’60. In bilico fra il punk e il britpop a venire.

Teenage Kicks, allora: midtempo di formidabile orecchiabilità con la ritmica che macina e le chitarre che graffiano e carezzano, spensieratezza e casini adolescenziali mano nella mano. Usciva per la locale Good Vibrations nel settembre 1978, con un ritardo sull’epopea punk giustificato dall’appartenenza a una scena periferica come quella di Derry. Tutti giovanissimi i suoi artefici, essendo il più anziano l’autore e primo chitarrista John O’Neill, ventunenne, ove il fratello Damian, piazzato all’altra chitarra, con i suoi diciassette anni era il più giovane. In mezzo il bassista Michael Bradley, diciannovenne, e il cantante Feargal Sharkey e il batterista Billy Doherty, ventenni. Nelle note di copertina di “True Confessions” Bradley lo dice ispirato dai Ramones e aggiunge che, siccome pensavano che difficilmente avrebbero potuto pubblicare un altro disco, in quel primo EP buttarono dentro quanto avevano di più valido in repertorio al tempo. Esito: tre canzoni che, se non valgono l’epocale lato A, sarebbero bastate a fare degli Undertones dei discreti “minori”, a cominciare da True Confessions stessa, con il suo basso wave, le sventagliate di elettriche e il coro petulante, e proseguendo con le irruente Smarter Than U ed Emergency Cases. Ma di sette pollici gli Undertones ne avrebbero dati alle stampe altri dodici e con loro quattro album di varia forma e immancabile qualità, con giusto qualche dubbio indotto dalla produzione piatta del terzo, “Positive Touch”, comunque anch’esso prodigo di momenti memorabili. L’entusiasmo di Peel e della stampa inducevano difatti la Sire a ingaggiarli e a ristampare Teenage Kicks, che in breve entrava nei Top 40, e il resto è storia, benresa dal doppio in questione.

È un’evoluzione costante. Dalla melodia un po’ surfeggiante e molto beat di Get Over You e dai Byrds punkizzati di Really Really si passa alla malinconia probabilmente devota ai Jam di Jimmy Jimmy e a una irresistibile e adeguatamente solare Here Comes The Summer, trapunta di tastierine cigolanti, con il sempre più evidente lanciare ponti verso gli anni ’60 definitivamente esplicitato da una caracollante rilettura, malevola, fedele e stupenda del classico della Chocolate Watchband Let’s Talk About Girls. Ove il secondo CD si apre con uno dei più persuasivi apocrifi beatlesiani di sempre, Wednesday Week, e osa poi la psichedelia pressoché jeffersoniana di Beautiful Friend e Like That e un’ipotesi di Byrds circa “Younger Than Yesterday” gemellati con i Beach Boys in procinto di porre mano a “Pet Sounds” chiamata Turning Blue (nemmeno un lato A!). Oltre a un sacco di soul, l’influenza principale per John O’Neill all’altezza dell’ultimo 33 giri (paradossalmente, vista la successiva carriera solistica, parecchio sgradita a Feargal Sharkey) e a una The Love Parade che bagna il naso a tutta la leva neoromantica e sarebbe dovuta essere, ci fosse un dio, un numero uno. Invece non entrava nemmeno in classifica, confermando il declino di un gruppo che quasi mai in precedenza aveva fallito l’ingresso nei Top 40 dei singoli e i cui tre primi album – “The Undertones” (1979), “Hypnotized” (1980) e “Positive Touch” (1981) – erano stati materia da Top 20. Titoli di coda.

Prima che fra gli applausi si riaccendano le luci, il tempo di leggere che i fratelli O’Neill daranno vita ai That Petrol Emotion. Questo però è un altro film e lo vedremo, magari, un’altra volta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.478, 19 marzo 2002.

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Sleater-Kinney – No Cities To Love (Sub Pop)

Sleater-Kinney - No Cities To Love

Questione di date d’uscita, naturalmente, giacché quello è stato concepito lungo un arco di tempo molto lungo e su un supporto fisico non sarebbe dovuto entrare in circolazione che verso la metà del corrente mese e questo pare fosse già sostanzialmente completo lo scorso febbraio e dunque avrebbe potuto benissimo vedere la luce entro l’anno (tant’è che accidentalmente – o forse no – la Sub Pop lo diffondeva in streaming per qualche ora il 22 di dicembre): fatto è che l’ultimo album importante pubblicato nel 2014, “Black Messiah”, ha finito per capeggiare la lista di fine anno del Vostro affezionato e il primo a raggiungere i negozi nel 2015 prenota, se non la vetta della prossima, con quegli undici mesi e undici giorni di anticipo, per certo uno dei primissimi posti. Ma magari anche il primo, eh? Su D’Angelo, l’ho scritto, non avrei scommesso un centesimo. Sulle Sleater-Kinney ero più possibilista. Quasi fiducioso. Ma un disco così? Nemmeno nei sogni più sfrenati.

Dieci anni senza Sleater-Kinney, dieci anni nei quali in realtà le Sleater-Kinney separatamente hanno combinato tanto – in assai diversi modi, che qui non ha importanza dettagliare – ed ecco, non è che avessero alcun bisogno vero di tornare a suonare tutte e tre assieme. E chi glielo faceva fare, considerato anche che si erano congedate con “The Woods”, per molti il migliore dei loro sette album? Tenendo conto di come e quanto in questo lungo iato la loro statura sia sempre cresciuta in prospettiva, il peso costantemente aumentato nelle storie del rock a cavallo fra il vecchio e il nuovo secolo. Sapere salutare con stile è importante. Capire che ciò che è stato non tornerà, di più. Come in ogni rimpatriata, tutto giocava contro Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss e nondimeno e un po’ paradossalmente, conoscendone l’intelligenza e l’integrità, erano esattamente le considerazioni suesposte a indurre a pronostici favorevoli. Pronti e via, “No Cities To Love” va oltre.

Come se non fossero mai andate via. Come se non fosse passato non dico un giorno dacché pubblicavano il lavoro precedente, ma al più quei tre anni che avevano rappresentato l’intervallo più ampio fra l’una e l’altra delle uscite maggiori. Nella consolidata tradizione della casa, le Sleater-Kinney risultano perfettamente riconoscibili, eppure in qualche misura diverse da come le si era conosciute fino al punto dato. Mai così memorabili, nel senso letterale del termine, prima d’ora e però senza nulla perdere in forza d’urto. Mai così immediate, a fronte di architetture che più le osservi dappresso e più lasciano senza fiato per la disinvolta complessità. Come dire, a questo giro: la perizia strumentale dei Minutemen e l’arguzia pop dei B-52’s. Come dire: di rado si è sentito un punk così funk e meriterà ricordare che trattasi di un trio due chitarre e batteria, senza il basso, assenza da sempre perfettamente dissimulata ma stavolta sul serio bisogna ascoltare per crederci, che non ci sia. Dieci canzoni (per poco più di trentadue minuti) che sono tutte potenziali singoli, “No Cities To Love” è una gioiosa macchina da guerra che non dà requie sino all’attacco sospeso del suggello Fade. Ma è una finta, siccome pure quello dopo un attimo trova slancio, marzialmente Banshees ed era un nome che già era venuto da chiamare in causa diversi brani prima, per una Surface Envy che favolosamente li incrocia con gli Wire. Disco da citare in toto, da una Price Tag che lo introduce nervosa e squillante a una Hey Darling che arriva a citare esplicitamente Lita Ford dopo che già Gimme Love aveva giocato a evocare il glam : e non lo si è sempre detto delle Sleater-Kinney che erano la versione post-grunge delle Runaways? Passando per una traccia omonima melodicamente degna dei Fleetwood Mac di “Rumours” e una A New Wave da “Best” dei Gang Of Four, per i Talking Heads primevi ma incattiviti di No Anthems e una Bury Our Friends che è la canzone migliore che i Franz Ferdinand non hanno mai scritto.

Non è dato sapere, non lo sanno probabilmente manco loro, se Corin, Carrie e Janet daranno continuità a questo ritorno. Per intanto: cogliete l’attimo.

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Here Today, Gone Gone Gone Gone Tomorrow

E così ieri ci ha lasciati anche l’ultimo dei Ramones originali, Thomas Erdélyi, detto Tommy, il batterista, che i Ramones li aveva lasciati a inizio 1978 perché stanco di tour e deluso dalle vendite modeste. Senza in realtà lasciarla mai davvero quella famiglia disfunzionale, visto che rimaneva per produrre il quarto album e all’altezza dell’ottavo tornerà (gli dobbiamo anche le regie di “Tim” dei Replacements e “Neurotica” dei Red Kross) a sedersi dietro il mixer. Adesso sì.

Così raccontavo una ristampa di “It’s Alive” a un pubblico che presumibilmente i Ramones li ha sempre detestati.

Ramones - It's Alive

Si può essere inetti e geniali? Sì, se si suona rock’n’roll, e mai band ne ha dato dimostrazione più eclatante dei Ramones, gli iniziatori del punk essendosi formati nel 1974 e del punk avendo pure inventato il look. Metà del quale in realtà era un omaggio un po’ agli anni ’50 (i giubbotti di pelle) e un po’ ai ’60 (le chiome a caschetto). Non era l’unico debito con il passato di un complesso che non faceva che prendere il rock pre-Beatles, il pop alla Phil Spector e il surf, centrifugare il tutto e rispararlo fuori a cento all’ora e ridotto ai fondamentali: due accordi, una melodia, un coro. Per scelta… uh… filosofica, ma anche per via di una padronanza degli strumenti a dir poco approssimativa. Ciò nonostante e proprio per questo: il gruppo più esilarante che si ricordi. E ascoltando questo fenomenale (ventotto canzoni, ventotto classici) doppio fresco di ristampa (cinquanta euro: fa quasi uno al minuto) mi scappa da ridere pure perché ne sto segnalando l’uscita a un pubblico sostanzialmente di audiofili. Registrato al Rainbow di Londra il 31 dicembre 1977 in uno degli ultimi spettacoli con la formazione originale, ufficialmente, e considerato uno dei migliori live di sempre: solo molto dopo si verrà a sapere che dal vivo c’è giusto la batteria e tutto il resto venne reinciso in studio. L’assenza di errori vistosi avrebbe dovuto insospettire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.304, ottobre 2009.

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You know what Amin (di quando si poteva essere politicamente scorretti e farla franca)

Idi Amin Dada

Dice bene Carlo Bordone nella prefazione al suo libricino sui dischi di culto dei ’70 allegato al numero estivo di “Rumore”: nessuno capì allora, né ha ancora capito, cosa siano stati davvero quegli anni. Anche logico, trattandosi – come scrive subito dopo – del decennio meno lineare di sempre, iniziato con Keith Emerson che accoltellava il suo Hammond e suggellato da Paul Simonon che sfasciava il basso. E però a ben pensarci alcuni tratti comuni si possono individuare e a me pare che il principale sia un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni. Erano gli anni ’70 e poteva sembrare una buona idea dedicare una canzone a un tiranno tanto buffonesco quanto sanguinario (Amnesty International calcola in mezzo milione i morti che fece negli otto anni e tre mesi in cui fu al potere) quale l’ugandese Idi Amin Dada. Talmente buona che venne in mente a parecchi. Credeteci o meno, questa playlist è solo una selezione (ciò che si rintraccia su YouTube) degli innumerevoli brani che ispirò.

8) The K9’s – Idi Amin (dall’EP 7” The K9 Hassle; Dog Breath, 1979)

7) Mortimer – General Amin Dada (lato A di un singolo; Belter, 1978)

6) Militant Barry – Idi Amin Disco (dall’omonimo EP 12”; Conflict, 1977)

5) Prince Buster All Stars – Idi Amin (lato A di un singolo; Mellodisc, 1977)

4) Mighty Sparrow – Idi Amin (dall’album “N.Y.C Blackout”, Charlie’s Records, 1978)

3) Artful Dodger – Idi Amin Stomp (dall’album “Babes On Broadway”, Columbia, 1977)

2) Black Randy & The Metrosquad – Idi Amin (dall’omonimo EP 7”, Dangerhouse, 1978; poi inclusa nell’album “Pass The Dust, I Think I’m Bowie”, stessa etichetta, 1979)

1) Battered Wives – Uganda Stomp (dall’album “Battered Wives”, Bomb, 1978)

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Emozioni da poco (33): Jim Carroll

Scrittore, eroinomane, ragazzo di strada per pagarsi il vizio. L’innocenza depravata e i sogni asciutti di un ragazzo cattolico sequestrato dal rock’n’roll.

Cheap Thrills 15

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