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Emozioni da poco (33): Jim Carroll

Scrittore, eroinomane, ragazzo di strada per pagarsi il vizio. L’innocenza depravata e i sogni asciutti di un ragazzo cattolico sequestrato dal rock’n’roll.

Cheap Thrills 15

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Happy Birthday To Siou(xsie)

Compie oggi gli anni Susan Janet Ballion, meglio nota con il nome d’arte di Siouxsie Sioux. Curiosamente, non ho un vero articolo su di lei – e sull’epopea Banshees – da tirare fuori dagli archivi, siccome sull’indimenticato “Extra” altri (eccellentemente) se ne occupò. Celebro allora la ricorrenza ripubblicando due recensioni che, messe insieme, sintetizzano comunque bene il mio pensiero su una bad girl che fece epoca e sui suoi formidabili sodali.

Siouxsie And The Banshees - Voices On The Air The Peel Sessions

Voices On The Air: The Peel Sessions (Polydor, 2007)

Quanto ci manca John Peel! Che guida preziosa sarebbe ancora per orizzontarsi in un’attualità ingestibile da noi comuni umani, quando lui fino alla fine ebbe un radar pressoché infallibile per qualsiasi cosa nuova valesse la pena conoscere. E quanto ci fa rodere il pensiero che se ne sia andato proprio quando gli sviluppi tecnologici avevano reso facile seguirlo anche a chi non abita nel Regno Unito. Nel contempo, quanto ci consola che abbia lasciato un’eredità a tal punto immane che, benché siano ormai vent’anni che escono raccolte di incisioni per questo o quello dei suoi programmi, ancora tanto resta da recuperare. Si pubblica per la prima volta, si riordina o entrambe le cose. Si prendano ad esempio Siouxsie & The Banshees. Nel 1987 e nel 1989 erano usciti due dodici pollici con le loro prime sedute di registrazione per Peel – rispettivamente del 29 novembre ’77 e del 6 febbraio ’78 – e fra le svariate centinaia di mix residuo di quando recensivo i singoli per questo e poi un altro giornale li ho conservati da allora come due dei più preziosi. L’uno e l’altro come minimo da Top 20, azzarderei. Nel 1991 erano stati messi assieme in un mini, peraltro da tempo di ardua reperibilità, ma non mi risulta che a oggi le tre sedute successive – 9 aprile ’79, 10 febbraio ’81 e 28 gennaio ’86 – avessero mai ricevuto una stampa legale. Eccole qua, finalmente riunite in settanta minuti netti di totale memorabilità. Anche se poi sono proprio le due già edite a farsi preferire.

Ho sempre pensato che i migliori Banshees siano stati i primissimi. Nemmeno quelli dell’esordio a 33 giri “The Scream”, no. Bensì quelli che San John catturava diversi mesi prima che ponessero mano a quel comunque colossale debutto, addirittura prima che rimediassero un contratto discografico. Lontani dagli stereotipi gotici nei quali alla lunga cadranno, quei Banshees facevano onore al loro nome facendo mulinare svelte nenie e innodie ultramondane, e un’elettrica affilata come una lama di Toledo e urlante come un gatto indemoniato, su un tribale tambureggiare a rotta di collo. Quintessenza di punk, ma già un passo oltre. Sta qui la Love In A Void definitiva, è qui che la paranoia di Suburban Relapse non fa prigionieri, qui Hong Kong Garden induce centripeta al delirio e allora si salvi chi può dall’Helter Skelter. Siamo alla trascendenza. Più terreno il resto di un programma in ogni caso rimarchevole, in particolare in una stentorea Regal Zone e in una Voodoo Dolly della quale Patti Smith avrebbe potuto menar vanto.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.630, gennaio 2007.

Siouxsie And The Banshees - A Kiss In The Dreamhouse

A Kiss In The Dreamhouse / Nocturne / Hyeana / Tinderbox (1982, 1983, 1984, 1986; ristampati Polydor, 2009)

Dice bene Paul Morley nelle stupende – stupende! – note che accompagnano ciascuna di queste quattro ristampe e in particolare in quelle a corredo di “A Kiss In The Dreamhouse”: “Fra noi c’era chi ascoltava Siouxsie & The Banshees (…) per via di come sapevano trasformare in musica pop l’agonia della vita e della morte. Altri, bene o male che fosse, li prendevano molto più seriamente”. Colpa di questi ultimi se a un certo punto, proprio a partire dall’82, che era quando usciva il primo di questi quattro album, si cominciava a percepire Susan Dallion e compagni se non (ancora) come delle macchiette quantomeno come gente in parabola calante. Ridotta a un’iterazione sempre meno ispirata, dopo avere ideato archetipi, di stereotipi. Colpa della marea montante di gruppi e gruppetti dark e dei loro fan così lugubri da far ridere. I Banshees avevano liberato la bestia gotica e per quanto si potesse avere amato uno o tutti i fantastici quattro primi LP – “The Scream”, “Join Hands”, “Kaleidoscope” e “Juju” – riusciva difficile non rimproverarglielo. Che avevamo fatto di male per meritarci il Batcave? Così questi secondi quattro LP della compagine londinese, usciti fra l’82 e l’86 e adesso rimasterizzati ed espansi (unica scaletta invariata quella di “Nocturne”), venivano accolti complessivamente non male ma con molta sufficienza e poca attenzione.

Togliamo pure dal conto “Nocturne”, che è il più classico dei doppi (di CD ne basta uno) dal vivo e sul quale – annotato magari con soddisfazione di un’asciuttezza che rimandava ai bei tempi antichi – non è che ci fosse da ricamare chissà che. Ciò premesso, con il senno e la prospettiva del poi stupisce che non si siano colte al tempo sia la bellezza che le caratteristiche che li facevano ciascuno peculiare e chiaro indizio di un gruppo tutt’altro che immobile e sempre uguale a se stesso. Oggi si possono valutare meglio la sottile vena sperimentale che attraversa “A Kiss In The Dreamhouse”, la sapienza degli arrangiamenti a tratti neo-classici di “Hyaena”, l’inclinazione sorprendentemente uptempo (più le atmosfere che i ritmi in sé, si badi) di “Tinderbox”. Ben al di là di qualche canzone della cui memorabilità ci si rese conto subito (Cascade, Swimming Horses, Candyman, Cities In Dust) è una quaterna con non molto da invidiare alla prima. La discesa vera comincerà dopo. O no? Qualche settimana fa mi è capitato di riascoltare “Peepshow” e di scoprirlo infinitamente superiore al mediocre ricordo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

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No Hope For The Wretched: il rock dinamitardo e nichilista dei Plasmatics

Il rock’n’roll ha denti affilati. Il rock’n’roll ti spacca la faccia. Se ti piace sentirti esplodere il cervello, se ti piace sentirti attaccato al muro, i Plasmatics fanno per te.

Plasmatics

Non ricordo il titolo della canzone, ma il video sì. Wendy O. Williams corre in pieno deserto a bordo di una decappottabile rossa e canta “è la mia vita e faccio quello che voglio”, mostrando il medio alla telecamera. Appare un aereoplano che regola la sua velocità su quella dell’automobile. Viene calata una scala di corda. Wendy si aggrappa alla scala e comincia a salirla. Un attimo dopo l’auto precipita da un dirupo ed esplode. In fatto di rottamazione delle vecchie vetture la signora Williams ha sempre dato dei punti a qualunque ministero dell’industria. Il 16 novembre 1979, durante un concerto al Palladium di New York, fece saltare in aria con la dinamite la prima di tante macchine sacrificate sull’altare di uno degli spettacoli più clamorosi (altro che Marilyn Manson!) che mai si siano visti nel rock. Era, per la cronaca, una Cadillac nera. Sempre a bordo di una Cadillac uscì l’anno dopo dal Pier 62 senza passare dalla porta, saltando giù un attimo prima di finire  nell’Hudson. In quello stesso 1980, l’ennesima Cadillac a bagno in una piscina adornava la copertina del primo LP dei Plasmatics. Nel 1981 la distruzione di un’altra venne immortalata sul secondo. Sempre quell’anno, il 30 gennaio, la Williams si arrabbiò moltissimo quando al Piper di Roma le imposero di rinunciare ai suoi giochetti alla nitroglicerina. Si limitò a presentarsi in scena in mutandine e reggiseno bianchi, poi cambiati con un ridottissimo slip leopardato e schiuma da barba sistemata in punti strategici. Qualche fellatio al microfono, un televisore e un po’ di casse presi a mazzate, una chitarra segata in due e come gran finale un’intera fila di riflettori abbattuta. Spettacolo blando quella sera nella città caput mundi, molto meno che ordinaria amministrazione.

Quanto a “è la mia vita e faccio quello che voglio”, Wendy O. Williams lo scorso 6 aprile ha dimostrato di crederci fino in fondo uccidendosi. Aveva quarantotto anni e ne erano trascorsi dieci da quando aveva dato per l’ultima volta notizie di sé discograficamente.

Ciò che più mi piace ascoltare, ciò che più mi eccita, è il rumore che fanno i camion della nettezza urbana e i convogli della metropolitana. E ancora di più il fragore di quelle grandi sfere d’acciaio che vengono usate per demolire gli edifici… Sono questi i suoni che hanno maggiormente influenzato la mia vita e la mia musica.” (da un’intervista a “CMJ” del marzo 1980)

Non ve l’ho ancora detto, ma questo articolo è innanzitutto un omaggio a una storia d’amore bellissima, ancorché fuor da ogni canone, quella fra Wendy O. Williams e Rod Swenson. Più vecchio di lei di quattro anni, Swenson nel 1976 usava come alias Captain Kirk ed era l’impresario di uno spettacolo porno, il “Captain Kirk’s Sex Fantasy Theater”. Al tempo ventiseienne, la Williams aveva già avuto una vita assai piena: fuggita di casa a quindici anni, aveva vissuto in prima persona tutta la parabola dell’hippismo e negli anni ’70 aveva girato l’Europa al seguito di una compagnia di ballo. I balli richiesti dalla rivista di Swenson erano di tipo meno classico, ma la ragazza era fermamente decisa a ottenere il posto. Per averlo fece una posta spietata all’impresario, fino a convincerlo. Entro breve era l’attrazione principale dell’intera kermesse. Poco dopo scoccavano due fatali scintille: l’amore e il punk. L’eclettico Swenson (oggi è un apprezzato autore di saggi filosofici, pensate un po’) dirigeva video di Ramones e Patti Smith e, anche su sollecitazione della sua nuova compagna, decideva di mettere assieme un gruppo rock. La congrega che si radunava anticipava l’estetica di Mad Max e di tutto il filone cinematografico post-catastrofe: alla voce la Williams, chioma arancione; alla chitarra solista Richie Stotts, taglio da mohicano di un blu elettrico e tutù da ballerina rosa confetto; alla chitarra ritmica Wes Beech, capelli tinti d’argento; alla batteria Stu Deutsch, taglio “paglia e fieno”, per dirla alla Verdone. L’unico a non pasticciare la propria capigliatura, in quanto calvo come una palla da biliardo, era il bassista Chosei Funahara. Ma se vi imbattete in qualche foto dei Plasmatics, ragazze all’ascolto, comprenderete che nemmeno lui era un tipo con il quale vostra madre vi farebbe uscire.

Prima di optare per Plasmatics pensavamo di chiamarci Butcher Baby, ma era un nome troppo caratterizzante e così l’abbiamo usato solo come titolo di un pezzo. Quando Richie è arrivato sapeva suonare due note e la seconda non ci piaceva. Finalmente si è limitato a suonarne una e quella ci è sembrata grande. Così ho scritto un testo. L’idea di costruire una canzone su un’unica nota era eccitante. Qualcuno ha detto: ‘I Plasmatics riducono a due accordi i famigerati tre dei Ramones’, ma non è vero. In Butcher Baby ce n’è uno solo.” (Rod Swenson, tratto dall’“Andy Warhol’s Interview Magazine”, 1979)

Non cercherò di convincervi che gli album dei Plasmatics sono imperdibili, giacché nonostante abbiano avuto il merito di essere stati fra i primi (Motörhead a parte) a tentare il connubio fra punk e metal sono in realtà poca cosa. Il più considerato in genere è il primo, “New Hope For The Wretched” (Stiff America, 1980), che ha in scaletta la succitata Butcher Baby e una versione che è pura ninfomania di un successo di Bobby Darin del 1959, Dream Lover. A mio giudizio il migliore (o il meno peggio, fate voi) è invece il seguente “Beyond The Valley Of 1984” (Stiff America, 1981), con un paio di brani registrati dal vivo a Milano, la fresca melodia di Summer Nite e il cavallo di battaglia Pig Is A Pig. Dopo l’interlocutorio mini “Metal Priestess” (Stiff America, 1981) e “Coup d’état” (Capitol, 1982; il più metal del lotto), i Plasmatics si scioglievano. Non è in termini di canzoni e di dischi che va misurato il loro apporto al romanzo del rock. Il loro contributo è stato tutto estetico: non si erano mai visti concerti tanto estremi, al cui confronto Alice Cooper e i Tubes parevano scolaretti. Ma non erano, a ben vedere, soltanto provocazioni gratuite: non c’è bisogno di conoscere la storia successiva di Swenson per scorgere in essi una critica radicale, e ben meditata, alla società americana.

No. Non riesco proprio a immaginarmi nei panni di una casalinga.

Dopo la fine dei Plasmatics la Williams ottiene un discreto successo con “W.O.W.” (Passport, 1984), che le procura un’inattesa candidatura al Grammy (vince Madonna), e “Kommander Of Kaos” (Gigasaurus, 1986). Va meno bene “Maggots: The Record” (Profile, 1987). Nulla da dire sul suo disco rap, “Deffest! And Baddest!” (Defest/Profile, 1988), uscito a nome Ultrafly And The Hometown Girls. Dopo tanto fragore, lascia la ribalta in silenzio.

Lei e Rod Swenson sono sempre insieme. Quando lui si trasferisce nel Connecticut lei lo segue. Vegetariana e animalista già ai tempi dei Plasmatics (che pure un celebre scatto immortala nella cella di una macelleria), dedica la sua vita a curare gli animali selvatici feriti che vengono portati al Quiet Corner Wildlife Center di Ashford. La noia e la depressione montano però in lei, invincibili. Tenta per la prima volta il suicidio nel 1993, piantandosi un coltello nel petto con un colpo di martello, ma la lama viene arrestata dallo sterno. Dopo averne lungamente parlato con il suo compagno, ci riprova nel 1997 con una overdose di efedrina e tavolette di caffeina. Swenson è con lei e le tiene la mano mentre sembra se ne stia andando. Ma va ancora male, o bene.

Il 6 aprile 1998 Wendy O. Williams si inoltra nei boschi che circondano la sua casa. Dopo avere dato da mangiare agli amati scoiattoli si copre il volto con un sacchetto, gesto estremo di delicatezza nei confronti di chi la troverà, e si toglie la vita con una revolverata alla testa. Come era nei suoi desideri, sarà Swenson a rinvenire il corpo.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.84, gennaio 1999.

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Emozioni da poco (27): Richard Hell & The Voidoids, Fuzztones

“Vivrà mai più il rock’n’roll un altro anno di simili, copernicani rivolgimenti?”, scrivevo nel 1989  parlando del 1977. Ignorando che il 1991 incombeva.

Cheap Thrills 9

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Emozioni da poco (21): Sex Pistols

Una cronistoria piuttosto dettagliata della Grande Truffa del Rock’n’Roll. Dal numero 3 di “Velvet”, non dal 2 come riporta erroneamente il fondo pagina.

Cheap Thrills 3

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Johnny (Rotten) Too Bad

Era un 14 gennaio quando, al termine del loro primo tour americano, Johnny “presto di nuovo Lydon” Rotten lasciava i Sex Pistols. Trentacinque anni dopo il suo “ever get the feeling you’ve been cheated?” risuona ancora beffardo. Così scrivevo, recentemente, dell’ennesima ristampa di “Never Mind The Bollocks”.

Sex Pistols - Never Mind The Bollocks Deluxe Edition

Chissà le pazze risate che si sarebbe fatto Johnny “ancora Rotten” Lydon se un qualcuno proveniente dal futuro fosse atterrato nella Londra del 1977 e gli avesse riferito delle fortune postume delle Pistole del Sesso raccontandogli anche, visto che c’era, della parabola che avrebbe portato da lì a qualche decennio l’industria discografica (“I-em-aaaai!”) a suicidarsi, causa formidabile e contemporaneo eccesso di avidità e stupidità. Dopo avere messo in scena la più grande truffa sul serio non del rock’n’roll ma della musica tutta: la commercializzazione del compact disc così come l’abbiamo dovuta subire. Chissà le pazze risate di un giovanotto che già allora era sveglissimo (per marionette manovrate da Malcolm McLaren, citofonare tomba di Sid Vicious) rigirandosi fra le mani l’ennesimo riciclaggio di quelle quindici canzoni in croce, di cui dodici finite sull’unico LP vero, che formavano l’intero repertorio dei Pistols. E scappa da ridere pure a me puntando il segmento di libreria “Regno Unito e Irlanda, ’77 e post” e constatando che sì, ricordavo bene, già ne possedevo una di edizione ampliata di “Never Mind The Bollocks”, un doppio CD Virgin del ’96 con sul secondo dischetto una collezione di demo. La Universal ha fatto le cose più in grande, fino all’esagerazione di un quadruplo venduto a cento euro. Johnny ha le convulsioni.

Spendendo un quarto vi incamererete l’edizione comunque meglio suonante a oggi di un album controverso ed epocale come pochi o forse nessuno. Più un bel booklet (la Virgin si era limitata a un foglietto), un poker di lati B e un concerto dalla fedeltà viceversa incerta quanto la padronanza degli strumenti di quattro sciamannati che il rock lo salvarono, altro che distruggerlo come avrebbero voluto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.338, novembre 2012.

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Emozioni da poco (5): The Clash

Qualche riflessione sui Clash, quando il futuro era stato appena scritto, quando il rock poteva ancora cambiarti la vita.

Bassifondi 5

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Wizards Of Oz (1)

The Saints – I’m Stranded (lato A di un singolo, Fatal, 1976; poi inclusa in “I’m Stranded”, EMI, 1977)

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Wizards Of Oz (7)

Radio Birdman – Do The Pop (da “Radios Appear”, Trafalgar, 1977)

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Wizards Of Oz (17)

The Celibate Rifles – Johnny (lato A di un singolo, True Tone, 1989; poi inclusa in “Blind Ear”)

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