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I migliori album del 2017 (10): Curtis Harding – Face Your Fear (Anti-)

È un bel salto quello dalla Burger, minuscola casa discografica californiana che pubblica in prevalenza cassette (!), alla Anti-, per antonomasia l’etichetta “per artisti” sin da quando Brett Gurewitz nel 1999 decideva di investire un po’ dei soldini guadagnati con il punk-rock offrendo un tetto a Tom Waits. A lui tanto per cominciare. Vero che nel catalogo Burger, numericamente cospicuo all’estremo, fra tanti sconosciuti figurano anche un tot di stelle e stelline più o meno alternative, ma sono camei, via. Vuoi mettere la solidità di quell’altro di catalogo? Vuoi mettere la potenza distributiva e promozionale? È un bel salto, ma Curtis Harding lo compie con stile e rilassatezza. Come facendo finta di niente. Come sapendo che con la musica che fa, così lontana da quella roba che oggi chiamano R&B (e che cazzo! pure in quest’album non si trova un po’ di auto-tune manco a pagarlo!), le possibilità di diventare una star restano comunque bassine. O no? Perché, dai, magari alla Anti- la prossima volta si fanno furbi e da un disco così, anziché cavare mezzo singolo (e solo per le radio) tipo Need Your Love – che è una bomba di pezzo, ma è passato mezzo secolo dacché le classifiche premiavano Wilson Pickett -, ne tirano fuori uno intero e ci puntano sopra forte: o Till The End, sexy in maniera sbarazzina, o una Ghost Of You in ginocchio da te. Ma anche Wednesday Morning Atonement – orchestrazione avvolgente e chitarra ustionante – sarebbe andata bene, eh? Non potrebbe essere che un po’ di spazio per un nuovo Lenny Kravitz – ma meno fighetto: prodotto da Danger Mouse e con i Black Lips a fiancheggiarlo – ci sia? Per intanto, perché non si sa mai, Curtis si porta avanti con il lavoro e di nuovo in copertina si fa immortalare a torso nudo.

Album tosto ed elegante come nel 2014 il debutto “Soul Power”, sostanzialmente con gli stessi suoni (o un minimo più rifiniti) ma con quel piccolo passo avanti a livello di scrittura che fa la differenza. Sarebbero più o meno tutte da citare le undici canzoni che vi sfilano. Per provare a convincervi punto forte ancora sul morbido funk della title track, su una Go As You Are da manuale della blaxploitation, sullo psychedelic soul As I Am.

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Sei anni senza Amy Winehouse

Tutti a scrivere, quando assai prevedibilmente ma ancora più intempestivamente Amy Winehouse ci lasciò, il 23 luglio 2011, di un nuovo ingresso nel famigerato “club dei 27”. Quello delle rockstar morte prima di arrivare a festeggiare il ventottesimo compleanno. Ma… c’è un grosso “MA”, prima di un “mah” grosso così. Brian Jones morì a ventisette anni, ma contate quanti LP avevano già pubblicato i Rolling Stones e provate a immaginarveli senza il suo apporto. Jimi Hendrix morì a ventisette anni, avendo però non solo dato alle stampe tre album in studio (uno dei quali doppio) e un live, ma anche accumulato centinaia di ore di registrazioni inedite. Materiale bastante a confezionare una discografia postuma che, considerando solo l’essenziale, triplica almeno quanto mandò nei negozi in vita. Janis Joplin morì a ventisette anni, ma a quel punto aveva già in cv due 33 giri con Big Brother & The Holding Company e due da solista, il secondo dei quali uscirà postumo ma era comunque di fatto completo al momento della dipartita dell’artefice. Jim Morrison morì a ventisette anni, ma a guardare la sua vicenda artistica in retrospettiva – ben sei i lavori in studio licenziati dai Doors, più un doppio dal vivo – pare chiaro che una fase si era chiusa e, fosse vissuto, se ne sarebbe aperta un’altra. E anche Kurt Cobain morì (non per un incidente conseguenza di uno stile di vita pericoloso, lui) ventisettenne, avendo tuttavia consegnato in precedenza agli annali del rock tre lavori (più un’antologia di assortite curiosità) con i Nirvana e registrato un “Unplugged” per MTV. Vogliamo risalire a un’epoca pre-rock’n’roll? Pure Robert Johnson salutò questo mondo prima di spegnere la ventottesima candelina, ma è una bella consolazione per noi posteri che praticamente ogni singolo brano che ci ha lasciato (in vita pubblicò una dozzina scarsa di 78 giri) sia un classico che ha contribuito a plasmare, in differita di un quarto di secolo, il rock come si è disegnato da metà anni ’60 in poi. Mentre Amy… Quando morì di male di vivere l’ultimo album datava già quasi cinque anni ed era appena il secondo. Su quantità e qualità degli inediti rimasti nei cassetti la dice lunga lo scadente “Lioness: Hidden Treasures” e se da allora un’industria famelica non è ulteriormente passata all’incasso almeno con un live vuol dire che non esiste nulla di pubblicabile. Ed è questa, parlando di musica e mettendo dunque per un attimo da parte una vicenda biografica tristissima, la vera tragedia. La Winehouse è rimasta un’incompiuta. Un progetto mai concretizzatosi appieno di grande artista.

Del debutto datato ottobre 2003 “Frank”, che non è l’oggetto di questa pagina, questo soltanto dirò: che è un signor disco (paradossalmente: oggi sottovalutato quanto venne acclamato all’uscita) e che però fotografa una Amy parecchio diversa da quella che sarebbe quasi certamente diventata, non si fosse ammazzata di droghe e alcool. Nei suoi solchi una novella Billie Holiday (ventenne!) che prova a reincarnarsi in Macy Gray ed è esercizio di stile strepitoso ma, appunto, esercizio. Occasionale il trapelare di un sentimento autentico. Laddove da “Back To Black”, che gli andava dietro quasi esattamente tre anni dopo, a strizzarlo gocciola sangue. Le due canzoni più istantaneamente memorabili sistemate in apertura e in chiusura e naturalmente a riascoltarle dopo quanto accaduto fanno tutt’altro effetto: l’errebì gioioso innervato di profanissimo gospel Rehab non pare più il grido allegro di una monella che si gode la vita spericolata come fosse un privilegio della sua età, perché per crescere e mettere la testa a posto c’è (dovrebbe esserci) sempre tempo; idem Addicted, quasi parimenti serrata e ludica, come un recupero di Inghilterra “cool” metà ’80 (una Sade decisamente più negra perché ebrea) e insieme una Don’t Bogart Me per la generazione dell’ecstasy. Come ebbi a scrivere altrove, sull’onda dell’emozione per una delle tragedie più annunciate di sempre, “Back To Black” è un ossimoro: un capolavoro imperfetto. Un disco con diverse canzoni eccezionali, a partire dalle due succitate, ma che dà netta l’impressione che di opera di transizione trattavasi. Di momento di passaggio in cui l’anatroccolo jazz ancora non si era del tutto trasformato in un cigno soul. Se quello avrebbe poi volato con le ali di un tipico sound anni ’60, o piuttosto di un suo aggiornamento all’era del trip-hop, non lo sapremo mai. Altre cose in ogni caso meravigliose oltre a una traccia omonima evocazione mozzafiato di Shangri-Las: una You Know I’m No Good in cui Billie diventa Aretha; un’affranta Love Is A Losing Game; una Tears Dry On Their Own in scia alla classicissima Ain’t No Mountain High Enough; una Wake Up Alone che pare Sam Cooke che si dà al blues; una He Can Only Hold Her da Impressions maggiori.

A proposito di Sam Cooke… Ad appena un anno dall’uscita originale, cavalcandone il successo clamoroso la Island approntava un’edizione “Deluxe” di “Back To Black” con aggiunto un secondo, gustosissimo dischetto e due erano principalmente le ragioni per catturarlo: la prima, un’irresistibile versione “in levare” di Cupid; la seconda una demo di Love Is A Losing Game solo voce e chitarra acustica al confine fra lo struggente e lo straziante. Il generoso resto mancia comprende una Valerie in ginocchio da Aretha (di nuovo), tre squisiti scampoli di epopea 2-Tone e lo Spector non nascosto dietro un Wall of Sound di una To Know Him Is To Love Him oltre il malinconico. Mica robetta, insomma, e un’ottima scusa per porre mano al portafoglio e scucire quei trenta euro (o poco più) che vi costerà portarvi a casa in doppio vinile fresco di stampa quest’edizione allargata del secondo Amy Winehouse. Da applaudire: l’ottima resa sonora, un sound caldo quando dettagliato, una prospettiva scenica convincente e la magica voce resa al meglio. Da censurare: che alla Universal non abbiano ritenuto opportuno spendere quei pochi centesimi in più per due buste antistatiche. I conseguenti scrocchi per l’accumulo di elettricità rischiano di sciupare un piacere d’ascolto che sarebbe, se no, totale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Prince, nel secolo nuovo

Esattamente un anno a oggi Prince se ne andava: dipartita quantomai intempestiva sia per un’età ancora non certo veneranda che perché lasciava come involontario congedo una sequela di album così così o francamente orrendi, quando il suo inizio di secolo nuovo era stato favoloso. Qui recupero le recensioni di cinque suoi lavori pubblicati fra il 2004 e il 2015.

Musicology (NPG/Columbia, 2004)

Il modo peggiore per accostarsi a questo disco con la certezza di non valutarlo poi affatto per quanto vale, che non è poco, è rimproverare al suo artefice di non essere più uno snodo cruciale del pop come lo fu negli anni ’80 e ancora appena oltre, fino al superlativo “& The New Power Generation” che è del 1992. A parte il fatto che da un dato punto di vista non è per niente vero – in quanto a influenza l’uomo di Minneapolis è centrale adesso più di quanto non fosse nella sua età aurea, visto il peso degli eredi: OutKast, Felix Da Housecat, Cody ChesnuTT, N.E.R.D., per non nominarne che alcuni – sarebbe un po’ come rinfacciare al Bob Dylan che tira fuori un “Time Out Of Mind” di non essere importante quanto all’epoca di “Highway 61 Revisited”. Come se il tempo si potesse fermare, come se a chi ha inscenato rivoluzioni non fosse poi consentito non dico un tranquillo tran-tran ma il licenziare lavori semplicemente eccelsi, non copernicani rivolgimenti, non fughe nel futuro. Colui che da qualche tempo possiamo di nuovo chiamare Prince verrà ricordato per “Musicology” se sarà su un album o due o tre che si concentrerà il ricordo? No di certo. “Musicology” è un grande disco e nello specifico un grande disco di Prince? Assolutamente sì. È un grande ritorno? No, ma soltanto perché Prince non se n’era forse mai andato (giocava a nascondino, quello sì, e noi eravamo distratti: capita) e se se n’era andato aveva già cominciato a tornare nel 2001 con il lunare, schizofrenico e a tratti genialoide “The Rainbow Children”. È rientrato in alveo major e questo lo rende di nuovo visibile: ottima cosa.

Ecco: volendo a tutti i costi muovere una critica a “Musicology” si può annotare che della precedente prova in studio, cui peraltro è superiore, non ha i vertiginosi guizzi, quel frenetico, a momenti zorniano rimbalzare fra generi all’interno di uno stesso brano, e attribuire ciò se non a diktat della Columbia (che il signor Roger Nelson non sia uno che si fa condizionare lo testimonia la sua storia) a un legittimo desiderio di essere, in un passaggio così importante, accessibile. Ma a che vale lamentarsene se il risultato sono canzoni di questa incisività? A partire da quella che inaugura e intitola, tastiere petulantemente ’80 innestate/innescate in un superbo funk di pura scuola James Brown, e proseguendo con il gusto da hip hop primigenio di Illusion, Coma, Pimp & Circumstance, con la squisita seduzione soul dalle parti di Purple Rain di Call My Name, con il rotolante basso wave e la chitarra hard di Cinnamon Girl, con il blueseggiare di On The Couch. Niente male, a un abbondante quarto di secolo dagli esordi.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

3121 (NPG/Universal, 2006)

Tralasciando le innumerevoli realizzazioni “private” e il monumentale triplo dal vivo “One Nite Alone”, siamo al terzo atto della rivincita inscenata nel corrente decennio dall’Artista Che Per Qualche Tempo Non Volle Più Farsi Chiamare Prince. Il primo era stato, nel 2001, l’ineguale ma a tratti folgorante guazzabuglio stilistico, da Frank Zappa negro, di “The Rainbow Children”. Il secondo, nel 2004, il ritorno a una più canonica forma “canzone” e a vendite di tutto rispetto con “Musicology”, ritorno anche a una multinazionale del disco dopo il burrascoso divorzio dalla Warner, con un contratto per quel solo album con la Columbia. La vendetta nei confronti di quanti lo diedero per finito, cioè quasi tutto il mondo compreso il sottoscritto, si è completata con un lavoro che sin dai primi ascolti è parso candidarsi a riportare il Nostro in cima alle classifiche, dopo che in vetta a una particolare graduatoria era già tornato giustappunto nel 2004: cinquantasei milioni e mezzo di dollari i ricavi dei suoi spettacoli live, numero uno della stagione negli Stati Uniti.

Predestinati alla gloria il singolo Te amo corazon, sorta di tango con piano latin jazz, e una ballatona come Beautiful, Loved & Blessed, che in materia di modern soul dimostra come Roger Nelson sia in grado di dare lezioni a praticamente tutti gli epigoni. Promettono però di restare ancora più a lungo nella memoria i brani ritmicamente più accesi, da una traccia omonima che è un animale funk dagli artigli affilati a una singultante e mooolto clintoniana Lolita, da un’iperammiccante con tanto di rap Incense And Candles a una strepitosa Fury, che è una novella Kiss dal rockappiglio e dalla densità elevate al quadrato. Così come la collisione fra flamenco e hip hop di The Word e il favoloso soul-blues, da pieni ’60, di Satisfied e cosa ci si ritrova in mano dunque, a conti fatti? Magari non il Prince più bello, pur essendo notevolissimo, da “Purple Rain” in avanti: però quello commercialmente più solido.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio – Annuario 2006”.

Planet Earth (NPG/Columbia, 2007)

Peccato! Peccato che il frastuono mediatico che ha salutato l’uscita di questo disco in Gran Bretagna in omaggio con un quotidiano, e perdipiù in anticipo sulla data ufficiale di pubblicazione e la distribuzione nei negozi (a un prezzo analogo a quello delle novità di fascia alta), abbia finito per fare passare in secondo piano qualunque seria analisi del disco in sé. La notizia d’altronde era curiosa, né è mancato chi ha saputo fare discorsi intelligenti sull’apparentemente irreversibile perdita di valore della musica registrata. Della quale l’operazione “Planet Earth” si è limitata a prendere atto, rilanciando e trasformando, con un colpo di genio da parte di uno che economicamente ha sempre saputo gestirsi bene, la disfatta dell’industria nel trionfo del musicista. Non più schiavo, come il Nostro arrivò a scriversi in fronte a pennarello all’ormai lontana epoca della durissima polemica con la Warner.

Ma dicevo: peccato. Peccato che, tutti impegnati a discettare di massimi sistemi, nessuno si si sia accorto che “Planet Earth” incidentalmente è un lavoro con fiocchi e controfiocchi e insomma in questo nuovo decennio/secolo/millennio l’Artista Che Ha Ripreso A Farsi Chiamare Prince non ha ancora sbagliato un colpo. Quattro indizi, da “The Rainbow Children” in avanti, fanno più che una prova di come si sia definitivamente lasciato alle spalle i suoi buissimi anni ’90. Anche patetici, anche ridicoli dopo i due magistrali colpi piazzati in apertura. La scaletta di quest’album potrebbe mischiarsi a quelle memorabili pressoché in toto di “Diamonds And Pearls” e “Prince & The New Power Generation” e nessuno individuerebbe le intrusioni. Si consegnano alle future antologie, in rigoroso ordine di apparizione alla ribalta: l’insieme squadrata e sculettante Guitar, una Somewhere Here On Earth ricamata di jazz dalla tromba, la roboante e con un bel tocco di surf The One U Wanna C, la tenera All The Midnights In The World, una Chelsea Rodgers che il basso fa rotolare a rotta di collo verso una disco da manuale. Come minimo queste, ecco.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

Lotusflow3r (NPG, 2009)

Ne uccide più la fava che la spada e pure gli uomini più intelligenti possono venire diretti da un organo che non è il cervello. Ma non era diventato testimone di Geova, Prince? È un duro colpo alla fantasia che lo voleva indifferente alla carne che, cinquantenne e giunto a pubblicare l’album ufficiale numero ventisei, ceda a una tentazione cui nemmeno all’epoca in cui era circondato da più gnocca di Rocco Siffredi aveva ceduto: legarsi così strettamente a una protetta da costringere l’acquirente di un suo disco – che poi in questo caso sono due – a comprarsene un secondo. Che in questo caso è il terzo.

Non mi diffonderò (ne avrete letto pure sui quotidiani: per certi aspetti l’omino di Minneapolis è ancora geniale) sulle particolari modalità di commercializzazione di “LotusFlow3r”. Vado al sodo: al fatto che trattasi, più che di un vero triplo, di tre album nella medesima confezione. Uno sarebbe l’esordio di Bria Valente: grande fi… sico e voce passabile. Peccato che, visto che c’era, il buon Prince non abbia pensato a regalarle almeno una canzone minimamente memorabile. Si arriva al fondo dei tre quarti d’ora di “Elixer” con la sensazione di avere ascoltato… il nulla. È errebì da filodiffusione al cui confronto Sade potrebbe sembrare Aretha. Ben altra musica per fortuna nel dischetto che intitola l’opera tutta, nettamente il lavoro più hendrixiano di sempre del Nostro. Talvolta esagerato in grinta e volumi ma con qualche canzone proprio niente male – ad esempio Feel Good, Feel Better, Feel Wonderful (quasi una nuova Kiss) – a bilanciare lo scivolone di una Love Like Jazz viceversa imbarazzantemente light. Ci si sarebbe potuti lasciare così e invece no. Prince se non esagera non è lui ed ecco “MPLSound”. Che parte benissimo, p-funkeggiando alla Parliament, ma si va subito a incagliare nelle secche di lagne senza scusanti. Con Valentina si arriva a un auspicabilmente insuperabile apice di ridicolo e a una certezza: che ne uccida… eccetera.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

HITnRUN Phase One (NPG/Universal, 2015)

Prince come Neil Young? In questo senso: che così come l’artista canadese, dopo un decennio artisticamente e commercialmente buio (nel suo caso, gli anni ’80 quasi interi), improvvisamente ritrovò ispirazione e riacquisì rilevanza infilando una serie di album all’altezza dei precedenti classici, anche l’uomo di Minneapolis ha vissuto un prolungato periodo negativo (i ’90 quasi interi) per poi tornare in ogni senso in auge. Dopo di che, esattamente come Neil Young, pure Prince ha preso ad alternare a lavori ancora eccellenti cadute di tono brusche, talvolta rovinose. Per dire: bruttarelli assai il triplo box del 2009 “LotusFlow3r” e il seguito del 2010 “20Ten” e invece diversamente ottima l’accoppiata dello scorso anno “Plectrumelectrum” (una collezione di jam fra rock e funk) più “Art Official Age” (una raccolta di canzoni in prevalenza rhythm’n’blues). Si aspettava con fiducia questo nuovo “HITnRUN” e invece…

Invece è una delle sue prove più deludenti e raffazzonate di sempre e che razza di autogol è evocare subito, in una Million $ Show che campiona 1999 e Let’s Go Crazy, il gloriosissimo passato che sappiamo. Il confronto è francamente impietoso e da lì in avanti, raggiunto il fondo, spesso si scava, fra electro scolastica (Shut This Down, Like A Mack), ballate melliflue senza una melodia come si deve a redimerle (la già nota e notevolmente peggiorata This Could Be Us, June), techno sui generis (Mr. Nelson). Provo volonterosamente a salvare qualcosa e ne salta fuori un ideale singolo, con sul lato A il vivace pop Fallinlove2nite e sul retro Ain’t About To Stop, melodia orientaleggiante e un break funky. In altri tempi Prince le avrebbe regalate entrambe a una qualche sua protetta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, settembre 2015.

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Childish Gambino – Awaken, My Love! (Glassnote)

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Andando avanti di questo passo, e siccome il cielo pare essere il suo unico limite, c’è da attendersi che nel prossimo disco il nostro uomo in luogo che affidarli al fido Ludwig Göransson suoni più o meno tutti gli strumenti da solo, trasformandosi così definitivamente nel nuovo Prince. Probabile che stia già prendendo lezioni di questo e quello. Per intanto i recensori più entusiasti di “Awaken, My Love!” azzardano che sia il nuovo D’Angelo. Esagerano, ma nemmeno tanto. È stupefacente la crescita che sta inscenando nella sua seconda vita artistica, parallela a quella attorale che lo ha reso uno dei volti più noti della TV e poi del cinema USA, Donald Glover. Si poteva all’inizio pensare che quello del rapper fosse un hobby, ma uscita dopo uscita Childish Gambino – pseudonimo ricavato da un Wu Tang Name Generator! – si è mostrato sempre più professionale, ispirato, credibile. E in questo che è il terzo album “vero” (ma prima del debutto per così dire ufficiale ne aveva confezionati tre preparatori e ci sarebbero poi diversi mixtape) – sorpresa! – nemmeno rappa. Canta invece. Piuttosto bene.

Lo dà già a intendere la bella copertina afrotribale: altra roba qui rispetto all’hip hop cinematografico mischiato a un mellifluo errebì con cui aveva finora occupato la ribalta. La cavalcata ossianica di Me And Your Mama stabilisce il tono e il fenomenale gospel-funk, da far verde di invidia Lenny Kravitz, Have Some Love e una Boogieman super-Parliament lo rifiniscono. A proposito di George Clinton: figura come co-autore dell’esplosiva Riot ed è un vidimare il timbro funkadelico impresso su tutto “Awaken, My Love!”. Non ancora un capolavoro ma (ascoltate la bluesata ballata sentimentale Baby Boy) una “prova tecnica di”. Continuando così, il prossimo disco lo sarà.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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I migliori album del 2016 (5): Lee Fields & The Expressions – Special Night (Big Crown)

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Gioco. Partita. Incontro. A Lee Fields bastano i 5’54” della prima e omonima delle dieci tracce che compongono questo disco per chiarire che il più bel retro-soul del 2016 lo ha griffato lui. Che alla bella età di sessantacinque anni ha confezionato il suo migliore album di sempre, uno di quelli sufficienti a giustificare una carriera, una vita. In attesa del prossimo, giacché l’uomo è fatto così: sempre teso a migliorarsi, sempre convinto che la prossima canzone che scriverà e registrerà sarà la più memorabile. Per intanto è Special Night il singolo brano che lo consegna definitivamente (ce ne fosse stato bisogno) agli annali della black music: una ballata languida ed energica insieme, sospinta da un organo ficcante e fiati che sferzano, la voce un trattato di seduzione che nell’ultimo minuto tocca gli ineffabili vertici dell’Isaac Hayes di “Hot Buttered Soul”. Wow.

Basterebbe già, un simile capolavoro, a giustificare l’acquisto del nuovo album di questo ex-imitatore di James Brown, primo 45 giri pubblicato nel giurassico 1969 e poi una carriera proseguita, fra lunghi silenzi, a strappi e decollata sul serio solo nel secolo nuovo. Ma il miracolo più grande che offre il disco è che il resto del programma sia appena uno zero virgola qualcosa meno valido. A cominciare da una I’m Coming Home che realizza la perfetta unione fra suono Stax e suono Motown e proseguendo con il blues Work To Do, con una Never Be Another You che regala un break pronto per tot classici dell’hip hop a venire, con una Lover Man tanto minimale quanto acuminata. E via esaltandosi (sì, qualche eco di James Brown risuona ancora), fino al congedo Precious Love, che piacerebbe riascoltare da Al Green. Per intanto Lee Fields già incanta. Si preme di nuovo “play”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 382, dicembre 2016.

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I migliori album del 2016 (13): Charles Bradley – Changes (Daptone)

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Essendo stato in tal senso il 2016 crudele che la metà sarebbe abbondantemente bastata, la speranza (ahinoi contro ogni logica) è che nel 2017 si debba scrivere qualche coccodrillo in meno. Che ogni tanto si possa persino dare qualche bella notizia. Ad esempio, che Charles Bradley ha vinto la battaglia persa, appena poche settimane fa, dalla sua amica Sharon Jones contro “un brutto male”. Che malinconia che trasmette vederli, in una foto pubblicata sulla pagina Facebook del nostro uomo il 19 novembre scorso, intenti a duettare. Ma, anche, quanto amore. Charles è vivo, lotta insieme a noi e noi, idealmente, con lui. Perché il destino è stato già sufficientemente baro con tutti celando al mondo per decenni una voce così bella, un artista di una simile statura. L’esordio su singolo data 2002, quando Charles già aveva cinquantaquattro anni, molti dei quali trascorsi facendo il cuoco. Quaranta dei quali passati sognando di calcare un palcoscenico, dopo avere visto James Brown “live at the Apollo” (sì, proprio in uno degli spettacoli eternati in un LP che cambiava per sempre la storia della black music), e riuscendoci troppe poche volte. Per arrivare a pubblicare un album dovrà pazientare nove anni ancora, ma è una storia che già dovreste conoscere e se no recuperate Soul Of America, il bellissimo documentario del 2012 che la racconta, e commuovetevi un po’. “No Time For Dreaming” lo aveva preceduto di un anno, “Victim Of Love” lo tallonerà altrettanto dappresso. Sono due signori dischi nei quali naturalmente l’eredità del Godfather of Soul si coglie appieno, ma ci puoi sentire dentro pure Marvin Gaye e Joe Tex, Wilson Pickett e James Carr, Ted Hawkins, financo Ben Harper. Otis Redding, un bel po’.

A proposito… La terza canzone più memorabile fra le undici raccolte in questo terzo album del nostro eroe secondo me è Ain’t It A Sin: in un mondo alternativo un classico per tali Otis… & The Miracles. La seconda? La solenne, avvolgente Change For The World, spezie latine che fanno tanto Ben E. King. Sulla prima, e credo che chiunque sarà d’accordo, non è possibile discussione: la trasformazione in blues, organo chiesastico a introdurre e fiati quintessenzialmente Stax a incorniciare, di quella Changes che fu cavallo di battaglia nientemeno che dei Black Sabbath appiccica al muro la prima volta che la ascolti e continuerà a farlo alla centesima. Interpretazione sublime, colpo di genio che giusto un campionissimo poteva inventarsi.

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Frank Ocean – Blonde (Boys Don’t Cry)

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L’unico artista al mondo che abbia collaborato sia con Justin Bieber che con Mick Jones? Eccolo, Christopher Edwin Breaux, universalmente noto come Frank Ocean e universalmente non per modo di dire, visto che l’album prima – “Channel Orange”, debutto “vero” dopo un già acclamato mixtape – esordiva nel 2012 al numero due nella classifica USA, veniva proclamato “disco dell’anno” nell’“HMV Poll Of Polls” e riceveva sei candidature ai Grammy. Questo si è piazzato subito primo, non solo negli Stati Uniti ma anche in Gran Bretagna e in una sfilza di altri paesi che non sto a elencare, collezionando in contemporanea le recensioni più ditirambiche del 2016, con tanto di approfondite analisi musicali e testuali. Tutti in piedi ad applaudire, vecchi arnesi della stampa rock così come giovani influenzatori del Web, e mi piacerebbe tanto unirmi al coro. Se non altro perché umanamente nutro una stima e una simpatia enormi per chi ha osato – provenendo sostanzialmente da un ambito, l’hip hop, non proprio progressista in materia – dichiarare che la prima persona di cui si innamorò fu un uomo. Mi piacerebbe, ma ho un grosso problema con Frank Ocean, che è poi un problema con larga parte del pop e della black odierni e non solo (vedasi recensione di Bon Iver): ed è un problema con quell’infernale audio processore chiamato auto-tune, (ab)usato per deformare la voce. Qui è ovunque.

Mi risulta allora impossibile apprezzare il tanto di buono che pure ci sarebbe in una forma invero sperimentale e modernissima di R&B, dilatata e sognante (si potrebbe dire psichedelica), disegno di tessiture raffinatissime sotto l’apparente svagatezza. Provo per un attimo a immaginarmi cosa sarebbe stato, per dire, uno “What’s Goin’ On” con la voce costantemente filtrata e mi pigliano conati. Di vomito e d’ira.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016. Il numero di battute contingentato non mi ha dato modo di scrivere un altro paio di cose che penso riguardo a quest’album e sul perché trovarmi alle prese con l’esperienza complessiva “Blonde” abbia suscitato in me un’irritazione con pochi precedenti in un’ultratrentennale carriera di recensore. La prima (affrontata da Federico Guglielmi nell’editoriale del numero in questione): non se ne può già più di dischi “virtuali” come questo, pubblicati all’inizio solo sul Web, magari in esclusiva su questa o quella piattaforma, e soltanto in un secondo momento resi disponibili in poche (e costosissime) copie fisiche. La seconda: ci dev’essere qualcosa di profondamente sbagliato se si finisce per parlare quasi più di come viene distribuito un album che dell’album stesso. Ne aggiungo una terza, dai: non ci si dovrebbe trovare costretti ad ascoltare la musica in mp3.

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