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I migliori album del 2019 (11): Raphael Saadiq – Jimmy Lee (Columbia)

Conosciuto allora con il suo nome vero (Charles Ray Wiggins) Raphael Saadiq debuttava diciottenne da professionista, quando Sheila E. lo invitava a suonare il basso nel suo gruppo. Entro breve si sarebbe trovato a dividere palchi con Prince in tanti dei suoi mitici concerti “after hours” in piccoli club. Era il 1986. Due anni dopo diventava una star di suo con i Tony! Toni! Toné e l’appassionato di soul classico che non ne ha una buona opinione (furono fra i fenomeni di quel fenomeno plasticoso chiamato new jack swing) dovrebbe però anche ricordare che il brano che li lanciava, Little Walter, richiama esplicitamente il classicone gospel Wade In The Water. Indizio remoto che il nostro uomo già allora giocava fra modernità e tradizione. Con un po’ di (giustificata) presunzione e non a caso intitolerà l’esordio in proprio, giunto solo nel 2002 (nel frattempo fra mille altre cose era stato fra i principali collaboratori e co-autori di D’Angelo), “Instant Vintage”. CV pazzesco che una pagina di questo giornale non basterebbe a contenere, Saadiq pubblica il suo quinto album da solista a ben otto anni dal precedente “Stone Rollin’”, ma avendo continuato nel frattempo a marchiare in profondità la black attuale, determinante fra il resto nel fare di Solange una stella.

Sparo alto? Concept in memoria di un fratello morto di eroina, “Jimmy Lee” è – per pregnanza, ma pure per livello di scrittura – quasi un “What’s Going On” per questo nostro tempo così avaro di capolavori veri. In una dozzina di tracce e quaranta minuti scarsi sciorina electro-funk (So Ready) e soul-rock (Something Keeps Calling), pop di scuola Motown (This World Is Drunk) e squisite ballate R&B (Sinner’s Prayer, I’m Feeling Love, Rearview), blues adattato all’era dell’hip hop (My Walk), spiritual (classico: Belongs To God; moderno: Rikers Island), fosco downtempo spruzzato di jazz (Glory To The Veins), un siparietto da Gil Scott-Heron (Rikers Island Redux). E dove lo trovate un altro che nello stesso disco ospita un reverendo ottantenne e Kendrick Lamar?

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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I migliori album del 2019 (12): Jamila Woods – LEGACY! LEGACY! (Jagjaguwar)

Come Gil Scott-Heron e Linton Kwesi Johnson, la ventinovenne Jamila Woods ha cominciato a pubblicare i suoi versi su carta ben prima di pensare che appoggiarli a una base musicale ne avrebbe incrementato la potenza, facendoli viaggiare in luoghi dove se no non sarebbero mai arrivati. E come poetessa ha ottenuto riconoscimenti importanti, ritrovandosi inclusa in alcune delle principali antologie americane della prima metà di un decennio in cui la svolta si materializzava giusto all’ingresso nella seconda metà. Era il 2016 quando un attivismo volto a rivendicare il ruolo degli afroamericani nella cultura del paese in cui i loro avi sbarcarono in catene si vedeva per la prima volta tradotto in canzoni, in “HEAVN” (per i titoli delle sue creazioni la Woods usa sempre solo caratteri in maiuscolo). Opera dapprima pubblicata soltanto in forma liquida dalla minuscola Closed Sessions e a renderla disponibile in CD e vinile provvedeva sorprendentemente un’etichetta adusa a licenziare tutt’altro, fra le principali in USA in ambito indie, per quanto in un’accezione vasta del termine che va dal cantautorato a cose sperimentali, via rock.

È sempre la Jagjaguwar a portare ora nei negozi un seguito che segna per l’artista di Chicago un significativo passo in avanti in termini di qualità della scrittura – ed è allo spartito che mi riferisco – e fruibilità dell’assieme. Voce che ricorda un po’ Erykah Badu, Jamila Woods omaggia qui dodici eroi ed eroine del suo popolo. Una due volte ed è Betty Davis, celebrata nel brano che inaugura e chiude – in versioni agli opposti: la prima downtempo, la seconda house – il disco. Ci si muove fra funk e rap, pop, soul e rhythm’n’blues. Lo zenit è BASQUIAT: aperta da un basso wave e una chitarra psichedelica, si distende poi su un jazzato groove hip hop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Motown – Il Suono della Giovane America

Si potrebbe cominciare dando i numeri ed è difficile dire se impressioni di più centodieci oppure ottocento. I primi sono i brani piazzati nei Top 10 USA dalla Motown e dai marchi ad essa affiliati fra il ’61 e il ’71. Per intenderci: la sola lista dei titoli – senza nemmeno metterci vicino gli interpreti! – occuperebbe quattro pagine. I secondi sono i dollari che Berry Gordy, padre padrone della casa di Detroit, si faceva prestare nel 1959 da due sorelle (una delle quali da lì a due anni sposerà un ancora sconosciuto Marvin Gaye) per passare da una parte all’altra della barricata musicale, trasformandosi da autore (rimarrà un lucroso hobby) in discografico. Faceva di meglio che restituirli con robusti interessi, visto che quella che a un certo punto fu un’industria a sé nel già gigantesco contesto dell’industria discografica statunitense nei suoi anni più fortunati fu decisamente un family affair: ci lavoravano il padre di Berry, entrambi i fratelli e le tre sorelle. Un altro numero significativo: cresciuta rapidissimamente grazie a risultati commerciali subito eccezionali, quella che dapprincipio si chiamava Tamla e sin dal 1960 si faceva bina con la nascita della Motown già nel ’64 gestiva ulteriori cinque marchi, tre in ambito soul/rhythm’n’blues, uno in area jazz e addirittura uno country. Nel tempo, il conteggio delle etichette satellite arriverà all’ennesima cifra strabiliante, venticinque, e qui finiscono le certezze e si entra letteralmente nel campo dell’incommensurabile.

Probabile che qualcuno abbia fatto il conto esatto dei brani firmati da ciascuno dei vari team di autori – i più celebri Holland/Dozier/Holland, Whitfield/Strong e Ashford/Simpson – che resero la Tamla Motown un’autentica fabbrica di successi, ma per quante ricerche abbia fatto non sono riuscito a trovare dati attendibili. Quello che purtroppo nessuno sarà mai in grado di compilare è un elenco delle canzoni in cui suonò una house band che andava sotto il nome di Funk Brothers e che non ebbe nemmeno per un istante la gloria di una ribalta tutta per sé. Verrebbe da dire, parafrasando Churchill, che mai nella storia della musica così pochi hanno fatto così tanto per così tanti ricavandone così poco. Agli interpreti la gloria e guadagni discretamente lauti, agli autori il grosso dei soldi che non andava a Gordy, ai turnisti (notare il nome stesso) niente più di un dignitoso stipendio. E del resto: stiamo o non stiamo parlando di un’impresa nata e cresciuta nella città dell’automobile – e dunque di una catena di montaggio che eleva a paradigma l’anonimato dell’artefice – per antonomasia? Meno male che a rendere loro un minimo di giustizia (in qualche caso purtroppo postuma) ha provveduto sei anni fa il documentario Standing In The Shadows Of Motown: stupendo effetto collaterale di un imponente programma di riordino di archivi che, principiato nell’ormai lontano 1992 con il quadruplo “Hitsville USA – The Motown Singles Collection 1959-1971” (da allora immancabile in qualunque elenco di cofanetti “classici”), si è avviato a toccare un apice probabilmente insuperabile partendo dal gennaio 2005. Vedeva allora la luce “The Complete Motown Singles Vol.1: 59-61”. Lo scorso febbraio è arrivato nei negozi quello dedicato al 1969, il nono, e fra quadrupli, quintupli e sestupli abbiamo toccato quota quarantanove CD (avete letto bene), della durata media di sessantacinque minuti cadauno.

Detto di confezioni sontuose (libri regolarmente sopra le cento pagine e un 45 giri infilato nelle prime di copertina), sarà il caso di chiarire e sottolineare che è stato per via di un prezzo non proprio economico (dai cento euro in su e anche questi sono numeri) e del loro ovvio rivolgersi a un pubblico in tutti i sensi di élite che su queste pagine ci si era finora limitati a qualche segnalazione. Una precisa scelta. Siccome però si è prossimi (mancano due tomi) a un fatale 1971 che spostava il raggio d’azione della premiata ditta Gordy dai singoli agli LP nell’esatto istante nel quale traslocava pure la sua sede principale (da Detroit a Los Angeles e nulla sarebbe più stato lo stesso) era arrivato il momento di spendere qualche parola in più. Limitarsi comunque a una pagina è stata un’altra scelta precisa, giacché in nessun modo negli spazi di questa sezione di questo mensile, che prevede che a un argomento di pagine se ne possano dedicare al massimo due, sarebbe stato possibile svolgere un discorso compiuto su un pezzo così importante di storia socio-culturale, oltre che musicale, del Novecento americano. Sarebbero serviti i ben più ampi orizzonti del trimestrale a noi collegato, “Extra”, per inquadrare ad esempio un canone uniforme e studiato sin nei minimi dettagli: dalla scelta di accentuare determinate parti ritmiche a scapito di altre all’adesione al modello di chiamata e risposta del gospel, dalla presenza debordante di sezioni di archi e ottoni alla preminenza melodica del basso sulle chitarre, al costante mantenimento di schemi di base elementari (regola aurea riassunta dall’acronimo KISS: “Keep it simple, stupid!”) a fronte di arrangiamenti imponenti quanto sofisticati. E poi e soprattutto: per raccontare come fu che l’etichetta più nera di sempre conquistò il pubblico degli adolescenti bianchi, in apparenza andandogli incontro e nella sostanza restando nerissima per filosofia e scopi (mai slogan fu più azzeccato di quel suo “The Sound Of Young America”). Sarebbero serviti altri orizzonti e dentro quelli prima o poi ci muoveremo. Prendetela come una promessa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.646, maggio 2008. Berry Gordy compie oggi novant’anni. È andato in pensione l’anno scorso.

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L’invenzione del rhythm’n’blues, ma non solo – Gli anni chez Atlantic di Ray Charles

Verrebbe da scomodare Louis-Ferdinand Céline: viaggio al termine della notte. Oppure il Joseph Conrad di Cuore di tenebra: l’orrore! l’orrore! Verrebbe, digitando “giradischi” su Amazon.it e trovandosi davanti una prima schermata di oggetti in massima parte improponibili. Risparmiandovi lo shock di farlo di persona, vi dirò solo che il “più venduto” è un… coso “in legno con altoparlanti integrati e convertitore vinili + software per Mac e pc e cavo usb inclusi” proposto a 99 euro. Immaginabili tanto la qualità di riproduzione che la delicatezza con la quale un simile arnese può trattare i dischi che incautamente gli vengano dati in pasto. E non è il peggio. A chi volesse risparmiare (!) la stessa innominabile marca a 49 eurelli propone un bell’oggettino “vintage, portatile, a forma di valigetta, con altoparlanti integrati e pile, rosso”. Giacché, come recita lo slogan della casa, “i vinili sono tornati, riproducili con stile”. Nel caso qualcuno se lo stesse chiedendo: sì, in quella prima schermata, che mette in fila i ventiquattro risultati più rilevanti, qualcosa di non offensivo c’è, quattro apparecchi nella fascia 200-300 euro, “entry level” buoni per chi, pur con un budget modesto, non intende farsi stuprare né i padiglioni auricolari né i dischi. Ora: so bene che il lettore di “Audio Review” le schifezze di cui sopra manco regalate le vorrebbe. Che altro sarebbe il pubblico da mettere in guardia, quello generico che, a botte di articoli sui quotidiani, ha appreso che il vinile è tornato e potrebbe sentirsi perculato constatando che, suonato su quelle robe lì, non è la meraviglia di cui ha letto. Fatto è però che la complessa congiura per smentire chi vorrebbe che sia quello trattato su queste due pagine il supporto fonografico per eccellenza (d’accordo, se ne può discutere) si manifesta pure in altri e più subdoli modi.

Prendiamo il profluvio pazzesco di incisioni “storiche” in tanti ambiti – jazz, country, rock’n’roll, gospel, soul, r&b… – da cui l’appassionato è sommerso dacché qualcuno notò che la legislazione sul diritto d’autore è come lo yogurt, a scadenza, e insomma dopo un certo numero di anni chiunque può ristampare materiali fino al giorno prima di proprietà dei legittimi detentori. Va da sé: pur non avendo l’accesso ai master e ricavandone uno da qualunque fonte disponibile, digitale o analogica che sia. Perché acquistare, per dire, un Chuck Berry su Universal quando a una frazione di quel prezzo si può comprarne uno con una griffe sconosciuta, magari in autogrill? La risposta l’ho già data e vale ancora di più adesso che certe ristampe “economiche” si trovano pure in vinile e a volte tanto economiche manco sono. Sempre partendo da Amazon arrivo al sito di un’etichetta inglese, di cui non farò il nome, e mi imbatto in fior di capolavori del jazz e in diverse interessanti testimonianze d’epoca del primo soul (varie a loro tempo su Tamla Motown; roba che i diritti non te li regalano) in presentazioni da audiofili e con prezzi non bassi. Il diavolo però si cela nei dettagli e quasi sempre in una copertina che non è quella originale. Ma vi pare che chi ha speso per acquisire un capolavoro di Miles Davis o John Coltrane poi lo sistemerebbe in una confezione che non è quella ben nota all’appassionato? Che però, in un attimo di distrazione, potrebbe cascarci e portarsi a casa un vinile con ogni probabilità tratto… da un CD. E la morale della triste favola è: fate attenzione. Informatevi prima di comprare qualunque titolo non sia stato riedito dalla prima casa discografica, o da chi oggi possiede quel catalogo, o da un marchio notoriamente e da lungi dedito alle ristampe.

Prendete Ray Charles (ci sono arrivato: due terzi di rubrica se ne sono andati, ma erano argomenti che prima o poi bisognava affrontare): l’intera produzione Atlantic (così come molti dei titoli più validi su ABC) cade in quella finestra temporale che permette a chiunque di metterci mano. E quasi chiunque ci ha messo mano. Ma se volete rispettare opere d’arte che sono pezzi di Storia – di jazz, black, country e popular music – e insieme rispettare voi stessi (il vostro tempo, le vostre orecchie) non avete che due strade da percorrere. Una è decisamente più costosa e prevede l’esplorazione dei cataloghi dei soliti noti – etichette per audiofili come Speakers Corner, Analogue Productions, Pure Pleasure, Mobile Fidelity Sound Lab… – dove si rintraccia un discreto gruzzolo di titoli, e non soltanto in vinile ma pure in SACD, a prezzi però dai 32 euro in su e talvolta parecchio in su. Si paga tanto ma la soddisfazione è massima, sia chiaro, come sottolineavo pochi mesi fa (AR 386) segnalando l’eccelso “The Genius After Hours” (la versione stereo) su Speakers Corner. Tuttavia (e senza che un’opzione escluda l’altra, se volete pian piano andare a comporre un’integrale) avete anche un’altra possibilità a disposizione da alcuni mesi. A un prezzo medio di 85 euro è disponibile uno splendido e massiccio, settuplo e naturalmente in box, “The Atlantic Years – In Mono” su Rhino, marchio americano di inattaccabile reputazione che cominciò a specializzarsi in ristampe quando il concetto stesso di ristampa era ignoto all’industria discografica. Elenco subito il poco che non mi è piaciuto, o mi ha lasciato perplesso: un ordine degli album che non rispetta quello conclamato per la storiografia ufficiale (a voi provvedere, volendo, a ristabilire quello riconosciuto come corretto: “Ray Charles”, “The Great”, “Yes Indeed!”, “What’d I Say”, “The Genius Of”, “The Genius Sings The Blues” e “The Genius After Hours”); il fascicolo a corredo, 32 pagine perlopiù occupate dalle pletoriche riproduzioni di crediti e copertine, con giusto un breve articolo introduttivo; le buste interne, di semplice carta e non antistatiche. Ma i dischi suonano una meraviglia, le fedeli riproduzioni delle etichette d’epoca sono uno sballo e avere in un colpo tutto il Ray Charles su Atlantic con l’eccezione dei due live e dei due 33 giri a mezzo con Milt Jackson è… impagabile. Anzi no. Vi costerà la miseria di 12 euro e spicci a LP.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

The Genius After Hours (Atlantic, 1961)

Il primo (e anche unico) album di Ray Charles a raggiungere la vetta delle classifiche USA? Quel “Modern Sounds In Country And Western Music” che già nel titolo avvisava che di black lì non vi era che la pelle del prodigioso interprete. Era il 1962 e la ABC veniva premiata tanto per l’investimento fatto due anni prima per strappare l’artista alla Atlantic che per la saggia scelta di non creare subito uno stacco fra le due discografie. Nel frattempo la Atlantic per consolarsi aveva svuotato i cassetti e ben gliene veniva visto che i tre LP così confezionati si vendevano più che discretamente e in particolare questo in esame. Ben ne è venuto pure all’appassionato, siccome stiamo parlando di tre dischi – gli altri due “The Genius Sings The Blues” e “Soul Meeting” – ottimi. Questo in particolare, messo insieme con quanto – inciso in buona parte il 30 aprile del 1956 e dunque ben cinque anni prima – non era stato incluso nel ’57 in “The Great Ray Charles”. Si resta sbalorditi di fronte alla qualità di questi materiali scartati in origine e che in realtà valgono giusto uno zero virgola qualcosa meno di quelli inclusi nel 33 giri di cui sopra. È hard bop intriso di blues e sopraffino, registrato ora in trio, ora in quintetto o settetto e con un leader in assoluto stato di grazia, a conferma di come per lui il jazz non fosse un capriccio ma amore vero. Se è indiscutibile che fu con la creazione del rhythm’n’blues che il nostro uomo rivoluzionò la storia di black e popular music, è non meno vero che, si fosse limitato a fare il jazzista, avrebbe comunque lasciato il segno. Incisione all’altezza dei più elevati standard dell’epoca, con giusto il pianoforte un filo nasale, metallico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 386, aprile 2017. Scomparso il 10 luglio 2004, Ray Charles nasceva ottantanove anni fa a oggi, il 23 settembre 1930.

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Dieci canzoni per ricordare Willy De Ville, a dieci anni dalla scomparsa

10) Storybook Love (da “Miracle”, A&M, 1987)

9) Key To My Heart (da “Victory Mixture”, Sky Ranch, 1990)

8) All In The Name Of Love (da”Backstreets Of Desire”,  FNAC Music, 1992)

7) Just To Walk That Little Girl Home (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

6) Demasiado corazon (da “Where Angels Fear To Tread”, Atlantic, 1983)

5) Just Your Friends (da “Return To Magenta”, Capitol, 1978)

4) Lipstick Traces (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

3) Cadillac Walk (da “Cabretta”,  Capitol, 1977)

2)  Love Me Like You Did Before (da “Coup de grâce”, Atlantic, 1981)

1) Spanish Stroll  ( da “Cabretta”, Capitol, 1977)

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Il suono di New Orleans – In ricordo di Dr. John (20/11/1941-6/6/2019)

Ci ha lasciati ieri Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John, e con lui un bel pezzo di storia di New Orleans. Ci restano per fortuna i suoi dischi, che sono tanti e quasi invariabilmente meravigliosi. È stato un grandissimo fino all’ultimo e qui lo celebro recuperando le recensioni di tre delle sue cose più belle dell’ultimo ventennio di una carriera lunghissima.

Duke Elegant (Parlophone, 1999)

Il primo incontro del Dottore con la musica del Duca avvenne esattamente quarant’anni prima di porre mano a questo, fra gli omaggi a Ellington usciti nel centenario della nascita il più spassoso: “Ero in un gruppo che suonava nei locali di spogliarelli e facevamo sempre brani di Duke, arrangiati rock o R&B. Mi piace ancora trasfigurarli così. So essere fedele alla lettera di Ellington, ma posso anche adattare la sua musica alla mia personalità”. E proprio questo fa il nostro uomo in un disco che, vivaddio, sottrae spartiti nati per essere suonati nei bordelli più infimi come nei teatri più prestigiosi, nei bar malfamati come nei club alla moda all’insopportabile seriosità delle accademie e del jazzofilo standard. Il peggiore nemico del jazz, con la sua voglia di rispettabilità e di malintesa cultura dimentica del fatto che il jazz nacque come musica da ballo e ha le sue origini più remote nelle danze degli schiavi nelle piazze di New Orleans, nostalgica memoria dell’Africa perduta.

Proprio di Crescent City è figlio Dr. John e si avverte chiaramente in queste dodici rivisitazioni di alcuni dei più celebri cavalli di battaglia di Ellington, da It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) a Perdido, da Satin Doll a Mood Indigo a Caravan (ma ci sono anche composizioni meno note come On The Wrong Side Of The Railroad Tracks, I’m Gonna Go Fishin’ e Flaming Sword): esecuzioni travolgenti, dense di bassi funky, piani a rotta di collo, organi grassi e sincopati, colme di una gioia di vivere che il Duca avrebbe senz’altro riconosciuto come sua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.201, aprile 2000.

N’Awlinz Dis Dat Or D’Udda (Parlophone, 2004)

Unica grande città statunitense che non è mai stata a maggioranza protestante, dove il francese a lungo è stato più parlato dell’inglese, dove la percentuale di neri liberi prima dell’abolizione della schiavitù era considerevole e agli schiavi era consentito danzare e usare i tamburi. Filo diretto insomma, via Indie Occidentali, fra Africa e America, con il vudù presenza costante sullo sfondo: c’è da stupirsi se New Orleans è stata la culla di ogni musica afroamericana a cominciare dal jazz, che nacque nei suoi bordelli? E poi di un funk che oltre a essere quello primigenio è sempre stato unico e inconfondibile, sofisticato e terrigno insieme, urbano e campagnolo, distante dalla muscolare meccanicità di un James Brown e più vicino al gusto sincopato di un Jelly Roll Morton. Progenie inevitabile e bellissima della città più meticcia del paese meticcio per antonomasia. Ha tutto ciò come retroterra culturale Malcolm “Mac” Rebennack Jr., in arte Dr. John, sessantaquattro anni splendidamente portati il prossimo novembre e una carriera musicale lunga quasi cinquanta e che negli ultimi dieci lo ha visto rilanciarsi prepotentemente, quando da tempo lo si era ormai consegnato alle enciclopedie: un bianco per sbaglio, se mai ce n’è stato uno, e lo riconoscevano i suoi colleghi di colore quando nel 1961 lo invitavano a entrare, unico viso pallido in una compagnia tutta di neri, nella storica AFO, una cooperativa che raccoglieva tutti i principali musicisti di Crescent City. In quello stesso anno fatidico Prince Lala lo introduceva ai misteri del vudù, onore ancora più inusitato per un bianco. Non si sarebbe mai più ripreso, per fortuna.

Non è questo il primo omaggio che il Dottore organizza e dedica alla città della Louisiana e anzi si può dire che lo siano stati, direttamente o indirettamente, quasi tutti i suoi album, un paio di dozzine dal 1968 a oggi. È però uno dei meglio congegnati, il più corposo, quello più attentamente bilanciato fra standard e composizioni autografe e insomma il disco che riesce in un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile: sbaragliare capolavori in tutti i sensi antichi come “Gris Gris” (1968), “Gumbo” (1972), “In The Right Place” (1973). “With a little help” da un po’ di amici del posto (Cyril Neville, Dave Bartholomew, la Dirty Dozen Grass Band) oppure no (B.B. King, Willie Nelson, Randy Newman, Mavis Staples). Non faccia passare in secondo piano, la loro presenza, una scaletta sensazionale per come mischia spiritual e funk, blues e rock’n’roll, marce funebri e/o carnascialesche e tanghi, organi da chiesa e pianoforti da casino. Un album monumentale, spassosissimo, commovente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.586, 6 luglio 2004.

Locked Down (Nonesuch, 2012)

Inclassificabile se non alla voce “New Orleans” ma usualmente taggato come “rhythm’n’blues classico”, il pianista, autore e cantante Malcolm John Rebennack – in arte Dr. John – ha settantun anni e un’abbondante paio di dozzine di album all’attivo. Vecchi di decenni i suoi conclamati capolavori – “Gris-Gris”, “Gumbo” e “In The Right Place” vedevano la luce fra il ’68 e il ’73 – neppure nel secolo nuovo si è però accontentato di essere una leggenda vivente. Praticante e pure ancora a ottimi livelli se devo giudicare, oltre che da ciò che leggo, da alcuni titoli che ho in casa, e dunque dire “Locked Down” un grande ritorno sarebbe improprio. Che nondimeno si tratti della sua prova più brillante da quei leggendari primi ‘70 in cui perfezionava un inconfondibile stile a base di funky e rock’n’roll, psichedelia ed errebì, jazz, blues e misticismo vudù pare evidente sin dal primo ascolto e sempre di più con il prolungarsi della frequentazione. E c’entrerà più di qualcosa che la produzione sia firmata da un Dan Auerbach che potrebbe divenire per Dr. John ciò che Rick Rubin fu per Johnny Cash. Rubin non reinventò l’Uomo in Nero. Gli ricordò chi era stato, lo mise nella condizione di tornare a esserlo. Suoni meravigliosamente lucidati ma levigati mai, “Locked Down” si potrebbe definire una versione in HD delle pietre miliari di cui sopra.

Disco strepitoso nel riassumere un suono e una carriera aggiungendo un qualche ineffabile di più: la battuta che è quella dell’hip hop nell’infervorarsi di gospel di Kingdom Of Izzness e nella sferzante funkadelia di Eleggua, un tocco Gnarls Barkley (ma alle prese con Tom Waits!) in Big Shot. Quando la traccia omonima è Jimi Hendrix se ce l’avesse fatta a darsi sul serio al funk, Getaway sono i Little Feat, The Band e i Grateful Dead che sfilano a una parata carnascialesca e You Lie… be’, sì, la si riascolterebbe volentieri giusto dai Black Keys. Più indimenticabile di tutto il resto è Revolution: Sun Ra, Duke Ellington e Mulatu Astatke riuniti chez Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

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