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Neneh Cherry – Broken Politics (Smalltown Supersound)

“Di già?”, viene quasi da dire essendo “solo” quattro gli anni che separano “Broken Politics” da “Blank Project”, laddove quello era la prima uscita da solista della figliastra di Don Cherry dal 1996, cioè da “Man”: ossia il disco con dentro il duetto con Youssou N’Dour 7 Seconds, che è una delle due canzoni di Neneh, essendo l’altra la al pari irresistibile “Buffalo Stance”, che conoscono anche quelli che non hanno idea di chi sia chi le canta. Di già, sì, e non si può che esserne felici, benché gli apici stellari di quel lavoro non vengano qui eguagliati. Nondimeno avvicinarli è già tanta roba e che peccato che un’etichetta adusa a muoversi in territori di sperimentazione non abbia colto il potenziale di un brano come Kong: cofirmato da Robert Del Naja dei Massive Attack gioca fra downtempo e dub con l’incisività di una Karmacoma per questi anni ’10. Poteva essere, e quasi certamente non sarà (se formalmente è il singolo che ha anticipato l’album è disponibile come tale soltanto su iTunes), la terza canzone di Neneh Cherry a conquistare le masse dopo i lontani antecedenti world-pop.

Pazienza. A lei probabilmente non importa (sarebbe se no rimasta alla Virgin, dove le farebbero ponti d’oro se decidesse di tornare) e perché dovremmo crucciarcene noi? Lieti di far girare un disco più soffuso del ruvido predecessore nonostante il regista – Kieran Hebden, in arte Four Tet – sia lo stesso. Se da quell’altro album potrebbero comunque giungere una Fallen Leaves dalle sincopi spezzate, l’ansiogena a orologeria Deep Vein Thrombosis, la marziale Faster Than The Truth, alla lunga si insinuano più in profondità una rarefatta Synchronised Devotion, il soul-jazz (con tanto di campionamento di Ornette) Natural Skin Deep, il torpido trip di Black Monday.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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I migliori album del 2018 (14): Fantastic Negrito – Please Don’t Be Dead (Cooking Vinyl)

Non portava bene, all’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz (un minuto di silenzio per l’impiegato dell’anagrafe), “The X Factor”. Che nel suo caso non era però un format televisivo all’epoca ancora a venire, bensì il titolo dell’album con cui ventottenne esordiva, nel 1996, per un’etichetta di peso quale la Interscope. Di quel disco dall’artwork orrendo, e convenientemente uscito a nome Xavier e basta, non si accorgeva nessuno e l’autore si trovava a battagliare con l’etichetta per liberarsi da un contratto da cui poi veniva sciolto per una ragione buona ma pessima: vittima nel ’99 di un incidente stradale che lo ha sfigurato, restava tre settimane in coma. Di diversi mesi la successiva riabilitazione. Uscito dall’ospedale accantonava i sogni di gloria in ambito musicale e tornava a guadagnarsi la pagnotta come aveva sempre fatto prima di perdere la testa per il classico di Prince “Dirty Mind”: spacciando. Vita avventurosa, eh?

La faccio breve. Scatto di copertina e titolo che alludono all’incidente di cui sopra, “Please Don’t Be Dead” è il terzo capitolo di una carriera ricominciata con un secondo “debutto” (omonimo) a nome Fantastic Negrito nel 2014 e che ha raggiunto l’apice con il Grammy come “Best Contemporary Blues Album” con il successivo, del 2016, “The Last Days Of Oakland”. Opera dal potenziale pazzesco sin da una Plastic Hamburgers che la apre deflagrando zeppelliniana. Il prosieguo offre altre dieci canzoni perfette per fare del nostro eroe un nuovo Lenny Kravitz: fra gospel laici (Bad Guy Necessity) e bluesoni (A Letter To Fear), escursioni in Africa (A Boy Named Andrew) e ipotesi di Black Keys in trip psichedelico (The Suit That Won’t Come Off), sontuose ballate alla Bill Withers (Dark Windows) e inni funkadelici (Bullshit Anthem).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Fantastic Negrito – Please Don’t Be Dead (Cooking Vinyl)

Non portava bene, all’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz (un minuto di silenzio per l’impiegato dell’anagrafe), “The X Factor”. Che nel suo caso non era però un format televisivo all’epoca ancora a venire, bensì il titolo dell’album con cui ventottenne esordiva, nel 1996, per un’etichetta di peso quale la Interscope. Di quel disco dall’artwork orrendo, e convenientemente uscito a nome Xavier e basta, non si accorgeva nessuno e l’autore si trovava a battagliare con l’etichetta per liberarsi da un contratto da cui poi veniva sciolto per una ragione buona ma pessima: vittima nel ’99 di un incidente stradale che lo ha sfigurato, restava tre settimane in coma. Di diversi mesi la successiva riabilitazione. Uscito dall’ospedale accantonava i sogni di gloria in ambito musicale e tornava a guadagnarsi la pagnotta come aveva sempre fatto prima di perdere la testa per il classico di Prince “Dirty Mind”: spacciando. Vita avventurosa, eh?

La faccio breve. Scatto di copertina e titolo che alludono all’incidente di cui sopra, “Please Don’t Be Dead” è il terzo capitolo di una carriera ricominciata con un secondo “debutto” (omonimo) a nome Fantastic Negrito nel 2014 e che ha raggiunto l’apice con il Grammy come “Best Contemporary Blues Album” con il successivo, del 2016, “The Last Days Of Oakland”. Opera dal potenziale pazzesco sin da una Plastic Hamburgers che la apre deflagrando zeppelliniana. Il prosieguo offre altre dieci canzoni perfette per fare del nostro eroe un nuovo Lenny Kravitz: fra gospel laici (Bad Guy Necessity) e bluesoni (A Letter To Fear), escursioni in Africa (A Boy Named Andrew) e ipotesi di Black Keys in trip psichedelico (The Suit That Won’t Come Off), sontuose ballate alla Bill Withers (Dark Windows) e inni funkadelici (Bullshit Anthem).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Vita, miracoli e una discografia base di Aretha Franklin (25/3/1942-16/8/2018)

Il 25 marzo 2002 Lady Soul ha compiuto sessant’anni e contemporaneamente celebrato i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 aveva festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni nel mondo dello spettacolo. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (***½) è un documento straordinario che quasi fa dar ragione a Peter Guralnick che, nelle succinte note a corredo, appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. Eppure dalla nebbia dell’incisione primitiva la purezza, l’intensità della voce, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel 1948 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità di cachet che all’apice del successo arriveranno a quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato musica profana, ma sotto pseudonimo. Quel disco uscirà a suo nome e sanzionerà l’abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non si sa cosa rispose, ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo in “Now”.

Ecco: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata fino ai giorni nostri. Già nei tanti 33 giri pubblicati dal 1961 al 1967 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” e dove non la serve per niente bene un materiale indeciso fra sofisticatezza jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, avrebbe potuto immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album della storia del soul e il più grande firmato da una donna. Racconta Guralnick che il giorno che fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattina gelida vide gente ballare e cantare, in fila per acquistarlo, fuori da negozi che lo suonavano senza posa, mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nel pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così.

Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e dischi d’oro e platino e premi della critica e dell’industria (otto Grammy consecutivi nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero (ciascuno da solo) a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Ma pure il jazzato “Soul ’69” (***½) e “This Girl’s In Love With You” (***½; con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” (***) e “Young, Gifted And Black” (***) valgono assai. Imprescindibili poi i live: “In Paris”, all’Olympia e istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West” (***½), testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a tracciare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile e tiranno del padre.

Nefasto il passaggio dalla Atlantic alla Arista nel 1980, l’anno dopo l’ennesima tragedia, il ferimento del Reverendo Franklin durante una rapina (morirà dopo cinque anni di coma che Aretha trascorrerà per la più parte al suo fianco): come e peggio che negli anni alla Columbia, il repertorio tornerà a essere di scarso spessore, fra dance e pop. Peccato, ché la voce resta magnifica, senza una ruga, come certificano l’occasionale ritorno al gospel nell’eccelso ma isolato “One Lord, One Faith, One Baptism” (1987; ***½) e virtuosismi, ancora nel recentissimo (2003 e annunciato come il disco il cui tour segnerà l’addio ai concerti) “So Damn Happy” (*½), che fanno correre brividi per la schiena.

Queen Of Soul (Rhino, 1992; 4CD) ****½

Sottotitolo: “The Atlantic Recordings”, a distinguere questo box dalla distillazione in un singolo di due anni successivo sottotitolato “The Very Best Of” (*****), naturalmente stupendo e altrettanto naturalmente non bastante. La verità è che l’unica alternativa a questa cornucopia di tesori è acquistare in blocco la produzione Atlantic dal 1967 al 1972: undici album variamente imprescindibili. Ove degli otto da lì al 1979 si può felicemente fare a meno.

I Never Loved A Man The Way I Love You (Atlantic, 1967) *****

La pur folta discografia Columbia, otto LP fra il 1961 e il 1966 (apprezzabili quanto tendenziosi compendi “a tema” in “Sings The Blues”, 1985, e “Love Songs”, 2001; entrambi ***), in nessun modo preparava al magnetismo, alla passione, alla sensualità di questo debutto per la Atlantic. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati a raffica e sopra la voce di Aretha, che trasforma la domestica concione di Otis in un inno insieme femminista e di consapevolezza nera. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano risalto – in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle squinziette del modern soul, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood – è però il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente, nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title track (di Ronny Shannon) amarissima serenata a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Aretha Arrives (Atlantic, 1967) ****

Dura dare un seguito a cotanto esordio. La ragazza si toglie il pensiero con un LP che di suo sarebbe stato debutto mostruoso. Fra la partenza a perdifiato di una Satisfaction comunque meno irruenta di quella di Redding e il sigillo della birichina Baby I Love You, le perle più lucenti sono una You Are My Sunshine dal retrogusto gospel, una 96 Tears singultante, la sinatriana That’s Life, una Going Down Slow che fa onore blueseggiando al suo titolo.

Lady Soul (Atlantic, 1968) ****½

Che si sia in presenza di una seconda pietra miliare è subito chiarito dall’esuberante, imperiosa tirata di Chain Of Fools. Ribadiscono il concetto una People Get Ready di impareggiabile drammaticità, l’innodica (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, una lettura pigra e sexy di Groovin’ e i vocalizzi da pelle d’oca di Ain’t No Way.

Aretha Now (Atlantic, 1968) ****

L’ennesimo classico autografo ad aprire: Think. E poi una volta di più il miracolo di classici altrui di cui la Franklin si appropria con classe e sentimento di una lega loro, da I Say A Little Prayer di Bacharach a Night Time Is The Right Time di Ray Charles, a You Send Me di Sam Cooke.

Aretha In Paris (Atlantic, 1968) *****

Il più fantastico lascito del Maggio parigino? Eccolo. Non avrà molto a che vedere con le barricate (non avrà molto a che vedere con le barricate? un disco che inizia con Satisfaction e si chiude con Respect?) ma sarebbe valsa la pena di fare il ’68 anche solo per avere in cambio questa dozzina di successi, resi con inenarrabile fervore in una serata all’Olympia chiamata a rappresentare su vinile il primo tour europeo.

Amazing Grace (Atlantic, 1972; 2LP) ****

Cerchio che si chiude, come già annotato, con tradizionali resi con sensazionale grazia, da quello che (ahem) battezza il tutto a Never Grow Old, da What A Friend We Have In Jesus a God Will Take Care Of You, ma anche con una solo sulla carta incongrua You’ve Got A Friend (Carole King; in medley con Precious Lord, Take My Hand) e una appena meno sorprendente Wholy Holy (Marvin Gaye).

Pubblicato per la prima volta su Soul e Rhythm & Blues – I Classici, Giunti, 2004.

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Prince, che oggi avrebbe sessant’anni

L’uomo nato Prince Rogers Nelson ci lasciava, causa un’overdose accidentale di un antidolorifico, il 21 aprile di due anni fa e la tragedia era doppia, in quanto la morte lo coglieva nel punto artisticamente più basso di una carriera a quel punto già quasi quarantennale. Diversamente da David Bowie, scomparso pochi mesi prima, sopraggiungendo improvvisa non gli consentiva di organizzare come congedo un ultimo capolavoro.

In VMO ho recuperato a più riprese miei scritti su un genio che in gioventù mi capitò di liquidare con imperdonabile superficialità. Non ho più smesso di andare a Canossa. Qui riprendevo una monografia scritta nel 2006 per “Il Mucchio”, qui la prefazione per una biografia americana, qui svariate recensioni di album usciti fra il 2004 e il 2015.

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L’acido 1968 di Ray Barretto

Capitolo cruciale nel lungo romanzo di una carriera principiata nei tardi ’40 quasi a prescindere, giacché inaugurava un rapporto con la Fania che si rivelerà lungo e fruttuoso, il tredicesimo LP da leader dell’allora trentanovenne Ray Barretto vedeva la luce nel fatidico 1968 con un titolo quanto mai depistante: “Acid”, a titillare una generazione psichedelica – quella dei “non fidatevi di chi ha più di trent’anni” – che naturalmente non se ne faceva ingannare. Anche perché proprio non prestava orecchio a quello che poteva sembrare solo l’ennesimo disco di un artista estraneo alla rivoluzione in corso nella musica e nella cultura giovanili, più prossimo (e anzi appartenente) alla generazione dei padri. Per quei ragazzi il percussionista newyorkese di trasparenti origini ispaniche, e per la precisione portoricane, poteva al massimo essere un vago ricordo di adolescenza legato a un successo del 1963, El Watusi, brano danzerino simpatico e sciocco con il quale per un attimo l’autore si era ritrovato catapultato nella classifica pop, lui che alle musiche latine era giunto partendo dal jazz e non (come quasi tutto il resto della sua scena) l’opposto. I ragazzi di Woodstock acido ne trangugiavano eccome, ma “Acid” se lo perdevano. Peccato per loro e che ironia, se solo si pensa che fra i trionfatori del festival ci saranno tali Santana che da Barretto una cosa o due l’avevano imparata.

Peccato, perché al di là del titolo l’album a suo modo innovativo lo era e parecchio, così tanto che persino riascoltandolo quei quarantacinque anni in differita la freschezza resta inalterata, il senso d’eccitazione dato dal concepimento nei suoi solchi di un qualcosa di inaudito chiarissimamente percepibile. La copula – sudata ma elegante, come tantissima black dei ’70 che anticipava – è fra rhythm’n’blues e salsa, boogaloo e soul, Africa e funk. Verrebbe da chiamarlo “crossover”, non fosse che il termine andrà in uso per designare tutt’altro nei primissimi ’90. Fermi! Tutt’altro? Gli Urban Dance Squad avranno una hit nel 1991 citando e campionando il pezzo che in origine suggellava il primo lato di “Acid”, A Deeper Shade Of Soul.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n. 188, gennaio 2014.

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