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Woman Child – I formidabili anni giovani di Neneh Cherry

A leggerlo oggi fa ridere, ma forte. Nel 1990 Neneh Cherry, in forza del suo prodigioso esordio “Raw Like Sushi”, album dal quale erano stati anche tratti tre singoli di successo, fu candidata al Grammy nella categoria “Best New Artist”. Vinsero i Milli Vanilli. Cristosanto. Ma ve li ricordate i Milli Vanilli, ne avete mai sentito parlare a dispetto di vendite che furono al tempo multimilionarie? Se sì, è solo per la figuraccia planetaria quando ammisero che nei “loro” dischi non facevano letteralmente nulla, manco ci cantavano, e a ragione di ciò il premio venne ritirato, fu la prima volta che accadeva e a oggi resta l’unica. I Milli Vanilli… la più grande barzelletta della storia dell’industria discografica ma per niente divertente, visto che qualche anno dopo uno dei componenti il duo morì appena trentaduenne, di alcol, droga e vergogna. Neneh Cherry per fortuna non soltanto è fra noi ma, dopo una lunghissima assenza dalle scene, negli anni ’10 è tornata a far musica, e che musica! Ardita e sovente geniale come nella sua fantastica giovinezza ma con un sacco di spigoli in più. Papà Don ─ che poi in realtà era il patrigno e tuttavia fu lui a crescerla e di lui assumeva il cognome, essendo venuta alla luce Neneh Marian Karlsson il 10 marzo 1964, figlia di una pittrice svedese e di un musicista della Sierra Leone che si separavano poco dopo la sua nascita ─ ne andrebbe fiero. Del resto fece in tempo ad ascoltare, apprezzare, amare almeno i primi due album della fanciulla.

Come vieni su sei figliastra di uno dei trombettisti che hanno fatto la storia del jazz? Non può essere che un’infanzia particolare, sempre circondata da musicisti, spesso in viaggio con Don e per il resto divisa fra Stoccolma e New York, studi irregolari e abbandonati a quattordici anni per trasferirsi poco dopo a Londra (ma papà ti manda sola? sì; ogni tanto però viene a trovarti e magari dà una mano in sala d’incisione, lui che ne ha frequentato mille). Lì subito si immerge in quella scena punk che sta mutando e maturando in new wave. Fonda le Cherries, per breve tempo fa parte di Slits e Nails. Si sposta a Bristol e lì si unisce ai neonati Rip Rig + Panic. Nome preso da un LP di Rahsaan Roland Kirk e costola del disciolto Pop Group, costoro in tre LP ineguali ma che suonano ancora freschi e godibilissimi incroceranno free jazz e reggae, avanguardia, soul, funk e post-punk, che era più o meno la ricetta della band di provenienza ma reinterpretata con piglio decisamente più ludico e spogliandola di ogni sovrastruttura ideologica. Palestra preziosa per Neneh, che ne diveniva presto il punto focale, a un certo punto cambiavano senza alcun motivo il nome in Float Up CP e con la nuova ragione sociale davano alle stampe un 33 giri che risultava il loro più venduto. Poi ognuno per la sua strada, ma restando amici. Era il 1985 e la ragazza una cosina in proprio già l’aveva messa in curriculum, tre anni prima, un brano contro la guerra delle Falklands, Stop The War. La strada che la porterà al primo lavoro da solista comprenderà come tappe intermedie una collaborazione con The The e, crucialmente, il sodalizio stretto con Cameron McVey aka Booga Bear (per qualche tempo partner sentimentale oltre che artistico) e il lato B di un singolo del duo Morgan-McVey prodotto nientemeno che da Stock, Aitken & Waterman. Chiamata Looking Good Diving è chiaramente una canzone troppo buona per restare relegata sul retro di un 45 giri comprato da pochi e destinato a venire dimenticato in fretta. Neneh ci torna su, per rimodellarla chiede aiuto a Tim Simenon, in arte Bomb The Bass, e quando infine ne è soddisfatta la propone alla Virgin, con cui è rimasta in contatto dopo la fine dell’avventura Rip Rig + Panic. Adesso il pezzo si intitola Buffalo Stance, viene pubblicato a fine novembre 1988 e comincia subito a scalare classifiche un po’ ovunque, fino al terzo posto in Gran Bretagna, USA, Canada e Norvegia e al primo in Olanda e Svezia, mentre in Germania e Grecia è secondo, in Belgio quarto, in Finlandia quinto, in Austria settimo e così via. Un trionfo commerciale che premia quella che artisticamente resta una pietra miliare, uno di quei rari brani capaci da soli di aggiungere qualcosa al canone della musica pop.

In curioso ritardo di quasi otto mesi rispetto all’uscita originale datata giugno 1989 la Virgin ha appena ripubblicato (via Universal) “Raw Like Sushi” in una lussuosissima edizione per il trentennale in triplo vinile e box con allegato un libro con testi, disegni, foto, un’intervista, il tutto rimasterizzato comme il faut (sto facendo girare la stampa italiana d’epoca e, per quanto sottile, la differenza si coglie in un suono insieme più arioso e dinamico, con una gamma bassa dall’impatto più deciso e una alta appena arrotondata). Il secondo 33 giri è occupato quasi interamente da remix (fra gli altri due di Arthur Baker e uno di Kevin Sanderson) di Buffalo Stance, il terzo da versioni alternative di vari altri brani, senza però nemmeno un inedito. Raccontata così pare un’operazione “only for fans”, ma è possibile acquistare a parte il solo LP originale. Nondimeno l’oggetto è talmente bello che la differenza fra i 55 euro circa che costa portarsi a casa il triplo (prezzo relativamente economico) e i 25 (un po’ caro) richiesti per il singolo è sufficientemente modesta da mettere in difficoltà l’acquirente. Decida il lettore, che a suo tempo consumò il disco o viceversa non se l’è mai messo negli scaffali, magari ritenendolo “leggero” quando è invece opera di clamorosa consistenza e rilevanza. I tre singoli – l’esplosivo incrocio fra pop, soul e funk aromatizzato hip hop di Buffalo Stance, la romantica Man Child, la latineggiante Kisses On The Wind – aprono una prima facciata completata da una Inna City Mamma impossibilmente esultante, eppure intrisa anche di jazz, e dalla post-electro di The Next Generation. Vale uno zero virgola qualcosa di meno una seconda inaugurata da una Love Ghetto che insieme prefigura e umilia tanto modern R&B a venire e che, con in mezzo la sbarazzina Phoney Ladies, sciorina principalmente rap da Old Skool, ma mai pedissequo, per certi versi anzi in anticipo su un trip-hop che era dietro l’angolo. “Raw Like Sushi” ha trent’anni (e qualche mese) ma non è invecchiato di un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020. Neneh Cherry compie oggi cinquantasette anni.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Just Dropped In (To See What Condition My Rendition Was In) (Daptone)

“Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima”: così chiudevo sul numero di dicembre 2017 la recensione di “Soul Of A Woman”, l’album che Sharon Jones aveva fatto appena in tempo a completare, suggello a una carriera decollata tardi ma in compenso capace di renderla la Lady Soul del XXI secolo, prima di arrendersi nel novembre 2016, avendo fieramente lottato fino alla fine, a un tumore. Sei i lavori in studio pubblicati dal 2002, più un’antologia di brani natalizi, una marea i singoli, due le raccolte che in parte li recuperavano e a fungere da sorta di “Best Of” la colonna sonora del documentario, “Miss Sharon Jones!”, che proprio nel fatidico 2016 ne celebrava la biografia complicata, l’arte immane, l’ascesa allo stardom contro ogni pronostico e in primis quello di un discografico che l’aveva detta “troppo grassa, nera, bassa e vecchia” per potere avere successo. Più miope, sordo o miserevole?

Sharon non c’è più, ma come cantò sui suoi titoli di coda c’è ancora. Sempre ci sarà, capace di rifulgere anche in un LP di ritagli e curiosità, tutto di cover ma d’altronde lei fu sempre interprete, il repertorio scritto quasi per intero dal capobanda dei Dap-Kings, il bassista Gabriel “Bosco Mann” Roth. Che suona e basta, da par suo, con i suoi compari, mentre Miss Jones ora si mantiene fedele ai brani ripresi ─ Signed, Sealed, Delivered I’m Yours (Stevie Wonder), Giving Up (Gladys Knight & The Pips), Rescue Me (Fontella Bass) per quanto gradevoli risultano così un po’ pletoriche ─ e ora ne opera appropriazioni che lasciano a bocca aperta: più di altre, il Prince trasformato in James Brown di Take Me With You e il Woody Guthrie reso alla Wilson Pickett di This Land Is Your Land.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Bootsy Collins – The Power Of The One (Bootzilla)

Autentica leggenda vivente Bootsy (al secolo William Earl) Collins: bassista fenomenale (nasceva in realtà chitarrista, primo modello Jimi Hendrix) con James Brown per undici pazzeschi mesi durante i quali imprimeva il suo marchio su brani epocali quali Sex Machine, Super Bad, Soul Power, Talkin’ Loud And Said Nothing e subito dopo e per un decennio capitano in seconda dell’astronave Funkadelic/Parliament. Invero favolosi i suoi anni ’70. Inoltrandosi nella loro seconda metà avviava anche una carriera da leader con la Rubber Band e pure con quella confezionava album formidabili, collezionando classici e successi uno via l’altro. Leggenda per fortuna ancora praticante il nostro uomo, la cui produzione diversamente da quella del comandante il vascello spaziale di cui sopra, George Clinton, si è sempre mantenuta su livelli di ispirazione minimo accettabili. Quando non buoni. O persino ottimi, come in larga parte di questo “The Power Of The One” con il quale a fine ottobre ha, con qualche giorno di anticipo, festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno.

È quanto di meglio abbia pubblicato in questo secolo, da una traccia omonima super Parliament e con George Benson (primo in una lista di illustri ospiti che comprende fra i tanti Snoop Dogg, Branford Marsalis e Larry Graham) sugli scudi e proseguendo con una Creepin’ che gira invece funkadelica ed hendrixiana, una Bewise dritta da un’ideale “Best Of” degli Arrested Development e una travolgente Club Funkateers. Detto del riuscito omaggio a Sly & The Family Stone di WantMe2Stay, non resta che annotare che se il lavoro ha un difetto che gli impedisce di esser capolavoro è una lunghezza che alla fine lo fa dispersivo. Di troppo almeno un paio di ballate zuccherine.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

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I migliori album del 2020(2): Sault – Untitled (Black Is) & Untitled (Rise) (Forever Living Originals)

Quel che si dice cogliere in pieno lo zeitgeist: il primo dei due album pubblicati nel 2020, dopo che già nel 2019 ne aveva dati alle stampe altrettanti (ma dal minutaggio complessivo decisamente più contenuto), dall’anonimo (non certo per la musica proposta, quanto perché non si sa esattamente né chi né quanti ne siano i componenti) collettivo britannico è uscito il 19 giugno. “Juneteenth”, altrimenti detto “Freedom Day”, “Jubilee Day, “Liberation Day” o “Emancipation Day”, e insomma il giorno in cui per tradizione in quarantadue dei cinquanta Stati non granché Uniti di America si celebra l’abolizione della schiavitù. Anniversario dell’annuncio che, già trascorse a quel punto quasi sei settimane dalla fine della Guerra di Secessione, veniva dato dal generale unionista Gordon Granger nel 1865 ai neri residenti in Texas che non avevano più padroni. “Free at last, free at last, thank God Almighty, we are free at last” ed era passato quasi un secolo quando il Reverendo Martin Luther King non poteva che constatare che tanta strada era stata percorsa, ma troppo poca. Si era nel 1963. Cinquantasette ulteriori anni dopo, ancora tocca ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio, assodato, nell’ordine naturale delle cose: che black lives matter. “Black Is” è stato reso disponibile in download gratuito (solo da lì a qualche settimana è diventato anche un CD, o un doppio vinile) a venticinque giorni dall’uccisione di George Floyd. Quando vorremo ricordare cosa sia stato ─ pandemia a parte, pandemia inclusa ─ l’annus horribilis che ci siamo lasciati alle spalle nessun disco potrà farlo meglio di questo. In positivo. Per il suo incitare a ribaltare un mondo ribaltato.

“The revolution has come” scandisce una voce femminile cui pronto un coro maschile risponde scandendo “out the lies”. Che è pure il titolo del pezzo. È la prima delle venti tracce (ma cinque non sono che degli interludi: tre spoken, uno strumentale e uno con effetto da radio dalla sintonia slittante) che sfilano in cinquantasette minuti di densità e articolazione, leggerezza e pregnanza formidabili, compendi di blackness in cui tutto felicemente si mischia. Nel susseguirsi dei brani, sicché dalla galoppante e africanissima Don’t Shoot Guns Down si passa al flemmatico errebì Wildfires, a una superba ballata soul quale Why We Cry Why We Die va dietro il pop Black, il gospel aggiornato al XXI secolo di Eternal Life convive con la ricreazione di anni ’50 che sublimemente si fanno ’70 di Miracles e a suggellare il tutto è lo spiritual striato di jazz Pray Up Stay Up. Ma anche dentro uno stesso pezzo e valgano come mirabili esempi il compenetrarsi di pop, soul, electro su beat hip hop e con un empito liturgico di Hard Life e una Bow dove sono ospiti Michael Kiwanuka in presenza e Fela Kuti in spirito. Grandissimo album.

Be’, “Rise” (pubblicato tre mesi dopo) è meglio. Al pari battagliero in spirito, più compatto (pure un po’ più breve, quindici tracce per complessivi 50’47”) nella scrittura, più ecumenico senza mai scadere nella ruffianeria. Classe purissima, dalla disco da cui saettano archi di scuola Isaac Hayes di Strong a una  programmatica I Just Want To Dance irresistibile da subito e da urlo quando strappa batucada, dall’aperto omaggio a Gil Scott-Heron via Last Poets di The Beginning & The End  a una Free di cui non si saprebbe dire se sia più implacabile la scansione o incisiva la melodia, da un duetto idealmente pronto per le classifiche quale Uncomfortable allo strumentale da brividi The Black & Gold, a una Little Boy evocante il miglior  cantautorato al femminile anni ’70 e sistemata a congedo. Uno (due) di quei rari album che sai da subito che resteranno. Che ogni volta ti emozioneranno come la prima.

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I migliori album del 2020 (10): Khruangbin – Mordechai (Dead Oceans)

Se mai è esistito un altro gruppo capace di racchiudere in sé e rappresentare al meglio le possibilità immani del meticciato in musica alla maniera di questo trio formatosi nel 2009 a Houston, ebbene, per quanto ci abbia riflettuto il recensore non ne serba memoria. Internazionalisti, il chitarrista Mark Speer, la bassista Laura Lee e il batterista Donald “DJ” Johnson, sin dalla scelta di un nome ─ dal thailandese per “aeroplano” ─ che oggi a dire il vero un po’ rimpiangono perché di grafia e pronuncia (quella corretta dovrebbe essere “crungbin”) difficili. Non dovrebbero preoccuparsene. Proprio quest’album, il loro terzo e il primo non puramente strumentale (a cantare è perlopiù, accentuando un piglio già da femme fatale, Laura Lee), potrebbe farne delle superstar. D’altronde: era forse iscritto nel destino di chi frequentò la stessa chiesa di Beyoncé e Solange.

“Mordechai” si mette alle spalle i pur fascinosi particolarismi dei pur ottimi “The Universe Smiles Upon You” (2015) e “Con todo el mundo” (2018) facendo amalgama come mai prima e mai in maniera tanto seducente di influenze che vanno dal thai-rock (!) degli anni ’60 e ’70 al reggae passando per il pop iraniano (!!!) e le colonne sonore degli spaghetti western, per soul, funk e rhythm’n’blues vintage come per la psichedelia, l’afrobeat e la highlife, il cosmic jazz, la cumbia. In genere languidi i Khruangbin ma sempre con un senso del groove, irresistibile per dire la schietta disco di Time (You And I), invincibile. Evocano Roy Ayers in First Class e Gainsbourg in Connaissais de face, viaggiano dalla Colombia di Pelota alla Giamaica di One To Remember per approdare in Shida a un Oriente dell’anima. Il brano-chiave è Father Bird, Mother Bird: potrebbe essere la loro Samba pa ti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Willie Hutch, al top

“A whole lot of a woman”: così qualcuno definisce a un certo punto del film, datato 1974, la Foxy Brown del titolo. “A whole lot of a songwriter” potrebbe essere un degno epitaffio per Willie Hutch, venuto prematuramente a mancare (non aveva che sessant’anni) nel 2005: uomo dietro il successo dei 5th Dimension nei tardi ’60, titolare sul finire di quel decennio di due LP per la RCA (l’esordio “Soul Power” da consigliare ai cultori di Otis Redding) poco prima di buttare giù al volo il testo per uno dei più grandi successi dei Jackson 5 (I’ll Be There) e altrettanto al volo venire messo sotto contratto da Berry Gordy. Accasatosi alla Motown oltre a diventarne uno degli autori (fra quanti usufruivano dei suoi servigi Michael Jackson, Smokey Robinson e Marvin Gaye) pubblicava diversi altri 33 giri, di valore e successo altalenanti. Due articoli si elevano in ogni caso sui restanti di due spanne: “The Mack”, del 1973, e questo “Foxy Brown”. Entrambi colonne sonore di pellicole del filone blaxploitation e sia l’uno che l’altro infinitamente superiori a film in cui risultavano mattatori più che sfondo. Come i due capolavori del filone musicale associato a quello cinematografico, “Shaft” di Isaac Hayes e “Superfly” di Curtis Mayfield, sono dischi che vivono di vita propria a tal punto che considerarli semplici colonne sonore risulta improprio. E per valore cedono le armi di poco ai classici appena citati.

Preda ambitissima di dj e produttori hip hop per un’assenza dal mercato ultraventennale in qualunque forma, addirittura riedito legalmente in vinile per la prima volta giusto nel 2018, inopinatamente “Foxy Brown” gode subito di una nuova ristampa su Motown/Universal. Più che altro ne godrà un ascoltatore catapultato in piena azione dall’iniziale, travolgente Chase e per la restante trentina di minuti diversamente sollecitato e solleticato da funk ebbri di wah wah e orchestrazioni lascive, non di rado nello stesso brano. Fino a una conclusiva Whatever You Do (Do It Good) che avrebbe potuto scriverla James Brown, titolo incluso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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James Brown – Live At Home With His Bad Self (Republic/UMe)

In un concerto contano due cose: la prima e l’ultima canzone. Tutto il resto è groove”: parole del Padrino del Soul, in questo caso da non prendere in parola. Varranno casomai nei lunghi anni della decadenza, quando i gruppi che lo accompagneranno si faranno sempre più raccogliticci e la percentuale negli spettacoli di lunghe parentesi strumentali, per consentire al capobanda di recuperare energie, sempre più rilevante. Ma nell’autunno 1969 il più Grande Lavoratore nel Mondo dello Spettacolo veniva da sei anni di trionfi ed era in formissima. Oltretutto gasatissimo quel 1° ottobre in cui, accompagnato da un complesso ben rodato di una dozzina fra strumentisti e coristi, affrontò la ribalta del Bell Auditorium di Augusta, Georgia, la città che chiamava Casa. Ad ogni modo: primo brano in scaletta Say It Loud – I’m Black And I’m Proud, un numero 1 R&B e 6 Pop l’anno prima e istantaneamente divenuto un inno per la nazione afroamericana; ultimo Mother Popcorn, un altro numero 1 R&B nell’estate precedente.

Quanto sta in mezzo in questi settanta minuti non è affatto “solo” groove, per quanto ce ne sia naturalmente in abbondanza (anche quando inopinatamente in World il cantante si affida a una base pre-registrata). È una scaletta zeppa di classici, testimonianza di una serata formidabile da cui a essere severi si sottrarrebbero giusto un paio di momenti di eccessivo languore (non l’inatteso omaggio ai Blood, Sweat & Tears di Spinning Wheel). James Brown l’avrebbe voluta pubblicare come è uscita ora mezzo secolo fa. Ma subito dopo quasi tutti i suoi musicisti abbandonavano la nave al dispotico capitano, che si affrettava a reclutarne altri più giovani e con quelli subito incideva Sex Machine. Però questa è un’altra Storia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD, 10LP+DVD)

Quando vedeva la luce nel 1982 il già quinto album in altrettanti anni dell’allora ventiquattrenne Prince era il suo primo a violare la Top 10 di “Billboard” e questo nonostante l’imponenza dell’opera, undici brani, settanta minuti e dunque un doppio, con conseguente prezzo di vendita più alto di quello di un singolo LP. Arrivava al numero 7 e vedeva due dei tre 45 giri che ne venivano tratti entrare a loro volta nei Top 10 USA. Quando nell’aprile 2016 il genio di Minneapolis ci lasciava, per tragica fatalità e davvero troppo presto, il primo in ordine cronologico dei suoi tanti (quanti? almeno sei, a essere di manica stretta) capolavori si riaffacciava come diversi altri suoi dischi nelle classifiche americane. Era curiosamente di nuovo un numero 7. Se non forse nella sua versione più maneggevole da tutti i punti di vista ma meno interessante – un doppio con sul primo CD il programma originale e sul secondo i 7” e i 12” d’epoca, lati B inclusi – ha scarse possibilità di compiere un terzo exploit questo “1999” in ogni caso destinato, in tale forma, giusto ai pochi che non avessero già in casa l’imprescindibile classico in cui Prince diventava definitivamente Prince, shakerando vertiginosamente soul e funk iniettato di elettronica, pop, rhythm’n’blues e un rock dagli accenti tanto psichedelici che new wave. O a quanti volessero sostituire precedenti stampe in digitale di qualità non ineccepibile.

La versione “Super Deluxe” qui segnalata è inevitabilmente per pochi cultori terminali ma, diversamente da analoghe e discutibilissime operazioni, regala (si fa per dire, per quanto l’edizione in CD abbia un prezzo relativamente abbordabile; inavvicinabile il vinile) tantissimo di interessante: innumerevoli inediti, alcuni dei quali di spessore, e due concerti da paura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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FKA twigs – Magdalene (Young Turks)

Artista dai molteplici talenti l’inglese (padre giamaicano, madre di ascendenze ispaniche) Tahliah Debrett Barnett, nota come FKA twigs: debutto nel mondo dello spettacolo da danzatrice (fra i tanti video in cui appare alcuni di star quali Kylie Minogue e Ed Sheeran), coreografa, produttrice, regista dei suoi stessi video promozionali. Naturalmente cantante (dai notevoli mezzi vocali) e autrice. Adorata dalla critica su entrambe le sponde dell’Atlantico ma, a dimostrazione di quanto poco conti oggi collezionare recensioni ditirambiche, l’esordio del 2014 “LP1” (candidato al Mercury Prize e a un Grammy Award, nella categoria “Best Recording Package”) non ha fatto chissà che numeri. Oddio, buttale via quelle centocinquantamila copie vendute in giro per il mondo, di cui metà negli Stati Uniti e però appena un decimo in patria: a fronte di un potenziale commerciale ben più promettente e a dispetto dell’essere diventata, l’artefice, oggetto dell’attenzione dei tabloid per via di una relazione con l’attore Robert Pattinson.

Ed eccolo qui il successore dell’acclamato debutto e altro che battere il ferro mentre è caldo: la titolare lo ha fatto attendere cinque anni, trascorsi in parte impegnata in altri progetti, ultimamente combattendo (battaglia vinta) con un tumore. Seguito dalla personalità ancora più spiccata, volendosi distanziare la ragazza dal cosiddetto (etichetta che rigetta come razzista) alternative R&B. Salvo piazzare fra le nove tracce una banale Holy Terrain sull’orlo della trap, che toglie mezzo voto a un disco se no di grandi suggestioni, fra Kate Bush e Björk (una gemma l’iniziale, dall’onirico all’incubotico, Thousand Eyes) con echi della Bristol che fu di Massive Attack e Tricky. Trame rarefatte talvolta sapientemente lacerate da rumori e ritmiche non convenzionali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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