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L’infanzia prodigiosa e la vita bruciata di Dennis Brown

Dennis Brown

Ha avuto una gran fretta di vivere Dennis Brown che ci ha lasciati, appena quarantaduenne, sul principio d’estate di due anni or sono. Causa ufficiale della morte un collasso polmonare seguito da infarto. Dovuti, si sa ufficiosamente, a un’antica passione per la cocaina poi ulteriormente degenerata in dipendenza da crack. Ha vissuto poco ma certamente con intensità: un centinaio gli album che taluni gli attribuiscono, un’ottantina quelli che lui rivendicava. Produzione senza pari in materia di reggae (il solo Lee “Scratch” Perry si avvicina a questi numeri) e con pochi rivali in qualunque altro ambito, stupefacente non solo per quantità oltretutto ma anche per qualità media. Se la battuta in levare vi intriga, potete fiduciosamente mettervi in casa qualunque disco vi capiti fra le mani con sopra il nome di colui che Bob Marley dichiarò essere il suo cantante preferito. Dal classico “No Man Is An Island”, che vedeva la luce nel 1970, a certi lavori degli anni ’90 che, lungi dal guardare con nostalgia al passato cercando di ricrearlo, azzardavano felicemente il connubio fra reggae e digitale. Avete già fatto il conto? Esatto, non vi state sbagliando né vi siete imbattuti in un errore di stampa: quello che è uno dei massimi capolavori della musica giamaicana veniva confezionato da un tredicenne che perdipiù aveva già in curriculum diversi successi a 45 giri. Racconta chi c’era che in studio dovettero farlo salire su una cassetta vuota per avvicinarlo quanto bastava al microfono.

Dennis Brown nasce a Kingston, Giamaica, il 1° febbraio del 1957. Il padre Arthur scrive testi per un popolarissimo programma radiofonico chiamato “Life In Hopeful Village” ed è dunque live, dagli studi della emittente nazionale, che la voce del ragazzino si diffonde per la prima volta nell’etere. La precoce conoscenza di quanti sull’isola lavorano nel mondo dello spettacolo avrà naturalmente il suo peso per lanciarne la carriera. L’apprendistato segue una trafila che sarebbe usuale, non fosse per la verdissima età dell’aspirante star: concerti in club nei quali da cliente non potrebbe ancora entrare, con Byron Lee, i Falcons e un maestro del soul americano come King Curtis, e poi i primi singoli. It’s A Crime è il debutto, per un produttore di gran fama quale Derrick Harriott. Dritto nei Top 10 locali, dove presto lo seguiranno Love Grows, Created By The Father e la canzone che intitolerà l’esordio a 33 giri, No Man Is An Island. Cadenze ancora più prossime al rocksteady che non al reggae vero e proprio e voce inevitabilmente adolescenziale che avvince modulando innocenza e sogni. Commozione e applausi.

Le hit si susseguono. Curano il ragazzino i produttori giamaicani più importanti. Dopo Harriott tocca a Clement “Coxsone” Dodd e dopo di lui a Lloyd Daley (il primo e unico “Matador”, con buona pace di una certa tifoseria), che contribuisce alla riuscita di tascabili meraviglie come What About The Half (pigrissima), Things In Life (fiati sornioni a contraltare di un canto struggente) e Baby Don’t Do It. Canzone chiave quest’ultima per approcciarsi al Dennis Brown che è parte fondamentale della storia del reggae: seriche corde vocali che rimandano al soul americano più raffinato (Sam Cooke in primis) su arrangiamenti tanto semplici quanto di eccezionale efficacia, concorso di chitarre sincopate, ottoni felini, organi grassi, swinganti, liturgici. Il rinnovarsi del sodalizio con Derrick Harriott ne genererà innumerevoli di creazioni siffatte, da Concentration (exotica e dubbata) a Silhouettes (che davvero sarebbe piaciuta a l’uomo di A Change Is Gonna Come), da He Can’t Spell (memorabile l’organo) a Changing Times (sublimemente malinconica). Tutte radunate in un altro LP epocale chiamato “Super Reggae & Soul Hits”. Era ormai grandicello il Nostro all’epoca della sua pubblicazione. Quindici anni, pensate.

Anno frenetico il 1973. L’attività live si intensifica, così come le collaborazioni con la crema dei produttori isolani, nomi ciascuno dei quali è una leggenda: Clive Chin, Phil Pratt, Alvin Ranglin, Eddie Wong, Herman Chin-Loy, Joe Gibbs. È quest’ultimo che griffa quella che diventerà la canzone-simbolo di Dennis Brown, Money In My Pocket. Che dopo si sente ormai maturo per prodursi da solo e addirittura per mettere in piedi un’etichetta, la D’Aguilar Sounds. Sarà tuttavia con Winston “Niney” Holness in cabina di regia che imprimerà su nastro la poppissima Westbound Train, l’ossessiva Cassandra, la travolgente per epicità I Am The Conqueror. Anno (al solito) di grazia 1974.

Lo spazio stringe e volo al ’79. È allora che una nuova versione di Money In My Pocket fa infine di Brown una popstar internazionale, mancando di poco l’ingresso nei Top 10 britannici, impresa replicata nel 1981 da Love Has Found A Way e Halfway Up Halfway Down. Prosegue pure l’attività di discografico. Per le sue D.E.B. e Yvonne’s Special incidono pesi massimi come Junior Delgado, Gregory Isaacs e i Black Uhuru. Niente sembra potere arrestare Dennis Brown. Provvederà Dennis Brown stesso. La salute vacillante per gli stravizi e la voce che piano piano se ne va non gli impediranno tuttavia, come appuntavo tre cartelle fa, di fare ottime cose almeno per tutta la prima metà dei ’90. L’ultimo grande album è “Temperature Rising”, del 1995.

La canzone che gli diede il titolo è la quarantasettesima delle quarantotto che sfilano in “Money In My Pocket”, formidabile doppia antologia appena licenziata dalla Trojan. Due ore e mezza e non si potrebbe rinunciare a un minuto. Scrivevo prima che qualunque lavoro firmato dal nostro uomo è meritevole d’attenzione. Nessuno vale però, per completezza e suggestioni, questa raccolta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

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Studio One: là dove nacque il reggae

Clement “Sir Coxsone” Dodd

Nelle quasi due ore e tre quarti (c’è poi un’ora e un quarto di extra) del DVD fresco di pubblicazione che racconta la parabola della sua etichetta, Clement “Sir Coxsone” Dodd dimostra meno dei settant’anni inoltrati che sicuramente ha. Chioma e pizzo canuti, sorriso sempre sulle labbra, fare pacato e un inglese insolitamente comprensibile per un giamaicano (quasi inutili nel suo caso i sottotitoli, pressoché indispensabili altrove) si aggira per i luoghi della memoria nelle strade di Kingston con passo ancora energico, reso appena esitante dall’età. E per via, nei bar o più di frequente seduto in un angolo della sala di registrazione appena riaperta in patria (questo il motivo della celebrazione, non un anniversario), rievoca con un misto di orgoglio e modestia la straordinaria vicenda di un marchio discografico che ha segnato le vicende della musica isolana come nessun’altro e del pop occidentale come pochi. Fu a casa Studio One che lo ska si sviluppò e poi si fece rocksteady, che il reggae letteralmente nacque e una sua costola generò il dub, che videro la luce le canzoni che tuttora forniscono alla dancehall un’apparentemente inesauribile riserva di ritmi e melodie. “Ogni brano era un successo, sempre e subito”, ricorda qualcuno dei tanti chiamati a raccontare una storia per certi versi accostabile a quella della Motown: pure al leggendario 13 di Brentford Road vi erano una house band (gli Skatalites la prima), autori, schiere di cantanti sempre intenti a produrre qualcosa, per sette ore al giorno, per cinque giorni alla settimana. Mentre il giardino davanti era affollato di ragazzi (a volte anche duecento, riferisce Ken Boothe) che sognavano a loro volta di diventare delle stelle. E a tutti Sir Coxsone concedeva un’audizione, mentre sua madre si preoccupava di rifocillarli. Intanto, nel negozio di dischi attaccato alla sala di registrazione (e qui è con la Stax che si può fare un parallelo piuttosto che con la Motown), la moglie serviva i clienti, aiutando a testare sul campo le ultime produzioni. Quella di Studio One è un’epopea che nessuno minimamente interessato alla musica popolare del XX secolo può permettersi di ignorare.

Parlano i numeri. Se possedete una discografia base di reggae accettabile, diciamo qualche decina di titoli, siete già consci dell’eccezionale rilevanza di quest’uomo. Ma se anche avete negli scaffali soltanto dieci dischi di reggae, soltanto cinque, soltanto tre, soltanto uno, è possibile, probabile, praticamente sicuro che sia di gente che con Clement Dodd (per inciso: uno che ha sempre retribuito equamente i suoi artisti e ha saputo crescerseli, rara figura in un ambito popolato di pirati) ha avuto in qualche momento a che fare. Il nudo elenco avrebbe occupato metà pagina e allora mi limito a qualche nome eclatante: innanzitutto Bob Marley, che da Studio One passò che era poco più che un bambino, e Delroy Wilson e Dennis Brown che invece erano proprio bambini. E poi gli Abyssinians, gli Ethiopians, i Gaylads, i Gladiators, gli Heptones, i Maytals, i Melodians, i Paragons, i Pioneers, i Wailing Souls. I grandi solisti devoti al soul: Horace Andy, Ken Boothe, Alton Ellis, John Holt, Larry Marshall, Freddie McGregor. E ancora: irregolari come Lee Perry e Prince Far I, la stella femminile per eccellenza Marcia Griffiths, i mistici Big Youth e Burning Spear, Max Romeo, Peter Tosh, dj come l’iniziatore King Stitt, Dennis Alcapone, Dillinger, Michigan & Smiley e un pioniere della dancehall quale Sugar Minott, e il maestro Frankie Paul, e…

Non avendo in casa un lettore DVD, vale a momenti la pena di procurarsene uno solo per gustarsi Studio One Story, pieno com’è di sensazionali reperti d’epoca – dall’unico filmato esistente degli Skatalites primigeni, immortalati su un carro carnascialesco nel 1965, alle immagini dei centomila rasta che nell’aprile dell’anno dopo accolsero come un profeta l’Imperatore di Etiopia Hailé Selassié – e di rivelazioni: un’emozione indicibile trovarsi davanti un ritaglio di giornale che dà conto della tragedia che stroncò la carriera, e poi la vita, del geniale trombonista Don Drummond, rinchiuso in un manicomio criminale per avere ucciso la sua compagna; o, viceversa in positivo, ascoltare dalla viva voce del chitarrista Eric “Rickenbacker” Frater come fu che un Echoplex applicato al suo strumento ebbe come risultato il reggae. E in che personaggi incredibili ci si imbatte! Da Sister Ignatius, suorina fragile e dolcissima che da oltre sessant’anni cresce musicisti presso la mitica Alpha School, a un decrepito King Stitt che rantola versi come ne dipendesse la sua vita ed è la più efficace testimonianza a favore dell’igiene dentale immaginabile.

Sprovvisti dell’hardware necessario? Vale la pena ugualmente di comprare “Studio One Story” e non solo perché in ogni caso il DVD può essere messo da parte in attesa di poterlo guardare. Lo accompagnano nella sua scatoletta di cartone un libro di 92 pagine (testo non tantissimo ma con un utile glossario e un piccolo “who’s who” in fondo e una marea di scatti dal film) e un CD. Che, se non merita l’altisonante titolo perché è singolo, supera di poco i cinquanta minuti e non copre l’infinità di stili maturati a Studio One negli anni ’60 e ’70, nondimeno regala gemme dalla presenza non sempre ovvia. Certo, ci sono archetipi dello ska come Guns Of Navarone e Man In The Street degli Skatalites e diverse canzoni che l’appassionato anche fresco di iniziazione non può non conoscere già, dalle romanticissime Dancing Mood di Delroy Wilson e I’m Still In Love With You di Alton Ellis alla Declaration Of Rights tracimante enfasi gospel degli Abyssinians. Però pure cose assai meno note, fra cui la cartoonesca Easy Snapping di Theo Beckford che per Studio One fu la prima uscita e Nanny Goat di Larry Marshall: l’atto di nascita del reggae.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.521, 18 febbraio 2003.

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In spiaggia con i Paragons (The Tide Is High)

The Paragons - On The Beach With

Questione di coincidenze oltre che di talenti smisurati: la storia non solo della musica giamaicana ma del pop tutto del Novecento sarebbe stata assai diversa senza un oscuro impiegato della Treasure Isle di Duke Reid che, un bel dì del 1966, sulla strada per gli studi di registrazione si imbatteva in John Holt, Garth “Tyrone” Evans e Howard Barrett che da quegli studi di registrazione, o per meglio dire dal cortile a essi prospicente, provenivano. Abbacchiatissimi, e a quest’uomo che nemmeno possiamo ringraziare citandolo per nome spiegavano il perché: avevano appena fallito un’audizione. Avevano cantato a uno dei due principali boss dell’industria discografica isolana un brano composto da Holt e che, convinti avesse un considerevole potenziale, stavano provando da mesi e non gli erano piaciuti. Scartati. Persuasi che i loro sogni di gloria, già coltivati per anni a dispetto di carte di identità verdissime, fossero andati definitivamente delusi. “Lasciate fare a me”, li rassicurava il nostro eroe facendo invertire loro la direzione di marcia. Di ritorno alla sede della Treasure Isle li ripresentava come nulla fosse al padrone di casa spiegandogli che quei ragazzi se ne erano andati dalla Studio One dopo una disputa con Coxsone Dodd. Al nome dell’odiato rivale Duke Reid drizzava subito le orecchie. “Be’, fatemi sentire qualcosa.” Gli ricantavano Happy Go Lucky Girl. “Fantastica! Dobbiamo inciderla subito!” Da lì a qualche settimana la canzone capeggiava le classifiche di vendita locali e per i Paragons era iniziata la seconda di innumerevoli vite. Per un esaltante anno e mezzo ben riassunto dal 33 giri d’esordio, una rarità in un tempo in cui da quelle parti uscivano quasi esclusivamente singoli, sarebbero stati – altra coincidenza per loro fortunata: la momentanea eclisse dei Wailers – il gruppo più popolare del paese. “On The Beach With The Paragons” è fresco di ripubblicazione da parte della Trojan, oltretutto in una versione ultraespansa che ne quintuplica (!!!) la scaletta originale, ed è un ritorno a dir poco benvenuto, viste le cifre insensate che venivano ormai richieste non solo per le copie d’epoca ma pure per una prima ristampa in digitale, francese e datata ’98. Terza e fondamentale concomitanza favorevole: climatico-musicale. Happy Go Lucky Girl fotografava plasticamente il passaggio dallo ska al rocksteady propiziato da un’estate spaventosamente calda persino per i Caraibi, con il ritmo più piano del secondo molto più apprezzato dai ballerini di quello frenetico del primo: non si sarebbe tornati indietro e presto sarebbe stato reggae. Una benedizione per un complesso a disagio con le scansioni veloci e nato per cantare il soul.

A posteriori i Paragons potrebbero essere detti un supergruppo, essendo passati dalle loro fila tre dei più grandi interpreti “in levare” di sempre. Mai però tutti in scena nel medesimo istante. A fondarli – con un’altra ragione sociale: Binders – erano nel ’63 degli appena adolescenti Keith Anderson, Garth Evans, Junior Menz e Leroy Stamp. Semplice quanto ambizioso il programma: diventare l’equivalente giamaicano dei Drifters. Zoppicanti a dispetto dell’entusiasmo e di impasti vocali da subito raffinatissimi i primi passi e Menz e Stamp lasciavano, il primo destinato alla fama con i Techniques, il secondo a una definitiva scomparsa dalla ribalta. A prenderne il posto erano John Holt e Howard Barrett e il cambio di personale era celebrato con un cambio di nome. Sciolti da tempo, i Paragons americani erano stati uno dei complessi di punta del doo wop e quelli giamaicani si proponevano di emularli, scegliendo nondimeno per il sospirato debutto discografico il successo dei maestri Drifters Follow Me. Si è fatto il 1965. Escono alcuni altri 45 giri per Studio One e se nessuno è un vero hit vendono comunque abbastanza da conquistare al quartetto una discreta popolarità. Non basta ad Anderson, che se ne va e, ribattezzatosi Bob Andy, mieterà successi in gran copia sia come autore che come cantante, da solo o in coppia con Marcia Griffiths. Scelta decisiva quella di non rimpiazzarlo. Ridotti a trio, Holt il solista, i Paragons assumeranno infine una loro inconfondibile identità e cominciando proprio con la carezzevole (insieme malinconica e solare, romantica e sexy) Happy Go Lucky Girl. La loro seconda canzone più famosa, essendo la terza On The Beach e la prima… be’, la prima la conoscete tutti ma proprio tutti, inclusi quelli che non avevano mai sentito nominare i Paragons e di reggae hanno due dischi in croce. Nel 1980 The Tide Is High sarà il brano che renderà enormi i Blondie e Deborah Harry una superstar. Datemi retta: la loro lettura poca e smorta cosa. Holt, Evans e Barrett apprezzeranno ad ogni buon conto i sontuosi diritti d’autore e gli ultimi due più del primo, che non ne avrebbe avuto bisogno. E già: perché John Holt, che vantava una carriera in proprio di un qualche fulgore già prima di unirsi ai Paragons, li salutava all’alba dei ’70 e a raccontarne anche per sommi capi una vicenda artistica disseminata di trionfi e giunta felicemente ai giorni nostri ci vorrebbe un’altra pagina.

Qui resta spazio abbastanza per raccomandare ancora a chiunque per il reggae nutra un minimo di interesse un doppio che a “On The Beach” aggiunge, fra una messe di recuperi da introvabili singoli, quel paio di album, “Riding High With” e “Return”, realizzati (settenali gli iati fra questa e quella uscita a 33 giri) da successive incarnazioni del complesso. Non adagiati sugli stilemi primevi e assolutamente all’altezza della gloriosa sigla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.643, febbraio 2008.

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Ken Boothe: il Sam Cooke (il Marvin Gaye, il Wilson Pickett) di Giamaica

Ken Boothe - Everything I Own

Un po’ è per mancanza di spazio e no, non posso prendere in considerazione l’idea di cambiare di nuovo casa perché non basta più a contenere i dischi: non ancora. Un po’ è proprio per scelta filosofica: così come espello quanto non mi è piaciuto, e di cui presumibilmente non dovrò più fare un uso professionale, riciclo al volo pure i doppioni. Con qualche rara eccezione per ragioni affettive, se esce un’edizione ampliata o meglio suonante di un album faccio fuori quella che era in mio possesso. Vale tantopiù per le antologie le cui scalette si sovrappongono. Non tengo occupato un prezioso centimetro di scaffale per un brano o due. “Cazzomenefrega!”, dirà qualcuno. Calma, ci sto arrivando.

Qualche giorno fa mi viene recapitato un doppio CD Trojan di uno dei miei cantanti reggae preferiti, Ken Boothe. Titolo a tal punto scontato – “Everything I Own”, che è la canzone con la quale il Nostro andò al numero uno in Gran Bretagna nel 1974 – che la Trojan stessa lo aveva già utilizzato per un’altra raccolta, quella però singola. Più promettente il sottotitolo: “The Definitive Collection”. Finalmente! Constato che i titoli in scaletta sono la bellezza di cinquantatré, metto su il primo dischetto, grugnisco di soddisfazione quando il display mi segnala 79’15” (il secondo dura pochi secondi di meno), non sto più nella pelle sin dalle prime battute di un brano che non avevo – Uno, dos, tres, una produzione ska di Duke Reid del 1963 per il duo che il quindicenne (!) Boothe aveva formato l’anno prima con Wilburn “Stranger” Cole. E naturalmente vado a estrarre dalla sezione giamaicana delle mie librerie quella “The Ken Boothe Collection” (sottotitolo: “Eighteen Classic Songs”) che mi fece innamorare del soulman caraibico per antonomasia. Fra i miei dischi da isola deserta da subito e non potrò mai ringraziare abbastanza il collega e amico che, in un rovente luglio romano di una vita fa, me la allungò da Disfunzioni Musicali con un perentorio consiglio d’acquisto. Ovviamente adesso la darò via. Altrettanto ovviamente – perché i dischi da isola deserta non si rivendono: si regalano – donandola a una qualche persona cui tengo, così che il Verbo possa continuare a diffondersi. Ebbene… l’ho dovuta rimettere a posto. Perché nella collezione presunta “definitiva” a parte una No Woman No Cry gustosa ma tutto sommato prescindibile mancano gemme viceversa irrinunciabili come una suadentissima Come Softly To Me, un’irresistibilmente melliflua African Lady, una resa da urlo di Speak Softly Love (dalla colonna sonora de Il padrino). E altro ancora. Mi metto a ’sto punto a spulciare i sacri testi e viene fuori un tale elenco di assenze gravi o gravissime – buona parte dei successi del periodo ska, la produzione di Studio One al gran completo… ed è meglio che mi fermi qui – che ci si sarebbe potuto allestire un terzo compact e riempire pur’esso ai limiti della capienza. Spazientito e nondimeno godutissimo per quanto di delizioso sta in ogni caso prorompendo dalle casse, fra cui fior di cose mai sentite in digitale, spalanco il libretto e le prime parole che leggo sono queste: “Tanto per cominciare, dovremmo forse ammettere che abbiamo un tantinello risparmiato in verità nel sottotitolo di questa raccolta. È da metà anni ’60 che l’artista che omaggia fa dischi brillanti e, in tutta onestà, servirebbero ben più di due CD per contenere un’antologia che davvero possa essere detta ‘definitiva’ del grande Ken Boothe”. Ma vaffanculo, signor Tony Rounce! E vaffanculo alla Trojan, che il cofanetto avrebbe potuto allestirlo ora e invece lo farà fra due o tre anni, mungendo per l’ennesima volta gli appassionati. Quasi mi fa specie dirvi che, nell’attesa, del doppio in questione non potete comunque fare a meno. Perché – e mi tocca dare ragione di nuovo a Mr. Rounce, citando la frase con cui si congeda – “chiunque vi dica che non gli piace Ken Boothe vi sta dicendo, semplicemente, che non gli piace il reggae”. Ora sull’isola di cui sopra (tanto ci sarà più spazio che nel mio studio, no?) di dischi di questo artista immane mi toccherà portarne due.

Ci si può lamentare all’infinito di quanto manca in “Everything I Own”, ma non si sminuirà mai il tantissimo che c’è e che traccia un ritratto formidabile di colui che è stato spesso detto “il Wilson Pickett giamaicano”. Definizione che non sottoscrivo: l’ho sempre visto piuttosto (e non solo per una stupenda You Send Me, purtroppo assente) come un Sam Cooke caraibico o al limite (e non solo per una altrettanto meravigliosa Let’s Get It On, che c’è) un Marvin Gaye della battuta in levare. Con tutti i suoi limiti, “Everything I Own” ne offre sublime dimostrazione e coprendo praticamente per intero, visto che nel finale si spinge fino agli anni ’80 e ’90 (il congedo affidato al travolgente remake in chiave dancehall e in coppia con Shaggy del vecchio successo The Train Is Coming), una vicenda oramai ultraquarantennale. Che è come dire che seguendo la storia di Ken Boothe puoi ricostruire la storia della musica giamaicana, dallo ska al reggae, passando per quel rocksteady che lanciò definitivamente il nostro allora ragazzo (poco adatta alle scansioni veloci la seduzione della sua voce serica) e giungendo fino al ragamuffin, senza nemmeno negarsi qualche scampolo di dub. Sempre ben presente la lezione dei maestri americani.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.635, giugno 2007.

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Do The Reggae With Toots & The Maytals

Chissà in quanti si ricordano che molto di quanto sapevano in materia di reggae Clash e Specials lo appresero dai Maytals. Chissà quanti sanno che il reggae stesso è stato così chiamato da una canzone del gruppo capitanato da Toots Hibbert.

The Maytals 1965

54-46 era davvero il tuo numero di matricola in prigione?” “No, me lo sono inventato. Suonava bene.

Così, in una chiacchierata con David Katz in occasione della ristampa in digitale su un solo dischetto dei due capolavori Island “Funky Kingston” e “In The Dark”, a trentacinque esatti anni dagli eventi Frederick “Toots” Hibbert smentiva la più nota delle leggende che lo riguardano: quella che il grande successo che nel 1968 lanciò la seconda delle almeno quattro carriere dei Maytals, ossia 54-46 That’s My Number, oltre a derivare la sua genesi dall’esperienza carceraria del Nostro – due anni per pochi grammi di marijuana: in Giamaica! – vi aderisse fedelmente. Del resto, nella medesima intervista Mr. Hibbert attribuiva il celebre arresto a un gratuito atto di prepotenza della polizia. Non ci sarebbe di che stupirsi e nondimeno, dopo tale asserzione, leggendo ci si attende da un momento all’altro che, clintonianamente, se ne esca con un “but I never inhaled”. Risulta più attendibile, l’oggi sessantenne birbante, quando rievoca gli anni dell’infanzia e i primi passi nel – se così si può dire – musicbiz.

Sono cresciuto girando per chiese, principalmente Avventisti del Settimo Giorno ma non solo, posti dove la gente si incontra per cantare le lodi del Signore e le canta così bene che vorresti che le funzioni non finissero mai. Mio padre era un predicatore e così mia madre. Poi nella mia vita sono entrati Ray Charles, Mahalia Jackson, Wilson Pickett, James Brown. Li ascoltavo alla radio e la voglia di cantare si faceva sempre più prepotente. A tredici anni me ne sono andato da casa, ho lasciato May Pen per Kingston, Trench Town, e ho cominciato a lavorare da barbiere. Tiravo pure di boxe, ma tutti quelli che conoscevo mi dicevano che come cantante ero meglio e qualcuno, anche gente più vecchia di me, veniva persino in negozio a prendere lezioni.

Fra gli altri tali Henry “Raleigh” Gordon e Nathaniel “Jerry” Mathias McCarthy, più anziani di lui rispettivamente di otto e sei anni e il secondo con già qualche esperienza discografica all’attivo, sotto la tutela di quel Duke Reid che diverrà uno dei produttori cruciali della musica isolana. I Maytals nascevano così, negli ultimi mesi del ’61 o nei primi del ’62, come trio vocale e nell’identico modo in cui, un lustro prima e nel New Jersey, erano nati i Parliaments e tanti altri esempi si potrebbero trarre dagli annali della black americana, in particolare in quell’era del doo wop al tempo non ancora del tutto tramontata. Il giovanissimo Toots ne assumeva subito la guida, le sue influenze gospel evidenziate sin dai titoli dei primi fortunati singoli (supervisione di un pivello Lee Perry) per la rampante Studio One di Clement “Coxsone” Dodd: Hallelujah, Six And Seven Books Of Moses. Canzoni che, non essendo stato possibile acquisire i diritti, non troverete nel fantastico cofanetto freschissimo di pubblicazione per Trojan “Roots Reggae”, ristampa in box con le deliziose copertine originali miniaturizzate di sei dei sette album giamaicani della banda Hibbert, sulla falsariga del recente ed acclamato “Soul Revolutionaries” dei Wailers. Manca per le ragioni suesposte quello che fu l’esordio a 33 giri, “Never Grow Old”, ma gli appassionati (visto anche un prezzo a dir poco allettante) avranno lo stesso di che esultare pugni levati al cielo, qualcuno magari masticando agro per avere già comprato nell’ultimo lustro una peraltro bellissima raccolta come “Sweet And Dandy” solo per sostituirla poco dopo con il doppio (che resta fondamentale) “Pressure Drop” e magari, in mezzo, “Monkey Man/From The Roots”, che manco potrà rivendersi siccome il primo è compreso nel cofanetto e (filologicamente, giacché era in origine un 33 soltanto britannico) il secondo no. Ma che ci si può fare? C’est la Trojan, baby.

Bando alle lamentele! “The Sensational Maytals”, “Sweet & Dandy”, “Monkey Man”, “Greatest Hits” (titolo mendace), “Slayam Stoot”, “Roots Reggae”: questi gli album che potrete portarvi a a casa in un colpo solo. Usciti fra il 1965 e il 1974 e gli ultimi dunque quando in Gran Bretagna i Nostri, sulla scia della partecipazione a The Harder They Come, si erano accasati presso una succursale Island, secondi solamente a Marley e a Jimmy Cliff nella scuderia reggae di Chris Blackwell. Benissimo fa Harry Hawke ad annotare nel libretto (poverello, eh!) che si era in un’epoca e in un ambito in cui giusto i campionissimi potevano permettersi, rispetto ai ben più lucrosi 45 giri, l’azzardo di un LP, figurarsi di sette. E i Maytals erano campionissimi: ne danno ulteriore e definitiva testimonianza lavori di una brillantezza che il ritornare periodico di alcuni cavalli di battaglia non sciupa, ponte via rocksteady (che quasi si persero per l’arresto del leader) fra lo ska e quel reggae cui addirittura con l’epocale Do The Reggay (scritto così e che qui – ahem – non c’è) diedero il nome. Risulteranno dei maestri, fra gli altri, per gli Specials (che riprenderanno Monkey Man) e per i Clash (rifaranno Pressure Drop). Rimasto dal 1981 proprietario unico della sigla, Toots Hibbert tuttora gira il mondo divertendosi e facendo divertire.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

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L’apocalisse gioiosa dei Culture di “Two Sevens Clash”

Culture - Two Sevens Clash

Dicono che Picasso ambisse a morire con un pennello in mano e non è in fondo il più logico dei desideri per un artista? Uscire di scena definitivamente nel bel mezzo di una performance, andarsene ancora intento alla ricerca di un briciolo o più di immortalità. Il pittore spagnolo ci lasciò però alla veneranda età di novantadue anni, Joseph Hill – che dei Culture fu uno dei tre fondatori e dal ’93 del gruppo era qualcosa più di un incontrastato leader – ha salutato troppo presto, cinquantasettenne, accasciandosi su un palco berlinese lo scorso 19 agosto. Incerte le cause dell’improvviso decesso – le cronache hanno parlato di non meglio precisati problemi di fegato – ma se è possibile che Hill fosse malato da tempo mai lo aveva dato a vedere in un principio di nuovo secolo produttivamente felicissimo. Ben recensiti pure su queste pagine, “Humble African” (del 2000) e “World Peace” (del 2003) restano fra gli articoli più notevoli di un catalogo che ne annovera alcune decine (nessuno indegno) e in mezzo aveva visto la luce un fors’anche più rimarchevole “Live In Africa”. Dipartita dunque doppiamente intempestiva, quella del nostro uomo, e della quale doppiamente bisogna dolersi: è morto mentre era vivo, vivissimo, addirittura il più vitale fra i superstiti di quel decennio, i ’70, che per il reggae fu un’Età dell’Oro. Pure per lui e per il gruppo cui dava vita nel 1976 – African Disciples la prima ragione sociale, presto cambiata su suggerimento del produttore Joe Gibbs – insieme ai cugini Albert Walker e Roy “Kenneth” Dayes. Per quanti bei dischi abbiano fatto in seguito i Culture il debutto “Two Sevens Clash” è rimasto insuperato, un classico assoluto della battuta in levare e oltretutto – particolare che lo rende ancora più interessante, e storicamente rilevante, per chi al reggae arriva dal rock – uno dei tre o quattro decisivi per fare innamorare della musica giamaicana la generazione del punk. Colonna sonora, con “War In A Babylon” di Max Romeo e “Police & Thieves” di Junior Murvin, degli scontri a sfondo razziale a Notting Hill Gate che ispirarono ai Clash White Riot, per dire. Hill aveva all’epoca ventott’anni e alle spalle una storia lunga così.

Gli inizi si perdono in tardi ’60 che lo vedono far girare dischi in vari sound system nella natìa Linstead per poi, come tutti, cercare fortuna nella capitale Kingston. Nel 1971 si unisce come percussionista e corista ai Soul Defenders (un solo LP all’attivo e postumo) e con loro partecipa, da turnista, a innumerevoli incisioni per questo o quello dei cantanti accasati presso la Studio One di Clement “Coxsone” Dodd. Ci prova da solista, con alcuni singoli che non vanno tuttavia da nessuna parte e allora è lui ad andarsene, a tornarsene al paesello a guadagnarsi da vivere cantando e suonando per i turisti. Non ringrazieremo mai abbastanza i cugini di cui sopra per esserselo portato via da lì.

L’esordio a 45 giri di quello che è fondamentalmente un trio vocale – a fare da fenomenale backing band provvedono i Revolutionaries – si intitola This Time e fa discreti sfracelli, cogliendo probabilmente di sorpresa gli stessi artefici, nelle classifiche locali. Purtroppo sull’album non lo troverete. Ci sono vivaddio i due singoli successivi: See Them A Come, rutilante, tastiere bene in vista, passo quasi rocksteady; e Two Sevens Clash, che il 33 giri battezzerà. Gioiosa in uno spartito fragrante d’Africa, apocalittica nella visione che dipinge di una Giamaica – e un pianeta – tormentati dall’ingiustizia dello sfruttamento, dalla povertà, dalla violenza. Stupirsi se trovò orecchie attente in un’altra isola, la Gran Bretagna, che fatte le debite proporzioni era anch’essa immersa in una crisi profonda? Nella visione rastafari il 7/7/1977 – da qui il titolo sulla coppia di sette in collisione – era data fortemente indiziata come quella del principio della fine del mondo. Potrebbe sorprendersi il lettore. Potrebbe sembrargli incongruo che un paesaggio così fosco venga dipinto con una musica così esuberante, ma non c’è incoerenza: la fine del mondo si porterà via i problemi materiali e nel paradiso in terra che verrà nessun uomo sarà più… uguale di un altro. Dell’ala militante del reggae i Culture saranno in ogni caso sempre fra i moderati, il loro messaggio offerto con un sorriso e con melodie e scansioni indimenticabili. Subito esemplare la cantilena a orologeria di Calling Rasta Far I, non sono da meno una I’m Alone In The Wilderness insieme svelta e distesa, terrigna e alata, una Pirate Days ancora più incalzante, una I’m Not Ashamed sospettosamente simile al Jimmy Cliff che rifaceva Cat Stevens, una marziale Black Starliner Must Come così come una Natty Dread Taking Over disegnata da fiati avvolgenti. Soprattutto, Get Ready To Ride The Lion Of Zion: orecchiabilità e carisma da Marley sulla linea di confine fra roots e pop, capolavoro fra i capolavori. A quasi trent’anni dalla pubblicazione, “Two Sevens Clash” abbacina come al suo primo disvelarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.631, febbraio 2007.

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Special (English) Beat Service: oltre lo ska revival

The English Beat - Special Beat Service

English Beat in copertina, adeguandosi alla ragione sociale che da subito distinse (per non farli confondere con la formazione power pop capitanata da Paul Collins) negli Stati Uniti quelli che in Gran Bretagna erano i Beat e basta, per due ragioni. Una è che “Special Beat Service” viene ristampato, in un’edizione magistrale per come rende le sfaccettature di un sound fattosi proteiforme, da un’etichetta giustappunto statunitense, la Mobile Fidelity. E quindi… L’altra è che con questo, che era nel 1982 il suo terzo album, il combo di Birmingham perdeva in patria gran parte del pubblico che era accorso in massa a comprare “I Just Can’t Stop” e “Wha’ppen?” e in compenso sfondava per la prima volta oltre Atlantico, dove fino a quel punto era  stato viceversa poco considerato. Veniva insomma adottato dagli USA, il che non servirà però a evitarne lo scioglimento da lì a breve, con il rapper Ranking Roger e il chitarrista Dave Wakeling che davano vita ai General Public e l’altro chitarrista Andy Cox e il bassista David Steele che fondavano i Fine Young Cannibals.

A riascoltarlo oggi “Special Beat Service” non si stenta a cogliere le ragioni delle ben diverse accoglienze che ricevette. Esplosi in scia agli Specials e ai Selecter e con un primo singolo griffato 2-Tone, in patria i Beat erano catalogati alla voce “ska revival” e un secondo LP dal passo più lento e dalla paletta cromatica già piuttosto ampia non ne spostava sostanzialmente la collocazione. Ma all’altezza del terzo album tutto o quasi era cambiato, solo tre brani su dieci alla vecchia maniera (i reggae Spar Wid Me e Pato And Roger A Go Talk e il calypso Ackee 1 2 3) e per il resto una varietà stilistica spettacolare sotto l’ombrello di un pop profumato di new wave: ed ecco una I Confess degna del miglior Joe Jackson, una Jeanette francofila non solo nel titolo, una Sole Salvation brillantemente in scia ai Jam. Ma soprattutto ecco Save It For Later: ritmica tambureggiante, chitarre jangly e appena un’idea di psichedelia data dagli archi. Roba che facilmente avrebbero potuto scrivere i Blur quindici anni dopo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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