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In spiaggia con i Paragons (The Tide Is High)

The Paragons - On The Beach With

Questione di coincidenze oltre che di talenti smisurati: la storia non solo della musica giamaicana ma del pop tutto del Novecento sarebbe stata assai diversa senza un oscuro impiegato della Treasure Isle di Duke Reid che, un bel dì del 1966, sulla strada per gli studi di registrazione si imbatteva in John Holt, Garth “Tyrone” Evans e Howard Barrett che da quegli studi di registrazione, o per meglio dire dal cortile a essi prospicente, provenivano. Abbacchiatissimi, e a quest’uomo che nemmeno possiamo ringraziare citandolo per nome spiegavano il perché: avevano appena fallito un’audizione. Avevano cantato a uno dei due principali boss dell’industria discografica isolana un brano composto da Holt e che, convinti avesse un considerevole potenziale, stavano provando da mesi e non gli erano piaciuti. Scartati. Persuasi che i loro sogni di gloria, già coltivati per anni a dispetto di carte di identità verdissime, fossero andati definitivamente delusi. “Lasciate fare a me”, li rassicurava il nostro eroe facendo invertire loro la direzione di marcia. Di ritorno alla sede della Treasure Isle li ripresentava come nulla fosse al padrone di casa spiegandogli che quei ragazzi se ne erano andati dalla Studio One dopo una disputa con Coxsone Dodd. Al nome dell’odiato rivale Duke Reid drizzava subito le orecchie. “Be’, fatemi sentire qualcosa.” Gli ricantavano Happy Go Lucky Girl. “Fantastica! Dobbiamo inciderla subito!” Da lì a qualche settimana la canzone capeggiava le classifiche di vendita locali e per i Paragons era iniziata la seconda di innumerevoli vite. Per un esaltante anno e mezzo ben riassunto dal 33 giri d’esordio, una rarità in un tempo in cui da quelle parti uscivano quasi esclusivamente singoli, sarebbero stati – altra coincidenza per loro fortunata: la momentanea eclisse dei Wailers – il gruppo più popolare del paese. “On The Beach With The Paragons” è fresco di ripubblicazione da parte della Trojan, oltretutto in una versione ultraespansa che ne quintuplica (!!!) la scaletta originale, ed è un ritorno a dir poco benvenuto, viste le cifre insensate che venivano ormai richieste non solo per le copie d’epoca ma pure per una prima ristampa in digitale, francese e datata ’98. Terza e fondamentale concomitanza favorevole: climatico-musicale. Happy Go Lucky Girl fotografava plasticamente il passaggio dallo ska al rocksteady propiziato da un’estate spaventosamente calda persino per i Caraibi, con il ritmo più piano del secondo molto più apprezzato dai ballerini di quello frenetico del primo: non si sarebbe tornati indietro e presto sarebbe stato reggae. Una benedizione per un complesso a disagio con le scansioni veloci e nato per cantare il soul.

A posteriori i Paragons potrebbero essere detti un supergruppo, essendo passati dalle loro fila tre dei più grandi interpreti “in levare” di sempre. Mai però tutti in scena nel medesimo istante. A fondarli – con un’altra ragione sociale: Binders – erano nel ’63 degli appena adolescenti Keith Anderson, Garth Evans, Junior Menz e Leroy Stamp. Semplice quanto ambizioso il programma: diventare l’equivalente giamaicano dei Drifters. Zoppicanti a dispetto dell’entusiasmo e di impasti vocali da subito raffinatissimi i primi passi e Menz e Stamp lasciavano, il primo destinato alla fama con i Techniques, il secondo a una definitiva scomparsa dalla ribalta. A prenderne il posto erano John Holt e Howard Barrett e il cambio di personale era celebrato con un cambio di nome. Sciolti da tempo, i Paragons americani erano stati uno dei complessi di punta del doo wop e quelli giamaicani si proponevano di emularli, scegliendo nondimeno per il sospirato debutto discografico il successo dei maestri Drifters Follow Me. Si è fatto il 1965. Escono alcuni altri 45 giri per Studio One e se nessuno è un vero hit vendono comunque abbastanza da conquistare al quartetto una discreta popolarità. Non basta ad Anderson, che se ne va e, ribattezzatosi Bob Andy, mieterà successi in gran copia sia come autore che come cantante, da solo o in coppia con Marcia Griffiths. Scelta decisiva quella di non rimpiazzarlo. Ridotti a trio, Holt il solista, i Paragons assumeranno infine una loro inconfondibile identità e cominciando proprio con la carezzevole (insieme malinconica e solare, romantica e sexy) Happy Go Lucky Girl. La loro seconda canzone più famosa, essendo la terza On The Beach e la prima… be’, la prima la conoscete tutti ma proprio tutti, inclusi quelli che non avevano mai sentito nominare i Paragons e di reggae hanno due dischi in croce. Nel 1980 The Tide Is High sarà il brano che renderà enormi i Blondie e Deborah Harry una superstar. Datemi retta: la loro lettura poca e smorta cosa. Holt, Evans e Barrett apprezzeranno ad ogni buon conto i sontuosi diritti d’autore e gli ultimi due più del primo, che non ne avrebbe avuto bisogno. E già: perché John Holt, che vantava una carriera in proprio di un qualche fulgore già prima di unirsi ai Paragons, li salutava all’alba dei ’70 e a raccontarne anche per sommi capi una vicenda artistica disseminata di trionfi e giunta felicemente ai giorni nostri ci vorrebbe un’altra pagina.

Qui resta spazio abbastanza per raccomandare ancora a chiunque per il reggae nutra un minimo di interesse un doppio che a “On The Beach” aggiunge, fra una messe di recuperi da introvabili singoli, quel paio di album, “Riding High With” e “Return”, realizzati (settenali gli iati fra questa e quella uscita a 33 giri) da successive incarnazioni del complesso. Non adagiati sugli stilemi primevi e assolutamente all’altezza della gloriosa sigla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.643, febbraio 2008.

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Ken Boothe: il Sam Cooke (il Marvin Gaye, il Wilson Pickett) di Giamaica

Ken Boothe - Everything I Own

Un po’ è per mancanza di spazio e no, non posso prendere in considerazione l’idea di cambiare di nuovo casa perché non basta più a contenere i dischi: non ancora. Un po’ è proprio per scelta filosofica: così come espello quanto non mi è piaciuto, e di cui presumibilmente non dovrò più fare un uso professionale, riciclo al volo pure i doppioni. Con qualche rara eccezione per ragioni affettive, se esce un’edizione ampliata o meglio suonante di un album faccio fuori quella che era in mio possesso. Vale tantopiù per le antologie le cui scalette si sovrappongono. Non tengo occupato un prezioso centimetro di scaffale per un brano o due. “Cazzomenefrega!”, dirà qualcuno. Calma, ci sto arrivando.

Qualche giorno fa mi viene recapitato un doppio CD Trojan di uno dei miei cantanti reggae preferiti, Ken Boothe. Titolo a tal punto scontato – “Everything I Own”, che è la canzone con la quale il Nostro andò al numero uno in Gran Bretagna nel 1974 – che la Trojan stessa lo aveva già utilizzato per un’altra raccolta, quella però singola. Più promettente il sottotitolo: “The Definitive Collection”. Finalmente! Constato che i titoli in scaletta sono la bellezza di cinquantatré, metto su il primo dischetto, grugnisco di soddisfazione quando il display mi segnala 79’15” (il secondo dura pochi secondi di meno), non sto più nella pelle sin dalle prime battute di un brano che non avevo – Uno, dos, tres, una produzione ska di Duke Reid del 1963 per il duo che il quindicenne (!) Boothe aveva formato l’anno prima con Wilburn “Stranger” Cole. E naturalmente vado a estrarre dalla sezione giamaicana delle mie librerie quella “The Ken Boothe Collection” (sottotitolo: “Eighteen Classic Songs”) che mi fece innamorare del soulman caraibico per antonomasia. Fra i miei dischi da isola deserta da subito e non potrò mai ringraziare abbastanza il collega e amico che, in un rovente luglio romano di una vita fa, me la allungò da Disfunzioni Musicali con un perentorio consiglio d’acquisto. Ovviamente adesso la darò via. Altrettanto ovviamente – perché i dischi da isola deserta non si rivendono: si regalano – donandola a una qualche persona cui tengo, così che il Verbo possa continuare a diffondersi. Ebbene… l’ho dovuta rimettere a posto. Perché nella collezione presunta “definitiva” a parte una No Woman No Cry gustosa ma tutto sommato prescindibile mancano gemme viceversa irrinunciabili come una suadentissima Come Softly To Me, un’irresistibilmente melliflua African Lady, una resa da urlo di Speak Softly Love (dalla colonna sonora de Il padrino). E altro ancora. Mi metto a ’sto punto a spulciare i sacri testi e viene fuori un tale elenco di assenze gravi o gravissime – buona parte dei successi del periodo ska, la produzione di Studio One al gran completo… ed è meglio che mi fermi qui – che ci si sarebbe potuto allestire un terzo compact e riempire pur’esso ai limiti della capienza. Spazientito e nondimeno godutissimo per quanto di delizioso sta in ogni caso prorompendo dalle casse, fra cui fior di cose mai sentite in digitale, spalanco il libretto e le prime parole che leggo sono queste: “Tanto per cominciare, dovremmo forse ammettere che abbiamo un tantinello risparmiato in verità nel sottotitolo di questa raccolta. È da metà anni ’60 che l’artista che omaggia fa dischi brillanti e, in tutta onestà, servirebbero ben più di due CD per contenere un’antologia che davvero possa essere detta ‘definitiva’ del grande Ken Boothe”. Ma vaffanculo, signor Tony Rounce! E vaffanculo alla Trojan, che il cofanetto avrebbe potuto allestirlo ora e invece lo farà fra due o tre anni, mungendo per l’ennesima volta gli appassionati. Quasi mi fa specie dirvi che, nell’attesa, del doppio in questione non potete comunque fare a meno. Perché – e mi tocca dare ragione di nuovo a Mr. Rounce, citando la frase con cui si congeda – “chiunque vi dica che non gli piace Ken Boothe vi sta dicendo, semplicemente, che non gli piace il reggae”. Ora sull’isola di cui sopra (tanto ci sarà più spazio che nel mio studio, no?) di dischi di questo artista immane mi toccherà portarne due.

Ci si può lamentare all’infinito di quanto manca in “Everything I Own”, ma non si sminuirà mai il tantissimo che c’è e che traccia un ritratto formidabile di colui che è stato spesso detto “il Wilson Pickett giamaicano”. Definizione che non sottoscrivo: l’ho sempre visto piuttosto (e non solo per una stupenda You Send Me, purtroppo assente) come un Sam Cooke caraibico o al limite (e non solo per una altrettanto meravigliosa Let’s Get It On, che c’è) un Marvin Gaye della battuta in levare. Con tutti i suoi limiti, “Everything I Own” ne offre sublime dimostrazione e coprendo praticamente per intero, visto che nel finale si spinge fino agli anni ’80 e ’90 (il congedo affidato al travolgente remake in chiave dancehall e in coppia con Shaggy del vecchio successo The Train Is Coming), una vicenda oramai ultraquarantennale. Che è come dire che seguendo la storia di Ken Boothe puoi ricostruire la storia della musica giamaicana, dallo ska al reggae, passando per quel rocksteady che lanciò definitivamente il nostro allora ragazzo (poco adatta alle scansioni veloci la seduzione della sua voce serica) e giungendo fino al ragamuffin, senza nemmeno negarsi qualche scampolo di dub. Sempre ben presente la lezione dei maestri americani.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.635, giugno 2007.

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Do The Reggae With Toots & The Maytals

Chissà in quanti si ricordano che molto di quanto sapevano in materia di reggae Clash e Specials lo appresero dai Maytals. Chissà quanti sanno che il reggae stesso è stato così chiamato da una canzone del gruppo capitanato da Toots Hibbert.

The Maytals 1965

54-46 era davvero il tuo numero di matricola in prigione?” “No, me lo sono inventato. Suonava bene.

Così, in una chiacchierata con David Katz in occasione della ristampa in digitale su un solo dischetto dei due capolavori Island “Funky Kingston” e “In The Dark”, a trentacinque esatti anni dagli eventi Frederick “Toots” Hibbert smentiva la più nota delle leggende che lo riguardano: quella che il grande successo che nel 1968 lanciò la seconda delle almeno quattro carriere dei Maytals, ossia 54-46 That’s My Number, oltre a derivare la sua genesi dall’esperienza carceraria del Nostro – due anni per pochi grammi di marijuana: in Giamaica! – vi aderisse fedelmente. Del resto, nella medesima intervista Mr. Hibbert attribuiva il celebre arresto a un gratuito atto di prepotenza della polizia. Non ci sarebbe di che stupirsi e nondimeno, dopo tale asserzione, leggendo ci si attende da un momento all’altro che, clintonianamente, se ne esca con un “but I never inhaled”. Risulta più attendibile, l’oggi sessantenne birbante, quando rievoca gli anni dell’infanzia e i primi passi nel – se così si può dire – musicbiz.

Sono cresciuto girando per chiese, principalmente Avventisti del Settimo Giorno ma non solo, posti dove la gente si incontra per cantare le lodi del Signore e le canta così bene che vorresti che le funzioni non finissero mai. Mio padre era un predicatore e così mia madre. Poi nella mia vita sono entrati Ray Charles, Mahalia Jackson, Wilson Pickett, James Brown. Li ascoltavo alla radio e la voglia di cantare si faceva sempre più prepotente. A tredici anni me ne sono andato da casa, ho lasciato May Pen per Kingston, Trench Town, e ho cominciato a lavorare da barbiere. Tiravo pure di boxe, ma tutti quelli che conoscevo mi dicevano che come cantante ero meglio e qualcuno, anche gente più vecchia di me, veniva persino in negozio a prendere lezioni.

Fra gli altri tali Henry “Raleigh” Gordon e Nathaniel “Jerry” Mathias McCarthy, più anziani di lui rispettivamente di otto e sei anni e il secondo con già qualche esperienza discografica all’attivo, sotto la tutela di quel Duke Reid che diverrà uno dei produttori cruciali della musica isolana. I Maytals nascevano così, negli ultimi mesi del ’61 o nei primi del ’62, come trio vocale e nell’identico modo in cui, un lustro prima e nel New Jersey, erano nati i Parliaments e tanti altri esempi si potrebbero trarre dagli annali della black americana, in particolare in quell’era del doo wop al tempo non ancora del tutto tramontata. Il giovanissimo Toots ne assumeva subito la guida, le sue influenze gospel evidenziate sin dai titoli dei primi fortunati singoli (supervisione di un pivello Lee Perry) per la rampante Studio One di Clement “Coxsone” Dodd: Hallelujah, Six And Seven Books Of Moses. Canzoni che, non essendo stato possibile acquisire i diritti, non troverete nel fantastico cofanetto freschissimo di pubblicazione per Trojan “Roots Reggae”, ristampa in box con le deliziose copertine originali miniaturizzate di sei dei sette album giamaicani della banda Hibbert, sulla falsariga del recente ed acclamato “Soul Revolutionaries” dei Wailers. Manca per le ragioni suesposte quello che fu l’esordio a 33 giri, “Never Grow Old”, ma gli appassionati (visto anche un prezzo a dir poco allettante) avranno lo stesso di che esultare pugni levati al cielo, qualcuno magari masticando agro per avere già comprato nell’ultimo lustro una peraltro bellissima raccolta come “Sweet And Dandy” solo per sostituirla poco dopo con il doppio (che resta fondamentale) “Pressure Drop” e magari, in mezzo, “Monkey Man/From The Roots”, che manco potrà rivendersi siccome il primo è compreso nel cofanetto e (filologicamente, giacché era in origine un 33 soltanto britannico) il secondo no. Ma che ci si può fare? C’est la Trojan, baby.

Bando alle lamentele! “The Sensational Maytals”, “Sweet & Dandy”, “Monkey Man”, “Greatest Hits” (titolo mendace), “Slayam Stoot”, “Roots Reggae”: questi gli album che potrete portarvi a a casa in un colpo solo. Usciti fra il 1965 e il 1974 e gli ultimi dunque quando in Gran Bretagna i Nostri, sulla scia della partecipazione a The Harder They Come, si erano accasati presso una succursale Island, secondi solamente a Marley e a Jimmy Cliff nella scuderia reggae di Chris Blackwell. Benissimo fa Harry Hawke ad annotare nel libretto (poverello, eh!) che si era in un’epoca e in un ambito in cui giusto i campionissimi potevano permettersi, rispetto ai ben più lucrosi 45 giri, l’azzardo di un LP, figurarsi di sette. E i Maytals erano campionissimi: ne danno ulteriore e definitiva testimonianza lavori di una brillantezza che il ritornare periodico di alcuni cavalli di battaglia non sciupa, ponte via rocksteady (che quasi si persero per l’arresto del leader) fra lo ska e quel reggae cui addirittura con l’epocale Do The Reggay (scritto così e che qui – ahem – non c’è) diedero il nome. Risulteranno dei maestri, fra gli altri, per gli Specials (che riprenderanno Monkey Man) e per i Clash (rifaranno Pressure Drop). Rimasto dal 1981 proprietario unico della sigla, Toots Hibbert tuttora gira il mondo divertendosi e facendo divertire.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

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L’apocalisse gioiosa dei Culture di “Two Sevens Clash”

Culture - Two Sevens Clash

Dicono che Picasso ambisse a morire con un pennello in mano e non è in fondo il più logico dei desideri per un artista? Uscire di scena definitivamente nel bel mezzo di una performance, andarsene ancora intento alla ricerca di un briciolo o più di immortalità. Il pittore spagnolo ci lasciò però alla veneranda età di novantadue anni, Joseph Hill – che dei Culture fu uno dei tre fondatori e dal ’93 del gruppo era qualcosa più di un incontrastato leader – ha salutato troppo presto, cinquantasettenne, accasciandosi su un palco berlinese lo scorso 19 agosto. Incerte le cause dell’improvviso decesso – le cronache hanno parlato di non meglio precisati problemi di fegato – ma se è possibile che Hill fosse malato da tempo mai lo aveva dato a vedere in un principio di nuovo secolo produttivamente felicissimo. Ben recensiti pure su queste pagine, “Humble African” (del 2000) e “World Peace” (del 2003) restano fra gli articoli più notevoli di un catalogo che ne annovera alcune decine (nessuno indegno) e in mezzo aveva visto la luce un fors’anche più rimarchevole “Live In Africa”. Dipartita dunque doppiamente intempestiva, quella del nostro uomo, e della quale doppiamente bisogna dolersi: è morto mentre era vivo, vivissimo, addirittura il più vitale fra i superstiti di quel decennio, i ’70, che per il reggae fu un’Età dell’Oro. Pure per lui e per il gruppo cui dava vita nel 1976 – African Disciples la prima ragione sociale, presto cambiata su suggerimento del produttore Joe Gibbs – insieme ai cugini Albert Walker e Roy “Kenneth” Dayes. Per quanti bei dischi abbiano fatto in seguito i Culture il debutto “Two Sevens Clash” è rimasto insuperato, un classico assoluto della battuta in levare e oltretutto – particolare che lo rende ancora più interessante, e storicamente rilevante, per chi al reggae arriva dal rock – uno dei tre o quattro decisivi per fare innamorare della musica giamaicana la generazione del punk. Colonna sonora, con “War In A Babylon” di Max Romeo e “Police & Thieves” di Junior Murvin, degli scontri a sfondo razziale a Notting Hill Gate che ispirarono ai Clash White Riot, per dire. Hill aveva all’epoca ventott’anni e alle spalle una storia lunga così.

Gli inizi si perdono in tardi ’60 che lo vedono far girare dischi in vari sound system nella natìa Linstead per poi, come tutti, cercare fortuna nella capitale Kingston. Nel 1971 si unisce come percussionista e corista ai Soul Defenders (un solo LP all’attivo e postumo) e con loro partecipa, da turnista, a innumerevoli incisioni per questo o quello dei cantanti accasati presso la Studio One di Clement “Coxsone” Dodd. Ci prova da solista, con alcuni singoli che non vanno tuttavia da nessuna parte e allora è lui ad andarsene, a tornarsene al paesello a guadagnarsi da vivere cantando e suonando per i turisti. Non ringrazieremo mai abbastanza i cugini di cui sopra per esserselo portato via da lì.

L’esordio a 45 giri di quello che è fondamentalmente un trio vocale – a fare da fenomenale backing band provvedono i Revolutionaries – si intitola This Time e fa discreti sfracelli, cogliendo probabilmente di sorpresa gli stessi artefici, nelle classifiche locali. Purtroppo sull’album non lo troverete. Ci sono vivaddio i due singoli successivi: See Them A Come, rutilante, tastiere bene in vista, passo quasi rocksteady; e Two Sevens Clash, che il 33 giri battezzerà. Gioiosa in uno spartito fragrante d’Africa, apocalittica nella visione che dipinge di una Giamaica – e un pianeta – tormentati dall’ingiustizia dello sfruttamento, dalla povertà, dalla violenza. Stupirsi se trovò orecchie attente in un’altra isola, la Gran Bretagna, che fatte le debite proporzioni era anch’essa immersa in una crisi profonda? Nella visione rastafari il 7/7/1977 – da qui il titolo sulla coppia di sette in collisione – era data fortemente indiziata come quella del principio della fine del mondo. Potrebbe sorprendersi il lettore. Potrebbe sembrargli incongruo che un paesaggio così fosco venga dipinto con una musica così esuberante, ma non c’è incoerenza: la fine del mondo si porterà via i problemi materiali e nel paradiso in terra che verrà nessun uomo sarà più… uguale di un altro. Dell’ala militante del reggae i Culture saranno in ogni caso sempre fra i moderati, il loro messaggio offerto con un sorriso e con melodie e scansioni indimenticabili. Subito esemplare la cantilena a orologeria di Calling Rasta Far I, non sono da meno una I’m Alone In The Wilderness insieme svelta e distesa, terrigna e alata, una Pirate Days ancora più incalzante, una I’m Not Ashamed sospettosamente simile al Jimmy Cliff che rifaceva Cat Stevens, una marziale Black Starliner Must Come così come una Natty Dread Taking Over disegnata da fiati avvolgenti. Soprattutto, Get Ready To Ride The Lion Of Zion: orecchiabilità e carisma da Marley sulla linea di confine fra roots e pop, capolavoro fra i capolavori. A quasi trent’anni dalla pubblicazione, “Two Sevens Clash” abbacina come al suo primo disvelarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.631, febbraio 2007.

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Special (English) Beat Service: oltre lo ska revival

The English Beat - Special Beat Service

English Beat in copertina, adeguandosi alla ragione sociale che da subito distinse (per non farli confondere con la formazione power pop capitanata da Paul Collins) negli Stati Uniti quelli che in Gran Bretagna erano i Beat e basta, per due ragioni. Una è che “Special Beat Service” viene ristampato, in un’edizione magistrale per come rende le sfaccettature di un sound fattosi proteiforme, da un’etichetta giustappunto statunitense, la Mobile Fidelity. E quindi… L’altra è che con questo, che era nel 1982 il suo terzo album, il combo di Birmingham perdeva in patria gran parte del pubblico che era accorso in massa a comprare “I Just Can’t Stop” e “Wha’ppen?” e in compenso sfondava per la prima volta oltre Atlantico, dove fino a quel punto era  stato viceversa poco considerato. Veniva insomma adottato dagli USA, il che non servirà però a evitarne lo scioglimento da lì a breve, con il rapper Ranking Roger e il chitarrista Dave Wakeling che davano vita ai General Public e l’altro chitarrista Andy Cox e il bassista David Steele che fondavano i Fine Young Cannibals.

A riascoltarlo oggi “Special Beat Service” non si stenta a cogliere le ragioni delle ben diverse accoglienze che ricevette. Esplosi in scia agli Specials e ai Selecter e con un primo singolo griffato 2-Tone, in patria i Beat erano catalogati alla voce “ska revival” e un secondo LP dal passo più lento e dalla paletta cromatica già piuttosto ampia non ne spostava sostanzialmente la collocazione. Ma all’altezza del terzo album tutto o quasi era cambiato, solo tre brani su dieci alla vecchia maniera (i reggae Spar Wid Me e Pato And Roger A Go Talk e il calypso Ackee 1 2 3) e per il resto una varietà stilistica spettacolare sotto l’ombrello di un pop profumato di new wave: ed ecco una I Confess degna del miglior Joe Jackson, una Jeanette francofila non solo nel titolo, una Sole Salvation brillantemente in scia ai Jam. Ma soprattutto ecco Save It For Later: ritmica tambureggiante, chitarre jangly e appena un’idea di psichedelia data dagli archi. Roba che facilmente avrebbero potuto scrivere i Blur quindici anni dopo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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People Funny Boy – Quel genio mattoide di Lee Scratch Perry

Settantanove anni il prossimo 20 marzo, Lee Scratch Perry ancora gira il mondo facendo concerti e si dà il caso che giusto in questi giorni sia in Italia (ieri era a Lecce, stasera sarà a Torino). Mi è parsa una buona scusa per ripescare un breve articolo che gli dedicai nel 2005. Uno moooooooolto più lungo che scrissi per un “Blow Up” ai primi passi è da parte fra le cose che prima o poi recupererò in volume.

Lee Scratch Perry

È una delle definizioni migliori ch’io abbia mai letto di Perry. In uno dei lunghi saggi che, con dettagliati commenti a ciascuna delle ottantatré tracce che raduna in quattro CD, sfilano nelle quarantotto pagine di un libretto anche iconograficamente da urlo (sempre discutibili per come si rivendono a oltranza il ricco catalogo, alla Trojan hanno finalmente imparato a presentarlo perlomeno come si deve), Lol Bell-Brown così inquadra il genio per antonomasia della battuta in levare: “Una sorta di Syd Barrett dei Caraibi, Sun Ra, George Clinton e Johnny Rotten in una persona sola, uno Gnostico spassoso e deliziosamente fumato”. Diverse pagine prima Jeremy Collingwood – addirittura tre gli esperti, essendo il terzo Chris Lane, chiamati a organizzare e commentare il box nuovo di pacca “I Am The Upsetter: The Story Of The Lee Scratch Perry Golden Years” – in maniera meno pittoresca così lo inquadra: “un originale, un autentico innovatore”. Perché sarà pure vero che, checché ne dica il diretto interessato, Lee Perry non ha inventato il reggae, ma People Funny Boy resta una delle primissime canzoni cui l’etichetta possa essere applicata. E se non fu sicuramente lui a scoprire Bob Marley e i Wailers (quandomai! avevano già quei trenta singoli in discografia) altrettanto per certo fu il primo che li valorizzò adeguatamente (vedi pagine delle recensioni in questo stesso numero). Ancora: una millanteria (una delle mille di un uomo che prima di tirar su i leggendari Black Ark scriveva nei crediti dei suoi dischi di averli registrati in uno studio che non esisteva) quella che vuole che “Blackboard Jungle” sia il primo album di dub (quando lo stesso Perry qualche mese prima aveva dato alle stampe “Cloak & Dagger”), nondimeno è indiscutibile che del dub il nostro uomo sia stato fra gli inventori e i massimi declinatori. Gli possono essere attribuiti anche alcuni dei primi esempi di “campionamento” e fanno fede in questo cofanetto, per dire, l’ilare e lunare Cow Thief Skank, con muggiti e tre ritmi già usati rimontati a farne un quarto nuovo, e una Kojak con TV in sottofondo.

A proposito di riciclaggio, ecologica usanza che l’industria discografica giamaicana ha elevato sin dai primordi ad arte accostandola a un’altra pratica, quella del furto “creativo”: un campionissimo “Scratch” e in “I Am The Upsetter” ne troverete prove a bizzeffe, da basi che fanno capolino più volte (già sentita Back Biter? certo, è People Funny Boy) a squisite appropriazioni indebite. Una Clint Eastwood ricalcata su Yakety Yak dei Coasters, una Medical Operation che echeggia Sophisticated Sissy dei Meters, una Rebel Train che è la giamaicanizzazione di Sound Of Philadelphia di MSFB, Woman Gotta Have Love che è The Poet di Bobby Womack e così via. Un… ladro? Un genio (Oscar Wilde insegna) che, non lontano dai settant’anni, si gode dal buon ritiro svizzero la reverenza del mondo e, si spera, qualche soldo, visto che l’enorme repertorio (fra dischi in proprio e produzioni per altri, c’è chi ha calcolato nella stupefacente cifra di millecinquecento uscite il suo catalogo complessivo in vinile) da un decennio in qua è stato riciclato a iosa.

Insomma: se siete curiosi e di lui in casa avete poco, quasi niente, magari giusto quel capolavoro tardo (1987) che è “Time Boom X De Devil Dead”, realizzato in scontrosa collaborazione con il discepolo Adrian Sherwood e da noi inserito fra i cinquecento dischi fondamentali di “Extra”, siete nei guai e ve lo dice uno che, prima di cominciare a ricevere in omaggio una marea di CD del Nostro (favolosa la serie di quattro doppi “Complete UK Upsetter Singles Collection”), si era comprato alcune decine di album in vinile e da lungi di questa collezione ha perso il controllo, fra titoli che ritornano e altri che nonostante tutto seguitano a mancare. Ma – ehi! – stiamo parlando di uno che la generazione che non voleva avere idoli, quella del punk, idolatrò: per Lydon un Dio e i Clash lo vollero a tutti i costi per Complete Control. Di uno che anche i Talking Heads e Paul McCartney avrebbero voluto come produttore, ma loro non ci riuscirono. Di uno cui i Beastie Boys dedicarono un numero monografico della fanza “Grand Royal”. “Time Boom” non basta e allora, come approccio per il principiante poco meno che assoluto, “I Am The Upsetter” è quasi l’ideale. Partenza con la canzone omonima, un classico del rocksteady, mordace attacco a Coxsone Dodd, il primo ma non l’ultimo dei datori di lavoro di Perry a venire spernacchiati, e approdo – cinque ore dopo – con le impossibili dilatazioni dub nutrite a funk e jazz di Huzza Hana. Equilibrato assemblaggio cronologico di brani storici (eccola lì People Funny Boy e a seguire i mitici strumentali di ispirazione western, l’apparizione alla ribalta di U-Roy, qualcosa con i Wailers, i ricalchi soul, i primi esperimenti dub e così via) e imperdibili rarità, è appunto “quasi” l’ideale. Unitegli il triplo Island “Arkology” (altra delizia illustratavi in “Extra”) e potete accontentarvi. Per ora.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.611, giugno 2005.

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You know what Amin (di quando si poteva essere politicamente scorretti e farla franca)

Idi Amin Dada

Dice bene Carlo Bordone nella prefazione al suo libricino sui dischi di culto dei ’70 allegato al numero estivo di “Rumore”: nessuno capì allora, né ha ancora capito, cosa siano stati davvero quegli anni. Anche logico, trattandosi – come scrive subito dopo – del decennio meno lineare di sempre, iniziato con Keith Emerson che accoltellava il suo Hammond e suggellato da Paul Simonon che sfasciava il basso. E però a ben pensarci alcuni tratti comuni si possono individuare e a me pare che il principale sia un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni. Erano gli anni ’70 e poteva sembrare una buona idea dedicare una canzone a un tiranno tanto buffonesco quanto sanguinario (Amnesty International calcola in mezzo milione i morti che fece negli otto anni e tre mesi in cui fu al potere) quale l’ugandese Idi Amin Dada. Talmente buona che venne in mente a parecchi. Credeteci o meno, questa playlist è solo una selezione degli innumerevoli brani che ispirò.

10) Big Youth Orchestra – Idi Amin (lato B di un singolo; Negusa Negast, 1975)

9) The K9’s – Idi Amin (dall’EP 7” The K9 Hassle; Dog Breath, 1979)

8) Mortimer – General Amin Dada (lato A di un singolo; Belter, 1978)

7) Dennis Pinnock – Idi Amin (lato A di un singolo; Conflict, 1977)

6) Militant Barry – Idi Amin Disco (dall’omonimo EP 12”; Conflict, 1977)

5) Prince Buster All Stars – Idi Amin (lato A di un singolo; Mellodisc, 1977)

4) Mighty Sparrow – Idi Amin (dall’album “N.Y.C Blackout”, Charlie’s Records, 1978)

3) Artful Dodger – Idi Amin Stomp (dall’album “Babes On Broadway”, Columbia, 1977)

2) Black Randy & The Metrosquad – Idi Amin (dall’omonimo EP 7”, Dangerhouse, 1978; poi inclusa nell’album “Pass The Dust, I Think I’m Bowie”, stessa etichetta, 1979)

1) Battered Wives – Uganda Stomp (dall’album “Battered Wives”, Bomb, 1978)

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