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Ken Boothe: il Sam Cooke (il Marvin Gaye, il Wilson Pickett) di Giamaica

Ken Boothe - Everything I Own

Un po’ è per mancanza di spazio e no, non posso prendere in considerazione l’idea di cambiare di nuovo casa perché non basta più a contenere i dischi: non ancora. Un po’ è proprio per scelta filosofica: così come espello quanto non mi è piaciuto, e di cui presumibilmente non dovrò più fare un uso professionale, riciclo al volo pure i doppioni. Con qualche rara eccezione per ragioni affettive, se esce un’edizione ampliata o meglio suonante di un album faccio fuori quella che era in mio possesso. Vale tantopiù per le antologie le cui scalette si sovrappongono. Non tengo occupato un prezioso centimetro di scaffale per un brano o due. “Cazzomenefrega!”, dirà qualcuno. Calma, ci sto arrivando.

Qualche giorno fa mi viene recapitato un doppio CD Trojan di uno dei miei cantanti reggae preferiti, Ken Boothe. Titolo a tal punto scontato – “Everything I Own”, che è la canzone con la quale il Nostro andò al numero uno in Gran Bretagna nel 1974 – che la Trojan stessa lo aveva già utilizzato per un’altra raccolta, quella però singola. Più promettente il sottotitolo: “The Definitive Collection”. Finalmente! Constato che i titoli in scaletta sono la bellezza di cinquantatré, metto su il primo dischetto, grugnisco di soddisfazione quando il display mi segnala 79’15” (il secondo dura pochi secondi di meno), non sto più nella pelle sin dalle prime battute di un brano che non avevo – Uno, dos, tres, una produzione ska di Duke Reid del 1963 per il duo che il quindicenne (!) Boothe aveva formato l’anno prima con Wilburn “Stranger” Cole. E naturalmente vado a estrarre dalla sezione giamaicana delle mie librerie quella “The Ken Boothe Collection” (sottotitolo: “Eighteen Classic Songs”) che mi fece innamorare del soulman caraibico per antonomasia. Fra i miei dischi da isola deserta da subito e non potrò mai ringraziare abbastanza il collega e amico che, in un rovente luglio romano di una vita fa, me la allungò da Disfunzioni Musicali con un perentorio consiglio d’acquisto. Ovviamente adesso la darò via. Altrettanto ovviamente – perché i dischi da isola deserta non si rivendono: si regalano – donandola a una qualche persona cui tengo, così che il Verbo possa continuare a diffondersi. Ebbene… l’ho dovuta rimettere a posto. Perché nella collezione presunta “definitiva” a parte una No Woman No Cry gustosa ma tutto sommato prescindibile mancano gemme viceversa irrinunciabili come una suadentissima Come Softly To Me, un’irresistibilmente melliflua African Lady, una resa da urlo di Speak Softly Love (dalla colonna sonora de Il padrino). E altro ancora. Mi metto a ’sto punto a spulciare i sacri testi e viene fuori un tale elenco di assenze gravi o gravissime – buona parte dei successi del periodo ska, la produzione di Studio One al gran completo… ed è meglio che mi fermi qui – che ci si sarebbe potuto allestire un terzo compact e riempire pur’esso ai limiti della capienza. Spazientito e nondimeno godutissimo per quanto di delizioso sta in ogni caso prorompendo dalle casse, fra cui fior di cose mai sentite in digitale, spalanco il libretto e le prime parole che leggo sono queste: “Tanto per cominciare, dovremmo forse ammettere che abbiamo un tantinello risparmiato in verità nel sottotitolo di questa raccolta. È da metà anni ’60 che l’artista che omaggia fa dischi brillanti e, in tutta onestà, servirebbero ben più di due CD per contenere un’antologia che davvero possa essere detta ‘definitiva’ del grande Ken Boothe”. Ma vaffanculo, signor Tony Rounce! E vaffanculo alla Trojan, che il cofanetto avrebbe potuto allestirlo ora e invece lo farà fra due o tre anni, mungendo per l’ennesima volta gli appassionati. Quasi mi fa specie dirvi che, nell’attesa, del doppio in questione non potete comunque fare a meno. Perché – e mi tocca dare ragione di nuovo a Mr. Rounce, citando la frase con cui si congeda – “chiunque vi dica che non gli piace Ken Boothe vi sta dicendo, semplicemente, che non gli piace il reggae”. Ora sull’isola di cui sopra (tanto ci sarà più spazio che nel mio studio, no?) di dischi di questo artista immane mi toccherà portarne due.

Ci si può lamentare all’infinito di quanto manca in “Everything I Own”, ma non si sminuirà mai il tantissimo che c’è e che traccia un ritratto formidabile di colui che è stato spesso detto “il Wilson Pickett giamaicano”. Definizione che non sottoscrivo: l’ho sempre visto piuttosto (e non solo per una stupenda You Send Me, purtroppo assente) come un Sam Cooke caraibico o al limite (e non solo per una altrettanto meravigliosa Let’s Get It On, che c’è) un Marvin Gaye della battuta in levare. Con tutti i suoi limiti, “Everything I Own” ne offre sublime dimostrazione e coprendo praticamente per intero, visto che nel finale si spinge fino agli anni ’80 e ’90 (il congedo affidato al travolgente remake in chiave dancehall e in coppia con Shaggy del vecchio successo The Train Is Coming), una vicenda oramai ultraquarantennale. Che è come dire che seguendo la storia di Ken Boothe puoi ricostruire la storia della musica giamaicana, dallo ska al reggae, passando per quel rocksteady che lanciò definitivamente il nostro allora ragazzo (poco adatta alle scansioni veloci la seduzione della sua voce serica) e giungendo fino al ragamuffin, senza nemmeno negarsi qualche scampolo di dub. Sempre ben presente la lezione dei maestri americani.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.635, giugno 2007.

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Do The Reggae With Toots & The Maytals

Chissà in quanti si ricordano che molto di quanto sapevano in materia di reggae Clash e Specials lo appresero dai Maytals. Chissà quanti sanno che il reggae stesso è stato così chiamato da una canzone del gruppo capitanato da Toots Hibbert.

The Maytals 1965

54-46 era davvero il tuo numero di matricola in prigione?” “No, me lo sono inventato. Suonava bene.

Così, in una chiacchierata con David Katz in occasione della ristampa in digitale su un solo dischetto dei due capolavori Island “Funky Kingston” e “In The Dark”, a trentacinque esatti anni dagli eventi Frederick “Toots” Hibbert smentiva la più nota delle leggende che lo riguardano: quella che il grande successo che nel 1968 lanciò la seconda delle almeno quattro carriere dei Maytals, ossia 54-46 That’s My Number, oltre a derivare la sua genesi dall’esperienza carceraria del Nostro – due anni per pochi grammi di marijuana: in Giamaica! – vi aderisse fedelmente. Del resto, nella medesima intervista Mr. Hibbert attribuiva il celebre arresto a un gratuito atto di prepotenza della polizia. Non ci sarebbe di che stupirsi e nondimeno, dopo tale asserzione, leggendo ci si attende da un momento all’altro che, clintonianamente, se ne esca con un “but I never inhaled”. Risulta più attendibile, l’oggi sessantenne birbante, quando rievoca gli anni dell’infanzia e i primi passi nel – se così si può dire – musicbiz.

Sono cresciuto girando per chiese, principalmente Avventisti del Settimo Giorno ma non solo, posti dove la gente si incontra per cantare le lodi del Signore e le canta così bene che vorresti che le funzioni non finissero mai. Mio padre era un predicatore e così mia madre. Poi nella mia vita sono entrati Ray Charles, Mahalia Jackson, Wilson Pickett, James Brown. Li ascoltavo alla radio e la voglia di cantare si faceva sempre più prepotente. A tredici anni me ne sono andato da casa, ho lasciato May Pen per Kingston, Trench Town, e ho cominciato a lavorare da barbiere. Tiravo pure di boxe, ma tutti quelli che conoscevo mi dicevano che come cantante ero meglio e qualcuno, anche gente più vecchia di me, veniva persino in negozio a prendere lezioni.

Fra gli altri tali Henry “Raleigh” Gordon e Nathaniel “Jerry” Mathias McCarthy, più anziani di lui rispettivamente di otto e sei anni e il secondo con già qualche esperienza discografica all’attivo, sotto la tutela di quel Duke Reid che diverrà uno dei produttori cruciali della musica isolana. I Maytals nascevano così, negli ultimi mesi del ’61 o nei primi del ’62, come trio vocale e nell’identico modo in cui, un lustro prima e nel New Jersey, erano nati i Parliaments e tanti altri esempi si potrebbero trarre dagli annali della black americana, in particolare in quell’era del doo wop al tempo non ancora del tutto tramontata. Il giovanissimo Toots ne assumeva subito la guida, le sue influenze gospel evidenziate sin dai titoli dei primi fortunati singoli (supervisione di un pivello Lee Perry) per la rampante Studio One di Clement “Coxsone” Dodd: Hallelujah, Six And Seven Books Of Moses. Canzoni che, non essendo stato possibile acquisire i diritti, non troverete nel fantastico cofanetto freschissimo di pubblicazione per Trojan “Roots Reggae”, ristampa in box con le deliziose copertine originali miniaturizzate di sei dei sette album giamaicani della banda Hibbert, sulla falsariga del recente ed acclamato “Soul Revolutionaries” dei Wailers. Manca per le ragioni suesposte quello che fu l’esordio a 33 giri, “Never Grow Old”, ma gli appassionati (visto anche un prezzo a dir poco allettante) avranno lo stesso di che esultare pugni levati al cielo, qualcuno magari masticando agro per avere già comprato nell’ultimo lustro una peraltro bellissima raccolta come “Sweet And Dandy” solo per sostituirla poco dopo con il doppio (che resta fondamentale) “Pressure Drop” e magari, in mezzo, “Monkey Man/From The Roots”, che manco potrà rivendersi siccome il primo è compreso nel cofanetto e (filologicamente, giacché era in origine un 33 soltanto britannico) il secondo no. Ma che ci si può fare? C’est la Trojan, baby.

Bando alle lamentele! “The Sensational Maytals”, “Sweet & Dandy”, “Monkey Man”, “Greatest Hits” (titolo mendace), “Slayam Stoot”, “Roots Reggae”: questi gli album che potrete portarvi a a casa in un colpo solo. Usciti fra il 1965 e il 1974 e gli ultimi dunque quando in Gran Bretagna i Nostri, sulla scia della partecipazione a The Harder They Come, si erano accasati presso una succursale Island, secondi solamente a Marley e a Jimmy Cliff nella scuderia reggae di Chris Blackwell. Benissimo fa Harry Hawke ad annotare nel libretto (poverello, eh!) che si era in un’epoca e in un ambito in cui giusto i campionissimi potevano permettersi, rispetto ai ben più lucrosi 45 giri, l’azzardo di un LP, figurarsi di sette. E i Maytals erano campionissimi: ne danno ulteriore e definitiva testimonianza lavori di una brillantezza che il ritornare periodico di alcuni cavalli di battaglia non sciupa, ponte via rocksteady (che quasi si persero per l’arresto del leader) fra lo ska e quel reggae cui addirittura con l’epocale Do The Reggay (scritto così e che qui – ahem – non c’è) diedero il nome. Risulteranno dei maestri, fra gli altri, per gli Specials (che riprenderanno Monkey Man) e per i Clash (rifaranno Pressure Drop). Rimasto dal 1981 proprietario unico della sigla, Toots Hibbert tuttora gira il mondo divertendosi e facendo divertire.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

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L’apocalisse gioiosa dei Culture di “Two Sevens Clash”

Culture - Two Sevens Clash

Dicono che Picasso ambisse a morire con un pennello in mano e non è in fondo il più logico dei desideri per un artista? Uscire di scena definitivamente nel bel mezzo di una performance, andarsene ancora intento alla ricerca di un briciolo o più di immortalità. Il pittore spagnolo ci lasciò però alla veneranda età di novantadue anni, Joseph Hill – che dei Culture fu uno dei tre fondatori e dal ’93 del gruppo era qualcosa più di un incontrastato leader – ha salutato troppo presto, cinquantasettenne, accasciandosi su un palco berlinese lo scorso 19 agosto. Incerte le cause dell’improvviso decesso – le cronache hanno parlato di non meglio precisati problemi di fegato – ma se è possibile che Hill fosse malato da tempo mai lo aveva dato a vedere in un principio di nuovo secolo produttivamente felicissimo. Ben recensiti pure su queste pagine, “Humble African” (del 2000) e “World Peace” (del 2003) restano fra gli articoli più notevoli di un catalogo che ne annovera alcune decine (nessuno indegno) e in mezzo aveva visto la luce un fors’anche più rimarchevole “Live In Africa”. Dipartita dunque doppiamente intempestiva, quella del nostro uomo, e della quale doppiamente bisogna dolersi: è morto mentre era vivo, vivissimo, addirittura il più vitale fra i superstiti di quel decennio, i ’70, che per il reggae fu un’Età dell’Oro. Pure per lui e per il gruppo cui dava vita nel 1976 – African Disciples la prima ragione sociale, presto cambiata su suggerimento del produttore Joe Gibbs – insieme ai cugini Albert Walker e Roy “Kenneth” Dayes. Per quanti bei dischi abbiano fatto in seguito i Culture il debutto “Two Sevens Clash” è rimasto insuperato, un classico assoluto della battuta in levare e oltretutto – particolare che lo rende ancora più interessante, e storicamente rilevante, per chi al reggae arriva dal rock – uno dei tre o quattro decisivi per fare innamorare della musica giamaicana la generazione del punk. Colonna sonora, con “War In A Babylon” di Max Romeo e “Police & Thieves” di Junior Murvin, degli scontri a sfondo razziale a Notting Hill Gate che ispirarono ai Clash White Riot, per dire. Hill aveva all’epoca ventott’anni e alle spalle una storia lunga così.

Gli inizi si perdono in tardi ’60 che lo vedono far girare dischi in vari sound system nella natìa Linstead per poi, come tutti, cercare fortuna nella capitale Kingston. Nel 1971 si unisce come percussionista e corista ai Soul Defenders (un solo LP all’attivo e postumo) e con loro partecipa, da turnista, a innumerevoli incisioni per questo o quello dei cantanti accasati presso la Studio One di Clement “Coxsone” Dodd. Ci prova da solista, con alcuni singoli che non vanno tuttavia da nessuna parte e allora è lui ad andarsene, a tornarsene al paesello a guadagnarsi da vivere cantando e suonando per i turisti. Non ringrazieremo mai abbastanza i cugini di cui sopra per esserselo portato via da lì.

L’esordio a 45 giri di quello che è fondamentalmente un trio vocale – a fare da fenomenale backing band provvedono i Revolutionaries – si intitola This Time e fa discreti sfracelli, cogliendo probabilmente di sorpresa gli stessi artefici, nelle classifiche locali. Purtroppo sull’album non lo troverete. Ci sono vivaddio i due singoli successivi: See Them A Come, rutilante, tastiere bene in vista, passo quasi rocksteady; e Two Sevens Clash, che il 33 giri battezzerà. Gioiosa in uno spartito fragrante d’Africa, apocalittica nella visione che dipinge di una Giamaica – e un pianeta – tormentati dall’ingiustizia dello sfruttamento, dalla povertà, dalla violenza. Stupirsi se trovò orecchie attente in un’altra isola, la Gran Bretagna, che fatte le debite proporzioni era anch’essa immersa in una crisi profonda? Nella visione rastafari il 7/7/1977 – da qui il titolo sulla coppia di sette in collisione – era data fortemente indiziata come quella del principio della fine del mondo. Potrebbe sorprendersi il lettore. Potrebbe sembrargli incongruo che un paesaggio così fosco venga dipinto con una musica così esuberante, ma non c’è incoerenza: la fine del mondo si porterà via i problemi materiali e nel paradiso in terra che verrà nessun uomo sarà più… uguale di un altro. Dell’ala militante del reggae i Culture saranno in ogni caso sempre fra i moderati, il loro messaggio offerto con un sorriso e con melodie e scansioni indimenticabili. Subito esemplare la cantilena a orologeria di Calling Rasta Far I, non sono da meno una I’m Alone In The Wilderness insieme svelta e distesa, terrigna e alata, una Pirate Days ancora più incalzante, una I’m Not Ashamed sospettosamente simile al Jimmy Cliff che rifaceva Cat Stevens, una marziale Black Starliner Must Come così come una Natty Dread Taking Over disegnata da fiati avvolgenti. Soprattutto, Get Ready To Ride The Lion Of Zion: orecchiabilità e carisma da Marley sulla linea di confine fra roots e pop, capolavoro fra i capolavori. A quasi trent’anni dalla pubblicazione, “Two Sevens Clash” abbacina come al suo primo disvelarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.631, febbraio 2007.

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Special (English) Beat Service: oltre lo ska revival

The English Beat - Special Beat Service

English Beat in copertina, adeguandosi alla ragione sociale che da subito distinse (per non farli confondere con la formazione power pop capitanata da Paul Collins) negli Stati Uniti quelli che in Gran Bretagna erano i Beat e basta, per due ragioni. Una è che “Special Beat Service” viene ristampato, in un’edizione magistrale per come rende le sfaccettature di un sound fattosi proteiforme, da un’etichetta giustappunto statunitense, la Mobile Fidelity. E quindi… L’altra è che con questo, che era nel 1982 il suo terzo album, il combo di Birmingham perdeva in patria gran parte del pubblico che era accorso in massa a comprare “I Just Can’t Stop” e “Wha’ppen?” e in compenso sfondava per la prima volta oltre Atlantico, dove fino a quel punto era  stato viceversa poco considerato. Veniva insomma adottato dagli USA, il che non servirà però a evitarne lo scioglimento da lì a breve, con il rapper Ranking Roger e il chitarrista Dave Wakeling che davano vita ai General Public e l’altro chitarrista Andy Cox e il bassista David Steele che fondavano i Fine Young Cannibals.

A riascoltarlo oggi “Special Beat Service” non si stenta a cogliere le ragioni delle ben diverse accoglienze che ricevette. Esplosi in scia agli Specials e ai Selecter e con un primo singolo griffato 2-Tone, in patria i Beat erano catalogati alla voce “ska revival” e un secondo LP dal passo più lento e dalla paletta cromatica già piuttosto ampia non ne spostava sostanzialmente la collocazione. Ma all’altezza del terzo album tutto o quasi era cambiato, solo tre brani su dieci alla vecchia maniera (i reggae Spar Wid Me e Pato And Roger A Go Talk e il calypso Ackee 1 2 3) e per il resto una varietà stilistica spettacolare sotto l’ombrello di un pop profumato di new wave: ed ecco una I Confess degna del miglior Joe Jackson, una Jeanette francofila non solo nel titolo, una Sole Salvation brillantemente in scia ai Jam. Ma soprattutto ecco Save It For Later: ritmica tambureggiante, chitarre jangly e appena un’idea di psichedelia data dagli archi. Roba che facilmente avrebbero potuto scrivere i Blur quindici anni dopo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, luglio 2014.

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People Funny Boy – Quel genio mattoide di Lee Scratch Perry

Settantanove anni il prossimo 20 marzo, Lee Scratch Perry ancora gira il mondo facendo concerti e si dà il caso che giusto in questi giorni sia in Italia (ieri era a Lecce, stasera sarà a Torino). Mi è parsa una buona scusa per ripescare un breve articolo che gli dedicai nel 2005. Uno moooooooolto più lungo che scrissi per un “Blow Up” ai primi passi è da parte fra le cose che prima o poi recupererò in volume.

Lee Scratch Perry

È una delle definizioni migliori ch’io abbia mai letto di Perry. In uno dei lunghi saggi che, con dettagliati commenti a ciascuna delle ottantatré tracce che raduna in quattro CD, sfilano nelle quarantotto pagine di un libretto anche iconograficamente da urlo (sempre discutibili per come si rivendono a oltranza il ricco catalogo, alla Trojan hanno finalmente imparato a presentarlo perlomeno come si deve), Lol Bell-Brown così inquadra il genio per antonomasia della battuta in levare: “Una sorta di Syd Barrett dei Caraibi, Sun Ra, George Clinton e Johnny Rotten in una persona sola, uno Gnostico spassoso e deliziosamente fumato”. Diverse pagine prima Jeremy Collingwood – addirittura tre gli esperti, essendo il terzo Chris Lane, chiamati a organizzare e commentare il box nuovo di pacca “I Am The Upsetter: The Story Of The Lee Scratch Perry Golden Years” – in maniera meno pittoresca così lo inquadra: “un originale, un autentico innovatore”. Perché sarà pure vero che, checché ne dica il diretto interessato, Lee Perry non ha inventato il reggae, ma People Funny Boy resta una delle primissime canzoni cui l’etichetta possa essere applicata. E se non fu sicuramente lui a scoprire Bob Marley e i Wailers (quandomai! avevano già quei trenta singoli in discografia) altrettanto per certo fu il primo che li valorizzò adeguatamente (vedi pagine delle recensioni in questo stesso numero). Ancora: una millanteria (una delle mille di un uomo che prima di tirar su i leggendari Black Ark scriveva nei crediti dei suoi dischi di averli registrati in uno studio che non esisteva) quella che vuole che “Blackboard Jungle” sia il primo album di dub (quando lo stesso Perry qualche mese prima aveva dato alle stampe “Cloak & Dagger”), nondimeno è indiscutibile che del dub il nostro uomo sia stato fra gli inventori e i massimi declinatori. Gli possono essere attribuiti anche alcuni dei primi esempi di “campionamento” e fanno fede in questo cofanetto, per dire, l’ilare e lunare Cow Thief Skank, con muggiti e tre ritmi già usati rimontati a farne un quarto nuovo, e una Kojak con TV in sottofondo.

A proposito di riciclaggio, ecologica usanza che l’industria discografica giamaicana ha elevato sin dai primordi ad arte accostandola a un’altra pratica, quella del furto “creativo”: un campionissimo “Scratch” e in “I Am The Upsetter” ne troverete prove a bizzeffe, da basi che fanno capolino più volte (già sentita Back Biter? certo, è People Funny Boy) a squisite appropriazioni indebite. Una Clint Eastwood ricalcata su Yakety Yak dei Coasters, una Medical Operation che echeggia Sophisticated Sissy dei Meters, una Rebel Train che è la giamaicanizzazione di Sound Of Philadelphia di MSFB, Woman Gotta Have Love che è The Poet di Bobby Womack e così via. Un… ladro? Un genio (Oscar Wilde insegna) che, non lontano dai settant’anni, si gode dal buon ritiro svizzero la reverenza del mondo e, si spera, qualche soldo, visto che l’enorme repertorio (fra dischi in proprio e produzioni per altri, c’è chi ha calcolato nella stupefacente cifra di millecinquecento uscite il suo catalogo complessivo in vinile) da un decennio in qua è stato riciclato a iosa.

Insomma: se siete curiosi e di lui in casa avete poco, quasi niente, magari giusto quel capolavoro tardo (1987) che è “Time Boom X De Devil Dead”, realizzato in scontrosa collaborazione con il discepolo Adrian Sherwood e da noi inserito fra i cinquecento dischi fondamentali di “Extra”, siete nei guai e ve lo dice uno che, prima di cominciare a ricevere in omaggio una marea di CD del Nostro (favolosa la serie di quattro doppi “Complete UK Upsetter Singles Collection”), si era comprato alcune decine di album in vinile e da lungi di questa collezione ha perso il controllo, fra titoli che ritornano e altri che nonostante tutto seguitano a mancare. Ma – ehi! – stiamo parlando di uno che la generazione che non voleva avere idoli, quella del punk, idolatrò: per Lydon un Dio e i Clash lo vollero a tutti i costi per Complete Control. Di uno che anche i Talking Heads e Paul McCartney avrebbero voluto come produttore, ma loro non ci riuscirono. Di uno cui i Beastie Boys dedicarono un numero monografico della fanza “Grand Royal”. “Time Boom” non basta e allora, come approccio per il principiante poco meno che assoluto, “I Am The Upsetter” è quasi l’ideale. Partenza con la canzone omonima, un classico del rocksteady, mordace attacco a Coxsone Dodd, il primo ma non l’ultimo dei datori di lavoro di Perry a venire spernacchiati, e approdo – cinque ore dopo – con le impossibili dilatazioni dub nutrite a funk e jazz di Huzza Hana. Equilibrato assemblaggio cronologico di brani storici (eccola lì People Funny Boy e a seguire i mitici strumentali di ispirazione western, l’apparizione alla ribalta di U-Roy, qualcosa con i Wailers, i ricalchi soul, i primi esperimenti dub e così via) e imperdibili rarità, è appunto “quasi” l’ideale. Unitegli il triplo Island “Arkology” (altra delizia illustratavi in “Extra”) e potete accontentarvi. Per ora.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.611, giugno 2005.

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You know what Amin (di quando si poteva essere politicamente scorretti e farla franca)

Idi Amin Dada

Dice bene Carlo Bordone nella prefazione al suo libricino sui dischi di culto dei ’70 allegato al numero estivo di “Rumore”: nessuno capì allora, né ha ancora capito, cosa siano stati davvero quegli anni. Anche logico, trattandosi – come scrive subito dopo – del decennio meno lineare di sempre, iniziato con Keith Emerson che accoltellava il suo Hammond e suggellato da Paul Simonon che sfasciava il basso. E però a ben pensarci alcuni tratti comuni si possono individuare e a me pare che il principale sia un’irriverenza di fondo che, a partire più o meno dal giro di boa degli ’80 e irrimediabilmente dai primi ’90, la prevalenza del “politicamente corretto” ha interdetto per sempre. Non c’erano vacche sacre negli anni ’70 – potevi sfottere i Beatles, irridere la Regina e appropriarti magari con orgoglio di parole come “nigger” o “queer” (persino battezzare la tua band Pistole del Sesso, oppure Mogli Abusate) – e di proibita, in quanto disdicevole, c’era solo l’ipocrisia. Quella che ci fa chiamare “non vedente” un cieco e a me, se fossi cieco, a sentirmi chiamare “non vedente” girerebbero i coglioni. Erano gli anni ’70 e poteva sembrare una buona idea dedicare una canzone a un tiranno tanto buffonesco quanto sanguinario (Amnesty International calcola in mezzo milione i morti che fece negli otto anni e tre mesi in cui fu al potere) quale l’ugandese Idi Amin Dada. Talmente buona che venne in mente a parecchi. Credeteci o meno, questa playlist è solo una selezione (ciò che si rintraccia su YouTube) degli innumerevoli brani che ispirò.

8) The K9’s – Idi Amin (dall’EP 7” The K9 Hassle; Dog Breath, 1979)

7) Mortimer – General Amin Dada (lato A di un singolo; Belter, 1978)

6) Militant Barry – Idi Amin Disco (dall’omonimo EP 12”; Conflict, 1977)

5) Prince Buster All Stars – Idi Amin (lato A di un singolo; Mellodisc, 1977)

4) Mighty Sparrow – Idi Amin (dall’album “N.Y.C Blackout”, Charlie’s Records, 1978)

3) Artful Dodger – Idi Amin Stomp (dall’album “Babes On Broadway”, Columbia, 1977)

2) Black Randy & The Metrosquad – Idi Amin (dall’omonimo EP 7”, Dangerhouse, 1978; poi inclusa nell’album “Pass The Dust, I Think I’m Bowie”, stessa etichetta, 1979)

1) Battered Wives – Uganda Stomp (dall’album “Battered Wives”, Bomb, 1978)

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L’era aurea di Big Youth

Compie oggi sessantacinque anni un grandissimo del reggae, Manley Augustus Buchanan, in arte Big Youth. La sua stella brillò in realtà per un arco di tempo piuttosto limitato, ma di una luce abbagliante.

Big Youth

Quel che si dice un enfant prodige: a sedici anni – era il 1971 – Manley Augustus Buchanan di giorno, onde potersi permettere il pranzo e la cena, faceva il meccanico. La sera invece metteva dischi in uno dei sound system più importanti di Giamaica, quello di Lord Tippertone. Non si limitava però a suonarli, no. Ci parlava sopra. Era già una piccola tradizione nell’isola per il selecter quella di presentare i pezzi e occasionalmente di vedere immortalate le proprie tirate su vinile. Persino in era ska se ne trovano tracce, raccontano Steve Barrow e Peter Dalton nel fondamentale Reggae – The Rough Guide, citando Winston “Count” Machuki che fa capolino nella ribollente Alcatraz della Baba Brooks Band e i due megahit di Sir Lord Comic, Ska-ing West e The Great Wuga Wuga, in cui la voce arringante è protagonista assoluta. E sarà evidente a questo punto a chi legge, pur se digiuno di reggae, che in tale forma musicale il deejay è l’equivalente di quello che sarà l’mc nell’hip hop, ove il dj è invece chi allestisce le basi. Sul finire degli anni ’60 King Stitt aveva dato una rilevanza inedita a tale figura, con uno stile mutuato dai programmatori radiofonici di rhythm’n’blues di Miami e New Orleans, captati sulle onde medie pure sull’isola caraibica. Elementari i suoi testi, incisivo lo scilinguagnolo  teso a riprodurre l’eccitazione delle feste danzanti. Il nuovo stile compiva un decisivo passo in avanti con U-Roy, non a caso soprannominato The Originator, ma era con il giovane Buchanan, ribattezzatosi Big Youth, che la sua popolarità dilagava.

Il 1971 è l’anno del compimento dell’apprendistato per lui. Il ’72 lo vede registrare 45 giri dopo 45 giri e portare fino a cinque titoli contemporaneamente nelle prime dieci piazze in classifica, sicché sporcarsi le mani d’olio per motori non è più una necessità. Forte ed esilarante l’impatto, latita ancora la consapevolezza, limitandosi i versi che scandisce a un generico incitamento al ballo, all’esaltazione del suo sound system a scapito di altri, alle vanterie vanagloriose tipiche della cultura afroamericana che con il rap raggiungeranno un’apoteosi. L’anno chiave è il ’73. All’entusiasmo che ha salutato nel febbraio precedente l’elezione a primo ministro di Michael Manley sta subentrando la delusione per la timidezza riformista del suo People’s National Party, schiettamente socialdemocratico e già discretamente corrotto. La fuga verso il misticismo (battagliero assai, però, e pratica di vita radicalmente alternativa cui non vale accostarsi, pena la totale incomprensione, equipaggiati con il sistema di valori che ci è proprio) del rastafarianesimo trova sempre più proseliti. Tra essi, tantissimi cantanti e musicisti. Tra essi, l’ormai maggiorenne e maturo Big Youth. La sua dizione si fa più chiaramente intelleggibile sia per un naturale affinamento che per il desiderio di rendere le parole maggiormente comprensibili per chi ascolta. Sale vertiginosamente la qualità dei testi, fra i quali non mancano (né mai mancheranno) serenate amorose o guasconate un po’ macho ma che vedono ora prevalere tensioni di ritorno all’Africa e citazioni bibliche anche estese, e naturalmente salmi diretti al Signore. Tipo I Pray Thee, fervorosamente scandito sul ritmo della classicissima Satta Massa Gana degli Abyssinians.

Anno cruciale il 1973, dunque, per Mr Buchanan, che fra l’altro debutta a 33 giri con l’eccellente “Screaming Target” (su Gussie in Giamaica, sull’immancabile Trojan in Gran Bretagna). Produzione accorta di un altro giovanissimo, Gussie Clarke, e ritmi sagacemente pescati nei cataloghi di gente come Gregory Isaacs, Leroy Smart, Lloyd Parks e K.C. White (la saccheggiatissima No, No, No). Isaacs e White sono presenti pure di persona, come anche Dennis Brown, ed è un tripudio di rime che si rincorrono su ritmi agili e muscolosi insieme, punteggiati da tastiere e fiati esuberanti. Fino a ieri era il primo titolo di Big Youth da mettersi in casa, insieme al di tre anni successivo “Natty Cultural Dread”. Inalterata la sua rilevanza, consiglierei piuttosto chi volesse farsi un’idea un po’ più approfondita di questo grandissimo della battuta in levare di porre mano al portafoglio per “Natty Universal Dread 1973-1979”, cofanetto di tre CD allestito da quei benemeriti della Blood And Fire che raggiungerà i negozi proprio quando il giornale che avete in mano sarà in edicola. Cinquantuno i brani inclusi, due ore e quaranta abbondanti il minutaggio e una scaletta che segue il Nostro fino a quel crepuscolo di decennio in cui la sua fiamma cominciò a languire, scoppiettando nondimeno vividissima giusto un attimo prima di declinare.

Primo dischetto interamente dedicato al 1973. Prossimità alla dancehall e un presagio di ragga nell’iniziale Chucky No Lucky, fraseggi d’organo infiorettanti Hot Cross Bun, coloriture di ottoni post-ska in Mr. Buddy, cori epidermici e piano saltellante in Downtown Kingston Pollution, fragranze gospel in Things In The Light e soul purissimo (pop purissimo) nella conclusiva Streets In Africa. Uno scrigno colmo di gioielli e la celebrazione è appena cominciata. Il secondo CD sceglie ancora nell’anno magico ’73 e si spinge fino al 1975, con una Reggae Phenomenon che non fa sembrare arrogante il titolo, l’inchino davanti a John Coltrane di Jim Screechy, belle apparizioni di U-Roy in Battle Of The Giants e Leroy Smart nella Love And Happiness di Al Green e l’orgogliosa Every Nigger Is A Star, coeva di Every Nigga Is A Winner di Prince Jazzbo (vedi pagine delle recensioni). Il terzo copre dal ’75 al ’79, vede ancora Smart protagonista in Keep On Trying e Junior Byles destreggiarsi da par suo in Sugar Sugar, omaggia Burning Spear in Mosiah Garvey e Ray Charles in Hit The Road Jack. Approdo e congedo: Political Confusion. Carisma ed efficacia marleyane. Il 2000 ci ha regalato ristampe di reggae sublimi: “Natty Universal Dread” è fra i top.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”,  n.419, 21 novembre 2000.

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A Reggae Riot Of His Own (per Junior Murvin, 1949-2013)

Junior Murvin - Police & Thieves

Sciocco girarci attorno: benché fossero altri tempi e grazie a Marley il reggae godesse di una visibilità mai più tanto diffusa, con molti dei principali alfieri cooptati dalla discografia maggiore, non fosse stato per la banda Strummer Police & Thieves la canzone non sarebbe mai diventata l’inno universalmente noto che è. “Police & Thieves” l’album uno dei più venduti nella storia della musica giamaicana e dei più apprezzati dalla nazione del rock, in particolare – ça va sans dire dalla tribù punk. A parte che la loro lettura è bellissima e pure originale (tutt’altro che una replica conforme, grazie al colpo d’ingegno di Mick Jones che sistemava una chitarra in levare e l’altra in battere), anche di questo dobbiamo allora essere grati ai Clash: perché – sia chiaro – Police & Thieves brano ed LP strameritano la fama di cui godono, la fortuna che ebbero e seguitano ad avere. Al di là di qualunque considerazione commerciale (stiamo comunque parlando di un mercato, quello delle ristampe, in cui i campioni di incasso totalizzano di norma qualche migliaio di copie), è cosa buona e giusta che a uno dei capolavori del reggae venga riservato il trattamento ormai usuale in altri ambiti per classici talvolta solo presunti: un libretto sontuoso e un programma quadruplicato rispetto all’originale, con un profluvio di versioni “in dub” o alternative, un paio di pezzi costruiti sul riddim della title-track e altre varie e splendide eventuali come una ripresa da favola, rastafarizzata, della People Get Ready di Curtis Mayfield. Un evidentissimo modello per il Nostro, che su costui modellava il suo falsetto e nella prima parte di carriera addirittura si era specializzato in cover degli Impressions.

Il Junior Murvin che merita conoscere sta praticamente tutto qui, in un’opera in cui la mano del produttore – Lee “Scratch” Perry: chi altri? – si sente almeno quanto quella del titolare, la cui voce inconfondibile galleggia su un suono denso e carico di riverberi. È una scaletta, quella originale, memorabile in toto, dall’irresistibile innodia trapunta d’ottoni di Roots Train all’ipnotico shuffle di Solomon, da una False Teachin’ accorata a una I Was Appointed avvolgente e incalzante, passando per una Workin’ In The Cornfield che è già di suo un dub. Interrottasi bruscamente la collaborazione con Perry, Murvin pubblicherà poco altro (appena cinque album “veri” in trent’anni) e nulla che si avvicini anche lontanamente a questi apici.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.665, dicembre 2009.

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Too Much Too Young – La breve storia degli Specials

Da gelidi venti sintetici emerge una melodia triste e sinuosa, saporosa di notti d’Arabia. La ritmica si distende singultante, sottendendo una progressione di accordi di gusto jazz e voci gospel con tendenza all’orrorosamente infantile. Si apre un ritornello che sa di premiata ditta Strummer/Jones. Parole come macigni.

The Specials

Primo nelle classifiche britanniche nel giugno 1981, colonna sonora dei disordini che divamparono dapprima a Brixton e a Liverpool e poi un po’ ovunque nella terza estate dell’era Thatcher, Ghost Town è uno dei più memorabili singoli di sempre, in qualunque ambito. Fu il secondo numero uno per un settetto multirazziale che veniva dalla desolazione post-industriale delle periferie di Coventry e sarebbe potuto essere il trampolino di lancio per la conquista del ricco mercato americano, assaltato l’anno prima con un tour di sei settimane e un’apparizione a “Saturday Night Live” assurta alla dimensione del Mito nei ricordi della generazione skacore. Invece no. La Città fantasma era per gli Specials acrimonioso – in tutti i sensi – congedo. Nei camerini dello studio della BBC che ospitava “Top Of The Pops”, proprio nel giorno che sarebbe dovuto essere quello del loro massimo trionfo, il cantante Neville Staples informava il tastierista e leader Jerry Dammers che avrebbe lasciato il gruppo. L’altro cantante, Terry Hall, e il chitarrista Lynval Golding si univano a lui e ufficializzavano (i tre stavano in realtà lavorando da tempo a dei demo) la nascita dei Fun Boy Three. Il secondo chitarrista, Roddy Radiation, dava vita ai Tearjerkers. Con Dammers restava solamente il batterista John Bradbury. Una fine genererà un inizio, una nuova formazione dalla ragione sociale – Special AKA – seminuova per la quale il momento più alto, un altro 45 giri da leggenda chiamato Free Nelson Mandela, sarebbe stato l’inizio della fine. Ma qui sarà il caso che si racconti dal principio, dall’una volta di più fatidico 1977.

È in quell’anno che Jerry Dammers (nato Gerard Dankin) dà vita ai Coventry Automatics, complessino semiamatoriale in cui già figurano il giamaicano Golding e il bassista Horace Panter, che da lì a poco si ribattezzerà Sir Horace Gentleman. Suonano cover di ska e reggae frammiste alle prime composizioni del capoccia incendiandole con il combustibile del punk, in questo già diversi, gli Specials, dalle compagini dello ska revival che innescheranno in vita e hanno continuato a ispirare fino a oggi. Le tesserine del puzzle cominciano ad andare al posto giusto con l’arrivo di Terry Hall, appena diciassettenne e proveniente dai ruvidi e minori Squad, e di Roderick Byers, in arte Roddy Radiation, che come biglietto da visita porge un inno a momenti da stadio intitolato Concrete Jungle. Un ragazzo di Coventry al seguito dei Clash come tecnico procura a Dammers un appuntamento con il manager Bernie Rhodes. Neville Staples, che del gruppo, adesso The Special A.K.A. The Automatics, è per ora soltanto un roadie, prende a rifornire regolarmente Mick Jones di erbetta di ottima qualità. Ce n’è quanto basta per garantire alla banda Dammers un giro di concerti come spalla allo Scontro. Al londinese Music Machine Staples attacca al mixer un microfono e rappa spiritato per tutto il set. Cambia istantaneamente mansioni. Lo storico “On Parole Tour” (i Suicide il terzo gruppo coinvolto) è decisivo non solo per definire l’organico del combo, ora The Special A.K.A e basta, ma pure per indirizzarlo a un look unitario – completi scuri con tanto di cravatta, scarpe a punta, cappelli da malavitosi anni ’30 – che collide e collude con il ritorno in auge dei mod. Però con un tono più casual che occhieggia alla cultura skinhead. Una sfigata gita di lavoro in Francia provoca indirettamente le dimissioni del batterista originale, Silverton Hutchinson, e direttamente il taglio dei legami con Rhodes. Siamo arrivati al 1979. Coinquilino di Dammers, John Bradbury siede dietro piatti e tamburi. Quanto al leader, già deluso dai primi rapporti con il business discografico, decide di non cercare un contratto bensì di fare da sé e con l’amico Neol Davies fonda la 2 Tone. Fa subito il botto.

Epocale l’omino in bianco e nero di proletaria eleganza scelto come logo dell’etichetta. Epocale il primo sette pollici, debutto sia per gli Specials, che si presentano con Gangsters dichiarando devozione al classico di Prince Buster Al Capone, che per i Selecter di Davies. Sospinto dal re dei propagandisti John Peel e da un fitto calendario concertistico che fa della compagnia una gioiosa macchina da guerra, va al numero 6 in classifica, evento inaudito per un’uscita indipendente. Chrysalis, battendo Mick Jagger, offre sveltamente un contratto di distribuzione e la stampa dei dischi negli Stati Uniti. Elvis Costello si fa avanti per produrre l’esordio a 33 giri.

A oltre ventidue anni da quando raggiunse i negozi,  il quarto posto nelle classifiche britanniche e l’ottantaquattresimo in quelle statunitensi, primo album ska – credo – a violare i Top 100 di “Billboard”, “The Specials” emoziona e scatena frenesia come il primo giorno. L’ho definito “album ska” ma è più o meno come dire blues il primo Led Zeppelin. La sua forza è quella di partire dal canone stabilito nei ’60 dagli Skatalites e andare oltre aggiungendo piglio punk – l’attacco di (Dawning Of A) New Era quintessenza di Sex Pistols – e il ricercatamente monotono cantato di Hall che è pura new wave. Oltre alla Giamaica successiva allo ska e a tutto quanto lo ska ispirò, dal grezzo errebì di Rufus Thomas, omaggiato con una metallica lettura di Do The Dog, al soul che infiltra la voce calorosa di Staples e a tanto jazz, che fa capolino in certi ricami di chitarra e (clamorosamente) nel conciso assolo di basso di Nite Klub. Le cover sono rese con bella personalità, a partire dalla sorniona A Message To You Rudy, capolavoro di Dandy Livingstone in cui riluce (come già nella versione primigenia) il trombone del giamaicano Rico Rodriquez (presenza costante da qui in poi), e proseguendo con la succitata Do The Dog, con la corale Too Hot di Prince Buster, con la travolgente Monkey Man, già dei Maytals, e con il dolcissimo saluto You’re Wondering Now, farina del grasso sacco di Clement Seymour Dodd. Financo più grandi gli originali, tutti griffati (in solitudine o in compagnia) Dammers eccetto Concrete Jungle. Inenarrabili apici: It’s Up To You, organo sudista e cambi d’andatura che mandano in cielo; Too Much Too Young, ipercinetica; Gangsters; soprattutto, Doesn’t Make It Alright, strepitoso, dolente inno in levare a quell’integrazione razziale di cui per il semplice e raro esibire organico bicolore (cinque bianchi, due neri più uno) gli Specials furono da subito un simbolo. “Politici” al di là dell’esplicito schierarsi del leader.

Sono mesi esaltanti. Uscito in ottobre pochi giorni prima del 33 giri, A Message To You Rudy si inerpica nella graduatoria dei 45 fino alla decima piazza. Il “2 Tone Tour”, con Madness e Selecter di spalla, registra ovunque il “tutto esaurito” e il 7 novembre i tre gruppi sono a “Top Of The Pops”. A Natale a Coventry, accolti come eroi. In gennaio un EP dal vivo, con Too Much Too Young come pezzo portante e fra l’altro smaglianti interpretazioni di Guns Of Navarone degli Skatalites e Long Shot Kick De Bucket dei Pioneers, va difilato al numero uno. Ma qualche scricchiolio comincia ad avvertirsi: insofferenza degli altri per l’insofferenza allo stardom di Dammers, qualche eccesso alcolico, uso di sostanze che non sono soltanto più maria, Golding vittima di una brutale imboscata razzista, disordini ai concerti. E ancora: la voglia del leader di andare oltre  uno ska pure assai rimodernato.

Di quanto fossero popolari gli Specials è una chiara indicazione il fatto che anche il singolo che anticipò il secondo LP, con sul lato A la poco orecchiabile e discretamente kitsch Stereoypes, entrò nei Top 10, arrestandosi a sei scalini dal vertice. Andava uno più su l’album “More Specials”, con il senno di poi non avaro di indizi dello sfaldamento incipiente: leggerino con persino qualche scivolata nel vaudeville (esemplare Hey Little Rich Girl), poco coeso, sfocato. Eppure a tratti ancora magnifico, nel festaiolo invito a cogliere l’attimo di Enjoy Yourself (tanta malinconia però in una ripresa apposta a suggello), in una Rat Race propulsa da un piano ai limiti del boogie, nell’orientaleggiante International Jet Set. Più che altrove nel triplo omaggio a John Barry, James Bond e James Brown di Sock It To ’Em JB. Vedeva la luce nel settembre 1980. Nove mesi dopo Ghost Town era prima in classifica e gli Specials già consegnati alla Storia. Malservita in digitale da una serie di antologie, la loro discografia a 33 giri è da pochissimo tornata disponibile, rimasterizzata come si usa. Se per motivi anagrafici o altro ve la perdeste allora, è da non mancare.

Non dovreste farvi mancare nemmeno “In The Studio” (dandogli anzi la precedenza su “More Specials”), unica uscita adulta degli Special AKA del solo Dammers (più Bradbury e altri quattro fra cui Rhoda Dakar, eccellente cantante proveniente da un gruppo minore 2 Tone, le Bodysnatchers). Misconosciuto piccolo capolavoro (con di nuovo Costello in cabina di regia), datato ’84 e pencolante verso uno sghembo pop jazzato, con languori da musical e in apertura di seconda facciata l’apoteosi afrolatina di Nelson Mandela, comizio impossibilmente trascinante a favore del leader dell’African National Congress, che allora era ancora – da ventun’anni – in carcere.

Potete viceversa perdervi, nonostante siano mediamente piacevoli all’ascolto, i quattro album (il primo su Virgin, il secondo su MCA, i due restanti su Trojan) degli Specials riformati nel 1995 senza il capobanda e da allora in pista in circuiti concertistici minori. Quelli attuali schierano degli originali Roddy “Radiation” Byers, Neville Staples e Horace Panter e si limitano a essere jukebox di vecchi successi, loro e altrui. Un pur infastidito Jerry Dammers lascia fare. Mette dischi in giro per Londra e registra ogni tanto qualcosa per sé, ma da diciotto anni non pubblica nulla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.474, 19 febbraio 2002.

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Bad Brains – Into The Future (Megaforce)

Disponibile all’epoca solo su cassetta (come del resto tutte le altre produzioni della benemerita ROIR), il primo, omonimo album dei Bad Brains vedeva la luce nel 1982 ed è intessuto della stoffa delle leggende. Lì “il migliore hardcore punk di sempre”, stando ad Adam “MCA” Yauch, e in tanti sono tuttora d’accordo con il compianto rapper dei Beastie Boys. Esordire direttamente con un capolavoro ha naturalmente le sue controindicazioni, essendo la prima che se parti dalla cima della montagna dopo non potrai che scendere. I più radicali fra gli estimatori del complesso di Washington DC hanno addirittura da ridire (benché i due lavori abbiano diversi titoli in comune) sull’al pari basilare “Rock For Light”, di un anno successivo, regia curata da Ric Ocasek e pubblicato da una casa discografica “vera”, PVC. E a loro tempo “I Against I” e “Quickness”, oggi giustamente considerati fra i capisaldi di una concezione moderna del metal, vennero molto criticati proprio perché verso il metal inclinavano, “tradendo” le radici del combo. Insomma: nella gloriosa quanto travagliata – l’hanno scandita rimescolamenti, licenziamenti, scioglimenti, ricostituzioni – storia di questi rastafari punk quasi immancabilmente ogni nuova uscita è stata salutata dai lamenti di coloro che per una ragione o un’altra ritenevano preferibile la precedente. Fino a “Build A Nation”, il disco prima di questo e non sembra che già cinque anni siano trascorsi, la cui produzione era firmata per l’appunto da MCA e che dopo la fiacca collezione in levare del 2002 “I & I Survived” risollevava i fans sciorinando una sorta di riassunto, stilisticamente parlando, di una vicenda artistica a quel punto già ultraventicinquennale. “Into The Future” secondo me è migliore. Per carità, nulla di cui la vostra vita non possa fare a meno, ma averne di giovincelli con la classe, la freschezza, l’energia di questi veterani… Averne!

Parte bene, “Into The Future”, con una traccia omonima che attacca riffeggiando stentorea, salvo rallentare mefitica e ripartire con uno strappo che la congiunge all’incedere da schiacciasassi di una Popcorn che, se i Red Hot Chili Peppers sapessero ancora scrivere canzoni così, sarebbero ancora i Red Hot Chili Peppers. Si congeda da lì a poco più di mezzoretta con l’omaggio squillante e virilmente commosso al discepolo che si fece mentore di MCA Dub. Quanto sta in mezzo è una dimostrazione da manuale di un sound che per primo mise insieme (per quanto solitamente facendoli correre su binari paralleli, laddove qui, in Youth Of Today, le rette si intersecano) l’hardcore più feroce mai uditosi su questo lato dei Black Flag e il più melodioso reggae scuola ’70, suonato con maestrìa tecnica impressionante da gente che veniva dal jazz. Per poi, in un paio di esemplari tappe, approdare a una forma di crossover che altri – Living Colour per primi – porteranno all’incasso, i Bad Brains sfortunatamente mai. Fra un attacco spiritato e un assalto furibondo, ho qui apprezzato particolarmente una Earnest Love che macina massiccia e malevola e una Make A Joyful Noise sfacciatamente solare. Mai sotto un’abbondante sufficienza il resto.

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