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Stray Cats – 40 (Surfdog)

Fa una strana impressione al Vostro affezionato ritrovarsi a scrivere di un disco nuovo degli Stray Cats nel 2019. Per due ragioni. La prima è che quando nel 1983 decisi di intraprendere la carriera del critico musicale (ah, avessi saputo cosa mi attendeva!) uno dei primissimi articoli che firmai era una monografia dedicata al trio composto, allora come oggi, dal chitarrista Brian Setzer, dal contrabbassista Lee Rocker e dal batterista Slim Jim Phantom. All’epoca all’apice del successo visto che nell’estate precedente era andato al numero 2 delle classifiche USA, con un’antologia che raccoglieva il meglio dei primi due LP, usciti invece solo in Europa. La seconda è che questo è il primo lavoro in studio (il nono in tutto) che costoro pubblicano insieme dal 1993, ossia da tre anni prima che partisse la mia collaborazione più lunga di sempre, quella al giornale che avete fra le mani. Sì, mi è capitato di scrivere di loro (o di qualche album da solista di Brian Setzer) ma trattavasi di materiali di archivio. E insomma lo confesso: a “40” mi sono accostato con una certa emozione.

Naturalmente spazzata via sin dalle prime battute di Cat Fight (Over A Dog Like Me), rockabilly da manuale di spettacolare irruenza cui – apparente ossimoro – donano grande eleganza fraseggi e assoli di Setzer, che era già un grandissimo chitarrista poco più che maggiorenne, figuratevi ora. Sono gli Stray Cats di sempre, gli anni cui allude il titolo fortunatamente passati invano. O no? Perché in “40” riescono anche a sorprendere in un paio di episodi, uscendo dal recinto del ruspante rock’n’roll da primordi del genere che siamo soliti associare loro: con una Cry Danger fra surf e garage; soprattutto, con il Morricone western Desperado. Che questa rimpatriata porti o meno altri frutti, bentornati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 412, settembre 2019.

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L’atto fondativo dell’Americana – Il primo album di The Band

Secondo Roger Waters nella storia del rock solo “Sgt. Pepper’s” è risultato più influente di “Music From Big Pink” ed è opinione che sorprende dall’ex-Pink Floyd, avendo sempre abitato la band britannica un mondo altro rispetto a quello dell’unica tanto modesta e arrogante insieme da scegliere di chiamarsi, semplicemente, The Band. Aspetta, aspetta… un altro mondo? Dice sempre Waters che l’album d’esordio del quintetto canadese per quattro quinti – il chitarrista Robbie Robertson, i tastieristi Richard Manuel e Garth Hudson, il bassista Rick Danko – e americano per il restante – il batterista Levon Helm – influenzò i Pink Floyd “deeply, deeply, deeply”. Ma davvero? Magari il lettore riuscirà a cogliere ciò che a me sfugge, laddove nessuno può avere difficoltà a credere a Eric Clapton quando racconta che l’esordio a 33 giri di The Band fu decisivo nell’indurlo a sciogliere i Cream e prima a dare vita ai Blind Faith, poi a unirsi a Delaney & Bonnie, quindi a lanciarsi nell’avventura Derek & The Dominos. Evidenti in questi, quegli e quegli altri ancora gli echi del capolavoro che Robertson e soci tramavano fra New York e Los Angeles a inizio 1968, dopo averne posto le basi l’anno prima in quella brutta casa rosa immortalata sia all’interno che sul retro di copertina dell’album. Stiamo parlando di un disco che ha fatto scuola come pochi: pietra d’angolo di quel genere che va sotto il nome di Americana e che è più che mera fusione di country e blues, folk e rock’n’roll, di gospel come di bluegrass, soul ed errebì. Dovendosi ricorrere, per un’analisi compiuta, alla critica letteraria oltre che musicale. Un po’ di studi biblici aiutano. “Colpa” di The Band, sì.

Negli annali del rock non molti gruppi sono giunti così rodati all’esordio. È il 1957 quando il diciassettenne Levon Helm, originario dell’Arkansas, si unisce a un cantante pur’egli dell’Arkansas ma che la sua America l’ha trovata in Canada. Non milita nella serie A del rock’n’roll, Ronnie Hawkins, ma nella cadetteria si fa valere. Robbie Robertson entra nei suoi Hawks a inizio 1960, Rick Danko nell’estate dell’anno dopo, Richard Manuel sotto Natale sempre del ’61 e Garth Hudson la primavera successiva. È una palestra dura ma proficua, i ragazzi imparano quanto possono e finiscono per superare un maestro che dà loro scarse soddisfazioni, modesto il salario, rigida la disciplina, disconosciuti gli apporti creativi. Defezionano allora in blocco e sempre in blocco passerebbero a fiancheggiare la leggenda del blues Sonny Boy Williamson non fosse che costui disgraziatamente defunge. Fortuna vuole però che un’amica che lavora da segretaria per Albert Grossman raccomandi al principale protetto di costui di andare a vederli. Lo ha appena consigliato in tal senso, sapendo che vorrebbe mettere insieme un gruppo rock, anche John Hammond Jr. e Bob Dylan va, ascolta e ingaggia. Dapprincipio soltanto Robertson ed Helm ma quando, dopo un paio di date, gli dicono che continueranno a suonare con lui solamente se prenderà a libro paga pure gli altri tre non si fa pregare. È l’inizio del sodalizio che letteralmente inventa il cantautorato rock e, a parte che non c’è lo spazio, potrebbe pure offendersi chi legge a sentirsi raccontare per l’ennesima volta la saga della svolta elettrica dell’uomo di Duluth, menestrello folk e cantore della protesta giovanile per antonomasia. Dal settembre 1965 al maggio seguente Bob Dylan e quella che si chiama la Band soltanto perché non vuole più chiamarsi Hawks e un nome nuovo non se lo è dato ancora girano il globo esibendosi per platee alternativamente entusiaste e riottose. Inizialmente più la seconda e, patendo le contestazioni, dopo poche settimane Helm abbandona la compagnia e fino a metà ’66 preferirà guadagnarsi da vivere, piuttosto che prendendosi insulti, lavorando su una piattaforma petrolifera. Ma il 29 luglio ’66 Dylan resta vittima dell’incidente motociclistico, in realtà senza gravi conseguenze, che gli permetterà di scendere dalla giostra impazzita di cui da troppo è prigioniero. I mesi di convalescenza a Woodstock sono quelli in cui, in un’atmosfera rilassatissima, pone mano con i ragazzi ai cosiddetti “Basement Tapes”, massa immane di materiali di alcuni dei quali il mondo verrà presto a conoscenza per vie traverse, mentre tanti si ritroveranno radunati solo nel 1975 in un omonimo e celeberrimo doppio (l’integrale data 2014 e costituisce l’undicesimo volume – sestuplo! – della “Bootleg Series”).

Pur registrato l’anno dopo e non in cantina bensì in studi professionali, “Music From Big Pink” è progenie evoluta di quei mesi fecondi al di là della firma di Bobbie Dylan sotto l’iniziale e dolente Tears Of Rage, lo spiritual a suggello I Shall Be Released, la spumeggiante This Wheel’s On Fire che in contemporanea alla pubblicazione americana del 33 giri era una hit britannica per Brian Auger & The Trinity. Del Vate anche il dipinto che adorna la copertina e in cui i musicisti effigiati sono sei, a rimarcare la presenza in spirito di chi si astenne dall’ospitata unicamente per non distogliere ulteriormente l’attenzione dai titolari del disco. Il classico assoluto dei nostri eroi, se proprio uno si vuole sceglierne, resta il secondo LP, omonimo e di un anno dopo, ma è qui che fra ballate accorate e uptempo esuberanti, passi liturgici e scarti marziali (svetta, tascabile epopea, The Weight) la Band comincia a dipingere un suo Big Country che se sa di anni ’60 è a quelli dell’Ottocento che appartiene, coevo soltanto per caso della nazione hippie.

Di “Music From Big Pink” la Capitol/Universal ha appena licenziato per celebrarne il cinquantennale un cofanetto con dentro un CD zeppo di bonus, un Blu-Ray, un 7” e l’album originale in formato doppio 12” a 45 giri. Costa quei cento euro, ma l’audiofilo potrebbe felicemente accontentarsi per trenta del solo vinile, con il nuovo missaggio stereo di Bob Clearmountain e il mastering curato da Bob Ludwig. Ascoltato “back to back” con la già stupenda edizione Original Master Recording del 2012 (non più in catalogo) questa stampa ha vinto sebbene di misura il confronto, evidenziando superiore limpidezza e come una maggiore quantità d’aria attorno agli strumenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, settembre 2018.

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Billy Lee Riley – Un marziano del rock’n’roll

Quanto era povera la famiglia di Billy Lee Riley? Be’, così povera che nel 1949 il ragazzo si faceva falsificare un documento da una sorella non per evitare il servizio di leva ma, al contrario, per risultare maggiorenne e potere quindi arruolarsi. Ci pensava dunque lo Zio Sam a provvedergli pranzo, cena e un tetto sulla testa da lì a fine 1953, o forse ai primi mesi del ’54. E quanto fu sfortunato Billy Lee Riley? Be’, giudicate un po’ voi… Nell’autunno 1957 restituiva a Jerry Lee Lewis, suonando la chitarra in Great Balls Of Fire, il favore fattogli da costui suonando il piano in Flyin’ Saucers Rock’n’Roll. E nell’esatto istante in cui il nuovo singolo di Riley, Red Hot, andava decollando Sam Phillips sceglieva di investire ogni risorsa per pubblicizzare il disco del Killer, assestando così alla carriera dell’altro suo artista un colpo pressoché mortale, visto che era lì che si decideva che Billy Lee Riley (da Pocahontas, Arkansas, 1933) non sarebbe mai diventato la star che potenzialmente era. Certi treni di solito passano una volta, ma un destino beffardo provvedeva a illudere il nostro uomo facendogli balenare sotto il naso ben quattordici anni dopo una seconda possibilità: produzione di Chips Moman, A Thing About You Baby stava cominciando a ottenere riscontri commerciali importanti, a dispetto di qualche problema di distribuzione, quando una versione di Presley lo eclissava. Stupirsi se a quel punto Billy Lee decideva che, a quasi quarant’anni, era il caso di cercarsi un lavoro serio? In certe biografie c’è scritto che metteva su un’impresa edile, ma la più prosastica verità è che a lungo si guadagnerà da vivere facendo l’imbianchino. Uno che quando si era affacciato alla ribalta era stato pronosticato da molti, e in maniera particolarmente vociante dalle torme di ragazzine che si accalcavano sotto il palco a ogni sua esibizione, come un nuovo Elvis.

Il perché e il percome sono spiegati da certe foto in cui sembra un James Dean incravattato invece che in giubbotto di pelle, ma si sa che ai campagnoli il concetto di coolness è o era estraneo. Il perché e il percome sono spiegati soprattutto da un’eccellente antologia intitolata “Rock Me Baby” e fresca di pubblicazione su Hoodoo Records. Raduna tutte le facciate classiche registrate dal Nostro per la Sun fra il 1956 e il 1960 e in più, a ingrassare ulteriormente il programma, qualcosa che restò fuori, magari per forza di cose perché mero abbozzo come un Folsom Prison Blues che prende (bonariamente?) per i fondelli Johnny Cash. Potrebbe parere un recupero assolutamente pleonastico e invece no, perché sottolinea le capacità camaleontiche dell’interprete. Che se nel brano che intitola la raccolta sembra un altro Gene Vincent in Down By The Riverside declina gospel come fosse il suo pane quotidiano, però regalandogli il twang del rockabilly laddove in una Dark Muddy Bottom l’adesione al canone delle dodici battute è tale da farsi mimetismo (e del resto la musica del diavolo l’aveva appresa, adolescente, dai braccianti neri che come lui si spaccavano la schiena raccogliendo cotone). Poco da stupirsi se, uscito accreditato a un fantomatico Lightnin’ Leon, il singolo veniva scambiato e autenticato da esperti bluesologi per un genuino reperto d’epoca. Beffa mirabile e clamorosa ideata ben prima che qualcuno pensasse a buttare per canali teste di Modigliani false. Un punto di forza questo eclettismo per uno che niente di meno di un Bob Dylan proclamerà “il mio eroe” (Trouble Bound la sua canzone preferita): capace di sfiorare il jumping con Betty And Dupree ed evocare Ruby Baby con Pearly Lee, disegnare un’ipotesi di folkabilly con Saturday Night Fish Fry e porgersi accorato con Sweet William, confidenziale con Come Back Baby (One More Time), schiettamente romantico con I Want You Baby. E però forse proprio questo suo saltare di palo in frasca un po’ anche gli nuoceva impedendogli, tutte le sfighe a parte, di crearsi un’identità facilmente riconoscibile (vero che Presley andrà ben oltre, tuttavia solo dopo essere diventato Re). Quando a conti fatti l’essenza del musicista Billy Lee Riley è con il senno di poi racchiusa in quei due brani già citati, Flyin’ Saucers Rock’n’Roll e Red Hot, che bene o male negli annali del rock sono rimasti, caratterizzati entrambi da un piglio scatenato, da una vena selvatica. Robert Gordon e Link Wray li coverizzeranno. Stray Cats e Cramps ne manderanno a memoria la lezione. Guarda che caso.

Che altro dire nel poco spazio che resta di un uomo che il 2 agosto 2009 si arrendeva a un tumore e appena due mesi prima aveva ancora trovato la forza di esibirsi in pubblico? Che nei ’90 aveva (principalmente per la pubblicità fattagli da Dylan) la possibilità di tornare a incidere e se la giocava bene, con una serie di album di pregio uno dei quali, “Hot Damn!”, del ’97, si troverà inopinatamente candidato a un Grammy. L’immagine con cui voglio lasciarvi è però quella di un Billy Lee giovane in tour per promuovere un disco che furbescamente speculava su un’ondata di avvistamenti di UFO. Ribattezzatisi Green Men, i valentissimi musicisti che lo fiancheggiavano si presentavano in scena con abiti tagliati dalla medesima stoffa del piano di gioco del biliardo. Scoprivano presto un inconveniente: che inzuppandosi di sudore i vestiti perdevano il colore e tutti quanti si ritrovavano con la pelle per l’appunto verde. Sul serio marziani alle prese con il rock’n’roll, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.682, maggio 2011. Di Billy Lee Riley ricorre oggi il decimo anniversario della scomparsa.

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Istantanee dalla nascita di una Leggenda: i Rolling Stones alla BBC

Ma davvero l’erba del vicino è sempre più verde? Viene da piangere sapendo quanto siano disorganizzati gli archivi RAI. Materiali di straordinario valore risultano irrintracciabili e nemmeno si sa se ancora esistano, essendo lacunosi i registri e giacché negli anni ’50 e ’60 vigeva la pratica, stante l’alto costo dei nastri magnetici, di usare più volte la stessa bobina, cancellando quanto vi era stato inciso in precedenza. Ma a quanto pare alla BBC non sono messi meglio, se è vero come è vero, per dire, che i Rolling Stones non hanno nella loro disponibilità tutte le partecipazioni a “Top Of The Pops” e qualche tempo fa lanciavano un appello ai fan per verificare cosa mancasse. Se è vero come è vero che nemmeno la versione “Deluxe”, quella con trentadue brani invece di diciotto, del fresco di stampa “On Air” rappresenta un’integrale delle loro performance per l’emittente radiotelevisiva di stato nel triennio 1963-1965. Non sono per niente un cultore dei bootleg e ne ho proprio pochi in casa. Sono però un cultore degli Stones e anni fa, imbattendomi in un “Get Satisfaction… If You Want!” dal significativo sottotitolo “The Best Of BBC Radio Recordings 1963-65”, e verificatane una qualità audio sorprendentemente buona, non resistevo. Ebbene: non solo diversi dei tanti brani in comune con questa uscita ufficiale arrivano non dal medesimo programma ma è lì presente una Not Fade Away che su “On Air” manca del tutto. E se ci sta, ed è anzi apprezzabile (per l’appassionato medio; per gli assatanati c’è sempre il mercato delle pubblicazioni pirata), che di canzoni di cui si avevano varie versioni sia stata scelta quella meglio suonante un’assenza così rilevante lascia perplessi: quante altre ce ne saranno? Più d’una, come ho avuto modo di constatare con una rapida ricerca in Rete. Quanti i pezzi di cui non è stato reperito un master? Anche se ciò che più spiace è la scelta in senso opposto rispetto a quella di analoghe collezioni dei Beatles di espungere presentazioni e piccole interviste che avrebbero aiutato a ricreare un’impagabile capsula temporale, aiutandoci a immaginare cosa provò chi ascoltava dinnanzi al disvelarsi di un mondo nuovo (può tuttavia valere pure la tesi opposta: meglio non interrompere con dei parlati il fluire della musica). “On Air” non rispetta poi l’ordine cronologico e nondimeno forse è meglio così, la scaletta – sia nella versione breve che in quella lunga – funziona e allora bando alle fisime da filologi.

A patto di non essere irragionevoli attendendosi miracoli l’altra cosa che funziona alla grande di “On Air”, ed ecco perché si è scelto di dargli tanto spazio, è il come suona, prodotto di un processo di restauro, chiamato “audio source separation”, posto in essere ogni volta che era possibile. Si è trattato nella pratica di de-mixare le tracce originali, separando voci e strumenti per irrobustirle e quindi riassemblarle, bilanciate al meglio, in un nuovo missaggio. “Immaginate di potere destrutturare un frappè e di mettere da parte le fragole, da un’altra le banane e da un’altra ancora i cubetti di ghiaccio; quindi prendete tutti gli ingredienti e frullateli insieme da capo”, ha sintetizzato fantasiosamente quanto efficacemente “Wired”. Si è lavorato così, con la pazienza con cui ci si applica a un affresco medioevale rovinato e con lo stesso fantastico risultato di renderne vividi i colori come quando venne dipinto, alle diciotto canzoni che compongono il programma dell’edizione singola di “On Air”. Non ai quattordici brani che seguono nell’edizione “Deluxe”, ove (ma non si inverta il rapporto causa/effetto) la qualità audio cala e in un paio di casi almeno solamente il valore documentale e artistico giustifica l’inclusione in un disco con i crismi dell’ufficialità. E però mi sento di garantire che, una volta gustata la versione estesa, in nessun modo un genuino amante del rock e dei Rolling Stones potrà tornare indietro, rassegnandosi a quella “normale” per qualche imperfezione tecnica. Questione pure di prezzo: modesta la differenza fra l’edizione singola e quella doppia in CD, visto che dovreste pagare la prima un 16 euro e la seconda sui 22; ma insignificante se è di vinile che si parla, una trentina di euro contro 22-24, con oltretutto una diversa distribuzione delle tracce che migliora marginalmente la dinamica del primo LP. E volete mettere la bellezza (copertina naturalmente apribile, grande formato e tutto il resto) dell’oggetto? Senza contare quasi il dovere, se chiedete al Vostro affezionato, di recuperare questo prezioso pezzo di Storia nel formato discografico dominante e anzi unico dell’epoca cui appartiene.

Dominano qui i primissimi Stones, evangelisti del blues, del soul e del rock’n’roll che ancora il geniale (e anche lui imberbe) manager Andrew Loog Oldham non aveva rinchiuso in una stanza (Mick e Keith; Brian era probabilmente in giro a ingravidare fanciulle) con la promessa che non sarebbero usciti se non avessero prima scritto qualche canzone. Qui i brani firmati Jagger/Richards (alcuni in collaborazione con il resto della band) sono appena cinque, di cui tre, The Spider And The Fly, Little By Little e 2120 South Michigan Avenue, certamente minori e un quarto, The Last Time, un plagio degli Staple Singers. Ma il quinto è (I Can’t Get No) Satisfaction, ossia “il” riff per antonomasia. Stabilendo il tono di quanto segue irrompe alla ribalta (e meno male allora che l’ordine cronologico non è stato rispettato!) quasi subito, a ruota della travolgente Come On, da Chuck Berry, il 45 giri con cui il gruppo aveva esordito nel giugno 1963, quattro mesi prima di registrare al “Saturday Club” questa versione se possibile persino più eccitante. Ecco: è l’aggettivo che meglio si attaglia, “eccitante”, alla prima raccolta legale (dentro fra l’altro otto canzoni altrove inedite) di incisioni radiofoniche di questi nostri oggi vetusti eroi. È uscita a un anno esatto dall’eccellente collezione di blues “Blue & Lonesome” e come non emozionarsi facendole girare di seguito? Alfa e Omega di una Leggenda.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.396, febbraio 2018.

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Once They Were Voodoo Children: i primi Not Moving

Prima ancora di ascoltarli, e addirittura senza nemmeno bisogno di vederli in foto, in chi fortunatamente o sfortunatamente già c’era, e già amava il rock’n’roll, i Not Moving suscitavano un brivido di eccitazione solo a leggere i titoli di quel primo EP 7” dato alle stampe nel 1982. Uno dei pezzi era una cover dei Surfaris, Wipe Out, e il semplice scoprire che in Italia qualcun altro li conoscesse, i Surfaris, era di suo fantastico. Un altro brano si chiamava Baron Samedi e il sospetto e anzi la certezza che l’ispirazione non arrivasse da Tex bastava a sentirsi parte, con ragazze e ragazzi di Piacenza, del medesimo sotterraneissimo culto. Tutti quanti bambini Vudù, chiaro. Benché registrato con il culo (e sia detto senza offesa per il culo stesso), “Strange Dolls” andava anche oltre le attese e così, un tot di mesi dopo, il fratello minore “Movin’ Over”. Ma quando mai aveva potuto vantarlo, il Bel Paese, un gruppo simile? Un incrocio fra Gun Club e Banshees, gli X e i Cramps, con nel DNA gli Stones così come Howlin’ Wolf o i Doors e l’intera genìa oscura dei “Pebbles”. Erano new wave, i Not Moving. Però erano punk, però erano surf, però erano garage, però erano… new wave. Però!

Storia raccontata da altri di recente su queste stesse pagine e “Light/Dark”, raccolta con tutti gli EP e i mini pubblicati fra l’82 e l’87 (e a postilla il primo demo), vale per colmare i buchi nella narrazione. Imperdibile per chi non c’era. Sfortunatamente per lui.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.684/685, luglio/agosto 2011.

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No more rock and rollin’ with Fats Domino

Fats Domino se n’è andato così come aveva vissuto negli ultimi decenni, dai primi ’80 in poi: con discrezione. Tant’è che la notizia della sua scomparsa, alla comunque bella età di ottantanove anni, è arrivata in lieve differita. È stato un bonario signore fino all’ultimo e forse anche per questo le storie del rock mediamente lo valutano meno di quanto dovrebbero. Sul suo valore, Elvis la pensava altrimenti.

This Is Fats Domino!/Rock And Rollin’ With (Imperial, 1957 e 1955; ristampa Hoodoo, 2011)

Quel che si dice pagare i propri debiti… Paul McCartney modellava Lady Madonna su un artista parimenti idolatrato da Lennon (che qualche anno più tardi coverizzerà Ain’t That A Shame) ed era proprio riprendendola al volo che Fats Domino nel 1968 entrava per la sessantasettesima (avete letto bene!) e ultima volta nei Top 100 della classifica pop USA. Non accadeva però dal ’64 e a quel punto l’incredibile teoria di hit (nessun numero uno assoluto ma ben nove nella graduatoria R&B) inaugurata nel 1949 da The Fat Man cominciava a impallidire nel ricordo del pubblico. E però tuttora chi non riconosce almeno Reeling And Rocking, la già citata Ain’t That A Shame, Blueberry Hill? Come minimo in quanto ascoltate in un film o un telefilm. Enorme il successo riscosso da uno che Elvis definiva “il vero re del rock’n’roll” e, per quanto siano passati molti decenni, un’eco ancora si ode. Sempre un piacere tornare sul repertorio di un pianista meno “cattivo” di un Jerry Lee, meno debosciato di un Little Richard (la bonomia un tratto distintivo non solo caratteriale) ma travolgente quanto questo e quello. Classe innata, gioia di vivere invincibile. Ne offre un’ottima selezione questo CD, che accoppia due LP a loro volta classici e già semiantologici e aggiunge otto ulteriori tracce alle ventiquattro di partenza. Come primo approccio, e pur con qualche inevitabile buco, vale le migliori antologie in circolazione.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011.

Here Stands/Let’s Play (Imperial, 1957 e 1959; ristampa Hoodoo, 2014)

Diversamente dal non molto più anziano Chuck Berry, che si ostina a procurare imbarazzo a se stesso facendo concerti a un’età troppo avanzata persino per un Buena Vista Social Club, il buon Antoine Domino Jr. è in ogni evidenza uno che seppe gestirsi bene e di conseguenza ha poi potuto godersi la vita. Immensamente popolare in un quindicennio ’49-’64 che ci pare tanto lontano per come lo declinò lui da appartenere a un altro mondo, quando già si affacciava sugli anni di Dylan e della beatlemania, piazzava svariate decine di brani nei Top 100 USA vendendone milioni e milioni di copie. Per poi diradare parecchio uscite discografiche e tour nei tre lustri seguenti e infine, al crepuscolo dei ’70, ritirarsi pressoché completamente dalle scene e vivere di rendita e diritti d’autore nella sua adorata New Orleans. L’ultimo hit di colui che Elvis Presley definiva “il vero re del rock’n’roll”? Una versione di Lady Madonna praticamente contemporanea (1968) di quella dei Beatles e del resto Paul McCartney l’ha sempre detto di averla scritta con in testa il vecchio Fats. Da lì a sei anni anche John Lennon provvederà a saldare i debiti, rifacendo da par suo Ain’t That A Shame.

Questi due album ora messi insieme (con ulteriori sei bonus d’epoca) su un solo CD e usciti in origine rispettivamente nel ’57 e nel ’59 si raccomandano particolarmente a chi, avendo già la tipica raccolta di successi, volesse approfondire. Più blues ed errebì in questi solchi che non rock’n’roll. In particolare nel primo, assemblato a suo tempo perlopiù con registrazioni del biennio ’49-’50 rimaste fino ad allora in un cassetto. Recupero adesso duplicemente benvenuto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

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The Strypes – Spitting Image (Virgin EMI)

A vederli agghindati così in copertina, i ragazzotti (insieme dal 2010 ma ancora appena più che ventenni) che compongono gli Strypes, ci si attende il peggio da “Spitting Image”. Anche perché “Little Victories” se non era stato un disastro poco c’era mancato. Cose che capitano quando la pressione è tanta e le idee su dove andare, partendo dal travolgente errebì bianco del debutto “Snapshot”, sono confuse. Ci sarà una ragione se sul “difficile secondo album” cascano in molti, no? Cercando di allontanarsi da un sound immerso in un ideale 1964, però conservandone le influenze basiche, il quartetto irlandese spostava avanti le lancette fino al ’75-’76 per poi provare ad aggiornare ulteriormente il pub-rock a una contemporaneità con i Kasabian da una parte, gli Arctic Monkeys dall’altra. Ne veniva fuori un pastrocchio, scrittura senza guizzi, energia artefatta. E se agli Strypes togli quella…

Però, come ammoniva l’idolo Bo Diddley, non puoi giudicare un libro dalla copertina ed ecco, “Spitting Image” non è il disco pop-wave dei nostri eroi. Profeti in patria (“Little Victories” lì andò addirittura al primo posto quando “Snapshot” si era fermato al secondo) eleggono qui a ispirazioni ricorrenti eroi locali come gli Undertones – (I Need A Break From) Holidays, Turnin’ My Back: irresistibili – e un Van Morrison giovane la cui lezione viene sublimata in Easy Riding (dove lo si sorprende a dialogare con Lou Reed e Dylan) e in Black Shades Over Red Eyes. Altrove si evocano i Flamin’ Groovies (Grin And Bear It) e il maestro di sempre Nick Lowe (Easy Riding), ma si azzarda pure (con Garden Of Eden: splendida) un tuffo nella psichedelia. Chiude il cerchio il beat diddleyano Oh Cruel World. Stavolta il tutto, in qualche strano modo, si tiene. Bentornati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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