Archivi tag: rock’n’roll

Once They Were Voodoo Children: i primi Not Moving

Prima ancora di ascoltarli, e addirittura senza nemmeno bisogno di vederli in foto, in chi fortunatamente o sfortunatamente già c’era, e già amava il rock’n’roll, i Not Moving suscitavano un brivido di eccitazione solo a leggere i titoli di quel primo EP 7” dato alle stampe nel 1982. Uno dei pezzi era una cover dei Surfaris, Wipe Out, e il semplice scoprire che in Italia qualcun altro li conoscesse, i Surfaris, era di suo fantastico. Un altro brano si chiamava Baron Samedi e il sospetto e anzi la certezza che l’ispirazione non arrivasse da Tex bastava a sentirsi parte, con ragazze e ragazzi di Piacenza, del medesimo sotterraneissimo culto. Tutti quanti bambini Vudù, chiaro. Benché registrato con il culo (e sia detto senza offesa per il culo stesso), “Strange Dolls” andava anche oltre le attese e così, un tot di mesi dopo, il fratello minore “Movin’ Over”. Ma quando mai aveva potuto vantarlo, il Bel Paese, un gruppo simile? Un incrocio fra Gun Club e Banshees, gli X e i Cramps, con nel DNA gli Stones così come Howlin’ Wolf o i Doors e l’intera genìa oscura dei “Pebbles”. Erano new wave, i Not Moving. Però erano punk, però erano surf, però erano garage, però erano… new wave. Però!

Storia raccontata da altri di recente su queste stesse pagine e “Light/Dark”, raccolta con tutti gli EP e i mini pubblicati fra l’82 e l’87 (e a postilla il primo demo), vale per colmare i buchi nella narrazione. Imperdibile per chi non c’era. Sfortunatamente per lui.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.684/685, luglio/agosto 2011.

3 commenti

Archiviato in archivi

No more rock and rollin’ with Fats Domino

Fats Domino se n’è andato così come aveva vissuto negli ultimi decenni, dai primi ’80 in poi: con discrezione. Tant’è che la notizia della sua scomparsa, alla comunque bella età di ottantanove anni, è arrivata in lieve differita. È stato un bonario signore fino all’ultimo e forse anche per questo le storie del rock mediamente lo valutano meno di quanto dovrebbero. Sul suo valore, Elvis la pensava altrimenti.

This Is Fats Domino!/Rock And Rollin’ With (Imperial, 1957 e 1955; ristampa Hoodoo, 2011)

Quel che si dice pagare i propri debiti… Paul McCartney modellava Lady Madonna su un artista parimenti idolatrato da Lennon (che qualche anno più tardi coverizzerà Ain’t That A Shame) ed era proprio riprendendola al volo che Fats Domino nel 1968 entrava per la sessantasettesima (avete letto bene!) e ultima volta nei Top 100 della classifica pop USA. Non accadeva però dal ’64 e a quel punto l’incredibile teoria di hit (nessun numero uno assoluto ma ben nove nella graduatoria R&B) inaugurata nel 1949 da The Fat Man cominciava a impallidire nel ricordo del pubblico. E però tuttora chi non riconosce almeno Reeling And Rocking, la già citata Ain’t That A Shame, Blueberry Hill? Come minimo in quanto ascoltate in un film o un telefilm. Enorme il successo riscosso da uno che Elvis definiva “il vero re del rock’n’roll” e, per quanto siano passati molti decenni, un’eco ancora si ode. Sempre un piacere tornare sul repertorio di un pianista meno “cattivo” di un Jerry Lee, meno debosciato di un Little Richard (la bonomia un tratto distintivo non solo caratteriale) ma travolgente quanto questo e quello. Classe innata, gioia di vivere invincibile. Ne offre un’ottima selezione questo CD, che accoppia due LP a loro volta classici e già semiantologici e aggiunge otto ulteriori tracce alle ventiquattro di partenza. Come primo approccio, e pur con qualche inevitabile buco, vale le migliori antologie in circolazione.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011.

Here Stands/Let’s Play (Imperial, 1957 e 1959; ristampa Hoodoo, 2014)

Diversamente dal non molto più anziano Chuck Berry, che si ostina a procurare imbarazzo a se stesso facendo concerti a un’età troppo avanzata persino per un Buena Vista Social Club, il buon Antoine Domino Jr. è in ogni evidenza uno che seppe gestirsi bene e di conseguenza ha poi potuto godersi la vita. Immensamente popolare in un quindicennio ’49-’64 che ci pare tanto lontano per come lo declinò lui da appartenere a un altro mondo, quando già si affacciava sugli anni di Dylan e della beatlemania, piazzava svariate decine di brani nei Top 100 USA vendendone milioni e milioni di copie. Per poi diradare parecchio uscite discografiche e tour nei tre lustri seguenti e infine, al crepuscolo dei ’70, ritirarsi pressoché completamente dalle scene e vivere di rendita e diritti d’autore nella sua adorata New Orleans. L’ultimo hit di colui che Elvis Presley definiva “il vero re del rock’n’roll”? Una versione di Lady Madonna praticamente contemporanea (1968) di quella dei Beatles e del resto Paul McCartney l’ha sempre detto di averla scritta con in testa il vecchio Fats. Da lì a sei anni anche John Lennon provvederà a saldare i debiti, rifacendo da par suo Ain’t That A Shame.

Questi due album ora messi insieme (con ulteriori sei bonus d’epoca) su un solo CD e usciti in origine rispettivamente nel ’57 e nel ’59 si raccomandano particolarmente a chi, avendo già la tipica raccolta di successi, volesse approfondire. Più blues ed errebì in questi solchi che non rock’n’roll. In particolare nel primo, assemblato a suo tempo perlopiù con registrazioni del biennio ’49-’50 rimaste fino ad allora in un cassetto. Recupero adesso duplicemente benvenuto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

1 Commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

The Strypes – Spitting Image (Virgin EMI)

A vederli agghindati così in copertina, i ragazzotti (insieme dal 2010 ma ancora appena più che ventenni) che compongono gli Strypes, ci si attende il peggio da “Spitting Image”. Anche perché “Little Victories” se non era stato un disastro poco c’era mancato. Cose che capitano quando la pressione è tanta e le idee su dove andare, partendo dal travolgente errebì bianco del debutto “Snapshot”, sono confuse. Ci sarà una ragione se sul “difficile secondo album” cascano in molti, no? Cercando di allontanarsi da un sound immerso in un ideale 1964, però conservandone le influenze basiche, il quartetto irlandese spostava avanti le lancette fino al ’75-’76 per poi provare ad aggiornare ulteriormente il pub-rock a una contemporaneità con i Kasabian da una parte, gli Arctic Monkeys dall’altra. Ne veniva fuori un pastrocchio, scrittura senza guizzi, energia artefatta. E se agli Strypes togli quella…

Però, come ammoniva l’idolo Bo Diddley, non puoi giudicare un libro dalla copertina ed ecco, “Spitting Image” non è il disco pop-wave dei nostri eroi. Profeti in patria (“Little Victories” lì andò addirittura al primo posto quando “Snapshot” si era fermato al secondo) eleggono qui a ispirazioni ricorrenti eroi locali come gli Undertones – (I Need A Break From) Holidays, Turnin’ My Back: irresistibili – e un Van Morrison giovane la cui lezione viene sublimata in Easy Riding (dove lo si sorprende a dialogare con Lou Reed e Dylan) e in Black Shades Over Red Eyes. Altrove si evocano i Flamin’ Groovies (Grin And Bear It) e il maestro di sempre Nick Lowe (Easy Riding), ma si azzarda pure (con Garden Of Eden: splendida) un tuffo nella psichedelia. Chiude il cerchio il beat diddleyano Oh Cruel World. Stavolta il tutto, in qualche strano modo, si tiene. Bentornati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Reelin’ & Rockin’ con Chuck Berry (18 ottobre 1926-18 marzo 2017)

Sorprende che in un libretto altrimenti ben fatto (benché nelle sette pagine occupate dal saggio si possa andare poco oltre l’enunciazione dell’eccezionale curriculum vitae di Charles Edward Anderson Berry, in arte Chuck) e puntuale il curatore Peter Doggett dimentichi di informare il lettore/acquirente della ragione prima, o ultima (fate voi), dell’enorme successo riscosso sin dall’esordio discografico dall’uomo di Maybellene e a seguire di decine di altri archetipali capolavori. Fateci caso: uno dei due soli neri (l’altro Little Richard, che pativa l’ulteriore handicap di essere gay) nel pantheon dei padri fondatori del rock’n’roll. Non vi pare strano considerando che è di una musica afroamericana per la maggior parte delle sue componenti che si parla? Quel che Doggett si scorda di dire è che, in un’epoca senza giornali musicali nel senso odierno del termine, con poca musica in TV e la TV in ogni caso molto meno importante di oggi, le canzoni di Chuck Berry furono all’inizio passate dalle radio – tutte le radio, non solo quelle indirizzate a un pubblico di colore – perché la sua dizione pulita fece scambiare l’autore per bianco. E vi sembra una minuzia da ignorare? Ma forse è solo malinteso pudore che spinge Doggett a sorvolare, lo stesso che lo induce a non chiarire quale “dubbia accusa” costò al nostro eroe un paio di anni di galera nei primi ’60: corruzione di minore, che equivale a dire, per l’uomo che ha scritto Sweet Little Sixteen, che quello che ti salva è poi spesso quello che ti perde. Berry era già stato in carcere (tre anni di riformatorio per una tentata rapina, molto prima di diventare celebre) e ci tornerà negli anni ’90 per possesso di stupefacenti, scampandola invece, grazie a un patteggiamento, dall’accusa di avere registrato dei video nei… ahem… nei bagni delle signore del ristorante di sua proprietà (qualcuno più lestofante di lui ne cavò fuori un video e bei quattrini). Insomma: splendori e miserie di un genio assoluto.

Offre cinquantaquattro dei primi (oppure cinquantatré, considerando una miseria quella sboccata My Ding-A-Ling che gli regalò nel 1972 l’ultimo grande successo e il suo unico numero uno) questa formidabile doppia raccolta di classici, ancora classici e soltanto classici. Roba che non ci sono abbastanza stelle in cielo per votarla. Ah già, non ho detto nulla della musica… ma pretenderete mica che vi racconti Roll Over Beethoven o Johnny B. Goode?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.623, giugno 2006. Il giorno in cui Chuck Berry compì ottantotto anni celebrai ripescando questo articolo.

2 commenti

Archiviato in archivi, coccodrilli

Wop bop a loo bop a lop bam boom! E sono ottantaquattro per Little Richard

little-richard

Che il Diavolo faccia le pentole, si sa. Che ai coperchi provveda talvolta il Dirimpettaio è evenienza rara, ma si danno dei casi in cui è accaduto e mai tanto clamorosamente come con l’uomo nato Richard Wayne Penniman e infinitamente meglio noto come Little Richard. La storia è uno degli episodi cardine dell’aneddotica del rock primigenio ma tant’è, c’è sempre qualcuno da istruire o cui rinfrescare la memoria e allora rieccola, in brevissimo. Nel 1957, nel pieno di un tour australiano e all’apice del successo (tredici le hit consecutive nella classifica R&B di “Billboard”, undici delle quali replicate in quella pop), l’uomo che in quel momento contende a Elvis il titolo di re del rock’n’roll è colto da crisi mistica e si ritira in Alabama, per dedicarsi a studi biblici. Immaginarsi le lodi a Domine Iddio dei suoi discografici che, speranzosi che non sia che una delle tante mattane del performer più colorato, irriverente e sessualmente ambiguo (ehm… si fa per dire) che mai abbia calcato palcoscenico, per un paio di anni si arrabattano svuotando i cassetti e ricavandone ancora quei quattro o cinque successi nemmeno tanto minori, per poi inevitabilmente arrendersi. Messo assieme in questo modo e pubblicato nel marzo 1959, “The Fabulous” risulta a quel punto il terzo LP in studio dell’artista di Macon e, antologie e live esclusi, resterà l’ultimo di musica secolare fin quasi alla fine del decennio successivo. È un disco gradevole ma inevitabilmente un po’ raffazzonato, cui non giovano i cori femminili aggiunti a posteriori e nei cui solchi l’esplosivo rock’n’roll che ha già consegnato il Nostro agli annali della popular music si prende a tratti qualche pausa. Non si tratta di mera curiosità per completisti, ma insomma…

Sorpresa! A fare consigliare l’acquisto di questo CD griffato Hoodoo e distribuito Egea è il secondo dei due lavori che contiene, un “It’s Real” datato 1961 e talmente misconosciuto da venire ignorato da diverse discografie e dalla pur chilometrica scheda che Wikipedia dedica all’autore. Incredibile a dirsi e tanto di più considerando che ad accompagnare il titolare nei suoi dodici brani sono Quincy Jones e la sua orchestra, niente di meno. Premesso che non è ovviamente questo virato gospel il Little Richard destinato all’immortalità (quella degli uomini, dell’altra non possiamo sapere), l’album è interessante, intenso, non formulaico nemmeno alle prese con i titoli più consunti dall’uso.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014. La Regina del rock’n’roll festeggia oggi il suo ottantaquattresimo compleanno.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Natural Born Killer: per gli ottant’anni di Jerry Lee Lewis

Jerry Lee Lewis - Jerry Lee Lewis + Jerry Lee’s Greatest

Jerry Lee Lewis (Sun, 1958)

Jerry Lee’s Greatest (Sun, 1961)

Quando nel 1958 la Sun manda nei negozi (oltre che nel formato del long playing anche diviso su tre EP a 45 giri) il suo primo, omonimo album, Jerry Lee Lewis è probabilmente il nome più caldo del rock’n’roll dopo Elvis e fanno fede i sei singoli di seguito che ha piazzato nei Top 100 USA, tre dei quali nei Top 10. Non vuol dire nulla che il 33 giri totalizzi viceversa vendite modeste, siccome all’epoca il formato è monopolizzato commercialmente dal pop per adulti e dal jazz e visto oltretutto che Sam Phillips non ha ritenuto opportuno – con l’unica eccezione del brano di punta, High School Confidential – sistemare sul disco canzoni già celebri. Da lì al 1961 il boss dell’etichetta di Memphis non esiterà a riprendere un successo vecchio a quel punto quattro anni (che per allora è come dire quaranta oggi), Great Balls Of Fire, per provare a dare una chance a un seguito semiantologico figlio della disperazione. È successo che proprio nel 1958, in maggio, Jerry Lee è partito per la Gran Bretagna per un tour cancellato dopo tre date per lo scandalo montato da un tabloid attorno al suo matrimonio con una cugina tredicenne e che, rimbalzate oltre Atlantico, le polemiche gli sono costate una generale messa al bando. Quando esce “Greatest” è un “has been”, lontanissimo nel futuro il ritorno allo stardom via country.

Riascoltati in sequenza i due soli album su Sun del Killer fanno tuttora la loro figura, ivi compresi pezzi (Goodnight Irene, It All Depends, Fools Like Me, When The Saints Go Marching In: per limitarsi al programma del primo e più solido) che all’epoca vennero senz’altro intesi come riempitivi. Oggi contribuiscono invece a tracciare un ritratto a tutto tondo di un artista alla definizione del cui peculiare stile di rock’n’roll offrirono un apporto prezioso country e soul, errebì, blues, pure certo pop.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.192, maggio 2014.

Jerry Lee Lewis - The Session

The Session… Recorded In London With Great Guest Artists (Mercury, 1973)

Fatale e poi provvidenziale la Gran Bretagna per Jerry Lee Lewis, che si vedeva distrutta dai tabloid nel 1958 una carriera che aveva toccato l’apice l’anno prima con Whole Lotta Shakin’ Goin’ On al numero uno negli USA sia nella classifica country che in quella rhythm’n’blues. Fresco di sponsali con una cugina tredicenne, il Killer partiva pieno di entusiasmo e con la sposa al seguito per la prima tournée oltre Atlantico, solo per scoprirsi massacrato appena sceso dall’aereo proprio a causa del matrimonio. Pedofilo! Incestuoso! Contava nulla che non avesse fatto altro che ossequiare un’usanza comune e assolutamente normale nel Sud disperatamente ignorante e pezzente da cui proveniva. Il tour veniva annullato e al ritorno a casa Jerry Lee si scopriva bandito dalle radio e impossibilitato a tenere concerti, se non nei locali di più infima categoria. Caduta rovinosa dalla quale paradossalmente, da lì a qualche anno, era il Regno Unito stesso ad aiutarlo a rialzarsi. In piena fioritura beat, con lo scandalo ormai dimenticato, Lewis lì riempiva regolarmente i teatri, strapagato, quando negli Stati Uniti doveva ancora umiliarsi nei bar per pochi spiccioli. Situazione che gli permetteva di tenere duro fintanto che una virata dal rock’n’roll al country non lo riportava in auge pure dalle sue parti. E siamo arrivati al gennaio 1973 e a quest’album: un progetto importante, un doppio già in origine (questa ristampa Hip-O Select lo ingrassa ancora, da settantasette minuti a novantaquattro) messo in pista dalla Mercury con l’obiettivo di fare tornare popolare il pianista di Ferriday anche presso il pubblico del rock. Lo si mandava allora a registrare a Londra, con un’imponente schiera di stelle, stelline e turnisti del posto (spiccano nel chilometrico elenco i nomi di Rory Gallagher, Peter Frampton, Albert e Alvin Lee) a dargli man forte. Con risultati dal discreto all’ottimo.

Tallone d’Achille della “Session” è la scarsa coesione di un programma che passa dal country al rock’n’roll, dal blues al vaudeville a cose da crooner a ogni girar d’angolo e pagina. In fondo è però anche un pregio, l’attenzione tenuta desta, continue le sorprese. Il che non mi impedisce di pensare che una diversa organizzazione della scaletta farebbe migliore un lavoro che, fra rivisitazioni ridondanti di cavalli di battaglia del Killer e riletture di altri classici del rock’n’roll dal pletorico (Johnny B. Goode) al brillante (una Be Bop A Lula torpida e bluesata), concede poco alla “modernità” (una rivisitazione dei Creedence, una degli Stones, una di Gordon Lightfoot) e di più a viaggi a ritroso, fino agli anni ’20. Comunque sia: missione compiuta. “The Session” entrava nei Top 40 USA. Incredibile a dirsi, era e resterà il migliore piazzamento di sempre per un album di Jerry Lee Lewis.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

L’inverosimile 1969 dei Creedence Clearwater Revival

Creedence Clearwater Revival

A raccontarlo il 1969 dei Creedence Clearwater Revival sembra inverosimile e nondimeno carta di “Billboard” canta: tre numeri due e un numero tre nella classifica USA dei 45 giri, un numero uno, un tre e un sette in quella degli LP. Sin dal titolo “Bayou Country” è il disco in cui prende forma il paese leggendario che il leader John Forgerty aveva cominciato a immaginarsi da bambino, prima cantando le canzoni di quei cantanti neri che ascoltava alla radio, poi imparando a suonarle alla chitarra. Non è California ma Louisiana. Non sono spiagge popolate da bellimbusti bianchi con una tavola da surf sottobraccio ma acquitrini infestati da alligatori e a cui margini vive la gente più meticcia – e fra la più povera – che esista. In senso più esteso, è comunque Sud. È campagna e non città e quand’anche è città la abita gente scappata dalla campagna per fuggirne la miseria, ma che della campagna ha nostalgia. Qui il Novecento dove è arrivato, e non dappertutto è arrivato, ha prolungato la Grande Depressione fino ai primi anni ’50. Qui è come se Charley Patton e Ray Charles fossero la stessa persona.  Born On The Bayou apre l’album con l’agro orgoglio di un inno da perdenti. È il primo brano a consegnare i Creedence all’immortalità. Per ascoltare il secondo basta girare il disco e fare cadere la puntina sul primo solco di Proud Mary. Quel che si dice un classico istantaneo: prima ancora che il 1969 finisca, Dylan ne tesserà le lodi, Elvis prenderà a cantarla dal vivo e Solomon Burke ne offrirà una superba lettura in studio, imitato da lì a due anni da Ike & Tina Turner, cui frutterà un successo da Top 5 e un Grammy. La rifaranno gli Amen Corner e i Ducks Deluxe, Tom e George Jones e Junior Walker, i Leningrad Cowboys e Wilson Pickett, Johnny Otis, gli Ohio Players e gli Status Quo. Non vi è gruppo country-rock che non l’abbia avuta in repertorio e – dimostrazione eclatante della capacità del minore (ma maggiore)  dei Fogerty di mettere in comunicazione universi distantissimi – se ne sono ascoltate quasi altrettante versioni errebì e funk (e persino jazz e lounge). E per trovare nella cultura americana un’immagine al pari potente, carica di concretezza e simbolismi, del battello a ruote che scende lungo il Mississippi, a bordo un uomo che ha “lasciato un buon lavoro in città” per una vita di vagabondaggi sul fiume, non è alla musica che ci si deve rivolgere ma alla letteratura: a Mark Twain. Il contorno potrebbe accontentarsi di essere per l’appunto contorno e invece no: Bootleg è funky e fango, Graveyard Train convoca spettri a cantare Spoonful, Good Golly Miss Molly sequestra Little Richard in garage e butta la chiave, Penthouse Paper è un blues che non si arrende alla malasorte e assalta il cielo a pugno chiuso. Chiude la chilometrica Keep On Chooglin’: Canned Heat e Ten Years After una simile epicità la inseguiranno sempre, senza raggiungerla forse mai.

Se “Bayou Country” promuove i Creedence Clearwater Revival alla nobiltà del rock a stelle e strisce sarà “Green River” a farli re. Se “Bayou Country” regala due classici assoluti “Green River” ne offre tre e sono la sferragliante title track, l’esplicativa e struggente Wrote A Song For Everyone e il licantropo presagio di morte di Bad Moon Rising. Se Tombstone Shadow inventa i Gun Club, The Night Time Is The Right Time salda i debiti con Ray Charles. Se Commotion caracolla spavalda con urgenza squisitamente rock’n’roll, Lodi è un’iperrealistica fantasia country di viali del tramonto da percorrere restando fermi. Se Cross-Tie Walker si azzarda giubilante, di Sinister Purpose dice già quasi tutto il titolo. Chiarendo definitivamente, a chi fosse sfuggito, che nella terra dei Creedence quand’anche qualcosa sembra idillio nel petto gli batte un cuore di tenebra. Assunto che nell’assieme “Willy And The Poor Boys”, che è considerato il capolavoro della banda Fogerty da più o meno tutti quelli che non incoronano “Cosmo’s Factory”, parrebbe smentire già dalla saltellante e solare Down On The Corner. Una festa l’incalzare di It Came Out Of The Sky, una delizia rurale Cotton Fields (un prestito da Leadbelly) e così un ilare Poor Boy Shuffle che sfuma in una felpata e sinuosa, e in contrasto con quanto promette il titolo, Feelin’ Blue. Sorridenti? Rilassati? Cambiate lato e Fortunate Son lo cancellerà quel sorriso. Non basteranno a restituirvelo, prima del dolente congedo di Effigy, il beat spigliato di Don’t Look Now, l’omaggio diretto a Charley Patton di The Midnight Special e quello indiretto a Booker T & The MGs di Side O’ The Road. Con Fortunate Son l’attualità fa irruzione nell’atemporalità creedenciana e nel 1969 l’attualità nel Big Country si chiama Vietnam. Cantando l’ira impotente del ragazzo di umili natali che deve partire per il fronte mentre i coetanei ricchi possono agevolmente dribblare la leva, John Fogerty consegna agli annali una delle canzoni definitive (ne scriverà altre due: Run Through The Jungle e Who’ll Stop The Rain) su quella tragedia in particolare e, più in generale, sulla follia della cattiva politica e l’insensatezza della guerra.

Annata trionfale per i Creedence Clearwater Revival il 1969, senza pari nella storia del rock se si tengono da conto sia qualità che quantità, vendite e traguardi artistici. Non la sciupa lo scivolone di Woodstock, con il gruppo prima usato a mo’ di specchietto per le allodole per riempire il cartellone e poi costretto dal dilettantismo dell’organizzazione a esibirsi in piena notte. Suonano per mezzo milione di persone strafatte e/o dormienti e John Fogerty si prenderà un’autolesionistica rivalsa tenendo fuori la performance sia dai due live che dal film. Con il bel risultato che oggi fra gli appassionati i più manco lo sanno che alla famosa/famigerata “tre giorni di pace, amore e musica” non solo i CCR c’erano, ma erano una delle attrazioni principali. L’anno dopo “Cosmo’s Factory” non si limiterà a confermare lo stato di grazia, che già sarebbe stata cosa enorme, ma compirà un ulteriore scatto in avanti, sinossi non solo delle puntate precedenti della fulminea saga inaugurata nel luglio 1968 da “Creedence Clearwater Revival” quanto di tutto o quasi l’accaduto nel rock’n’roll da That’s Alright Mama in poi. Non posso pensare che ci sia un solo lettore che non l’abbia in casa, ma spero che gli accompagni i tre album su cui mi sono soffermato questo mese: freschissimi di ristampa per i tipi della stessa casa che li editò al tempo, la Fantasy, e disponibili a un prezzo popolare per la media odierna del mercato del vinile, intorno ai venti euro cadauno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.362, aprile 2015.

4 commenti

Archiviato in archivi