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L’età aurea (una delle tante) degli Isley Brothers

Sono ancora vivi – quelli che non sono morti: il povero Vernon, che se ne andò adolescente senza assaggiare un briciolo di fama; poi O’Kelly e Marvin – gli Isley Brothers e lottano insieme a noi: faccenda di mesi fa un album che i superstiti Ronald ed Ernie (Rudolph ha da tempo optato per una dorata pensione) hanno tramato in combutta con Carlos Santana. Con esiti a dire il vero modesti da tutti i punti di vista. Lavoro appena piacevole, “Power Of Peace” ha venduto quelle venti-trentamila copie bastanti a fargli guadagnare un modesto numero 64 nella graduatoria USA ed è davvero poca cosa se si pensa ai numeri del buon Carlos, che si congedava dal Novecento con i trenta (!) milioni di copie totalizzati da quella ruffiana fetecchia di “Supernatural” e nel secolo nuovo ha continuato a collezionare dischi d’oro e platino. Ma soprattutto se si ricorda che ancora nel 2003, che nel contesto di una storia così lunga è ieri l’altro, con “Body Kiss” gli Isley Brothers conquistavano la vetta della classifica di “Billboard” e nel 2006 “Baby Makin’ Music” era quinto. Ma, insomma, che abbia perso il tocco magico un gruppo in pista da sessantatré (!!!) anni ci sta. Nel fatidico 1954 l’oggi settantaseienne Ronald, voce inconfondibile, già era parte della compagnia. Chitarrista stellare ed eccelso batterista, il sessantacinquenne Ernie si univa ufficialmente nel 1973, ma in realtà sin dal ’68 la bazzicava. Era un live a sanzionarne l’arruolamento con ogni crisma, era con il successivo “3 + 3” che un complesso già nel terzo decennio di vita entrava in quella che è rimasta la sua epoca aurea, sia artisticamente che commercialmente. Ai fondatori Ronald, Rudolph e O’Kelly si aggiungevano i più giovani Ernie e Marvin e il parente acquisito Chris Jasper (tre più tre, appunto). Trasfusione di sangue fresco che coincideva con l’ennesima metamorfosi di un sound sbocciato all’incrocio fra gospel e rhythm’n’blues, quindi innervato di pop e poi di folk-rock. Era il funk a prendersi la scena, svolta (adombrata sin dal 1969 dalla classicissima It’s Your Thing) ribadita nel ’74 da “Live It Up”. Un successone, ma nulla di paragonabile a “The Heat Is On”, di un anno dopo ancora.

Mezzo milione di copie vendute (dati sempre USA, ovvio) nel primo mese nei negozi (oggi è certificato doppio platino), quaranta settimane nei Top 200 di “Billboard” che arrivava a capeggiare e gli unici altri neri a guardare tutti dall’alto nel ’75 erano Earth, Wind & Fire e Ohio Players. Non solo: il primo singolo tratto dall’album era un numero 1 R&B e 4 Pop. Inaugura il 33 giri, Fight The Power, con mostruoso macinare le cui modernità e popolarità sono state rinnovate in era hip hop dall’omonimo brano dei Public Enemy (nel cui lunghissimo elenco di campionamenti non è però curiosamente compresa). Sono 5’19 che non fanno prigionieri, seguiti dai 5’37” di una title track ebbra di wah wah ed energia funkadelica e dai 6’06” di una Hope You Feel Better Love marchiata a fuoco da una chitarra elettrica per descrivere la quale non si possono usare che due parole: una è “heavy”, l’altra “metal”. Cambi facciata e stenti a credere che sia lo stesso gruppo a prodursi in tre languidissime ballate soul – For The Love Of You, Sensuality e Make Me Say It Again Girl – rispettivamente con influssi jazz, blues e gospel. La prima delle quali formidabile anticipo di quiet storm.

Strepitosa come da tradizione Speakers Corner una ristampa che egualmente fa risaltare la zuccherina seduzione delle voci, una ritmica dallo sferzante al metronomico con swing, una chitarra ferocemente rock. E squisiti dettagli, tipo il flauto che svolazza in For The Love Of You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Dieci canzoni per ricordare Willy De Ville, a dieci anni dalla scomparsa

10) Storybook Love (da “Miracle”, A&M, 1987)

9) Key To My Heart (da “Victory Mixture”, Sky Ranch, 1990)

8) All In The Name Of Love (da”Backstreets Of Desire”,  FNAC Music, 1992)

7) Just To Walk That Little Girl Home (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

6) Demasiado corazon (da “Where Angels Fear To Tread”, Atlantic, 1983)

5) Just Your Friends (da “Return To Magenta”, Capitol, 1978)

4) Lipstick Traces (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

3) Cadillac Walk (da “Cabretta”,  Capitol, 1977)

2)  Love Me Like You Did Before (da “Coup de grâce”, Atlantic, 1981)

1) Spanish Stroll  ( da “Cabretta”, Capitol, 1977)

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War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

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69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

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The Specials – Encore (UMC)

Probabilmente i più sbalorditi sono loro: esce il primo album degli Specials a diciotto anni dal precedente, ventuno dall’ultimo che non fosse una raccolta di cover e, soprattutto, trentanove – !!! – da quel “More Specials” che ne suggellava la breve epopea, tolta la stupenda postilla dell’84 “In The Studio”, che però vedeva il leader Jerry Dammers fare a meno di quasi tutti gli altri e usare una ragione sociale diversa (The Special A.K.A.), e che succede? Dritto al numero 1 della classifica UK. Quando fra il ’79 e l’80 i primi due, epocali LP – l’omonimo e “More” – si arrestarono al quarto e quinto posto e non vale notare che i tabulati delle vendite riportavano mediamente ben altri numeri rispetto agli odierni, che oggi per i conteggi valgono download e streaming e così via: la performance resta impressionante e forse e tanto conterà che il disco è uscito in un momento così particolare per un Regno Unito in ansia per una Brexit sui cui effetti c’è un’unica certezza: comunque vada sarà un insuccesso. E in tempi cupi cresce il bisogno di anticorpi, di voci positive. We Sell Hope, recita il titolo della decima e ultima traccia, pigro incantesimo, saluto ecumenico a uomini e donne di buona volontà.

È un disco riuscito, “Encore”, abbastanza da potersi definire il legittimo erede di “More”, smentendo dunque per la prima volta l’assunto che un gruppo senza Dammers non possa chiamarsi Specials. La voce di Terry Hall, la chitarra ritmica di Lynval Golding, il basso di Horace Panter (i tre membri originali presenti) e una scrittura di apprezzabili qualità e varietà, fra funk e rocksteady, dub poetry e languide ballate profumate di jazz e di soul lo qualificano come tale. Manca quasi all’appello lo ska e va bene lo stesso. Circola a € 3 in più una “Deluxe” con allegato un recente live: merita.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Per gli ottant’anni mancati di Marvin Gaye

Non si fosse fatto suicidare dal padre il giorno prima di compierne quarantacinque, oggi Marvin Gaye avrebbe potuto festeggiare l’ottantesimo compleanno. Ma dubito che ci sarebbe arrivato. Ho scritto di lui un’infinità di volte. Per l’occasione, recupero la recensione di una ristampa di un suo album, una colonna sonora, tanto bello quanto poco considerato. Dal titolo perfetto per una biografia del tormentato autore.

Che il Marvin Gaye più sottovalutato di sempre abiti i solchi di “Here, My Dear”, velenoso doppio a tema con il quale nel 1978 l’autore in un colpo solo liquidava gli alimenti alla ex-moglie e presentava un conto spese da capogiro a quella Tamla Motown di proprietà dell’ex-suocero (mai suicidio commerciale fu pianificato con tanta perfidia), è fuori discussione. Per quanto ultimamente in quel romanzo di un amore andato a male in molti abbiano identificato l’anello mancante, aggiunto a posteriori, fra la black a tutto tondo di “What’s Going On” e il viagra-funk di “Let’s Get It On”. Bel paradosso allora che il secondo Marvin Gaye più sottovalutato sia proprio quello del 33 giri, dato alle stampe nel ’72, che separava nella realtà i due capolavori summenzionati. Se quando si tratta di mettere in fila le colonne sonore classiche del filone blaxploitation quella di “Trouble Man” è quasi sempre citata, ma quasi sempre in posizioni di retrovia rispetto a “Superfly” come a “Shaft” o a “Black Caesar”, nella discografia maggiore del Nostro viene immancabilmente dimenticata e a riascoltarla pare uno scandalo.

Album in verità splendido, che sta in piedi benissimo da solo, pure senza il supporto delle immagini di una pellicola al contrario quanto mai mediocre. Opera in massima parte strumentale, la sola vera canzone essendo una traccia omonima in cui Marvin sciacqua nel blues la sua voce di seta e di sesso, e capace di restare in equilibrio con somma naturalezza fra funk e jazz, soul ed errebì e orchestrazioni degne di un Morricone o di un Axelrod, tanto misurate quanto favolosamente sofisticate. L’edizione per il quarantennale triplica il minutaggio del vinile d’epoca e per una rara volta le bonus le tieni volentieri tutte o quasi e ringrazi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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