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Nascita di una star – Il primo album di Lenny Kravitz

Predestinato a una vita nel mondo dello spettacolo e in particolare in quello della musica? Se il suo amico (ex-collega di studi alla Beverly Hills High School) e quasi coetaneo (è del 1965 e dunque un anno più giovane) Slash può vantarsi di avere avuto David Bowie come babysitter, Leonard Albert Kravitz meglio noto come Lenny può raccontare che, quando compì cinque anni, a cantargli e suonargli l’Happy Birthday To You fu Duke Ellington. Normalità nella casa di Manhattan (si trasferiranno a Los Angeles nel 1974, quando mamma Roxie otteneva una parte ne I Jefferson) dei Kravitz, visto che, oltre che produttore televisivo, papà Sy era un affermato promoter jazz e nomi del calibro di Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Count Basie e Miles Davis erano spesso suoi ospiti. Avrete inteso che si parla di alta borghesia e il giovane Lenny, oltre a crescere circondato dalla musica ascoltata dai genitori (a dieci anni la madre, peraltro un’appassionata di soul, lo mandava a scuola di canto classico presso il California Boys Choir e il ragazzino si ritroverà a cantare Mahler all’Hollywood Bowl, con la Metropolitan Opera), non aveva certo problemi, quando si innamorava del rock, a procurarsi tutti i dischi che voleva. Né ad acquistare strumenti e imparare a suonarli con i migliori insegnanti. A quattordici anni due carriere sembravano aprirglisi davanti: attore (compariva in diversi spot pubblicitari), o turnista. Proprio così: uno che con più di qualche buona ragione è universalmente considerato un esibizionista (“qualità” del resto richiesta se vuoi provare a farti star) inizialmente e per qualche anno pensava a un ruolo dietro le quinte del pop-rock per sé, da fiancheggiatore, non da occupante del centro del palcoscenico. Ma si cresce, si cambia. Nondimeno, infatuato di Prince, il giovanotto seguiva una trafila analoga a quella per cui a suo tempo era passato il suo idolo, estremizzandola anche. In luogo che mettere insieme un gruppo, chiudersi con quello in sala prove e affrontare poi la gavetta dei concerti, partendo naturalmente dalle palestre scolastiche e dai club più scalcagnati, prendeva a registrarsele da sé le canzoni che aveva iniziato a scrivere. Avendo a disposizione per farlo, grazie all’amicizia stretta con un tecnico del suono, Henry Hirsch, che rimarrà il principale dei suoi collaboratori e, va da sé, al capace portafoglio del padre, uno studio professionale. Lì con lavoro certosino iniziato nell’86, suonando quasi tutte le parti strumentali oltre che cantando, metteva pazientemente insieme il demo che nell’ottobre 1988 affidava a Stephen Elvis Smith, supervisore musicale di A Different World, sitcom nata da una costola del Cosby Show con protagonista la ventunenne Lisa Bonet. Oltre che fresca (di un anno prima il matrimonio) signora Kravitz, sua collaboratrice, avendo scritto i testi per due brani. Da parte delle stesse case discografiche che avevano scartato in precedenza la sua musica in quanto ibrido troppo bianco o al contrario troppo black si scatenava un’autentica asta. Imponendosi su Warner, Geffen, Elektra e Capitol, era la Virgin ad assicurarsi le prestazioni del ventiquattrenne. Il sodalizio sarà trentennale e frutterà otto album e un “Greatest Hits”, per un totale che si calcola a oggi di dodici milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti e almeno altrettante nel resto del mondo. Anche se poi il Nostro li ha lasciati, si staranno ancora sfregando le mani.

Avendo in mente il Lenny Kravitz fattosi da un certo punto in poi (senza che la popolarità ne risentisse: anzi!) macchietta volgare di rockstar, autore con il pilota automatico di un repertorio scopiazzato dai classici (qualche segnale di rinascita artistica, ultimamente) e frequentatore del jet set, è necessario essere stati testimoni dei suoi esordi, e avere buona memoria, per ricordare che piacevole sorpresa che fu, quale ventata di aria fresca la sua apparizione alla ribalta. Quanto fu eccitante scoprire un giovane con sulla punta delle dita la storia del rock così come di soul, funk e rhythm’n’blues, che ne padroneggiava i vocabolari con personalità bastante a non appiattirsi affatto su pur lampanti riferimenti. Tant’è che da allora è lui a vantare a sua volta innumerevoli tentativi di imitazione, a essere divenuto un modello di sound da emulare. Se il suo terzo lavoro in studio, “Are You Gonna Go My Way”, pubblicato nel marzo ’93, è stato recentemente oggetto di rivalutazione e non è più visto come l’inizio di una caduta che si farà rovinosa, se il predecessore dell’aprile ’91 “Mama Said” continua a venire considerato all’unanimità il (pur derivativo; ma la qualità della scrittura è stratosferica) capolavoro che è, la Virgin (via Universal) ci ha appena offerto l’opportunità di riascoltare “Let Love Rule”, del settembre 1989, e confermarci nel ricordo che se ne aveva: un esordio coi fiocchi. Spiazzando anche chi, come il sottoscritto, al tempo se lo mise in casa già in forma di LP, ignorando che il CD vantava tre bonus, e si è ritrovato fra le mani un album più lungo di dieci minuti, in forza del recupero di quei tre brani, e diventato quindi un doppio. Prima, ovvia conseguenza, un evidente miglioramento della dinamica rispetto alla copia d’epoca. Né ci si ferma lì (finalmente pure le major sembrano avere imparato come si ristampa in vinile), visto che il supporto è ora silenziosissimo, l’immagine stereofonica più a fuoco, ogni dettaglio si direbbe risaltare con accresciuta vividezza.

Certo: dal punto di vista artistico le canzoni “inedite” sottraggono piuttosto che aggiungere e per quanto graziose – un Blues For Sister Someone scandito da un riff bradipico, la ballata elettro-acustica Empty Hand e lo spigliato rock’n’roll Flower Child – abbassano la media del programma originale. Ma le si prenda come un (insomma… a € 30…) omaggio e si colga l’occasione per tornare a gustare classici autentici come l’hippie funk alla Stephen Stills Sittin’ On Top Of The World e una title track in cui Prince incontra John Lennon, una hendrixiana Freedom Train e una Fear dritta invece dal catalogo del miglior Curtis Mayfield, il soul-blues sentimentale di scuola Stax My Precious Love e il funk-rock con assolo di chitarra elettrica da manuale Mr. Cab Driver.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019.

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L’età aurea (una delle tante) degli Isley Brothers

Sono ancora vivi – quelli che non sono morti: il povero Vernon, che se ne andò adolescente senza assaggiare un briciolo di fama; poi O’Kelly e Marvin – gli Isley Brothers e lottano insieme a noi: faccenda di mesi fa un album che i superstiti Ronald ed Ernie (Rudolph ha da tempo optato per una dorata pensione) hanno tramato in combutta con Carlos Santana. Con esiti a dire il vero modesti da tutti i punti di vista. Lavoro appena piacevole, “Power Of Peace” ha venduto quelle venti-trentamila copie bastanti a fargli guadagnare un modesto numero 64 nella graduatoria USA ed è davvero poca cosa se si pensa ai numeri del buon Carlos, che si congedava dal Novecento con i trenta (!) milioni di copie totalizzati da quella ruffiana fetecchia di “Supernatural” e nel secolo nuovo ha continuato a collezionare dischi d’oro e platino. Ma soprattutto se si ricorda che ancora nel 2003, che nel contesto di una storia così lunga è ieri l’altro, con “Body Kiss” gli Isley Brothers conquistavano la vetta della classifica di “Billboard” e nel 2006 “Baby Makin’ Music” era quinto. Ma, insomma, che abbia perso il tocco magico un gruppo in pista da sessantatré (!!!) anni ci sta. Nel fatidico 1954 l’oggi settantaseienne Ronald, voce inconfondibile, già era parte della compagnia. Chitarrista stellare ed eccelso batterista, il sessantacinquenne Ernie si univa ufficialmente nel 1973, ma in realtà sin dal ’68 la bazzicava. Era un live a sanzionarne l’arruolamento con ogni crisma, era con il successivo “3 + 3” che un complesso già nel terzo decennio di vita entrava in quella che è rimasta la sua epoca aurea, sia artisticamente che commercialmente. Ai fondatori Ronald, Rudolph e O’Kelly si aggiungevano i più giovani Ernie e Marvin e il parente acquisito Chris Jasper (tre più tre, appunto). Trasfusione di sangue fresco che coincideva con l’ennesima metamorfosi di un sound sbocciato all’incrocio fra gospel e rhythm’n’blues, quindi innervato di pop e poi di folk-rock. Era il funk a prendersi la scena, svolta (adombrata sin dal 1969 dalla classicissima It’s Your Thing) ribadita nel ’74 da “Live It Up”. Un successone, ma nulla di paragonabile a “The Heat Is On”, di un anno dopo ancora.

Mezzo milione di copie vendute (dati sempre USA, ovvio) nel primo mese nei negozi (oggi è certificato doppio platino), quaranta settimane nei Top 200 di “Billboard” che arrivava a capeggiare e gli unici altri neri a guardare tutti dall’alto nel ’75 erano Earth, Wind & Fire e Ohio Players. Non solo: il primo singolo tratto dall’album era un numero 1 R&B e 4 Pop. Inaugura il 33 giri, Fight The Power, con mostruoso macinare le cui modernità e popolarità sono state rinnovate in era hip hop dall’omonimo brano dei Public Enemy (nel cui lunghissimo elenco di campionamenti non è però curiosamente compresa). Sono 5’19 che non fanno prigionieri, seguiti dai 5’37” di una title track ebbra di wah wah ed energia funkadelica e dai 6’06” di una Hope You Feel Better Love marchiata a fuoco da una chitarra elettrica per descrivere la quale non si possono usare che due parole: una è “heavy”, l’altra “metal”. Cambi facciata e stenti a credere che sia lo stesso gruppo a prodursi in tre languidissime ballate soul – For The Love Of You, Sensuality e Make Me Say It Again Girl – rispettivamente con influssi jazz, blues e gospel. La prima delle quali formidabile anticipo di quiet storm.

Strepitosa come da tradizione Speakers Corner una ristampa che egualmente fa risaltare la zuccherina seduzione delle voci, una ritmica dallo sferzante al metronomico con swing, una chitarra ferocemente rock. E squisiti dettagli, tipo il flauto che svolazza in For The Love Of You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Dieci canzoni per ricordare Willy De Ville, a dieci anni dalla scomparsa

10) Storybook Love (da “Miracle”, A&M, 1987)

9) Key To My Heart (da “Victory Mixture”, Sky Ranch, 1990)

8) All In The Name Of Love (da”Backstreets Of Desire”,  FNAC Music, 1992)

7) Just To Walk That Little Girl Home (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

6) Demasiado corazon (da “Where Angels Fear To Tread”, Atlantic, 1983)

5) Just Your Friends (da “Return To Magenta”, Capitol, 1978)

4) Lipstick Traces (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

3) Cadillac Walk (da “Cabretta”,  Capitol, 1977)

2)  Love Me Like You Did Before (da “Coup de grâce”, Atlantic, 1981)

1) Spanish Stroll  ( da “Cabretta”, Capitol, 1977)

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War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

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69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

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The Specials – Encore (UMC)

Probabilmente i più sbalorditi sono loro: esce il primo album degli Specials a diciotto anni dal precedente, ventuno dall’ultimo che non fosse una raccolta di cover e, soprattutto, trentanove – !!! – da quel “More Specials” che ne suggellava la breve epopea, tolta la stupenda postilla dell’84 “In The Studio”, che però vedeva il leader Jerry Dammers fare a meno di quasi tutti gli altri e usare una ragione sociale diversa (The Special A.K.A.), e che succede? Dritto al numero 1 della classifica UK. Quando fra il ’79 e l’80 i primi due, epocali LP – l’omonimo e “More” – si arrestarono al quarto e quinto posto e non vale notare che i tabulati delle vendite riportavano mediamente ben altri numeri rispetto agli odierni, che oggi per i conteggi valgono download e streaming e così via: la performance resta impressionante e forse e tanto conterà che il disco è uscito in un momento così particolare per un Regno Unito in ansia per una Brexit sui cui effetti c’è un’unica certezza: comunque vada sarà un insuccesso. E in tempi cupi cresce il bisogno di anticorpi, di voci positive. We Sell Hope, recita il titolo della decima e ultima traccia, pigro incantesimo, saluto ecumenico a uomini e donne di buona volontà.

È un disco riuscito, “Encore”, abbastanza da potersi definire il legittimo erede di “More”, smentendo dunque per la prima volta l’assunto che un gruppo senza Dammers non possa chiamarsi Specials. La voce di Terry Hall, la chitarra ritmica di Lynval Golding, il basso di Horace Panter (i tre membri originali presenti) e una scrittura di apprezzabili qualità e varietà, fra funk e rocksteady, dub poetry e languide ballate profumate di jazz e di soul lo qualificano come tale. Manca quasi all’appello lo ska e va bene lo stesso. Circola a € 3 in più una “Deluxe” con allegato un recente live: merita.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Per gli ottant’anni mancati di Marvin Gaye

Non si fosse fatto suicidare dal padre il giorno prima di compierne quarantacinque, oggi Marvin Gaye avrebbe potuto festeggiare l’ottantesimo compleanno. Ma dubito che ci sarebbe arrivato. Ho scritto di lui un’infinità di volte. Per l’occasione, recupero la recensione di una ristampa di un suo album, una colonna sonora, tanto bello quanto poco considerato. Dal titolo perfetto per una biografia del tormentato autore.

Che il Marvin Gaye più sottovalutato di sempre abiti i solchi di “Here, My Dear”, velenoso doppio a tema con il quale nel 1978 l’autore in un colpo solo liquidava gli alimenti alla ex-moglie e presentava un conto spese da capogiro a quella Tamla Motown di proprietà dell’ex-suocero (mai suicidio commerciale fu pianificato con tanta perfidia), è fuori discussione. Per quanto ultimamente in quel romanzo di un amore andato a male in molti abbiano identificato l’anello mancante, aggiunto a posteriori, fra la black a tutto tondo di “What’s Going On” e il viagra-funk di “Let’s Get It On”. Bel paradosso allora che il secondo Marvin Gaye più sottovalutato sia proprio quello del 33 giri, dato alle stampe nel ’72, che separava nella realtà i due capolavori summenzionati. Se quando si tratta di mettere in fila le colonne sonore classiche del filone blaxploitation quella di “Trouble Man” è quasi sempre citata, ma quasi sempre in posizioni di retrovia rispetto a “Superfly” come a “Shaft” o a “Black Caesar”, nella discografia maggiore del Nostro viene immancabilmente dimenticata e a riascoltarla pare uno scandalo.

Album in verità splendido, che sta in piedi benissimo da solo, pure senza il supporto delle immagini di una pellicola al contrario quanto mai mediocre. Opera in massima parte strumentale, la sola vera canzone essendo una traccia omonima in cui Marvin sciacqua nel blues la sua voce di seta e di sesso, e capace di restare in equilibrio con somma naturalezza fra funk e jazz, soul ed errebì e orchestrazioni degne di un Morricone o di un Axelrod, tanto misurate quanto favolosamente sofisticate. L’edizione per il quarantennale triplica il minutaggio del vinile d’epoca e per una rara volta le bonus le tieni volentieri tutte o quasi e ringrazi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

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