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I migliori album del 2021 (6): Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (7): Aaron Frazer ─ Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Martina Topley-Bird – Forever I Wait (Self Produced)

Sceglie un titolo appropriato per la prima sortita in undici anni Martina Topley-Bird: album che è il suo quinto ma bisogna ricordarsi che il secondo (“Anything””, del 2004) non era che l’edizione americana scorciata di tre canzoni del primo (“Quixotic”, del 2003) e il quarto (“Some Place Simple”, per l’appunto del 2010) una collezione “unplugged” di undici pezzi già noti con a integrarla appena quattro altrimenti inediti. È insomma un catalogo assai smilzo quello di colei che inconsapevolmente si consegnava per sempre agli annali del pop (pop?) del Novecento facendo da ambiguamente angelico contraltare al demonio Tricky nell’esordio capolavoro di costui “Maxinquaye” (1995; Martina aveva vent’anni e la collaborazione era avviata da due) e nei successivi, quasi altrettanto memorabili ed epocali, “Nearly God”, “Pre-Millennium Tension” e “Angels With Dirty Faces”. Relazione che oltre che artistica era sentimentale e da cui nasceva una figlia, scomparsa suicida nel 2019, ventiquattrenne.

Tragedia che non sembra riverberarsi, per il semplice fatto che il disco era allora già in larghissima parte composto e (parrebbe; a parte che alcuni arrangiamenti sono opera di Robert del Naja dei Massive Attack e tolti i nomi di alcuni altri ospiti non ci sono informazioni al riguardo) anche registrato in precedenza. È un disco di livello con il piccolo torto di uscire come da una capsula temporale (metà ’90, ovvio). Paga inoltre il suo avere pochi cambi di passo: un unico vero, con la danzabile Game a separare il soul-blues dagli inferi Love dalla cupa narcolessia di Free. Proprio alla fine arriva però una canzone straordinaria, Rain, per voce e quartetto d’archi. Da sola gli fa guadagnare almeno mezzo voto in più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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Yola – Stand For Myself (Easy Eye Sound)

Se ha un difetto o meglio un problema, “Stand For Myself”, è che deve fare i conti con lo stratosferico “Walk Through Fire”, che nel 2019 lasciava molti attoniti dinnanzi a un debutto che pareva sbucare dal nulla. Quando in realtà l’artefice, l’allora trentacinquenne Yolanda Quartey, da Bristol e non da Memphis o comunque dal profondo Sud degli States come si scommetterebbe ascoltandola, aveva già alle spalle una lunga carriera da corista (Massive Attack e Chemical Brothers) e da cantante dei Phantom Limb (due i lavori in studio e un live). Più profeta allora nella sua patria ideale che in quella vera, la signora: ben quattro le candidature ai Grammy e fra esse una nella categoria “Best Americana Album” e due, per Faraway Look, nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” (la quarta? “Best New Artist”). Il che ingenerava però un grosso equivoco e non valeva a giustificarlo che il disco fosse stato inciso a Nashville: che si trattasse di country quando il country è sì presente ma è indubitabilmente alla voce “soul” che Yola va catalogata.

Prodotto come l’esordio da Dan Auerbach dei Black Keys, “Stand For Myself” si presenta con una copertina che fa sospettare che per l’artista sia cambiato il decennio di riferimento, i ’70 e non più i ’60. Il che non è. Fra i dodici brani in scaletta giusto una Dancing Away In Tears gustosamente da Studio 54 va in tale direzione. Il resto ricalca il predecessore, con apici nella ballatona Barely Alive, nell’errebì al galoppo Diamond Studded Shoes, in una Great Divide sentimentale con afflato gospel, nella scheggia di Stax Break The Bough, nella grintosa e conclusiva traccia omonima. Manca solo l’effetto sorpresa, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

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Los Lobos – Native Sons (New West)

L’ultima collezione di inediti per il gruppo che esordiva nel 1978 con “Just Another Band From East L.A.” (salvo di fatto debuttare di nuovo cinque anni dopo, non più combo folk ma gruppo rock, con il mini “…And A Time To Dance”) resta “Gates Of Gold”, AD 2015. Non gli dava un seguito nel 2019 “Llego Navidad”, raccolta di brani natalizi uno solo dei quali scritto dalla coppia Hidalgo/Pérez. Farina al solito saporita del loro sacco anche qui un’unica traccia, la quasi omonima Native Son, bluesone un po’ Ben E. King e un po’ di più B.B. King. Le altre tredici sono cover e dunque nemmeno questo disco in senso stretto può essere detto il successore di “Gates Of Gold”. O no? In fondo nell’88 “La pistola y el corazón” era composto in larghissima parte da pezzi della tradizione chicana. Ed è del 2002 il delizioso “Los Lobos Goes Disney”. Decida il lettore, il cultore.

Il primo sappia che naturalmente altri sono gli album da avere dei Losangeleni, qui impegnati in un omaggio alla città che è forse l’unico luogo al mondo in cui avrebbe potuto prender forma un progetto siffatto. Il secondo già avrà apprezzato e sviscerato una scaletta che si muove fra soul (l’accorata Misery che fu di Barry Strong e la struggentemente, rabbiosamente epica The World Is A Ghetto che fu dei War) e psichedelia (For What It’s Worth, Buffalo Springfield), rock’n’roll (Flat Top Joint, Blasters) e altri scorci da American Graffiti (Farmer John di Don & Dewey, Where Lovers Go dei Jaguars), rumba (Los Chocos suaves, Lalo Guerrero y Sus Cincos) e latin jazz (Dichoso, Willie Bobo). Che conferma sfrenatamente errebì i Thee Midniters di Love Special Delivery e inietta di blues e doo wop i Beach Boys di Sail On, Sailor.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

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Prince – Welcome 2 America (NPG/Sony)

Dopo una morte che lo coglieva per una tragica fatalità il 21 aprile 2016 e risultava duplicemente intempestiva (non aveva che cinquantasette anni e gli ultimi nove erano stati assai sottotono rispetto a una discografia in precedenza con pochi inciampi e molti capolavori), ci si attendeva con timore più che eccitazione un diluvio di uscite postume dell’uomo nato Prince Rogers Nelson. Uno che come Jimi Hendrix in sala di incisione letteralmente viveva, come niente completava un brano ogni giorno o notte che fosse e altri ne abbozzava e per farlo aveva avuto a disposizione tre decenni in più. Finora ci era però andata di lusso: se dei demo raccolti nel 2018 in “Piano And A Microphone 1983” si sarebbe potuto fare a meno, risultava un’aggiunta preziosa al catalogo nel 2019 la collezione di versioni “Originals” di canzoni scritte per altri e lasciavano a bocca aperta non solo per la quantità mostruosa di inediti recuperati ma per l’eccezionale qualità complessiva le riedizioni superespanse di “1999” e “Sign O’ The Times” (2019 e ’20, cinque e otto CD).

Ci era andata di lusso. Finora. Prince registrava “Welcome 2 America” nel 2010 e poi lo accantonava. Quasi nessuno dei dodici brani è stato mai suonato dal vivo, due ricevevano un minimo di esposizione su radio e TV ma solo i collezionisti più accaniti ne serbavano memoria, altri due finivano (rielaborati) in “HITnRUN Phase Two”. Tutto qui e ci sarà stata una ragione, no? L’unico recupero di cui essere grati è Hot Summer, incrocio Cars/B-52’s tanto fuori tempo massimo quanto irresistibile. Non male una traccia omonima che apre alla Gil Scott-Heron, decenti l’electro-funk Running Game e una petulante, con inserto rap, Same Page, Different Book. Il resto è minutaglia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

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Daniel Lanois – Heavy Sun (eOne)

Canadese con New Orleans nel cuore, Daniel Lanois da sempre deriva la più parte di redditi e fama dall’essere innanzitutto produttore. D’altra parte: non aveva che diciannove anni quando nel 1970 assemblava nella lavanderia materna (ad Hamilton, Ontario) uno studio di incisione dove cominciava a registrare band locali. Il suo cv era arrivato ad annoverare una quindicina di lavori quando nell’83 Brian Eno lo prendeva sotto la sua ala protettrice. Prima di stupire esordendo in proprio nell’89 con “Acadie”, debutto di tale abbagliante bellezza da mettere un po’ in ombra tutto quanto ha pubblicato in seguito (un peccato), aveva già messo la firma su capolavori quali “The Unforgettable Fire” e “The Joshua Tree” degli U2, “So” di Peter Gabriel e l’omonimo primo album da solista di Robbie Robertson, mentre in quello stesso favoloso anno curava la regia anche di “Oh Mercy” di Bob Dylan e “Yellow Moon” dei Neville Brothers. Da allora ha contribuito a forgiare diversi altri classici. Ma non lo è pure il summenzionato “Acadie”?

Prematuro etichettare come tale anche “Heavy Sun” e tuttavia che sia uno dei vertici di un catalogo di rara consistenza appare subito indiscutibile. È il disco gospel del Nostro, passione antica che naturalmente consolidò e affinò lavorando con gli immensi Neville Brothers il cui modello di funkitudine caratterizza “Heavy Sun” sin dall’iniziale, programmatica Dance On. Che suoni da paura va da sé, ma a renderlo un’esperienza d’ascolto esaltante sono la scrittura e le voci. Un organo che svisa con senso del groove irresistibile. Gli incastri di una ritmica che gioca a rimpiattino fra percussioni “vere” ed elettroniche, Africa, Louisiana e Brasile. La chitarra che jazzeggia. Tutto, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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Posseduto – Il Van Morrison di “Astral Weeks”

Non avrai altro Van Morrison all’infuori di questo? Un’opzione. Per quanto se ne possa trovare di memorabile in una produzione che per vent’anni si manterrà immacolata, qualche capolavoro ancora, diversi titoli eccelsi e anche nei meno riusciti una straordinaria ordinaria amministrazione, un guizzo o due o tre di trascendenza. Questione di alterità più che di superiorità, giacché paragoni e classifiche si fanno fra affini e non vi è altro Van Morrison che possa essere sistemato nella casella di “Astral Weeks”. Tant’è che per lunghissimo tempo, fin quando nel quarantennale dell’uscita l’autore non deciderà di proporlo integralmente (mischiandone però il programma) in una serie di spettacoli che diverranno anche un disco, nelle scalette dei concerti un unico fra i suoi otto brani – Cyprus Avenue – troverà spazio, immancabilmente come congedo. Tant’è che nei vari “Best Of” (quelli seri, quelli a loro volta classici) soltanto Sweet Thing verrà ripresa e questa però mi è sempre parsa una bizzarria: perché non anche The Way Young Lovers Do? Che il massimo esegeta di Van Morrison – Greil Marcus, per il quale “Astral Weeks” è l’album della vita; lo era pure per Lester Bangs e in simile compagnia mi sento nano sulle spalle di giganti – ha sempre schifato. Jazzetto nei dintorni della lounge, disdegna, e non glielo si può perdonare. Nondimeno è posizione coerente per uno che ha da ridire anche su Brown Eyed Girl, che per me è “la” canzone di Van The Man che era allora Van The Boy. Più che un 45 giri, quello che ne inaugurava la carriera solistica, una pozione magica la cui assunzione quotidiana propugno come ideale per mantenersi per sempre giovani e in buona salute, nell’anima; probabilmente anche nel corpo, visto il tuffo al cuore che invariabilmente mi coglie alle prime battute e sul serio è come se il muscolo cardiaco improvvisamente si ossigenasse meglio. Avete presente che effetto vi fece la prima volta vedere Lei o Lui? Ecco. Nel battito di mani e nel trillare della chitarra elettrica, nella melodia ascendente a incrociare la linea di basso, nel ritornello che deflagra dolcissimo e impossibilmente esuberante, Brown Eyed Girl racchiude l’eccitazione del più spensierato dei primi amori come a ben poche altre canzoni è mai riuscito. Quando poi non è nemmeno “caro diario” ma già ricordo e rimpianto. Basterebbe da sola – da sola! – a guadagnare al cowboy di Belfast un posticino nell’Olimpo dei grandi del pop-rock e, fermandosi alla scintillante superficie, Marcus non coglie che la ragazza è una versione sedicenne della quattordicenne di Cyprus Avenue, della diciottenne di The Way Young Lovers Do, della ventenne di Astral Weeks la canzone, della ventitreenne che alla fine di “Astral Weeks” l’album allungherà un’ombra di morte su Slim Slow Slider. Una ex-sweet little sixteen definitivamente corrotta dal suo grown up blues e quel vecchio pervertito di Chuck Berry era uno che la sapeva lunga.

Ma mi sto contraddicendo? Sì e no e non più di un Greil Marcus che, consciamente o meno, anela ad “Astral Weeks” in ogni altro Van Morrison esistito e quando in effetti c’è a volte non se ne accorge. È chiaro che a cercarne tracce le trovi – ovviamente, essendo l’artefice lo stesso – e tuttavia e come intuito da subito, per quanto confusamente, dall’artista medesimo, che con la sua creazione suprema impiegherà decenni a venire a patti, è questa un’opera che fa categoria a sé. Nell’intero canone di una popular music che non annovera altri dischi capaci di intrecciare così inestricabilmente folk, blues, jazz e cameristica e testi che optano in più frangenti per lo stream of consciousness. In quello del nostro uomo, che gli elementi di cui sopra non smetterà più di usarli ma alterando le proporzioni, aggiungendo vaudeville, rhythm’n’blues, soul, rock di varia natura, ricercando – e nei suoi momenti più felici trovando – equilibri affatto diversi. C’è “Astral Weeks” e c’è tutto l’altro Van Morrison. Dovendo proprio naufragare sull’isola che non c’è, potendo mi metterei in borsa anche Brown Eyed Girl, “Moondance”, “Saint Dominic’s Preview”, “It’s Too Late To Stop Now…”. Naturalmente i Them. Potendo. Se no, datemi “Astral Weeks” e amen. Non conosco altri album – di nessuno – nei quali si parli in lingue.

A volte non sei altro che uno strumento in mano a forze indefinibili. Accade in taluni canti nomadi come nelle musiche primitive africane. Sei come posseduto.” (Van Morrison, in una conversazione del 1977 con Ritchie Yorke)

…è un disco con al centro persone completamente sopraffatte dalla vita, imprigionate nei loro stessi corpi, nei loro anni, nel loro essere più intimo, paralizzate dall’enormità di quanto, in una visione di un attimo, sono riuscite ad afferrare.” (Lester Bangs, da Stranded: Rock And Roll For A Desert Island, 1979)

A proposito di isole deserte e di Lester Bangs (e dopo avere annotato, en passant,che in quella storica antologia nella quale venti critici americani venivano chiamati a raccontare il loro album da salvare Van Morrison era l’unico artista a comparire con due titoli: M. Mark sceglieva “It’s Too Late To Stop Now…”): riferisce Lester di essere più di una volta quasi venuto alle mani con questo o quell’amico per avere sostenuto come una tematica pedofila sottenda una parte consistente della produzione giovanile del cantautore irlandese. L’argomento è scabroso, il terreno scivoloso e spero di non essere equivocato. Tecnicamente parlando, aveva ragione. Non si scappa e basti rileggere quanto scrivevo poche righe fa. Ricordando però che ogni epoca e cultura assegnano limiti diversi alla liceità di amore e sesso fra chi è adulto e chi adulto non è. Che il nostro George Ivan aveva lui stesso diciannove anni al tempo di Gloria, ventidue quando pubblicava Brown Eyed Girl, ventitré appena compiuti quando metteva mano ad “Astral Weeks”. Sebbene già avesse vissuto esistenze intere e non possa dirsi giovane l’uomo che fa la posta, seduto in un’auto in un viale di Belfast, alla ragazzina “so young and bold”. Sua salvezza e dannazione insieme che non riuscirà mai a dichiararsi e, per quanto il suo “my t-tongue gets tied every, every, every time I try to speak” possa richiamare il parimenti indimenticabile “the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta” di Nabokov, siamo all’esatto opposto: estasi e terrore contro voluttà. Non concretizzandosi, addirittura non appalesandosi mai, l’amore di Cyprus Avenue si conserverà suo malgrado puro, ineffabile, laddove Lolita è un precipitare negli abissi che sappiamo, l’inferno in terra prima di un inferno altrove. Quell’uomo che forse è il nostro uomo e forse no patirà un dolore diverso, mai in transito dalla disperazione all’abiezione.

Prosegue per altre 17.662 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.180, maggio 2013.

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Nick Waterhouse – Promenade Blue (Innovative Leisure)

Attacco la recensione del quinto album dell’artista californiano sapendo che a scriverla impiegherò meno tempo di quanto ne abbia dedicato (invano) a cercare di risolvere il mistero delle due tracce in coda al promo lossless in mio possesso assenti dalle scalette di CD e 33 giri, fuori dal 9 aprile. Saranno dei lati B? Sia come sia, che peccato che il nostro uomo (non nuovo a scelte autolesionistiche: anni fa pubblicava una stupenda rilettura “vintage” di Smooth Operator di Sade solo in formato liquido) non abbia incluso nel “Promenade Blue” che potrete ascoltare le sue versioni ─ la prima piuttosto fedele all’originale, con un tocco di raffinatezza in più che non le sottrae un’oncia di energia; la seconda viceversa a stento riconoscibile, rivisitata com’è alla Ben E. King ─ del classico garage-punk dei Seeds Pushing Too Hard e di Spanish Is The Loving Tongue di Bob Dylan.

Anche nella versione di undici brani (che dovrebbero essere tutti autografi) “Promenade Blue” è in ogni caso raccomandabile a chiunque, avendo in casa i capisaldi del soul dell’era aurea, apprezzi il filone revivalista cui l’oggi trentacinquenne Nick Waterhouse si iscriveva sin dal debutto del 2012 “Time’s All Gone”. Risultandone da subito uno dei migliori esponenti per la sapienza con cui miscela senza richiamarsi a nessuno in particolare le più varie influenze (aggiungendo blues e jazz q.b.) e per una penna spesso assai ispirata. Qui in particolare in una Place Names che reinventa Brian Wilson in chiave Phil Spector, nello sferzante errebì Vincentine, nella latina Silver Bracelet, nello stiloso strumentale jazzato Promène bleu e in B. Santa Ana, 1986, dal micidiale groove tastieristico. Ai dischi prima avevo sempre dato 7,5. Questo sarebbe stato da 8 se solo…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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