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Un blues per Otis, che ci lasciava cinquant’anni fa

Assai diverse le circostanze delle premature scomparse (ventiseienne l’uno, ventisettenne l’altro), le vicende artistiche di Otis Redding e Jimi Hendrix questo hanno in comune oltre al trionfo al “Monterey Festival” del 1967 poi immortalato in un 33 giri condiviso: che si consumarono in un triennio appena (quella del secondo cominciava mentre quella del primo finiva) e che i due furono prima di Prince gli ultimi artisti di colore ad avere un impatto forte sul pubblico ormai quasi esclusivamente bianco del rock. Scavando altro si trova: ad esempio che Otis iniziò la sua carriera imitando il concittadino (Macon, Georgia) Little Richard e che Jimi ebbe i primi assaggi di gloria proprio suonando con l’uomo di Tutti Frutti. Sono però curiosità e ciò che conta è quanto si diceva riguardo al rapporto con la platea bianca. Il chitarrista la conquistò con geniale pirotecnia, il cantante con un non meno geniale e istintivo ecumenismo. Paradigmatica a tal riguardo la scaletta di quello che tanti ritengono l’album soul per antonomasia, “Otis Blue”: tre riletture che passano al vaglio ogni Sam Cooke possibile (da quello sentimentale di Wonderful World a quello politicamente consapevole di Change Gonna Come per tramite del ballo sfrenato di Shake), del sofisticato soul virato pop (My Girl dei Temptations) e dell’altro più terrigno (Down In The Valley di Solomon Burke e You Don’t Miss Your Water di William Bell), un classico del blues elettrico (Rock Me Baby di B.B. King) e una versione propulsa da fiati stentorei di uno dei successi rock del momento (Satisfaction).

Per arrivare a undici bisogna aggiungere i tre originali: l’atavica sofferenza di Ole Man Trouble cui fa da contraltare il proclama di fierezza di Respect; lo struggente peana d’amore I’ve Been Loving You Too Long. Esito: un classico insieme appieno del suo tempo e fuori dal tempo. La quintessenza del soul sudista. In un mondo migliore di questo, quell’aereo non è mai caduto e Otis ha cambiato la storia della musica popolare del XX secolo molto più di quanto non gli permise un destino cinico e baro.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Otis Redding periva il 10 dicembre 1967 nello schianto dell’aereo che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto. Con lui morivano quattro dei cinque componenti della band che lo accompagnava, i Bar-Kays. Lui aveva ventisei anni, tre mesi, un giorno.

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Tricky – Ununiform (False Idols)

Suo tredicesimo album oppure decimo da solista (escludendo dal conto il progetto Nearly God e un paio di collaborazioni con altri artisti) “Ununiform” è in ogni caso presentato dallo stesso autore come la prima realizzazione “vera” dacché tre anni fa si trasferì a Berlino. Trasloco niente affatto dettato dalla fama della capitale tedesca di attuale mecca europea del nightclubbing. Anzi! Città nuova, vita nuova. “Mi piace qui perché non conosco nessuno. Mangio cibo sano, faccio lunghe passeggiate, vado in bici. Ho smesso di bere, la mattina mi alzo alle nove e la sera alle undici sono a letto. A qualcuno potrà sembrare una vita noiosa, ma non sto facendo altro che prendermi cura di me stesso.” Fermamente intenzionato a invecchiare (il traguardo del mezzo secolo è vicino), ora che è venuto a patti con il fatto che il primo ricordo da bambino sia quello del corpo della madre (suicida quando lui aveva quattro anni) adagiato nel feretro. Di “Ununiform” (inciso maggioritariamente a Berlino, tranne quattro tracce registrate a Mosca con ospiti vari protagonisti della scena hip hop locale), Tricky è soddisfatto: “È il mio primo disco da molto tempo in qua che non ho fatto per pagare dei debiti, niente più tasse arretrate ed ecco perché è così rilassato”, racconta. Ove quel “rilassato” va naturalmente inteso nell’accezione trickiana del termine, cioè in rapporto all’artista titolare del downtempo (stile di cui fu, con i Massive Attack, fra gli ideatori) più luciferino di sempre.

Nuovo atto della rinascita inscenata negli anni ’10 dopo un inizio di millennio opaco, l’album sciorina il consueto campionario di voci femminili da urlo, un sound spesso alla “Maxinquaye” e due sorprese: la electro schiacciasassi Dark Days e una cover delle Hole, Doll Parts.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Algiers – The Underside Of Power (Matador)

Erano “roba inaudita” i materiali che nel giugno 2015 davano vita all’omonimo esordio di quell’allora trio e oggi (con la significativa aggiunta di un batterista) quartetto (formalmente di Atlanta ma disperso fra la città della Georgia, New York e Londra). Perché nessuno aveva mai pensato – perlomeno: non in tale forma – a creare un simile “connubio fra le radici più remote della musica afroamericana, ovvia dote del cantante, il nero Franklin James Fisher, e la lezione di una new wave giunta (si pensi ai P.I.L. del “Metal Box”) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock”. Così si provava a raccontare “Algiers” nella recensione di apertura di questa sezione di “Audio Review”, numero 364 per chi vuole recuperarla. “Disco del mese”, benché portatore (in)sano di sonorità magari poco frequentate dal lettore medio della rivista, proprio per premiare l’eccezionale originalità – oltre che qualità – della proposta.

Due esatti anni dopo, a tenere da conto soltanto la seconda si sarebbe potuta tranquillamente bissare la scelta e, se non lo si è fatto, è giusto perché è naturalmente venuto a mancare l’effetto sorpresa. Ma davvero? In realtà dall’industrial funk dell’iniziale Walk Like A Panther al gospel post-punk di The Cycle/The Spiral/Time To Go Down, che una quarantina di minuti dopo chiude le spastiche danze, non ci si annoia mai e valga come paradigma dell’opera tutta una A Hymn For An Average Man che si porge in forma di valzer e si evolve in una sorta di incubotico, dissonante prog. Due miei personali apici: lo spiritual girato gotico Cleveland; l’ultracinematografica e orrorosa Plague Years. Due suggerimenti per dj coraggiosi: i Suicide che incontrano i Temptations della traccia omonima; una Death March che sa di Depeche Mode.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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Sei anni senza Amy Winehouse

Tutti a scrivere, quando assai prevedibilmente ma ancora più intempestivamente Amy Winehouse ci lasciò, il 23 luglio 2011, di un nuovo ingresso nel famigerato “club dei 27”. Quello delle rockstar morte prima di arrivare a festeggiare il ventottesimo compleanno. Ma… c’è un grosso “MA”, prima di un “mah” grosso così. Brian Jones morì a ventisette anni, ma contate quanti LP avevano già pubblicato i Rolling Stones e provate a immaginarveli senza il suo apporto. Jimi Hendrix morì a ventisette anni, avendo però non solo dato alle stampe tre album in studio (uno dei quali doppio) e un live, ma anche accumulato centinaia di ore di registrazioni inedite. Materiale bastante a confezionare una discografia postuma che, considerando solo l’essenziale, triplica almeno quanto mandò nei negozi in vita. Janis Joplin morì a ventisette anni, ma a quel punto aveva già in cv due 33 giri con Big Brother & The Holding Company e due da solista, il secondo dei quali uscirà postumo ma era comunque di fatto completo al momento della dipartita dell’artefice. Jim Morrison morì a ventisette anni, ma a guardare la sua vicenda artistica in retrospettiva – ben sei i lavori in studio licenziati dai Doors, più un doppio dal vivo – pare chiaro che una fase si era chiusa e, fosse vissuto, se ne sarebbe aperta un’altra. E anche Kurt Cobain morì (non per un incidente conseguenza di uno stile di vita pericoloso, lui) ventisettenne, avendo tuttavia consegnato in precedenza agli annali del rock tre lavori (più un’antologia di assortite curiosità) con i Nirvana e registrato un “Unplugged” per MTV. Vogliamo risalire a un’epoca pre-rock’n’roll? Pure Robert Johnson salutò questo mondo prima di spegnere la ventottesima candelina, ma è una bella consolazione per noi posteri che praticamente ogni singolo brano che ci ha lasciato (in vita pubblicò una dozzina scarsa di 78 giri) sia un classico che ha contribuito a plasmare, in differita di un quarto di secolo, il rock come si è disegnato da metà anni ’60 in poi. Mentre Amy… Quando morì di male di vivere l’ultimo album datava già quasi cinque anni ed era appena il secondo. Su quantità e qualità degli inediti rimasti nei cassetti la dice lunga lo scadente “Lioness: Hidden Treasures” e se da allora un’industria famelica non è ulteriormente passata all’incasso almeno con un live vuol dire che non esiste nulla di pubblicabile. Ed è questa, parlando di musica e mettendo dunque per un attimo da parte una vicenda biografica tristissima, la vera tragedia. La Winehouse è rimasta un’incompiuta. Un progetto mai concretizzatosi appieno di grande artista.

Del debutto datato ottobre 2003 “Frank”, che non è l’oggetto di questa pagina, questo soltanto dirò: che è un signor disco (paradossalmente: oggi sottovalutato quanto venne acclamato all’uscita) e che però fotografa una Amy parecchio diversa da quella che sarebbe quasi certamente diventata, non si fosse ammazzata di droghe e alcool. Nei suoi solchi una novella Billie Holiday (ventenne!) che prova a reincarnarsi in Macy Gray ed è esercizio di stile strepitoso ma, appunto, esercizio. Occasionale il trapelare di un sentimento autentico. Laddove da “Back To Black”, che gli andava dietro quasi esattamente tre anni dopo, a strizzarlo gocciola sangue. Le due canzoni più istantaneamente memorabili sistemate in apertura e in chiusura e naturalmente a riascoltarle dopo quanto accaduto fanno tutt’altro effetto: l’errebì gioioso innervato di profanissimo gospel Rehab non pare più il grido allegro di una monella che si gode la vita spericolata come fosse un privilegio della sua età, perché per crescere e mettere la testa a posto c’è (dovrebbe esserci) sempre tempo; idem Addicted, quasi parimenti serrata e ludica, come un recupero di Inghilterra “cool” metà ’80 (una Sade decisamente più negra perché ebrea) e insieme una Don’t Bogart Me per la generazione dell’ecstasy. Come ebbi a scrivere altrove, sull’onda dell’emozione per una delle tragedie più annunciate di sempre, “Back To Black” è un ossimoro: un capolavoro imperfetto. Un disco con diverse canzoni eccezionali, a partire dalle due succitate, ma che dà netta l’impressione che di opera di transizione trattavasi. Di momento di passaggio in cui l’anatroccolo jazz ancora non si era del tutto trasformato in un cigno soul. Se quello avrebbe poi volato con le ali di un tipico sound anni ’60, o piuttosto di un suo aggiornamento all’era del trip-hop, non lo sapremo mai. Altre cose in ogni caso meravigliose oltre a una traccia omonima evocazione mozzafiato di Shangri-Las: una You Know I’m No Good in cui Billie diventa Aretha; un’affranta Love Is A Losing Game; una Tears Dry On Their Own in scia alla classicissima Ain’t No Mountain High Enough; una Wake Up Alone che pare Sam Cooke che si dà al blues; una He Can Only Hold Her da Impressions maggiori.

A proposito di Sam Cooke… Ad appena un anno dall’uscita originale, cavalcandone il successo clamoroso la Island approntava un’edizione “Deluxe” di “Back To Black” con aggiunto un secondo, gustosissimo dischetto e due erano principalmente le ragioni per catturarlo: la prima, un’irresistibile versione “in levare” di Cupid; la seconda una demo di Love Is A Losing Game solo voce e chitarra acustica al confine fra lo struggente e lo straziante. Il generoso resto mancia comprende una Valerie in ginocchio da Aretha (di nuovo), tre squisiti scampoli di epopea 2-Tone e lo Spector non nascosto dietro un Wall of Sound di una To Know Him Is To Love Him oltre il malinconico. Mica robetta, insomma, e un’ottima scusa per porre mano al portafoglio e scucire quei trenta euro (o poco più) che vi costerà portarvi a casa in doppio vinile fresco di stampa quest’edizione allargata del secondo Amy Winehouse. Da applaudire: l’ottima resa sonora, un sound caldo quando dettagliato, una prospettiva scenica convincente e la magica voce resa al meglio. Da censurare: che alla Universal non abbiano ritenuto opportuno spendere quei pochi centesimi in più per due buste antistatiche. I conseguenti scrocchi per l’accumulo di elettricità rischiano di sciupare un piacere d’ascolto che sarebbe, se no, totale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

La classe non è acqua, lo stile solo chi ce l’ha può darselo e, almeno a volte, puoi cominciare a giudicare un libro, o un disco, sin dalla copertina. Ad esempio tiri su questo quarto album degli Heliocentrics – e anzi ottavo contando come vanno contati quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles – e, posto di fronte al solito artwork strepitoso (il bello è che sono uno diversissimo dall’altro e tutti un po’ fanno intuire cosa si ascolterà), già sai che non potrà che essere stupendo. E infatti… Il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto continua a non sbagliare un colpo, un centro via l’altro da quel “Out There” che, esattamente dieci anni fa, cominciava a delineare un sound proteiforme: capace di collegare (tutte influenze dichiarate) James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra (chiaramente omaggiato nella ragione sociale), David Axelrod. Aggiungete attitudine psichedelica e devozione per il krautrock, una fascinazione totale per il Miles Davis elettrico come per l’Herbie Hancock cosmico. E poi trasportate il tutto nell’era dell’hip hop (in curriculum, all’inizio, anche una collaborazione con DJ Shadow) e del downtempo. Shakerate.

“World Of Masks” decolla su tangenti di soul astrale con Made Of The Sun e atterra con il raga frenetico di The Uncertainty Principle. Bisognerebbe citare praticamente tutto quanto sta in mezzo, si tratti di un’ultralisergica Time o di una traccia omonima che parte alla Charles Mingus e poi arabeggia, di una stralunatissima The Silverback o del serrato funky Square Wave. Spazio finito. Ne resta a sufficienza per segnalare i rimarchevoli apporti vocali di una nuova collaboratrice, la slovacca Barbara Patkova.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Un Lenny Kravitz magari da recuperare

Sarà che era il disco che lo rendeva una megastar e per un certo pubblico in Italia il successo è il più imperdonabile dei peccati. Sarà che arrivava dopo un esordio già spettacolare (“Let Love Rule”, dell’89) e un indiscutibile capolavoro (“Mama Said”, del ’91). Fatto è che sin dall’uscita quello che fu il terzo album in studio di Lenny Kravitz, di cui viene adesso approntata per il ventennale una riedizione superallargata, è nella volgata comune quello che segnava il principio di un declino artistico subitaneo e rovinoso quanto l’ascesa mercantile era trionfale. Da lì a breve quel pubblico guarderà a Kravitz come a una macchietta e, va detto, con più di un’ottima ragione. Pressoché tutta la produzione successiva è indifendibile, in testa quel “5” che collezionava ori e platini.

Riascoltato dopo tantissimo, “Are You Gonna Go My Way” si appalesa invece assai meglio di quanto non fosse nel ricordo. Magari difettoso di quell’estro capace di riscattare i predecessori da ogni accusa di copia conforme, quando degli evidenti modelli – Sly Stone, Curtis Mayfield, Hendrix, Lennon – sono eccezionalmente abili nel mischiare i DNA, ma altrettanto sicuramente ancora generoso di canzoni brillanti. Tipo una traccia omonima e inaugurale che macina hard da paura, tipo il secco funk Come On And Love Me, o ancora un’ultrasentimentale Black Girl, o un’ultrapsych My Love. Ulteriore e positiva sorpresa è che il gruzzoletto di lati B recuperati per l’occasione sia di un livello medio che mai ti saresti atteso (svetta il blues in odore di… Barry White di For The First Time). Viceversa prescindibile un secondo disco di versioni acustiche, demo, inediti un po’ così.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013. Lenny Kravitz compie oggi cinquantatré anni.

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Prince, nel secolo nuovo

Esattamente un anno a oggi Prince se ne andava: dipartita quantomai intempestiva sia per un’età ancora non certo veneranda che perché lasciava come involontario congedo una sequela di album così così o francamente orrendi, quando il suo inizio di secolo nuovo era stato favoloso. Qui recupero le recensioni di cinque suoi lavori pubblicati fra il 2004 e il 2015.

Musicology (NPG/Columbia, 2004)

Il modo peggiore per accostarsi a questo disco con la certezza di non valutarlo poi affatto per quanto vale, che non è poco, è rimproverare al suo artefice di non essere più uno snodo cruciale del pop come lo fu negli anni ’80 e ancora appena oltre, fino al superlativo “& The New Power Generation” che è del 1992. A parte il fatto che da un dato punto di vista non è per niente vero – in quanto a influenza l’uomo di Minneapolis è centrale adesso più di quanto non fosse nella sua età aurea, visto il peso degli eredi: OutKast, Felix Da Housecat, Cody ChesnuTT, N.E.R.D., per non nominarne che alcuni – sarebbe un po’ come rinfacciare al Bob Dylan che tira fuori un “Time Out Of Mind” di non essere importante quanto all’epoca di “Highway 61 Revisited”. Come se il tempo si potesse fermare, come se a chi ha inscenato rivoluzioni non fosse poi consentito non dico un tranquillo tran-tran ma il licenziare lavori semplicemente eccelsi, non copernicani rivolgimenti, non fughe nel futuro. Colui che da qualche tempo possiamo di nuovo chiamare Prince verrà ricordato per “Musicology” se sarà su un album o due o tre che si concentrerà il ricordo? No di certo. “Musicology” è un grande disco e nello specifico un grande disco di Prince? Assolutamente sì. È un grande ritorno? No, ma soltanto perché Prince non se n’era forse mai andato (giocava a nascondino, quello sì, e noi eravamo distratti: capita) e se se n’era andato aveva già cominciato a tornare nel 2001 con il lunare, schizofrenico e a tratti genialoide “The Rainbow Children”. È rientrato in alveo major e questo lo rende di nuovo visibile: ottima cosa.

Ecco: volendo a tutti i costi muovere una critica a “Musicology” si può annotare che della precedente prova in studio, cui peraltro è superiore, non ha i vertiginosi guizzi, quel frenetico, a momenti zorniano rimbalzare fra generi all’interno di uno stesso brano, e attribuire ciò se non a diktat della Columbia (che il signor Roger Nelson non sia uno che si fa condizionare lo testimonia la sua storia) a un legittimo desiderio di essere, in un passaggio così importante, accessibile. Ma a che vale lamentarsene se il risultato sono canzoni di questa incisività? A partire da quella che inaugura e intitola, tastiere petulantemente ’80 innestate/innescate in un superbo funk di pura scuola James Brown, e proseguendo con il gusto da hip hop primigenio di Illusion, Coma, Pimp & Circumstance, con la squisita seduzione soul dalle parti di Purple Rain di Call My Name, con il rotolante basso wave e la chitarra hard di Cinnamon Girl, con il blueseggiare di On The Couch. Niente male, a un abbondante quarto di secolo dagli esordi.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

3121 (NPG/Universal, 2006)

Tralasciando le innumerevoli realizzazioni “private” e il monumentale triplo dal vivo “One Nite Alone”, siamo al terzo atto della rivincita inscenata nel corrente decennio dall’Artista Che Per Qualche Tempo Non Volle Più Farsi Chiamare Prince. Il primo era stato, nel 2001, l’ineguale ma a tratti folgorante guazzabuglio stilistico, da Frank Zappa negro, di “The Rainbow Children”. Il secondo, nel 2004, il ritorno a una più canonica forma “canzone” e a vendite di tutto rispetto con “Musicology”, ritorno anche a una multinazionale del disco dopo il burrascoso divorzio dalla Warner, con un contratto per quel solo album con la Columbia. La vendetta nei confronti di quanti lo diedero per finito, cioè quasi tutto il mondo compreso il sottoscritto, si è completata con un lavoro che sin dai primi ascolti è parso candidarsi a riportare il Nostro in cima alle classifiche, dopo che in vetta a una particolare graduatoria era già tornato giustappunto nel 2004: cinquantasei milioni e mezzo di dollari i ricavi dei suoi spettacoli live, numero uno della stagione negli Stati Uniti.

Predestinati alla gloria il singolo Te amo corazon, sorta di tango con piano latin jazz, e una ballatona come Beautiful, Loved & Blessed, che in materia di modern soul dimostra come Roger Nelson sia in grado di dare lezioni a praticamente tutti gli epigoni. Promettono però di restare ancora più a lungo nella memoria i brani ritmicamente più accesi, da una traccia omonima che è un animale funk dagli artigli affilati a una singultante e mooolto clintoniana Lolita, da un’iperammiccante con tanto di rap Incense And Candles a una strepitosa Fury, che è una novella Kiss dal rockappiglio e dalla densità elevate al quadrato. Così come la collisione fra flamenco e hip hop di The Word e il favoloso soul-blues, da pieni ’60, di Satisfied e cosa ci si ritrova in mano dunque, a conti fatti? Magari non il Prince più bello, pur essendo notevolissimo, da “Purple Rain” in avanti: però quello commercialmente più solido.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio – Annuario 2006”.

Planet Earth (NPG/Columbia, 2007)

Peccato! Peccato che il frastuono mediatico che ha salutato l’uscita di questo disco in Gran Bretagna in omaggio con un quotidiano, e perdipiù in anticipo sulla data ufficiale di pubblicazione e la distribuzione nei negozi (a un prezzo analogo a quello delle novità di fascia alta), abbia finito per fare passare in secondo piano qualunque seria analisi del disco in sé. La notizia d’altronde era curiosa, né è mancato chi ha saputo fare discorsi intelligenti sull’apparentemente irreversibile perdita di valore della musica registrata. Della quale l’operazione “Planet Earth” si è limitata a prendere atto, rilanciando e trasformando, con un colpo di genio da parte di uno che economicamente ha sempre saputo gestirsi bene, la disfatta dell’industria nel trionfo del musicista. Non più schiavo, come il Nostro arrivò a scriversi in fronte a pennarello all’ormai lontana epoca della durissima polemica con la Warner.

Ma dicevo: peccato. Peccato che, tutti impegnati a discettare di massimi sistemi, nessuno si si sia accorto che “Planet Earth” incidentalmente è un lavoro con fiocchi e controfiocchi e insomma in questo nuovo decennio/secolo/millennio l’Artista Che Ha Ripreso A Farsi Chiamare Prince non ha ancora sbagliato un colpo. Quattro indizi, da “The Rainbow Children” in avanti, fanno più che una prova di come si sia definitivamente lasciato alle spalle i suoi buissimi anni ’90. Anche patetici, anche ridicoli dopo i due magistrali colpi piazzati in apertura. La scaletta di quest’album potrebbe mischiarsi a quelle memorabili pressoché in toto di “Diamonds And Pearls” e “Prince & The New Power Generation” e nessuno individuerebbe le intrusioni. Si consegnano alle future antologie, in rigoroso ordine di apparizione alla ribalta: l’insieme squadrata e sculettante Guitar, una Somewhere Here On Earth ricamata di jazz dalla tromba, la roboante e con un bel tocco di surf The One U Wanna C, la tenera All The Midnights In The World, una Chelsea Rodgers che il basso fa rotolare a rotta di collo verso una disco da manuale. Come minimo queste, ecco.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.638, settembre 2007.

Lotusflow3r (NPG, 2009)

Ne uccide più la fava che la spada e pure gli uomini più intelligenti possono venire diretti da un organo che non è il cervello. Ma non era diventato testimone di Geova, Prince? È un duro colpo alla fantasia che lo voleva indifferente alla carne che, cinquantenne e giunto a pubblicare l’album ufficiale numero ventisei, ceda a una tentazione cui nemmeno all’epoca in cui era circondato da più gnocca di Rocco Siffredi aveva ceduto: legarsi così strettamente a una protetta da costringere l’acquirente di un suo disco – che poi in questo caso sono due – a comprarsene un secondo. Che in questo caso è il terzo.

Non mi diffonderò (ne avrete letto pure sui quotidiani: per certi aspetti l’omino di Minneapolis è ancora geniale) sulle particolari modalità di commercializzazione di “LotusFlow3r”. Vado al sodo: al fatto che trattasi, più che di un vero triplo, di tre album nella medesima confezione. Uno sarebbe l’esordio di Bria Valente: grande fi… sico e voce passabile. Peccato che, visto che c’era, il buon Prince non abbia pensato a regalarle almeno una canzone minimamente memorabile. Si arriva al fondo dei tre quarti d’ora di “Elixer” con la sensazione di avere ascoltato… il nulla. È errebì da filodiffusione al cui confronto Sade potrebbe sembrare Aretha. Ben altra musica per fortuna nel dischetto che intitola l’opera tutta, nettamente il lavoro più hendrixiano di sempre del Nostro. Talvolta esagerato in grinta e volumi ma con qualche canzone proprio niente male – ad esempio Feel Good, Feel Better, Feel Wonderful (quasi una nuova Kiss) – a bilanciare lo scivolone di una Love Like Jazz viceversa imbarazzantemente light. Ci si sarebbe potuti lasciare così e invece no. Prince se non esagera non è lui ed ecco “MPLSound”. Che parte benissimo, p-funkeggiando alla Parliament, ma si va subito a incagliare nelle secche di lagne senza scusanti. Con Valentina si arriva a un auspicabilmente insuperabile apice di ridicolo e a una certezza: che ne uccida… eccetera.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

HITnRUN Phase One (NPG/Universal, 2015)

Prince come Neil Young? In questo senso: che così come l’artista canadese, dopo un decennio artisticamente e commercialmente buio (nel suo caso, gli anni ’80 quasi interi), improvvisamente ritrovò ispirazione e riacquisì rilevanza infilando una serie di album all’altezza dei precedenti classici, anche l’uomo di Minneapolis ha vissuto un prolungato periodo negativo (i ’90 quasi interi) per poi tornare in ogni senso in auge. Dopo di che, esattamente come Neil Young, pure Prince ha preso ad alternare a lavori ancora eccellenti cadute di tono brusche, talvolta rovinose. Per dire: bruttarelli assai il triplo box del 2009 “LotusFlow3r” e il seguito del 2010 “20Ten” e invece diversamente ottima l’accoppiata dello scorso anno “Plectrumelectrum” (una collezione di jam fra rock e funk) più “Art Official Age” (una raccolta di canzoni in prevalenza rhythm’n’blues). Si aspettava con fiducia questo nuovo “HITnRUN” e invece…

Invece è una delle sue prove più deludenti e raffazzonate di sempre e che razza di autogol è evocare subito, in una Million $ Show che campiona 1999 e Let’s Go Crazy, il gloriosissimo passato che sappiamo. Il confronto è francamente impietoso e da lì in avanti, raggiunto il fondo, spesso si scava, fra electro scolastica (Shut This Down, Like A Mack), ballate melliflue senza una melodia come si deve a redimerle (la già nota e notevolmente peggiorata This Could Be Us, June), techno sui generis (Mr. Nelson). Provo volonterosamente a salvare qualcosa e ne salta fuori un ideale singolo, con sul lato A il vivace pop Fallinlove2nite e sul retro Ain’t About To Stop, melodia orientaleggiante e un break funky. In altri tempi Prince le avrebbe regalate entrambe a una qualche sua protetta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, settembre 2015.

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