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Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

Singolari le modalità di pubblicazione del secondo album di questo trentenne californiano di origini ghanesi. Da lì conviene cominciare a raccontare “græ”, la cui prima metà ─ dodici tracce, 38’08” ─ veniva commercializzata in digitale il 21 febbraio. La seconda metà ─ ulteriori otto pezzi, 27’36” ─ ha visto la luce il 15 maggio e ha completato l’album vero e proprio, stavolta reso disponibile nella sua interezza (per la gioia di quanti avevano acquistato la “Part 1”) anche su CD, oppure doppio vinile. Un senso c’è. È che il nostro uomo, conscio dello spessore di un’opera ambiziosissima, desiderava che gli ascoltatori iniziassero ad assimilare la metà (abbondante) che segna uno stacco netto rispetto all’esordio del 2017 “Aromanticism”. È che, pur essendoci un’unità di fondo, si tratta quasi di due dischi in confezione unica. Nondimeno qualche perplessità resta.

Ciò premesso: ci si può sbilanciare e affermare che trattasi del primo capolavoro del nuovo decennio, album capace insieme di fotografarlo e trascenderlo e quindi destinato a non invecchiare. Quanto sono diverse le due parti che lo compongono, allora: a fronte di una seconda assai più lineare e introspettiva, nella prima l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente il patentino di artista neo-soul (da lui del resto sempre rifiutato) a Sumney. In ogni caso invisibile una sutura sagacemente affidata alla sofferta ballata acustica Polly e alla Björk in versione pastorale di Two Dogs. Lo spazio a disposizione non consente di diffondersi citando almeno qualche altra traccia. Ne resta abbastanza per dire di una voce di rimarchevole estensione, a suo agio soprattutto con un falsetto di rara versatilità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Willie Hutch, al top

“A whole lot of a woman”: così qualcuno definisce a un certo punto del film, datato 1974, la Foxy Brown del titolo. “A whole lot of a songwriter” potrebbe essere un degno epitaffio per Willie Hutch, venuto prematuramente a mancare (non aveva che sessant’anni) nel 2005: uomo dietro il successo dei 5th Dimension nei tardi ’60, titolare sul finire di quel decennio di due LP per la RCA (l’esordio “Soul Power” da consigliare ai cultori di Otis Redding) poco prima di buttare giù al volo il testo per uno dei più grandi successi dei Jackson 5 (I’ll Be There) e altrettanto al volo venire messo sotto contratto da Berry Gordy. Accasatosi alla Motown oltre a diventarne uno degli autori (fra quanti usufruivano dei suoi servigi Michael Jackson, Smokey Robinson e Marvin Gaye) pubblicava diversi altri 33 giri, di valore e successo altalenanti. Due articoli si elevano in ogni caso sui restanti di due spanne: “The Mack”, del 1973, e questo “Foxy Brown”. Entrambi colonne sonore di pellicole del filone blaxploitation e sia l’uno che l’altro infinitamente superiori a film in cui risultavano mattatori più che sfondo. Come i due capolavori del filone musicale associato a quello cinematografico, “Shaft” di Isaac Hayes e “Superfly” di Curtis Mayfield, sono dischi che vivono di vita propria a tal punto che considerarli semplici colonne sonore risulta improprio. E per valore cedono le armi di poco ai classici appena citati.

Preda ambitissima di dj e produttori hip hop per un’assenza dal mercato ultraventennale in qualunque forma, addirittura riedito legalmente in vinile per la prima volta giusto nel 2018, inopinatamente “Foxy Brown” gode subito di una nuova ristampa su Motown/Universal. Più che altro ne godrà un ascoltatore catapultato in piena azione dall’iniziale, travolgente Chase e per la restante trentina di minuti diversamente sollecitato e solleticato da funk ebbri di wah wah e orchestrazioni lascive, non di rado nello stesso brano. Fino a una conclusiva Whatever You Do (Do It Good) che avrebbe potuto scriverla James Brown, titolo incluso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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James Brown – Live At Home With His Bad Self (Republic/UMe)

In un concerto contano due cose: la prima e l’ultima canzone. Tutto il resto è groove”: parole del Padrino del Soul, in questo caso da non prendere in parola. Varranno casomai nei lunghi anni della decadenza, quando i gruppi che lo accompagneranno si faranno sempre più raccogliticci e la percentuale negli spettacoli di lunghe parentesi strumentali, per consentire al capobanda di recuperare energie, sempre più rilevante. Ma nell’autunno 1969 il più Grande Lavoratore nel Mondo dello Spettacolo veniva da sei anni di trionfi ed era in formissima. Oltretutto gasatissimo quel 1° ottobre in cui, accompagnato da un complesso ben rodato di una dozzina fra strumentisti e coristi, affrontò la ribalta del Bell Auditorium di Augusta, Georgia, la città che chiamava Casa. Ad ogni modo: primo brano in scaletta Say It Loud – I’m Black And I’m Proud, un numero 1 R&B e 6 Pop l’anno prima e istantaneamente divenuto un inno per la nazione afroamericana; ultimo Mother Popcorn, un altro numero 1 R&B nell’estate precedente.

Quanto sta in mezzo in questi settanta minuti non è affatto “solo” groove, per quanto ce ne sia naturalmente in abbondanza (anche quando inopinatamente in World il cantante si affida a una base pre-registrata). È una scaletta zeppa di classici, testimonianza di una serata formidabile da cui a essere severi si sottrarrebbero giusto un paio di momenti di eccessivo languore (non l’inatteso omaggio ai Blood, Sweat & Tears di Spinning Wheel). James Brown l’avrebbe voluta pubblicare come è uscita ora mezzo secolo fa. Ma subito dopo quasi tutti i suoi musicisti abbandonavano la nave al dispotico capitano, che si affrettava a reclutarne altri più giovani e con quelli subito incideva Sex Machine. Però questa è un’altra Storia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD, 10LP+DVD)

Quando vedeva la luce nel 1982 il già quinto album in altrettanti anni dell’allora ventiquattrenne Prince era il suo primo a violare la Top 10 di “Billboard” e questo nonostante l’imponenza dell’opera, undici brani, settanta minuti e dunque un doppio, con conseguente prezzo di vendita più alto di quello di un singolo LP. Arrivava al numero 7 e vedeva due dei tre 45 giri che ne venivano tratti entrare a loro volta nei Top 10 USA. Quando nell’aprile 2016 il genio di Minneapolis ci lasciava, per tragica fatalità e davvero troppo presto, il primo in ordine cronologico dei suoi tanti (quanti? almeno sei, a essere di manica stretta) capolavori si riaffacciava come diversi altri suoi dischi nelle classifiche americane. Era curiosamente di nuovo un numero 7. Se non forse nella sua versione più maneggevole da tutti i punti di vista ma meno interessante – un doppio con sul primo CD il programma originale e sul secondo i 7” e i 12” d’epoca, lati B inclusi – ha scarse possibilità di compiere un terzo exploit questo “1999” in ogni caso destinato, in tale forma, giusto ai pochi che non avessero già in casa l’imprescindibile classico in cui Prince diventava definitivamente Prince, shakerando vertiginosamente soul e funk iniettato di elettronica, pop, rhythm’n’blues e un rock dagli accenti tanto psichedelici che new wave. O a quanti volessero sostituire precedenti stampe in digitale di qualità non ineccepibile.

La versione “Super Deluxe” qui segnalata è inevitabilmente per pochi cultori terminali ma, diversamente da analoghe e discutibilissime operazioni, regala (si fa per dire, per quanto l’edizione in CD abbia un prezzo relativamente abbordabile; inavvicinabile il vinile) tantissimo di interessante: innumerevoli inediti, alcuni dei quali di spessore, e due concerti da paura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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I migliori album del 2019 (2): Michael Kiwanuka – Kiwanuka (Polydor)

Quel pazzo criminale di Idi Amin qualcosa di buono ha fatto. Il dittatore ugandese costringeva i Kiwanuka a rifugiarsi in Gran Bretagna ed era a Londra, nel quartiere di Muswell Hill eternato negli annali del rock da un LP dei Kinks, che Michael vedeva la luce, nel 1987. Erano due band agli opposti quali Radiohead e Nirvana a farlo innamorare del rock, a fargli prendere in mano una chitarra scegliendo come palestra di apprendimento alcune cover band nel mentre studiava jazz, per un breve periodo, presso la Royal Academy Of Music. Provvedeva poi l’Otis Redding di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay a instradarlo sulla via del soul e non tornerà più indietro, ma senza negarsi lo studio delle proprie radici africane e nel contempo del folk della patria adottiva. Notato da Paul Butler dei Bees e messo sotto contratto dall’etichetta dei Mumford & Sons, che gli pubblicava i primi due EP, si ritrovava nel suo primo vero tour a fare da spalla ad Adele, niente di meno, attirando l’attenzione mediatica che potete immaginare. Già famoso prima di debuttare in lungo nel 2012 con “Home Again”, lavoro accolto benissimo sia dal pubblico (un numero 4 UK) che dalla critica. Personalmente, pur trovandolo un bel disco gli imputo un difetto di personalità, devozione eccessiva per una serie di evidenti modelli. Meglio il successivo, del 2016 e di ancora maggiore successo (primo nel Regno Unito), “Love & Hate”, in cui restando accessibile quanto raffinato prendeva a sperimentare.

“Kiwanuka” è l’avventuroso album della maturità. Qui in cinquantuno minuti e quattordici tracce il nume tutelare Terry Callier gioca con certe colonne sonore italiane (You Ain’t The Problem) come la funkadelia (Rolling), lo Stevie Wonder di “Talking Book” con l’exotica come con i Pink Floyd di mezzo (Hard To Say Goodbye), Marvin Gaye (Living In Denial, Solid Ground) convive con Ted Hawkins (Hero), Bill Withers (Piano Joint: This Kind Of Love) con Curtis Mayfield (Light). Altrove, il gospel si tinge di psichedelia (I’ve Been Dazed) e il Philly Sound è aggiornato all’era del downtempo (Final Days) Policromo, guizzante e, in prospettiva, forse un classico.

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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I migliori album del 2019 (3): Brittany Howard – Jaime (ATO)

C’erano una volta gli Alabama Shakes? Titolari di due lavori diversamente eccelsi – se “Boys & Girls” nel 2012 si iscriveva con un livello di scrittura stratosferico al canone classico del southern rock, “Sound & Color” nel 2015 ampliava gli orizzonti e ammodernava – non danno notizie dacché nel 2017 contribuivano con un brano alla colonna sonora di The American Epic Sessions. Aggiungendo con quello il quarto Grammy a una collezione di trofei con dischi di argento, oro e platino (“Sound & Color” un numero uno per “Billboard”). Peseranno aspettative altissime per il terzo album? Per intanto il debutto della cantante e leader (suoi i testi, laddove le musiche sono state finora ascritte a tutti i componenti il quartetto) Brittany Howard è ben più che un intrattenere nell’attesa. Qui si gioca un altro sport anche rispetto a “Sound & Color” e si tenga presente che del gruppo dell’Alabama (ovviamente) la voce della Howard – splendidamente androgina: un po’ Aretha e un po’ Jack White, un po’ Janis e un po’ Robert Plant, qui Sharon Jones, là Lenny Kravitz – ha sempre rappresentato l’elemento più caratterizzante, pure quando all’inizio li si riduceva a “i nuovi Black Crowes”.

Dedicato alla sorella che le insegnò a suonare il piano prima di venire uccisa da un tumore, “Jaime” ha radici che affondano nello stesso humus che nutre gli Alabama Shakes, ma più in profondità, e si porge in modi difficilmente immaginabili da quelli. Alle estremità si situano una sussurrata, scarnissima Short And Sweet degna di Nina Simone (una Presence da Billie Holiday) e la pazzesca collisione fra soul e un art-rock che rasenta il noise di 13th Century Metal (quella fra basso subsonico e organo chiesastico di Georgia). Tanto più sorprendenti dopo il depistante p-funky-jazz, in apertura, di History Repeats. Bellissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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I migliori album del 2019 (5): Yola – Walk Through Fire (Easy Eye Sound)

Se questo disco fosse uscito nel 1969 avrebbe venduto probabilmente molto e i singoli che ne sarebbero stati tratti non solo avrebbero scalato a loro volta le classifiche ma si sarebbero impressi nella memoria collettiva, contribuendo grandemente a una meritata nomea di classico. Li si ascolterebbe ancora alla radio (diciamo su Capital e Virgin, visto che siamo in Italia) e sarebbero insomma familiari pure a un pubblico non particolarmente avvertito. Non so a voi, ma a me di ascoltare alla radio un qualunque brano da “Walk Through Fire” non è capitato. E a quanto mi consta l’esordio da solista (prima era la cantante di tali Phantom Limb, tre album pubblicati fra il 2008 e il 2012 senza che nessuno se ne accorgesse) di Yolanda Quartey ha totalizzato finora vendite modeste. Cambierà qualcosa se a febbraio – e cioè a esattamente un anno dacché ha visto l’uscita – Yola dovesse imporsi in qualcuna delle ben quattro categorie nelle quali si ritrova candidata ai Grammy Awards? Certamente sì e se anche non dovesse portare a casa nemmeno un trofeo l’esposizione mediatica un qualche positivo effetto lo avrà. Strano e ormai rarissimo caso di industria discografica che dimostra di credere in qualcuno il cui nome è ignoto alla platea generalista. Per quanto e paradossalmente non ne abbia capito granché. OK “Best New Artist” per la titolare, ma far concorrere “Walk Through Fire” per il titolo di “Best Americana Album” e soprattutto inserire Faraway Look nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” sta fra la forzatura e l’equivoco.

Mi spiego? Immaginate Burt Bacharach che scrive per Dusty Springfield e la manda a registrare a Memphis, con gli allora ragazzi della Stax, ma con Phil Spector a produrre: ne sarebbe venuta fuori proprio Faraway Look, che inaugura “Walk Through Fire” ed è subito capolavoro, che è la “mia” canzone del 2019 anche se ancora non ci credo che non sia una faccenda da cinquanta esatti anni prima. Roba da “Dusty In Memphis” e di nuovo un’inglese (Yola è di Bristol, ma diversamente da Dusty Springfield non vuole la pelle nera perché già ce l’ha) va a cantare il soul in terra di America come non molti (afro)americani sanno. Pezzone clamoroso dopo il quale nulla potrebbe ragionevolmente andare e invece questa trentaseienne con in curriculum collaborazioni con Massive Attack e Chemical Brothers ne piazza altri undici diversamente fantastici e sotto tutti c’è, con quelle di un manipolo di collaboratori, la sua firma (sotto la ballatona It Ain’t Easier solo la sua). Immancabile Dan Auerbach dei Black Keys, regista dell’operazione ed è la sua migliore produzione di sempre. C’è indubbiamente parecchio country in questo disco, fra l’altro registrato giusto a Nashville, e sarà pure da ciò che deriva il misunderstanding di cui sopra, perché di soul ce n’è di più, e con esso del gospel, e del blues. Tanto pop, nell’accezione ’60 del termine (la melodia della conclusiva Love Is Light non potrebbe essere più beatlesiana) e caratterizzato da arrangiamenti importanti, ma sempre agili. Però, però, però… Nei miei scaffali il disco finirà nella sezione black e quello è il suo posto, “soul” è l’etichetta se per forza gliene devo attaccare una. Anche se Love All Night (Work All Day) potrebbe averla scritta Robbie Robertson ai tempi della Band. Anche se Lonely The Night sarebbe stata perfetta per Roy Orbison.

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I migliori album del 2019 (11): Raphael Saadiq – Jimmy Lee (Columbia)

Conosciuto allora con il suo nome vero (Charles Ray Wiggins) Raphael Saadiq debuttava diciottenne da professionista, quando Sheila E. lo invitava a suonare il basso nel suo gruppo. Entro breve si sarebbe trovato a dividere palchi con Prince in tanti dei suoi mitici concerti “after hours” in piccoli club. Era il 1986. Due anni dopo diventava una star di suo con i Tony! Toni! Toné e l’appassionato di soul classico che non ne ha una buona opinione (furono fra i fenomeni di quel fenomeno plasticoso chiamato new jack swing) dovrebbe però anche ricordare che il brano che li lanciava, Little Walter, richiama esplicitamente il classicone gospel Wade In The Water. Indizio remoto che il nostro uomo già allora giocava fra modernità e tradizione. Con un po’ di (giustificata) presunzione e non a caso intitolerà l’esordio in proprio, giunto solo nel 2002 (nel frattempo fra mille altre cose era stato fra i principali collaboratori e co-autori di D’Angelo), “Instant Vintage”. CV pazzesco che una pagina di questo giornale non basterebbe a contenere, Saadiq pubblica il suo quinto album da solista a ben otto anni dal precedente “Stone Rollin’”, ma avendo continuato nel frattempo a marchiare in profondità la black attuale, determinante fra il resto nel fare di Solange una stella.

Sparo alto? Concept in memoria di un fratello morto di eroina, “Jimmy Lee” è – per pregnanza, ma pure per livello di scrittura – quasi un “What’s Going On” per questo nostro tempo così avaro di capolavori veri. In una dozzina di tracce e quaranta minuti scarsi sciorina electro-funk (So Ready) e soul-rock (Something Keeps Calling), pop di scuola Motown (This World Is Drunk) e squisite ballate R&B (Sinner’s Prayer, I’m Feeling Love, Rearview), blues adattato all’era dell’hip hop (My Walk), spiritual (classico: Belongs To God; moderno: Rikers Island), fosco downtempo spruzzato di jazz (Glory To The Veins), un siparietto da Gil Scott-Heron (Rikers Island Redux). E dove lo trovate un altro che nello stesso disco ospita un reverendo ottantenne e Kendrick Lamar?

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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I migliori album del 2019 (12): Jamila Woods – LEGACY! LEGACY! (Jagjaguwar)

Come Gil Scott-Heron e Linton Kwesi Johnson, la ventinovenne Jamila Woods ha cominciato a pubblicare i suoi versi su carta ben prima di pensare che appoggiarli a una base musicale ne avrebbe incrementato la potenza, facendoli viaggiare in luoghi dove se no non sarebbero mai arrivati. E come poetessa ha ottenuto riconoscimenti importanti, ritrovandosi inclusa in alcune delle principali antologie americane della prima metà di un decennio in cui la svolta si materializzava giusto all’ingresso nella seconda metà. Era il 2016 quando un attivismo volto a rivendicare il ruolo degli afroamericani nella cultura del paese in cui i loro avi sbarcarono in catene si vedeva per la prima volta tradotto in canzoni, in “HEAVN” (per i titoli delle sue creazioni la Woods usa sempre solo caratteri in maiuscolo). Opera dapprima pubblicata soltanto in forma liquida dalla minuscola Closed Sessions e a renderla disponibile in CD e vinile provvedeva sorprendentemente un’etichetta adusa a licenziare tutt’altro, fra le principali in USA in ambito indie, per quanto in un’accezione vasta del termine che va dal cantautorato a cose sperimentali, via rock.

È sempre la Jagjaguwar a portare ora nei negozi un seguito che segna per l’artista di Chicago un significativo passo in avanti in termini di qualità della scrittura – ed è allo spartito che mi riferisco – e fruibilità dell’assieme. Voce che ricorda un po’ Erykah Badu, Jamila Woods omaggia qui dodici eroi ed eroine del suo popolo. Una due volte ed è Betty Davis, celebrata nel brano che inaugura e chiude – in versioni agli opposti: la prima downtempo, la seconda house – il disco. Ci si muove fra funk e rap, pop, soul e rhythm’n’blues. Lo zenit è BASQUIAT: aperta da un basso wave e una chitarra psichedelica, si distende poi su un jazzato groove hip hop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Motown – Il Suono della Giovane America

Si potrebbe cominciare dando i numeri ed è difficile dire se impressioni di più centodieci oppure ottocento. I primi sono i brani piazzati nei Top 10 USA dalla Motown e dai marchi ad essa affiliati fra il ’61 e il ’71. Per intenderci: la sola lista dei titoli – senza nemmeno metterci vicino gli interpreti! – occuperebbe quattro pagine. I secondi sono i dollari che Berry Gordy, padre padrone della casa di Detroit, si faceva prestare nel 1959 da due sorelle (una delle quali da lì a due anni sposerà un ancora sconosciuto Marvin Gaye) per passare da una parte all’altra della barricata musicale, trasformandosi da autore (rimarrà un lucroso hobby) in discografico. Faceva di meglio che restituirli con robusti interessi, visto che quella che a un certo punto fu un’industria a sé nel già gigantesco contesto dell’industria discografica statunitense nei suoi anni più fortunati fu decisamente un family affair: ci lavoravano il padre di Berry, entrambi i fratelli e le tre sorelle. Un altro numero significativo: cresciuta rapidissimamente grazie a risultati commerciali subito eccezionali, quella che dapprincipio si chiamava Tamla e sin dal 1960 si faceva bina con la nascita della Motown già nel ’64 gestiva ulteriori cinque marchi, tre in ambito soul/rhythm’n’blues, uno in area jazz e addirittura uno country. Nel tempo, il conteggio delle etichette satellite arriverà all’ennesima cifra strabiliante, venticinque, e qui finiscono le certezze e si entra letteralmente nel campo dell’incommensurabile.

Probabile che qualcuno abbia fatto il conto esatto dei brani firmati da ciascuno dei vari team di autori – i più celebri Holland/Dozier/Holland, Whitfield/Strong e Ashford/Simpson – che resero la Tamla Motown un’autentica fabbrica di successi, ma per quante ricerche abbia fatto non sono riuscito a trovare dati attendibili. Quello che purtroppo nessuno sarà mai in grado di compilare è un elenco delle canzoni in cui suonò una house band che andava sotto il nome di Funk Brothers e che non ebbe nemmeno per un istante la gloria di una ribalta tutta per sé. Verrebbe da dire, parafrasando Churchill, che mai nella storia della musica così pochi hanno fatto così tanto per così tanti ricavandone così poco. Agli interpreti la gloria e guadagni discretamente lauti, agli autori il grosso dei soldi che non andava a Gordy, ai turnisti (notare il nome stesso) niente più di un dignitoso stipendio. E del resto: stiamo o non stiamo parlando di un’impresa nata e cresciuta nella città dell’automobile – e dunque di una catena di montaggio che eleva a paradigma l’anonimato dell’artefice – per antonomasia? Meno male che a rendere loro un minimo di giustizia (in qualche caso purtroppo postuma) ha provveduto sei anni fa il documentario Standing In The Shadows Of Motown: stupendo effetto collaterale di un imponente programma di riordino di archivi che, principiato nell’ormai lontano 1992 con il quadruplo “Hitsville USA – The Motown Singles Collection 1959-1971” (da allora immancabile in qualunque elenco di cofanetti “classici”), si è avviato a toccare un apice probabilmente insuperabile partendo dal gennaio 2005. Vedeva allora la luce “The Complete Motown Singles Vol.1: 59-61”. Lo scorso febbraio è arrivato nei negozi quello dedicato al 1969, il nono, e fra quadrupli, quintupli e sestupli abbiamo toccato quota quarantanove CD (avete letto bene), della durata media di sessantacinque minuti cadauno.

Detto di confezioni sontuose (libri regolarmente sopra le cento pagine e un 45 giri infilato nelle prime di copertina), sarà il caso di chiarire e sottolineare che è stato per via di un prezzo non proprio economico (dai cento euro in su e anche questi sono numeri) e del loro ovvio rivolgersi a un pubblico in tutti i sensi di élite che su queste pagine ci si era finora limitati a qualche segnalazione. Una precisa scelta. Siccome però si è prossimi (mancano due tomi) a un fatale 1971 che spostava il raggio d’azione della premiata ditta Gordy dai singoli agli LP nell’esatto istante nel quale traslocava pure la sua sede principale (da Detroit a Los Angeles e nulla sarebbe più stato lo stesso) era arrivato il momento di spendere qualche parola in più. Limitarsi comunque a una pagina è stata un’altra scelta precisa, giacché in nessun modo negli spazi di questa sezione di questo mensile, che prevede che a un argomento di pagine se ne possano dedicare al massimo due, sarebbe stato possibile svolgere un discorso compiuto su un pezzo così importante di storia socio-culturale, oltre che musicale, del Novecento americano. Sarebbero serviti i ben più ampi orizzonti del trimestrale a noi collegato, “Extra”, per inquadrare ad esempio un canone uniforme e studiato sin nei minimi dettagli: dalla scelta di accentuare determinate parti ritmiche a scapito di altre all’adesione al modello di chiamata e risposta del gospel, dalla presenza debordante di sezioni di archi e ottoni alla preminenza melodica del basso sulle chitarre, al costante mantenimento di schemi di base elementari (regola aurea riassunta dall’acronimo KISS: “Keep it simple, stupid!”) a fronte di arrangiamenti imponenti quanto sofisticati. E poi e soprattutto: per raccontare come fu che l’etichetta più nera di sempre conquistò il pubblico degli adolescenti bianchi, in apparenza andandogli incontro e nella sostanza restando nerissima per filosofia e scopi (mai slogan fu più azzeccato di quel suo “The Sound Of Young America”). Sarebbero serviti altri orizzonti e dentro quelli prima o poi ci muoveremo. Prendetela come una promessa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.646, maggio 2008. Berry Gordy compie oggi novant’anni. È andato in pensione l’anno scorso.

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