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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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I migliori album del 2018 (15): Shemekia Copeland – America’s Child (Alligator)

Escluderei che sia la suggestione derivante dall’avere appena appreso della dipartita di Aretha Franklin a farmi pensare, nel torrido pomeriggio agostano in cui ascolto per la prima volta il nuovo Shemekia Copeland, che costei abbia confezionato una novella Respect, o quasi, a poco più di mezzo secolo dalla prima. Che resta naturalmente epocale come in nessun modo nessuna canzone potrebbe risultare oggi. Inimitabile e impareggiabile. E tuttavia, trasformando l’inno giovanile e giovanilista dei Kinks I’m Not Like Everybody Else, da sfrontato rock sull’orlo del garage che era, in un blues strascicato, Shemekia fa esattamente ciò che fece Lady Soul impadronendosi di un brano che già era un capolavoro nella versione di Otis Redding: lo rende un manifesto di orgoglio femminista e, va da sé, razziale. Basterebbe già a fare consigliare il nono lavoro in studio, in vent’anni, di questa non ancora quarantenne figlia d’arte ed ecco, pure ciò (l’essere figlia d’arte) condivide la signora con la più grande vocalist della storia della black music, oltre all’avere cominciato a calcare i palcoscenici impubere.

E a proposito di papà Johnny, chitarrista superbo che toccava l’apice di una carriera e una vita troppo brevi, a ragione di un difetto cardiaco congenito, con un disco (“Showdown”, 1987) in trio con Albert Collins e Robert Cray: la sua progenie prediletta lo omaggia rileggendo una Promised Myself da marinaio e da Stax (riecco Otis…) di epoca aurea. Altro apice di un album di sentimento, classe e anche varietà formidabili: negli interstizi delle classiche dodici battute vi convivono elettriche dal fluido allo stentoreo, scorci di gospel, accenni di bluegrass, un duetto con John Prine (Great Rain) e a suggello una ninnananna (Go To Sleepy Little Baby) sporta a cappella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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The Day Soul Music Died (per Otis Redding)

Niente affiliazione al “club dei 27”, quello delle rockstar decedute prima di festeggiare il ventottesimo compleanno, per Big O. Non è tanto questione che quando se ne andò Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison erano ancora di questa terra, Kurt Cobain aveva dieci mesi e quanto a Amy Winehouse non sarebbe nata che sedici anni dopo. In fondo Robert Johnson vi viene tranquillamente associato e lasciò questa terra nel 1938, ben prima dunque che si cominciasse a parlare di rock’n’roll. No, fatto è che il povero Otis Redding non arrivava a festeggiare il ventisettesimo di compleanno. Periva il 10 dicembre 1967, nello schianto del bimotore che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto, a ventisei anni, tre mesi e un giorno. Nella compagnia di cui sopra si sarebbe trovato in ogni caso fuori posto anche fosse vissuto appena di più, avendo in comune con tutti e tutte un talento immenso ma non il maledettismo. La morte lo coglieva giovane e bello senza che se la fosse andata a cercare. Rubandocelo così presto, cambiava insieme la storia della black music e del suo possibile rapporto con il pubblico bianco: prima vera platea rock, quella del “Monterey Pop Festival” si era fatta conquistare dal nostro uomo giusto pochi mesi prima senza riserve. Ma non vale piangere sul latte versato e gli aerei caduti, abbiamo avuto mezzo secolo per elaborare il lutto e gioire dell’immensità di un lascito rimarchevole per quantità oltre che per qualità. In una storia, quella del soul ante-1968, scandita per lo più da singoli l’artista georgiano si fa notare pure per la consistenza unica della sua discografia a 33 giri: sette, dal più che discreto al molto buono e in mezzo una pietra miliare quale “Otis Blue”, che usciva nel settembre 1965 ed era il terzo. Stratosferico il livello di interpretazioni vocali e parti strumentali così come della scrittura, a renderlo il capolavoro che è contribuisce egualmente l’essere paradigmatico di un canone. Qui quasi ogni Otis possibile: alle prese, raccogliendone l’eredità, con ogni Sam Cooke possibile (politicamente consapevole con Change Gonna Come, ballabile con Shake, romantico in Wonderful World); a suo agio con il soul parimenti sofisticato e occhieggiante al pop di scuola Motown (My Girl dei Temptations) e  quello più viscerale di ascendenza sudista (Down In The Valley di Solomon Burke, You Don’t Miss Your Water di William Bell); in grado di tracciare una precisa linea retta dal blues di Chicago (Rock Me Baby di B.B. King) al coevo rock britannico (Satisfaction dei Rolling Stones). E che dire dei tre brani autografi? Evocazione di sofferenze ataviche, mediazione superba fra spiritual e blues, Ole Man Trouble a momenti sparisce dinnanzi al proclama di fierezza di Respect e alla ballata sentimentale soul per antonomasia, I’ve Been Loving You Too Long.

Quanto agli altri vale tantissimo “Dictionary Of Soul”, del 1966, soprattutto per una prima facciata sul livello di “Otis Blue”: in forza di una Day Tripper che fa ai Beatles ciò che Satisfaction aveva fatto agli Stones, della “canzone triste” più consolatoria di sempre, Fa-Fa-Fa-Fa-Fa (Sad Song), e di un’accorata Try A Little Tenderness. E qualcosina ma non molto di meno “Sings Soul Ballads” del 1965, che è l’album della roca serenata That’s How Strong My Love Is e dell’esuberante (ma con un fondo di tristezza) errebì Mr. Pitiful e quello in cui Otis Redding diventava grande, dopo il debutto dell’anno prima “Pain In My Heart”, ancora acerbo al netto di una delle ballate più belle del Nostro, These Arms Of Mine. Meglio “The Soul Album” (il seguito di “Otis Blue”, 1966; pur lontani i vertici del predecessore si fa apprezzare per la liturgica Just One Day, la martellante Chain Gang, la tenerissima Everybody Makes A Mistake), così come la collezione di duetti con Carla Thomas “King & Queen” (1967; da ricordare, oltre che per la travolgente Tramp, per una When Something Is Wrong With My Baby che surclassa Sam & Dave) e anche “The Dock Of The Bay” (1968), pure un po’ raffazzonato a seguire l’emozionantissimo valzer che inaugura e battezza. Il 33 giri andava al numero 4 della classifica pop di “Billboard”, il 45 al numero 1.

Lo avrete notato: lo scorso 10 dicembre cadevano i cinquant’anni dalla scomparsa del nostro eroe. Era una domenica e la Rhino ha aspettato il venerdì seguente per mandare nei negozi “The Definitive Studio Album Collection”, un box che ne raccoglie l’integrale a 33 giri (giustamente esclusi i discutibili postumi “The Immortal”, “Love Man” e “Tell The Truth”). Ha badato al sodo l’etichetta californiana: ti aspetteresti quantomeno il minimo sindacale, un fascicolo a corredo analogo a quello (ben modesto!) che accompagna il cofanetto di Ray Charles “The Atlantic Years” segnalato in settembre e invece no, a questo giro niente. E però lo sapete che c’è? Che a fronte di un prezzo tanto clamorosamente basso – ho acquistato “The Definitive” sul più noto dei siti di vendita per corrispondenza pagandolo una cifra ridicola: poco più di nove euro a LP – e di una qualità altrettanto clamorosamente elevata lamentarsi stavolta non avrebbe senso e pazienza anche se (vizio tipico da major) le buste interne non sono antistatiche. Ho aggiunto pochi spiccioli al conto e le ho cambiate. Così come ho sostituito con queste nuove le edizioni che avevo, un paio giapponesi e le altre americane, i primi due album in mono, i restanti in stereo. La verità è che Otis Redding era a oggi piuttosto malservito persino dalle stampe d’epoca e in particolare da quelle stereo, spesso penalizzate da un’immagine innaturalmente ampia, la voce su un canale, la più parte della strumentazione sull’altro con fastidiosi dislivelli nel missaggio. La verità è che per Otis Redding funziona infinitamente meglio il mono e la Rhino per il mono ha optato: il punch della batteria, la vigoria degli ottoni, il grasso groove dell’organo, il guizzare della chitarra – e naturalmente “quella” voce – risuonano come mai prima. Vinile silenziosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.397, marzo 2018.

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Vita, miracoli e una discografia base di Aretha Franklin (25/3/1942-16/8/2018)

Il 25 marzo 2002 Lady Soul ha compiuto sessant’anni e contemporaneamente celebrato i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 aveva festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni nel mondo dello spettacolo. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (***½) è un documento straordinario che quasi fa dar ragione a Peter Guralnick che, nelle succinte note a corredo, appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. Eppure dalla nebbia dell’incisione primitiva la purezza, l’intensità della voce, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel 1948 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità di cachet che all’apice del successo arriveranno a quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato musica profana, ma sotto pseudonimo. Quel disco uscirà a suo nome e sanzionerà l’abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non si sa cosa rispose, ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo in “Now”.

Ecco: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata fino ai giorni nostri. Già nei tanti 33 giri pubblicati dal 1961 al 1967 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” e dove non la serve per niente bene un materiale indeciso fra sofisticatezza jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, avrebbe potuto immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album della storia del soul e il più grande firmato da una donna. Racconta Guralnick che il giorno che fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattina gelida vide gente ballare e cantare, in fila per acquistarlo, fuori da negozi che lo suonavano senza posa, mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nel pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così.

Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e dischi d’oro e platino e premi della critica e dell’industria (otto Grammy consecutivi nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero (ciascuno da solo) a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Ma pure il jazzato “Soul ’69” (***½) e “This Girl’s In Love With You” (***½; con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” (***) e “Young, Gifted And Black” (***) valgono assai. Imprescindibili poi i live: “In Paris”, all’Olympia e istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West” (***½), testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a tracciare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile e tiranno del padre.

Nefasto il passaggio dalla Atlantic alla Arista nel 1980, l’anno dopo l’ennesima tragedia, il ferimento del Reverendo Franklin durante una rapina (morirà dopo cinque anni di coma che Aretha trascorrerà per la più parte al suo fianco): come e peggio che negli anni alla Columbia, il repertorio tornerà a essere di scarso spessore, fra dance e pop. Peccato, ché la voce resta magnifica, senza una ruga, come certificano l’occasionale ritorno al gospel nell’eccelso ma isolato “One Lord, One Faith, One Baptism” (1987; ***½) e virtuosismi, ancora nel recentissimo (2003 e annunciato come il disco il cui tour segnerà l’addio ai concerti) “So Damn Happy” (*½), che fanno correre brividi per la schiena.

Queen Of Soul (Rhino, 1992; 4CD) ****½

Sottotitolo: “The Atlantic Recordings”, a distinguere questo box dalla distillazione in un singolo di due anni successivo sottotitolato “The Very Best Of” (*****), naturalmente stupendo e altrettanto naturalmente non bastante. La verità è che l’unica alternativa a questa cornucopia di tesori è acquistare in blocco la produzione Atlantic dal 1967 al 1972: undici album variamente imprescindibili. Ove degli otto da lì al 1979 si può felicemente fare a meno.

I Never Loved A Man The Way I Love You (Atlantic, 1967) *****

La pur folta discografia Columbia, otto LP fra il 1961 e il 1966 (apprezzabili quanto tendenziosi compendi “a tema” in “Sings The Blues”, 1985, e “Love Songs”, 2001; entrambi ***), in nessun modo preparava al magnetismo, alla passione, alla sensualità di questo debutto per la Atlantic. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati a raffica e sopra la voce di Aretha, che trasforma la domestica concione di Otis in un inno insieme femminista e di consapevolezza nera. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano risalto – in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle squinziette del modern soul, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood – è però il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente, nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title track (di Ronny Shannon) amarissima serenata a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Aretha Arrives (Atlantic, 1967) ****

Dura dare un seguito a cotanto esordio. La ragazza si toglie il pensiero con un LP che di suo sarebbe stato debutto mostruoso. Fra la partenza a perdifiato di una Satisfaction comunque meno irruenta di quella di Redding e il sigillo della birichina Baby I Love You, le perle più lucenti sono una You Are My Sunshine dal retrogusto gospel, una 96 Tears singultante, la sinatriana That’s Life, una Going Down Slow che fa onore blueseggiando al suo titolo.

Lady Soul (Atlantic, 1968) ****½

Che si sia in presenza di una seconda pietra miliare è subito chiarito dall’esuberante, imperiosa tirata di Chain Of Fools. Ribadiscono il concetto una People Get Ready di impareggiabile drammaticità, l’innodica (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, una lettura pigra e sexy di Groovin’ e i vocalizzi da pelle d’oca di Ain’t No Way.

Aretha Now (Atlantic, 1968) ****

L’ennesimo classico autografo ad aprire: Think. E poi una volta di più il miracolo di classici altrui di cui la Franklin si appropria con classe e sentimento di una lega loro, da I Say A Little Prayer di Bacharach a Night Time Is The Right Time di Ray Charles, a You Send Me di Sam Cooke.

Aretha In Paris (Atlantic, 1968) *****

Il più fantastico lascito del Maggio parigino? Eccolo. Non avrà molto a che vedere con le barricate (non avrà molto a che vedere con le barricate? un disco che inizia con Satisfaction e si chiude con Respect?) ma sarebbe valsa la pena di fare il ’68 anche solo per avere in cambio questa dozzina di successi, resi con inenarrabile fervore in una serata all’Olympia chiamata a rappresentare su vinile il primo tour europeo.

Amazing Grace (Atlantic, 1972; 2LP) ****

Cerchio che si chiude, come già annotato, con tradizionali resi con sensazionale grazia, da quello che (ahem) battezza il tutto a Never Grow Old, da What A Friend We Have In Jesus a God Will Take Care Of You, ma anche con una solo sulla carta incongrua You’ve Got A Friend (Carole King; in medley con Precious Lord, Take My Hand) e una appena meno sorprendente Wholy Holy (Marvin Gaye).

Pubblicato per la prima volta su Soul e Rhythm & Blues – I Classici, Giunti, 2004.

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L’anima (hot & buttered) di Isaac Hayes

Da inquilino delle stanze sul retro di casa Stax a icona afroamericana: la più inconfondibile, grazie alla pelata qui luccicante in copertina, dopo Martin Luther King e Malcolm X. Da autore conto terzi di esemplari 45 giri uptempo di tre minuti o meno a interprete di autentiche suite downtempo elaborate su materiali altrui. E ancora: da bambino cresciuto in dickensiana miseria a celebrità che si presenta a ritirare l’Oscar guadagnato per una colonna sonora accompagnato da quella nonna che lo aveva amorevolmente cresciuto. Vittoria che dovette lasciare, pur nel momento del trionfo, un retrogusto amarognolo in Isaac Hayes, che di Shaft avrebbe voluto non solo comporre le musiche ma essere fra gli interpreti e anzi l’interprete principale, ruolo negatogli dal regista Gordon Parks, che gli preferì Richard Roundtree. Il nostro eroe in due modi si prenderà la rivincita: con una carriera attoriale di visibilità e livello apprezzabili negli anni ’80 (citabili la presenza in 1997: fuga da New York di John Carpenter e le parti da protagonista nei telefilm A-Team e Hunter) e vedendo Samuel L. Jackson prenderlo a modello nel remake di Shaft imbastito da John Singleton nel 2000. Presenza onnipervasiva nella musica dell’ultimo ventennio, Hayes, pur avendo di suo pubblicato soltanto una peraltro notevole accoppiata di album nel ’95 (“Branded” e “Raw & Refined”): ma la sua impronta è visibilissima nel modern soul, l’hip hop lo ha omaggiato in ogni modo e il trip-hop addirittura sistemava a fondamenta due classici quali Ike’s Mood 1 (su cui i Massive Attack modellavano One Love) e Ike’s Rap 2 (base per Glory Box dei Portishead). Nel mentre lui si divertiva a dare voce a Chef nel trasgressivo cartone animato South Park. Di nuovo dietro le quinte, cerchio in un certo qual senso chiuso e purtroppo irrimediabilmente sigillato lo scorso 10 agosto, da un ictus che ha stroncato all’improvviso nella sua casa di Memphis un omone che avresti detto indistruttibile e che da lì a dieci giorni avrebbe festeggiato il sessantaseiesimo compleanno.

Di anni ne ha poco più di venti l’Isaac Hayes che si offre come artista solista alla Stax, ricevendo un rifiuto e un altro e un altro ancora. Finiscono in compenso per assumerlo come tastierista e in tale veste si troverà a sostituire Booker T. in alcune sedute di registrazione di Otis Redding. Un inizio, prima che a furia di proporsi i suoi servigi vengano graditi anche in qualità di compositore. Con il paroliere David Porter il Nostro forma un’affiatata coppia che soprattutto a un’altra coppia, Sam & Dave, fornisce successi, da You Don’t Know Like I Know a Hold On I’m Comin’, da When Something Is Wrong With My Baby a Soul Man. Anche Carla e Rufus Thomas, Mable John, Ruby Johnson, Johnnie Taylor vengono beneficiati dai due e Hayes sfrutta la credibilità guadagnata per prendersi infine il centro della ribaltà. Nel 1968 il jazzato “Presenting” è però esordio poco significativo, in assoluto e di quanto verrà. A partire l’anno dopo da quest’album che nella storia del soul è linea divisoria rispetto alla quale si contano gli anni manco fosse un Avvento. Prima, gli LP concepiti come tali sono rarità assolute in un mondo in cui il singolo è sovrano. Dopo, saranno la norma. Prima, certe orchestrazioni degli ingombranti scampoli di Tin Pan Alley messi lì per convincere i bianchi che pure la sbobba negra sa essere raffinata. Da qui in poi, tappe sulla strada che porterà al Philly Sound, alla disco, alla house. Ma per intanto l’anima bollente e imburrata (con allusione sessuale lampante) è pure psichedelica nei suoi più intimi recessi. Mai sentita roba del genere. Elettriche a bagno nell’acido in slalom fra archi plananti e ottoni puntuti, fra profumi di jazz, ricordi di blues e organi chiesastici a bordone. Tutto dilatatissimo, quattro canzoni a fare un album e da sole due totalizzano trentuno minuti, dodici la bacharachiana Walk On By, poco meno di diciannove una By The Time I Get To Phoenix che era di Jim Webb e non potrà più esserlo, espansa com’è e con un recitativo a incipit che Barry White cercherà di replicare all’infinito. Eravamo allora nel futuro, saremo sempre nell’ineffabile. Se One Woman pare passo indietro (ma squisito) verso Sinatra, o se preferite Nat “King” Cole, l’unico brano firmato da Hayes è crema di funkadelia sin dal titolo: Hyperbolicsyllabicsesquedalymistic. I tre minuti canonici delle ballate e dei ballabili Stax d’antan vengono d’un colpo consegnati agli annali.

Due anni più tardi (in mezzo e dopo convincenti rifiniture del canone qui delineato: in “The Isaac Hayes Movement”, in “To Be Continued”, in “Black Moses”), strade a tratti opposte verranno percorse in “Shaft”, capolavoro del filone blaxploitation declinante funk da ghetto anche elegante ma soprattutto travolgente. Da lì in poi Isaac Hayes si muoverà costantemente fra i due estremi rappresentati da pietre miliari per molti versi antipodiche, confezionando lavori spesso a un passo dal kitsch ma capaci di non caderci mai. Nemmeno nei momenti di ispirazione più episodica, nemmeno quando il flirt con la disco si farà pronunciato. Dischi per inciso vendutissimi, sia a 45 che a 33 giri, con sette dei primi dieci album al numero uno della classifica R&B e uno al numero due.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.651, ottobre 2008. A oggi sono trascorsi esattamente dieci anni dacché Isaac Hayes, un po’ prematuramente, ci lasciava.

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Prince, che oggi avrebbe sessant’anni

L’uomo nato Prince Rogers Nelson ci lasciava, causa un’overdose accidentale di un antidolorifico, il 21 aprile di due anni fa e la tragedia era doppia, in quanto la morte lo coglieva nel punto artisticamente più basso di una carriera a quel punto già quasi quarantennale. Diversamente da David Bowie, scomparso pochi mesi prima, sopraggiungendo improvvisa non gli consentiva di organizzare come congedo un ultimo capolavoro.

In VMO ho recuperato a più riprese miei scritti su un genio che in gioventù mi capitò di liquidare con imperdonabile superficialità. Non ho più smesso di andare a Canossa. Qui riprendevo una monografia scritta nel 2006 per “Il Mucchio”, qui la prefazione per una biografia americana, qui svariate recensioni di album usciti fra il 2004 e il 2015.

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Make It Easy On Yourself: per i novant’anni di Burt Bacharach

Compie oggi novant’anni un uomo le cui canzoni – così certifica “Wikipedia” – sono state coverizzate da oltre mille diversi solisti e gruppi. L’autore di decine di classici del pop e del soul (ma anche di una pietra d’angolo del garage-punk) otteneva il primo incarico importante da musicista professionista, ventottenne, quando il compositore Peter Matz lo segnalava a Marlene Dietrich, cui serviva un arrangiatore e direttore d’orchestra.

Artisti vari – Motown Salutes Bacharach (Motown, 2002)

Incontro tanto ovvio da essere obbligato quello che si celebrava, in prevalenza nella seconda metà dei ’60, fra Burt Bacharach e la Motown: da un lato un raffinato autore pop bianco con nelle corde vibrazioni soul, dall’altro l’etichetta che vantava di essere “il suono della giovane America”. Ovvero la musica nera resa più che mai seducente, con melodie orecchiabilissime e arrangiamenti in grado di rendere anche il funk una faccenda sofisticata e interrazziale. Se anche nessun artista dell’etichetta di Detroit registrava un album dedicato a Bacharach (ove si aveva, per dire, un “The Supremes Sing Rogers And Hart”), sue composizioni si trovavano disseminate un po’ ovunque. Curioso che a nessuno sia venuto in mente all’epoca di radunarle e che si provveda soltanto adesso. Ne risulta un’ora frizzantissima, forse non indispensabile né per gli estimatori di Bacharach (e dell’inseparabile sodale Hal David, non dimentichiamolo) né per quelli della premiata ditta Berry Gordy, ma che risulterà gradita agli uni e agli altri e sarà una scoperta per un pubblico più generico.

Nel folto programma (diciotto brani) c’è del graziosamente pletorico: la The Look Of Love di Gladys Knight & The Pips, la I Say A Little Prayer e la Anyone Who Had A Heart di Martha & The Vandellas, la Walk On By di Smokey Robinson & The Miracles nulla aggiungono alle tante versioni già ascoltate (ma si tratta pur sempre di canzoni immani). Vantano al contrario scelte peculiari una This Guy’s In Love With You di Jimmy Ruffin clamorosamente proto-Barry White e le versioni di Stevie Wonder (con l’armonica a rimpiazzare la voce) di Alfie e A House Is Not A Home. Che con il titolo ci ricorda (tanto altro ce lo rammenta altrove) quanto Bacharach influenzò i Love di “Forever Changes”.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.501, 17 settembre 2002.

Isley Meets Bacharach – Here I Am (Dreamworks, 2003)

Sul davanti di copertina Ronald Isley e Burt Bacharach fissano la camera da dietro una scacchiera e sorridono soddisfatti: l’ascolto di “Here I Am” chiarirà perché. Sul retro sono colti di schiena, non più in abiti casual ma in smoking. Seduti dinnanzi a un piano discutono, il primo gesticolante con la sinistra, la destra appoggiata sulle spalle del secondo in un gesto di affettuosa familiarità. Si conoscono d’altronde dal 1962, da quando Ronald racconta che, in studio con i fratelli, stava per incidere la poi classicissima Make It Easy On Yourself ma Bacharach ebbe da ridire per dei cambiamenti nel testo. Non se ne fece nulla. Quel giorno gli Isley Brothers registrarono invece Twist And Shout e il seguito è storia.

Con i due ormai in età se non veneranda certamente avanzata e nondimeno in forma smagliante – a mezzo secolo dagli esordi Ronald declina errebì aggiornato e di successo grazie a un fortunato incontro con R. Kelly e per Burt gli omaggi non si contano -, la collaborazione infine si concretizza, con un album che segue una strada opposta rispetto al pregevole “Painted From Memory”. Là Bacharach traeva linfa dall’incontro con Elvis Costello per evidenziare come la sua penna sappia ancora essere ispirata. Qui in apparenza compie un viaggio nella memoria, dirigendo un’orchestra di quaranta elementi in tredici sue creazioni celeberrime che il socio interpreta con voce serica che rimanda a Sam Cooke come non mai: canzoni che non vi è chi non abbia fischiettato, da Alfie a Raindrops Keep Falling On My Head, a The Look Of Love, a Anyone Who Had A Heart. Ma non c’è nostalgia in questo disco senza tempo, essendo nuovissimi gli arrangiamenti, giocati fra Brasile e jazz. Melodie intoccabili, felicemente toccate.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.244, marzo 2004.

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