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War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

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69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

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The Specials – Encore (UMC)

Probabilmente i più sbalorditi sono loro: esce il primo album degli Specials a diciotto anni dal precedente, ventuno dall’ultimo che non fosse una raccolta di cover e, soprattutto, trentanove – !!! – da quel “More Specials” che ne suggellava la breve epopea, tolta la stupenda postilla dell’84 “In The Studio”, che però vedeva il leader Jerry Dammers fare a meno di quasi tutti gli altri e usare una ragione sociale diversa (The Special A.K.A.), e che succede? Dritto al numero 1 della classifica UK. Quando fra il ’79 e l’80 i primi due, epocali LP – l’omonimo e “More” – si arrestarono al quarto e quinto posto e non vale notare che i tabulati delle vendite riportavano mediamente ben altri numeri rispetto agli odierni, che oggi per i conteggi valgono download e streaming e così via: la performance resta impressionante e forse e tanto conterà che il disco è uscito in un momento così particolare per un Regno Unito in ansia per una Brexit sui cui effetti c’è un’unica certezza: comunque vada sarà un insuccesso. E in tempi cupi cresce il bisogno di anticorpi, di voci positive. We Sell Hope, recita il titolo della decima e ultima traccia, pigro incantesimo, saluto ecumenico a uomini e donne di buona volontà.

È un disco riuscito, “Encore”, abbastanza da potersi definire il legittimo erede di “More”, smentendo dunque per la prima volta l’assunto che un gruppo senza Dammers non possa chiamarsi Specials. La voce di Terry Hall, la chitarra ritmica di Lynval Golding, il basso di Horace Panter (i tre membri originali presenti) e una scrittura di apprezzabili qualità e varietà, fra funk e rocksteady, dub poetry e languide ballate profumate di jazz e di soul lo qualificano come tale. Manca quasi all’appello lo ska e va bene lo stesso. Circola a € 3 in più una “Deluxe” con allegato un recente live: merita.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Per gli ottant’anni mancati di Marvin Gaye

Non si fosse fatto suicidare dal padre il giorno prima di compierne quarantacinque, oggi Marvin Gaye avrebbe potuto festeggiare l’ottantesimo compleanno. Ma dubito che ci sarebbe arrivato. Ho scritto di lui un’infinità di volte. Per l’occasione, recupero la recensione di una ristampa di un suo album, una colonna sonora, tanto bello quanto poco considerato. Dal titolo perfetto per una biografia del tormentato autore.

Che il Marvin Gaye più sottovalutato di sempre abiti i solchi di “Here, My Dear”, velenoso doppio a tema con il quale nel 1978 l’autore in un colpo solo liquidava gli alimenti alla ex-moglie e presentava un conto spese da capogiro a quella Tamla Motown di proprietà dell’ex-suocero (mai suicidio commerciale fu pianificato con tanta perfidia), è fuori discussione. Per quanto ultimamente in quel romanzo di un amore andato a male in molti abbiano identificato l’anello mancante, aggiunto a posteriori, fra la black a tutto tondo di “What’s Going On” e il viagra-funk di “Let’s Get It On”. Bel paradosso allora che il secondo Marvin Gaye più sottovalutato sia proprio quello del 33 giri, dato alle stampe nel ’72, che separava nella realtà i due capolavori summenzionati. Se quando si tratta di mettere in fila le colonne sonore classiche del filone blaxploitation quella di “Trouble Man” è quasi sempre citata, ma quasi sempre in posizioni di retrovia rispetto a “Superfly” come a “Shaft” o a “Black Caesar”, nella discografia maggiore del Nostro viene immancabilmente dimenticata e a riascoltarla pare uno scandalo.

Album in verità splendido, che sta in piedi benissimo da solo, pure senza il supporto delle immagini di una pellicola al contrario quanto mai mediocre. Opera in massima parte strumentale, la sola vera canzone essendo una traccia omonima in cui Marvin sciacqua nel blues la sua voce di seta e di sesso, e capace di restare in equilibrio con somma naturalezza fra funk e jazz, soul ed errebì e orchestrazioni degne di un Morricone o di un Axelrod, tanto misurate quanto favolosamente sofisticate. L’edizione per il quarantennale triplica il minutaggio del vinile d’epoca e per una rara volta le bonus le tieni volentieri tutte o quasi e ringrazi.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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I migliori album del 2018 (15): Shemekia Copeland – America’s Child (Alligator)

Escluderei che sia la suggestione derivante dall’avere appena appreso della dipartita di Aretha Franklin a farmi pensare, nel torrido pomeriggio agostano in cui ascolto per la prima volta il nuovo Shemekia Copeland, che costei abbia confezionato una novella Respect, o quasi, a poco più di mezzo secolo dalla prima. Che resta naturalmente epocale come in nessun modo nessuna canzone potrebbe risultare oggi. Inimitabile e impareggiabile. E tuttavia, trasformando l’inno giovanile e giovanilista dei Kinks I’m Not Like Everybody Else, da sfrontato rock sull’orlo del garage che era, in un blues strascicato, Shemekia fa esattamente ciò che fece Lady Soul impadronendosi di un brano che già era un capolavoro nella versione di Otis Redding: lo rende un manifesto di orgoglio femminista e, va da sé, razziale. Basterebbe già a fare consigliare il nono lavoro in studio, in vent’anni, di questa non ancora quarantenne figlia d’arte ed ecco, pure ciò (l’essere figlia d’arte) condivide la signora con la più grande vocalist della storia della black music, oltre all’avere cominciato a calcare i palcoscenici impubere.

E a proposito di papà Johnny, chitarrista superbo che toccava l’apice di una carriera e una vita troppo brevi, a ragione di un difetto cardiaco congenito, con un disco (“Showdown”, 1987) in trio con Albert Collins e Robert Cray: la sua progenie prediletta lo omaggia rileggendo una Promised Myself da marinaio e da Stax (riecco Otis…) di epoca aurea. Altro apice di un album di sentimento, classe e anche varietà formidabili: negli interstizi delle classiche dodici battute vi convivono elettriche dal fluido allo stentoreo, scorci di gospel, accenni di bluegrass, un duetto con John Prine (Great Rain) e a suggello una ninnananna (Go To Sleepy Little Baby) sporta a cappella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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The Day Soul Music Died (per Otis Redding)

Niente affiliazione al “club dei 27”, quello delle rockstar decedute prima di festeggiare il ventottesimo compleanno, per Big O. Non è tanto questione che quando se ne andò Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison erano ancora di questa terra, Kurt Cobain aveva dieci mesi e quanto a Amy Winehouse non sarebbe nata che sedici anni dopo. In fondo Robert Johnson vi viene tranquillamente associato e lasciò questa terra nel 1938, ben prima dunque che si cominciasse a parlare di rock’n’roll. No, fatto è che il povero Otis Redding non arrivava a festeggiare il ventisettesimo di compleanno. Periva il 10 dicembre 1967, nello schianto del bimotore che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto, a ventisei anni, tre mesi e un giorno. Nella compagnia di cui sopra si sarebbe trovato in ogni caso fuori posto anche fosse vissuto appena di più, avendo in comune con tutti e tutte un talento immenso ma non il maledettismo. La morte lo coglieva giovane e bello senza che se la fosse andata a cercare. Rubandocelo così presto, cambiava insieme la storia della black music e del suo possibile rapporto con il pubblico bianco: prima vera platea rock, quella del “Monterey Pop Festival” si era fatta conquistare dal nostro uomo giusto pochi mesi prima senza riserve. Ma non vale piangere sul latte versato e gli aerei caduti, abbiamo avuto mezzo secolo per elaborare il lutto e gioire dell’immensità di un lascito rimarchevole per quantità oltre che per qualità. In una storia, quella del soul ante-1968, scandita per lo più da singoli l’artista georgiano si fa notare pure per la consistenza unica della sua discografia a 33 giri: sette, dal più che discreto al molto buono e in mezzo una pietra miliare quale “Otis Blue”, che usciva nel settembre 1965 ed era il terzo. Stratosferico il livello di interpretazioni vocali e parti strumentali così come della scrittura, a renderlo il capolavoro che è contribuisce egualmente l’essere paradigmatico di un canone. Qui quasi ogni Otis possibile: alle prese, raccogliendone l’eredità, con ogni Sam Cooke possibile (politicamente consapevole con Change Gonna Come, ballabile con Shake, romantico in Wonderful World); a suo agio con il soul parimenti sofisticato e occhieggiante al pop di scuola Motown (My Girl dei Temptations) e  quello più viscerale di ascendenza sudista (Down In The Valley di Solomon Burke, You Don’t Miss Your Water di William Bell); in grado di tracciare una precisa linea retta dal blues di Chicago (Rock Me Baby di B.B. King) al coevo rock britannico (Satisfaction dei Rolling Stones). E che dire dei tre brani autografi? Evocazione di sofferenze ataviche, mediazione superba fra spiritual e blues, Ole Man Trouble a momenti sparisce dinnanzi al proclama di fierezza di Respect e alla ballata sentimentale soul per antonomasia, I’ve Been Loving You Too Long.

Quanto agli altri vale tantissimo “Dictionary Of Soul”, del 1966, soprattutto per una prima facciata sul livello di “Otis Blue”: in forza di una Day Tripper che fa ai Beatles ciò che Satisfaction aveva fatto agli Stones, della “canzone triste” più consolatoria di sempre, Fa-Fa-Fa-Fa-Fa (Sad Song), e di un’accorata Try A Little Tenderness. E qualcosina ma non molto di meno “Sings Soul Ballads” del 1965, che è l’album della roca serenata That’s How Strong My Love Is e dell’esuberante (ma con un fondo di tristezza) errebì Mr. Pitiful e quello in cui Otis Redding diventava grande, dopo il debutto dell’anno prima “Pain In My Heart”, ancora acerbo al netto di una delle ballate più belle del Nostro, These Arms Of Mine. Meglio “The Soul Album” (il seguito di “Otis Blue”, 1966; pur lontani i vertici del predecessore si fa apprezzare per la liturgica Just One Day, la martellante Chain Gang, la tenerissima Everybody Makes A Mistake), così come la collezione di duetti con Carla Thomas “King & Queen” (1967; da ricordare, oltre che per la travolgente Tramp, per una When Something Is Wrong With My Baby che surclassa Sam & Dave) e anche “The Dock Of The Bay” (1968), pure un po’ raffazzonato a seguire l’emozionantissimo valzer che inaugura e battezza. Il 33 giri andava al numero 4 della classifica pop di “Billboard”, il 45 al numero 1.

Lo avrete notato: lo scorso 10 dicembre cadevano i cinquant’anni dalla scomparsa del nostro eroe. Era una domenica e la Rhino ha aspettato il venerdì seguente per mandare nei negozi “The Definitive Studio Album Collection”, un box che ne raccoglie l’integrale a 33 giri (giustamente esclusi i discutibili postumi “The Immortal”, “Love Man” e “Tell The Truth”). Ha badato al sodo l’etichetta californiana: ti aspetteresti quantomeno il minimo sindacale, un fascicolo a corredo analogo a quello (ben modesto!) che accompagna il cofanetto di Ray Charles “The Atlantic Years” segnalato in settembre e invece no, a questo giro niente. E però lo sapete che c’è? Che a fronte di un prezzo tanto clamorosamente basso – ho acquistato “The Definitive” sul più noto dei siti di vendita per corrispondenza pagandolo una cifra ridicola: poco più di nove euro a LP – e di una qualità altrettanto clamorosamente elevata lamentarsi stavolta non avrebbe senso e pazienza anche se (vizio tipico da major) le buste interne non sono antistatiche. Ho aggiunto pochi spiccioli al conto e le ho cambiate. Così come ho sostituito con queste nuove le edizioni che avevo, un paio giapponesi e le altre americane, i primi due album in mono, i restanti in stereo. La verità è che Otis Redding era a oggi piuttosto malservito persino dalle stampe d’epoca e in particolare da quelle stereo, spesso penalizzate da un’immagine innaturalmente ampia, la voce su un canale, la più parte della strumentazione sull’altro con fastidiosi dislivelli nel missaggio. La verità è che per Otis Redding funziona infinitamente meglio il mono e la Rhino per il mono ha optato: il punch della batteria, la vigoria degli ottoni, il grasso groove dell’organo, il guizzare della chitarra – e naturalmente “quella” voce – risuonano come mai prima. Vinile silenziosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.397, marzo 2018.

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