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Sharon Jones & The Dap-Kings – Soul Of A Woman (Daptone)

Da lungi non più praticante Aretha, se un’interprete nel secolo nuovo si è potuta fregiare del titolo di Lady Soul non vi è dubbio che sia stata Sharon Jones. Tocca sfortunatamente parlarne al passato, siccome la cantante georgiana ci ha lasciati un anno fa, sessantenne, stroncata da un tumore. Il suo settimo album (ottavo contando un’antologia di brani usciti come singoli e su raccolte di autori vari) vede la luce postumo, ma non è la solita speculazione a base di scarti e demo rimaneggiati troppo spesso tramata alle spalle di chi non c’è più e, soprattutto, dei suoi fan. D’altronde: la Daptone nasceva per pubblicare Sharon e quello fra lei e l’etichetta newyorkese è sempre stato un rapporto d’amore. Registrato in un 2016 nonostante tutto felicemente frenetico, fino al triste epilogo del 18 novembre, fra un ciclo di chemio e un tour trionfale, “Soul Of A Woman” esce tale e quale a come sarebbe stato se l’artefice avesse vinto la sua battaglia. Al netto della sostituzione di un brano con un altro o di un’aggiunta a un programma che consta di undici titoli. Era già completo, con una sua personalità marcata da una divisione alquanto netta (concepito come è, in ogni evidenza, pensando al formato del 33 giri) fra le due facciate.

Prevalentemente uptempo la prima, con l’irruento errebì Sail On!, l’accorato blues Just Give Me Your Time e la bossa Come And Be A Winner incorniciate fra lo shuffle funky Matter Of Time e una Rumors vivacemente Motown. Più raccolta la seconda, inaugurata da una Searching For A New Day mediana fra Marvin e Curtis e suggellata (un altro apice: una These Tears con orchestrazione alla Isaac Hayes) dal gospel Call On God. Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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I migliori album del 2017 (3): Algiers – The Underside Of Power (Matador)

Dicono che oggi sia impossibile, nel rock, inventarsi un qualcosa di almeno parzialmente inaudito. Dicono che non si possa più stupire. Non ditelo agli Algiers. Nessuno deve averli informati e se “The Underside Of Powers” non sta in cima a questa lista è solo perché nel 2015 avevano pubblicato un omonimo predecessore che già quello faceva: rimodernava un canone definitivamente assurto a un suo classicismo non più tardi dei primi ’90 (d’altra parte: notevole che ci abbia messo buoni quarant’anni) e che dopo ha vissuto di rimescolamenti, più che di ulteriori allargamenti. In senso strettissimo pure il quartetto formalmente di Atlanta – ma disperso fra la città della Georgia, New York e Londra – gioca mischiando un mazzo di carte ciascuna delle quali singolarmente già vista ma, seriamente, qualcuno aveva mai fantasticato di spedire i P.I.L. del “Metal Box” a risciacquare il loro post-punk già molto post-rock nelle fangose acque del Mississippi? Se la new wave non si fece certo mancare di giocare con elementi black fu con il funk più spigoloso e il jazz della New Thing che pasticciò (con la disco, il reggae, il dub), mica con il soul o il gospel. No, un album come “Algiers” non l’avevamo mai ascoltato ed ecco, l’unico addebito che si può muovere a un successore che assolutamente lo vale è che è venuto a mancare l’effetto sorpresa. A parte un batterista, che comunque un minimo i termini del discorso li sposta e ridefinisce, nulla aggiunge.

Ma davvero? Per certo dall’industrial funk dell’iniziale Walk Like A Panther al gospel post-punk di The Cycle/The Spiral/Time To Go Down, che una quarantina di minuti dopo chiude le spastiche danze, non ci si annoia mai e valga come paradigma dell’opera tutta una A Hymn For An Average Man che si porge in forma di valzer e si evolve in una sorta di incubotico, dissonante prog. Due miei personali apici: lo spiritual girato gotico Cleveland; l’ultracinematografica e orrorosa Plague Years. Ammiccano a dj coraggiosi i Suicide che incontrano i Temptations della traccia omonima e una Death March che sa di Depeche Mode.

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I migliori album del 2017 (7): The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

Recensendo a suo tempo (2007) “Out There”, debutto discografico adulto per il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto, lo raccontavo fra il resto come l’ideale colonna sonora di un film di fantascienza spaziale immaginario. Da non crederci che una simile congrega di visionari abbia impiegato dieci anni per pubblicarne una vera di colonna sonora. Edito lo scorso giugno sempre su Soundway, “The Sunshine Makers” raccoglie le musiche composte a commento dell’omonimo documentario, incentrato su due leggendarie figure della Controcultura, Nicholas Sand e Tim Scully, i chimici che distillavano il migliore LSD di sempre e ne producevano 3.600.000 dosi. Doppio, per farsi un’idea di come suona basta scorrerne i titoli: The History Of LSD, 200 Kilos, Chase Scene, The Acid Trial, The Trip… e così via. Una faccenda per completisti quello, però. “Il” disco del 2017 da avere assolutamente degli Heliocentrics è questo, che è andato nei negozi quel mesetto prima, a fine maggio. Il loro quarto o ottavo album contando, come vanno contati, quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles. Forte al solito di un artwork strepitoso, non aggiunge nulla e aggiunge moltissimo a un canone capace da subito di collegare James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra, David Axelrod. Con attitudine psichedelica, devozione per il krautrock, fascinazione totale per il Miles Davis come per l’Herbie Hancock elettrici. Il tutto nel mondo creato nel 1996 da DJ Shadow con il capitale “Endtroducing”. Con costui Catto e sodali si ritrovavano a collaborare all’inizio della loro storia e del suo hip hop strumentale sono la versione suonata invece che ricreata in vitro. “Sono come la sezione ristampe di un negozio di dischi, ma in carne e ossa”, scriveva di loro qualche anno fa un recensore americano, cogliendoci in pieno.

E allora cosa aggiunge “A World Of Masks” a una produzione inattaccabile? Altri tre quarti d’ora di memorabilità dall’alto all’assoluto, fra il soul astrale di Made Of The Sun e la jam teutonica, ma alle porte del cosmo che stanno giù in India, di The Uncertainty Principle. Passando per i Can girati afrobeat di Human Zoo, per una traccia omonima che parte Mingus e arriva araba, per l’orgia di wah wah di una stralunatissima The Silverback. Per una rarefatta Capital Of Alone in cui più che altrove Barbara Patkova (ecco cosa aggiunge quest’album alla vicenda Heliocentrics: una stellare nuova collaboratrice) si candida a erede di Julie Driscoll.

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I migliori album del 2017 (10): Curtis Harding – Face Your Fear (Anti-)

È un bel salto quello dalla Burger, minuscola casa discografica californiana che pubblica in prevalenza cassette (!), alla Anti-, per antonomasia l’etichetta “per artisti” sin da quando Brett Gurewitz nel 1999 decideva di investire un po’ dei soldini guadagnati con il punk-rock offrendo un tetto a Tom Waits. A lui tanto per cominciare. Vero che nel catalogo Burger, numericamente cospicuo all’estremo, fra tanti sconosciuti figurano anche un tot di stelle e stelline più o meno alternative, ma sono camei, via. Vuoi mettere la solidità di quell’altro di catalogo? Vuoi mettere la potenza distributiva e promozionale? È un bel salto, ma Curtis Harding lo compie con stile e rilassatezza. Come facendo finta di niente. Come sapendo che con la musica che fa, così lontana da quella roba che oggi chiamano R&B (e che cazzo! pure in quest’album non si trova un po’ di auto-tune manco a pagarlo!), le possibilità di diventare una star restano comunque bassine. O no? Perché, dai, magari alla Anti- la prossima volta si fanno furbi e da un disco così, anziché cavare mezzo singolo (e solo per le radio) tipo Need Your Love – che è una bomba di pezzo, ma è passato mezzo secolo dacché le classifiche premiavano Wilson Pickett -, ne tirano fuori uno intero e ci puntano sopra forte: o Till The End, sexy in maniera sbarazzina, o una Ghost Of You in ginocchio da te. Ma anche Wednesday Morning Atonement – orchestrazione avvolgente e chitarra ustionante – sarebbe andata bene, eh? Non potrebbe essere che un po’ di spazio per un nuovo Lenny Kravitz – ma meno fighetto: prodotto da Danger Mouse e con i Black Lips a fiancheggiarlo – ci sia? Per intanto, perché non si sa mai, Curtis si porta avanti con il lavoro e di nuovo in copertina si fa immortalare a torso nudo.

Album tosto ed elegante come nel 2014 il debutto “Soul Power”, sostanzialmente con gli stessi suoni (o un minimo più rifiniti) ma con quel piccolo passo avanti a livello di scrittura che fa la differenza. Sarebbero più o meno tutte da citare le undici canzoni che vi sfilano. Per provare a convincervi punto forte ancora sul morbido funk della title track, su una Go As You Are da manuale della blaxploitation, sullo psychedelic soul As I Am.

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Un blues per Otis, che ci lasciava cinquant’anni fa

Assai diverse le circostanze delle premature scomparse (ventiseienne l’uno, ventisettenne l’altro), le vicende artistiche di Otis Redding e Jimi Hendrix questo hanno in comune oltre al trionfo al “Monterey Festival” del 1967 poi immortalato in un 33 giri condiviso: che si consumarono in un triennio appena (quella del secondo cominciava mentre quella del primo finiva) e che i due furono prima di Prince gli ultimi artisti di colore ad avere un impatto forte sul pubblico ormai quasi esclusivamente bianco del rock. Scavando altro si trova: ad esempio che Otis iniziò la sua carriera imitando il concittadino (Macon, Georgia) Little Richard e che Jimi ebbe i primi assaggi di gloria proprio suonando con l’uomo di Tutti Frutti. Sono però curiosità e ciò che conta è quanto si diceva riguardo al rapporto con la platea bianca. Il chitarrista la conquistò con geniale pirotecnia, il cantante con un non meno geniale e istintivo ecumenismo. Paradigmatica a tal riguardo la scaletta di quello che tanti ritengono l’album soul per antonomasia, “Otis Blue”: tre riletture che passano al vaglio ogni Sam Cooke possibile (da quello sentimentale di Wonderful World a quello politicamente consapevole di Change Gonna Come per tramite del ballo sfrenato di Shake), del sofisticato soul virato pop (My Girl dei Temptations) e dell’altro più terrigno (Down In The Valley di Solomon Burke e You Don’t Miss Your Water di William Bell), un classico del blues elettrico (Rock Me Baby di B.B. King) e una versione propulsa da fiati stentorei di uno dei successi rock del momento (Satisfaction).

Per arrivare a undici bisogna aggiungere i tre originali: l’atavica sofferenza di Ole Man Trouble cui fa da contraltare il proclama di fierezza di Respect; lo struggente peana d’amore I’ve Been Loving You Too Long. Esito: un classico insieme appieno del suo tempo e fuori dal tempo. La quintessenza del soul sudista. In un mondo migliore di questo, quell’aereo non è mai caduto e Otis ha cambiato la storia della musica popolare del XX secolo molto più di quanto non gli permise un destino cinico e baro.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Otis Redding periva il 10 dicembre 1967 nello schianto dell’aereo che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto. Con lui morivano quattro dei cinque componenti della band che lo accompagnava, i Bar-Kays. Lui aveva ventisei anni, tre mesi, un giorno.

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Tricky – Ununiform (False Idols)

Suo tredicesimo album oppure decimo da solista (escludendo dal conto il progetto Nearly God e un paio di collaborazioni con altri artisti) “Ununiform” è in ogni caso presentato dallo stesso autore come la prima realizzazione “vera” dacché tre anni fa si trasferì a Berlino. Trasloco niente affatto dettato dalla fama della capitale tedesca di attuale mecca europea del nightclubbing. Anzi! Città nuova, vita nuova. “Mi piace qui perché non conosco nessuno. Mangio cibo sano, faccio lunghe passeggiate, vado in bici. Ho smesso di bere, la mattina mi alzo alle nove e la sera alle undici sono a letto. A qualcuno potrà sembrare una vita noiosa, ma non sto facendo altro che prendermi cura di me stesso.” Fermamente intenzionato a invecchiare (il traguardo del mezzo secolo è vicino), ora che è venuto a patti con il fatto che il primo ricordo da bambino sia quello del corpo della madre (suicida quando lui aveva quattro anni) adagiato nel feretro. Di “Ununiform” (inciso maggioritariamente a Berlino, tranne quattro tracce registrate a Mosca con ospiti vari protagonisti della scena hip hop locale), Tricky è soddisfatto: “È il mio primo disco da molto tempo in qua che non ho fatto per pagare dei debiti, niente più tasse arretrate ed ecco perché è così rilassato”, racconta. Ove quel “rilassato” va naturalmente inteso nell’accezione trickiana del termine, cioè in rapporto all’artista titolare del downtempo (stile di cui fu, con i Massive Attack, fra gli ideatori) più luciferino di sempre.

Nuovo atto della rinascita inscenata negli anni ’10 dopo un inizio di millennio opaco, l’album sciorina il consueto campionario di voci femminili da urlo, un sound spesso alla “Maxinquaye” e due sorprese: la electro schiacciasassi Dark Days e una cover delle Hole, Doll Parts.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Algiers – The Underside Of Power (Matador)

Erano “roba inaudita” i materiali che nel giugno 2015 davano vita all’omonimo esordio di quell’allora trio e oggi (con la significativa aggiunta di un batterista) quartetto (formalmente di Atlanta ma disperso fra la città della Georgia, New York e Londra). Perché nessuno aveva mai pensato – perlomeno: non in tale forma – a creare un simile “connubio fra le radici più remote della musica afroamericana, ovvia dote del cantante, il nero Franklin James Fisher, e la lezione di una new wave giunta (si pensi ai P.I.L. del “Metal Box”) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock”. Così si provava a raccontare “Algiers” nella recensione di apertura di questa sezione di “Audio Review”, numero 364 per chi vuole recuperarla. “Disco del mese”, benché portatore (in)sano di sonorità magari poco frequentate dal lettore medio della rivista, proprio per premiare l’eccezionale originalità – oltre che qualità – della proposta.

Due esatti anni dopo, a tenere da conto soltanto la seconda si sarebbe potuta tranquillamente bissare la scelta e, se non lo si è fatto, è giusto perché è naturalmente venuto a mancare l’effetto sorpresa. Ma davvero? In realtà dall’industrial funk dell’iniziale Walk Like A Panther al gospel post-punk di The Cycle/The Spiral/Time To Go Down, che una quarantina di minuti dopo chiude le spastiche danze, non ci si annoia mai e valga come paradigma dell’opera tutta una A Hymn For An Average Man che si porge in forma di valzer e si evolve in una sorta di incubotico, dissonante prog. Due miei personali apici: lo spiritual girato gotico Cleveland; l’ultracinematografica e orrorosa Plague Years. Due suggerimenti per dj coraggiosi: i Suicide che incontrano i Temptations della traccia omonima; una Death March che sa di Depeche Mode.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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