Ken Stringfellow – Danzig In The Moonlight (Lojinx)

Ken Stringfellow - Danzig In The Moonlight

Sono nel bel mezzo del rush di chiusure consueto per la prima decade del mese e che nell’arco di cinque o sei giorni mi porterà a scrivere complessivamente di quella trentina di album, fra nuove uscite e ristampe, e meno male che stiamo entrando nel periodo tradizionalmente meno affollato di uscite dell’anno. Fra ieri e oggi mi devono essere arrivati quegli altri quaranta dischi e meno male che ormai di promozionali “veri” (al diavolo gli mp3) quasi non se ne vedono più rispetto a una volta. E poi me n’è stata recapitata un’altra decina che, visto che c’ero, ho invece  comprato e che dite? Che l’ho fatto perché non sapevo che ascoltare? Quando al prossimo processo l’avvocato proverà a dimostrarmi non nel pieno possesso delle facoltà mentali potrebbe essere un bell’asso nella manica. Insomma: in certi momenti più nolente che volente, mi tocca fare girare più musica di quanto non dovrebbe essere umanamente lecito, più di quanta ne infliggerei al mio peggiore nemico ed è diventato per me tristemente normale non avere idea del formato in cui posseggo un disco e dovere rileggermi per sapere che ne penso. Meno male che occasionalmente salta fuori qualcosa di così bello da giustificare, o quasi, tutta la vita più che mai preziosa sprecata ascoltando roba brutta, o semplicemente (che è peggio) nemmeno troppo scadente ma inutile. “Danzig In The Moonlight” non è a tal punto memorabile da finire dritto nella suddetta categoria. Lo è abbastanza da iscriversi a un’altra: album che per fortuna un qualche giornale mi ha chiesto di recensire e così non mi sono limitato a un ascolto o due  per poi cancellarne l’esistenza. Al primo impatto mi era parso caruccio, niente di più, per quanto con una singola canzone sopra la media. Frequentandolo è salito, ma tanto.

Che il signor Ken Stringfellow, da Hollywood ma adottato da Seattle, sia insieme un figo e uno sfigato dovreste saperlo. Non si può definire altrimenti uno che ha suonato con i Big Star e però con gli ultimi Big Star, non con la formazione storica (aveva del resto due anni e mezzo quando usciva “#1 Record”). Che è stato una presenza più o meno costante in dieci anni di R.E.M. ma disgraziatamente quelli che in prospettiva non lasceranno traccia. Che, soprattutto, è stato e di recente è tornato a essere una metà di quei Posies che trovarono in fretta un domicilio nientemeno che presso la Geffen, salvo stabilire dei record negativi di vendite per l’etichetta e riuscire a farsi licenziare quando il semplice essere di Seattle era condizione sufficiente a farsi offrire contratti multimilionari. Nemmeno io, che di power pop sono discretamente fanatico, devo avere  in casa più di due o tre dei loro album in studio e mi risulta ne abbiano fatti otto. Messi tutti insieme, devono avere totalizzato un millesimo degli incassi di Alicia Keys e mi tocca riconoscere un concorso di colpa. Provo a emendarmi propagandando un lavoro che, essendo ancora qui, fra vent’anni potrebbe essere un “Presi per il culto”, puntata mille o all’incirca. Siate previdenti, procuratevelo adesso.

In altri tempi, prima che si potesse comprare/scaricare un brano alla volta, “110 0r 220V” sarebbe stata la classica canzone della quale si diceva che bastasse da sola a giustificare l’acquisto di un album. Voi rubatene un ascolto e se il suo folk-rock armonizzato Dylan non vi farà subito impazzire mi chiedo cosa lo stiate leggendo a fare VMO. E poi sappiate che nessuno dei tredici pezzi che completano la scaletta di “Danzig In The Moonlight” vale altrettanto ma che, privato di un simile apice, resterebbe comunque un disco da 7. In forza della ballata glam Jesus Was An Only Child e di una gemma di blue-eyed soul chiamata Superwise, della pianamente pianistica History Buffs e del jingle-jangle eccentrico You’re The Gold, del blues da vaudeville Drop Your Pride (si è capito che è un disco variegato?) e del rintoccare di corde cui si appendono cuori solitari in dialogo di Doesn’t It Remind You Of Something. Giusto per fare qualche esempio, eh? Pray mi piacerebbe passarla ad Al Green, per sentire l’effetto che fa.

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4 commenti

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4 risposte a “Ken Stringfellow – Danzig In The Moonlight (Lojinx)

  1. stefano piredda

    La prima volta che sentii parlare di Posies fu su Velvet.
    Recensione di – bel titolo davvero per iniziare un’avventura, della serie ‘se il buongiorno di vede dal mattino’… – FAILURE.
    Discone.
    Il recensore era…

  2. Giancarlo Turra

    Pure “Ghosts of Love” è consigliato con calore estremo, e idem la ristampa della prima cassetta che fecero uscire…

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