Archivi del mese: giugno 2013

Velvet Gallery (32)

Un articolo sul blues africano (per il numero di aprile ’91 di “Velvet”)  scritto a quattro mani con Paolone “Aka” Ferrari, una delle persone umanamente più belle e professionalmente più valide con le quali io abbia avuto a che fare in tre interi decenni di onorato mestiere. Per me una medaglia al valore essere stato colui che passò alla redazione del “Mucchio” i suoi primi pezzi, caldeggiandone la pubblicazione. Il ragazzo (in realtà ha un paio di anni più di me) ha poi fatto molta strada.

L'Africa, il blues e la modernità 1

L'Africa, il blues e la modernità 2

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Presi per il culto (33): Dennis Wilson – Pacific Ocean Blue (Caribou, 1977)

Dennis Wilson - Pacific Ocean Blue

Nello scatto sul davanti di quello che resterà il suo unico album da solista il fratello minore di Brian – il fratello maggiore di Carl, il batterista, il meno famoso dei Ragazzi di Spiaggia (e tu ti prendi gioco di me) e quindi, nel comune sentire, il meno talentuoso – appare stanco, provato. Logorato clamorosamente al di là dei trentadue anni che aveva. Come consumato da un’esistenza riguardo alla quale avrebbe potuto dire, con George Best, che “ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e automobili, il resto l’ho sprecato”. Solo che l’ala dello United (noto una  certa somiglianza fra i due, ma sarà suggestione) nel fazzoletto di campo fra un dribbling e l’altro ai suoi demoni un qualche istante di divertimento genuino se lo regalò pure. C’era gioia e non solamente male di vivere nel suo correre a perdifiato in faccia a una gradinata osannante. E che fosse un campionissimo fu chiaro al mondo dal primo assist, dal primo cross, dal primo gol. Niente di tutto ciò per l’eterno – quasi eterno – gregario Dennis Wilson. Una vita da mediano segnata dall’oscura intuizione che sarebbe potuto essere un dieci. Dalla foto di copertina di “Pacific Ocean Blue” traspare una tristezza oltre il dicibile. Non ti fai dominare psicologicamente da un padre padrone, non incroci la strada di Charles Manson, non abiti l’ombra di un fratello in parti eguali genio e follia senza pagare un prezzo. Dennis pagò caro, pagò tutto.

Quando, dopo essersi baloccato con l’idea per un buon lustro, il batterista dei Beach Boys pone effettivamente mano al primo disco da leader la parabola del gruppo da cui proviene è a minimi storici tanto di popolarità che di ispirazione. Le raccolte vendicchiano sempre, l’occasionale live idem, ma “Holland” ha tre anni e non è piaciuto a nessuno, “Surf’s Up” cinque (che per il tempo è come dire venti oggi) e nessuno sarebbe disposto a scommettere che i Ragazzi sapranno mai replicarne l’estro pur… ahem… ondivago. Che non saranno mai più altro che un jukebox di vecchi successi, sempre più sbiaditi e impolverati, è consapevolezza diffusa nell’industria come nella critica e non ci si sbaglierà. Sarà anche perché non ha nulla da perdere che Dennis Wilson se la gioca splendidamente. Scordateveli, i Beach Boys. Scordatevi di cavalcare onde che sono qui invece da contemplare, monito che ciò che scorre non si afferra. Scordatevi il surf dei primi anni ’60 e la psichedelia barocca subentrata con “Pet Sounds”: non rinverrete traccia né di questa né di quello. E scordatevi pure quegli intrecci vocali, e non che giochi di voci non ve ne siano in “Pacific Ocean Blue” – e da subito, dai ricami di gospel e di sogno dell’inaugurale River Song – ma sono altra cosa, per l’appunto piuttosto nera, piuttosto liturgica. È il piano lo strumento principe del disco, dominante sin da River Song e passando per le sospensioni che spezzano il passo torpidamente funky-jazz di una Dreamer sotto la quale ti sorprendi a cercare la firma di Lowell George, per il meraviglioso incipit tosto avvolto di veli d’archi di Thoughts Of You, per una Time baciata da una tromba che sanguina malinconie dolcissime à la Chet. Album fantasticamente variegato in cui armoniosamente coesistono l’isolato, giocoso empito rock’n’roll di What’s Wrong e il blues orchestrale di Moonshine, il latin-jazz di You And I e una traccia omonima incongruamente e stupendamente dritta da Crescent City, una gassosa e languida Farewell My Friend e una End Of The Show che inventa gli Air e pregasi ascoltare per credere. Così come pregasi ascoltare per credere che in Tug Of Love, uno dei brani scartati (rintracciabile in entrambe le riedizioni in digitale, sia quella del ’91 che la “Deluxe” del 2008), già c’è l’invenzione degli Spiritualized. E vogliamo parlare dello Chopin che si reincarna in Herb Alpert di Mexico?

Registrato fra il settembre ’76 e il marzo dell’anno dopo, “Pacific Ocean Blue” raggiunge i negozi nell’agosto seguente. Ha buona stampa e vendite per nulla disprezzabili, sulle trecentomila copie, che è più di quello che totalizza il coevo “Love You” della casa madre. È una vicenda successiva di decenni interi nel limbo dei fuori catalogo a renderlo eleggibile a culto. È il proseguire della discesa in pubblici e insieme privatissimi inferi di un autore che ci scatarra su e giura che il secondo LP – Bambu”, quello che non completerà mai – sarà cento volte meglio. L’unico dei Beach Boys che con l’oceano davvero aveva dimestichezza muore annegato il 28 dicembre 1983, poche settimane dopo avere compiuto trentanove anni. Leggenda dice che quando lo ripescarono il corpo era in posizione fetale. È cronaca e non mito che fu l’allora presidente Ronald Reagan a firmare un permesso speciale per una sepultura in mare non preceduta dall’obbligatoria cremazione.

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Meno due

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Ancora due giorni e sarà in edicola il numero estivo di “Blow Up”. Tutti i numeri estivi sono un po’ speciali, ma questo lo sarà più di altri. Più pagine, nuove rubriche, la prima puntata di una serie di articoli collettivi dedicati a scene e generi, la sezione recensioni completamente riorganizzata. Ah… mi dicono anche di un nuovo collaboratore, un giovanotto forse ancora un po’ acerbo ma parecchio promettente. Insomma: restate sintonizzati.

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Potere alla parola (4): Piccoli Beastie Boys crescono

Mi è capitato spesso di scrivere della posse newyorkese e un paio di volte in maniera piuttosto approfondita. Sfortunatamente, giacché il destro per ripescarlo lo dava la prematura scomparsa del povero Adam Yauch, uno di questi due articoli già è apparso su VMO (lo trovate qui). Per questa serie recupero dunque il secondo, primo in realtà in ordine di stesura.

Beastie Boys

Lo scorso maggio “Pulse”, una delle principali riviste musicali statunitensi, ha pubblicato una lista dei venticinque album che hanno fatto la storia dell’hip hop. L’incarico di compilare l’elenco era stato saggiamente affidato a un giornalista nero di fama, Jon Shecter, uno dei fondatori di “The Source”, la bibbia del rap americano. Di uno solo degli LP da lui scelti sono titolari dei bianchi: il disco è “Licensed To Ill” e loro sono i Beastie Boys, tre pestiferi ragazzini ebrei newyorkesi che con quel lavoro debuttarono sulla lunga distanza, nell’ormai lontano 1986.

Non so quanti neri ci siano oggi fra i loro ammiratori. Probabilmente non molti, ma il rispetto di cui godono tuttora è grande e se hanno perso per strada i fans del rap più hardcore è successo, in larga parte, perché è quello un pubblico in costante movimento, sempre alla ricerca del nome emergente, del “flavor of the month”. E poi: non si è ridotto allo stesso modo il pubblico di colore dei Run DMC e dei Public Enemy? In compenso l’appeal dei Beasties si è fatto ancora più universale di quanto non fosse in principio, la loro musica più varia e fresca. Innovativa. Tre album dopo, si può parlare di loro non solo come di una delle migliori formazioni hip hop di sempre ma anche come di una rock band straordinaria. Forse la migliore cosa capitata al rock’n’roll, con i Nirvana, da dieci anni in qua.

I Beastie Boys sono un gruppo totalmente nuovo: non sono rock, non sono heavy metal, non sono punk, non sono rap. E nello stesso tempo sono tutte queste cose insieme. Sono fuori e dentro qualunque categoria attuale della musica.

Così parlava il loro produttore Rick Rubin nel 1986, quando “Licensed To Ill” aveva appena preso la rincorsa che lo avrebbe portato al numero uno delle classifiche USA. Tutto vero. Ma la valenza musicale dei Nostri fu messa in secondo piano dall’impatto che ebbe la loro ascesa allo stardom. Non pochi tirarono in ballo i Sex Pistols per raccontare dei Beastie Boys seconda maniera (i primi avevano trafficato, in ambito underground e in formazione a cinque, con l’hardcore punk, con risultati, come testimonia la raccolta “Some Old Bullshit”, non trascendentali). Del gruppo di Johnny Rotten i tre monelli di Manhattan avevano il gusto per le canzoni innodiche dal ritornello invariabilmente indimenticabile e per le provocazioni. La fama dei loro concerti, baraonde ad altissimo tasso adrenalinico dove tutto poteva succedere, fu presto immensa e la loro apparizione alla cerimonia dei Grammy per l’86 è passata alla storia della TV americana allo stesso modo in cui l’intervista ai Pistols nel programma di Bill Grundy fece epoca per quella britannica. Ciò che non tutti afferrarono è che nel glorioso tumulto inscenato dai nostri eroi non vi era traccia del nichilismo di Rotten e soci. Eppure gli immortali versi iniziali di Fight For Your Right To Party – “Ti svegli e devi andare a scuola ma non vuoi/e dici a tua mamma ‘Per favore!’/ma lei dice ancora ‘No!’“ – avrebbero dovuto chiarirlo da subito.

Una faccenda principalmente di ormoni i Beastie Boys, allora e ancora oggi che l’anagrafe fa di MCA (Adam Yauch, 1965), Mike D (Michael Diamond, 1966) e Ad Rock (Adam Horowitz, 1967) i più stagionati adolescenti del rock. Un cartone animato pure, come i Ramones. Ci voleva una bella ottusità a indignarsi per il loro presunto antifemminismo, dedotto da testi alla Animal House quali quelli di She’s Crafty e Girls, e parecchi la misero in mostra. Quei signori dovrebbero sentirsi imbarazzati oggi, non i Beasties, che per certe liriche irriverenti anni dopo comunque si scuseranno.

Voglio dire qualcosa che da tempo era dovuto/Che mancare di rispetto alle donne è sbagliato/A tutte le madri e le sorelle e le mogli e le amiche/Voglio offrire il mio amore e il mio rispetto, per sempre.” (MCA in Sure Shot, da “Ill Communication”)

Quello che davvero l’establishment trovò intollerabile al tempo (solo che non si poteva dire) non furono il linguaggio scurrile, l’enorme pene di gomma che svettava sul palco appena partiva Fight For Your Right To Party, la ballerina seminuda sospesa in una gabbia, le camere d’albergo distrutte, le forze dell’ordine dileggiate. Fu il fatto che tre ragazzini bianchi suonando musica da neri avevano conquistato un pubblico di giovanissimi dell’uno e dell’altro colore. Peggio dell’Elvis dei primordi, con l’aggravante che questi manco parevano addomesticabili. Cominciò un’opera di demolizione da parte dei media sistematica, con i famigerati tabloid inglesi in prima linea, ma si infranse contro una ghenga troppo unita per farsi mettere fuori gioco da maldicenze da bigotti. Troppo talentuosa.

Finito l’hype e persasi la memoria degli scandali restano le canzoni. Quelle di “Licensed To Ill”, già grandi ascoltate una ad una, crescono ancora se prese in blocco (niente stacchi fra un brano e l’altro: uno dei trucchi prediletti di Rubin e il più efficace). Lo scratching dinamitardo, il riff sabbathiano e la cavalcata percussiva dell’iniziale Rhymin’ And Stealin’ dettano le linee direttrici di un album che è ad ogni buon conto assai più articolato e meno monolitico di quanto spesso non si sia scritto. Se il brano standard, spinto in avanti dalle scansioni ritmiche tipiche dell’hip hop di metà anni ’80, è megachitarroso, retto da riff che vanno dal marmoreo alla Black Sabbath allo sprintato alla AC/DC (Fight For Your Right To Party e No Sleep Till Brooklyn potrebbero essere degli Australiani), passando per il funky di scuola Aerosmith, Slow Ride e Girls sono impregnate di latinità e il sax starnazzante di Brass Monkey rievoca addirittura la no wave. E gioco e timbrica delle percussioni oggi verrebbero etichettati industriali.

Si può ragionevolmente ipotizzare che il pubblico bianco apprezzò soprattutto i brani occhieggianti all’hard e quello di colore i pezzi più minimali e hardcore (nell’accezione rap del termine, naturalmente): The New Style, Paul Revere, Hold It Now Hit It. Quel che conta è che nel “Def Jam Tour 1986” i Beastie Boys e i loro compagni di scuderia Run DMC, Whodini e LL Cool J attirarono folle razzialmente composite come mai era accaduto. Val la pena di ribadirlo: ecco perché facevano paura.

Beastie Boys - Paul's Boutique

…got fat bass lines like Russell Simmons steals money…” (B-Boys Makin’ With The Freak Freak, da “Ill Communication”)

Avevano resistito agli attacchi dei cialtroni del “Daily Mirror”, i Nostri, e non si erano fatti mettere fuori combattimento né dalle grane giudiziarie né dalla stanchezza dei mesi trascorsi sulla strada. Fu un ostacolo imprevisto – una vertenza con il produttore Rick Rubin, il manager Russell Simmons e la casa discografica da loro fondata, la Def Jam, alle cui milionarie fortune MCA, Mike D e Ad Rock avevano offerto un notevole contributo – a farli sbattere faccia a terra e a minacciare di renderli ciò che taluni auspicavano e altri temevano: degli one hit-wonders. Finì con un divorzio dagli strascichi velenosi. Pochi avrebbero scommesso un centesimo sul futuro dei Beasties, in special modo dopo avere ascoltato, dopo un’attesa protrattasi tre anni, “Paul’s Boutique”, il loro primo LP per la Capitol, oltre che il primo post-trasloco da New York a Los Angeles.

Tutt’altro che un brutto disco, e difatti la stampa ne fu entusiasta, però invendibile. Cinquantatré minuti senza pause di hip hop rigorosamente hardcore, senza quasi traccia dei chitarroni di “Licensed To Ill” e senza brani (a parte Hey Ladies) un minimo orecchiabili. L’assenza della scaletta sulla bella copertina, che contribuisce la sua parte all’ardua identificazione del singolo titolo, legittima il sospetto che i Nostri intendessero fare di quest’album un’orgogliosa dichiarazione di indipendenza dagli obblighi che l’industria discografica impone alle sue stelle: un suono il più possibile riconoscibile e sempre simile a se stesso, nessuno scarto eccessivamente marcato fra un nuovo LP e il suo predecessore, qualche canzone trainante in ogni album. Se volevano essere anticommerciali ci riuscirono in pieno: il pubblico di colore aveva trovato altri idoli e quello bianco tutta questa negritudine proprio non la gradì. Al botteghino “Paul’s Boutique” fu un flop di quelli in grado di stroncare la carriera di chiunque.

Fra gli LP che abbiamo pubblicato finora, ‘Check Your Head’ è quello che più eravamo sicuri che non sarebbe piaciuto alla casa discografica. Al punto che considerammo l’eventualità che si rifiutasse di farlo uscire. Ma non avrebbe potuto importarcene di meno: quello era il solo disco che ci andava di fare in quel momento.” (Mike D, 1994)

La resurrezione commerciale (parlare di resurrezione artistica sarebbe fuori luogo: quando mai erano morti?) dei Beastie Boys è stato uno degli eventi più imprevisti ed esaltanti degli anni ’90. Il suo primo atto – primo anche dell’avventura Grand Royal, l’etichetta distribuita Capitol messa in piedi dai Nostri – è stato “Check Your Head”, anno di grazia 1992. Un mirabile incrocio fra l’immediatezza di “Licensed To Ill” e l’eleganza di “Paul’s Boutique”, con in più tanti altri colori a fare ancora più ricca una tavolozza già impareggiabile. Ci si imbatte dunque, esplorando i suoi solchi, in riff metal, scratching tellurici e giri funky, ma anche in un irresistibile Hammond alla Jack McDuff che fa spesso capolino, in un clamoroso revival dei trascorsi punk del gruppo chiamato Time For Livin’, in un ipnotico raga-rap (oggi lo si definirebbe trip-hop) come Something Got To Give, in una Stand Together che insegna una cosuccia o due ai Nine Inch Nails e in un gioiello di funkadelia come Mark On The Bus, di cui sia George Clinton che Sly Stone potrebbero essere orgogliosi. Nonché in citazioni di Barrington Levy e Bob Dylan, intermezzi da music hall, sassofoni isterici e della indolente funk-poetry, Namasté, che dà dei punti al pur bravo Galliano. Per non tirarla troppo per le lunghe: un prodigio, premiato da un riscontro commerciale lontano dai fasti di “Licensed To Ill” ma nondimeno rispettabilissimo (e il disco dopo andrà ancora meglio), quantificabile a tutt’oggi in circa due milioni e mezzo di copie vendute.

Al ritorno in auge dei Beasties contribuì una tournée con Henry Rollins, caratterizzata da concerti persino più trascinanti che ai tempi del primo album, con MCA, Mike D e Ad Rock impegnati con basso, batteria e chitarra, oltre che a rappare, e altri musicisti a supportarli con l’ottimo DJ Hurricane. Un riallacciarsi alle radici punk, da un lato; dall’altro, un’anticipo della voga dell’hip hop “suonato”.

Dopo di allora, altri tour entusiasmanti (il recente mini “Root Down” offre un assaggio dell’eccitazione che si respira quando si esibiscono i tre discolacci) e nel 1994 un LP capolavoro, “Ill Communication”, cui è riuscita un’impresa che si sarebbe scommessa impossibile: superare “Check Your Head”. Di quell’album “Ill Communication” mantiene tutti gli ingredienti aggiungendone ancora, senza che ciò vada a scapito dell’amalgama. Ecco quindi micidiali assalti alla Minor Threat come Tough Guy e Heart Attack Man convivere senza problemi con liquidi strumentali funky-jazz, nenie orientaleggianti come Shambala e Bodhisattva Vow e la psichedelia del ventunesimo secolo di Eugene’s Lament. Incredibile ma vero.

Non sarò mai figo come loro!” (Beavis, della coppia di filosofi Beavis e Butt-Head)

Se il più scafato dei discografici avesse provato a costruirli a tavolino, i Beastie Boys, non sarebbe riuscito a progettare una creatura sì perfetta. Piacciono a tutti: ai critici più esigenti come ai ragazzini, alle radio e ai dj, ai rapper e ai punk, ai funkettari e ai metallari. Sono sempre stati in anticipo sui tempi: hanno inventato il crossover fra rap e metal, in contemporanea con gli amici Run DMC, un lustro prima del resto del pianeta; hanno suonato trip-hop quando nessuno sapeva cosa fosse; hanno conquistato i punkabbestia con l’acid jazz e fatto scoprire l’hardcore punk ai b-boys. Conservando inalterata la loro travolgente carica di simpatia sono riusciti a ripulirla di ogni scoria burina, fino al punto di diventare i soli musicisti “politicamente corretti” del pianeta per niente barbosi.Persino come scopritori di talenti si sono rivelati in gamba! Per la loro Grand Royal incidono le Luscious Jackson, una delle band più valide emerse nell’ultimo biennio.

Hanno talento e l’intelligenza e la forza di volontà indispensabili per sfruttarlo e affinarlo. Hanno quell’indefinibile qualità chiamata coolness che è una dote naturale. Si ha o non si ha, e nel secondo caso niente e nessuno te la potranno dare. I Beastie Boys: difficile non invidiarli, impossibile non amarli.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.10, settembre 1995.

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Queens Of The Stone Age – …Like Clockwork (Matador)

Queens Of The Stone Age - ...Like Clockwork

Da qui a dieci anni starete ancora ascoltando quest’album straordinario ed è ciò che conta di più”: così il recensore di “Kerrang” nel 2000 su “Rated R” e appropriatamente la “Deluxe Edition” approntata dalla Interscope giusto per il decennale di quel disco riporta la citazione in seconda di copertina. Cinque album e ben tredici anni dopo rispetto all’uscita di uno degli ultimi classici del rock a fare sul serio epoca (per quanto ci sia chi gli preferisce il successivo “Songs For The Deaf”) ci si potrebbe allora legittimamente domandare: nel 2023 lo faremo ancora girare “…Like Clockwork”? Azzarderei di sì. Ma aggiungendo subito: probabilmente, con il medesimo sentimento di entusiasmo misto a perplessità che suscita oggi, quando dalla pubblicazione non sono passate che tre settimane ma gli ascolti accumulatisi già sono parecchi. Vana al momento la ricerca di una chiave di volta e di lettura, che probabilmente manca.

Tanti sei anni senza un disco di una delle poche sigle da prendere sul serio di questo secolo in cui il rock definitivamente si è fatto liturgia, non più religione, rappresentazione nel migliore dei casi e pantomima nel peggiore. Josh Homme è uno che tuttora ci crede. Josh Homme è uno che ha cultura e talento bastanti a sublimare una simile fede, scansandola dagli abissi della superstizione. Josh Homme forgia riff martellandoli su incudini di dei e sa all’occasione farci girare attorno melodie che a piantartele in testa con una sparachiodi non penetrerebbero più a fondo. Sa insomma scrivere pezzi memorabili e non è mai scontato che un gruppo con un grande suono abbia poi anche grandi canzoni. In “Rated R”, in “Songs For The Deaf”, c’erano queste e quello. Si potrebbe dire lo stesso di “…Like Clockwork”, ma precisando che del monolite stoner che cominciarono a cavare da granito e pietra lavica gli antesignani Kyuss non sussistono che ricordi, suggestioni, in capo e intorno a un prisma caleidoscopico. È tanto variegata questa nuova prova delle Regine – come se ci si fosse voluti rifare del tempo non certo perduto ma dedicato ad altre, meno cruciali se non dopolavoristiche, faccende – che qui e là, e soprattutto nella seconda metà di un non estesissimo (tre quarti d’ora) programma, la visione tende a farsi sfocata, il filo del discorso a smarrirsi.

All’ennesimo passaggio, un’illuminazione. Bisognerebbe fingere, per farsene infine conquistare senza più remore, che “…Like Clockwork” lo si stia ascoltando nel vecchio formato del long playing e apposta non ho scritto semplicemente “in vinile”, giacché una stampa in vinile esiste ma è un doppio da fare andare a 45 giri. Nell’era dell’LP le facciate sarebbero state invece solo due, con cinque pezzi cadauna, e sarebbero risultate perfettamente speculari. Al centro della prima, la ballata pianistica che evolve in morbido rock-blues The Vampyre Of Time And Money, con a precederla la collisione Screaming Trees/Soundgarden Keep Your Eyes Peeled e la squadrata I Sat By The Ocean e a seguirla il gotico/robotico glam della malignamente lasciva If I Had A Tail e un’incalzante e vorticosa My God Is The Sun, di muscolarità guerriera. Laddove sulla seconda all’implacabile funk-metal Smooth Sailing farebbero da corona dapprima il valzer nirvaniano Kalopsia e una Fairweather Friends più da Queen che da Queens Of The Stone Age e quindi una I Appear Missing smaccatamente beatlesiana (cfr. Sun King, su “Abbey Road”) e una traccia omonima persa dai Pink Floyd nelle terre di mezzo fra “Dark Side Of The Moon” e “Wish You Were Here”. E non pare pure a voi che così tutto avrebbe molto (ma molto) più senso?

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Wolf People – Fain (Jagjaguwar)

Wolf People - Fain

Bisogna giusto scoprire di quale anno sia fra le migliori uscite questo “Fain”: se del 1969, del ’70, del ’71 oppure del ’72. Massimo massimo, potrebbe essere del ’73. Perché – dai! – quel 2013 che campeggia sul retro di copertina deve per forza riferirsi alla data della prima riedizione di un oscuro classico sfuggito a oggi alle indagini anche dei più accaniti collezionisti di rock progressivo (in senso lato) dei tardi ’60/primi ’70 britannici. Quello nutrito a folk di Fairport Convention e Trees così come quello memore della lezione del blues, e nel contempo proiettato verso empirei hard, di Cream, Groundhogs e Led Zeppelin, pastorale alla Traffic o ancora ossianico alla Black Sabbath, favolistico alla Jethro Tull, duramente urbano alla Edgar Boughton Band, non meno granitico e nondimeno in decollo per tangenti astrali alla Hawkwind. Qualcuno ha citato i Family? Si odono echi pure di costoro. Qualcuno ha menzionato i Mighty Baby? Sì, ci stanno, ma se vogliamo andare decisamente sull’oscuro chiamiamo direttamente in causa i Dark e via. Non ce la si fa, a noi vecchi lupi dei mari del rock, a fregarci così. “Fain” è chiaramente una ristampa. O no?

Naturalmente no. Per gli inglesi (dal Bedfordshire) Wolf People è questo il secondo oppure il terzo album (volendo contare come tale la raccolta di singoli “Tidings”, che anticipava di qualche mese nel 2010 il debutto “Steeple”) e curiosamente tutti usciti per la stessa etichetta (fra l’altro niente affatto passatista, mediamente) americana. Differenze dal predecessore? Infinitesimali. Qui c’è giusto un tocco di folk in più. Forse (ma forse è solo suggestione) un affinamento della scrittura e delle capacità di strumentisti di giovanotti che a occhio, barbe o non barbe, manco erano nati ancora nell’83 e figurarsi dieci anni prima. Hanno un senso nel 2013? In quanto sapiente ricombinazione (perché è un fatto: a cavallo fra ’60 e ’70 nessuno in Gran Bretagna suonava davvero così) di elementi da lungi codificati del canone rock, direi lo stesso dei TV On The Radio. Mutatis mutandis: stilemi ed epoca di riferimento. Molto di più, secondo me e a patto di limitare rigorosamente il discorso alla musica, che non le Savages. Io li trovo straordinari, come a suo tempo (ed era un buon quarto di secolo fa) trovai straordinario il primo Bevis Frond. Che se vogliamo un qualche contatto con l’attualità (una passionaccia per gli Hüsker Dü, ad esempio) ce l’aveva e questi ragazzotti nisba. Ma la sapete una cosa? Chissenefrega. Mi fanno sentire bene, i Wolf People, e questo è quanto. Essendo nati “vecchi”, ho come l’impressione che invecchieranno meglio – e forse per niente – di tante miserie fighette di stagione.

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In Love With Chuck (E. Weiss)

Che fine ha fatto Chuck Weiss? Sono sei anni che il vecchio (classe 1952) bohémien non dà più notizie di sé, vale a dire dacché Cooking Vinyl ne licenziò il terzo album “vero”, “23rd & Stout”. Si riaffaccerà almeno un’ultima volta alla ribalta? Sarebbe bello. Magari accompagnato da Tom e Rickie Lee, è il mio auspicio.

Chuck E. Weiss

I think that Chuck E.’s in love…/With the little girl who’s singin’ this song” (Rickie Lee Jones, Chuck E.’s In Love)

Lo invidiai da matti Chuck E., chiunque lui fosse, a sentirgli dedicare una canzone (di seduzione e swing tanto sfacciati poi!) sul primo album di Rickie Lee. Dea da morirci dietro in copertina, sigaro pendulo, basco rosso sulle ventitré su una cascata di lunghi capelli biondi, novella Lauren Bacall cui dedicare sogni impossibili. Beninteso: non è che la ragazza dicesse di contraccambiare. Però la familiarità dichiarata dai versi bastava a farmi pensare Chuck E. uomo incredibilmente fortunato. Per quanto mai come Tom Waits, che da lì a poco scoprii, sul retro di “Blue Valentine”, piegato con fare lascivo su una signorina appoggiata al cofano di un’auto e fosse mai che era proprio Rickie Lee? Ne ebbi conferma, non rammento in che modo. Il bastardo. La busta di “Foreign Affairs”, comprato assieme a “Blue Valentine”, mi aveva nel frattempo offerto le generalità complete dell’altro uomo con una scritta enigmatica: “Chuck E. Weiss is back in town”. Ancora qualche mese e inciampavo, proprio su queste pagine, in una recensione del primo LP di costui, un mini per la newyorkese e da lungi desaparecida Select. Lo acquisterò solo diversi anni dopo, su una bancarella milanese a prezzo miracolosamente basso quando già fra gli intenditori circolava a discrete cifre che l’ascolto testimonierà adeguate alla sua guascona poesia.

Ho molto amato “The Other Side Of Town”, sin dalla confezione bifronte con il Nostro sul davanti Dottor Jekyll e signor Hyde sul retro (solo che pure come Dottore non è che ispiri soverchia fiducia). La pigra eleganza blues di Luigi’s Starlite Lounge che sfuma nel travolgente jump della Saturday Nite Fish Fry che fu di Louis Jordan per poi cedere allo squisito apocrifo waitsiano (circa “Blue Valentine”, guarda caso) Sidekick (con Rickie Lee in sfizioso cameo) e quindi allo sfrenato punk’n’roll di Gina. Fine della prima facciata. Seconda: un altro paio di rock’n’roll a rotta di collo, Tropicana e Juvenile Delinquent, il pianismo sbrilluccicante di Sparky e infine quella delizia della title-track, epica di piano a grappoli e sax ululante non identificato. Il piano sì: un certo Mac Rebennack e vi è squillato un campanello? Esatto, Dr. John. Ho molto amato “The Other Side Of Town”, dicevo, e naturalmente l’ho poi riposto negli scaffali e dimenticato. Fino al 1999.

Non è da tutti mettere diciotto anni fra il primo e il secondo disco, ma del resto Chuck E. Weiss uomo qualunque proprio non è. In corrispondenza con la pubblicazione di “Extremely Cool”, su Rykodisc e con l’amico Tom a coprodurre, ebbi finalmente notizie in abbondanza su di lui e altre ancora ne ho avute adesso che, mettendoci quella miseria di due anni e spiccioli in mezzo, ci ha a sorpresa recapitato un’altra meraviglia di disco fatto della materia di cui sono fatti i film dei fratelli Coen e certi racconti di James Ellroy. La New Orleans più voodoo e la Chicago più elettrica traslocate nei bassifondi della Città degli Angeli, luoghi frequentati dal Chuck in alcolico spirito o in carne, ossa e sgargianti abiti da pappone. Ho appreso così, e ve ne rendo partecipi, che è addirittura dalla fine degli anni ’60 che il Nostro fa musica, da quando ragazzino sedette dietro tamburi e piatti durante un concerto di Lightnin’ Hopkins e il vecchio e grande bluesman ne fu tanto contento che se lo portò in tour. Nei primi ’70 suonava con i Chicago All Stars di Willie Dixon e piccola testimonianza ne è la spettacolare Down The Road A Piece inclusa (senza che incredibilmente si noti il minimo stacco rispetto a registrazioni di trentun’anni posteriori) nel nuovo di pacca “Old Souls & Wolf Tickets”. Nel 1972 conosceva Tom Waits in quel di Denver e ne nasceva una bella amicizia (scorro i crediti dei primi LP di Waits e in “Nighthawks At The Diner” mi imbatto in una Spare Parts I firmata congiuntamente e in “Small Change” in una dedica). Dopo anni nomadi, dal ’77 in poi Chuck è stato singolarmente stanziale per essere un americano: mai più via da Los Angeles e ogni lunedì sera, dall’88 a oggi, in concerto al Central, poi Viper Room e di proprietà di un altro illustre amico (Johnny Depp), sul Sunset Strip. Potrebbe essere ragione bastante a giustificare una capatina in California.

Vi costerà meno per intanto mettervi in casa ciò che del nostro uomo si trova, vale a dire i due dischi ultimi. Mi imbarazza scegliere. “Extremely Cool” è superficialmente più variegato, capace di passare dal bluesone catacombale di Devil With Blue Suede Shoes a una Deeply Sorry profondamente manciniana e da lì di traghettarsi al romanticismo fra Springsteen e Woody Guthrie di Oh Marcy e alle percussioni operaie e alla voce licantropa di Pygmy Fund, piazzando ancora nel prosieguo jazzetto spumeggiante, cariche a testa bassa alla Jerry Lee Lewis, messe con Screamin Jay Hawkins a officiare, sornione vaudeville e persino (l’impagabilmente cialtrona Do You Know What I Idi Amin) un’ipotesi di Last Poets buffoneschi. Con qualche intermezzo (tipo il quadretto beefheartiano di Piggly Wiggly) a spezzare il passo, “Old Souls & Wolf Tickets” è più compatto e ancora più gagliardo e scintillante. Adoro il tribalismo di Congo Square At Midnight, l’andi felpato di Sweetie-O, la marcetta gospel con fiati panciuti e mandolini in libera uscita di Anthem For Old Souls, il gusto cajun di No Hep Cats, la giocosità di un Dixieland Funeral assai poco funereo. Non scelgo. Perché dovreste, voi?

 Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.475, 26 febbraio 2002.

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