Archivi tag: folk

Bon Iver – 22, A Million (Jagjaguwar)

bon-iver-22-a-million

Quantomeno nessuno potrà mai accusare Justin Vernon di ripetersi. Men che meno di inseguire i trend, quando in un altro tempo sarebbe stato lui a crearli, alla Bowie. Non ci si crede che un disco così abbia scalato la classifica di “Billboard” fino alla seconda posizione: non per la provenienza dell’autore dall’underground più underground, retroterra che non aveva impedito nel 2011 all’album prima di realizzare un analogo exploit, ma perché “22, A Million” in quella graduatoria è un UFO e lo sarebbe stato anche in epoche più avventurose dell’odierna. E questo nonostante ricorra massicciamente al vezzo più fastidioso (roba che al confronto la famigerata batteria anni ’80 non era nulla) del pop attuale: la voce filtrata, deformata, deumanizzata dall’auto-tune. Ma dico io! Qual era stata, prima ancora di una scrittura eccelsa, la prima caratteristica a fare amare il favoloso esordio del 2008 “For Emma, Forever Ago”? La bellissima voce di Vernon, ora in falsetto, ora in un registro confidenziale. Distorcerla metodicamente è imperdonabile.

Il secondo peccato capitale in cui incorre un lavoro che almeno non lascia indifferenti è che invece che musica parrebbe che l’autore volesse con esso creare Arte, nel senso pretenzioso del termine e vedasi a tal riguardo gli assurdi, irriproducibili titoli che battezzano la più parte delle dieci canzoni. Vedasi la propensione, in cerca di un post-folk totalmente destrutturato rispetto a quello intimista d’antan e ricomposto elettronicamente, all’eccesso di stranezza. Un’esibita modernità a battagliare contro l’Arcadia che fu. E dire che in tralice ancora si intravvede una scrittura stellare: in una quinta traccia degna di un Paul Simon, nel cybersoul della sesta, in un’ottava che rimanda allo Springsteen di Streets Of Philadelphia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Have A Little Faithfull (Marianne)

Marianne Faithfull

Ricorre oggi un anniversario alquanto singolare. Era un 8 di luglio, del 1970, quando una giovane, bellissima, sciocca e naturalmente disperata Marianne Faithfull cercava di suicidarsi, con un’overdose di barbiturici. Tentativo che non riusciva davvero per un nulla, giacché la ragazza restava alcuni giorni in coma. Che spreco immenso sarebbe stato, di un talento che sboccerà appieno solo diversi anni dopo.

Marianne Faithfull - Come My Way

Come My Way (Decca, 1964)

Materia leggendaria l’ingresso dell’aristocratica non per modo di dire (la madre una baronessa austriaca) Marianne Faithfull nel mondo del rock: nel 1964 Andrew Loog Oldham, al tempo manager dei Rolling Stones, ne notava la bellezza profumata di innocenza a una festa a casa McCartney e pensava bene di corromperla mettendola a contatto con i suoi sulfurei protetti. Jagger e Richards le affidavano la sentimentale As Tears Go By e il 45 giri filava dritto nei Top 10 britannici. Ancora meglio avrebbe fatto qualche mese dopo Come And Stay With Me, scritta a quattro mani da Jackie De Shannon e da un giovane Jimmy Page. Con inconsueta strategia commerciale, duplice l’esordio a 33 giri nel ’65, con due album contemporaneamente nei negozi, uno omonimo con i successi già messi in fila come fulcro e questo “Come My Way”, che meritoriamente la Lilith riporta nei negozi offrendo un’alternativa a una costosa stampa giapponese. È una piacevole collezione di ballate folk in massima parte tradizionali interpretate con un’acerba voce da soprano. Accostabili alla coeva Joan Baez le atmosfere, qui e là si affacciano toni alla Kurt Weill prefiguranti un futuro allora lontanissimo. Quattro brani integrano la scaletta originale e fra essi il malato blueseggiare di Sister Morphine: si era fatto il 1969 e di innocenza non vi era più traccia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.620, marzo 2006.

Marianne Faithfull - Broken English

Broken English (Island, 1979)

Affacciatasi alla ribalta a metà anni ’60 come pupa innocente dei gangster Rolling Stones, e rimediato un discreto successo con una serie di singoli ed LP divisi fra un soffice folk-rock e un altrettanto delicato pop orchestrale, Marianne Faithfull ne spariva drammaticamente poco dopo, persa in una tossica spirale autodistruttiva divenuta materia di tristi leggende. Uscita di scena a suo modo spettacolare come lo era poi – ma fortunatamente in tutt’altro modo – un rientro concretizzatosi appieno alla fine del decennio successivo con questo “Broken English”. C’era stato in realtà due anni prima, nel 1977, un altro album, “Dreaming My Dreams”, ma non se n’era accorto quasi nessuno ed è un bene che di quella non trascendentale collezione di canzoni country in pochi serbino memoria. “Broken English” era il ritorno vero e faceva rumore per la qualità del repertorio, per la modernità dei suoni, per la bellezza decadente di una voce splendidamente rovinata, per cominciare, dalle troppe sigarette: roca, una buona ottava più bassa di quel che era stata. I quasi tre decenni e mezzo trascorsi nulla hanno sottratto in impatto e memorabilità a otto canzoni (fra cui una Working Class Hero forse meglio dell’originale di Lennon) un po’ Grace Jones e un po’ tanto Patti Smith. Il CD aggiunto a questa ristampa Deluxe non offre ulteriori illuminazioni, tolta una Sister Morphine che risuona insieme confessione e riscatto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

Marianne Faithfull - Easy Come Easy Go

Easy Come Easy Go (Naïve, 2008)

Fornire i promo in vinile è stata una mia scelta, amo molto il suono analogico e soffro il digitale. Forse normale per noi, dato che entrambi siamo cresciuti con i 33 e i 45 giri, ma mi sono accorta che, per fortuna, tanti giovani e giovanissimi stanno scoprendo il gusto della musica ascoltata con il giradischi, come confermato dalla presenza di una sempre maggiore quantità di vinili sugli scaffali degli stessi negozi – anche delle grandi catene – dai quali erano quasi scomparsi. Al di là del suono, i dischi neri mi piacciono perché richiedono attenzione e per le possibilità che offrono in termini di sequenza dei brani: la pausa per cambiare facciata, per esempio, è psicologicamente molto importante per godersi al meglio la scaletta. Mettere su un disco dovrebbe essere un piccolo evento.

Così Marianne Faithfull qualche settimana fa, in una conversazione con Federico Guglielmi. E come darle torto? Da addetto ai lavori, è stata una soddisfazione immensa ricevere come “advance” non un compact disc (spesso nemmeno confezionato, con giusto uno squallido foglietto ad accompagnarlo) bensì, a ere geologiche dall’ultimo, un doppio vinile in elegante copertina apribile. Uguale a quello che verrà commercializzato, diciotto brani ove il CD normale ne conterrà solamente dieci e per avere l’intera scaletta in digitale dovrete puntare un’edizione limitata.

Spendo due doverose parole su come suona, sul primo dei supporti fonografici, “Easy Come Easy Go”. Benissimo, naturalmente, che la Naïve abbia deciso di puntare sul vinile. Sarebbe nondimeno opportuno, per non giocarsi una delle ultime possibilità di sopravvivenza, che nel momento in cui si aggrappa come a un salvagente al vecchio formato l’industria discografica maggiore tenesse conto dell’opera svolta nell’ultimo decennio dalle etichette per audiofili. Ci siamo abituati ai centottanta grammi, al vinile vergine e pressato a regola d’arte, e dunque silenzioso, e indietro non si torna (se no tanto vale comprare il CD o farselo). Qui la grammatura è bassina, benché ancora adeguata, e la silenziosità migliorabile. Che il piacere regalato da un’incisione superba – tutto magistrale: i timbri delle voci, i colori degli strumenti, la prospettiva scenica – venga a tratti sciupato da qualche tic, o peggio da delle strisciate, nel 2008 è inammissibile.

E la musica? Meglio della registrazione, ennesimo gioiellino per un’artista salita alla ribalta nei ’60 e immersa ora in altri sessanta ancora più favolosi: i suoi. Chi se la ricorda giovane, fine dicitrice di robine pop, resetti. Chi ruvidamente post-punk nel capolavoro “Broken English”, idem. Non chi da “Strange Weather” in poi (e sono due abbondanti decenni) ha fatto i conti con un’interprete capace di colmare lo iato fra Billie Holiday e PJ Harvey. Qui alle prese con materiali fra gli altri di Dolly Parton e Brian Eno, Duke Ellington e Randy Newman, Morrissey e Judee Sill, degli Espers come dei Traffic, dei Miracles o di Bernstein. Contornata dagli ospiti più vari (dal vecchio amico Keith Richards a Sean Lennon, da Antony a Nick Cave passando per Cat Power o Rufus Wainwright), accompagnata da musicisti strepitosi (uno per tutti: il chitarrista Marc Ribot), diretta da un Hal Willner in stato di grazia in una zona di squisita penombra fra il jazz e una Canzone che aspira al Classico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.295, novembre 2008. Riadattato.

Se nell’essere sempre uguali a se stessi gli amici Jagger & Richards hanno un punto di forza, Marianne Faithfull è stata decisamente più bendisposta al cambiamento in una carriera pur’essa ormai quarantennale. Due le rivoluzioni maggiori inscenate: se da interprete di brani altrui in chiave folk-pop si reinventava nel ’79, con il capolavoro “Broken English”, autrice in un orizzonte post-punk nell’87 l’altrettanto formidabile “Strange Weather”, prima collaborazione con Hal Wilner, la ridefiniva sciantosa esistenzialista, moderna Bille Holiday pacificata ma non troppo. “Easy Come Easy Go” rinnova il sodalizio con Willner come forse non c’era bisogno – in fondo tutti i dischi sistemati fra questi due discendono dal primo – e forse invece sì, perché repertorio, qualità degli arrangiamenti e intensità delle interpretazioni si rivelano – già al primo ascolto, ma tanto di più nei successivi – una spanna sopra una media già alta. Quando vi parleranno dei “favolosi anni sessanta” di questa signora classe 1946 sappiate che sono quelli che sta vivendo ora.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Highway 25 Revisited

Bob Dylan compie oggi settantacinque anni. Quando ancora gli mancava qualche giorno a compierne venticinque combinò questa roba qui.

Bob Dylan - Live 1966 The Royal Albert Hall Concert

Il 1965 non è ancora finito, non sono trascorsi che mille giorni dall’esordio acustico e volto all’indietro e il ventiquattrenne Bob Dylan ha già segnato in profondità musica e cultura del Novecento con sei album in cui ha interpretato e anticipato i sentimenti di una generazione. Con gli ultimi due ha trovato un nuovo pubblico e fatto infuriare il vecchio. Per la neonata nazione del rock è un nuovo eroe che sa produrre musica orecchiabile come quella dei Beatles, maleducata come quella degli Stones, sexy come una volta Presley e negra e bianca nel contempo. Per il declinante movimento folk è viceversa un traditore che ha venduto per i trenta denari di un piazzamento in classifica la purezza della tradizione, che dopo avere frequentato la canzone politica l’ha accantonata. E via via che si fa strada la consapevolezza che difficilmente tornerà indietro le critiche della prima ora, aspre ma in una certa misura affettuose, dispiaciute, si trasformano in linciaggio. Anche se in alcuni fra i tanti che ululano il loro disprezzo si insinua il dubbio che un artista abbia in fin dei conti il diritto di crescere e cambiare, che nell’evoluzione del Nostro ci sia un’intima coerenza, che stia tradendo la lettera della tradizione folk per rispettarne lo spirito e mantenerla viva, che magari bisognerebbe ascoltare le sue canzoni nuove con orecchie nuove. È in ogni caso come se dovesse andare alla guerra che Zimmie prepara il primo tour mondiale. Truppe scelte non quanti lo hanno affiancato in studio in “Highway 61 Revisited” (fra costoro Al Kooper e Michael Bloomfield) ma nuovi compagni che promettono di avere le spalle larghe. Sono Robbie Robertson (chitarra), Garth Hudson e Richard Manuel (tastiere), Rick Danko (basso) e Levon Helm (batteria e l’unico statunitense; gli altri sono canadesi) e hanno fatto durissima gavetta accompagnando Ronnie Hawkins, rock’n’roller di inesistente originalità ma eccellente mestiere e buon sentimento. È un incontro di spiriti affini e il principio di una collaborazione che darà sapidi frutti per oltre dieci anni. Loro sono The Hawks, ma da qui in poi saranno The Band.

Nonostante la stampa musicale come oggi la si intende ancora non esista, nonostante l’era della comunicazione globale e istantanea sia distante fantascientifici eoni, è come se fra gli appassionati ci fosse un passaparola intercontinentale che richiede dappertutto il medesimo comportamento idiota. Ovunque vadano – Stati Uniti, Australia, Svezia, Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna, Francia e poi di nuovo Gran Bretagna – Bob Dylan e i ragazzi ricevono la stessa accoglienza. Platee in rapito silenzio nella prima metà dello spettacolo, che vede Dylan da solo sul palco, aspre contestazioni che sfociano talvolta in disordini quando compare il gruppo e la musica si fa elettrica. Helm a un certo punto non ne può più di farsi insultare e alza bandiera bianca. Sostituito il caduto con Mickey Jones, la campagna continua. Eternato in “Bob Dylan Live 1966”, quarto tomo della “Bootleg Series”, il singolo incidente che fissa per sempre nella storia del rock la guerrigliera tournée accade alla Free Trade Hall di Manchester il 17 maggio 1966. Poco prima che parta l’ultimo brano una voce dalla platea urla “Giuda!”. “Non ti credo”, sibila Dylan stizzito. “Sei un bugiardo”, rantola malevolo. E poi si gira verso la Band e intima “Play fuckin’ LOUD”. Attaccano Like A Rolling Stone ed è come se le trombe suonassero di nuovo sotto Gerico e le mura crollassero.

Sottotitolato “The ‘Royal Albert Hall’ Concert” (le virgolette rimarcano l’erronea datazione perpetuata da innumerevoli dischi pirata prima della pubblicazione ufficiale del concerto, nel 1998), “Live 1966” è un documento eccezionale sia sotto il profilo storico che sotto quello musicale. Per quanto attiene il primo aspetto testimonia la schizofrenica reazione del pubblico, attento e immoto durante i tre quarti d’ora acustici, contestatario a colpi di sussurri e grida, e battiti di mani in moviola, nei tre quarti d’ora elettrici. Ma dov’erano quelli che avevano comprato Like A Rolling Stone e “Highway 61 Revisited”? Qualcuno c’era, naturalmente, e proprio a motivo di ciò diverse volte esplosero battibecchi e al peggio risse fra le fazioni. Musicalmente, forte oltretutto di una registrazione sorprendentemente buona per l’epoca, è uno degli album dal vivo più notevoli che mai il rock abbia offerto, di un’intensità rabbrividente nella prima parte, di un’impetuosa eleganza e una compattezza che esaltano in una seconda in cui perfidamente Dylan infila (quasi a dire: vedete? non sono poi così cambiato) letture amplificate di pezzi in origine acustici: I Don’t Believe You da “Another Side Of”, One Too Many Mornings da “The Times They Are A-Changin’”, addirittura Baby, Let Me Follow You Down dal debutto. È un’esibizione di oltre un’ora e mezza e pure in questo Dylan era avanti a tutti, considerato che al tempo i concerti erano festival itineranti in cui al nome di maggior richiamo venivano concessi al più quaranta minuti. Lo spettacolo rock come lo si è inteso da quei giorni fu inventato dal nostro uomo. Che visto che c’èra da lì a breve pubblicherà anche il primo album doppio della storia del genere, “Blonde On Blonde”.

Non mi risulta che di quest’ultimo esista una versione in nera, pesante, lucente plastica per audiofili, o perlomeno non è disponibile attualmente. Del “Live 1966” è viceversa fresca di stampa una meravigliosa edizione Classic Records nel solco di quelle già riservate ai volumi cinque e sei della “Bootleg Series”: su un disco il set acustico, sull’altro quello elettrico e i due LP in un robusto box contenente anche un sontuoso libro di una quarantina di pagine. Vinile silenziosissimo ed è un sostanziale contributo all’illusione creata da un’incisione (lo ribadisco) sorprendente di trovarsi proprio lì, in un teatro di Manchester, quarant’anni fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.273, novembre 2006.

3 commenti

Archiviato in anniversari, archivi, Bob Dylan

Chelsea Wolfe – Abyss (Sargent House)

Chelsea Wolfe - Abyss

Avete presente lo stereotipo della cantautrice voce e chitarra acustica e canzoni preferibilmente d’amore tendenti al malinconico ma non troppo? Con una punta o più di sdolcinatezza? Con la californiana Chelsea Wolfe sarà il caso che lo accantoniate subito. Non vale nemmeno per quel “Unknown Rooms: A Collection Of Acoustic Songs” che tre anni or sono almeno sulla carta poteva far pensare, unico nella sua discografia, a un venire a patti con il mainstream. Non era in realtà banale nemmeno quello, né per gli argomenti – stiamo parlando di una per cui “cuore” fa rima con “terrore” più che con “amore”, se capite cosa intendo – né per arrangiamenti di grande raffinatezza. Se non la conoscete preparatevi insomma a farvi stupire, ma con un’avvertenza: non è una tazza di thè che può piacere a tutti. Né è sempre lo stesso thè. Sempre piuttosto… forte, in ogni caso.

Figlia d’arte – il padre un cantante country e prestissimo Chelsea alle bambole preferiva per i suoi giochi lo studiolo di registrazione installato in casa – la ragazza cresceva, oltre che a folk, a indie rock e metal del più cupo e sotterraneo, immaginario gotico dominante e fra le influenze i film di Bergman determinanti probabilmente più di un qualunque gruppo o album. E tutto questo in “Abyss” – provvede subito a stabilirne il tono la litania fosca su percussioni sferraglianti di Carrion Flowers – si coglie come non mai (il precedente “Pain Is Beauty” introduceva più di un tocco di elettronica). Lo ribadisce Iron Moon, che sarebbe il singolo (!): attacco superheavy, passo lento, un improvviso rarefarsi e poi la ripartenza, bradipica. E fino alla fine mai un raggio di sole. Provate a immaginarvi una Björk o una PJ Harvey influenzate dal doom e accasate alla 4AD. Lo hanno chiamato drone-metal-art-folk e ci sta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366. agosto 2015.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Quando i tempi stavano cambiando (Bob Dylan, nel 1964)

Bob Dylan 1964

Nel luglio 1963, a due mesi dalla pubblicazione del suo secondo 33 giri, Bob Dylan diventa personaggio, da newyorkese che era, nazionale comparendo per la prima volta al “Newport Folk Festival”. A farne una stella è però soprattutto la melensa lettura di Blowin’ In The Wind che il trio Peter, Paul & Mary porta al numero due nella graduatoria dei singoli. Se ne giova “The Frewheelin’”, che anche a causa del ritiro della prima stampa da parte di una Columbia innervositasi per la presenza in scaletta di un polemicissimo Talkin’ John Birch Paranoid Blues non aveva fino a quel punto venduto granché, e sale adesso in classifica fino a sfiorare i Top 20. Si parte per il primo tour, significativamente per università, e con lui c’è Joan Baez, il che vuol dire discreto baccano mediatico. Anno ancora più intenso però il 1964. In gennaio esce “The Times They Are A-Changin’” ed è autentica chiamata a raccolta di tribù quella che compie la canzone che lo battezza e lo apre, con versi di una forza inaudita che da profezia si fanno, nel preciso istante in cui per la prima volta vibrano nell’aria, cronaca. Nulla potrà mai più essere lo stesso, dopo, e il Dylan meditabondo e corrucciato in copertina ben lo sa. È e resterà il suo album più politico, colmo di invettive rabbiose (Ballad Of Hollis Brown, With God On Our Side, Only A Pawn In Their Game, The Lonesome Death Of Hattie Carroll) cui è la pura forza del furore a donare l’incisività mancante a certe canzoni cronachistiche dei dischi prima. Immagini bibliche balenano un po’ ovunque incupendo ulteriormente un clima che nemmeno le incursioni nel privato rischiarano: l’irrequietezza di One Too Many Mornings non può essere placata dall’amore e Restless Farewell è un resoconto di fallimenti. Con l’unica eccezione di When The Ship Comes In, vivace e incalzante, anche musicalmente “The Times They Are A-Changin’” è corrusco e ricercatamente austero, lontano dall’orecchiabilità di molta parte del predecessore. Come la gioventù di cui si è trovato a esprimere i fino a quel punto inespressi sentimenti, Dylan sa che una rivoluzione è alle porte. Contrariamente a essa, non si illude che sarà una passeggiata. E probabilmente già ha capito che è un glorioso fallimento il migliore approdo in cui si possa confidare.

In agosto viene pubblicato “Another Side Of Bob Dylan” e di rado titolo fu tanto significativo. Personalmente la vedo così: espulsi i veleni che aveva nel sangue, in tal modo depurato e alleggerito il nostro eroe si affaccia sull’alba di un nuovo giorno. La dice lunga al riguardo l’iniziale All I Really Want To Do, in cui con voce garrula su base birbona profferisce che “tutto quello che voglio da te,/bambina, è esserti amico”. C’è in scaletta una seconda, torrenziale e scherzosa (la prima su “The Freewheelin’”) I Shall Be Free (numero 10; e le altre otto?). In Black Crow Blues rintocca un pianoforte rock’n’roll ed è un presagio, Spanish Harlem Incident inventa lo Springsteen di “Greetings From Asbury Park”, To Ramona è una serenata con piacevoli sfumature latine, Motorpsycho Nitemare sarà anche paranoica ma come un Lenny Bruce di buon’umore, I Don’t Believe You ha un gusto smaccatamente lennoniano che rende ufficiale la nascita di una società di mutua ammirazione (I Should Have Known Better sarà l’immediata risposta). Ma sono i quattro brani che non ho ancora citato la chiave di volta dell’album e se Chimes Of Freedom, malinconica e gioiosa insieme, di liturgico afflato e con una forza immaginifica che mozza il fiato, è mirabile conclusione della parabola di Blowing In The Wind tutto il resto è un chiudersi porte alle spalle e incamminarsi verso il futuro senza rimpianti, giusto con quel filo di nostalgia che umanamente ci sta. Così, Ballad In Plain D è l’ultima e tenerissima missiva d’amore a quella Suze Rotolo sottobraccio al nostro eroe sul davanti di “The Freewheelin’” (copertina epocale quanto l’album stesso) e My Back Pages un annuncio di cambiamenti in corso e a venire, reso inequivocabile da un ritornello che constata che “ero molto più vecchio allora/sono molto più giovane adesso”. E poi, proprio alla fine, It Ain’t Me Babe. Dylan canta “vattene dalla mia finestra/vattene alla velocità che preferisci/non sono io l’uomo che vuoi, bambina,/non sono io l’uomo che ti serve” e sarà pur vero che è un altro congedo sentimentale, dalla Baez questo, ma ridurlo al saluto a un’amante sarebbe miopia confinante con la cecità: è alla scena folk che lo ha designato a leader che il figlio di Duluth sta dicendo addio. Non con irriconoscenza. Se l’ambito di provenienza gli sta stretto non è perché la sua popolarità è cresciuta immensamente, ben oltre i piazzamenti in classifica (“The Times They Are A-Changin’” ventesimo, “Another Side” quarantatreesimo; però rispettivamente numero quattro e otto in Gran Bretagna), ma perché ne scorge i limiti, in primis l’immobilismo che lo rende lontanissimo da quel proletariato che ambirebbe a rappresentare e incapace di farsi rimodellare dai fermenti della cultura giovanile in sboccio. Più conservatore – in pensieri, parole e note – dei conservatori che vorrebbe combattere. E a ogni buon conto il giovanotto (non ha che ventitré anni!) è ambizioso e gli brucia che i Beatles vendano così tanto più di lui, bruciore che da personale si fa potremmo dire patriottico notando come i complessi britannici abbiano improvvisamente occupato la ribalta americana suonando musiche che l’America ha inventato, il blues e il rock’n’roll. E perché non riprendersele? Cosa che farà dal marzo ’65, da un 33 giri dal titolo una volta ancora programmatico: “Bringing It All Back Home”, “riportando tutto a casa”. Salto quantico completato pochi mesi dopo ancora con “Highway 61 Revisited”.

Se volete ascoltare quella Like A Rolling Stone che lo inaugura, magmatica e travolgente, come mai l’avete udita lo spassionato consiglio è di portarvi a casa la strepitosa (ma sfortunatamente non proprio economica) riedizione approntata un paio di anni fa dalla Mobile Fidelity e ancora in catalogo. Un po’ per volta la casa di Chicago sta ristampando tutto il Dylan dei ’60 nel formato doppio 12” (“Blonde On Blonde” è diventato naturalmente un triplo) da ascoltare a 45 giri. Se la cosa ha naturalmente un senso, in termini di resa sonora straordinariamente migliorata, per i lavori rock suscita qualche perplessità che si sia deciso di procedere allo stesso modo – l’ultima emissione comprende l’omonimo debutto del ’62 e, appunto, “The Times They Are A-Changin’” – per quelli fondamentalmente per sole voci, chitarra e armonica. Ciò detto, ho qui Zimmie che me le suona e me le canta in soggiorno e un certo effetto lo fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

5 commenti

Archiviato in archivi, Bob Dylan

Una piccola elegia per David Blue

David Blue - David Blue

Chi l’ha detto che far jogging fa bene alla salute? David Blue o Cohen che dir si voglia (lui stesso non seppe mai decidersi definitivamente fra cognome d’arte e carta d’identità) moriva correndo in Washington Square, New York, il 2 dicembre 1982. Siccome era uscito senza documenti rimase a lungo in obitorio prima di venire identificato e sepolto: fine prematura (aveva quarantun’anni) e involontariamente paradigmatica per un uomo che mai ebbe riconoscimenti adeguati al suo valore in entrambe le carriere intraprese, quella di attore e quella di cantautore. Un bellissimo perdente, un eterno piazzato, un testimone di eventi epocali (in una stanza con Bob Dylan a strimpellare l’acustica, mentre il Vate vergava il testo di Blowing In The Wind), uno dalle amicizie illustri (si mormora che è a lui che Joni Mitchell dedicò il capolavoro “Blue”; modestamente, Mr. Cohen smentì sempre), uno che colse l’unico successo con una sua canzone interpretata da altri (Outlaw Man, in “Desperado” degli Eagles). Da tempo dimenticato da tutti fuorché dai conoscitori meno superficiali dell’era del Village, David Blue torna infine nei negozi di dischi grazie alla serie di ristampe due-album-su-un-CD lanciata nelle ultime settimane dalla Elektra. Dacché gli fanno compagnia nomi come Tim Buckley e l’appena scomparso Fred Neil, Phil Ochs e la Butterfield Blues Band, nulla di più facile che una volta di più passi inosservato. Siate saggi: non accodatevi al resto del mondo, regalatevi la scoperta di un grande talento.

Messa in coda all’omonimo debutto adulto datato 1966, “Singer Songwriter Project” è una raccolta dell’anno prima cui concorsero, con David-non-ancora-Blue, Richard Farina, Patrick Sky e Bruce Murdock. Rigorosamente acustica e poco più che una curiosità d’epoca, ove l’elettrico “David Blue” è una gemma che brilla di luce di un niente meno abbagliante della al tempo appena completata trilogia di Zimmie “Bringing It All Back Home”/”Highway 61 Revisited”/”Blonde On Blonde”. Sono dodici canzoni (st)ruggenti e poetiche, ispide e insieme tenerissime, dolci e agre, tecnicamente talvolta difettose (la voce spesso poco intonata) ma di una convinzione e una densità emotiva tali che le imperfezioni finiscono per sembrare volute, parte integrante di una magia di folk-rock dylan-byrdsiano. Un’ingiustizia ulteriore citare una piuttosto che un’altra. Vi bisbiglio tuttavia in un orecchio, resti fra me e voi, di provare ad ascoltare la prima, The Gasman Won’t Buy Your Love. Improvvisamente molte delle produzioni odierne vi appariranno per ciò che sono: insignificanti carabattole.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.463, 20 novembre 2001.

1 Commento

Archiviato in archivi

Quella terra era la sua terra: l’eredità di Woody Guthrie

Un segno del destino? L’uomo sulla cui chitarra c’era scritto che “questa macchina uccide i fascisti” nasceva un 14 di luglio. Di centotré anni fa.

Woody Guthrie

Non per modo di dire: basterebbe mettere in fila i nomi di quanti hanno registrato canzoni di Woody Guthrie per riempire queste due pagine. Ne sistemo un po’ in ordine alfabetico, mi limito ad artisti le cui generalità almeno non possono che essere familiari a ogni lettore (di cui presumibilmente ogni lettore ha qualche disco in casa) ed ecco: Alarm, Paul Anka, Joan Baez, The Band, Harry Belafonte, Billy Bragg, Byrds, Johnny Cash, Judy Collins, Concrete Blonde, Ry Cooder, Ani DiFranco, Dion, Lonnie Donegan, Donovan, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Nanci Griffith, Merle Haggard, Richie Havens, Hot Tuna, Indigo Girls, Waylon Jennings, Klezmatics, Alison Krauss, Little Feat, Lone Justice, Country Joe McDonald, Don McLean, John Mellencamp, Natalie Merchant, Van Morrison, New Riders Of The Purple Sage, Odetta, Dolly Parton, Tom Paxton, Peter, Paul & Mary, Linda Ronstadt, Tom Rush, Doug Sahm, Pete Seeger, Michelle Shocked, Bruce Springsteen, U2, Dave Van Ronk, Waterboys, Wilco, Jesse Colin Young. E si badi bene che ho tralasciato quasi tutti quelli che – magari a loro tempo famosi, magari in classifica con brani del Nostro – oggi non sono che materia per studiosi del folk. Impressionante, eh? Nondimeno il continuo attingere a un catalogo immenso (sia eternando una volta di più quella dozzina di capolavori entrati nel canzoniere mondiale oltre che statunitense, sia recuperando e spesso completando materiali che erano rimasti inediti) da parte di interpreti e musicisti anche assai distanti fra loro non rappresenta che una parte di un’eredità con la quale faremo i conti ancora a lungo. E dire che dalla morte di questo gigante della cultura popolare del Novecento sono passati quarantacinque anni, dall’ultima volta che entrò in uno studio di registrazione (uscendone peraltro a mani vuote perché la sua salute già si era deteriorata irrimediabilmente) quindici di più.

Personaggio straordinario e straordinariamente complesso, pure discutibile per tanti versi, carattere forte e difficile per quanto sia impossibile determinare in quale misura di certe asprezze e certi egoismi fosse responsabile la malattia che ne segnò la vita e troppo presto lo condusse all’invalidità, Woodrow Wilson Guthrie vedeva la luce in Oklahoma nel 1912. Anche nel luogo di nascita, uno degli Stati che verranno toccati più duramente da una Grande Depressione che avrà fra i suoi effetti più vistosi una seconda, biblica ondata migratoria verso Ovest, e nel nome che gli veniva imposto segni di un destino ineludibile: giacché il padre Charley Edward, lui stesso un politico locale di un certo peso, lo chiamava così in onore di quel Woodrow Wilson che un paio di settimane dopo veniva nominato candidato democratico alla presidenza degli USA e da lì ad alcuni mesi entrerà alla Casa Bianca. Orfano prima della maggiore età (la madre Nora stroncata da quello stesso – ereditario e raro – morbo di Huntington che porterà il nostro eroe alla demenza e alla tomba), Woody aveva a quel punto già un bel curriculum di studi disordinati, vagabondaggi, lavori dei più vari e irregolari. Si sposerà presto come d’altronde si usava allora e presto diventerà a sua volta genitore, senza però mai mettere – insomma – la testa a posto e della sua vicenda quello che più disturba l’osservatore è la leggerezza, l’indifferenza con la quale si lascerà alle spalle fidanzate, mogli e prole ogni volta che un’irrequietezza endemica lo indurrà a rimettersi in gioco, ad abbandonare una stabilità pur minima e magari fruttuosa, a saltare su un treno o una nave, destinazione non necessariamente nota e preferibilmente no. Eppure fu molto amato e qualcosa vorrà dire.

La stagione artistica di Woody Guthrie è racchiusa in un quindicennio appena. Le prime canzoni le scriveva nel 1932, il primo classico – So Long It’s Been Good To Know Yuh, meglio nota come Dusty Old Dust – nel ’35. All’apice della fioritura autoriale proprio quando l’industria discografica statunitense (in forza di una crisi economica alla quale quella attuale non è ancora sensatamente paragonabile) era praticamente ferma, Guthrie non verrà registrato per la prima volta – da Alan Lomax per la Library Of Congress – che nel marzo 1940 e non pubblicherà i primi dischi (per la RCA Victor) che nel luglio di quello stesso anno. La grande maggioranza di un lascito fonografico ciò nonostante corposo risale all’aprile ’44, quando in due settimane appena incideva qualcosa come centocinquanta canzoni, una semi-integrale del repertorio messo assieme in forma completa nell’arco di poco più di un decennio. Ma, dopo un ulteriore soprassalto di creatività che ci regalerà a cavallo fra il ’46 e il ’47 il Guthrie oggi meno considerato ma delizioso delle canzoni per bambini, già nel 1948 sarà tutto finito, Deportees piccolo grande congedo anticipo di storie attuali come non mai, siccome solo il testo è di Woody, la musica aggiunta a posteriori da Martin Hoffman.

Avendo un po’ paradossalmente avuto, grazie a trasmissioni radiofoniche presto ammantate di Leggenda e alle collaborazioni giornalistiche, momenti di rimarchevole popolarità ben prima di conoscere lo studio di registrazione, ancora più beffardamente Woody Guthrie vedrà fama e influenza (il folk revival iniziato da un concerto organizzato per raccogliere fondi per la sua famiglia) crescere esponenzialmente via via che stato fisico e mentale si deterioravano riducendolo a un patetico rudere. Misericordiosa la morte che lo coglieva cinquantacinquenne, in un mondo plasmato da tal Bob Dylan che a sua volta da Woody Guthrie si era fatto plasmare. Mitizzato (fra l’altro grazie a Bound For Glory, film del 1976 egualmente notevole e agiografico con un David Carradine superbo) e sostanzialmente incompreso, Woodrow Wilson Guthrie è da lungi figura iconica. Forse non ne sarebbe contento. Forse non apprezzerebbe l’ironia dell’essere diventata, This Land Is Your Land, un secondo inno americano quando era stata concepita come critica – durissima – del sistema capitalistico della proprietà. Sarebbe invece lieto del fatto che in tanti cantino le sue canzoni ignari di chi le scrisse: il più dolce degli approdi per un autore folk.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.695, giugno 2012.

2 commenti

Archiviato in anniversari, archivi