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Matt Sweeney & Bonnie Prince Billy – Superwolves (Drag City)

Natura gregaria in senso buono, l’oggi cinquantunenne chitarrista Matt Sweeney ha messo lo zampino in decine di dischi da quando nel 1989 il suo primo gruppo, i post-hardcore Skunk, pubblicava il primo di due album su Twin/Tone. Di costoro oggi si ricordano in pochi, mentre qualcuno in più serba memoria della band successiva del nostro uomo, gli Chavez, esponenti del cosiddetto math-rock anche loro con un paio di lavori in studio all’attivo. Sweeney è stato poi coinvolto in un’infinità di altri progetti, sfiorando il mainstream con gli Zwan di Billy Corgan, dando una mano a Dave Grohl quando costui si prese una sbandata per il death metal con il supergruppo Probot. Eclettismo incredibile che lo ha portato a prestare le sue notevoli capacità strumentali a Johnny Cash come ai Current 93, a Neil Diamond o Cat Power come a Stephen Malkmus, concedendosi nel frattempo parecchie incursioni nell’hip hop fuor di ogni canone di gente come El-P o Run The Jewels. Due sole volte, con questa, Sweeney ha però visto il proprio nome su un davanti di copertina invece che fra i crediti e la prima risaliva al 2005, quando sempre a quattro mani con il quasi coetaneo Bonnie Prince Billy, uno che nel moderno cantautorato USA fa categoria a sé e ama molto le collaborazioni, firmava “Superwolf”. Album cui questo seguito si pone in scia sin dal titolo.

Che peccato che non incrocino più spesso le loro strade, gli artefici. Si completano a meraviglia, svariando dall’Americana a un folk dagli accenti British (abbagliante, degna del miglior Bert Jansch, la rilettura di I Am A Youth Inclined To Ramble), ora sporgendo lo sguardo sul Laurel Canyon e ora (in una Hall Of Death tambureggiantemente elettrica) su lande desertiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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Valerie June – The Moon And Stars: Prescriptions For Dreamers (Fantasy)

Ci sono elogi che possono risultare paralizzanti. Che fai dopo che un Nobel per la letteratura si spende per un tuo disco? E se costui è Bob Dylan?  Be’, se sei Valerie June alzi l’asticella. Provi ad andare oltre quel “The Order Of Time” che nel 2017 veniva lodato da uno così poco propenso agli entusiasmi (e chissà se ha poi recuperato i primi lavori della June, collezioni autoprodotte di acusticherie arcaiche che ancora di più dovrebbero toccare certe sue corde). Provi a realizzare il tuo album “della vita”. “Con questo disco mi è finalmente diventato chiaro il motivo per cui ho questo sogno di fare musica. Non per l’ambizione di venire premiata o conquistare l’amore di qualcuno, bensì perché mi mantiene curiosa e su quel percorso di apprendimento di ciò che ho da condividere con il mondo. Quando ci permettiamo di sognare come facevamo da bambini, ciò accende la luce che tutti abbiamo dentro e rende magico il modo in cui viviamo.”

Ce n’è in quantità di magia in un album per il quale qualcuno ha scomodato (ci sono elogi… etc…) un termine di paragone ingombrantissimo quale “Astral Weeks” e, per lo spirito che lo anima se non per gli spartiti, ci sta. Nelle sue quattordici tracce (ma due sono istantanee bucoliche di suoni trovati e una un breve recitativo) l’artista del Tennessee si porge nel contempo classica, mirabile sinossi di Americana, e peculiare, dispensando perlopiù ballate sublimi nell’ampio arco fra folk, country-blues e chamber pop ma concedendosi pure empiti gospel. L’apice è Call Me A Fool, soul favoloso che pare giungerci dritto dai tardi ’60 e dagli studi Stax o Atlantic. Non potendo più chiamare Aretha Franklin a duettare con lei, Valerie ha convocato Carla Thomas.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 430, aprile 2021.

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Bob Dylan – Highway 60 Revisited

“C’era una volta un artista al crocevia del mondo”: comincia così Invisible Republic, l’incredibile dissertazione – cammin facendo manuale di storia, sociologia e letteratura americane come pochi ne sono stati scritti – che Greil Marcus qualche anno fa dedicò ai “Basement Tapes”, i nastri registrati da Bob Dylan, con i fidi compari di The Band, nel periodo di riposo seguito all’incidente motociclistico che nel 1966 per poco non ci strappò l’uomo di Duluth. In un momento in cui “non sembrava tanto occupare un punto di svolta cruciale nello spazio tempo-culturale, bensì era quel punto di svolta”. “Egli era il Folk e anche un profeta”, annota Marcus poche righe più avanti. “Quando sentii Bob Dylan alla radio riuscii veramente a credere in Dio”, racconta Harry Smith un centinaio di pagine dopo ed è testimonianza tanto più rimarchevole perché viene da colui che, assemblando il coacervo di leggende di “Anthology Of American Folk Music”, plasmò l’universo culturale in cui Dylan mosse i primi passi, salvo apparentemente rinnegarlo suscitando grandissimo scandalo.

Se non è più vero da molto (potremmo azzardare proprio dai giorni del buen retiro  a Woodstock) che, come aveva avuto a scrivere Robert Shelton in uno storico articolo apparso sul “New York Times” il 29 settembre 1961, “dove è stato importa meno di dove sta andando”, Bob Dylan resta, oltre che artista tuttora capace di strabiliare, una figura la cui influenza sul Novecento ha di gran lunga trasceso il campo in cui si è mosso. E a dispetto di ogni esegesi un enigma, una collezione di maschere o per meglio dire (ancora con Marcus) “una rappresentazione dell’antica maschera americana”. Come i Beatles, i soli con un impatto paragonabile al suo, non avrebbe potuto affacciarsi alla ribalta che negli anni ’60 e come loro occupa da allora una zona fuori dal tempo. Però per ragioni diverse, opposte persino. Quelli la gioventù, l’ottimismo, il futuro. Questi una voce che in sé riassumeva un secolo, e oltre.

Non creare mai niente, verrà/frainteso, non cambierà più,/ti seguirà/tutta la vita” (Advice For Geraldine On Her Miscellaneous Birthday, 1964)

Ma per vivere fuori dalla legge/devi essere onesto” (Absolutely Sweet Marie, 1966)

Annosa e oziosa questione quella se la Canzone possa essere o meno Poesia e nondimeno domanda che Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, si è sentito rivolgere infinite volte negli anni ruggenti (seconda soltanto a “si considera un cantante di protesta?”) e con un poderoso revival nel 1997, quando lo si disse candidato al Nobel per la letteratura (quello non lo ha vinto, non ancora; un Grammy l’anno dopo per “Time Out Of Mind” e un Oscar nel 2000 per Things Have Changed invece sì: inattuale?). Tuttavia per quanto mi riguarda devo dire che ho amato Dylan prima ancora di ascoltarlo, che sono state le sue parole e non la sua musica a catturarmi. Merito di un libro di testo di terza media inusualmente ardito per i tempi (vi parlo del 1974) che fra gli esempi di poesia moderna includeva Blowin’ In The Wind. Merito soprattutto di una nutrita antologia di testi ─ Blues, ballate e canzoni, su Newton Compton, nelle fedeli ma non banali traduzioni di Stefano Rizzo e con un’introduzione di Fernanda Pivano ben centrata al di là delle molte imprecisioni ─ catturata un anno dopo su una bancarella a metà prezzo, seicento lire, meno di due albi della Bonelli e che affare che fu. Ha detto una volta Michael Stipe: “Il primo LP di Patti Smith mandò il mio cervello in frantumi e riassemblò quei frantumi in una composizione differente”. Uguale effetto fece a me la settantina abbondante di liriche (in lista persino diversi titoli all’epoca non pubblicati ufficialmente e basti questo a testimoniare la cura profusa nell’operazione) offerti dal volume che giusto in questo momento mi sto rigirando fra le mani, la copertina un po’ sciupata ma nemmeno tanto, le pagine ingiallite dai troppi anni passati. Furono una rivelazione abbacinante. Furono la mia introduzione alla letteratura beat. Furono ciò che mi spinse a leggere Verlaine, Rimbaud, Mallarmé. Ma, curiosamente, non mi indussero a cercare i dischi da cui provenivano. Per me Bob Dylan era un poeta e anzi il poeta ed è possibile che rinviassi l’appuntamento con il musicista, oltre che perché il rock’n’roll non mi aveva ancora, in una successione di ineffabili attimi, contemporaneamente salvato e rovinato la vita, per paura che il musicista al confronto mi deludesse. Però, e doveva ormai essersi fatto l’autunno del fatidico ’77, quando su RAI 2 una sera in tardo orario programmarono un suo spettacolo non mi feci trovare impreparato. Registratore a cassette davanti all’altoparlante della TV, sedetti con emozione vivissima e dita incrociate.

Il tempo confonde e annebbia anche i ricordi più belli. Per quanto abbia poi riascoltato decine, probabilmente centinaia di volte quel nastro poi perso chissà dove, rammento sì che il concerto, un estratto di tre quarti d’ora da una qualche data della “Rolling Thunder Revue” (storia di un paio di anni prima, dunque), era diviso in una parte acustica e in una elettrica, ma non quale delle due venisse prima. Anzi: non sono nemmeno sicuro che ci fosse una vera e propria metà acustica e non soltanto una Blowin’ In The Wind sistemata a fondo corsa e in duetto con quella Joan Baez che da quel dì è sempre stata per me la Gnocca Noiosa. Sia come sia, una cosa ricordo benissimo: la scossa che mi attraversò il fondo schiena al caracollare della ritmica e all’ondeggiare di elettriche in apertura di Shelter From The Storm, esperienza letteralmente orgasmica (meglio, però) accostabile per la mia all’epoca limitatissima esperienza giusto al tuonare di chitarre e tamburi di White Riot, al cambio di accordo che in “Rock’n’Roll Animal” annuncia Sweet Jane, alla fuga per tangenti cosmiche di Interstellar Overdrive. Ero fottuto e non lo sapevo ma diomio quanto ero felice.

Prosegue per altre 42.325 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003. Robert Allen Zimmerman compie oggi ottant’anni.

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Gang – Ritorno al fuoco (Rumble Beat)

È nella sua quarta vita la Gang dei fratelli Marino e Sandro Severini. Nella prima gli allora ragazzi si segnalarono come dei clamorosi epigoni dei Clash, fra i più credibili di sempre e dovunque. Nella seconda cambiarono per sempre la canzone d’autore italiana rock con quel “Le radici e le ali” che anche oltre il suo essere un capolavoro ha esercitato nei trent’anni dall’uscita un’influenza incommensurabile. All’alba del nuovo secolo i Severini andavano però in rotta di collisione con l’industria discografica, rottura traumatica dopo la quale per troppi anni la Gang si è limitata a far jukebox di se stessa, concedendo a un fandom che resta numeroso solo pur pregiati progetti “a latere”. Tornava sul serio a incidere (in ogni senso) nel 2015 con lo splendido (autoprodotto grazie a un crowdfunding e da allora lavora così) “Sangue e cenere”. Sarà che lo si attese così tanto, sarà che nel frattempo ha visto la luce una raccolta di cover tanto bella e rivelatoria (“Calibro 77”) da poterla considerare in tutto e per tutto “cosa loro”, ma che fosse passato un lustro da “Sangue e cenere” a chi scrive non pareva proprio.

Anche perché si prosegue in quel solco, con la calorosa e calibrata produzione di Jono Manson e un lungo elenco di musicisti perlopiù statunitensi e di alto profilo a dar man forte. Fanno corona a una struggente resa di A pa di De Gregori dieci canzoni nuove che trovano istantanea collocazione nella memoria e nel catalogo storico, dalla fanfara rock’n’roll La banda Bellini alla dolente Via Modesta Valenti, da quel gioiello di Americana romantica che è Amami se hai coraggio alla rumba che “passa e rallenta/diventa un tango” di Un treno per Riace. Persuade pure il confrontarsi con folk da altri mondi di Rojava libero e Azadi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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It’s a sad and beautiful world – La magia di Nick Drake

Il tempo mi ha detto/che sei una rara scoperta/una cura problematica/per una mente problematica” (Time Has Told Me)

È una stupenda mattina di inizio luglio, il cielo così terso da far temere che possa andare in frantumi come cristallo, la ferocia del sole ingentilita da una brezza lieve e insomma tutto è disegnato dalla luce con contorni tanto netti da dare alle cose un che di allucinato. A Nick Drake sarebbe piaciuta, lui che adorava l’estate e morì al limitare di un inverno, trenta tondi anni fa, dopo averne vissute appena ventisei di belle stagioni. E mi pare una buona ragione, a parte il fatto che è appena uscita l’ennesima raccolta (“Made To Love Magic”) che cerca di offrire improbabili epifanie frugando in cassetti purtroppo vuoti, per starmene seduto alla scrivania a discettare, una volta di più, di un irrisolvibile enigma. Invece che andarmene a passeggio in un parco spiando pigramente innocenze e amori. Mi gingillo in cerca di un titolo, mentre nel mio studio risuonano quei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach che furono l’ultima musica che Drake ascoltò, la sera che per errore o per scelta esagerò con il Tryptizol. Un antidepressivo, a riprova che ogni tragedia cela una qualche ironia. Sul comodino Il mito di Sisifo di Albert Camus, un saggio sul suicidio e sull’assurdità della vita. E mi domando quale l’ultimo disco, quale l’ultimo libro invece di Ian MacDonald, che certamente di sua volontà ci ha lasciati una notte dell’ultimo agosto e del ragazzo di Tanworth-In Arden (vedete voi: persino il luogo in cui visse evoca il bucolico) era coetaneo. Si conobbero anche, entrambi studenti a Cambridge nell’anno accademico 1968-69, e colui che sarebbe diventato il Vate della critica musicale britannica poté, in tutti i sensi stupefatto, ascoltare il giovane Nick eseguire nella sua stanza, per un modesto pubblico di ragazzi ammirati e fanciulle immediatamente innamorate, Time Has Told Me, sei mesi prima dell’uscita di “Five Leaves Left”. Parecchio di memorabile firmerà Ian MacDonald ma fra quanto mi è capitato di leggere niente sorpassa Be Here Now, una lunghissima analisi dell’esistenza breve e tormentata, della psicologia e naturalmente dell’opera di Nick Drake pubblicata su “Mojo” nel gennaio 2000.

Mi ci sono reimmerso ieri, scoprendola ancora più grande che nel ricordo. Intimidito, risfoglio quelle pagine e un possibile titolo mi viene da lì: Man of constant sorrow, come il classico proto-country. Ma sarebbe tradire MacDonald, che appunto nega che tutto in Drake sia sempre stato male di vivere, razionalizzato – perché (dice lui che per sua disgrazia se ne intendeva) “depression can be rational” – in un approccio romantico all’esistenzialismo. Aggiungerci un punto interrogativo? Un’altra idea fa capolino, riflettendo su come ciascuno dei tre LP che compongono quasi per intero il corpus drakiano si rapporti a una stagione: potrebbe allora essere, parafrasando uno strambo e poetico film coreano appena visto, Estate, autunno, inverno… e basta. E poi chissà quale sinapsi scatta e mi viene in mente Roberto Benigni, in Down By Law. Perfetto così.

Prosegue per altre 6.933 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.588, 20 luglio 2004. A oggi sono trascorsi quarantasei anni dacché Nick Drake ci lasciava. Ne aveva ventisei.

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Il favoloso mondo di Emma (Tricca)

Ieri sera sono andato a vedermi Robyn Hitchcock in concerto, terza volta in vita mia e forse (ma la memoria è traditrice, spesso) è stato il suo spettacolo migliore. Graditissimo bonus in apertura una manciata di canzoni di Emma Tricca, che invece dal vivo non avevo visto mai. Spettacolo memorabile, come mi attendevo, con l’unico neo di essere stato troppo, troppo breve. A seguire le recensioni di quelli che a oggi sono gli ultimi due album di questa cantautrice. Favolosa.

(La foto di Emma è di Roberto Remondino.)

Relic (Finders Keepers, 2014)

Curiosa vicenda, quasi una favola, quella di Emma Tricca, romana che in una sera della sua adolescenza mette insieme il non poco coraggio che ci va ad avvicinare un monumento del folk moderno quale John Renbourn, alla fine di un concerto, e a fargli ascoltare una sua canzone. Al signor Pentangle piace e oltre che un incoraggiamento decisivo sarà l’inizio di una bella amicizia. Da lì a breve un’altra leggenda, Odetta, la conforterà nella decisione che ha preso di andarla a studiare in loco quella musica che tanto la affascina, a Londra. Faccio breve una storia lunga una quindicina di anni limitandomi a dire che gli ambienti folk della capitale britannica la accoglieranno con rispetto e simpatia e che, dopo un disco del 2001 con i Gypsies And Red Chairs, Emma esordirà da solista (in mezzo il pellegrinaggio a una Mecca chiamata Greenwich Village) nel 2009 con l’austero quanto intenso “Minor White”: quattro stellette su cinque sia su “Mojo” che su “Uncut”, per darvi un’idea di come fu accolto. Seguito lungamente meditato, “Relic” sta mietendo analoghi consensi e meriterà notare che in diverse recensioni non una parola viene spesa per i natali italiani dell’artista, tanto per dire come Emma Tricca venga ritenuta una londinese a tutti gli effetti.

Vale il tempo che lo si è atteso quest’album, certificazione di un talento che sta giungendo a maturazione trovando una sua specificità pur in un ambito dai canoni consolidatissimi. È come se Emma partendo dal folk revival si fosse incamminata verso un folk-rock in odore di psichedelia. Dalle semplici voce e chitarra d’antan si è evoluta verso un suono ancora scarno e lieve ma estremamente raffinato, con arrangiamenti nei quali entrano in gioco chitarre elettriche e percussioni, archi, ottoni, persino un po’ di elettronica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

St. Peter (Dell’Orso, 2018)

“Registrato a Hoboken”, leggo del nuovo album di Emma Tricca e punto i crediti in cerca di un’ospitata degli eroi locali Yo La Tengo. Se in carne, ossa e strumenti mancano, in spirito ci sono: come minimo in una Julian’s Wings che idealmente sono loro alle prese con un’astrazione di Joni Mitchell, ma anche subito dopo, in una Buildings In Million fra Velvet Underground e Fairport Convention. Ecco: mi pareva un buon punto da cui partire per raccontare questo disco. O da lì o da Solomon Said, che potrebbe essere un John Cale (tanto per citare di nuovo i Velvet) da qualche parte fra The Gift e “Paris 1919”. Non fosse che la voce recitante è femminile. E che voce! Judy Collins, che declama la sua Albatross su una base man mano sempre più disturbante e come sigillo di approvazione sull’opera della cantante e chitarrista romana vale quello originale di un John Renbourn che, avendone ascoltato alcune canzoni, incoraggiava Emma a trasferirsi a Londra. Laddove la scena folk l’accoglieva a braccia aperte, prima dimostrazione che l’ex-Pentangle aveva visto lontano. Molti anni (una ventina) e vagabondaggi (soggiorni anche a New York e in Texas) dopo, “St. Peter” è la definitiva certificazione della grandezza di un’artista capace, come i principali fra i suoi modelli da Davey Graham in giù, di muoversi da un’idea di folk per poi trascenderlo.

Prodotto da Jason Victor dei Dream Syndicate e con alla batteria Steve Shelley dei Sonic Youth, pur non negandosi parentesi incantate e incantevoli (una Salt da Neil Young circa “Harvest”, il valzer Mars Is Asleep, l’attacco molto fairportiano di The Servant’s Room) è il suo lavoro più elettrico di sempre. Misuratamente stralunato, se è concessa la contraddizione in termini. Di una precisione millimetrica che nulla sottrae al sentimento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 400, luglio/agosto 2018.

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I migliori album del 2019 (13): Jessica Pratt – Quiet Signs (Mexican Summer)

Jessica Pratt è in giro – discograficamente; le prime canzoni le aveva scritte cinque anni prima, ventenne – dal 2012, ma allora non me ne accorsi. Mi giustifica che il primo, omonimo album vide la luce solo in vinile e in cinquecento copie per un’etichetta appositamente fondata da Tim Presley? Credo di sì. Mentre per il seguito del 2015 e su Drag City, “On Your Own Love Again”, devo appellarmi alla clemenza della corte, sperando che riconosca come attenuante che verso fine anno, periodo in cui cerco di recuperare i dischi sulla carta interessanti che non sono riuscito ad ascoltare fin lì, ero sfortunatamente impegnato a recuperare altro: una vita più o meno normale dopo un incidente che non starò a rievocare, perché chi sa sa e chi non sapeva, be’, è finita bene. Abbastanza. “On Your Own Love Again” l’ho ascoltato per la prima volta su YouTube giorni fa (idem “Jessica Pratt”) e non è male (idem “Jessica Pratt”), però “Quiet Signs” è un’altra cosa: un miracolo, o tipo (datemi retta, in materia ho fatto pratica). Avverto che da qui in poi mi rivolgerò a un lettore che, a giudicare dal poco che frequento i social (la mia cosiddetta “bolla”), so esser raro: a chi non ascolta venti album nuovi a settimana (minimo sindacale) e a ciascuno dedicando il tempo bastante ad assimilarlo a sufficienza da poterlo, ponderatamente, giudicare. Nel mentre si è immerso in due o tre serie TV rigorosamente non ancora arrivate in Italia (o soltanto con i sottotitoli) e ha fatto suoi due o tre romanzi e altrettanti saggi. Lui “Quiet Signs” l’ha certamente ascoltato il giorno dell’uscita, l’8 febbraio, e al riguardo certamente postò qualcosa, il 7. Ma ero distratto, perdonatemi.

Ora che siamo rimasti in pochi mi tocca confessarvi l’inconfessabile: stante una limitata presenza nelle playlist (qualche centinaio) che ho scorso da inizio dicembre mi sarei perso pure “Quiet Signs” non fosse che “Mojo” (ancora compro e leggo riviste, come voi, ritenendole mediamente più affidabili di Facebook) ha incluso uno dei suoi brani in un CD allegato a uno degli ultimi numeri. “Quiet Signs” ho così cominciato a frequentarlo partendo dalla seconda delle sue nove tracce: As The World Turns. Me ne sono innamorato, salvo scoprire che è la meno rappresentativa, quella che con la sua asciuttezza estrema più somiglia a predecessori che giustificano paragoni con Sibylle Baier qui meno calzanti. Non è che nel resto del programma l’artista californiana si porga barocca dopo due lavori in bassa fedeltà per sole voce, chitarra acustica e involontarie (qui invece, nella prima opera immortalata in una sala d’incisione comme il faut, sapientemente ricreate) stanze d’eco. Ma già le due linee di piano – una cupa e solenne, l’altra vivacemente sentimentale – che disegnano l’iniziale Opening Night certificano che questo è un mondo nuovo e un talento che era in nuce è pienamente sbocciato. E giustifica altri rimandi importanti: a un Caetano Veloso che sapeva di Nick Drake senza saperlo in Fare Thee Well e a un Nick Drake idealmente dialogante con Joni Mitchell in Poly Blue. Alla Karen Dalton dolcemente più desolata in Silent Song. Laddove This Time Around è di nuovo tropicalismo ma traslocato in paesaggi brumosi, Crossing un minuetto da Alice in un paese di psichedeliche meraviglie che si dissolvono, nell’esatto istante in cui accennano a prender corpo, nella conclusiva Aeroplane. Che manca? Ah sì, Here My Love, che d’accordo è ancora Sibille, ma con una spuma d’archi da risacca pigra, quando la marea ha appena preso a salire. Solamente 27’48”. Perfetto.

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Bon Iver – 22, A Million (Jagjaguwar)

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Quantomeno nessuno potrà mai accusare Justin Vernon di ripetersi. Men che meno di inseguire i trend, quando in un altro tempo sarebbe stato lui a crearli, alla Bowie. Non ci si crede che un disco così abbia scalato la classifica di “Billboard” fino alla seconda posizione: non per la provenienza dell’autore dall’underground più underground, retroterra che non aveva impedito nel 2011 all’album prima di realizzare un analogo exploit, ma perché “22, A Million” in quella graduatoria è un UFO e lo sarebbe stato anche in epoche più avventurose dell’odierna. E questo nonostante ricorra massicciamente al vezzo più fastidioso (roba che al confronto la famigerata batteria anni ’80 non era nulla) del pop attuale: la voce filtrata, deformata, deumanizzata dall’auto-tune. Ma dico io! Qual era stata, prima ancora di una scrittura eccelsa, la prima caratteristica a fare amare il favoloso esordio del 2008 “For Emma, Forever Ago”? La bellissima voce di Vernon, ora in falsetto, ora in un registro confidenziale. Distorcerla metodicamente è imperdonabile.

Il secondo peccato capitale in cui incorre un lavoro che almeno non lascia indifferenti è che invece che musica parrebbe che l’autore volesse con esso creare Arte, nel senso pretenzioso del termine e vedasi a tal riguardo gli assurdi, irriproducibili titoli che battezzano la più parte delle dieci canzoni. Vedasi la propensione, in cerca di un post-folk totalmente destrutturato rispetto a quello intimista d’antan e ricomposto elettronicamente, all’eccesso di stranezza. Un’esibita modernità a battagliare contro l’Arcadia che fu. E dire che in tralice ancora si intravvede una scrittura stellare: in una quinta traccia degna di un Paul Simon, nel cybersoul della sesta, in un’ottava che rimanda allo Springsteen di Streets Of Philadelphia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Have A Little Faithfull (Marianne)

Marianne Faithfull

Ricorre oggi un anniversario alquanto singolare. Era un 8 di luglio, del 1970, quando una giovane, bellissima, sciocca e naturalmente disperata Marianne Faithfull cercava di suicidarsi, con un’overdose di barbiturici. Tentativo che non riusciva davvero per un nulla, giacché la ragazza restava alcuni giorni in coma. Che spreco immenso sarebbe stato, di un talento che sboccerà appieno solo diversi anni dopo.

Marianne Faithfull - Come My Way

Come My Way (Decca, 1964)

Materia leggendaria l’ingresso dell’aristocratica non per modo di dire (la madre una baronessa austriaca) Marianne Faithfull nel mondo del rock: nel 1964 Andrew Loog Oldham, al tempo manager dei Rolling Stones, ne notava la bellezza profumata di innocenza a una festa a casa McCartney e pensava bene di corromperla mettendola a contatto con i suoi sulfurei protetti. Jagger e Richards le affidavano la sentimentale As Tears Go By e il 45 giri filava dritto nei Top 10 britannici. Ancora meglio avrebbe fatto qualche mese dopo Come And Stay With Me, scritta a quattro mani da Jackie De Shannon e da un giovane Jimmy Page. Con inconsueta strategia commerciale, duplice l’esordio a 33 giri nel ’65, con due album contemporaneamente nei negozi, uno omonimo con i successi già messi in fila come fulcro e questo “Come My Way”, che meritoriamente la Lilith riporta nei negozi offrendo un’alternativa a una costosa stampa giapponese. È una piacevole collezione di ballate folk in massima parte tradizionali interpretate con un’acerba voce da soprano. Accostabili alla coeva Joan Baez le atmosfere, qui e là si affacciano toni alla Kurt Weill prefiguranti un futuro allora lontanissimo. Quattro brani integrano la scaletta originale e fra essi il malato blueseggiare di Sister Morphine: si era fatto il 1969 e di innocenza non vi era più traccia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.620, marzo 2006.

Marianne Faithfull - Broken English

Broken English (Island, 1979)

Affacciatasi alla ribalta a metà anni ’60 come pupa innocente dei gangster Rolling Stones, e rimediato un discreto successo con una serie di singoli ed LP divisi fra un soffice folk-rock e un altrettanto delicato pop orchestrale, Marianne Faithfull ne spariva drammaticamente poco dopo, persa in una tossica spirale autodistruttiva divenuta materia di tristi leggende. Uscita di scena a suo modo spettacolare come lo era poi – ma fortunatamente in tutt’altro modo – un rientro concretizzatosi appieno alla fine del decennio successivo con questo “Broken English”. C’era stato in realtà due anni prima, nel 1977, un altro album, “Dreaming My Dreams”, ma non se n’era accorto quasi nessuno ed è un bene che di quella non trascendentale collezione di canzoni country in pochi serbino memoria. “Broken English” era il ritorno vero e faceva rumore per la qualità del repertorio, per la modernità dei suoni, per la bellezza decadente di una voce splendidamente rovinata, per cominciare, dalle troppe sigarette: roca, una buona ottava più bassa di quel che era stata. I quasi tre decenni e mezzo trascorsi nulla hanno sottratto in impatto e memorabilità a otto canzoni (fra cui una Working Class Hero forse meglio dell’originale di Lennon) un po’ Grace Jones e un po’ tanto Patti Smith. Il CD aggiunto a questa ristampa Deluxe non offre ulteriori illuminazioni, tolta una Sister Morphine che risuona insieme confessione e riscatto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

Marianne Faithfull - Easy Come Easy Go

Easy Come Easy Go (Naïve, 2008)

Fornire i promo in vinile è stata una mia scelta, amo molto il suono analogico e soffro il digitale. Forse normale per noi, dato che entrambi siamo cresciuti con i 33 e i 45 giri, ma mi sono accorta che, per fortuna, tanti giovani e giovanissimi stanno scoprendo il gusto della musica ascoltata con il giradischi, come confermato dalla presenza di una sempre maggiore quantità di vinili sugli scaffali degli stessi negozi – anche delle grandi catene – dai quali erano quasi scomparsi. Al di là del suono, i dischi neri mi piacciono perché richiedono attenzione e per le possibilità che offrono in termini di sequenza dei brani: la pausa per cambiare facciata, per esempio, è psicologicamente molto importante per godersi al meglio la scaletta. Mettere su un disco dovrebbe essere un piccolo evento.

Così Marianne Faithfull qualche settimana fa, in una conversazione con Federico Guglielmi. E come darle torto? Da addetto ai lavori, è stata una soddisfazione immensa ricevere come “advance” non un compact disc (spesso nemmeno confezionato, con giusto uno squallido foglietto ad accompagnarlo) bensì, a ere geologiche dall’ultimo, un doppio vinile in elegante copertina apribile. Uguale a quello che verrà commercializzato, diciotto brani ove il CD normale ne conterrà solamente dieci e per avere l’intera scaletta in digitale dovrete puntare un’edizione limitata.

Spendo due doverose parole su come suona, sul primo dei supporti fonografici, “Easy Come Easy Go”. Benissimo, naturalmente, che la Naïve abbia deciso di puntare sul vinile. Sarebbe nondimeno opportuno, per non giocarsi una delle ultime possibilità di sopravvivenza, che nel momento in cui si aggrappa come a un salvagente al vecchio formato l’industria discografica maggiore tenesse conto dell’opera svolta nell’ultimo decennio dalle etichette per audiofili. Ci siamo abituati ai centottanta grammi, al vinile vergine e pressato a regola d’arte, e dunque silenzioso, e indietro non si torna (se no tanto vale comprare il CD o farselo). Qui la grammatura è bassina, benché ancora adeguata, e la silenziosità migliorabile. Che il piacere regalato da un’incisione superba – tutto magistrale: i timbri delle voci, i colori degli strumenti, la prospettiva scenica – venga a tratti sciupato da qualche tic, o peggio da delle strisciate, nel 2008 è inammissibile.

E la musica? Meglio della registrazione, ennesimo gioiellino per un’artista salita alla ribalta nei ’60 e immersa ora in altri sessanta ancora più favolosi: i suoi. Chi se la ricorda giovane, fine dicitrice di robine pop, resetti. Chi ruvidamente post-punk nel capolavoro “Broken English”, idem. Non chi da “Strange Weather” in poi (e sono due abbondanti decenni) ha fatto i conti con un’interprete capace di colmare lo iato fra Billie Holiday e PJ Harvey. Qui alle prese con materiali fra gli altri di Dolly Parton e Brian Eno, Duke Ellington e Randy Newman, Morrissey e Judee Sill, degli Espers come dei Traffic, dei Miracles o di Bernstein. Contornata dagli ospiti più vari (dal vecchio amico Keith Richards a Sean Lennon, da Antony a Nick Cave passando per Cat Power o Rufus Wainwright), accompagnata da musicisti strepitosi (uno per tutti: il chitarrista Marc Ribot), diretta da un Hal Willner in stato di grazia in una zona di squisita penombra fra il jazz e una Canzone che aspira al Classico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.295, novembre 2008. Riadattato.

Se nell’essere sempre uguali a se stessi gli amici Jagger & Richards hanno un punto di forza, Marianne Faithfull è stata decisamente più bendisposta al cambiamento in una carriera pur’essa ormai quarantennale. Due le rivoluzioni maggiori inscenate: se da interprete di brani altrui in chiave folk-pop si reinventava nel ’79, con il capolavoro “Broken English”, autrice in un orizzonte post-punk nell’87 l’altrettanto formidabile “Strange Weather”, prima collaborazione con Hal Wilner, la ridefiniva sciantosa esistenzialista, moderna Bille Holiday pacificata ma non troppo. “Easy Come Easy Go” rinnova il sodalizio con Willner come forse non c’era bisogno – in fondo tutti i dischi sistemati fra questi due discendono dal primo – e forse invece sì, perché repertorio, qualità degli arrangiamenti e intensità delle interpretazioni si rivelano – già al primo ascolto, ma tanto di più nei successivi – una spanna sopra una media già alta. Quando vi parleranno dei “favolosi anni sessanta” di questa signora classe 1946 sappiate che sono quelli che sta vivendo ora.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

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Highway 25 Revisited

Bob Dylan compie oggi settantacinque anni. Quando ancora gli mancava qualche giorno a compierne venticinque combinò questa roba qui.

Bob Dylan - Live 1966 The Royal Albert Hall Concert

Il 1965 non è ancora finito, non sono trascorsi che mille giorni dall’esordio acustico e volto all’indietro e il ventiquattrenne Bob Dylan ha già segnato in profondità musica e cultura del Novecento con sei album in cui ha interpretato e anticipato i sentimenti di una generazione. Con gli ultimi due ha trovato un nuovo pubblico e fatto infuriare il vecchio. Per la neonata nazione del rock è un nuovo eroe che sa produrre musica orecchiabile come quella dei Beatles, maleducata come quella degli Stones, sexy come una volta Presley e negra e bianca nel contempo. Per il declinante movimento folk è viceversa un traditore che ha venduto per i trenta denari di un piazzamento in classifica la purezza della tradizione, che dopo avere frequentato la canzone politica l’ha accantonata. E via via che si fa strada la consapevolezza che difficilmente tornerà indietro le critiche della prima ora, aspre ma in una certa misura affettuose, dispiaciute, si trasformano in linciaggio. Anche se in alcuni fra i tanti che ululano il loro disprezzo si insinua il dubbio che un artista abbia in fin dei conti il diritto di crescere e cambiare, che nell’evoluzione del Nostro ci sia un’intima coerenza, che stia tradendo la lettera della tradizione folk per rispettarne lo spirito e mantenerla viva, che magari bisognerebbe ascoltare le sue canzoni nuove con orecchie nuove. È in ogni caso come se dovesse andare alla guerra che Zimmie prepara il primo tour mondiale. Truppe scelte non quanti lo hanno affiancato in studio in “Highway 61 Revisited” (fra costoro Al Kooper e Michael Bloomfield) ma nuovi compagni che promettono di avere le spalle larghe. Sono Robbie Robertson (chitarra), Garth Hudson e Richard Manuel (tastiere), Rick Danko (basso) e Levon Helm (batteria e l’unico statunitense; gli altri sono canadesi) e hanno fatto durissima gavetta accompagnando Ronnie Hawkins, rock’n’roller di inesistente originalità ma eccellente mestiere e buon sentimento. È un incontro di spiriti affini e il principio di una collaborazione che darà sapidi frutti per oltre dieci anni. Loro sono The Hawks, ma da qui in poi saranno The Band.

Nonostante la stampa musicale come oggi la si intende ancora non esista, nonostante l’era della comunicazione globale e istantanea sia distante fantascientifici eoni, è come se fra gli appassionati ci fosse un passaparola intercontinentale che richiede dappertutto il medesimo comportamento idiota. Ovunque vadano – Stati Uniti, Australia, Svezia, Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna, Francia e poi di nuovo Gran Bretagna – Bob Dylan e i ragazzi ricevono la stessa accoglienza. Platee in rapito silenzio nella prima metà dello spettacolo, che vede Dylan da solo sul palco, aspre contestazioni che sfociano talvolta in disordini quando compare il gruppo e la musica si fa elettrica. Helm a un certo punto non ne può più di farsi insultare e alza bandiera bianca. Sostituito il caduto con Mickey Jones, la campagna continua. Eternato in “Bob Dylan Live 1966”, quarto tomo della “Bootleg Series”, il singolo incidente che fissa per sempre nella storia del rock la guerrigliera tournée accade alla Free Trade Hall di Manchester il 17 maggio 1966. Poco prima che parta l’ultimo brano una voce dalla platea urla “Giuda!”. “Non ti credo”, sibila Dylan stizzito. “Sei un bugiardo”, rantola malevolo. E poi si gira verso la Band e intima “Play fuckin’ LOUD”. Attaccano Like A Rolling Stone ed è come se le trombe suonassero di nuovo sotto Gerico e le mura crollassero.

Sottotitolato “The ‘Royal Albert Hall’ Concert” (le virgolette rimarcano l’erronea datazione perpetuata da innumerevoli dischi pirata prima della pubblicazione ufficiale del concerto, nel 1998), “Live 1966” è un documento eccezionale sia sotto il profilo storico che sotto quello musicale. Per quanto attiene il primo aspetto testimonia la schizofrenica reazione del pubblico, attento e immoto durante i tre quarti d’ora acustici, contestatario a colpi di sussurri e grida, e battiti di mani in moviola, nei tre quarti d’ora elettrici. Ma dov’erano quelli che avevano comprato Like A Rolling Stone e “Highway 61 Revisited”? Qualcuno c’era, naturalmente, e proprio a motivo di ciò diverse volte esplosero battibecchi e al peggio risse fra le fazioni. Musicalmente, forte oltretutto di una registrazione sorprendentemente buona per l’epoca, è uno degli album dal vivo più notevoli che mai il rock abbia offerto, di un’intensità rabbrividente nella prima parte, di un’impetuosa eleganza e una compattezza che esaltano in una seconda in cui perfidamente Dylan infila (quasi a dire: vedete? non sono poi così cambiato) letture amplificate di pezzi in origine acustici: I Don’t Believe You da “Another Side Of”, One Too Many Mornings da “The Times They Are A-Changin’”, addirittura Baby, Let Me Follow You Down dal debutto. È un’esibizione di oltre un’ora e mezza e pure in questo Dylan era avanti a tutti, considerato che al tempo i concerti erano festival itineranti in cui al nome di maggior richiamo venivano concessi al più quaranta minuti. Lo spettacolo rock come lo si è inteso da quei giorni fu inventato dal nostro uomo. Che visto che c’èra da lì a breve pubblicherà anche il primo album doppio della storia del genere, “Blonde On Blonde”.

Non mi risulta che di quest’ultimo esista una versione in nera, pesante, lucente plastica per audiofili, o perlomeno non è disponibile attualmente. Del “Live 1966” è viceversa fresca di stampa una meravigliosa edizione Classic Records nel solco di quelle già riservate ai volumi cinque e sei della “Bootleg Series”: su un disco il set acustico, sull’altro quello elettrico e i due LP in un robusto box contenente anche un sontuoso libro di una quarantina di pagine. Vinile silenziosissimo ed è un sostanziale contributo all’illusione creata da un’incisione (lo ribadisco) sorprendente di trovarsi proprio lì, in un teatro di Manchester, quarant’anni fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.273, novembre 2006.

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