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Il primo (il più sottovalutato, il meno ascoltato) Ry Cooder

Per non avere che ventitré anni il Ry Cooder che debutta nel 1970 da solista vanta un cv non solo corposo ma strepitoso: a parte un omonimo LP, inciso nel 1966 per una Columbia che assurdamente lo chiudeva in un cassetto e non lo recupererà che nel ’92, con i Rising Sons, quintetto fra folk-rock e country-blues elettrico con Taj Mahal, è stato il fulcro della prima Magic Band di Captain Beefheart, si è prestato da strumentista al Randy Newman di “12 Songs” e a Judy Collins in un tour che ha fruttato un live, ha collaborato con Van Dyke Parks e i Little Feat e, quel che più conta, a lungo è stato il sesto (o settimo, contando Ian Stewart) Rolling Stones (Love In Vain su “Let It Bleed” e Sister Morphine su “Sticky Fingers” gli apporti più importanti). Quando infine si ritrova per conto proprio incide un LP che può essere detto acerbo soltanto a confronto di certi capolavori successivi, gemma da sgrezzare (negli anni il blues dell’era della Depressione How Can A Poor Man Stand Such Times And Live? acquisterà dal vivo ben altra pregnanza, da spiritual) ma che già abbaglia e soprattutto rappresenta un manifesto d’artista cui l’estensore resterà fedele almeno finché non si farà sequestrare dal mondo del cinema. Raramente sarà autore (qui firma giusto Available Space, stantuffante e giocosa e in cui sei corde gli bastano per evocare una marching band) preferendo reinterpretare, sottraendoli ai curatori museali per restituirli alla vita, esempi fra i più vari dell’immenso patrimonio della musica popolare americana. Più avanti confezionerà dischi “a tema”. Qui essendo il primo opta per bighellonare qui e là, inserendo in un programma di undici tracce per scarsa mezzoretta anche un contemporaneo, Randy Newman, con la vignetta country Old Kentucky Home. È alle prese con i materiali più oscuri che sfodera un’originalità di accenti già unica: il Woody Guthrie di Do Re Mi riletto con una ritmica rock e dietro archi che guizzano, il Lead Belly di Pig Meat trasfigurato in pigra marcetta dixieland. Se il cantato non è il suo forte la prodigiosa tecnica fingerpicking esibita in Police Dog Blues di Blind Blake più che compensa. E dove non c’è la voce, come nella conclusiva Dark Is The Night di Blind Willie Johnson, sospesa e drammatica, pure l’ascoltatore resta senza parole.

Si rimane senza fiato anche scoprendo che era da più o meno metà anni Ottanta che “Ry Cooder” non veniva riedito in vinile (non contando un box del 2014, manca dai negozi pure come CD dal ’95). Una terza ragione per applaudire la Speakers Corner, essendo la prima che questa stampa nella sua ruvidezza suona eccellentemente e la seconda che a 32 euro al pubblico i titoli dell’etichetta tedesca sono diventati, per l’impazzito mercato odierno, economici.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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John Doe – Fables In A Foreign Land (Fat Possum)

Sempre pensato, da quando vidi per la prima volta gli X in foto, che con quella sua bella faccia da onest’uomo americano John Doe sarebbe stato perfetto per il cinema. Che un John Ford qualche decennio prima non avrebbe esitato a includerlo nel cast di un suo western. Deve aver fatto la stessa impressione a tanti: comprensiva anche di varie serie TV, la filmografia dell’uomo nato John Nommensen Duchac sessantanove anni fa è chilometrica. Persino più di una discografia pure assai cospicua giacché oltre alla band sunnominata, una delle più grandi dell’era artisticamente aurea del punk USA, comprende Knitters, Flesh Eaters e una carriera da solista di cui quest’album (primo per la sempre più in auge Fat Possum) è il tredicesimo capitolo in studio. Atteso sette anni ma che gli vuoi dire a uno che nel frattempo ha pubblicato due libri e un disco (splendido) con i riformati X, suonato parecchio dal vivo e aggiunto al curriculum attorale un ruolo di primo piano in All Creatures Here Below?

Di “Fables In A Foreign Land” stupisce più che altro il titolo: come sarebbe a dire “terra straniera” quando il disegno che ne adorna la splendida copertina ritrae un cowboy di schiena, incamminato verso nuove avventure con a fianco il suo cavallo? Immagine quanto mai iconica e, a proposito, il disco prima si chiamava “The Westerner”. E quali “favole”? Schizzi assolutamente realistici invece, per quanto ambientati in un indefinito passato. La distanza che apparentemente separa questi tredici brani pencolanti più verso il folk o il folk-rock che il country, tolte un paio di deviazioni in area tex-mex e rockabilly, dal sound scorticato e ipercinetico degli X in realtà in spirito si annulla. Identica è l’onesta dell’approccio. Si torna lì: all’onestà.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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Jensen McRae – Are You Happy Now (The Orchard)

Abbiamo una nuova Tracy Chapman? Che manco era nata quando l’originale collezionava dischi di platino, ancora doveva compiere nove anni quando colei il cui nome resterà legato per sempre alla canzone che ne inaugurava nell’88 l’omonimo esordio (Talkin’ ’Bout A Revolution, ovviamente) dava alle stampe quello che è a oggi il suo ultimo lavoro (“Our Bright Future”) e, per curiosa coincidenza, pubblica il primo album a ventiquattro, stessa età che aveva l’evidente modello quando era lei a debuttare in lungo. Oddio… modello… Alle nostre orecchie le similitudini sono lampanti, ma che Jensen McRae volutamente intenda porsi in quel solco non è da darsi per scontato. Appartiene a un’altra e lontanissima generazione e se a qualcuna si ispira è alla di poco più “anziana” Phoebe Bridgers. Però i classici ─ Dylan, Joni Mitchell, Carole King, James Taylor ─ li ha studiati eccome e in “Are You Happy Now” sono influenze che si sentono, laddove di altre ─ Stevie Wonder, Alicia Keys ─ per ora non si coglie nulla. In futuro chissà. Chissà chissà, visto che la giovane artista californiana pur con garbo nelle poche interviste circolate finora esprime un po’ di fastidio per il fatto di sentirsi vista come un animale raro, una ragazza di colore che suona e canta brani folk invece che soul o r&b.

Folk ma spesso di grande pop appeal e “Are You Happy Now” ne piazza subito uno, Starting To Get To You, dal potenziale clamoroso (ne esibiscono appena meno Take It Easy e Good Legs e forse persino di più una latineggiante e con ritmica molto presente With The Lights On). Sconcerta che un’opera talmente pensata in forma di album da contenere tre interludi a separare/collegare le altre dodici tracce sia per ora disponibile solo in download.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

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I migliori album del 2021 (14): The Weather Station – Ignorance (Fat Possum)

Più che un gruppo (per le sue fila sono passati diversi musicisti e solo per un breve periodo la formazione si è mantenuta stabile) Weather Station è lo pseudonimo dietro cui si cela la canadese Tamara Lindeman, oggi trentaseienne e al tempo dei suoi vent’anni indecisa fra settima arte e sette note. Avrete inteso cosa sceglieva alla fine, benché nel frattempo cinema e TV (che non ha comunque abbandonato del tutto) le avessero già regalato belle soddisfazioni, con ruoli importanti e più di un premio. Per certo una che non soffre di paura del palcoscenico si approcciava alla ribalta musicale frequentando la vivace scena folk di Toronto. Esordio in lungo datato 2009, lo scarno “The Line” ne evidenzia le doti, oltre che di autrice e cantante, di chitarrista e banjoista. Per il successivo “All Of It Was Mine”, del 2011, c’era chi tirava in ballo come altisonanti numi tutelari Doc Watson e Bert Jansch, mentre nel 2015 con “Loyalty” il folk si faceva a tratti folk-rock e non solo per la provenienza geografica dell’artefice venivano azzardati paragoni con Joni Mitchell. Non a caso omonimo, nel 2017 “The Weather Station” espandeva assai la paletta sonica, con ritmiche schiettamente rock e arrangiamenti d’archi.

Compie ulteriori e decisi passi avanti in tal senso “Ignorance”, come evidenziano subito la battuta hip hop e le coloriture jazz di Robber. Opera solida quanto variegata, svelta a catturare ma capace di svelare a ogni ascolto dettagli sfuggiti al precedente. Un poker d’assi calato all’esatto centro del programma con una Parking Lot mediana fra Joni Mitchell e i Fleetwood Mac, una Loss sottratta con destrezza a Kate Bush, un singolo perfetto quale Separated e una Wear di afflato Young Marble Giants prima di – elegantemente – raddensarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Matt Sweeney & Bonnie Prince Billy – Superwolves (Drag City)

Natura gregaria in senso buono, l’oggi cinquantunenne chitarrista Matt Sweeney ha messo lo zampino in decine di dischi da quando nel 1989 il suo primo gruppo, i post-hardcore Skunk, pubblicava il primo di due album su Twin/Tone. Di costoro oggi si ricordano in pochi, mentre qualcuno in più serba memoria della band successiva del nostro uomo, gli Chavez, esponenti del cosiddetto math-rock anche loro con un paio di lavori in studio all’attivo. Sweeney è stato poi coinvolto in un’infinità di altri progetti, sfiorando il mainstream con gli Zwan di Billy Corgan, dando una mano a Dave Grohl quando costui si prese una sbandata per il death metal con il supergruppo Probot. Eclettismo incredibile che lo ha portato a prestare le sue notevoli capacità strumentali a Johnny Cash come ai Current 93, a Neil Diamond o Cat Power come a Stephen Malkmus, concedendosi nel frattempo parecchie incursioni nell’hip hop fuor di ogni canone di gente come El-P o Run The Jewels. Due sole volte, con questa, Sweeney ha però visto il proprio nome su un davanti di copertina invece che fra i crediti e la prima risaliva al 2005, quando sempre a quattro mani con il quasi coetaneo Bonnie Prince Billy, uno che nel moderno cantautorato USA fa categoria a sé e ama molto le collaborazioni, firmava “Superwolf”. Album cui questo seguito si pone in scia sin dal titolo.

Che peccato che non incrocino più spesso le loro strade, gli artefici. Si completano a meraviglia, svariando dall’Americana a un folk dagli accenti British (abbagliante, degna del miglior Bert Jansch, la rilettura di I Am A Youth Inclined To Ramble), ora sporgendo lo sguardo sul Laurel Canyon e ora (in una Hall Of Death tambureggiantemente elettrica) su lande desertiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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Valerie June – The Moon And Stars: Prescriptions For Dreamers (Fantasy)

Ci sono elogi che possono risultare paralizzanti. Che fai dopo che un Nobel per la letteratura si spende per un tuo disco? E se costui è Bob Dylan?  Be’, se sei Valerie June alzi l’asticella. Provi ad andare oltre quel “The Order Of Time” che nel 2017 veniva lodato da uno così poco propenso agli entusiasmi (e chissà se ha poi recuperato i primi lavori della June, collezioni autoprodotte di acusticherie arcaiche che ancora di più dovrebbero toccare certe sue corde). Provi a realizzare il tuo album “della vita”. “Con questo disco mi è finalmente diventato chiaro il motivo per cui ho questo sogno di fare musica. Non per l’ambizione di venire premiata o conquistare l’amore di qualcuno, bensì perché mi mantiene curiosa e su quel percorso di apprendimento di ciò che ho da condividere con il mondo. Quando ci permettiamo di sognare come facevamo da bambini, ciò accende la luce che tutti abbiamo dentro e rende magico il modo in cui viviamo.”

Ce n’è in quantità di magia in un album per il quale qualcuno ha scomodato (ci sono elogi… etc…) un termine di paragone ingombrantissimo quale “Astral Weeks” e, per lo spirito che lo anima se non per gli spartiti, ci sta. Nelle sue quattordici tracce (ma due sono istantanee bucoliche di suoni trovati e una un breve recitativo) l’artista del Tennessee si porge nel contempo classica, mirabile sinossi di Americana, e peculiare, dispensando perlopiù ballate sublimi nell’ampio arco fra folk, country-blues e chamber pop ma concedendosi pure empiti gospel. L’apice è Call Me A Fool, soul favoloso che pare giungerci dritto dai tardi ’60 e dagli studi Stax o Atlantic. Non potendo più chiamare Aretha Franklin a duettare con lei, Valerie ha convocato Carla Thomas.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 430, aprile 2021.

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Bob Dylan – Highway 60 Revisited

“C’era una volta un artista al crocevia del mondo”: comincia così Invisible Republic, l’incredibile dissertazione – cammin facendo manuale di storia, sociologia e letteratura americane come pochi ne sono stati scritti – che Greil Marcus qualche anno fa dedicò ai “Basement Tapes”, i nastri registrati da Bob Dylan, con i fidi compari di The Band, nel periodo di riposo seguito all’incidente motociclistico che nel 1966 per poco non ci strappò l’uomo di Duluth. In un momento in cui “non sembrava tanto occupare un punto di svolta cruciale nello spazio tempo-culturale, bensì era quel punto di svolta”. “Egli era il Folk e anche un profeta”, annota Marcus poche righe più avanti. “Quando sentii Bob Dylan alla radio riuscii veramente a credere in Dio”, racconta Harry Smith un centinaio di pagine dopo ed è testimonianza tanto più rimarchevole perché viene da colui che, assemblando il coacervo di leggende di “Anthology Of American Folk Music”, plasmò l’universo culturale in cui Dylan mosse i primi passi, salvo apparentemente rinnegarlo suscitando grandissimo scandalo.

Se non è più vero da molto (potremmo azzardare proprio dai giorni del buen retiro  a Woodstock) che, come aveva avuto a scrivere Robert Shelton in uno storico articolo apparso sul “New York Times” il 29 settembre 1961, “dove è stato importa meno di dove sta andando”, Bob Dylan resta, oltre che artista tuttora capace di strabiliare, una figura la cui influenza sul Novecento ha di gran lunga trasceso il campo in cui si è mosso. E a dispetto di ogni esegesi un enigma, una collezione di maschere o per meglio dire (ancora con Marcus) “una rappresentazione dell’antica maschera americana”. Come i Beatles, i soli con un impatto paragonabile al suo, non avrebbe potuto affacciarsi alla ribalta che negli anni ’60 e come loro occupa da allora una zona fuori dal tempo. Però per ragioni diverse, opposte persino. Quelli la gioventù, l’ottimismo, il futuro. Questi una voce che in sé riassumeva un secolo, e oltre.

Non creare mai niente, verrà/frainteso, non cambierà più,/ti seguirà/tutta la vita” (Advice For Geraldine On Her Miscellaneous Birthday, 1964)

Ma per vivere fuori dalla legge/devi essere onesto” (Absolutely Sweet Marie, 1966)

Annosa e oziosa questione quella se la Canzone possa essere o meno Poesia e nondimeno domanda che Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, si è sentito rivolgere infinite volte negli anni ruggenti (seconda soltanto a “si considera un cantante di protesta?”) e con un poderoso revival nel 1997, quando lo si disse candidato al Nobel per la letteratura (quello non lo ha vinto, non ancora; un Grammy l’anno dopo per “Time Out Of Mind” e un Oscar nel 2000 per Things Have Changed invece sì: inattuale?). Tuttavia per quanto mi riguarda devo dire che ho amato Dylan prima ancora di ascoltarlo, che sono state le sue parole e non la sua musica a catturarmi. Merito di un libro di testo di terza media inusualmente ardito per i tempi (vi parlo del 1974) che fra gli esempi di poesia moderna includeva Blowin’ In The Wind. Merito soprattutto di una nutrita antologia di testi ─ Blues, ballate e canzoni, su Newton Compton, nelle fedeli ma non banali traduzioni di Stefano Rizzo e con un’introduzione di Fernanda Pivano ben centrata al di là delle molte imprecisioni ─ catturata un anno dopo su una bancarella a metà prezzo, seicento lire, meno di due albi della Bonelli e che affare che fu. Ha detto una volta Michael Stipe: “Il primo LP di Patti Smith mandò il mio cervello in frantumi e riassemblò quei frantumi in una composizione differente”. Uguale effetto fece a me la settantina abbondante di liriche (in lista persino diversi titoli all’epoca non pubblicati ufficialmente e basti questo a testimoniare la cura profusa nell’operazione) offerti dal volume che giusto in questo momento mi sto rigirando fra le mani, la copertina un po’ sciupata ma nemmeno tanto, le pagine ingiallite dai troppi anni passati. Furono una rivelazione abbacinante. Furono la mia introduzione alla letteratura beat. Furono ciò che mi spinse a leggere Verlaine, Rimbaud, Mallarmé. Ma, curiosamente, non mi indussero a cercare i dischi da cui provenivano. Per me Bob Dylan era un poeta e anzi il poeta ed è possibile che rinviassi l’appuntamento con il musicista, oltre che perché il rock’n’roll non mi aveva ancora, in una successione di ineffabili attimi, contemporaneamente salvato e rovinato la vita, per paura che il musicista al confronto mi deludesse. Però, e doveva ormai essersi fatto l’autunno del fatidico ’77, quando su RAI 2 una sera in tardo orario programmarono un suo spettacolo non mi feci trovare impreparato. Registratore a cassette davanti all’altoparlante della TV, sedetti con emozione vivissima e dita incrociate.

Il tempo confonde e annebbia anche i ricordi più belli. Per quanto abbia poi riascoltato decine, probabilmente centinaia di volte quel nastro poi perso chissà dove, rammento sì che il concerto, un estratto di tre quarti d’ora da una qualche data della “Rolling Thunder Revue” (storia di un paio di anni prima, dunque), era diviso in una parte acustica e in una elettrica, ma non quale delle due venisse prima. Anzi: non sono nemmeno sicuro che ci fosse una vera e propria metà acustica e non soltanto una Blowin’ In The Wind sistemata a fondo corsa e in duetto con quella Joan Baez che da quel dì è sempre stata per me la Gnocca Noiosa. Sia come sia, una cosa ricordo benissimo: la scossa che mi attraversò il fondo schiena al caracollare della ritmica e all’ondeggiare di elettriche in apertura di Shelter From The Storm, esperienza letteralmente orgasmica (meglio, però) accostabile per la mia all’epoca limitatissima esperienza giusto al tuonare di chitarre e tamburi di White Riot, al cambio di accordo che in “Rock’n’Roll Animal” annuncia Sweet Jane, alla fuga per tangenti cosmiche di Interstellar Overdrive. Ero fottuto e non lo sapevo ma diomio quanto ero felice.

Prosegue per altre 42.325 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003. Robert Allen Zimmerman compie oggi ottant’anni.

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Gang – Ritorno al fuoco (Rumble Beat)

È nella sua quarta vita la Gang dei fratelli Marino e Sandro Severini. Nella prima gli allora ragazzi si segnalarono come dei clamorosi epigoni dei Clash, fra i più credibili di sempre e dovunque. Nella seconda cambiarono per sempre la canzone d’autore italiana rock con quel “Le radici e le ali” che anche oltre il suo essere un capolavoro ha esercitato nei trent’anni dall’uscita un’influenza incommensurabile. All’alba del nuovo secolo i Severini andavano però in rotta di collisione con l’industria discografica, rottura traumatica dopo la quale per troppi anni la Gang si è limitata a far jukebox di se stessa, concedendo a un fandom che resta numeroso solo pur pregiati progetti “a latere”. Tornava sul serio a incidere (in ogni senso) nel 2015 con lo splendido (autoprodotto grazie a un crowdfunding e da allora lavora così) “Sangue e cenere”. Sarà che lo si attese così tanto, sarà che nel frattempo ha visto la luce una raccolta di cover tanto bella e rivelatoria (“Calibro 77”) da poterla considerare in tutto e per tutto “cosa loro”, ma che fosse passato un lustro da “Sangue e cenere” a chi scrive non pareva proprio.

Anche perché si prosegue in quel solco, con la calorosa e calibrata produzione di Jono Manson e un lungo elenco di musicisti perlopiù statunitensi e di alto profilo a dar man forte. Fanno corona a una struggente resa di A pa di De Gregori dieci canzoni nuove che trovano istantanea collocazione nella memoria e nel catalogo storico, dalla fanfara rock’n’roll La banda Bellini alla dolente Via Modesta Valenti, da quel gioiello di Americana romantica che è Amami se hai coraggio alla rumba che “passa e rallenta/diventa un tango” di Un treno per Riace. Persuade pure il confrontarsi con folk da altri mondi di Rojava libero e Azadi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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It’s a sad and beautiful world – La magia di Nick Drake

Il tempo mi ha detto/che sei una rara scoperta/una cura problematica/per una mente problematica” (Time Has Told Me)

È una stupenda mattina di inizio luglio, il cielo così terso da far temere che possa andare in frantumi come cristallo, la ferocia del sole ingentilita da una brezza lieve e insomma tutto è disegnato dalla luce con contorni tanto netti da dare alle cose un che di allucinato. A Nick Drake sarebbe piaciuta, lui che adorava l’estate e morì al limitare di un inverno, trenta tondi anni fa, dopo averne vissute appena ventisei di belle stagioni. E mi pare una buona ragione, a parte il fatto che è appena uscita l’ennesima raccolta (“Made To Love Magic”) che cerca di offrire improbabili epifanie frugando in cassetti purtroppo vuoti, per starmene seduto alla scrivania a discettare, una volta di più, di un irrisolvibile enigma. Invece che andarmene a passeggio in un parco spiando pigramente innocenze e amori. Mi gingillo in cerca di un titolo, mentre nel mio studio risuonano quei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach che furono l’ultima musica che Drake ascoltò, la sera che per errore o per scelta esagerò con il Tryptizol. Un antidepressivo, a riprova che ogni tragedia cela una qualche ironia. Sul comodino Il mito di Sisifo di Albert Camus, un saggio sul suicidio e sull’assurdità della vita. E mi domando quale l’ultimo disco, quale l’ultimo libro invece di Ian MacDonald, che certamente di sua volontà ci ha lasciati una notte dell’ultimo agosto e del ragazzo di Tanworth-In Arden (vedete voi: persino il luogo in cui visse evoca il bucolico) era coetaneo. Si conobbero anche, entrambi studenti a Cambridge nell’anno accademico 1968-69, e colui che sarebbe diventato il Vate della critica musicale britannica poté, in tutti i sensi stupefatto, ascoltare il giovane Nick eseguire nella sua stanza, per un modesto pubblico di ragazzi ammirati e fanciulle immediatamente innamorate, Time Has Told Me, sei mesi prima dell’uscita di “Five Leaves Left”. Parecchio di memorabile firmerà Ian MacDonald ma fra quanto mi è capitato di leggere niente sorpassa Be Here Now, una lunghissima analisi dell’esistenza breve e tormentata, della psicologia e naturalmente dell’opera di Nick Drake pubblicata su “Mojo” nel gennaio 2000.

Mi ci sono reimmerso ieri, scoprendola ancora più grande che nel ricordo. Intimidito, risfoglio quelle pagine e un possibile titolo mi viene da lì: Man of constant sorrow, come il classico proto-country. Ma sarebbe tradire MacDonald, che appunto nega che tutto in Drake sia sempre stato male di vivere, razionalizzato – perché (dice lui che per sua disgrazia se ne intendeva) “depression can be rational” – in un approccio romantico all’esistenzialismo. Aggiungerci un punto interrogativo? Un’altra idea fa capolino, riflettendo su come ciascuno dei tre LP che compongono quasi per intero il corpus drakiano si rapporti a una stagione: potrebbe allora essere, parafrasando uno strambo e poetico film coreano appena visto, Estate, autunno, inverno… e basta. E poi chissà quale sinapsi scatta e mi viene in mente Roberto Benigni, in Down By Law. Perfetto così.

Prosegue per altre 6.933 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.588, 20 luglio 2004. A oggi sono trascorsi quarantasei anni dacché Nick Drake ci lasciava. Ne aveva ventisei.

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Il favoloso mondo di Emma (Tricca)

Ieri sera sono andato a vedermi Robyn Hitchcock in concerto, terza volta in vita mia e forse (ma la memoria è traditrice, spesso) è stato il suo spettacolo migliore. Graditissimo bonus in apertura una manciata di canzoni di Emma Tricca, che invece dal vivo non avevo visto mai. Spettacolo memorabile, come mi attendevo, con l’unico neo di essere stato troppo, troppo breve. A seguire le recensioni di quelli che a oggi sono gli ultimi due album di questa cantautrice. Favolosa.

(La foto di Emma è di Roberto Remondino.)

Relic (Finders Keepers, 2014)

Curiosa vicenda, quasi una favola, quella di Emma Tricca, romana che in una sera della sua adolescenza mette insieme il non poco coraggio che ci va ad avvicinare un monumento del folk moderno quale John Renbourn, alla fine di un concerto, e a fargli ascoltare una sua canzone. Al signor Pentangle piace e oltre che un incoraggiamento decisivo sarà l’inizio di una bella amicizia. Da lì a breve un’altra leggenda, Odetta, la conforterà nella decisione che ha preso di andarla a studiare in loco quella musica che tanto la affascina, a Londra. Faccio breve una storia lunga una quindicina di anni limitandomi a dire che gli ambienti folk della capitale britannica la accoglieranno con rispetto e simpatia e che, dopo un disco del 2001 con i Gypsies And Red Chairs, Emma esordirà da solista (in mezzo il pellegrinaggio a una Mecca chiamata Greenwich Village) nel 2009 con l’austero quanto intenso “Minor White”: quattro stellette su cinque sia su “Mojo” che su “Uncut”, per darvi un’idea di come fu accolto. Seguito lungamente meditato, “Relic” sta mietendo analoghi consensi e meriterà notare che in diverse recensioni non una parola viene spesa per i natali italiani dell’artista, tanto per dire come Emma Tricca venga ritenuta una londinese a tutti gli effetti.

Vale il tempo che lo si è atteso quest’album, certificazione di un talento che sta giungendo a maturazione trovando una sua specificità pur in un ambito dai canoni consolidatissimi. È come se Emma partendo dal folk revival si fosse incamminata verso un folk-rock in odore di psichedelia. Dalle semplici voce e chitarra d’antan si è evoluta verso un suono ancora scarno e lieve ma estremamente raffinato, con arrangiamenti nei quali entrano in gioco chitarre elettriche e percussioni, archi, ottoni, persino un po’ di elettronica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

St. Peter (Dell’Orso, 2018)

“Registrato a Hoboken”, leggo del nuovo album di Emma Tricca e punto i crediti in cerca di un’ospitata degli eroi locali Yo La Tengo. Se in carne, ossa e strumenti mancano, in spirito ci sono: come minimo in una Julian’s Wings che idealmente sono loro alle prese con un’astrazione di Joni Mitchell, ma anche subito dopo, in una Buildings In Million fra Velvet Underground e Fairport Convention. Ecco: mi pareva un buon punto da cui partire per raccontare questo disco. O da lì o da Solomon Said, che potrebbe essere un John Cale (tanto per citare di nuovo i Velvet) da qualche parte fra The Gift e “Paris 1919”. Non fosse che la voce recitante è femminile. E che voce! Judy Collins, che declama la sua Albatross su una base man mano sempre più disturbante e come sigillo di approvazione sull’opera della cantante e chitarrista romana vale quello originale di un John Renbourn che, avendone ascoltato alcune canzoni, incoraggiava Emma a trasferirsi a Londra. Laddove la scena folk l’accoglieva a braccia aperte, prima dimostrazione che l’ex-Pentangle aveva visto lontano. Molti anni (una ventina) e vagabondaggi (soggiorni anche a New York e in Texas) dopo, “St. Peter” è la definitiva certificazione della grandezza di un’artista capace, come i principali fra i suoi modelli da Davey Graham in giù, di muoversi da un’idea di folk per poi trascenderlo.

Prodotto da Jason Victor dei Dream Syndicate e con alla batteria Steve Shelley dei Sonic Youth, pur non negandosi parentesi incantate e incantevoli (una Salt da Neil Young circa “Harvest”, il valzer Mars Is Asleep, l’attacco molto fairportiano di The Servant’s Room) è il suo lavoro più elettrico di sempre. Misuratamente stralunato, se è concessa la contraddizione in termini. Di una precisione millimetrica che nulla sottrae al sentimento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 400, luglio/agosto 2018.

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