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La musica ribelle di Eugenio Finardi, quarant’anni dopo

Gioventù e futuro non sono più quelli di una volta. Viviamo un’era grama in cui ragazzetti nell’anima, quando l’anagrafe li vorrebbe uomini, si sorprendono trentenni in crisi. Non avendo sfortunatamente chiaro che, come sintetizzato magistralmente da Michele Monina, in Italia “l’indie non esiste, è solo il pop mainstream che non si caga nessuno”. E allora ci pare strano che ci sia stato un tempo in cui il pop muoveva le coscienze, forgiava le generazioni, ed erano poco più che ventenni a esserne protagonisti. Eugenio Finardi sta festeggiando “40 anni di musica ribelle” e non ne aveva che ventiquattro quando scriveva il pezzo al quale il suo nome è maggiormente legato. Sistemandolo in apertura di un album classico cui avrebbe fatto subito seguire un secondo capolavoro. Facendogli andare rapidamente dietro minimo quell’altra mezza dozzina di brani che sono rimasti nell’immaginario collettivo e che continuano a parlarci con una forza che la quasi totalità della musica odierna manco si sogna. Tuttora attuali e andateci a uno spettacolo dell’Eugenio, guardatevi attorno: scoprirete un pubblico che naturalmente per metà è di reduci, e di fratelli minori dei reduci, ma per il resto è spiazzantemente giovane. Sono quelli che si entusiasmano di più, quelli che conoscono i testi a memoria e li cantano fieri. E adesso dai, ditemi una canzone, una sola, di chiunque, che in questo secolo seminuovo ci abbia segnato altrettanto.

Oltre che da alcuni concerti il quarantennale della Musica ribelle viene celebrato con un cofanetto (Universal) che contiene i cinque LP che l’artista milanese pubblicò in altrettanti anni, dal 1975 al 1979, per la Cramps. Il Finardi che si riaffaccerà alla ribalta nell’81 con un album omonimo (il primo di sette per la Fonit-Cetra), nel quale suscitando scandalo si farà dare una mano per i testi da Valerio Negrini, paroliere dei Pooh, sarà la stessa ma un’altra cosa. Manterrà costantemente un’intima coerenza (pure in anni Duemila marcati da giravolte stilistiche da vertigini) e firmerà, seppure disseminandole in un arco assai più ampio, un’altra mezza dozzina di canzoni di assoluta memorabilità, ma guardando la musica italiana come di lato. Similmente al Dylan post-incidente motociclistico, non più nel flusso delle cose, non più intento a cantare che i tempi stavano cambiando e, facendolo, a cambiarli i tempi. “40 anni di musica ribelle” è un viaggio emozionante perché simultaneamente racconto di un percorso artistico e umano eccezionale e fotografia in movimento di un’epoca irripetibile di sogni, contraddizioni, drammi.

Del suo inizio, “Non gettate alcun oggetto dai finestrini”, direi che è ora di rivalutarlo. Saranno pure ingenue le parole – commoventi però, con lo sguardo timido e insieme sfacciato che gettano sul futuro: “but until I get old/I’ll just be singing my rock & roll” programma cui l’autore si è mostrato fedele – ma gli spartiti appaiono già straordinariamente promettenti. Paradossalmente, in modo particolare nell’unico titolo non autografo, il folk delle risaie Saluteremo il signor padrone, reso dapprincipio come un hard quasi proto-punk e da lì in transito verso un mosso jazz-rock, con la coppia Hugh Bullen/Walter Calloni (la migliore sezione ritmica che mai abbia operato nel nostro paese: l’ho detto) già in spolvero. Nondimeno lo stacco con il successivo “Sugo” mozza il fiato. Pronti e via ed è Musica ribelle: istantanea generazionale fenomenale e rock come non se n’era mai udito dalle nostre parti e, in questa forma, raramente altrove. Con il violino in luogo della chitarra elettrica a disegnare la melodia, il ritornello una sarabanda guerriera e il basso e la batteria a incalzare fluidi. Segue il country’n’western sfrenato La radio. Segue una sospesa, misterica Quasar in tutto degna di quei Weather Report che apertamente omaggia. Ed è incredibile che ci sia ancora vita e ispirazione dopo un un-due-tre sì micidiale: con il rock’n’roll Soldi, con una Ninnananna di afflato addirittura cameristico, con il jazzeggiare liquido e ondeggiante, che troverà pieno sviluppo nella title track dell’album successivo, di Sulla strada. E ancora: con una Voglio che parte elegante e arriva deflagrante, cattiva; con la delicatissima Oggi ho imparato a volare; con lo scherzo reggae La C.I.A.; con La paura del domani, congedo storto e inquieto.

Il domani immediato si chiamerà “Diesel”. Invocherà Tutto subito, evocherà Joni Mitchell in Scuola, darà consigli a figli che ancora non ci sono con Non diventare grande mai, parlerà di quotidianità del rapporto di coppia con Non è nel cuore e di eroina in Scimmia. Pazienza per la pur musicalmente valida Giai Phong, irrealistico bollettino della vittoria da Saigon che lo stesso Eugenio si affretterà a smentire appena un anno dopo nella fulminante Cuba: un calypso per sanzionare che la lotta non è più continua, che forse è stato tutto un sogno, un’illusione; “che viviamo in un momento di riflusso/e ci sembra che ci stia cadendo il mondo addosso”. Altri sono i musicisti in “Blitz”, non più il giro Area/P.F.M./Battisti ma i giovanissimi Crisalide, e la musica è ancora (e anzi sempre di più) variegata, ma meno imprendibile. È il disco dell’escapista Extraterrestre, della dolente Come un animale, di una seconda musica ribelle mascherata da Op.29 in do maggiore. “Roccando rollando” sarà chiusa dimessa, pur piacevolmente minore, indimenticabile giusto nell’aggraziata danza acustica de La canzone dell’acqua.

Il diavolo sovente si nasconde nei dettagli. Forte di un remastering di strepitosa (stre-pi-to-sa) qualità e di un libro a corredo finalmente degno di analoghe operazioni delle discografie britannica e americana, “40 anni di musica ribelle” non pensa all’audiofilo quando lo costringe a mettere di suo delle buste antistatiche per proteggere dal rischio di graffi i preziosi (a proposito: in vendita sugli ottanta euro) vinili. Quel che più annoia è che la scatola abbia angoli inadeguati al peso di cotanto contenuto: in molti hanno già segnalato che il box si rompe e il Vostro affezionato deve tristemente confermare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Le canzoni elevate ad arte di Serge Gainsbourg

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Me lo dimentico regolarmente e ogni volta che lo rileggo rido come la prima: l’uomo nato Lucien Ginsburg portò un solo brano nei Top 100 USA, naturalmente Je t’aime… moi non plus, e – molto appropriatamente – il singolo fermò la sua corsa al numero… 69. Era il… ’69 e nell’album con Jane Birkin inaugurato da quella che è da allora la canzone sexy per antonomasia faceva la sua – ahem – porca figura un altro titolo destinato a diventare un classico: 69 année érotique. Tanto per non farsi mancare nulla il nostro pervertito eroe vi offriva anche una sua versione di Les sucettes, brano già portato al successo dall’idolo adolescenziale France Gall. Del tutto convinta, povera gioia, che sul serio il testo parlasse di leccalecca. Sempre eccessivo oltre che geniale Gainsbourg, uno che quando morì Parigi si fermò. Niente di meno che il presidente Mitterrand lo commemorava come “il nostro Baudelaire, il nostro Apollinaire… colui che elevò ad arte la canzone”. Momentaneamente accantonati i cento scandali che scandirono la vicenda di uno dei francesi più profeti in patria del Novecento: più frequenti via via che l’alcool prendeva a dominarne i già bizzosi estri, fino all’infarto che il 2 marzo 1991 lo uccideva, sessantaduenne.

A proposito di scandali… Spiace che dalla corposa scaletta di un doppio battezzato dall’unico inedito che regala manchi uno dei più grandi, il duetto con la tredicenne figlia Charlotte di Lemon Incest. Ciò premesso, “Comme un boomerang” si configura come la migliore antologia di sempre del Nostro, facendosi preferire alla stagionata “De Gainsbourg à Gainsbarre” per una scelta di brani relativamente più azzeccata (per quanto i due programmi in larga parte si sovrappongano) e soprattutto per il suo sistemare in ordine cronologico le quarantasette tracce che vi sfilano. Si ha così modo di seguire l’evoluzione di un talento unico, dagli esordi in scia a Boris Vian alle felici sbandate prima per il reggae e poi per un electropop sull’orlo della dance dell’ultimo decennio. In mezzo, dal jazz scapigliato al beat yé-yé, dal calypso al rock’n’roll, al funk, con gusto pop puntualmente inarrivabile. Personaggio appena di culto in Gran Bretagna, uno sconosciuto negli USA, Gainsbourg nei vent’anni trascorsi dalla scomparsa ha visto crescere immensamente la sua reputazione nel mondo anglofono, fino a divenire uno dei numi tutelari dell’alt-rock. Parabola che probabilmente lo divertirebbe, lui, “via di mezzo fra Charles Bukowski e Barry White, Jim Morrison e Leonard Cohen, Scott Walker e Chet Baker” secondo una famosa definizione di Sylvie Simmons. Lui che dapprincipio non voleva cantare in pubblico perché vergognoso della propria bruttezza e finì per amoreggiare con alcune delle icone femminili del secolo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011. Ricorre oggi il ventiseiesimo anniversario della morte dell’artista.

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Conor Oberst – Ruminations (Nonesuch)

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Provo a contare gli album confezionati da Conor Oberst dacché nel 1993 – tredicenne, signori miei, tredicenne… – si autoproduceva in trecento copie la cassetta “Water” e dopo un po’ rinuncio. C’è da perdersi già solo aggirandosi fra le discografie dei gruppi che ha capeggiato: Bright Eyes, Commander Venus, Desaparecidos, Park Ave., Monsters Of Folk. Tanta roba e, a dirla tutta, troppa: un talento potenzialmente grandissimo – qui e là illuminazioni di immenso – sciaguratamente disperso fra i mille rivoli di una produzione tale da scoraggiare pure il più tenace dei cultori. Benché la media si sia conservata discretamente alta, non sarebbe stato meglio – retoricissima domanda – focalizzarsi (per quanto intrighi l’ampiezza dell’arco musicale coperto, dal noise al folk) e selezionare di più? E ogni tanto fermarsi, tirare un bel respiro e riflettere. Sia come sia: nell’ottobre 2015 il nostro uomo doveva cancellare le ultime date di un tour dei Desaparecidos perché ricoverato in ospedale, vittima di una laringite ma soprattutto di attacchi d’ansia e di un generale stato di esaurimento psicofisico. Costretto infine a riposarsi. Naturalmente, non sarebbe stato lui se non avesse tirato le somme dell’accaduto, se non di una vita, scrivendo una nuova manciata di canzoni. Il risultato è il suo lavoro forse più intimista di sempre, il più raccolto e misurato. Ambizioni al minimo, risultato massimo.

Sono dieci brani alternativamente per voce e chitarra acustica o voce e piano, con a punteggiare un’armonica più dylaniana di Dylan. Ballate asciutte fra il confessionale e il brioso, qui desolate e lì sferzanti. Di seduzione melodica talvolta strepitosa e c’è da pensare che, se solo l’avesse voluto, Conor avrebbe potuto essere il James Taylor della sua generazione. O il Paul Simon.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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I migliori album del 2016 (6): PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project (Island)

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All’inizio Polly Jean parlava di sé ed era parlando di sé che offriva una visione del mondo assolutamente politica e inevitabilmente femminista. Appena ventiduenne all’altezza della pubblicazione nel 1992 del debutto – epocale non per modo di dire – “Dry”, fatalmente diveniva un modello per una generazione di ragazze indisposte a farsi istruire ancora riguardo al cosa pensare, al come agire, al che dire. Aiutava a fare passare il messaggio la rude, quasi primitiva schiettezza di una musica all’incrocio fra blues e post-punk, perfetta per trasmettere l’urgenza esistenziale dei testi. La naturale predisposizione al gancio melodico e/o ritmico che non dà scampo faceva il resto. Chi c’era, non può dimenticare il formidabile impatto che ebbe su un rock che pure viveva la sua ultima stagione ruggente, esplosione di creatività tale che tuttora a raccontarla si stenta a crederci. Ma poi ovviamente si trattava di crescere senza perdersi e diosanto se è cresciuta, Polly Jean. Non nel senso che abbia pubblicato dischi migliori di “Dry”, se ne può discutere e probabilmente non si troverà un fan che la pensi uguale a un altro su quale sia il suo capolavoro, ma in quanto è stata capace di evolversi continuamente restando tuttavia sempre fedele a se stessa. Onesta a costo di risultare indisponente e molti si sono fatti indisporre da “The Hope Six Demolition Project”, dai politici di Washington DC che non si sono sentiti lusingati da tanta attenzione per un discusso progetto di riqualificazione di un’area disagiata a quanti – ma che originalità! – hanno dato alla signora della radical-chic. Perché è facile farsi un giro in auto con tanto di guardia del corpo in un angolo di terzo o quarto mondo in cui torme di ragazzini ti assalgono mendicando Dollar, Dollar quando poi puoi tornartene nella tua lussuosa residenza di popstar. Può darsi. Però Polly Jean quel giro se l’è fatto e loro no.

Nel 2011 il precedente disco della Harvey, “Let England Shake”, era stato salutato come un equivalente su supporto fonografico del romanzo di guerra alla Hemingway di Addio alle armi, del film di guerra alla Francis Ford Coppola di Apocalypse Now. Questo seguito concepito durante viaggi compiuti fra il 2011 e il 2014 in Kosovo, Afghanistan e Stati Uniti annulla lo scarto storico di quello (dove la riflessione era sull’impatto psicologico collettivo avuto sulla Gran Bretagna dalla Prima Guerra Mondiale) concentrandosi sull’attualità di un mondo dove è sempre più stridente il contrasto fra chi ha e chi non può nemmeno sognare di potere avere, un giorno. Se per una comprensione piena del predecessore poteva essere utile fruirlo come fosse un’opera, seguendo i testi sul libretto, qui diventa pressoché indispensabile. Solo che il versificare si è fatto infinitamente più ellittico, a tratti bordeggiando l’ermetismo. Resta lo squisito disagio dato dalla… verrebbe da dire “discrasia”, non fosse in genere usato, il termine, in un’accezione negativa… fra la cupezza delle liriche e il frizzare di spartiti che frullano rock e blues, jazz e spiritual, suggestioni world e suoni d’ambiente, fra percussioni tribali, chitarre riverberate e sassofoni a grugno duro. Le non infrequenti dissonanze temperate dal solito gusto pop di prim’ordine.

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I migliori album del 2016 (11): Lucinda Williams – The Ghosts Of Highway 20 (Highway 20)

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Pare che uno dei migliori album del 2016 sia stato in realtà maggioritariamente scritto e in parte anche registrato nel 2013, in sedute di incisione parallele a quelle che fruttarono uno dei migliori album del 2014. Il che fa un po’ impressione, perché stiamo parlando di due dischi doppi, venti tracce per un totale di centotré minuti in “Down Where The Spirit Meets The Bone”, altre quattordici per ulteriori ottantasei in questo “The Ghosts Of Highway 20”. Il che fa parecchio impressione se si pensa a una vicenda artistica che a lungo ha indubbiamente brillato per qualità ma altrettanto certamente non per quantità. Prolifica Lucinda Williams mai. Arrivava a mettere otto anni fra il suo secondo album e il terzo e sei fra il quarto e il quinto, quel “Car Wheels On A Gravel Road” di cui a venire pubblicata nel 1998 era la versione numero tre, essendo state le precedenti cestinate quando già erano pronte per andare in stampa. Dopo qualcosa sembrava però cambiare, cinque i lavori in studio licenziati fra il 2001 e il 2011 (più un live) e distanziati fra loro al massimo di quattro anni. E tuttavia nulla poteva preparare a una simile esplosione di creatività. Sarà forse, dicono alcuni, che nella sua vita privata la Williams ha raggiunto un felice equilibrio che prima, in materia di relazioni sentimentali, le era sempre mancato. O sarà magari, penso io, che il ticchettare inesorabile dell’orologio della vita l’ha indotta a mettere da parte quel perfezionismo che l’ha sempre connotata, tanto esasperato da sconfinare nel patologico. Chi non ha più tanto tempo non lo aspetti e siamo poi sicuri che il “Car Wheels” numero uno non fosse già il capolavoro che è risultato il tre? Quello che conosciamo, quello che ha fatto assurgere l’artefice all’Olimpo della canzone d’autore rock a stelle e strisce. Fatto è che in corrispondenza di un traguardo simbolico (il compimento del sessantesimo anno) Lucinda Williams ha preso a scrivere come non ci fosse un domani.

Pare che, ritrovandosi in mano un numero abnorme di canzoni, abbastanza da riempire due album doppi in CD (nell’era classica del vinile il primo sarebbe potuto essere addirittura triplo), per decidere dove sistemare cosa ci si sia attenuti a un criterio assai semplice: i brani “rock” su quell’altro lavoro là, quelli “non rock” su questo successore. Che è opera dilatata e complessivamente fosca, attacco con una Dust da Grateful Dead immersi nella tradizione del Gotico Americano, congedo affidato a una trasfigurazione sconfinante nello sperimentale di un traditional, Faith & Grace, di cui si ricorda soprattutto la versione degli Staple Singers. Il mezzo copre – quietamente, spesso allucinatamente – ogni tappa possibile, con vette in una Death Came che è quanto ci si sarebbe attesi dall’ultimo Nick Cave (e non si è avuto), in una catacombale resa della Factory di Bruce Springsteen, in una If There’s A Heaven sulla quale aleggia il fantasma di Hank Williams. Formidabile dall’inizio alla fine l’interplay fra i due chitarristi, un Bill Frisell sempre più enciclopedia vivente di generi e stili e Greg Leisz.

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I migliori album del 2016 (12): Leonard Cohen – You Want It Darker (Columbia)

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L’ultimo brano dell’ultimo per davvero album di Leonard Cohen si intitola String Reprise/Treaty e dura 3’26”. La voce non entra che a 2’41”, per pochi versi. “I wish there was a treaty between your love and mine” canta/recita Leonard un attimo prima che il sipario cali definitivamente. E con l’applauso che scatta sorge spontaneo un dubbio: che meglio sarebbe stato, e infinitamente più suggestivo, suggellare questo addio con appena il secondo brano strumentale della cinquantennale carriera da cantautore del nostro uomo. Senza parole, solo quegli archi luttuosi e sul serio da requiem e un simbolico silenzio. Non la voce che si spegne, ma la voce che già non c’è più. Naturalmente va bene anche così. Commossi ringraziamo. Felici che in questo nuovo secolo Cohen ci abbia regalato cinque lavori in studio, tre soltanto negli anni ’10 quando in tutti i ’90 non aveva pubblicato che un disco e negli ’80 due. È stato il crepuscolo il suo periodo più produttivo dagli esordi in avanti e non vale indagare il perché, se un prosastico bisogno di soldi (ma gli sarebbe bastato allora esibirsi spesso dal vivo come in effetti ha fatto) o l’urgenza data dal sapere che di tempo a disposizione non ce n’era più molto. Propenderei per la seconda. Un artista che era solito passare anni rifinendo una singola canzone improvvisamente ha deciso che potevano bastare mesi. Il miracolo è che il livello sia rimasto altissimo, rendendo impietoso, per gli altri, il confronto con le coeve produzioni di – per dire – Neil Young, Bob Dylan, Bruce Springsteen. Magari non c’è un’altra Hallelujah in queste più recenti collezioni, ma si può scommettere che a lungo andare ne emergeranno brani destinati a essere letti e riletti. Fino a farsi standard.

Un coro simil-gregoriano, un pulsare di batteria elettronica, la voce raspante e intorno altre voci che accerchiano, rispondono, sottolineano. “You Want It Darker” si apre con la traccia omonima ed è subito un colpo al cuore. Incipit di strepitosa memorabilità per un ultimo giro di valzer, in senso figurato o letterale come nel caso di Leaving The Table. Se un rimpianto si può avere congedandosi da un congedo sul quale si può esser certi si tornerà almeno altrettanto che sui tredici predecessori è che solo circostanze contingenti – una salute improvvisamente declinante che ha costretto fra le mura di casa chi ancora negli ultimi tour era apparso in uno stato di forma eccezionale per un uomo della sua età – abbiano portato Leonard a fare accomodare in regia il figlio Adam. Che peccato che la prima collaborazione fra i due debba restare l’ultima, perché una sintonia simile con un produttore non si era mai registrata da parte dell’artista canadese. Simbiosi che lascia senza fiato più che altrove in una Traveling Light che parte mandolino in resta per quindi dipanarsi fra violini piangenti e un coro femminile la-la-la-la, la voce di Leonard una cantilena ipnotica, le percussioni un battito spettrale. Altri momenti che sconfinano nell’ineffabile: il blues che declina in gospel di On The Level; l’incastro di organo liturgico, battito metronomico e chitarra che jazzeggia di If I Didn’t Have Your Love; il post-country Steer Your Way. E poi e naturalmente bisognerebbe spendersi per i testi. Quanto altro ci sarebbe da dire su “You Want It Darker”! Ma abbiamo anni davanti per riempire di parole un vuoto incolmabile.

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Neil Young – Peace Trail (Reprise)

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Le regole sono fatte per avere eccezioni e sì, qualche volta si può giudicare un libro dalla copertina. Prendi l’ultimo Neil Young, il suo trentasettesimo album in studio e chiediti: quanto tempo può esserci voluto per pensare una copertina tanto sciatta e realizzarla? Cinque minuti? Facciamo dieci, dai. Più o meno quello che deve avere impiegato il nostro uomo a scrivere ciascuna delle dieci tracce che sfilano in uno dei suoi dischi più sconcertanti, irritanti e in una parola pessimi di sempre. E stiamo parlando di uno che di dischi sconcertanti, irritanti e in una parola pessimi ne ha messi in fila ormai in numero bastante a pareggiare i tanti capolavori, o mezzi capolavori, o dischi con dentro comunque più di qualcosa di indimenticabile, pubblicati in una carriera da solista quasi cinquantennale. Il problema è che mentre i secondi si diradano i primi ci vengono inflitti uno via l’altro. Due solo nel 2016 perché, diciamolo, il doppio live “Earth” già aveva messo a dura prova la fede di non pochi pure fra i cultori di più stretta osservanza. Iniziato senza infamia e senza lode con l’innocuo “Silver & Gold”, il nuovo secolo ha lasciato sul campo una sfilza di orrori tale che fra un po’ si cominceranno a rivalutare quei terribili anni ’80 in cui, con qualche ragione, la Geffen fece causa al Canadese accusandolo di comporre musica “non rappresentativa”. Ma magari qualcuno facesse ancora filtro, o ci provasse. Scomparso prematuramente, nel ’95, il suo storico produttore David Briggs, Neil non ha più avuto a fianco nessuno che potesse farlo ragionare, che fungesse da filtro. Perché non è proprio obbligatorio dare alle stampe tutto ciò che si scrive e a maggior ragione se in precedenza si è fatta la Storia. Alla sua vicenda artistica nulla hanno aggiunto, se non per così dire del colore, e anzi parecchio hanno sottratto un lavoro tirato via come “Are You Passionate?”, indigeribili concept quali “Greendale” e “Fork In The Road”, i tradizionali discutibilmente rivisitati in “Americana” o quella presa in giro, o se no follia tout court, chiamata “A Letter Home”. O ancora “Storytone” o “The Monsanto Years”, dai quali qualche pezzo buono lo estrai anche ma, insomma, è minutaglia. Stringi stringi, del secolo nuovo del Nostro da applaudire senza riserve ci restano “Chrome Dreams II” (che però pescava a piene mani nei cassetti) e il monumentale “Psychedelic Pill”. Avesse pubblicato solo quelli! Giacché pure di “Prairie Wind” e “Living With War”, per i quali confesso e quasi rivendicherei un debole, si potrebbe oggettivamente fare a meno.

Non pago di avere sostituito gli insostituibili Crazy Horse con quei Promise Of The Real ai quali ha poi chiesto di provare a fare i Crazy Horse, quel gran genio del nostro amico a questo giro ha rinunciato anche ai secondi, convocando in loro luogo una sezione ritmica – il semisconosciuto Paul Bushnell al basso, alla batteria il veterano Jim Keltner – che mai aveva suonato insieme prima. Si sente, eccome se si sente, ma i due non ne hanno colpa giacché oltre a non conoscersi non hanno avuto modo di provare adeguatamente materiali presentati loro direttamente in studio. Registrato (male) in quattro giorni (ma potevano pure essere quattro ore), praticamente dal vivo e con poche e principalmente vocali sovraincisioni, “Peace Trail” li vede volonterosamente arrancare lungo i suoi trentotto minuti dietro a melodie incerte e incertamente divise fra folk timido e blues torpido prima di venire sfregiate da ustionanti assoli di elettrica. Più che canzoni sono abbozzi di canzoni, provini, e per cortesia non mi si venga a parlare di improvvisazione, il jazz è un’altra cosa e ciò che si ascolta qui sono palesemente (l’esperienza conta e dunque se la cava meglio Keltner, capace di un qualche miracoloso accenno di dialogo con le chitarre) due bravi musicisti che non sanno che pesci prendere. I gregari vanno assolti. Chi non può venire assolto è il leader. Tolta una traccia omonima e inaugurale di accettabile consistenza – corde grintose, una tastiera liquida, ritmica trapestante e voci in rincorsa – il resto sono testi che una volta si sarebbero detti genericamente “di protesta” appiccicati a spartiti elementari. Roba che per l’appunto deve averci messo dieci minuti a scriverla, o forse l’ha scritta nel tempo preciso che ci va ad ascoltarla. Per Can’t Stop Workin’ e Glass Accident (che guarda caso sono gli altri due brani “completi”) ha fatto poi che ricorrere al “copia e incolla” di se stesso e del resto buttali via pezzi come Cripple Creek Ferry e Sail Away. L’ecologia è importante, il riciclaggio salverà il pianeta. Ma non questo disco.

Il peggio è nella coda. My New Robot recupera il vocoder di “Trans” dall’armadio dei fallimenti e finisce tronca. Neil Young mostra il dito medio al mondo e, con tutto il bene che gli vuoi, a te vien voglia di mostrare il dito medio a Neil Young.

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