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Trent’anni fa, oggi

k.d. lang – Ingénue (Sire, 1992)

Peculiare bellezza androgina in grado di esercitare i propri non indifferenti poteri di seduzione su entrambi i sessi, la canadese k.d. lang (anticonformista sin dalla vezzosa scelta di esigere che il suo nome sia scritto tutto in minuscole) a cavallo fra ’80 e ’90 mette a soqquadro il reazionario mondo del country con spartiti che esulano dall’ortodossia nashvilliana e ancora di più con il suo dichiarato lesbismo. È un ambiente che presto le è troppo piccolo. Le si confanno di più le classifiche generaliste, che la acclamano, e il sognante, lussurioso pop saporoso di jazz e di rock’n’roll ancor più che di country (non fosse riduttivo, la si direbbe una versione femminile di Chris Isaak) del formidabile “Ingénue”. Vi sfilano dieci ballate che avvincono senza fine con melodie alate e afflato sensuale.

White Zombie – La Sexorcisto: Devil Music Vol.1 (Geffen, 1992)

Un cocktail alla nitroglicerina di mastodontici riff chitarristici, ritmi serrati ma non troppo, scorci e squarci psichedelici, ricordi di no-wave, una voce gutturale che corteggia il grind, brandelli di trasmissioni radio, rumori di strada, effetti elettronici, scratching: in quale altra città avrebbe potuto essere brevettato (la miscela perfezionata in area indie per sette anni e tre album) se non a New York? Alla Grande Mela gli White Zombie hanno fornito una delle colonne sonore più efficaci (di una genialità a tratti zorniana) e maledettamente vere di sempre. Con loro il “day after” c’è già stato e allora, come recita il titolo del brano che apre questo disco, Welcome To Planet Motherfucker. In quei pazzi primi ’90, in cui tutto poteva succedere, “La Sexorcisto” finiva nei Top 30 statunitensi, sebbene mettendoci un anno.

Testi tratti da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. “Ingénue” e “La Sexorcisto” venivano pubblicati entrambi il 17 marzo 1992.

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Mark Lanegan (25/11/1964-22/2/2022)

Ho scritto un’infinità di volte di Mark Lanegan, sin da quando era il cantante degli Screaming Trees. Appena meno volte di quelle che l’ho visto dal vivo: la prima, e non solo a ragione di ciò la più indimenticabile, fu proprio con gli Screaming Trees. Di rado morte fu tanto annunciata ma un po’ ci si era illusi, dopo che il nostro uomo lo scorso anno era riuscito a schivare i dardi di una sorte oltraggiosa (potrai mica morire di covid dopo essere stato alcolista, tossicodipendente e, sul fronte della pandemia, negazionista?), che una volta di più potesse risorgere. “Oppressa dal fardello dei mali del mondo, ma pronta a librarsi verso il cielo”: così ebbi a descrivere la sua voce. Era ventun anni fa, suonava già come un epitaffio.

Screaming Trees – Buzz Factory (SST, 1989)

Anno intensissimo il 1988 per gli Screaming Trees. Troppo, tant’è che vanno in crisi e il bassista Van Conner li lascia per alcuni mesi, sostituito da Donna Dresch. Con questo organico e con Vic Makauskas in regia in luogo di Steve Fisk, i ragazzi di Ellensburg registrano un album il cui master va perduto in un passaggio di proprietà dello studio. Sembra un segno del destino. Il cantante Mark Lanegan, il chitarrista Gary Lee Conner e il batterista Mark Pickerel si adeguano e, con Van Conner di nuovo in squadra e Jack Endino al mixer, si mettono a lavorare ex novo. Il risultato è uno dei dischi più intensi dei tardi ’80, ispiratissimo nel suo pasticcio ormai D.O.C. di psichedelia, punk e hard rock. Non avessero scritto che Where The Twain Shall Meet e Black Sun Morning, gli Screaming Trees meriterebbero comunque una citazione nella storia del rock.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

Scraps At Midnight (Sub Pop/Beggars Banquet, 1998)

“Terzo album solistico del cantante degli Screaming Trees”, recita l’adesivo sulla bella copertina di “Scraps At Midnight”, quasi dando per scontato ciò che scontato al momento attuale non è, ossia che gli Alberi Urlanti abbiano un futuro o almeno un presente. Immensi questi washingtoniani (lo stato, non la città), fra i primi a tentare quel recupero in chiave moderna dell’hard che andrà sotto il nome di grunge e che loro già praticavano intorno alla metà dello scorso decennio. In anticipo sui tempi all’inizio, un po’ vetusti oggi, mai premiati quanto avrebbero meritato. In un universo parallelo forse i Nirvana sono loro.

Per darvi un’idea del clima che si respira in questo disco, vi invito a ripensare alla rilettura che di Where Did You Sleep Last Night, di Lead Belly, diedero i Nirvana in “Unplugged” (tenendo presente che è vicinissima a quella che quattro anni prima ne offrì Lanegan, spalleggiato dai Nirvana stessi, nella sua prima uscita in proprio): è dunque blues dolente, ai limiti del catacombale, ciò che si ascolta in “Scraps At Midnight” (ove per blues siete pregati di intendere più una condizione dello spirito che le canoniche dodici battute). Pensate a Johnny Cash, a Leonard Cohen, a Nick Cave, a Tom Waits (Bell Black Ocean), allo Springsteen più crepuscolare (Last One In The World). Soltanto nella conclusiva Because Of This il suono si fa più pieno, la ritmica relativamente sostenuta, le elettriche mordono. Non raggi di sole che squarciano un cielo plumbeo, bensì fulmini che annunciano il divampare del temporale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.185, settembre 1998.

I’ll Take Care Of You (Sub Pop/Beggars Banquet, 1999)

È un album di altri tempi questo “I’ll Take Care Of You”, quarta uscita solistica del cantante degli Screaming Trees. Per umore, durata, scelta del repertorio: una parata di classici e/o dimenticate gemme country, soul e cantautoriali che riporta alla memoria per la rabbrividente intensità l’“Unplugged” dei Nirvana e per le atmosfere quel capolavoro dei Walkabouts, passato del tutto inosservato, chiamato “Satisfied Mind”. Anche quello disco per intero di cover e anche quello capace di esprimere l’essenza di chi lo ha realizzato meglio dei lavori autografi. Passati i giorni del sangue e delle lacrime con cui aveva in abbondanza irrorato i tre predecessori di questa meraviglia, Lanegan si scopre invecchiato e più sereno, o forse solo rassegnato a subire gli oltraggi della vita. Forse anche innamorato del suo ruolo di beautiful loser e, ora che ha rinunciato a essere Cobain, desideroso di studiare da Cohen. Per intanto caccia i fantasmi evocando quelli altrui, facendo Tim Hardin meglio di Tim Hardin in Shiloh Town e Fred Neil meglio di Fred Neil in Badi-Da e omaggiando la memoria di Jeffrey Lee Pierce con una Carry Home che lascia a bocca aperta. Stesso effetto che fa sentire un gruppo mediocre come i Leaving Trains, di cui riprende Creeping Coastline Of Lights, trasformato in uno indimenticabile come i Triffids. O Bobby Bland, Eddie Floyd e O. V. Wright riletti con tanta di quell’anima (in inglese si dice “soul”) che da uno della generazione del grunge non te lo saresti mai aspettato.

Roba di altri tempi, appunto. Inadatta a questi anni distratti, frenetici, superficiali. Se ne accorgeranno in pochi, ma per quei pochi vorrà dire molto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.18, novembre 1999.

Field Songs (Sub Pop/Beggars Banquet, 2001)

È una numerosa e composita congrega quella che fiancheggia Mark Lanegan in quello che è già il suo quinto album in proprio. Gente celeberrima come Ben Shepherd, che fu nei Soundgarden, e Duff McKagan, che era nei Guns N’Roses prima che divenissero una farsa. Mentre altri nomi risulteranno familiari soltanto a chi frequenta assiduamente l’underground a stelle e strisce. Tipo – doveroso citarlo dacché nei dischi del nostro uomo è presenza importante e immancabile – Mike Johnson, che fece parte dei Dinosaur Jr. seconda fase e ha all’attivo di suo alcuni pregevoli lavori. Non c’è stavolta, nemmeno nella pur cospicua lista dei ringraziamenti, nessun Screaming Trees ed è un altro segno che la vicenda degli Alberi Urlanti è stata consegnata agli archivi del rock. Settore: non furono mai famosi quanto avrebbero meritato. Questione di tempi sbagliati. Quando sbucarono da Ellensburg – dodicimila abitanti nell’estremo Nordovest degli Stati Uniti, nel pieno del nulla culturale più nulla che sia dato immaginare – al giro di boa degli ’80, il loro mischiare punk, hard e psichedelia, chitarre energiche e liriche e melodie di serpentina seduzione non aveva che poco pubblico e nemmeno un nome. Troverà l’uno e l’altro al passaggio di decennio: grunge. Proprio nell’anno di “Nevermind”, il ’91, agli Screaming Trees veniva offerto un contratto major, per la Epic, dopo che avevano già pubblicato cinque album su SST almeno uno dei quali (l’ultimo, “Buzz Factory”, dell’89) merita la qualifica di capolavoro. Avevano dato. I dischi seguenti li vedranno difendere le posizioni per poi ripiegare salvando in “Dust” (1996) l’onore e poco più. Mentre Lanegan fin dal ’90 intraprendeva una carriera solistica da subito generosa di pagine memorabili. Dovesse passarvi fra le mani (facile individuarlo se siete fans di Van Morrison), catturatelo quell’esordio chiamato “The Winding Sheet”. Sarà pure il meno riuscito della serie ma non fosse che per la penultima di una dozzina di tracce (non che le altre siano malvagie) merita l’acquisto. È una superba lettura di Where Did You Sleep Last Night di Lead Belly che precede di tre anni quella che i Nirvana sceglieranno come suggello del loro “Unplugged”. Doppio inchino, siccome alla versione datane dal Nostro concorse, non accreditato, proprio Kurt Cobain. Sta già tutta in quel blues catacombale la poetica che Lanegan estrinsecherà nelle opere seguenti, asciugando ulteriormente l’elettricità che aveva caratterizzato anche i momenti più accorati degli Screaming Trees.

“Whiskey For The Holy Ghost”, “Scraps At Midnight”, “I’ll Take Care Of You” le tappe successive. Lontanissimo il grunge. Spiriti affini Leonard Cohen, Tom Waits, Nick Cave. Così avrebbe suonato la “Music For A New Society” di John Cale l’avesse ispirata Robert Johnson. Il più grande? Quello che a oggi era l’ultimo. Un po’ paradossalmente, essendo fatto tutto di cover, pure il più personale: sfilata folkie di oscuri classici cantautorali (Tim Hardin, Dave Van Ronk, Tim Rose, tanto per non far nomi) e misconosciuti gioielli black (Bobby Bland, Eddie Floyd, O.V. Wright) accomunati dalla forma della ballata e da una voce sublime. Profonda, calda, dolente. Oppressa dal fardello dei mali del mondo, ma pronta a librarsi verso il cielo.

Ha un unico torto, “Field Songs”, ed è quello di andare dietro a un’opera probabilmente insuperabile, ma è bello quanto basta, cioè un bel po’, a conquistare a Mark Lanegan il secondo “disco del mese” consecutivo su queste pagine. Se avete amato “I’ll Take Care Of You”, amerete anche questo. Se ancora non conoscete Lanegan, bene, potrebbe svelarsi epifanico. Medesima la grana del predecessore, la differenza sta tutta in un minutaggio appena più generoso (siamo poco sopra i quaranta minuti) e nel fatto che i dodici brani sono questa volta autografi. Magari qualcuno scritto con altri ma bisogna andare a leggere i crediti per scoprire ad esempio, commuovendosi, che la morbida e morbosa tristezza di Kimiko’s Dream House è un altro omaggio, dopo quella Carry Home stracciacuore che inaugurava l’album prima, al compianto Jeffrey Lee Pierce. Fra gli apici di un lavoro che ai futuri compilatori di antologie offrirà piacevoli imbarazzi. Per quanto mi riguarda non potrei mai fare a meno della batteria ticchettante e dell’organo liquido e denso di swing di Pill Hill Serenade, del piano luccicante e della chitarra flamencata di Don’t Forget Me, di una Resurrection Song che è pura psichedelia pur essendo fatta, per gran parte del suo incedere, di sola voce e acustica. O del levitare su un bordone di Hammond di Blues For D. O della lamentosa, mesmerica, acida ossessione di Fix. Ma in realtà non potrei rinunciare a nessuna di queste dodici canzoni. Schegge d’Anima Americana fuori dal tempo e dunque destinate a restare immuni ai suoi oltraggi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 215, luglio/agosto 2001.

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Blues Funeral (4AD, 2012)

Se questo album fosse un singolo e i brani prescelti quelli giusti – ossia i primi in scaletta – già entro la prima metà di febbraio non avrei il minimo dubbio su quale sarebbe a fine 2012 il mio singolo dell’anno. Impossibile – credo – superare l’efficacia a livello contemporaneamente di impatto subitaneo e di capacità di imprimersi nella memoria dell’accoppiata The Gravedigger’s Song/Bleeding Muddy Water. E a decidere il lato A sarebbero esclusivamente le durate, a meno di non pensare di approntare un edit (a costo di sminuirne un po’ l’ipnotica incisività) dei 6’17” della seconda canzone: acida e solenne nenia appesa a una chitarra da brividi e tastiere ricercatamente fuori fuoco. Quanto alla prima è perfetta così, chitarre granitiche e una melodia sinuosa distese su una ritmica incalzante e – insomma – un prodigio di DNA mischiati fra Queens Of The Stone Age e Gun Club. Non che più avanti non ci siano, fra i dieci che completano il programma, altri pezzi che potrebbero funzionare benissimo su radio anche non necessariamente alternative. Due (guarda la combinazione…) in particolare e sono esattamente i due che meno e anzi mai ti saresti atteso dall’ex-cantante degli Screaming Trees. Se la Canzone del becchino pure agli Alberi Urlanti sarebbe potuta appartenere, da dove sbucano Ode To Sad Disco e Harborview Hospital? Sulla prima la dice lunga il titolo: batteria four-on-the-floor e sì, sono i Pet Shop Boys, per quanto alle prese con i Joy Division. La seconda sono gli U2 incrociati con i New Order. Ma tanto tanto tanto…

Per essere uno che formalmente non faceva un disco da leader da otto anni Mark Lanegan in questo lungo iato davvero non è rimasto con le mani in mano: tre gli album divisi con Isobel Campbell, cui bisogna aggiungere i due con i Soulsavers e la partecipazione al progetto Twilight Swingers, più qualche ospitata. Stakanovista magari no, ma slacker men che meno. Avendo frequentato ambiti musicali abbastanza diversi fra loro ci si poteva aspettare che, tornando ad agire da leader, si muovesse sui terreni consolidati da una discografia che prima di questa annovera, in poco più di due decenni, altre sei uscite maggiori. Be’, “Blues Funeral” non somiglia veramente a nessuno dei predecessori e ci sono altri episodi, oltre ai due dianzi menzionati, dei quali individueresti l’artefice giusto per via di quell’inconfondibile voce di ghiaia e catrame, temprata a whiskey e sigarette. Parlo ad esempio di Gray Goes Black e di Tiny Grain Of Truth, entrambe dal passo motoristico, così come St. Louis Elegy che lo bilancia però con suggestioni morriconiane, o dello stentoreo hard di Riot In My House, o ancora del tonitruante glam infiltrato di coretti Stones di Quiver Syndrome. Sicché quando il crepuscolare etno-blues zeppeliniano di Leviathan si affaccia al proscenio il fan di lunga data quasi tira un sospiro di sollievo: ecco infine di nuovo, a mezz’ora dal formidabile dittico d’apertura, qualcosa di familiare. Lanegan ha saputo osare e gliene va dato atto. Che “Blues Funeral” non colga sempre il bersaglio è peccato veniale di fronte a quello capitale della resa agli stereotipi.

Pubblicato per la prima volta su Venerato Maestro Oppure il 10 febbraio 2012.

Imitations (Vagrant, 2013)

Come se un cerchio si chiudesse… Non poteva certo immaginarselo Nick Cave quando nel 1986, stupendo tutti, dava alle stampe una collezione interamente di materiali altrui che stava inaugurando un canone. Da “Kicking Against The Pricks” in avanti di album di cover che, programmaticamente o meno, provano a svelare dell’interprete più di quanto non abbiano mai raccontato le sue opere autografe ne abbiamo ascoltati molti, forse anche troppi e forse giusto un paio parimenti ascrivibili alla categoria dei capolavori: nel ’93 “Satisfied Mind” dei Walkabouts, sei anni dopo “I’ll Take Care Of You” di Mark Lanegan. Passati quattordici ulteriori anni l’ex-voce degli Screaming Trees ci riprova e fra i dodici brani con cui si misura ce n’è uno – guarda un po’ – proprio di Nick Cave. Ammetterò che sul subito non l’ho riconosciuto e, trovandosi l’originale in “The Boatman’s Call”, che considero la cosa migliore prodotta dall’artista australiano nei ’90, scorrendo i crediti mi ha fatto strano. Poi ho riascoltato e ho capito. La Brompton Oratory di Cave è gotica e liturgica, di un’intensità quietamente bruciante. Quella di Lanegan, che pure non è che l’abbia stravolta, è crepuscolare e melò. Quasi non sembra la medesima canzone e dovrebbe essere un bene e invece no, giacché laddove una versione rivela tanto dell’autore l’altra dell’anima dell’interprete nulla fa trapelare. Ce lo certifica capace di arrangiamenti raffinati, ma non è che già non lo sapessimo. Nella distanza fra due messinscene nella prima delle quali ci si gioca la vita mentre nella seconda si gioca e basta si può cominciare a misurare il complessivo fallimento di “Imitations”. Titolo rivelatore e perciò infelice.

Più che a “Kicking Against The Pricks” in un paio di frangenti verso fondo corsa viene da pensare allo sciagurato “Après” di Iggy Pop: superkitsch il recitativo di Élégie funèbre, superorchestrata la superusurata Autumn Leaves. Ma non è che prima siano rose spinose e fiori del male, da sempre quelli che più ci interessano dovendoci fare un mazzo tanto. Se una tintinnante Mack The Knife si guadagna una stentata promozione in forza di una resa che si sgrana rugosa alla Johnny Cash, a una scarnificata You Only Live Twice lo stesso identico trucco non riesce. Se Deepest Shade evidenzia come nei Twilight Singers si possa rinvenire più degli American Music Club che non degli Afghan Whigs, Pretty Colors perde impietosamente il confronto con The Voice. Che ci può stare, laddove non si fa proprio una bella figura a farsi sotterrare – Solitaire, Lonely Street – da un Andy Williams qualunque. E allora? Nulla da salvare o possibilmente da applaudire? Tre-pezzi-tre, che fa un quarto appena del programma: giusto all’inizio, una Flatlands felpata e ipnotica che mi ha fatto ripromettere di riascoltarla Chelsea Wolfe e il delizioso valzer country (da Vern Gosdin) She’s Gone. Più avanti, una dolcissima I’m Not The Loving Kind che a chi la scrisse – John Cale – dovrebbe piacere. È qualcosa, non abbastanza. Lanegan ultimamente si è sovraesposto. Si può comprendere, sono i tempi a richiederlo, ma continuando a produrre a getto continuo materiali non all’altezza delle vertiginose medie d’antan andrà a finire che i suoi dischi cesseranno di essere un ascolto obbligato. Esito opposto rispetto a quello che si vorrebbe ottenere.

Pubblicato per la prima volta su Venerato Maestro Oppure il 24 ottobre 2013.

Una recensione dell’album in coppia con Duke Garwood “Black Pudding”, sempre del 2013, è recuperabile qui.

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I migliori album del 2021 (5): Allison Russell – Outside Child (Fantasy)

Per essere formalmente un’esordiente Allison Russell, da una Montreal tanto amata da intitolare il primo brano di questo primo lavoro da solista, ha un cv da paura: cinque album fra il 2003 e il 2010 con le Po’Girl, trio al femminile con Trish Klein e Diona Davies, caratterizzati da un raffinato mix di country, blues, folk e rock, con un tocco di jazz a impreziosire; e poi altri tre fra il 2012 e il 2018 con i Birds Of Chicago, duo con JT Nero (sodalizio che da artistico si farà sentimentale; i due oggi sono sposati) che al mix di cui sopra aggiungeva gospel e soul. Ingredienti più o meno tutti presenti, in diverse combinazioni e percentuali, in “Outside Child”, e a fare la differenza rispetto a un passato già… ahem… di tutto rispetto sono due elementi: una sensibilità pop mai così evidente in precedenza (almeno cinque o sei di queste undici canzoni vi resteranno in testa già dopo il primo ascolto) e da intendersi nel senso ecumenico e non in quello volgarizzante dell’espressione; un livello della scrittura (la Russell firma due brani da sola e gli altri a sei mani con Nero e Jeremy Lindsay) mai così alto. Stellare. Valorizzato vieppiù da una voce nel pieno della maturità, dagli arrangiamenti calibratissimi (favolosi gli inserti di clarinetto, suonato dalla stessa Russell) e da una registrazione eccelsa.

Non vi è traccia che non meriterebbe la citazione. Con lo spazio che scarseggia e per indirizzare il lettore a un primo assaggio, chi scrive segnala sopra il resto la sognante Montreal, una scanzonata Persephone, una The Runner che ribadisce l’onnipresenza dei Fleetwood Mac di “Rumours” nel pop-rock odierno, una All The Women più dalle parti di New Orleans che di Montreal e l’arcaico folk Little Rebirth.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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I migliori album del 2021 (14): The Weather Station – Ignorance (Fat Possum)

Più che un gruppo (per le sue fila sono passati diversi musicisti e solo per un breve periodo la formazione si è mantenuta stabile) Weather Station è lo pseudonimo dietro cui si cela la canadese Tamara Lindeman, oggi trentaseienne e al tempo dei suoi vent’anni indecisa fra settima arte e sette note. Avrete inteso cosa sceglieva alla fine, benché nel frattempo cinema e TV (che non ha comunque abbandonato del tutto) le avessero già regalato belle soddisfazioni, con ruoli importanti e più di un premio. Per certo una che non soffre di paura del palcoscenico si approcciava alla ribalta musicale frequentando la vivace scena folk di Toronto. Esordio in lungo datato 2009, lo scarno “The Line” ne evidenzia le doti, oltre che di autrice e cantante, di chitarrista e banjoista. Per il successivo “All Of It Was Mine”, del 2011, c’era chi tirava in ballo come altisonanti numi tutelari Doc Watson e Bert Jansch, mentre nel 2015 con “Loyalty” il folk si faceva a tratti folk-rock e non solo per la provenienza geografica dell’artefice venivano azzardati paragoni con Joni Mitchell. Non a caso omonimo, nel 2017 “The Weather Station” espandeva assai la paletta sonica, con ritmiche schiettamente rock e arrangiamenti d’archi.

Compie ulteriori e decisi passi avanti in tal senso “Ignorance”, come evidenziano subito la battuta hip hop e le coloriture jazz di Robber. Opera solida quanto variegata, svelta a catturare ma capace di svelare a ogni ascolto dettagli sfuggiti al precedente. Un poker d’assi calato all’esatto centro del programma con una Parking Lot mediana fra Joni Mitchell e i Fleetwood Mac, una Loss sottratta con destrezza a Kate Bush, un singolo perfetto quale Separated e una Wear di afflato Young Marble Giants prima di – elegantemente – raddensarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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I migliori album del 2021 (15): James McMurtry – The Horses And The Hounds (New West)

Il decimo lavoro in studio del texano James McMurtry (produzione parca; l’esordio data 1989) è il primo a uscire dopo la morte di quell’altro McMurtry lì, quello famoso, romanziere, saggista e autore per cinema e TV, vincitore di un Pulitzer, un Oscar per la sceneggiatura di Brokeback Mountain e tredici per film ispirati da sue opere: Larry, insomma, papà di James e colui che gli regalava la prima chitarra, scomparso ottantaquattrenne lo scorso 25 marzo. Vano sarebbe però cercare in esso accenni al luttuoso evento, per due ragioni: una è che il disco è stato inciso prima e la pubblicazione posposta per la difficoltà a promuoverlo, causa pandemia; e l’altra è che James ha sempre rigettato l’autobiografismo. “Proprio come mio padre, scrivo fiction. Lui lo faceva in prosa, io in versi”. Da subito accompagnati da spartiti all’altezza, tanto che per la regia del debutto “Too Long In The Wasteland”, acclamato (ritenuto epocale, persino) più dalle nostre parti che dalle sue, si scomodava John Mellencamp.

Con “The Horses And The Hounds” va in scena il curioso spettacolo di un (cant)autore quasi sessantenne che viene scoperto all’improvviso e ritenuto “hip” dalla critica “à la page” (per dire: megarecensione su “Pitchfork”). Quando in esso sostanzialmente il nostro uomo fa ciò che ha sempre fatto, magari mettendoci un po’ di verve rock più della media, con un formidabile dittico di apertura, Canola Fields e If It Don’t Bleed che si potrebbe attribuire al compianto Tom Petty (e pure quello conclusivo, What’s The Matter/Blackberry Winter gira da quelle parti), laddove Decent Man è 50% Lou Reed e 50 Johnny Cash. Con Ft. Walton Wake Up Call, fra talking e rap, potrebbe persino scapparci la hit. Meglio tardi che mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento (Wichita)

All’anagrafe di quella Brescia che le dava i natali questa artista giovanissima all’esordio in lungo dopo un discreto numero di esercizi preparatori (un singolo con gli Working Men’s Club prima che il leader Sydney Minsky-Sargeant optasse per un sound elettronico piuttosto che chitarristico e le strade allora si separavano; e poi un paio di EP già su Wichita e diverse altre canzoni pubblicate solo sul web: piccolo catalogo da cui  riprende giusto un paio di brani) è registrata come Giulia Bonometti. È Julia Bardo da quando si arrendeva al fatto che in Gran Bretagna, dove vive da ormai diversi anni, quel cognome di quattro sillabe risultava impronunciabile a tutti. Lo pseudonimo indicazione di dove si collochino la precedente produzione e “Bauhaus, L’Appartamento”, ossia nell’ambito di un cantautorato di ascendenze folk? Bardo come sinonimo di “menestrello”? Abbastanza, siccome in queste dieci canzoni il folk è più che altro un’ispirazione, un’idea, una suggestione, un prefisso non sempre presente e cui quando c’è regolarmente bisogna aggiungere “rock”, o “pop”.

Vale per The Most, strategicamente sistemata a inaugurare essendo l’articolo più melodicamente memorabile come per la languida In Your Eyes e una Goodbye Tomorrow altrettanto astutamente, epidermica com’è, quasi quanto l’incipit, collocata a congedo. Il meglio, i brani che sul subito colpiscono meno ma sui quali si torna più volentieri, sta però nel mezzo: negli influssi velvetiani che impregnano The One e It’s Okay (Not To Be Okay), nel dream pop tendente all’inquietante di Do This To Me, una scia di feedback a suggellarlo, e Impossible, da cui, sepolti nel denso finale, emergono recitati i soli versi in italiano. È un debutto più che promettente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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L’inarrestabile ascesa di Joan Armatrading

Inarrestabile la cantautrice di Saint Kitts (Indie Occidentali; ma il passaporto è britannico) dacché nel 1976 un album omonimo che è però già il suo terzo insuffla in uno stile garbatamente folk-pop, e con al più un profumo di jazz, nerbo rock. E poi: anima soul che non si nega a funk ed errebì e un più disinvolto collegarsi alle radici caraibiche. Non si può dire sia un crescendo solo perché già “Joan Armatrading” è splendido splendente e scegliere fra i successivi “Show Some Emotion” (1977), “To The Limit” (1978; per il quale optiamo), “Me Myself I” (1980) e “Walk Under Ladders” (1981) è questione di preferire questa canzone a quella. Sono tutti dischi baciati nel Regno Unito da vendite eccellenti e che guadagnano alla Armatrading qualcosa più che un culto anche negli USA. Peccato che “The Key” nell’83 banalizzi la formula alla ricerca di un successo ancora più ampio, che sembrerebbe arrivare ma non dura. Né l’ispirazione tornerà mai ai livelli di quest’era aurea.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Joan Armatrading oggi ne fa settantuno ed è ancora molto, molto in gamba (la foto è di Clive Arrowsmith).

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Tim e Jeff Buckley – Una fantasmagoria di due

La prima volta che Jeff Buckley cantò in pubblico fu per una platea di una persona, l’amica Carla Azar che era andato a trovare nella sua casa di Los Angeles. La lasciò stupefatta per cominciare proprio perché era una novità: formidabile chitarrista, Jeff, e con il dono che è di pochi di sapere subito cavare qualcosa da uno strumento che non si è mai maneggiato, ma nessuno lo aveva sentito cantare neppure in sala prove benché di gruppi ne avesse a quel punto già collezionati diversi, in ambiti vari quanto distanti. E che voce stava tirando fuori! Capace di passare in un battito di ciglia da un falsetto esilissimo a calde tonalità tenorili, a uno squassante urlo primordiale. E che bella canzone poi. “Stupenda. L’hai scritta tu? ” “No, è un pezzo di un altro”, fa Jeff, che al solito evasivo non rivela da dove arrivi quel brano, né di chi sia. Cambia discorso.

La seconda volta che Jeff Buckley cantò in pubblico, ma in pubblico davvero, fu mesi dopo, sei o forse otto, e fra le centinaia di spettatori stipati il 26 aprile 1991 nella St. Ann’s Church di Brooklyn, New York, non ve n’era uno che non riconoscesse alle prime note quel medesimo pezzo. E chissà quanti restarono senza fiato non soltanto per quella voce così incredibilmente simile a una familiare e venerata ma per la scelta di cominciarlo così uno struggente omaggio da figlio abbandonato a genitore rimosso. Quel bimbo “fasciato di amare storie e mal di cuore/mendico di un sorriso, anche uno solo” si era fatto grande e cantava la canzone che suo padre aveva scritto a sua madre per giustificare di averli abbandonati entrambi: “Non so nuotare nelle tue acque/né tu camminare nelle mie terre./Navigherò solitario tutti i miei peccati e scalerò le mie paure/e presto, subito spiccherò il volo./Non ho mai chiesto di essere la tua montagna”. Se si può dire che I Never Asked To Be Your Mountain sia una canzone d’amore, e sublime, è solamente nel senso che a tale parola può dare il narcisista, che non può amare con tutto il cuore che se stesso. Nondimeno a fustigare l’ipocrisia di un individuo che fugge dai suoi doveri, accampando scuse puerili, se ne coglie un aspetto che non è il principale. Più ancora di se stesso, Tim Buckley venerava l’Arte e fu fondamentalmente all’Arte che sacrificò Jeff. Forse con la speranza che un giorno avrebbe capito. Capirà. Qui si racconta di due uomini che nacquero vecchi e morirono prima di diventare adulti. Però vivranno per sempre.

Eternal Life

Se questo fosse veramente, come sosteneva Leibniz (Voltaire avrà a che ridire), il migliore dei mondi possibili Tim Buckley quel fatale 29 giugno 1975, una domenica pomeriggio che veniva dopo un sabato in cui aveva colto un trionfo concertistico come non gli accadeva da lungi, si sarebbe fatto dare un passaggio dal bassista Jeff Eyrich dritto fino a casa sua. Avrebbe abbracciato la moglie Judy e chiacchierato un po’ con il figlio di lei (e da cinque anni molto anche di lui) Taylor. Magari l’avrebbe accompagnato al cinema, invece di lasciare l’incombenza alla zia Michelle e a quel Maury Baker già suo batterista. O forse sarebbe andato a dormire per qualche ora per quindi, ritemprato, rimettere mano all’ambizioso progetto da poco posto in pista con il paroliere dei tempi belli, Larry Beckett: un concept ispirato da Joseph Conrad. Ma invece che a Santa Monica si faceva portare a Venice, da Richard Keeling. Etnomusicologo e spacciatore. A casa sua ci arriverà tre ore dopo. Farneticante, a carponi negli ultimi metri. Moriva così un uomo che aveva saputo volare. Prima di cremarne il corpo lo sottoposero ad autopsia e altro che l’infarto di cui si era pietosamente parlato in un succinto comunicato della Associated Press, contenente diverse altre inesattezze e ripreso dal “Los Angeles Times”: era pieno di alcool e soprattutto di eroina.

Se questo fosse sul serio il migliore dei mondi possibili, poi, Jeff Buckley il 29 maggio 1997 non si sarebbe perso girando in furgone (alla guida l’amico Keith Foti) per le strade di Memphis alla ricerca della sala nella quale nelle settimane seguenti avrebbe dovuto rifinire, con il gruppo, i pezzi del secondo album. E di conseguenza non avrebbe mai commesso la triplice imprudenza (i due ragazzi si fermavano a raccogliere le idee) di immergersi nelle acque luride e infide del Wolf River al crepuscolo, vestito, anfibi ai piedi. Sommerso dalla risacca provocata da un incrociarsi di battelli, manco riusciva a chiamare aiuto e furono così le parole di una canzone, Whole Lotta Love, le ultime che gli uscirono di bocca. Se ne andava insomma cantando. Il fiume ne restituirà il cadavere il 4 giugno e ci sarà allora un certificato medico a sanzionare che non aveva bevuto né assunto droghe. Previdente, Mary Guibert prima che le spoglie venissero ridotte in cenere chiedeva un test del DNA. A evitare “cause di presunta paternità a carico della vittima, che aveva viaggiato in tutto il mondo ed era molto popolare in Francia e Australia”. Cuore di mamma!

Nell’ipotetico universo di cui sopra, Tim non avrebbe sniffato quella merda, si sarebbe definitivamente ripulito e avrebbe forse scoperto che era possibile sopravvivere ─ artisticamente ─ a “Goodbye And Hello” e persino a “Starsailor”. Avrebbe spalancato porte e steso tappeti per Jeff, che sarebbe ancora fra noi. Però mai nessuno ha completamente torto o ragione (nemmeno Voltaire) e questo non sarà il miglior mondo possibile ma bisognerebbe sempre ricordarsi che, be’, poteva andare peggio. Tim Buckley poteva non averlo un figlio. Jeff poteva non fallire una almeno fra le tante audizioni cui si sottopose ─ i Murphy’s Law! gli Agnostic Front!! Mick Jagger!!! ─ e oggi sarebbe vivo, sì, ma soltanto un altro stronzo eroe della chitarra.

Nella saga maledetta e magnifica dei Buckley (a tredici anni dalla scomparsa del secondo ci si può azzardare a dirlo: un terzo non c’è, non ci sarà) al di là del valore che si stenta a commensurare del lascito a impressionare sono le similitudini caratteriali: medesimo l’atteggiamento di insofferenza verso l’industria discografica, uguale il confronto conflittuale con una fama insieme corteggiata e respinta, coincidente il rapporto con l’altra metà del cielo ed è il dettaglio che più disturba, dolorosamente. A seguirne le vicende ponendole in parallelo, finisci per confondere Tim e Mary con Jeff e Rebecca, Joan con Judy. Eppure il figlio passò quasi intera l’esistenza a cercare di differenziarsi dal padre. Ci vorrebbe uno psicanalista. Non lo sono. Per quanto possibile in queste pagine parlerò dunque solo di musica. Comunque tanta roba.

Prosegue per altre 55.115 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.35, inverno 2010. In un mondo migliore del nostro Jeff Buckley compirebbe oggi cinquantacinque anni.

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Alla ricerca della bellezza assoluta – La PJ Harvey ecumenica di “Stories From The City, Stories From The Sea”

È parecchio diverso dal mio primo paio di album, di gran lunga più melodico, con un suono più tondo e pieno. Quei miei primi lavori erano per così dire in bianco e nero, decisamente estremi. Questo è molto più sofisticato. È come se avessi preso tutti i dischi precedenti e li avessi sintetizzati in uno”: così PJ Harvey raccontava il suo quinto lavoro in studio, “Stories From The City, Stories From The Sea”, a Steve Appleford del “Los Angeles Times” in un’intervista pubblicata il 29 ottobre 2000, probabilmente la prima ad apparire sulla carta stampata visto che l’album non aveva raggiunto i negozi che il 24 di quello stesso mese. Fotografando piuttosto accuratamente (convenientemente non sottolineava che, ancor più che riassunto delle puntate precedenti, il disco si porgeva come il suo primo iscrivibile a un canone di rock “classico”) un album distante ben più che rispettivamente otto e sette anni dai ruvidi quanto epocali “Dry” e “Rid Of Me”, ma non così tanto da “To Bring You My Love” del ’95. Laddove a “Is This Desire?”, del ’98, tutti appiccicano l’etichetta “interlocutorio” e ci sarà un perché. Così come evidentemente c’è un perché se a oggi proprio “To Bring You My Love” e “Stories From The City, Stories From The Sea” risultano i due titoli più venduti di Polly Jean: intorno al milione di copie cadauno. Era dunque pure un po’ un mettere le mani avanti quello dell’allora trentunenne cantautrice del Somerset, anticipando il senso di delusione che coglieva tanti dei cultori della prim’ora di fronte a un disco che, passo avanti o a seconda dei punti di vista indietro, le guadagnava sì nuovi estimatori ma gliene faceva perdere di vecchi. Da lì a qualche mese parlando con il mensile britannico “Q”, probabilmente confortata dal buon riscontro di pubblico a fronte di una critica per la prima volta non unanimemente apologetica, PJ era più esplicita: “Desideravo che avesse un impatto piacevole. Se in ‘Is This Desire?’ e ‘To Bring You My Love’, che sono più oscuri, inquietanti, se vuoi respingenti, avevo sperimentato sonorità disturbanti, con ‘Stories…’ ho cercato di fare l’opposto. Ho pensato, no, voglio la bellezza assoluta. Voglio che questo disco canti, e voli, e sia pieno di riverbero e ricchi strati di melodia. Voglio che sia il mio lavoro più sontuoso e adorabile”. Impresa portata a compimento e dell’essere riuscito alla Harvey di passare dall’universo “alternative” al mainstream senza perdere credibilità dava riscontro la candidatura dell’album (peraltro la terza per la titolare) al Mercury Prize. Vittoriosa e non potrà mai dimenticare il momento in cui riceveva la telefonata con cui glielo comunicavano. In tour negli Stati Uniti, alloggiata quel giorno in un albergo a Washington DC con vista sul Pentagono, apprendeva la notizia mentre incredula come il resto del mondo ma lei da poche centinaia di metri osservava l’edificio suddetto in fiamme, appena colpito da un aereo civile dirottato. Avrà inteso il lettore: era l’11 settembre 2001.

Da lì a undici anni PJ Harvey si aggiudicherà di nuovo, con “Let England Shake”, il prestigioso riconoscimento e finora, nella quasi trentennale storia del Mercury, il suo nome è l’unico a figurare per due volte nell’albo d’oro. Ormai autentica istituzione culturale a quel punto e strano che il successivo e parimenti magnifico “The Hope Six Demolition Project”, del 2016, non sia stato inserito a suo tempo nell’elenco dei contendenti. Ancora attendiamo un seguito, con qualche timore dovuto all’impressione che i tanti interessi che coltiva stiano portando l’artista non diremmo lontana dalla musica ma a considerarla solo uno dei tanti fronti su cui impegnarsi. O, piuttosto, che l’ispirazione si stia inaridendo. Che la consapevolezza di doversi confrontare ogni volta con un catalogo di fenomenale consistenza media stia inibendo Polly Jean dall’aggiungervi articoli che difficilmente potrebbero rientrare fra i più rilevanti. Sia come sia: da un anno in qua è in corso un’operazione di restauro del suddetto catalogo che procede di pari passo con la pubblicazione per la prima volta, in separata sede, dei demo che ogni volta funsero da punto di partenza per ciascun disco. L’esegeta si sarà già messo in casa, con quelli dei predecessori, i provini di “Stories From The City, Stories From The Sea”. Il semplice vinilomane non disponibile a sborsare i minimo cento euro che costa un esemplare d’epoca dell’album regolare sarà invece lieto di apprendere che adesso per meno di trenta (che comunque non sono pochi, eh? soprattutto considerando che il CD te lo tirano dietro a cinque) potrà aggiungere alla sua discoteca una copia (non cambia la griffe: Island) splendidamente suonante.

Non è questo l’album migliore di PJ Harvey (la giurisprudenza si divide al riguardo fra “Rid Of Me” e “To Bring You My Love”), ma è certamente quello che si porge in maniera più ecumenica, che pure l’appassionato di rock legato ai suoi stilemi più consolidati può apprezzare. Da subito, da una Big Exit marcatamente Patti Smith, la più innodica, e da un’ancora più orecchiabile Good Fortune che potrebbe essere dei Pretenders e nel cantato l’omaggio appare esplicito. Proseguendo con la romantica A Place Called Home, la sospesa e sferzante insieme One Line e lo scheletrico folk per chitarra, voci (in entrambi i brani la seconda è Thom Yorke) e ambienza Beautiful Feeling e una viceversa rabbiosa e granitica (e in tal senso un tuffo nel passato dell’artefice) The Whores Hustle And The Hustlers Whore. Fine della prima facciata. La seconda si apre con la dolcissima This Mess We’re In (terza e ultima ospitata del cantante dei Radiohead) e dopo la vivace ballata in zona R.E.M. You Said Something concede un altro ritorno sui suoi passi alla riot grrrl che fu con la scorticata Kamikaze, prima di un ulteriore e stavolta duplice inchino, This Is Love e (persino il titolo ammicca) Horses In My Dreams, a Patti Smith. Peccato per un suggello un filo piatto, We Float, ma a riascoltarlo a oltre vent’anni dall’uscita il disco “newyorkese” (lo concepiva lì, anche se poi lo registrerà in patria) di PJ Harvey risulta non soltanto invecchiato con grazia ma nettamente migliore di quanto non sembrò a molti (compreso chi scrive) quando uscì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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David Crosby – For Free (BMG)

Davvero: non si sa se essere più furiosi con David Crosby per i decenni in cui si buttò via abusando di alcool, eroina, cocaina e quant’altro (ineffabilmente, oggi che in California è legale commercializza con il suo nome una marijuana che gli intenditori considerano fra le migliori sulla piazza) o essere più felici, per lui e per noi, che incredibilmente sia riuscito a sopravvivere a quegli anni folli e ai successivi e gravissimi problemi di salute che l’hanno afflitto come strascico degli stravizi. Che, ancora più incredibilmente, stia vivendo da un decennio in qua (ma prodromi di rinascita si erano manifestati già all’incrocio fra il secolo vecchio e l’attuale con il progetto CPR) una luminosissima… quarta giovinezza.

Per il suo ottantesimo compleanno il vecchio Croz si è regalato, con qualche settimana di anticipo, un album che è sorta di gemello (solo, più conciso: se i brani in scaletta in entrambi sono dieci quello superava i cinquanta minuti, questo non arriva a trentotto) del precedente (2017) “Sky Trails”. Per dire: anche qui il programma comprende una cover dell’amica di sempre Joni Mitchell (tocca stavolta a una pianistica For Free, che ha pure l’onore di intitolare il disco). Anche qui ci sono brani di impronta Steely Dan e curiosamente lo è di più Ships In The Night che non Rodriguez For A Night, cui Donald Fagen ha offerto il proprio apporto compositivo. E il resto sono meraviglie da un Laurel Canyon dell’anima: su tutte una I Think che potrebbe giungerci dai primi due LP in trio con Crosby e Nash e una Shot At Me che sarebbe potuta stare su “If I Could Only Remember My Name”. Addirittura. L’unico cruccio è che il tempo inevitabilmente, inesorabilmente scorre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

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