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I migliori album del 2020 (8): Phoebe Bridgers – Punisher (Dead Oceans)

Per essere una che non fa pop, sebbene spesso evidenzi un istinto melodico killer, l’ascesa della ventiseienne californiana Phoebe Bridgers verso empirei di stardom è di quelle che mozzano il fiato. Del 2017 un debutto, “Stranger In The Alps”, che c’era chi si spingeva a esaltare come l’apparizione alla ribalta di un talento gigantesco, la ragazza ha occupato il tempo trascorso prima di porre mano al seguito collaborando con i National e Fiona Apple, con i 1975 come con Jackson Browne, ha formato il supergruppo Boygenius con Julien Baker e Lucy Dacus e pubblicato un EP a tal nome e dato vita con Conor Oberst al progetto Better Oblivion Community Center, titolare di un omonimo album. Quando e come abbia trovato modo, oltretutto fra un tour e l’altro, per confezionare “Punisher” solo lei lo sa.

Sia come sia: sesto nel Regno Unito mentre scrivo e a un passo dai Top 40 USA (per quanto l’impatto mediatico dell’autrice non vada misurato per ora con le posizioni in classifica quanto con la sensazione che si stia assistendo alla costruzione di una carriera), “Punisher” è all’altezza dei sogni di chi dice che dodicenne si immaginava come “il prossimo Bob Dylan”. Mostrando ambizione tanto smisurata quanto sorprendente per una della generazione dei cosiddetti “millenials”. Nulla ricorda a ogni buon conto l’illustre idolo in un disco per lo più sognante, salvo quando si concede aperture a un rock brioso, come in una Kyoto spigliatamente indie o in una ICU memore del fatto che Phoebe fece apprendistato suonando cover dei Pixies. Quando il magnifico crescendo di I Know The End bordeggia il neo-classico. Qualcuno (fantastico il quasi-bluegrass Graceland Too) ha definito emo-folk la Bridgers, ma la verità è che nessuna etichetta si appiccica a un talento di tal fatta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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I migliori album del 2020 (14): Jeremy Ivey – Waiting Out The Storm (Anti-)

Sono la coppia più bella del mondo? Di sicuro una delle più artisticamente dotate e affiatate, se è vero come è vero che, dopo avere condiviso a lungo palchi, studi di registrazione e (avrete inteso) molto altro, con i Buffalo Clover, quando nel 2016 Margo Price inaugurava una fortunata carriera da solista (sponsor Jack White) con l’ottimo “Midwest Farmer’s Daughter” Jeremy Ivey si poneva al suo servizio come chitarrista, bassista, armonicista. Spesso co-autore, occasionalmente in cabina di regia. Ormai alta nel cielo di Nashville la stella della consorte, Ivey lo scorso anno ha debuttato pure lui in proprio con il pregevole “The Dream And The Dreamer”. Ci ha preso gusto e tredici mesi dopo gli dà un ancora più convincente seguito. Prodotto da Margo, la cui voce fa capolino più volte e che mette la firma accanto a quella del coniuge sotto due brani: l’iniziale Tomorrow People, una gemma di jingle-jangle sull’orlo del power pop; il pigro country-blues Someone Else’s Problem.

Così un anno iniziato malissimo (ammalatosi di covid, il nostro uomo si è ritrovato in terapia intensiva a più riprese, odissea durata diverse settimane) si conclude in gloria, con un disco che trasuda classicismo da ogni solco senza mai scadere nello stereotipo. Non si può negare che ciascuna di queste dieci canzoni procuri un dèjà vu: ballate come Movies e How It Was To Be potrebbero averle scritte rispettivamente Tom Petty (la cui ombra si allunga anche su White Shadow) e Neil Young, Hands Down In Your Pockets è un Bob Dylan sotto anfetamina (dunque circa 1965), Things Could Get Much Worse è da manuale del perfetto country-rock e così via. Ma la classe è straordinaria, vivacità e intensità incantano e travolgono.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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I migliori album del 2020 (15): A Girl Called Eddy – Been Around (Elefant)

Pseudonimo che presumibilmente omaggia i Waterboys di A Girl Called Johnny che a loro volta omaggiavano Patti Smith, Erin Moran (del New Jersey ma da tempo residente a Londra) come A Girl Called Eddy non dava notizie di sé da una vita. Dopo il bellissimo esordio omonimo del 2004 solo due volte si era riaffacciata alla ribalta in tal guisa: nel 2008 partecipando con una cover di Julia a un tributo al “White Album” dei Beatles allegato a “Mojo”; nel 2014 con un’intervista in cui annunciava di avere messo mano a un secondo album. E poi nel 2018 Erin pubblicava con Mehdi Zannad dei francesi Fugu e a nome The Last Detail un eponimo lavoro in cui il suo pop cameristico si fonde con quello un po’ downtempo e un po’ Stereolab del sodale. Ci credeva ancora qualcuno che sarebbe tornata come A Girl Called Eddy?

Eccola qui. Per un verso si può gioirne, ché è valsa la pena attendere. Per un altro non si può che rimanere sconcertati di fronte a un’artista insieme dalla cifra stilistica che più classica non si potrebbe e dal potenziale commerciale clamoroso che si fa desiderare tipo Kate Bush (spirito per certi versi affine) ma non avendo alle spalle il catalogo e la Storia di costei. La platea di “Been Around” sarà presumibilmente ristretta quando un brano come quello che lo inaugura e intitola potrebbe appartenere alla Carole King che vendeva dischi a milioni. Pochi eletti godranno di gemme quali Jody (i Prefab Sprout a un massimo di esultanza), Charity Shop Window (Brian Wilson che collabora con Burt Bacharach), Two Hearts (Jeff Lynne che si reinventa Ray Davies). Laddove Someone’s Gonna Break Your Heart deve essere una hit perduta dei Pretenders, Lucky Jack (20-1) rimanda a Rickie Lee Jones, Pale Blue Moon aspetta che qualcuno a Nashville la trasformi in oro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Per amore della canzone – La ballata triste di Townes Van Zandt

Forse deve solo cantare per amore della canzone/e chi sono io per decidere che sbaglia?” (For The Sake Of The Song)

Il Van Gogh della canzone americana.” (“Billboard”)

“Townes Van Zandt è il migliore autore di canzoni al mondo e lo direi anche a casa di Bob Dylan, salendo su un tavolo con i miei stivali da cowboy.” (Steve Earle)

Doveva essere il 1995 (la memoria non è più quella di una volta) quando ebbi occasione di toccare con mano il Mito. Ideale il luogo dell’incontro: lo stanzone di quel torinese Folk Club abituato a vedere il suo palco calpestato da piccole e grandi leggende, attorniate da cento spettatori o poco più, medesima capienza di quel bar di Houston in cui il nostro uomo registrò uno dei più memorabili doppi dal vivo di sempre. Andai lì pieno di aspettative.  Nello stesso tempo, con il timore che in nessun modo un concerto avrebbe potuto darmi le emozioni regalatemi, una vita prima, da “Flyin’ Shoes”. Un colpo da cui il mio cuore non si è mai ripreso, quell’album, che fra l’altro non è nemmeno il più bello (come ebbi pian piano modo di scoprire) nella discografia del Texano. Ma in un amore è il primo incontro quello che permane nel ricordo, anche quando i successivi si rivelano più soddisfacenti. Poco dopo i miei vent’anni lo consumai quel vinile, che difatti si è rivelato assai scrocchiante quando sono andato a riascoltarlo, scoprendo di riconoscerne ancora ogni dettaglio. Rammento che lo comprai per posta, pagandolo 1.900 lire. Avrei dovuto essere più furbo e acquistarne cinque copie. Ma sto divagando. Il Folk Club, dicevo.

Townes Van Zandt si presentò da solo, come mi attendevo. Pur essendo stato avvisato riguardo alla qualità altalenante delle sue performance, ciò che non mi aspettavo era che risultasse… patetico. Per interminabili quarti d’ora biascicò con voce impastata e mani non meno incerte sulla chitarra facendo a pezzi un brano meraviglioso dopo l’altro. Uno spettacolo imbarazzante. Uno spettacolo da incazzarsi fino a mettergli le mani addosso, non fosse che nello sguardo perso nel vuoto si leggevano una tristezza e una gentilezza infinite. E poi d’un tratto fu come se scattasse un interruttore. La schiena si raddrizzò, le dita si mossero più sicure, la voce acquistò calore e confidenza e addirittura qualche sorriso inciampò sulle labbra cadendo fra gli astanti. La seconda metà del concerto si rivelò indimenticabile in positivo. Chissà cosa era successo, all’improvviso, in quella testa matta.

Vivere è volare/in alto e in basso/e allora scuoti la polvere dalle tue ali/e il sonno dagli occhi/…/e le lacrime…” (To Live Is To Fly)

Townes Van Zandt aveva un idolo: Hank Williams. Townes Van Zandt ha avuto una vita di merda. Townes Van Zandt è morto un capodanno, proprio come Hank Williams.

Prosegue per altre 16.936 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.32, gennaio 2001. Townes Van Zandt lasciava questa terra il 1° gennaio 1997. Aveva cinquantadue anni.

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Laura Veirs – My Echo (Bella Union)

Racconta Laura Veirs che il video di Burn Too Bright, il brano che ha anticipato di alcuni mesi il suo undicesimo album, è stato girato in marzo, appena prima che anche lì scattasse il lockdown. Vi si vedono lei, i due figli di sette e dieci anni e la babysitter tracciare con gessetti colorati scritte e disegni sull’asfalto di un parcheggio. Il giorno dopo diluviava e l’acqua lavava via tutto. Fin troppo appropriato per una canzone in memoria del cantautore e produttore Richard Swift, che la Veirs non ha mai conosciuto ma con cui condivideva molte amicizie, e in cui si parla per l’appunto del fuoco che fa brillare particolarmente taluni ma nel contempo consumandoli. Per un disco che rinnova un sodalizio, con Tucker Martine (sua per l’ennesima volta la regia), che è però solo più artistico e non anche sentimentale, giacché i due hanno divorziato e l’ombra di questa separazione inevitabilmente si allunga su “My Echo”. Che parla di disintegrazione, apatia, della consapevolezza di come tutto sia effimero. E nondimeno ─ questo l’argomento di Mermaloose Island, la più vivace (paradossalmente, ineffabilmente: alla pari con la summenzionata Burn Too Bright) delle dieci tracce ─ talvolta ci si sorprende egualmente grati di esser vivi.

In un’altra epoca, gli anni ’70 delle cantautrici confessionali, l’artista di Colorado Springs sarebbe stata una star. Nella sua e nostra l’apice è stato toccato con una collaborazione con la Nonesuch che fra il 2004 e il 2007 fruttava tre album eccellenti ma venduti ai soliti “happy few”. Se incuriositi, una Another Space And Time che adombra la bossa nova, la sbarazzina cantabilità di Turquoise Walls, il favolismo folk di Bricklayer potrebbero indurvi a iscrivervi al club.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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Bill Callahan – Gold Record (Drag City)

“Hello, I’m Johnny Cash”, si presenta Bill Callahan all’inizio di Pigeons, la traccia che inaugura questo suo settimo lavoro in studio da solista (conteggio cui vanno aggiunti gli undici a nome Smog che pubblicò fra il 1990 e il 2005). Scappa da ridere, prima di arrendersi al fascino di una canzone squisita, valzerino che una tromba mariachi colloca sul border. E quando il brano sta sfumando… ehi! aspetta un attimo… che ha detto? Torni indietro e verifichi che sì, hai sentito bene: “sincerely, L. Cohen” (come da finale di Famous Blue Raincoat). E quante volte nelle recensioni di dischi del nostro uomo sono stati citati l’uno o l’altro o entrambi i giganti di cui sopra? Ah, ma anche (più di rado) Ry Cooder e proprio Ry Cooder si intitola il penultimo dei dieci brani che danno vita a “Gold Record”. Sorta di finto “Greatest Hits” che l’autore ha messo insieme ripescando canzoni scritte in un ampio arco di tempo ma rimaste tutte tranne una ─ Let’s Move To The Country, che nel 1999 apriva “Knock Knock”, il settimo album degli Smog ─ inedite. Ed ecco spiegato come mai ha impiegato così poco a dare un seguito all’eccellente “Shepherd In A Sheepskin Vest”, che si era invece fatto aspettare sei anni.

In ogni caso di fresca realizzazione le incisioni (hanno dato man forte in studio il chitarrista Matt Kinsey, il bassista Jaime Zuverza e assortiti ospiti) si porgono tutt’altro che come gli scarti che sarebbero, con una freschezza che conferma il momento di grazia di un artista che pare avere trovato nel matrimonio la medicina capace di curare un’uggia proverbiale. Spiccano fra il resto una languida The Mackenzies, un’ilare Cowboy aperta e chiusa fischiettando e As I Wander, delicata, dolcissima, la più “orchestrata” del lotto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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It’s a sad and beautiful world – La magia di Nick Drake

Il tempo mi ha detto/che sei una rara scoperta/una cura problematica/per una mente problematica” (Time Has Told Me)

È una stupenda mattina di inizio luglio, il cielo così terso da far temere che possa andare in frantumi come cristallo, la ferocia del sole ingentilita da una brezza lieve e insomma tutto è disegnato dalla luce con contorni tanto netti da dare alle cose un che di allucinato. A Nick Drake sarebbe piaciuta, lui che adorava l’estate e morì al limitare di un inverno, trenta tondi anni fa, dopo averne vissute appena ventisei di belle stagioni. E mi pare una buona ragione, a parte il fatto che è appena uscita l’ennesima raccolta (“Made To Love Magic”) che cerca di offrire improbabili epifanie frugando in cassetti purtroppo vuoti, per starmene seduto alla scrivania a discettare, una volta di più, di un irrisolvibile enigma. Invece che andarmene a passeggio in un parco spiando pigramente innocenze e amori. Mi gingillo in cerca di un titolo, mentre nel mio studio risuonano quei Concerti Brandeburghesi di Johann Sebastian Bach che furono l’ultima musica che Drake ascoltò, la sera che per errore o per scelta esagerò con il Tryptizol. Un antidepressivo, a riprova che ogni tragedia cela una qualche ironia. Sul comodino Il mito di Sisifo di Albert Camus, un saggio sul suicidio e sull’assurdità della vita. E mi domando quale l’ultimo disco, quale l’ultimo libro invece di Ian MacDonald, che certamente di sua volontà ci ha lasciati una notte dell’ultimo agosto e del ragazzo di Tanworth-In Arden (vedete voi: persino il luogo in cui visse evoca il bucolico) era coetaneo. Si conobbero anche, entrambi studenti a Cambridge nell’anno accademico 1968-69, e colui che sarebbe diventato il Vate della critica musicale britannica poté, in tutti i sensi stupefatto, ascoltare il giovane Nick eseguire nella sua stanza, per un modesto pubblico di ragazzi ammirati e fanciulle immediatamente innamorate, Time Has Told Me, sei mesi prima dell’uscita di “Five Leaves Left”. Parecchio di memorabile firmerà Ian MacDonald ma fra quanto mi è capitato di leggere niente sorpassa Be Here Now, una lunghissima analisi dell’esistenza breve e tormentata, della psicologia e naturalmente dell’opera di Nick Drake pubblicata su “Mojo” nel gennaio 2000.

Mi ci sono reimmerso ieri, scoprendola ancora più grande che nel ricordo. Intimidito, risfoglio quelle pagine e un possibile titolo mi viene da lì: Man of constant sorrow, come il classico proto-country. Ma sarebbe tradire MacDonald, che appunto nega che tutto in Drake sia sempre stato male di vivere, razionalizzato – perché (dice lui che per sua disgrazia se ne intendeva) “depression can be rational” – in un approccio romantico all’esistenzialismo. Aggiungerci un punto interrogativo? Un’altra idea fa capolino, riflettendo su come ciascuno dei tre LP che compongono quasi per intero il corpus drakiano si rapporti a una stagione: potrebbe allora essere, parafrasando uno strambo e poetico film coreano appena visto, Estate, autunno, inverno… e basta. E poi chissà quale sinapsi scatta e mi viene in mente Roberto Benigni, in Down By Law. Perfetto così.

Prosegue per altre 6.933 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.588, 20 luglio 2004. A oggi sono trascorsi quarantasei anni dacché Nick Drake ci lasciava. Ne aveva ventisei.

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Gli anni rumorosi di Graham Parker

Oggi come oggi è l’unico cantante per il quale pagherei volentieri un biglietto.” (Bruce Springsteen, 1978)

Racconta Graham Parker di avere incrociato un’unica volta in vita sua Joe Strummer. Era il giugno del 1976 quando, al termine di uno spettacolo al Marquee di Londra, gli si parò davanti nei camerini un giovanotto che l’allora manager Dave Robinson gli presentò come “Joe, il cantante degli 101ers”. Invece di commentare il concerto appena visto, o di parlargli di sé, il futuro (a brevissimo, questione di giorni) frontman dei Clash domandava se gli fosse già capitato di vedere i Sex Pistols. Alla risposta negativa il suo commento era “sono tutta un’altra faccenda loro, la roba più nuova che ci sia in giro”. “Ehi! Aspetta un momento!”, dice di avere pensato e solo pensato il nostro uomo. “Sono io la roba più nuova che ci sia in giro.” Avendo appena dato alle stampe il primo album, un debutto salutato da una critica pressoché unanime come una boccata di aria fresca, l’eroe di questa storia si scopriva prematuramente obsoleto. Avrà agio, negli oltre tre decenni e mezzo trascorsi, di rendersi conto di come fosse sì un danno dal punto di vista mercantile ma in assoluto non un male: le mode passano, la Canzone resta. La sua prima dozzina di canzoni memorabili era a quel punto già in catalogo. Se ne aggiungeranno innumerevoli altre: belle e qualcuna bellissima, agre ma con un cuore romantico, sovente eccitanti, talvolta commoventi. L’ultima dozzina si è disvelata poche settimane fa e ha fatto in fretta a diventare un’ossessione – piacevole – e un rimpianto: per tutti i dischi, anche i più riusciti, licenziati dopo il 1980 nei quali i Rumour con ci sono, o al massimo ve n’è uno o due. Incensato nello scorso numero di questo giornale, “Three Chords Good” ribadisce un paio di verità inoppugnabili delle quali ci si andava scordando: che i Rumour stanno a Graham Parker come gli Heartbreakers a Tom Petty, o la E Street Band a Springsteen; e che continua a essere questo il podio dei più grandi gruppi di classic rock da metà anni ’70 in qua. Gioiose, invincibili macchine da guerra.

Ci sono amori che cominciano con un colpo di fulmine, altri che sbocciano dopo lunghe frequentazioni. Gli appuntamenti al buio sono il rifugio dei disperati e più facile che fruttino, al meglio, uno strofinamento piuttosto che una storia importante. Questa vicenda comincia con un appuntamento al buio. A parte che Dave Robinson – che non ha ancora fondato la Stiff e per intanto gestisce un locale, l’Hope & Anchor, cruciale ritrovo per quanti nella capitale britannica remano contro la deriva prog – gliene ha detto un gran bene, i Rumour non hanno idea di chi sia quel venticinquenne basso, smilzo e nervoso che si trovano di fronte in sala prove. Sono appieno giustificati. È un Signor Nessuno la cui fama, e si fa sul serio per dire, non ha mai valicato i confini del villaggio del Surrey nel quale ha vissuto sin da bambino. Avrà un bel favoleggiare nella prima intervista di peso, pubblicata dal mensile “Zigzag” nel gennaio ’77, di complessini capeggiati sin dalla verde età di tredici anni, prima tali Deep Cut Three (dal nome del borgo) devoti ai Beatles e poi talaltri Black Rockers in una vena di rhythm’n’blues urbano à la Stones. Per carità: può pure darsi che sia tutto vero e nondimeno più ci si inoltra in una narrazione picaresca – con tanto di soggiorni fra ’60 e ’70 a Guernsey e Gibilterra e peregrinazioni marocchine a capo di tali Narziss, descritti come un gruppo space rock con influenze sia di folk acido alla Incredible String Band che black – e più vengono in mente (anche perché in altre versioni del medesimo racconto il gruppo si chiama Pegasus) le mirabolanti panzane di un altro maestro sicuro, il Giovane Dylan. Quel che è certo è che, dopo avere flirtato con la cultura Mod e consumato ingenti quantitativi di sostanze psichedeliche (ne farà sempre propaganda, sconcertando qualcuno fra gli esegeti del suo rock operaio), il ragazzo si è guadagnato il pane e un tetto con una successione di lavori precari e lo farà sempre ridere la definizione che gli appiccicheranno di ex-benzinaio (“Un caso. Avrei potuto benissimo essere ‘l’ex-panettiere di Deepcut’.”). Quel che è certo è che c’è un sacco di America nelle sue corde e nei suoi accordi e che – in ritardo sull’ondata cantautorale alla James Taylor come sul glam, in anticipo sul punk – nessuno in Gran Bretagna in quel momento scrive musica così. Bravo Robinson a coglierlo nei demo un po’ raffazzonati che gli sono giunti fra le mani. E quello che infine è indiscutibile è che, benché la cittadina dalla quale proviene non disti che qualche decina di chilometri da Londra, il Nostro sarebbe perfetto per la parte del tipico villico ignorante. Lui dovrebbe difatti sapere sì chi ha dinnanzi. Il tastierista Bob Andrews e il chitarrista Brinsley Schwarz provengono dal complesso che prendeva il nome da quest’ultimo, stupenda combriccola americanofila con all’attivo sei LP uno più sapido dell’altro, dapprincipio sorta di propaggine nel Regno Unito di Crosby, Stills & Nash come dei Grateful Dead riconvertitisi al country e a fondo corsa apripista power pop per i Dr. Feelgood come per Eddie & The Hot Rods. L’altro chitarrista, Martin Belmont, arriva dagli stilisticamente affini e non meno strepitosi Ducks Deluxe e quanto alla sezione ritmica – al basso Andrew Bodnar, alla batteria Stephen Goulding – è stata quella dei Bontemps Roulez. Insomma: una sorta di supergruppo pub rock e questo peserà naturalmente nella sistemazione nella suddetta casella di colui che per un lustro sarà il capobanda. Parker ne sarà sempre e da subito, e con più di qualche ottima ragione, infastidito, ma tant’è: prezzo modesto da pagare per l’intesa alchemica che immediatamente si crea.

Prosegue per altre 20.145 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013. Graham Parker compie oggi settant’anni.

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Neil Young – Homegrown (Reprise)

Quasi e sempre più un’occupazione a tempo pieno piuttosto che un hobby seguire Neil Young. Solo che bisogna spendere come fosse il secondo scoprendosi spesso più frustrati che soddisfatti, come fosse la prima. Vale soprattutto per le produzioni nuove e capita allora di accogliere con sollievo uscite come l’ultimo “Colorado”, che regala buoni momenti ma nel contesto di una carriera ultracinquentennale si colloca fra i lavori di seconda o terza schiera. A farlo parere migliore di quanto non sia è che troppi altri dischi inutili, bruttini o persino fastidiosi ─ e in mezzo qualche lampo di grandezza vera, perché il colpo del campione il Canadese ce l’ha ancora ─ lo abbiano preceduto in questo secolo. Va meglio, all’appassionato, quando si tratta di riordini e in special modo recuperi di archivi, e quelli del nostro uomo sono sconfinati. Non si contano più i live, diversi dei quali stupendi, e poi ci sono i dischi in studio cosiddetti “perduti”. Nel 2017 vedeva la luce “Hitchhiker”, che sarebbe dovuto essere, nel 1976, il successore di “Zuma” (che era invece “American Stars ’n Bars”). Con logica illogica tipicamente younghiana tocca ora all’album che avrebbe dovuto precedere “Zuma”. Neil non lo pubblicò allora ritenendolo troppo deprimente e personale, ispirato com’è dalla separazione da Carrie Snodgress: facendo uscire al suo posto il cupissimo “Tonight’s The Night”, dedicato a due amici scomparsi!

A toccarli con mano i Miti talvolta si sbriciolano. Non è questo il caso, sebbene una Florida soltanto recitata e il bluesaccio d’accatto We Don’t Smoke It No More abbassino sensibilmente la media. Il resto è grossomodo (con l’eccezione dell’elettrica Vacancy) l’anello mancante fra “Harvest” e “Comes A Time” e già solo le iniziali Separate Ways e Try valgono l’acquisto. L’ennesimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Badly Drawn Boy – Banana Skin Shoes (One Last Fruit)

Atteso non per modo di dire il nuovo album del Ragazzo Disegnato Male, al secolo Damon Michael Gough: il suo nono con la colonna sonora di “Being Flynn” e allora sono otto anni che lo aspettavamo; e se no fa un tondo decennio se si ritiene “It’s What I’m Thinking Pt.1” il suo ultimo disco “vero”. Un sacco di tempo considerando che al debutto del 2000 “The Hour Of Bewilderbeast” ─ platino nel Regno Unito e vincitore del Mercury Prize; da allora in ogni lista dei migliori album del secolo ─ in dieci anni aveva dunque fatto andar dietro sei altri lavori. Inevitabilmente non all’altezza dell’esordio (“About A Boy”, commento al film più memorabile della pellicola cui faceva da sfondo quasi sì) e però nel complesso un catalogo notevole di cantautorato eccentrico fra folk-pop da cameretta e indie rock.

“Banana Skin Shoes” parte con la traccia che lo battezza e il botto che spiazza: mai sentito prima un Badly Drawn Boy così funk, praticamente big beat, fra Fatboy Slim e Beck. Forse uno scherzo, forse un modo di mettersi alle spalle in tre minuti scarsi un bel tratto di vita problematico. In ogni caso una possibile hit. Nessuna fra le altre tredici canzoni in scaletta ha la stessa esplosività, per quanto una Tony Wilson Said che trasloca la Motown a Manchester, una Colours che ipotizza dei Belle & Sebastian disco, una Fly On The Wall con basso massiccio, batteria serrata e una slavina d’archi siano certamente ballabili. Ingrossano e consolidano invece il canone il britpop di Is This A Dream, una I Just Wanna Wish You Happiness bacharachiana e una Never Change più McCartney, la bossa nova You And Me Against The World. Buon ritorno, cui qualche taglio (I Need Someone To Trust ad esempio, nel solco di certi Chicago irredimibili) avrebbe giovato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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