Archivi tag: singer-songwriter

Neil Young – Homegrown (Reprise)

Quasi e sempre più un’occupazione a tempo pieno piuttosto che un hobby seguire Neil Young. Solo che bisogna spendere come fosse il secondo scoprendosi spesso più frustrati che soddisfatti, come fosse la prima. Vale soprattutto per le produzioni nuove e capita allora di accogliere con sollievo uscite come l’ultimo “Colorado”, che regala buoni momenti ma nel contesto di una carriera ultracinquentennale si colloca fra i lavori di seconda o terza schiera. A farlo parere migliore di quanto non sia è che troppi altri dischi inutili, bruttini o persino fastidiosi ─ e in mezzo qualche lampo di grandezza vera, perché il colpo del campione il Canadese ce l’ha ancora ─ lo abbiano preceduto in questo secolo. Va meglio, all’appassionato, quando si tratta di riordini e in special modo recuperi di archivi, e quelli del nostro uomo sono sconfinati. Non si contano più i live, diversi dei quali stupendi, e poi ci sono i dischi in studio cosiddetti “perduti”. Nel 2017 vedeva la luce “Hitchhiker”, che sarebbe dovuto essere, nel 1976, il successore di “Zuma” (che era invece “American Stars ’n Bars”). Con logica illogica tipicamente younghiana tocca ora all’album che avrebbe dovuto precedere “Zuma”. Neil non lo pubblicò allora ritenendolo troppo deprimente e personale, ispirato com’è dalla separazione da Carrie Snodgress: facendo uscire al suo posto il cupissimo “Tonight’s The Night”, dedicato a due amici scomparsi!

A toccarli con mano i Miti talvolta si sbriciolano. Non è questo il caso, sebbene una Florida soltanto recitata e il bluesaccio d’accatto We Don’t Smoke It No More abbassino sensibilmente la media. Il resto è grossomodo (con l’eccezione dell’elettrica Vacancy) l’anello mancante fra “Harvest” e “Comes A Time” e già solo le iniziali Separate Ways e Try valgono l’acquisto. L’ennesimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

4 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Badly Drawn Boy – Banana Skin Shoes (One Last Fruit)

Atteso non per modo di dire il nuovo album del Ragazzo Disegnato Male, al secolo Damon Michael Gough: il suo nono con la colonna sonora di “Being Flynn” e allora sono otto anni che lo aspettavamo; e se no fa un tondo decennio se si ritiene “It’s What I’m Thinking Pt.1” il suo ultimo disco “vero”. Un sacco di tempo considerando che al debutto del 2000 “The Hour Of Bewilderbeast” ─ platino nel Regno Unito e vincitore del Mercury Prize; da allora in ogni lista dei migliori album del secolo ─ in dieci anni aveva dunque fatto andar dietro sei altri lavori. Inevitabilmente non all’altezza dell’esordio (“About A Boy”, commento al film più memorabile della pellicola cui faceva da sfondo quasi sì) e però nel complesso un catalogo notevole di cantautorato eccentrico fra folk-pop da cameretta e indie rock.

“Banana Skin Shoes” parte con la traccia che lo battezza e il botto che spiazza: mai sentito prima un Badly Drawn Boy così funk, praticamente big beat, fra Fatboy Slim e Beck. Forse uno scherzo, forse un modo di mettersi alle spalle in tre minuti scarsi un bel tratto di vita problematico. In ogni caso una possibile hit. Nessuna fra le altre tredici canzoni in scaletta ha la stessa esplosività, per quanto una Tony Wilson Said che trasloca la Motown a Manchester, una Colours che ipotizza dei Belle & Sebastian disco, una Fly On The Wall con basso massiccio, batteria serrata e una slavina d’archi siano certamente ballabili. Ingrossano e consolidano invece il canone il britpop di Is This A Dream, una I Just Wanna Wish You Happiness bacharachiana e una Never Change più McCartney, la bossa nova You And Me Against The World. Buon ritorno, cui qualche taglio (I Need Someone To Trust ad esempio, nel solco di certi Chicago irredimibili) avrebbe giovato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

3 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Il talento grande e la vita buttata via di Justin Townes Earle (4/1/1982-20/8/2020)

Ricevo una richiesta di amicizia su Facebook. Come al solito prima di accettarla do un’occhiata al profilo di chi me l’ha inviata e ai contatti che abbiamo in comune. Il profilo è chiuso, con solo pochi post visibili. Rispondo egualmente positivamente e lo riapro. Ed è così che vengo a sapere, con due settimane di ritardo, della morte (del resto comunicata al mondo soltanto il 23 agosto) di uno dei migliori cantautori americani under 40. Dipartita tanto prematura quanto tristemente prevedibile per cosa l’ha causata. Eri proprio il figlio di tuo padre, Justin Townes. Lui ha avuto più fortuna, tu avresti dovuto imparare, dai suoi errori e dai tuoi.

Midnight At The Movies (Bloodshot, 2009)

È un nome pesante da portare: Townes, come un carissimo amico di famiglia. Townes Van Zandt. Arte immane, esistenza da maledetto, morte prematura. Fra i grandi cantautori americani il più misconosciuto ma pure, da chi sa, il più riverito. E va da sé che sia pesantissimo pure il cognome, se chi ti ha generato è Steve Earle: uno che ha rivoluzionato il country come pochi mai nonché un altro con un’inclinazione pericolosa, emendata un attimo prima che fosse troppo tardi, per la vita spericolata. Giusto in apertura di Mama’s Eyes, quarta traccia di dodici di questo suo secondo album, il rampollo ammette, fra l’orgoglioso e il rassegnato, che “sono il figlio di mio padre/non ho mai saputo quando tenere la bocca chiusa/ma non frego nessuno/sono proprio il figlio di mio padre”. A fare il figlio di suo padre ci si è messo sin da ragazzino, prestissimo nella band paterna, i Dukes, e altrettanto precocemente titolare di un record ineguagliabile, essendosi fatto licenziare per avere ecceduto con l’eroina e visto l’ambito ce ne voleva. Cinque overdose prima di compiere ventun anni e l’ultima quasi fatale, il giovanotto capiva infine che di papà altre erano le cose da imitare.

Oppure no, nel senso che pur muovendosi nel country Steve e Justin Townes non hanno granché in comune, il primo più propenso al rock, il secondo che parrebbe sul subito assai più passatista. È un’impressione che a un ascolto attento e consapevole si rivela però errata e clamorosamente. Similmente al primo John Prine – ed ecco uno di cui sul serio può essere considerato l’erede: più che di Steve, più che di Townes – il ragazzo ha un approccio alla tradizione fresco e innovativo. Mischia all’interno del suo perimetro, la infiltra senza parere di altro, dall’antico (il ragtime) al moderno (certo indie pop). What I Mean To You l’avrebbe potuta scrivere un Randy Newman, They Killed John Henry o Halfway To Jackson le si sarebbe potute ascoltare da Johnny Cash.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.645, aprile 2009.

Harlem River Blues (Bloodshot, 2010)

Se un Dio esiste, deve avere a un certo punto posto la mano sul capino di cazzo imbrillantinato di Justin Townes Earle e, tirandolo su per i capelli, sottratto di peso a una morte che stava per coglierlo quando gli anni trascorsi su questa terra dal rampollo di cotanto padre – Steve: ex-tossico, ex-alcolizzato e uno dei più emozionanti cantori e cantautori dell’America dell’ultimo quarto di secolo – non erano che venti. Sopravvissuto a una prima, una seconda, una terza, una quarta overdose, il ragazzo incredibilmente se la cavava per il rotto della cuffia pure con la quinta e a quel punto decideva che altro di papà bisognava imitare. Siamone grati, al Dio di cui sopra. Naturalmente non avremmo mai avuto consapevolezza di che razza di talento ci saremmo se no persi, ma saperlo ora toglie il fiato come un’ascesa che pare irresistibile dacché il ragazzotto nel 2007 si autoproduceva un mini cui sono poi andati dietro tre album questo compreso, tutti su Bloodshot, uno per anno.

Mi trovo in imbarazzo a dovere dare un voto ad “Harlem River Blues” dopo avere speso superlativi e un bell’“8” per il precedente “Midnight At The Movies”. Un po’ meno variegato (non che non sia piuttosto vario; però in un range stilistico più ristretto) evidenzia in compenso un ulteriore salto di qualità della scrittura e nondimeno… be’, sopra l’“8” secondo me si dovrebbe andare solo per dischi che si individua fra i migliori dell’anno e si scommette che segneranno un decennio. Quattro ascolti non mi bastano per sbilanciarmi tanto. Per intanto qui mi sembra ci siano comunque canzoni colossali: come una traccia omonima che infiltra soul in uno shuffle rockabilly, una Working For The MTA che è Woody che incontra Bruce, una Slippin’ And Slidin’ da Età dell’Oro della Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.316, novembre 2010.

Single Mothers (Vagrant, 2014)

Le apparenze ingannano. Con quella faccia da nerd che ha stenteresti a dare a questo giovanotto più di venticinque anni e invece il prossimo 4 gennaio saranno trentatré. Immagineresti che nella vita non abbia fatto nulla di più pericoloso per la salute che trangugiare junk food in lunghe notti insonni trascorse davanti allo schermo di un computer, quando invece cominciava a collezionare overdose da eroina quando era sì e no maggiorenne e arrivato a ventuno contava la quinta, che rischiava di essere l’ultima in tutti i sensi visto che per pochissimo non si rivelava fatale. Dopo di che il ragazzetto metteva più o meno la testa a posto ma molto “più o meno”, visto che con sconcerto leggo che negli ultimi tempi era tornato a flirtare pericolosamente con alcool e sostanze. Leggo anche che ora è di nuovo “pulito” e spero sia la volta buona. Fino ad oggi la vita del figlio di quell’altro talentuoso disperato di Steve Earle si potrebbe riassumere con il titolo di un classico del cantautore maledetto USA per antonomasia Townes (ma guarda! no, non è una combinazione) Van Zandt: “High, Low And In Between”.

Da sempre più country che non rock rispetto a papà, nel precedente “Nothing’s Gonna Change The Way You Feel About Me Now” (quarto e ultimo lavoro su Bloodshoot prima di un infruttuoso e tumultuoso passaggio dalle parti della Communion e dell’approdo alla Vagrant), Justin Townes aveva come traslocato Memphis a Nashville, in un disco dal suono denso e pregno di soul. Lì lo accompagnavano sino a una dozzina di musicisti, qui al massimo tre in una decina di canzoni perlopiù scarne e malinconiche, non di rado sull’orlo della depressione e se è questo l’effetto che gli fa essersi sposato l’anno scorso non oso immaginare cosa sarà l’album in cui racconterà il divorzio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

Kids In The Street (New West, 2017)

È chiaramente un affare di famiglia e non soltanto perché il padre di Justin Townes, Steve, è uno degli artisti di punta del cantautorato rock USA degli ultimi trent’anni (il figlio degli ultimi dieci). Datato 2014, il terzultimo lavoro del rampollo è intitolato “Single Mothers”. Il successore, del 2015, lo aveva chiamato “Absent Fathers”. Adesso questo “Kids In The Street” ed è impossibile, vista la biografia dell’ormai qualcosa più che giovanotto (trentacinquesimo compleanno festeggiato in gennaio), non pensare che è della sua vita, direttamente o in metafora, che ci parla: di un’infanzia trascorsa affidato alla madre; di un padre perso nella battaglia contro assortite dipendenze che cominciava a farsi carico dei suoi doveri solo quando Justin Townes stava entrando in un’adolescenza a sua volta marchiata dall’abuso di alcool ed eroina. Vita spericolata, in cui a una prima redenzione è andata dietro una ricaduta nei vecchi vizi. Avrà definitivamente rimesso la testa a posto ora che è anche lui genitore?

Accantonando analisi testuali che al lettore italiano interessano poco (e sarebbero pure difficili da compiere, essendo la recensione basata su un advance senza nemmeno i crediti), la prima cosa che salta all’orecchio è come questo album nuovo sia musicalmente assai più vario e vivace dei due immediati predecessori. Lo chiarisce subito il rock’n’roll sexy e sferragliante Champagne Corolla, eletto a inaugurare il programma e a fare da apripista sul web. Da lì all’avvolgente e sospesa There Go A Fool, cui sono affidati i saluti, è un florilegio di jingle jangle pop e marcette dixie, ballatone country, blues arcaici, briosi ballabili rock. Leggo di una cover di Graceland di Paul Simon designata inizialmente a congedo, ma non ne trovo traccia: peccato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

The Saint Of Lost Causes (New West, 2019)

“Una volta che hai premuto il grilletto non puoi far tornare indietro la pallottola”, riflette il protagonista della cupissima Appalachian Nightmare, che avendo ucciso un poliziotto quell’unica volta che ha sparato in vita sua si ritrova assediato in una stanza di un motel e sa che non ne uscirà vivo, se non per passare in galera il resto della sua esistenza. “Fra tutti i miei rimpianti i due peggiori sono non aver trattato meglio mia madre e il primo buco”, aggiunge, prima di rivolgere una preghiera al Creatore e, presumibilmente, farla finita. Che il tutto sia cantato, o più che altro recitato in questo caso, da uno che andò cinque volte in overdose prima di compiere ventun anni e l’ultima gli fu quasi fatale (dopo di che ha messo la testa a posto; più o meno) aggiunge all’assieme un’eco ulteriormente sinistra. Chissà se con sua madre Justin Townes ha avuto/ha un rapporto migliore rispetto al delinquente di cui sopra. Con l’illustre padre la relazione è sempre stata un po’ complicata. Buon per noi che al figliolo Steve Earle abbia trasmesso non solo debolezze ma anche il talento. Ne costituiscono fenomenale certificazione gli otto album con questo che Earle Jr ha pubblicato a partire dal 2008. Media altissima e a doverne consigliare uno solo non si saprebbe quale. Proprio “The Saint Of Lost Causes”?

Per certo è un lavoro che segna una piccola cesura nella carriera del Nostro. Il più vendibile, per l’immediatezza di alcune canzoni, prima fra le quali quella che lo inaugura e intitola sistemandosi da qualche parte fra Joe Henry e Chris Isaak e a ruota le ballate country Morning In Memphis e Frightened By The Sound. Il più rock, con gli schietti rockabilly Ain’t Got No Money e Flint City Shake It e il tagliente blues Dont’ Drink The Water.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.412, settembre 2019.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

The First Cat (Stevens) Is The Deepest

Sono passati quattro decenni dacché Cat Stevens esordiva a 45 giri con un onorevole piazzamento (ventottesimo) nella graduatoria britannica. Ventisette sono invece gli anni trascorsi dacché si ritirava a vita privata dopo così tanti successi che a elencarli si riempirebbe di numeri una colonna. “Numeri”, come recitava il titolo del nono dei suoi undici LP in studio, edito trentun anni fa e cioè due prima che si facesse musulmano. Dodici ulteriori anni dopo, alcuni dj americani avrebbero organizzato un falò di suoi dischi, mentre a testimoniare un dissenso meno gridato ma al pari significativo i 10,000 Maniacs annunciavano che avrebbero eliminato dalle ristampe di “In My Tribe” la sua Peace Train. Simili gesti di intolleranza sarebbero sempre da deprecare, ma era quello un rogo con poco a che vedere con quelli appiccati oltre Atlantico molto prima, quando John Lennon dichiarò i Beatles “bigger than Jesus”. Era un protestare, forse contraddittorio, contro l’intolleranza anziché un propugnarla: Yusuf Islam, nome assunto dopo la conversione da Steven Demetre Georgiou in luogo dell’alias da popstar, aveva appena dichiarato di appoggiare la fatwa emessa nei confronti dello scrittore Salman Rushdie dall’ayatollah Khomeini e grande in Occidente era l’indignazione. Dirà in seguito di essere stato frainteso e manipolato, ma una chiara abiura di quelle frasi sciagurate non l’ha mai pronunciata e la macchia, su una vita altrimenti specchiata, resta. Così come la sorpresa, dolorosa, per un’esibizione di fanatismo fra l’altro in totale contrasto con una fama di uomo mite e caritatevole. Piace pensare che intimamente se ne sia pentito e che sia solo per non innescare nuove polemiche che non è mai tornato sull’argomento. Piace pensare, e più che indizi in tal senso ci sono frasi nette, pronunciate nel 2000 in un’intervista a “Mojo” (la prima a un giornale musicale dopo oltre vent’anni!) e ulteriormente messe nero su bianco nel 2001 nel libretto di un box quadruplo, intitolato semplicemente “Cat Stevens”, che abbia fatto da allora pace con se stesso. E che con la maggiore tolleranza nei confronti del giovane che fece cantare milioni di giovani sia tornata la comprensione, magari l’empatia, rispetto a chi in materia di religione ha convinzioni diverse. Nel frattempo quello di Cat Stevens è un nome che non soltanto rifiuta di sparire dagli annali del pop-rock ma ogni tanto vi si riaffaccia. Valgano come esempi del fascino immutato di canzoni dall’appeal universale e transgenerazionale due cover del suo brano più celebre, Father And Son, realizzate da personaggi che non potrebbero essere più distanti fra loro: i fatui Boyzone la riportavano in cima alle classifiche nel 1995, il compianto Johnny Cash qualche anno dopo ne registrava una straordinaria, intensissima versione (inclusa nel 2003 nel cofanetto “Unearthed”) in duetto con Fiona Apple.

Prosegue per altre 7.038 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

Matthew & Son (da “Matthew & Son”, Deram, 1967)

Here Comes My Baby (da “Matthew & Son, Deram, 1967)

The First Cut Is The Deepest (da “New Masters”, Deram, 1967)

Father & Son (da “Tea For The Tillerman”, Island, 1970)

1 Commento

Archiviato in Hip & Pop

Maria McKee – La vita nuova (Fire)

Ricordate i californiani Lone Justice? Esponenti di quel filone di giovane country che flirtava con lo spirito riottoso del punk, vantavano cultori come Tom Petty, che regalò all’omonimo esordio dell’85 la splendida Ways To Be Wicked, Little Steven, co-autore di un pezzo sul primo LP e anche co-produttore del secondo e di un anno successivo “Shelter”, e gli U2, che offrirono loro uno slot nel tour di “The Joshua Tree”. Naturalmente Feargal Sharkey, nell’85 stesso in cima alle classifiche di mezzo mondo con un brano, A Good Heart, scritto dall’appena ventenne leader del gruppo, Maria McKee, artista di talento pari alla bellezza e insomma talentuosa assai. Avevano dietro un marchio potente quale Geffen e insomma come fecero a non diventare delle star è un mistero. Sono rimasti un culto, mentre lei qualche anno dopo si troverà di nuovo a capeggiare la classifica UK dei singoli, stavolta in prima persona e per un mese filato, con un brano da una colonna sonora. La sua carriera da solista partiva con il vento in poppa.

Ricordate i Lone Justice? Dimenticateli. Nei sessantaquattro minuti e nelle quattordici tracce che danno vita a un album atteso tredici anni e appena il settimo in studio per l’autrice giusto l’attacco folk-rock, prima che l’arrangiamento si gonfi, di I Just Want To Know That You’re Alright ne fa risuonare qualche vaga eco. È un disco che parte molto bene, con una Effigy Of Salt che rimanda invece (niente di meno che) ai Love di “Forever Changes” e la fairportiana Page Of Cups, ma soccombe poi troppo spesso a orchestrazioni troppo pesanti per melodie non solide a sufficienza da reggerle. Opera di pop “colto” che con ogni evidenza punta parecchio su una parte testuale impegnativa, da seguire libretto alla mano probabilmente pure per chi è di madre lingua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

John Prine (10/10/1946-7/4/2020) in due album, il primo e l’ultimo

You’ve been enjoying a pretty amazing run over the past few years. Your last album became your highest charting LP and got several Grammy nominations. You’ve been playing to big crowds…

“Seems I can’t do any wrong these days. About five years ago, I was thinking about, not retiring, but just kicking back and doing fewer shows. But ever since I brought out ‘The Tree Of Forgiveness’ we’re doing everything we can just to keep up with it. It’s still selling after 18 months, I’m getting a lot of young kids coming to the shows, and in turn they’re going back and listening to my old stuff.”

(Dall’ultima intervista concessa da John Prine, pubblicata da “Mojo” sul numero di marzo 2020.)

John Prine (Atlantic, 1971)

Per essere uno che dei diciotto lavori in studio pubblicati dopo questo è riuscito a piazzarne solo uno nei Top 100 di “Billboard” (“Common Sense” nel 1975; peraltro uno dei meno apprezzati dai suoi estimatori), se ne è tolte di soddisfazioni John Prine. Di morali soprattutto in un secolo nuovo che, oltre all’introduzione nel 2003 nella “Nashville Songwriters Hall Of Fame”, lo ha visto collezionare due Grammy e quattro vittorie agli “Americana Music Honors & Awards”. Di monetarie sin dai lontani anni ’70 che inaugurava con questo meraviglioso debutto, ignorato appunto dalle classifiche ma in compenso apprezzatissimo da colleghi in cerca di brani da far loro (d’altro canto: alla Atlantic era approdato su raccomandazione di Kris Kristofferson). Se lui di hit in prima persona non ne ha mai avute, a elencare chi lo ha coverizzato non basterebbero un paio di colonne di questo volume e basti allora citare un paio di nomi ovvi (Johnny Cash e Bonnie Raitt) e un paio molto meno (Bette Midler e Paul Westerberg). “John Prine” contiene alcune delle sue composizioni classiche e fra esse due fra le più memorabili di tutte: l’agrodolcissima Donald And Lydia e la sconvolgente Sam Stone, ritratto visto con gli occhi del figlio di un reduce dal Vietnam precipitato negli abissi della tossicodipendenza.

Pubblicato per la prima volta su Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

The Tree Of Forgiveness (Oh Boy, 2018)

Sulla copertina del suo diciannovesimo lavoro in studio l’uomo che nientemeno che Bob Dylan paragonò nientemeno che a Marcel Proust sembra anche più vecchio dei settantun anni che ha. D’altra parte: tanta grazia che questo disco – prima raccolta di materiali autografi da tredici anni in qua, dopo una di standard country e una di duetti con voci femminili – veda la luce, giacché l’autore è sopravvissuto a un cancro ai polmoni quasi tre lustri dopo averne sconfitto uno della pelle. È alla radioterapia che lo aiutava a sbarazzarsi del primo che dobbiamo una voce più profonda e roca che negli album che lo hanno consegnato alla storia della canzone d’autore americana del Novecento: l’epocale, omonimo esordio del 1971; il quasi altrettanto meraviglioso “Sweet Revenge”, del ’73; in seconda battuta il sorprendente (schiettamente rockabilly, però solo per metà di brani suoi) “Pink Cadillac”, del ’79. A quella, più che alle sigarette cui ha dovuto giocoforza rinunciare e che rimpiange talmente da pregustare, nella conclusiva delle dieci tracce che sfilano in “The Tree Of Forgiveness”, quella che per prima cosa si fumerà non appena ammesso in paradiso: una lunghissima, nove miglia.

Alternativamente recitata e cantata e musicalmente sgangheratella, When I Get To Heaven è il solo mezzo passo falso – perdonabile; paradossalmente, ben altra pregnanza evidenziava Prine scrivendo a venticinque anni appena un capolavoro di canzone sull’invecchiare quale Hello In There – in un disco se no strepitoso. Fra il resto due pezzi con la statura del classico istantaneo: Caravan Of Fools potrebbe confondersi in un “Best Of” di Johnny Cash, The Lonesome Friends Of Science in uno di Townes Van Zandt.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

Pete Molinari – Just Like Achilles (We Are Hear)

Da emulo (eccelso) di Bob Dylan a cantautore con una vista a 360° sul rock ma finora solo quello dei ’60 (a meno che non si voglia considerare come prima eccezione alla regola, qui, una Steal The Night che potrebbe confondersi in un “Best Of” degli Oasis; non che i Gallagher non abbiano debiti rispetto a quel decennio, eh?): questo il percorso dall’inglese Pete Molinari dacché venne scoperto nel 2006 da Billy Childish, che ne eternava l’esordio “Walking Off The Map” nella cucina di casa sua con un Revox antidiluviano. Per il nostro uomo “Just Like Achilles” è il quinto album, vede la luce a sei anni dal precedente “Theosophy” ed è stato prodotto da Linda Perry e Bruce Witkin fra Lussemburgo, isola di Wight e California, stando a quanto si evince dalla pagina FB dell’artista in assenza di un comunicato stampa. Non l’unica cosa che manca all’appello per un lavoro la cui uscita è stata celebrata con una festa-concerto negli studi Capitol di Los Angeles che ha visto il nostro uomo fiancheggiato per l’occasione da gente del calibro di Don Was, Mike Garson, Jakob Dylan (ahem…), Ronnie Spector e Joey Waronker. Non c’è per ora una pubblicazione in CD e/o vinile per un’opera incisa evidentemente talmente bene che la registrazione risulta convincente persino in mp3. Ma sarebbe folle se non ci fosse, e presto.

È la migliore prova di Molinari da “A Virtual Landslide”, del 2008. La più variegata di sempre, con episodi folk e folk-rock (Goodbye Baby Jane, una Waiting For A Train quintessenza di Sua Bobbitudine, una Colour My Love da manuale Byrds, una Absolute Zero con tocchi spiritual) alternati ad altri che evocano Phil Spector (I’ll Take You There) come i Beach Boys (Please Mrs. Jones), Kinks e Stones (I Can’t Be Denied) come certa psichedelia (la traccia omonima).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020. A oggi “Just Like Achilles” è ancora reperibile soltanto in mp3.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Last Of The Rock Stars – Elliott Murphy nel XXI secolo

Elliott Murphy oggi compie settantun anni. Ieri mi ha chiesto l’amicizia su Facebook e la cosa mi ha lasciato felicemente basito. Anche se per un paio di anni firmò una rubrica per quel “Velvet” di cui il sottoscritto fu fra i fondatori, non ho mai avuto il piacere di conoscerlo di persona. Gli porgo i miei auguri recuperando un po’ di recensioni dei tanti album che ha pubblicato nel primo ventennio del secolo nuovo: più o meno tutti degni di uno che esordì iscrivendosi con un capolavoro alla storia maggiore del cantautorato rock.

Strings Of The Storm (Wagram, 2003)

A trent’anni da “Aquashow”, indimenticabile esordio, su Polydor e accolto dalla critica con un entusiasmo che il tempo non ha spento (tant’è che lo si ritrova spesso negli elenchi di classici), Elliott Murphy pubblica il terzo album doppio, secondo in studio. Il primo una faccenda del 1992 chiamata “New York/Paris”, a certificare due legami, quello tuttora forte con la città natale, quello sviluppatosi negli ’80 con la capitale del paese che l’ha adottato (l’Italia terza nella lista degli affetti). Il secondo una storia di due anni fa e dal vivo: “Last Of The Rock Stars”. Nel 1973 era la canzone d’apertura di un debutto che appiccicava all’artefice la mortale etichetta di “nuovo Dylan”, nel 2001 un titolo che confermava insieme la guasconeria del Nostro e la sua capacità di ironizzare su un destino di bello e perdente. Si può non volergli bene? Osservandolo in una foto in cui pare Tom Waits, un rosso, elegante cappello a celare vezzosamente il poco rimasto di una bionda chioma che fu fluente e lo faceva così dandy. Ricordandone gli appassionati scritti su “Rolling Stone” nel periodo compreso fra il licenziamento da parte della Polydor e un ingaggio RCA su raccomandazione di Lou Reed, secondo di quattro contratti major e unico a fruttare più di un LP. L’ultima grande etichetta a dargli una possibilità sarà la WEA nel 1984 e ne risulterà “Party Girls/Broken Poets”, forse il suo ultimo disco grande sul serio. Poi tanti lavori un po’ così, molti su New Rose prima che fallisse e il resto per etichette minuscole, certamente dignitosi (in “Selling The Gold”, 1996, Bruce Springsteen ospite) ma senza nulla che li raccomandasse particolarmente, che li facesse preferire ai due gioielli citati e a uscite appena meno preziose come “Night Lights” del ’76 o “Murph The Surf”, dell’82. Non mi aspettavo nulla da “Strings Of The Storm”.

Tanto più sono rimasto allora impressionato da un album che, accorciato di un terzo (il secondo CD mostra cedimenti, ad esempio nella pletorica ripresa del Neil Young d’annata di Birds e in una Ground Zero piatta e banale, non redenta dalla genuinità del sentimento), sarebbe un capolavoro. Anche così com’è risulta tuttavia imperdibile per chiunque ami certo rock americano “d’autore”. Subito forte di un poker d’assi chiamati Green River (la Like A Hurricane di Elliott?), Night Falls (folk’n’roll fra luccicanza e malinconia), The Best Kiss e Big Sky (una più sbarazzina e irresistibilmente pop dell’altra). Ma forse non è un poker, è una scala reale completata da una The Poet And The Priest mediana fra Dylan e Leonard Cohen. Altre illuminazioni d’immenso: una Temple Bar che potrebbe venire da “Blonde On Blonde”; una The Banks Of The Ohio tex-mex (e tanti saluti alla geografia); una Everybody Get Lucky fra circo e musical; una Moan pachuca. Ridò un’occhiata alla copertina e mi colgo nella stessa posa. Tanto di cappello, signor Murphy.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.556, 25 novembre 2003.

Coming Home Again (Venus, 2007)

Buon vecchio Elliott… Apri il libretto di quello che dovrebbe essere il ventiduesimo capitolo del romanzo iniziato ventiquattro anni fa da “Aquashow” ed eccolo: al centro, biancovestito come sulla copertina di quello sfavillante debutto, il perfetto dandy di sempre, chioma bionda spiovente sulle spalle, un copricapo da cowboy calcato in testa a celare vezzosamente quello che tutti sanno, cioè che di capelli lì non ce n’è più da un pezzo. Sotto il cappello magari niente, se è di bulbi piliferi che si parla, ma il cervello è lucido, il cuore batte forte, la capacità di piazzare in ogni disco alcune canzoni da “nuovo Dylan” che fu resta inalterata. Pochi quasi-sessantenni in giro possono vantare una forma così smagliante. Da “Coming Home Again” toglierei giusto il talking di The Prince Of Chaos, troppo statico, monotono, tirato in lungo. Promosso il resto e persino pieni voti per la ballata di languida epicità Pneumonia Alley, per una Losing It da border, per una Mary Ann’s Garage Sale nella quale è “garage” la parola da sottolineare, per lo zydeco di Canaries In The Mind. Sfoglio ancora il libretto e noto un giovincello dall’aria familiare, boccoli e chitarra brandita spavaldamente. È il figlio Gaspard. Aspetto di scoprire se vale papà solo in posa: fiducioso.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.633, aprile 2007.

Notes From The Underground (Last Call, 2008)

Il più grande scandalo di una discografia che dopo l’avvento del CD ha ristampato il ristampabile e tanto avrebbe potuto risparmiarcelo? Che manchi all’appello da alcune ere geologiche quello che nel 1973 fu l’esordio di Elliott Murphy, in forza di quell’album straordinario subito acclamato come “il nuovo Bob Dylan” e, si sa, non è etichetta che porti bene. Sorta di “Blonde On Blonde” sintetizzato alla Lou Reed, messo fuori catalogo non appena l’autore passava nel ’75 dalla Polydor alla RCA e ripubblicato in digitale un’unica volta (tardi ’80: per il CD vi chiederanno cinquanta/sessanta euro, per un vinile il doppio) “Aquashow” è forse il più misconosciuto dei capolavori del cantautorato rock. Dopo diversi altri gloriosi insuccessi, a un certo punto questo quintessenziale newyorkese mai profeta negli USA, se non per i critici, e viceversa osannato in Europa si arrenderà a eleggere a patria la Francia e a residenza Parigi. Ma è una storia lunga, confido che in tanti lettori la conoscano (il rapporto di Elliott con questo giornale è stato, per un certo periodo, particolare e stretto) e vado subito a titillarli sparandola grossa: la sua prova migliore da “Party Girls/Broken Poets”, dell’84. Se non da “Murph The Surf”, dell’82. O addirittura da “Night Lights”, del ’76. Oso? Oso. Da “Aquashow” e ditemi voi se non è straordinario che un poeta del rock’n’roll ormai sulla soglia dei sessanta riesca a suonare fresco quanto il ventiquattrenne sfacciato che si autodefiniva, nella prima canzone del primo LP, “l’ultima delle rockstar”.

A proposito di attacchi memorabili: “Notes From The Underground” decolla sulle ali elettroacustiche di una And General Robert E. Lee di epicità indicibile e orecchiabilità somma e già l’acquisto sarebbe giustificato. Figurarsi dopo il raddoppio di estasi e leggerezza di Lost And Lonely, il valzer Ophelia, la ludica sarabanda (più rapping che talking) di What’s That, o una Crepuscule fedele al titolo, o una Razzmatazz che insegna una cosa o tre a Santana, o…

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.646, maggio 2008.

It Takes A Worried Man (Last Call, 2012)

Ormai diversi anni fa, recensendo per un altro giornale un altro disco di Murph The Surf, lamentavo come scandaloso che – dopo che si è ristampato quasi tutto quanto valeva la pena e tantissimo che sarebbe stato viceversa meglio non sottrarre all’oblio – ancora fosse fuori catalogo “Aquashow”, debutto favoloso del Nostro datato ’73, licenziato in origine dalla Polydor e riedito un’unica volta, nei tardi ’80, in digitale. Non è cambiato nulla da allora, se non che al mercato dei collezionisti chiedono cifre sempre più importanti non solo per i vinili d’epoca ma persino per il CD (nel giorno in cui scrivo Amazon ne ha in vendita uno a centoventi dollari) del più bell’apocrifo di sempre di Dylan (un novello Dylan oltretutto rivisitato come da un novello Lou Reed). Non è cambiato nulla anche nel senso che Elliott continua a pubblicare album eccellenti (siamo a ventisei in studio, se non ho sbagliato i conti) e tranne che in Francia dove è davvero “l’ultima delle rock star”, e un po’ qui da noi, non se ne accorge nessuno. Mi verrebbe da scrivere che “It Takes A Worried Man” è la sua prova migliore da uno a caso dei lavori classici (non meno di tre o quattro), ma mi accorgo di averlo già scritto un tot di volte dal 2000 in poi e mi astengo.

Mi limito a dire che è il solito bel disco di Elliott Murphy, forte del solito paio di gemme à la Dylan (Murphyland e Day For Night) e di quegli altri tre o quattro pezzi da aggiungere a un’ideale antologia che ormai dovrebbe essere tipo tripla. Io ci metterei di sicuro l’inusuale spiritual Worried Man Blues e una Eternal Highway dalle parti del Neil Young bucolico migliore.

 Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.179, aprile 2013.

Aquashow Deconstructed (Route 61, 2015)

Prima che Gesù morisse per i peccati di qualcuno ma non per quelli di Patti Smith, Marilyn Monroe si era sacrificata per tutti noi, anche se forse non lo sapevamo. Era il 1973, la Patti cominciava a immaginarsi nei panni della rockstar ma non avrebbe inciso il primo singolo che l’anno dopo, mentre nel primo brano del suo primo album già Elliott Murphy poteva autoproclamarsi, con la sfrontatezza che è della gioventù, una rockstar e nemmeno una qualunque, no: l’ultima. “Rock’n’roll is here to stay, but who will be left to play?”, si interrogava nel ritornello. Sono trascorsi quarantadue anni e il ventiquattrenne di allora – mai divenuto una stella in barba alle recensioni ditirambiche che ne salutarono l’apparizione alla ribalta – quel disco lo ha reinciso affidandone la produzione a un figlio che ha l’esatta età che aveva lui allora. Ed è come un chiudere un cerchio. La speranza, naturalmente, è che la pubblicazione di questo secondo “Aquashow” istighi infine una riedizione come si deve del primo, che incredibilmente non è mai stato ristampato in vinile e in CD un’unica volta, nel 1990, e non ci si crede che un lavoro siffatto, della statura dei classici, sia fuori catalogo da un quarto di secolo. Nonostante la stima dei colleghi e della stampa, nonostante la sua piccola popolarità europea e soprattutto francese, paese che lo ha da lungi adottato e dove risiede, ormai parigino DOC lui che rimane nondimeno un quintessenziale newyorkese, Murphy resta uno per pochi. È andata così ed è un po’ il destino di tutti o quasi (a Springteen, che per Murphy nutre un’enorme stima, non è andata malaccio) quelli fottuti dall’essere stati etichettati come dei nuovi Bob Dylan (che poi il nostro uomo era pressoché in pari misura pure un altro Lou Reed). Noi ce ne siamo fatti una ragione, lui probabilmente prima di noi.

A un tirare le somme dopo una serie di ascolti alternati a un modello che ho scoperto senza sorprendermi di conoscere a memoria, un’unica vera critica si può muovere all’“Aquashow” del 2015 e riguarda il titolo: “Deconstructed” fa pensare a una rielaborazione radicale di spartiti che per la più parte dei dieci titoli in scaletta così radicale non è. Si è asciugato, si è riarrangiato con mano lieve e piglio meno rock di quanto non fosse, tuttavia senza andare oltre. “Revisited” avrebbe presentato con maggiore fedeltà il progetto, ecco.

Depistante in tal senso che il brano inaugurale – il nostro uomo ci ha regalato altre canzoni bellissime ma mai più nessuna al pari memorabile di quella che sporse come biglietto da visita – sia quello che più si discosta dalla versione storica. Allora upbeat e guascona, oggi Last Of The Rock Stars è felpata e malinconica, un che di rabbrividente che si insinua sulle tracce di una tastiera fantasmatica, atmosfera che How’s The Family fa sconfinare nel luttuoso almeno fintanto che non deflagra drammatica sull’orlo del melò. Piacciono, ed è annotazione che vale per l’intero album, grazia e misura con la quale gli archi si prendono il proscenio. Piace la grana di una voce matura che ha guadagnato in espressività quello che inevitabilmente i decenni le hanno sottratto in freschezza. E comunque, beninteso, se si tratta di alzare i volumi e di roccare e rollare Elliott ancora c’è, come dimostrano l’esuberanza di Hangin’ Out, il declamare energico di Graveyard Scrapbook, il piglio di un White Middle Class Blues più che mai degno della Chicago più negra. Come uno scorcio di festa prima di una Like About Gatsby che ora come non mai riporta a casa il Lou Reed del coevo “Berlin” e della ballata, che ha acquisito la tenerezza che un ventiquattrenne non poteva regalarle e un sessantaseienne sì, Don’t Go Away. La guglia dell’“Aquashow” 2015 corrisponde a quello che era forse il momento più dimesso dell’“Aquashow” 1973: carillon desolato, Marilyn sanguina empatia laddove era esercizio retorico da poeta fresco di college. O così la percepisco io, commuovendomi.

Pubblicato per la prima volta su “Venerato Maestro Oppure” il 4 giugno 2015.

8 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Il favoloso mondo di Emma (Tricca)

Ieri sera sono andato a vedermi Robyn Hitchcock in concerto, terza volta in vita mia e forse (ma la memoria è traditrice, spesso) è stato il suo spettacolo migliore. Graditissimo bonus in apertura una manciata di canzoni di Emma Tricca, che invece dal vivo non avevo visto mai. Spettacolo memorabile, come mi attendevo, con l’unico neo di essere stato troppo, troppo breve. A seguire le recensioni di quelli che a oggi sono gli ultimi due album di questa cantautrice. Favolosa.

(La foto di Emma è di Roberto Remondino.)

Relic (Finders Keepers, 2014)

Curiosa vicenda, quasi una favola, quella di Emma Tricca, romana che in una sera della sua adolescenza mette insieme il non poco coraggio che ci va ad avvicinare un monumento del folk moderno quale John Renbourn, alla fine di un concerto, e a fargli ascoltare una sua canzone. Al signor Pentangle piace e oltre che un incoraggiamento decisivo sarà l’inizio di una bella amicizia. Da lì a breve un’altra leggenda, Odetta, la conforterà nella decisione che ha preso di andarla a studiare in loco quella musica che tanto la affascina, a Londra. Faccio breve una storia lunga una quindicina di anni limitandomi a dire che gli ambienti folk della capitale britannica la accoglieranno con rispetto e simpatia e che, dopo un disco del 2001 con i Gypsies And Red Chairs, Emma esordirà da solista (in mezzo il pellegrinaggio a una Mecca chiamata Greenwich Village) nel 2009 con l’austero quanto intenso “Minor White”: quattro stellette su cinque sia su “Mojo” che su “Uncut”, per darvi un’idea di come fu accolto. Seguito lungamente meditato, “Relic” sta mietendo analoghi consensi e meriterà notare che in diverse recensioni non una parola viene spesa per i natali italiani dell’artista, tanto per dire come Emma Tricca venga ritenuta una londinese a tutti gli effetti.

Vale il tempo che lo si è atteso quest’album, certificazione di un talento che sta giungendo a maturazione trovando una sua specificità pur in un ambito dai canoni consolidatissimi. È come se Emma partendo dal folk revival si fosse incamminata verso un folk-rock in odore di psichedelia. Dalle semplici voce e chitarra d’antan si è evoluta verso un suono ancora scarno e lieve ma estremamente raffinato, con arrangiamenti nei quali entrano in gioco chitarre elettriche e percussioni, archi, ottoni, persino un po’ di elettronica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

St. Peter (Dell’Orso, 2018)

“Registrato a Hoboken”, leggo del nuovo album di Emma Tricca e punto i crediti in cerca di un’ospitata degli eroi locali Yo La Tengo. Se in carne, ossa e strumenti mancano, in spirito ci sono: come minimo in una Julian’s Wings che idealmente sono loro alle prese con un’astrazione di Joni Mitchell, ma anche subito dopo, in una Buildings In Million fra Velvet Underground e Fairport Convention. Ecco: mi pareva un buon punto da cui partire per raccontare questo disco. O da lì o da Solomon Said, che potrebbe essere un John Cale (tanto per citare di nuovo i Velvet) da qualche parte fra The Gift e “Paris 1919”. Non fosse che la voce recitante è femminile. E che voce! Judy Collins, che declama la sua Albatross su una base man mano sempre più disturbante e come sigillo di approvazione sull’opera della cantante e chitarrista romana vale quello originale di un John Renbourn che, avendone ascoltato alcune canzoni, incoraggiava Emma a trasferirsi a Londra. Laddove la scena folk l’accoglieva a braccia aperte, prima dimostrazione che l’ex-Pentangle aveva visto lontano. Molti anni (una ventina) e vagabondaggi (soggiorni anche a New York e in Texas) dopo, “St. Peter” è la definitiva certificazione della grandezza di un’artista capace, come i principali fra i suoi modelli da Davey Graham in giù, di muoversi da un’idea di folk per poi trascenderlo.

Prodotto da Jason Victor dei Dream Syndicate e con alla batteria Steve Shelley dei Sonic Youth, pur non negandosi parentesi incantate e incantevoli (una Salt da Neil Young circa “Harvest”, il valzer Mars Is Asleep, l’attacco molto fairportiano di The Servant’s Room) è il suo lavoro più elettrico di sempre. Misuratamente stralunato, se è concessa la contraddizione in termini. Di una precisione millimetrica che nulla sottrae al sentimento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 400, luglio/agosto 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

I migliori album del 2019 (1): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City)

Diversamente dalla telefonata di una vecchia pubblicità, una buona recensione evidentemente non allunga la vita. Neanche molte buone recensioni – collezione impressionante: le migliori di una carriera lunga formalmente un quarto di secolo ma in realtà interrottasi dieci anni prima dell’uscita di un disco che da ripartenza, com’era stato inteso fors’anche dall’autore, si è tragicamente trasformato in addio – hanno potuto. E chissà se David Berman ne ha letto qualcuna nei ventisei giorni trascorsi fra la pubblicazione dell’album e quando si è tolto la vita. Si è impiccato il 7 agosto scorso, tre giorni prima dell’inizio di un lungo tour americano (vi ricorda qualcuno?) cui avrebbe dovuto andarne dietro, fra febbraio e marzo di quest’anno, uno europeo. Deve essere stato l’impulso sfortunatamente irreversibile di un momento a indurre al gesto fatale chi ore prima, in un’intervista via e-mail, aveva scritto all’interlocutore di resilienza, mostrandosi a tratti scherzoso, concludendo addirittura pronosticando al giornalista, che gli aveva confessato soffrire di depressione, che certamente un bel giorno si sarebbe scoperto capace di essere di nuovo felice. “Che razza di sorpresa sarà, vedrai.” Già.

Sarò sincero. Ho in casa mezza discografia dei Silver Jews ma non ne sono mai stato un gran cultore. Ne recensii pure un paio di quei sei album, tiepidamente. Mi piacevano all’inizio, quando furono scambiati per una costola dei Pavement nonostante si fossero formati prima, e mi piacque (abbastanza) il congedo del 2008 “Lookout Mountain, Lookout Sea”: lontanissimo dallo sgangherato lo-fi degli esordi, una buona prova di cantautorato alt-country ma, insomma, i capolavori sono un’altra cosa. Tipo “Purple Mountains”, un esorcismo trasformatosi in testamento. Disco cui il nostro uomo lavorava sin dal 2014 (risale ad allora la stesura della torpida I Loved Being My Mother’s Son, in memoria della madre appena scomparsa) e ci aveva provato più volte a dargli forma, invano. Una versione con Dan Bejar dei Destroyer nel per lui inedito ruolo di produttore veniva accantonata e questo più o meno all’altezza (2016) dell’incisione di un album con i Black Mountain pure esso scartato. Giungevano in soccorso prima Stephen Malkmus, poi Jeff Tweedy, infine Dan Auerbach, e nemmeno con loro Berman trovava la quadra. A rivelarsi decisivo era l’incontro con Jeremy Earl e Jarvis Taveniere dei Woods e il resto è – sarà – Storia.

Perché che si sia in presenza di un classico è evidente sin dalle prime battute di That’s Just The Way That I Feel, honky tonk dove un organo chiesastico incongruamente e sublimemente pesa quanto il pianoforte tipico del genere. È mai parsa più seducente che in una orecchiabilissima All My Happiness Is Gone l’infelicità? È mai stato il naufragare fra gli oscuri marosi dell’esistenza più dolce che in Darkness And Cold? È o non è Snow Is Falling In Manhattan la più bella canzone che Leonard Cohen non ha scritto? È la quarta delle dieci tracce in scaletta e, conversando con Andrew Male di “Mojo”, l’autore sosteneva essere soddisfatto di quelle e basta. Quando Margaritas At The Mall, con i suoi fiati mariachi e tanto altro ancora che rimanda a Townes Van Zandt, una She’s Making Friends, I’m Turning Stranger degna del miglior Gram Parsons e la confidenziale Nights That Won’t Happen (che ne avrebbe fatto Sinatra!) se non appartengono appieno all’Ineffabile quantomeno bussano alla sua porta. Dopo una Storyline Fever sull’orlo dell’euforia (!) “Purple Mountains” saluta con la scintillante ballata Maybe I’m The Only One For Me: una lezione riguardo all’imparare ad amarsi di cui David Berman non ha saputo fare – purtroppo per lui e per noi – tesoro.

10 commenti

Archiviato in dischi dell'anno, recensioni