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Randy Newman – Dark Matter (Nonesuch)

È talmente irresistibile Putin – “quando si toglie la camicia fa impazzire le signore/quando si toglie la camicia mi fa desiderare di essere una di loro”: cantato con dietro un’orchestrina che tratteggia una melodia folk di gusto ovviamente russo – che per un attimo il dispiacere che Newman abbia deciso di cancellare dalla scaletta quella What A Dick il cui bersaglio invece è Trump (“il livello del dibattito è già abbastanza basso e non volevo abbassarlo ancora”) si fa veramente… troppo. Anche perché mentre continua a comporre una colonna sonora via l’altra il nostro quasi settantaquattrenne uomo resta assai avaro quando si tratta di donarci canzoni nuove. Proprio come questo, il precedente “Harps And Angels” si era fatto aspettare nove anni (il disco ancora prima, “Bad Love”, undici!) e se quello conteneva dieci tracce di cui nove inedite con questo, espunto il brano di cui sopra, siamo a nove e le inedite sono otto. Giacché la depistantemente gioiosa It’s A Jungle Out There è stata il tema conduttore di otto delle nove stagioni di Monk. Insomma: ogni canzone a firma Randy Newman è preziosa.

Però forse va bene così, siccome un altro pezzo satirico avrebbe spostato gli equilibri di un lavoro che si apre con la clamorosa sinfonietta americana contrappuntata di gospel di The Great Debate (ove si dibatte, scoprendosi impotenti contro il fanatismo, con creazionisti, antivaccinisti e così via) e si congeda con la scarna e toccante Wandering Boy, laddove un padre si macera sulla sorte di un figlio perduto. Meglio così, perché stavolta più che nei numeri politici (Brothers, sulla crisi cubana), il genio di Newman rifulge in vignette struggenti come la storia di amore senile She Chose Me o l’addio di una donna morente al suo uomo ridotto alla demenza di Lost Without You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Il Ryan Adams di “Heartbreaker” (uno dei 1001 album che dovete ascoltare prima di morire)

Massimo rispetto per Robert Christgau, decano della critica statunitense, che si occupa di musica dal 1967 (dal 1969 colonna dell’influentissimo “Village Voice”) e chissà quanti dischi ha recensito in vita sua, decine di migliaia probabilmente. Può capitare di toppare con uno e secondo me succedeva nel 2000, quando liquidava “Heartbreaker” scrivendo che To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) è la sola traccia valida “in un album che non vale né il vostro tempo né il vostro denaro”. Premesso che il brano in questione, un incalzante folk alla Dylan che all’improvviso si apre deliziosamente melodico e pop, è forse l’apice del lavoro che di fatto inaugura (dopo la curiosa introduzione “spoken” di Argument With David Rawlings Concerning Morrissey), be’, tanto, tantissimo altro c’è di buono o anche ottimo negli abbondanti tre quarti d’ora che gli vanno dietro. Il debutto da solista dell’allora quasi ventiseienne cantautore di Jacksonville, reduce da quegli Whiskeytown che per un attimo rischiarono di diventare i Nirvana dell’alt-country, trovava in compenso altri sponsor e fra essi il più entusiasta era il più improbabile: Elton John, niente di meno, che addirittura ne riprenderà dal vivo alcuni episodi. E nel 2005 il disco si ritrovava incluso nel volume 1001 Albums You Must Hear Before You Die. Nell’illustre compagnia fa la sua figura. Si può capire come al tempo spiazzò chi da Adams era stato abituato a spartiti più energici – né gli giovava che a ruota l’artista piazzasse un capolavoro viceversa universalmente acclamato quale è “Gold” – ma a riascoltarlo oggi se non ha la statura dei classici ci va vicino. Collezione mediamente scarna di ballate fra folk e country, tocca altri vertici in una romanticissima Amy che sa tanto di Paul McCartney, in una struggente Oh My Sweet Carolina (Emmylou Harris alla seconda voce) che sa tanto di Townes Van Zandt, in una mossa Come Pick Me Up, nello strascicato blues Why Do They Leave?. Essendo la diddleyana Shakedown On 9th Street l’unica accensione rock’n’roll.

Completo di un voucher con un codice che permette di scaricarlo in formato wav, saggiamente distribuito su quattro facciate vista una durata che supera i cinquanta minuti, “Heartbreaker” viene oggi riproposto in una stampa che certifica come le major si stiano mettendo al passo con le etichette specializzate per audiofili. Vinile pesante e silenzioso, suoni fantastici, un prezzo tutto sommato accettabile: intorno ai 28 euro, a meno che non optiate per la versione quattro LP (gli altri due sono di outtake e demo) più un DVD e allora dovrete sborsarne una settantina. Non ne vale però la pena, secondo me.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Fra saudade e spleen: l’esilio londinese di Caetano Veloso

Avrei voluto iniziare citando l’Alighieri e i suoi versi su quanto sappia di sale il pane altrui. Gli studi liceali sono però lontani e la memoria non mi soccorre. Fate conto che l’abbia fatto. Nello sguardo del giovane Caetano Veloso sulla copertina di questo suo album l’amarezza dell’esilio è tangibile quanto nelle parole del nostro sommo poeta. La pelliccia che stringe al petto (il clima inglese non è fatto per chi è nato a Bahia) ricorda cosa riferì a casa del suo arrivo a Londra: “Dicono che qui sia estate. Io sto scrivendo vestito con un immenso giaccone di pelle”. Vi era giunto nel 1969, personaggio troppo controverso (fra gli alfieri di quel movimento tropicalista che rivoluzionò il pop brasiliano) perché la giunta militare che governava il suo paese potesse tollerarne l’attività e troppo famoso perché potesse sbarazzarsene impunemente. Da cui l’esilio.

Passa un anno e mezzo prima che la giustificata saudade del Nostro si traduca in canzoni. E lì – sorpresa! – si fa spleen (che non è la stessa cosa). Nel suo quarto LP, terzo consecutivo a chiamarsi “Caetano Veloso”, l’artista di Bahia ripone nel cassetto dei ricordi la sgargiante psichedelia tropicalista, canta in inglese e scopre in sé (occhio all’anno! 1971) afflati drakiani. Subito esplicitati da una A Little More Blue che stabilisce, con il suo lirismo raccolto e gentile, carico di indicibili malinconie, il tono generale dell’opera. Ribadito dal tenerissimo calypso di London, London e da Maria Bethania, toccante lettera alla sorella carezzata da vocalizzi alati e un violino drammatico. Né vale meno il resto del programma di un album che fa storia a sé nella sconfinata discografia velosiana. In ogni caso uno dei più memorabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.198, gennaio 2000. O Maestro compie oggi settantacinque anni.

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Ray Davies – Americana (Sony/Legacy)

Me l’ero immaginato già leggendo la lunga recensione (album del mese) dedicatagli da “Mojo” e cui facevo riferimento il mese scorso, raccontando l’ultima, modesta uscita del fratello Dave: il nuovo disco di Ray Davies, primo da dieci anni in qua, è più una faccenda di testi piuttosto (per non dire irrimediabilmente) verbosi che di canzoni capaci di svettare per la memorabilità di una melodia o un riff. E se l’ascoltatore di madre lingua può restarne catturato agli altri (avendo comunque una buona padronanza dell’inglese) non resta che usufruirne, per goderne appieno, come fosse musica lirica: seguendo il libretto. Per quanto non di rock opera in senso stretto si tratti, non essendovi un filo che lega le quindici tracce (due sono però giusto degli intermezzi spoken) al di là del problematico rapporto dell’autore con gli Stati Uniti e quella cultura. Paradossale: quando i Kinks erano a un apice sia artistico che commerciale, nei ’60, quel territorio era loro precluso per ragioni troppo lunghe da ricordare qui. Negli anni ’70, con una popolarità assai declinante in patria, erano lunghi tour nelle arene oltre Atlantico a tenere a posto i bilanci.

Ricordando come con il bellissimo “Muswell Hillbillies” Davies avesse dimostrato già nel lontano ’71 di sapere ben padroneggiare la cosiddetta Americana, e sapendo che a dargli qui man forte sono i Jayhawks, campionissimi nell’ambito, ci si poteva attendere molto da un disco dal titolo invece fuorviante. Come minimo, al pari British. È un ascolto faticoso e che dispiega quasi tutte le poche seduzioni subito, con il ritornello dritto dal 1966 di The Deal e il power beat Poetry. Nel prosieguo, giusto lo sgangherato blues waitsiano Change For Change e una The Great Highway incisivamente ruffiana destano dal crescente torpore.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem (Luna Park)

Da lungi inoltratosi in quella che per noi umani sarebbe la terza età (festeggerà il settantaquattresimo compleanno il 29 giugno), Garland Jeffreys continua invece felicemente a vivere una terza giovinezza di cui “14 Steps To Harlem” è il terzo atto, dopo “The King Of In Between” del 2011 e lo splendido “Truth Serum” del 2013. Un po’ piglia la malinconia, al pensiero di come il suo orizzonte sia inevitabilmente limitato. Quanti altri album? Quanti tour? Ma poi la si allontana e ne prende il posto la gratitudine per una classe di grandi artisti – Garland era appena più giovane dell’amico fraterno Lou Reed e ha giusto qualche anno più di un’altra sua conoscenza, Bruce Springsteen – che ha deciso che si dovesse andare oltre il manifesto giovanil/nichilista degli Who di My Generation. Che il rock potesse essere la missione di una vita.

Figlio della più meticcia e cosmopolita delle metropoli, Jeffreys ha vissuto ragazzino le epopee del doo wop e del rock’n’roll, studiato il blues nel mentre si imbeveva di cultura europea a Firenze, assorbito la lezione del soul negli anni in cui frequentava la New York dei Velvet. Salvo poi innamorarsi del reggae come di certa musica latina. Di tutto ciò il suo sound è sempre stato sinossi peculiare e accattivante e in tal senso “14 Steps” è appieno nel solco di negletti classici quali “Ghost Writer” (1977) o “Escape Artist” (1980). Qui due cover piacevolmente pletoriche – una Waiting For The Man risolta da “Rock’n’Roll Animal”, la Help dei Beatles rallentata e illanguidita – si accompagnano a dieci prove autografe di inappuntabile solidità. Si tratti di un indiavolato Schoolyard Blues o di un Reggae On Broadway alla Clash, di una spumeggiante Spanish Heart o di un accorato (Laurie Anderson al violino) Luna Park Love Theme.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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It was 51 years ago today (2)

Bob Dylan – Blonde On Blonde (Columbia, 1966)

Inciso a Nashville durante le pause concesse da un tour mondiale e perlopiù con navigati musicisti del posto (della Band c’è soltanto Robbie Robertson; Al Kooper fa il regista), il primo album doppio della storia del rock è la versione estesa, raffinata e pacificata di “Highway 61 Revisited”. Impressionantemente cresciuto è un eclettismo che consente di presentarsi con la marcetta di gusto felliniano, che trasmuta in vaudeville western, di Rainy Day Women # 12 & 35 e congedarsi con gli undici minuti filati della sognante, favolistica Sad Eyed Lady Of The Lowlands (un unico brano a occupare una facciata: nessuno aveva mai osato). In mezzo c’è parecchio blues (affilato in Pledging My Time, dinoccolato in Leopard-Skin Pill-Box Hat, striato di jazz e country in Temporary Like Achilles), ci sono shuffle chiesastici (Memphis Blues Again) e valzerini (4th Time Around), c’è il primo country-punk di sempre (Jason & The Scorchers non dovranno eccedere in foga per fare loro Absolutely Sweet Marie). Più di tutto, ci sono le gentili allucinazioni di Visions Of Johanna, una memorabilissima canzone d’amore come I Want You, romantica e spumeggiante, e la canzone definitiva di non-amore: Just Like A Woman.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. A oggi sono passati esattamente cinquantun anni dall’uscita di  “Blonde On Blonde”.

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Mark Eitzel – Hey Ferryman (Decor)

Non contando gli oscurissimi primi passi post-adolescenziali e post-punk con Cowboys e Naked Skinnies (e una cassetta autoprodotta da solista), Mark Eitzel è sotto i riflettori dal 1985, l’anno di “The Restless Stranger”, debutto degli American Music Club. Da allora e per un intensissimo, abbondante quarto di secolo ha buttato fuori dischi a getto continuo, molti alla testa del gruppo summenzionato (scioltosi a metà ’90, il Club si riformava da lì a un decennio per un paio di apprezzabili postille a un romanzo formidabile) e ancora di più usando la propria identità anagrafica. Catalogo ineguale ma con apici di enorme pregio che, al netto di uno sfortunato flirt con la discografia maggiore all’epoca in cui il successo dei Nirvana dava a tutti una possibilità, lo ha reso il più tipico degli eroi “di culto”: come un Morrissey californiano, con Raymond Carver in luogo di Oscar Wilde come modello esistenziale ed estetico. Per chi ne ha seguito la vicenda biografica con l’affetto che si deve ai “beautiful losers”, l’insolito e prolungato – cinque anni – silenzio andato dietro al precedente “Don’t Be A Stranger” non è stato una sorpresa. Quello usciva dopo che per poco un infarto non si era portato via l’artefice e che il nostro uomo abbia rallentato ci sta.

Inconsuetamente atteso, “Hey Mr Ferryman” premia i cultori con una dozzina di canzoni nella media alta del repertorio. Regia e chitarra solista (sopra le righe, con gusto talvolta glam) dell’ex-Suede Bernard Butler, si destreggia fra lo scanzonato folk-rock di The Last Ten Years e la dolcissima ninnananna Sleep From My Eyes, nell’ampio arco compreso, per tramite del blues Mr Humphries, fra una An Angel’s Wing… che potrebbe essere di Caetano Veloso e i National in fregola latina di La llorona.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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