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I migliori album del 2021 (5): Allison Russell – Outside Child (Fantasy)

Per essere formalmente un’esordiente Allison Russell, da una Montreal tanto amata da intitolare il primo brano di questo primo lavoro da solista, ha un cv da paura: cinque album fra il 2003 e il 2010 con le Po’Girl, trio al femminile con Trish Klein e Diona Davies, caratterizzati da un raffinato mix di country, blues, folk e rock, con un tocco di jazz a impreziosire; e poi altri tre fra il 2012 e il 2018 con i Birds Of Chicago, duo con JT Nero (sodalizio che da artistico si farà sentimentale; i due oggi sono sposati) che al mix di cui sopra aggiungeva gospel e soul. Ingredienti più o meno tutti presenti, in diverse combinazioni e percentuali, in “Outside Child”, e a fare la differenza rispetto a un passato già… ahem… di tutto rispetto sono due elementi: una sensibilità pop mai così evidente in precedenza (almeno cinque o sei di queste undici canzoni vi resteranno in testa già dopo il primo ascolto) e da intendersi nel senso ecumenico e non in quello volgarizzante dell’espressione; un livello della scrittura (la Russell firma due brani da sola e gli altri a sei mani con Nero e Jeremy Lindsay) mai così alto. Stellare. Valorizzato vieppiù da una voce nel pieno della maturità, dagli arrangiamenti calibratissimi (favolosi gli inserti di clarinetto, suonato dalla stessa Russell) e da una registrazione eccelsa.

Non vi è traccia che non meriterebbe la citazione. Con lo spazio che scarseggia e per indirizzare il lettore a un primo assaggio, chi scrive segnala sopra il resto la sognante Montreal, una scanzonata Persephone, una The Runner che ribadisce l’onnipresenza dei Fleetwood Mac di “Rumours” nel pop-rock odierno, una All The Women più dalle parti di New Orleans che di Montreal e l’arcaico folk Little Rebirth.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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I migliori album del 2021 (14): The Weather Station – Ignorance (Fat Possum)

Più che un gruppo (per le sue fila sono passati diversi musicisti e solo per un breve periodo la formazione si è mantenuta stabile) Weather Station è lo pseudonimo dietro cui si cela la canadese Tamara Lindeman, oggi trentaseienne e al tempo dei suoi vent’anni indecisa fra settima arte e sette note. Avrete inteso cosa sceglieva alla fine, benché nel frattempo cinema e TV (che non ha comunque abbandonato del tutto) le avessero già regalato belle soddisfazioni, con ruoli importanti e più di un premio. Per certo una che non soffre di paura del palcoscenico si approcciava alla ribalta musicale frequentando la vivace scena folk di Toronto. Esordio in lungo datato 2009, lo scarno “The Line” ne evidenzia le doti, oltre che di autrice e cantante, di chitarrista e banjoista. Per il successivo “All Of It Was Mine”, del 2011, c’era chi tirava in ballo come altisonanti numi tutelari Doc Watson e Bert Jansch, mentre nel 2015 con “Loyalty” il folk si faceva a tratti folk-rock e non solo per la provenienza geografica dell’artefice venivano azzardati paragoni con Joni Mitchell. Non a caso omonimo, nel 2017 “The Weather Station” espandeva assai la paletta sonica, con ritmiche schiettamente rock e arrangiamenti d’archi.

Compie ulteriori e decisi passi avanti in tal senso “Ignorance”, come evidenziano subito la battuta hip hop e le coloriture jazz di Robber. Opera solida quanto variegata, svelta a catturare ma capace di svelare a ogni ascolto dettagli sfuggiti al precedente. Un poker d’assi calato all’esatto centro del programma con una Parking Lot mediana fra Joni Mitchell e i Fleetwood Mac, una Loss sottratta con destrezza a Kate Bush, un singolo perfetto quale Separated e una Wear di afflato Young Marble Giants prima di – elegantemente – raddensarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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I migliori album del 2021 (15): James McMurtry – The Horses And The Hounds (New West)

Il decimo lavoro in studio del texano James McMurtry (produzione parca; l’esordio data 1989) è il primo a uscire dopo la morte di quell’altro McMurtry lì, quello famoso, romanziere, saggista e autore per cinema e TV, vincitore di un Pulitzer, un Oscar per la sceneggiatura di Brokeback Mountain e tredici per film ispirati da sue opere: Larry, insomma, papà di James e colui che gli regalava la prima chitarra, scomparso ottantaquattrenne lo scorso 25 marzo. Vano sarebbe però cercare in esso accenni al luttuoso evento, per due ragioni: una è che il disco è stato inciso prima e la pubblicazione posposta per la difficoltà a promuoverlo, causa pandemia; e l’altra è che James ha sempre rigettato l’autobiografismo. “Proprio come mio padre, scrivo fiction. Lui lo faceva in prosa, io in versi”. Da subito accompagnati da spartiti all’altezza, tanto che per la regia del debutto “Too Long In The Wasteland”, acclamato (ritenuto epocale, persino) più dalle nostre parti che dalle sue, si scomodava John Mellencamp.

Con “The Horses And The Hounds” va in scena il curioso spettacolo di un (cant)autore quasi sessantenne che viene scoperto all’improvviso e ritenuto “hip” dalla critica “à la page” (per dire: megarecensione su “Pitchfork”). Quando in esso sostanzialmente il nostro uomo fa ciò che ha sempre fatto, magari mettendoci un po’ di verve rock più della media, con un formidabile dittico di apertura, Canola Fields e If It Don’t Bleed che si potrebbe attribuire al compianto Tom Petty (e pure quello conclusivo, What’s The Matter/Blackberry Winter gira da quelle parti), laddove Decent Man è 50% Lou Reed e 50 Johnny Cash. Con Ft. Walton Wake Up Call, fra talking e rap, potrebbe persino scapparci la hit. Meglio tardi che mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento (Wichita)

All’anagrafe di quella Brescia che le dava i natali questa artista giovanissima all’esordio in lungo dopo un discreto numero di esercizi preparatori (un singolo con gli Working Men’s Club prima che il leader Sydney Minsky-Sargeant optasse per un sound elettronico piuttosto che chitarristico e le strade allora si separavano; e poi un paio di EP già su Wichita e diverse altre canzoni pubblicate solo sul web: piccolo catalogo da cui  riprende giusto un paio di brani) è registrata come Giulia Bonometti. È Julia Bardo da quando si arrendeva al fatto che in Gran Bretagna, dove vive da ormai diversi anni, quel cognome di quattro sillabe risultava impronunciabile a tutti. Lo pseudonimo indicazione di dove si collochino la precedente produzione e “Bauhaus, L’Appartamento”, ossia nell’ambito di un cantautorato di ascendenze folk? Bardo come sinonimo di “menestrello”? Abbastanza, siccome in queste dieci canzoni il folk è più che altro un’ispirazione, un’idea, una suggestione, un prefisso non sempre presente e cui quando c’è regolarmente bisogna aggiungere “rock”, o “pop”.

Vale per The Most, strategicamente sistemata a inaugurare essendo l’articolo più melodicamente memorabile come per la languida In Your Eyes e una Goodbye Tomorrow altrettanto astutamente, epidermica com’è, quasi quanto l’incipit, collocata a congedo. Il meglio, i brani che sul subito colpiscono meno ma sui quali si torna più volentieri, sta però nel mezzo: negli influssi velvetiani che impregnano The One e It’s Okay (Not To Be Okay), nel dream pop tendente all’inquietante di Do This To Me, una scia di feedback a suggellarlo, e Impossible, da cui, sepolti nel denso finale, emergono recitati i soli versi in italiano. È un debutto più che promettente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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L’inarrestabile ascesa di Joan Armatrading

Inarrestabile la cantautrice di Saint Kitts (Indie Occidentali; ma il passaporto è britannico) dacché nel 1976 un album omonimo che è però già il suo terzo insuffla in uno stile garbatamente folk-pop, e con al più un profumo di jazz, nerbo rock. E poi: anima soul che non si nega a funk ed errebì e un più disinvolto collegarsi alle radici caraibiche. Non si può dire sia un crescendo solo perché già “Joan Armatrading” è splendido splendente e scegliere fra i successivi “Show Some Emotion” (1977), “To The Limit” (1978; per il quale optiamo), “Me Myself I” (1980) e “Walk Under Ladders” (1981) è questione di preferire questa canzone a quella. Sono tutti dischi baciati nel Regno Unito da vendite eccellenti e che guadagnano alla Armatrading qualcosa più che un culto anche negli USA. Peccato che “The Key” nell’83 banalizzi la formula alla ricerca di un successo ancora più ampio, che sembrerebbe arrivare ma non dura. Né l’ispirazione tornerà mai ai livelli di quest’era aurea.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Joan Armatrading oggi ne fa settantuno ed è ancora molto, molto in gamba (la foto è di Clive Arrowsmith).

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Tim e Jeff Buckley – Una fantasmagoria di due

La prima volta che Jeff Buckley cantò in pubblico fu per una platea di una persona, l’amica Carla Azar che era andato a trovare nella sua casa di Los Angeles. La lasciò stupefatta per cominciare proprio perché era una novità: formidabile chitarrista, Jeff, e con il dono che è di pochi di sapere subito cavare qualcosa da uno strumento che non si è mai maneggiato, ma nessuno lo aveva sentito cantare neppure in sala prove benché di gruppi ne avesse a quel punto già collezionati diversi, in ambiti vari quanto distanti. E che voce stava tirando fuori! Capace di passare in un battito di ciglia da un falsetto esilissimo a calde tonalità tenorili, a uno squassante urlo primordiale. E che bella canzone poi. “Stupenda. L’hai scritta tu? ” “No, è un pezzo di un altro”, fa Jeff, che al solito evasivo non rivela da dove arrivi quel brano, né di chi sia. Cambia discorso.

La seconda volta che Jeff Buckley cantò in pubblico, ma in pubblico davvero, fu mesi dopo, sei o forse otto, e fra le centinaia di spettatori stipati il 26 aprile 1991 nella St. Ann’s Church di Brooklyn, New York, non ve n’era uno che non riconoscesse alle prime note quel medesimo pezzo. E chissà quanti restarono senza fiato non soltanto per quella voce così incredibilmente simile a una familiare e venerata ma per la scelta di cominciarlo così uno struggente omaggio da figlio abbandonato a genitore rimosso. Quel bimbo “fasciato di amare storie e mal di cuore/mendico di un sorriso, anche uno solo” si era fatto grande e cantava la canzone che suo padre aveva scritto a sua madre per giustificare di averli abbandonati entrambi: “Non so nuotare nelle tue acque/né tu camminare nelle mie terre./Navigherò solitario tutti i miei peccati e scalerò le mie paure/e presto, subito spiccherò il volo./Non ho mai chiesto di essere la tua montagna”. Se si può dire che I Never Asked To Be Your Mountain sia una canzone d’amore, e sublime, è solamente nel senso che a tale parola può dare il narcisista, che non può amare con tutto il cuore che se stesso. Nondimeno a fustigare l’ipocrisia di un individuo che fugge dai suoi doveri, accampando scuse puerili, se ne coglie un aspetto che non è il principale. Più ancora di se stesso, Tim Buckley venerava l’Arte e fu fondamentalmente all’Arte che sacrificò Jeff. Forse con la speranza che un giorno avrebbe capito. Capirà. Qui si racconta di due uomini che nacquero vecchi e morirono prima di diventare adulti. Però vivranno per sempre.

Eternal Life

Se questo fosse veramente, come sosteneva Leibniz (Voltaire avrà a che ridire), il migliore dei mondi possibili Tim Buckley quel fatale 29 giugno 1975, una domenica pomeriggio che veniva dopo un sabato in cui aveva colto un trionfo concertistico come non gli accadeva da lungi, si sarebbe fatto dare un passaggio dal bassista Jeff Eyrich dritto fino a casa sua. Avrebbe abbracciato la moglie Judy e chiacchierato un po’ con il figlio di lei (e da cinque anni molto anche di lui) Taylor. Magari l’avrebbe accompagnato al cinema, invece di lasciare l’incombenza alla zia Michelle e a quel Maury Baker già suo batterista. O forse sarebbe andato a dormire per qualche ora per quindi, ritemprato, rimettere mano all’ambizioso progetto da poco posto in pista con il paroliere dei tempi belli, Larry Beckett: un concept ispirato da Joseph Conrad. Ma invece che a Santa Monica si faceva portare a Venice, da Richard Keeling. Etnomusicologo e spacciatore. A casa sua ci arriverà tre ore dopo. Farneticante, a carponi negli ultimi metri. Moriva così un uomo che aveva saputo volare. Prima di cremarne il corpo lo sottoposero ad autopsia e altro che l’infarto di cui si era pietosamente parlato in un succinto comunicato della Associated Press, contenente diverse altre inesattezze e ripreso dal “Los Angeles Times”: era pieno di alcool e soprattutto di eroina.

Se questo fosse sul serio il migliore dei mondi possibili, poi, Jeff Buckley il 29 maggio 1997 non si sarebbe perso girando in furgone (alla guida l’amico Keith Foti) per le strade di Memphis alla ricerca della sala nella quale nelle settimane seguenti avrebbe dovuto rifinire, con il gruppo, i pezzi del secondo album. E di conseguenza non avrebbe mai commesso la triplice imprudenza (i due ragazzi si fermavano a raccogliere le idee) di immergersi nelle acque luride e infide del Wolf River al crepuscolo, vestito, anfibi ai piedi. Sommerso dalla risacca provocata da un incrociarsi di battelli, manco riusciva a chiamare aiuto e furono così le parole di una canzone, Whole Lotta Love, le ultime che gli uscirono di bocca. Se ne andava insomma cantando. Il fiume ne restituirà il cadavere il 4 giugno e ci sarà allora un certificato medico a sanzionare che non aveva bevuto né assunto droghe. Previdente, Mary Guibert prima che le spoglie venissero ridotte in cenere chiedeva un test del DNA. A evitare “cause di presunta paternità a carico della vittima, che aveva viaggiato in tutto il mondo ed era molto popolare in Francia e Australia”. Cuore di mamma!

Nell’ipotetico universo di cui sopra, Tim non avrebbe sniffato quella merda, si sarebbe definitivamente ripulito e avrebbe forse scoperto che era possibile sopravvivere ─ artisticamente ─ a “Goodbye And Hello” e persino a “Starsailor”. Avrebbe spalancato porte e steso tappeti per Jeff, che sarebbe ancora fra noi. Però mai nessuno ha completamente torto o ragione (nemmeno Voltaire) e questo non sarà il miglior mondo possibile ma bisognerebbe sempre ricordarsi che, be’, poteva andare peggio. Tim Buckley poteva non averlo un figlio. Jeff poteva non fallire una almeno fra le tante audizioni cui si sottopose ─ i Murphy’s Law! gli Agnostic Front!! Mick Jagger!!! ─ e oggi sarebbe vivo, sì, ma soltanto un altro stronzo eroe della chitarra.

Nella saga maledetta e magnifica dei Buckley (a tredici anni dalla scomparsa del secondo ci si può azzardare a dirlo: un terzo non c’è, non ci sarà) al di là del valore che si stenta a commensurare del lascito a impressionare sono le similitudini caratteriali: medesimo l’atteggiamento di insofferenza verso l’industria discografica, uguale il confronto conflittuale con una fama insieme corteggiata e respinta, coincidente il rapporto con l’altra metà del cielo ed è il dettaglio che più disturba, dolorosamente. A seguirne le vicende ponendole in parallelo, finisci per confondere Tim e Mary con Jeff e Rebecca, Joan con Judy. Eppure il figlio passò quasi intera l’esistenza a cercare di differenziarsi dal padre. Ci vorrebbe uno psicanalista. Non lo sono. Per quanto possibile in queste pagine parlerò dunque solo di musica. Comunque tanta roba.

Prosegue per altre 55.115 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.35, inverno 2010. In un mondo migliore del nostro Jeff Buckley compirebbe oggi cinquantacinque anni.

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Alla ricerca della bellezza assoluta – La PJ Harvey ecumenica di “Stories From The City, Stories From The Sea”

È parecchio diverso dal mio primo paio di album, di gran lunga più melodico, con un suono più tondo e pieno. Quei miei primi lavori erano per così dire in bianco e nero, decisamente estremi. Questo è molto più sofisticato. È come se avessi preso tutti i dischi precedenti e li avessi sintetizzati in uno”: così PJ Harvey raccontava il suo quinto lavoro in studio, “Stories From The City, Stories From The Sea”, a Steve Appleford del “Los Angeles Times” in un’intervista pubblicata il 29 ottobre 2000, probabilmente la prima ad apparire sulla carta stampata visto che l’album non aveva raggiunto i negozi che il 24 di quello stesso mese. Fotografando piuttosto accuratamente (convenientemente non sottolineava che, ancor più che riassunto delle puntate precedenti, il disco si porgeva come il suo primo iscrivibile a un canone di rock “classico”) un album distante ben più che rispettivamente otto e sette anni dai ruvidi quanto epocali “Dry” e “Rid Of Me”, ma non così tanto da “To Bring You My Love” del ’95. Laddove a “Is This Desire?”, del ’98, tutti appiccicano l’etichetta “interlocutorio” e ci sarà un perché. Così come evidentemente c’è un perché se a oggi proprio “To Bring You My Love” e “Stories From The City, Stories From The Sea” risultano i due titoli più venduti di Polly Jean: intorno al milione di copie cadauno. Era dunque pure un po’ un mettere le mani avanti quello dell’allora trentunenne cantautrice del Somerset, anticipando il senso di delusione che coglieva tanti dei cultori della prim’ora di fronte a un disco che, passo avanti o a seconda dei punti di vista indietro, le guadagnava sì nuovi estimatori ma gliene faceva perdere di vecchi. Da lì a qualche mese parlando con il mensile britannico “Q”, probabilmente confortata dal buon riscontro di pubblico a fronte di una critica per la prima volta non unanimemente apologetica, PJ era più esplicita: “Desideravo che avesse un impatto piacevole. Se in ‘Is This Desire?’ e ‘To Bring You My Love’, che sono più oscuri, inquietanti, se vuoi respingenti, avevo sperimentato sonorità disturbanti, con ‘Stories…’ ho cercato di fare l’opposto. Ho pensato, no, voglio la bellezza assoluta. Voglio che questo disco canti, e voli, e sia pieno di riverbero e ricchi strati di melodia. Voglio che sia il mio lavoro più sontuoso e adorabile”. Impresa portata a compimento e dell’essere riuscito alla Harvey di passare dall’universo “alternative” al mainstream senza perdere credibilità dava riscontro la candidatura dell’album (peraltro la terza per la titolare) al Mercury Prize. Vittoriosa e non potrà mai dimenticare il momento in cui riceveva la telefonata con cui glielo comunicavano. In tour negli Stati Uniti, alloggiata quel giorno in un albergo a Washington DC con vista sul Pentagono, apprendeva la notizia mentre incredula come il resto del mondo ma lei da poche centinaia di metri osservava l’edificio suddetto in fiamme, appena colpito da un aereo civile dirottato. Avrà inteso il lettore: era l’11 settembre 2001.

Da lì a undici anni PJ Harvey si aggiudicherà di nuovo, con “Let England Shake”, il prestigioso riconoscimento e finora, nella quasi trentennale storia del Mercury, il suo nome è l’unico a figurare per due volte nell’albo d’oro. Ormai autentica istituzione culturale a quel punto e strano che il successivo e parimenti magnifico “The Hope Six Demolition Project”, del 2016, non sia stato inserito a suo tempo nell’elenco dei contendenti. Ancora attendiamo un seguito, con qualche timore dovuto all’impressione che i tanti interessi che coltiva stiano portando l’artista non diremmo lontana dalla musica ma a considerarla solo uno dei tanti fronti su cui impegnarsi. O, piuttosto, che l’ispirazione si stia inaridendo. Che la consapevolezza di doversi confrontare ogni volta con un catalogo di fenomenale consistenza media stia inibendo Polly Jean dall’aggiungervi articoli che difficilmente potrebbero rientrare fra i più rilevanti. Sia come sia: da un anno in qua è in corso un’operazione di restauro del suddetto catalogo che procede di pari passo con la pubblicazione per la prima volta, in separata sede, dei demo che ogni volta funsero da punto di partenza per ciascun disco. L’esegeta si sarà già messo in casa, con quelli dei predecessori, i provini di “Stories From The City, Stories From The Sea”. Il semplice vinilomane non disponibile a sborsare i minimo cento euro che costa un esemplare d’epoca dell’album regolare sarà invece lieto di apprendere che adesso per meno di trenta (che comunque non sono pochi, eh? soprattutto considerando che il CD te lo tirano dietro a cinque) potrà aggiungere alla sua discoteca una copia (non cambia la griffe: Island) splendidamente suonante.

Non è questo l’album migliore di PJ Harvey (la giurisprudenza si divide al riguardo fra “Rid Of Me” e “To Bring You My Love”), ma è certamente quello che si porge in maniera più ecumenica, che pure l’appassionato di rock legato ai suoi stilemi più consolidati può apprezzare. Da subito, da una Big Exit marcatamente Patti Smith, la più innodica, e da un’ancora più orecchiabile Good Fortune che potrebbe essere dei Pretenders e nel cantato l’omaggio appare esplicito. Proseguendo con la romantica A Place Called Home, la sospesa e sferzante insieme One Line e lo scheletrico folk per chitarra, voci (in entrambi i brani la seconda è Thom Yorke) e ambienza Beautiful Feeling e una viceversa rabbiosa e granitica (e in tal senso un tuffo nel passato dell’artefice) The Whores Hustle And The Hustlers Whore. Fine della prima facciata. La seconda si apre con la dolcissima This Mess We’re In (terza e ultima ospitata del cantante dei Radiohead) e dopo la vivace ballata in zona R.E.M. You Said Something concede un altro ritorno sui suoi passi alla riot grrrl che fu con la scorticata Kamikaze, prima di un ulteriore e stavolta duplice inchino, This Is Love e (persino il titolo ammicca) Horses In My Dreams, a Patti Smith. Peccato per un suggello un filo piatto, We Float, ma a riascoltarlo a oltre vent’anni dall’uscita il disco “newyorkese” (lo concepiva lì, anche se poi lo registrerà in patria) di PJ Harvey risulta non soltanto invecchiato con grazia ma nettamente migliore di quanto non sembrò a molti (compreso chi scrive) quando uscì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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David Crosby – For Free (BMG)

Davvero: non si sa se essere più furiosi con David Crosby per i decenni in cui si buttò via abusando di alcool, eroina, cocaina e quant’altro (ineffabilmente, oggi che in California è legale commercializza con il suo nome una marijuana che gli intenditori considerano fra le migliori sulla piazza) o essere più felici, per lui e per noi, che incredibilmente sia riuscito a sopravvivere a quegli anni folli e ai successivi e gravissimi problemi di salute che l’hanno afflitto come strascico degli stravizi. Che, ancora più incredibilmente, stia vivendo da un decennio in qua (ma prodromi di rinascita si erano manifestati già all’incrocio fra il secolo vecchio e l’attuale con il progetto CPR) una luminosissima… quarta giovinezza.

Per il suo ottantesimo compleanno il vecchio Croz si è regalato, con qualche settimana di anticipo, un album che è sorta di gemello (solo, più conciso: se i brani in scaletta in entrambi sono dieci quello superava i cinquanta minuti, questo non arriva a trentotto) del precedente (2017) “Sky Trails”. Per dire: anche qui il programma comprende una cover dell’amica di sempre Joni Mitchell (tocca stavolta a una pianistica For Free, che ha pure l’onore di intitolare il disco). Anche qui ci sono brani di impronta Steely Dan e curiosamente lo è di più Ships In The Night che non Rodriguez For A Night, cui Donald Fagen ha offerto il proprio apporto compositivo. E il resto sono meraviglie da un Laurel Canyon dell’anima: su tutte una I Think che potrebbe giungerci dai primi due LP in trio con Crosby e Nash e una Shot At Me che sarebbe potuta stare su “If I Could Only Remember My Name”. Addirittura. L’unico cruccio è che il tempo inevitabilmente, inesorabilmente scorre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

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Lone Star State Of Mind (in memoria di Nanci Griffith)

Sfogliando l’ultimo numero di “Blow Up” apprendo con grande ritardo e dispiacere che lo scorso 13 agosto ci ha lasciato, oltretutto alquanto prematuramente, un’autrice e interprete della quale mi capitò spesso di scrivere e sono difatti ben cinque le recensioni che posso recuperare dai miei archivi. Non giungo ad annoverare Nanci Griffith fra le artiste che mi hanno cambiato la vita ma per certo mi ha donato ore piacevoli, emozioni non da poco.

Lone Star State Of Mind (MCA, 1987)

Da sempre artista più di culto che di massa, apprezzatissima da colleghi e colleghe cui ha regalato più successi di quanti non ne abbia avuti lei in prima persona (uno per tutti: Listen To The Radio, portato in classifica da Kathy Mattea), Nanci Griffith si muove nell’ambito di un country con poco a che vedere con gli stereotipi nashvilliani, senza un eccesso negli arrangiamenti, più prossimo a Steve Earle o a Lyle Lovett che a Garth Brooks, memore della lezione di Gram Parsons, che si è abbeverato e tuttora si abbevera alle fonti di Bob Dylan e John Prine e ha aperto la strada a interpreti moderni quali Wilco e 16 Horsepower. Fra i diversi articoli di livello di un catalogo senza cadute, abbiamo scelto quello che fu il primo di quattro LP per la MCA. Disponibile dal 2003, oltre che singolarmente, in un economico doppio, “The Complete MCA Studio Recordings”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra” n.19, autunno 2005.

The Complete MCA Studio Recordings (MCA Nashville, 2003)

Festeggia bene i suoi cinquant’anni benissimo portati Nanci Griffith, con un doppio CD che a parte un live raduna tutto quanto pubblicò, in quattro album, per la MCA fra il 1987 e il 1991, con la gradita aggiunta di tre rarità fra cui una brillante Wooden Heart tratta dal tributo a Presley (“The Last Temptation Of Elvis”) organizzato dal “New Musical Express”. Artista più “di culto” che di successo vero, la Griffith, e difatti dopo l’esperienza major, cui giungeva dopo un poker di LP per piccole quando non minuscole case specializzate, tornerà in alveo indipendente dove tuttora naviga: nondimeno apprezzatissima, oltre che dallo zoccolo duro del fandom, da colleghi e colleghe che spesso e volentieri hanno pescato nel suo repertorio talvolta tramutandolo in oro (ci pensava ad esempio Kathy Mattea a portare in classifica Listen To The Radio), o di cui ha a sua volta ripreso (l’interprete vale non meno dell’autrice, cioè parecchio) qualche brano. Ci si imbatte in nomi importanti scorrendo i crediti di “The Complete MCA Studio Recordings”: Phil Everly, Billy Joe Walker, Bernie Leadon, Albert Lee, Jerry Donahue, Tanita Tikaram.

L’ambito è quello di un country che a dispetto della ragione sociale dell’etichetta che riedita queste quarantasei canzoni ha in realtà poco a che vedere con gli stereotipi nashvilliani. Sobrio negli arrangiamenti, devoto a Gram Parsons come a John Prine, prossimo a Steve Earle e Lyle Lovett per citare campioni di una generazione successiva, sa porgersi con una grazia che non ne depotenzia l’intensità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.238, settembre 2003.

Winter Marquee (Rounder, 2002)

Racconta la Griffith nel libretto di questo live (non il primo in una carriera del resto ormai venticinquennale) di avere imparato a suonare la chitarra da bambina guardando un programma in TV. La prima canzone che apprese? La sigla della trasmissione, un pezzo di quell’irrisolto e tragico Bob Dylan + Che Guevara che fu Phil Ochs, What’s That I Hear. Incredibile, ma vero, è che non ne avesse mai inciso una versione finora, e dire che della sua folta discografia fanno parte due album tutti di materiali altrui. Si trattava allora di pagare un debito e si cominciò a registrare i concerti del tour della scorsa primavera giusto per mettere su nastro quella canzone lì. Avrete inteso come è andata a finire: un CD discretamente pieno (quattordici brani e quasi un’ora di durata; deplorevole però che la versione in DVD contenga quattro canzoni in più, una delle quali inedita) che può essere un’ottima introduzione, con il suo sapiente alternare cover, classici conclamati e brani ingiustamente poco considerati oppure nuovi, a questa signora del country meno appiattito sui suoi stereotipi.

What’s That I Hear, di cui vengono esaltate le qualità melodiche, è il penultimo titolo in scaletta e precede il caracollante passo di White Freight Liner dell’amatissimo Townes Van Zandt. Le altre tre cover presenti sono una languida e calorosa Speed Of The Sound Of Loneliness di John Prine, una Boots Of Spanish Leather di Bob Dylan di sommessa epicità e la sognante Good Night, New York di Julie Gold (Emmylou Harris vi è ospite). Il resto sono originali di spigliata cantabilità (più di tutti Listen To The Radio) e sentimento ed eleganza sommi. Un disco delizioso.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.512, 3 dicembre 2002.

Hearts In Mind (New Door/Universal, 2004)

Se dopo essere sembrata per una vita una ragazzina Nanci Griffith sulla copertina di “Hearts In Mind” comincia per la prima volta a dimostrare gli anni che ha, e che non sono pochi (essendo io un gentiluomo e lei una signora non vi dirò quanti; solo che il primo LP risale al 1978), l’album con cui torna in area major dopo avere trovato ospitalità alla Rounder per il precedente “Winter Marquee” non evidenzia viceversa ruga alcuna: maturo come ha da essere il lavoro di chi fa dischi da un quarto di secolo, però con una vivacità da esordiente.

In Italia la Griffith è poco conosciuta, un prezioso segreto per quanti frequentano quel cantautorato che può essere iscritto in area country ma del country nashvilliano, per noi indigeribile quanto di enorme successo là, rigetta stereotipi e orpelli. Un po’ diversamente vanno le cose negli Stati Uniti, se è vero che, fra due soggiorni in ambito indipendente, per tre lustri filati è stata domiciliata presso due diverse multinazionali e ora ritrova casa presso una terza. “Hearts In Mind” ha le carte in regola per propiziarne il rilancio, generoso com’è di brani immediatamente memorabili e da subito, dalla ballatona Simple Life, che persino sulle radio più conservatrici (che Nancy l’hanno in uggia anche per certe sue prese di posizione) potrebbe trovare frequenti passaggi. Il che non toglie che delle tredici canzoni in programma sia quella cui si potrebbe rinunciare senza grandi rimpianti, mentre al contrario spiacerebbe davvero fare a meno di una Angels di fragranze ispaniche, di una Heart Of Indochine che ricorda Norah Jones come di una Beautiful che rimanda all’altra Jones, Rickie Lee, di una scintillante e gigiona I Love This Town o del tex-mex Last Train Home. Ad esempio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.252, dicembre 2004.

Ruby’s Torch (Rounder, 2006)

Fra poco trentennale la carriera di Nanci Griffith, quarantennale se si conta dacché cominciò a cantare in locali di Austin nei quali legalmente nemmeno avrebbe avuto il diritto – dal basso dei suoi entusiastici quattordici anni – di entrare. Tutto questo tempo e diciassette album in studio e due dal vivo dopo (con una prevalenza di uscite major ma anche diverse in alveo indipendente, questa compresa) la Griffith sa ancora stupire e deliziare. Tutto questo tempo dopo resta nel cuore soprattutto una fan, e dunque un’interprete, e in seconda battuta un’autrice sopraffina con il curioso destino di cogliere i successi più grandi – lei che Nashville non ha mai accettato del tutto, lei che meriterebbe di vedersi annoverata fra le influenze dell’alt-country e invece no – per interposta persona. Era ad esempio Kathy Mattea a portare in classifica prima Love At The Five & Dime, poi Listen To The Radio, mentre a rendere una hit Outbound Plane provvedeva Suzy Bogguss. Già due i suoi dischi fatti interamente di rivisitazioni di “Other Voices” e altre le ha sparse un po’ ovunque. “Ruby’s Torch” è quasi – delle undici canzoni che allinea Nanci ne ha scritte due – il terzo. Indice di continuità? Un’altra celebrazione delle radici folk? Uno squisito esperimento invece, “un sogno fattosi realtà”, spiega nel libretto.

Lo avrete intuito dal titolo. È una raccolta di “torch songs”, fra le altre ben tre di Tom Waits e la classicissima In The Wee Small Hours Of The Morning (che conoscerete da Sinatra), rese con raffinato sentimento. Con archi e ottoni a prevalere per una volta sulle chitarre. Roba che sulla copertina dovrebbero attaccare un adesivo con il nome del whiskey da abbinare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.275, gennaio 2007.

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Bruce Springsteen – L’ultimo romantico del rock’n’roll

Il 2002 si segnalava come un anno propizio come pochi per celebrare l’uomo di Freehold nato per correre. Lo si sarebbe potuto fare sul numero estivo di “Extra”, prendendo a spunto il trentennale dell’incisione del suo primo 33 giri, oppure su quello invernale se a data simbolo dell’inizio di una storia capace tuttora di esaltare si fosse voluta designare quella della pubblicazione (5 gennaio 1973) di “Greetings From Asbury Park”. A toglierci dall’imbarazzo ha provveduto qualche mese fa la notizia che un nuovo album del nostro uomo era in uscita a metà estate. È stato giusto attenderlo. Ed è stato magnifico scoprire che il ritorno in studio con la E Street Band a diciotto anni da “Born In The U.S.A.” ha saputo regalarci (già lo aveva fatto l’eccellente live newyorkese dello scorso anno, ma quello era più che altro una parata di bei ricordi) lo Springsteen che a un certo punto dubitammo che avremmo più ascoltato: l’ultimo romantico del rock’n’roll, l’ultimo custode autorizzato del suo Verbo. E l’ha fatto alla maniera di Bruce, uno la cui musica ha sempre vissuto più di evoluzioni che di rivoluzioni. “The Rising” si inserisce perfettamente nel suo canone e nel contempo lo aggiorna. La forza di Springsteen (cosa tanto più notevole per un tradizionalista come lui) è che non è mai rimasto fermo. La forza di Springsteen è che è stato capace di crescere e che con lui sono cresciuti quanti, ascoltandolo, l’hanno inteso. Non una faccenda che lo riguardi il complesso di Peter Pan che storicamente affligge una musica che si ostina a volere essere detta “giovane”.

My City Of Ruins

Sarà che mai si era ascoltato tanto Springsteen “ufficiale” come nel triennio 1998-2001: prima i quattro CD di “Tracks”, con sessantasei brani di cui cinquantasei mai licenziati in precedenza con i crismi della legalità (con l’appendice ancora di tre canzoni non presenti altrove incluse nel sunto in un solo compact del cofanetto); poi i due del “Live In New York City” e anche qui, fra la ventina di articoli in catalogo, un paio di preziosi inediti, freschi di conio stavolta, e alcuni cavalli di battaglia tanto trasfigurati da sembrare composizioni nuove. Fatto è che “The Ghost Of Tom Joad” pareva una faccenda di ieri l’altro e invece sette anni sono trascorsi dacché venne pubblicato, due in più di quelli che separarono “Tunnel Of Love”dall’accoppiata “Human Touch”/“Lucky Town” e dunque il periodo più lungo lasciato trascorrere dal nostro uomo fra un album e il suo successore. Che diamine! Un arco di tempo che, da solo, rappresenta quasi un quarto della sua carriera discografica. Lo stesso che gli bastò per arrivare dall’esordio “Greetings From Asbury Park” a “The River”, LP numero cinque e doppio per di più e vogliamo dire della querelle con Mike Appel che lo tenne fermo un anno e di due dischi “perduti”? Attesa infinita dunque, anche se non è sembrato, ma che è valso la pena consumare inseguendo giorni di gloria per poi scoprire che Bruce Springsteen si rifiuta ancora di vivere di nostalgie e resta un personaggio centrale per il rock e per l’America, con tanto da dire, oggi come vent’anni fa e con in più l’autorevolezza datagli da una vicenda biografica di straordinarie linearità e coerenza. Quando “The Rising” alla nostalgia avrebbe potuto facilmente arrendersi, visto che era rimpatriata di vecchi compagni, amici, quasi fratelli.

A uno sguardo superficiale parrebbe antipodico rispetto al predecessore, un altro universo almeno quanto “Born In The U.S.A.” rapportato a “Nebraska”. Solo che si scoprì, poi, che quei due album erano frutto della stessa ispirazione, il secondo per gran parte concepito insieme al primo e anche se non fosse stato i legami che li univano a una seconda lettura erano evidenti, al di là della diversissima forma: acustico e depresso l’uno, elettrico e perlopiù esuberante l’altro. Ma abbiamo da allora gustate Atlantic City elettrica e No Surrender e Born In The U.S.A. acustiche e una certa prossimità musicale, al di là di quella (ben più notevole) tematica, è emersa. Come atmosfere “The Ghost Of Tom Joad” e “The Rising” sono anche più lontani, il primo squisitamente folk (ove “Nebraska” era piuttosto rock’n’roll asciugato all’osso), il secondo un ritorno allo spumeggiante rock iniettato di latinità e di soul e ossessionato da Phil Spector di “Born To Run” (e ancora più indietro, fino a “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”), temperato dall’amarezza con una speranza di redenzione di “Darkness On The Edge Of Town”. Chilometrici i testi di quello, fino a prevalere su spartiti che si mettono volutamente in secondo piano, innodici e scarni come forse mai in precedenza quelli di questo ove, alla maniera del blues, tocca alla musica gonfiare di significati parole semplici, piane. Entrambi però, ed è ciò che li rende due facce della medesima medaglia, sono disamine sul pessimo stato di salute del Sogno Americano. Nel 1995 Springsteen raccontava dell’umanità reietta che dal Messico preme sugli Stati Uniti, di povertà e disperazione oltre il sopportabile. Nel 2002 si aggira fra le strade della New York post-11 settembre cercando di trovare ancora, fra le rovine, una ragione per credere. “The Rising” non ha la presunzione di offrire risposte e nemmeno pone domande se non fra le righe. Constata per allusioni l’accaduto, descrive il senso di vuoto e di angoscia del day after e il solo eroismo che celebra è quello del quotidiano. Non fa per Springsteen la retorica patriottarda e quale fastidio dovette provare a vedere tanto mistificata Born In The U.S.A. Accadrà di nuovo, vano farsi illusioni, e basti vedere come è stata fraintesa l’invocazione “come on, rise up” nella drammatica My City Of Ruins cantata al “A Tribute To Heroes” mentre ancora le macerie delle Torri fumavano. Canzone per inciso scritta due anni prima, con in testa la suburbia del New Jersey distrutta dal tracollo delle industrie locali e ditemi voi se non è una tremenda ironia che le sue liriche si prestino perfettamente a descrivere Ground Zero e dintorni. Servirà forse a fare tornare il figlio di Freehold nelle grazie di quanti avevano appena finito di indignarsi per American Skin (41 Shots) o magari no, siccome costoro avranno probabilmente da ridire sul gruppo qawwali pakistano che inaspettatamente, incongruamente, sublimemente apre Worlds Apart e ne conserva fino alla fine, pur fra elettriche spiegate, il possesso. Il nemico portato in casa.

Siderale la distanza che separa il Bruce Springsteen odierno ─ nondimeno: medesimo il pudore ─ da quello che nel 1979 accettava di partecipare al raduno antinucleare “No Nukes” ma non eseguiva nell’occasione la furiosa Roulette, scritta sull’onda dell’emozione suscitata dalla tragedia sfiorata a Three Mile Island, registrata per l’album che sarebbe diventato “The River” ma esclusa dalla scaletta finale e riemersa solo anni dopo, come lato B di un singolo. Il suo schierarsi politicamente, in maniera non ideologica e del tutto a-partitica, sarà accelerato dal maldestro tentativo di sfruttare una popolarità ad apici senza confronti per il rock degli ’80 compiuto da Ronald Reagan nel corso della campagna presidenziale del 1984. Springsteen si divincolerà dall’interessato abbraccio e seguiranno imponenti donazioni a sindacati e associazioni benefiche e ambientaliste, il tour a sostegno di Amnesty International nel 1988 e più in generale un impegno continuo in parole e opere a favore dei lasciati indietro, degli stritolati dagli ingranaggi produttivi. Fino a “The Ghost Of Tom Joad”. Fino alla cronachistica American Skin, resoconto dell’omicidio andato impunito da parte della polizia della Big Apple di un immigrato africano, colpevole soltanto di avere infilato una mano in tasca alla ricerca del portafoglio quando gli erano stati chiesti i documenti. “Credevamo avesse una pistola”, si giustificheranno gli assassini dopo avergli cacciato in corpo quarantuno pallottole. Riconciliatosi con il suo essere un personaggio pubblico, il nostro uomo non ha avuto paura di esporsi alle rabbiose invettive e agli inviti al boicottaggio di settori estesi delle forze del cosiddetto ordine. Puoi chiamarti Ice-T o Bruce Springsteen, ma se negli Stati Uniti tocchi la questione della razza proveranno in ogni modo a fartene pentire.

Sono partito dall’oggi, e mi tocca ora naturalmente tornare indietro e raccontare una sfilza di ieri. Provo un certo imbarazzo a farlo. Un po’ perché già molto mi sono speso in passato per l’eroe di questa storia e in un paio di occasioni (nel 1995, quando collaborai a un numero monografico del bimestrale “Satisfaction”; nel 1998, quando curai un volume della collana “Compact Rock” della Giunti) in maniera parecchio estesa e che posso inventarmi di nuovo? Un po’ perché in tantissimi ne hanno scritto e uno in maniera tanto autorevole, e osservandolo da un punto di vista privilegiato, da rendere superflua qualsiasi trattazione successiva che non si limiti al semplice aggiornamento. Davvero: che dire che non sia già stato detto una-dieci-cento-mille volte? A chi può interessare, quando è poi questo un artista rispetto al quale da sempre le posizioni sono inusualmente nette: si è dei convertiti oppure no. Però ci penso su e mi viene in mente che i diciottenni di oggi erano appena nati quando uscì “Born In The U.S.A.”, che tanti di coloro che mi stanno leggendo andavano all’asilo o alle elementari al tempo di “The River” o di “Nebraska” e non è poi così sicuro che questa vicenda la conoscano. È a uso e consumo del giovin lettore che racconterò e commenterò allora, pur con la speranza di non annoiare il vecchio ed esperto. Ma non dà un infantile piacere risentire favole già note e vedersi confermati nelle proprie convinzioni?

Prosegue per altre 63.672 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.7, autunno 2002. Bruce Springsteen festeggia oggi il settantaduesimo compleanno.

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