Archivi del mese: maggio 2012

Soulsavers – The Light The Dead See (V2)

Rich Machin e Ian Glover come alternativa alla solita, costosa clinica di disintossicazione? Viene da pensarci (e che peccato non abbiano avuto l’idea di cercare la Amy Winehouse prima che fosse troppo tardi), notando la propensione della coppia di produttori britannici che dal 2003 pubblica insieme dischi come Soulsavers a convocare, per dare voce ai suoi spartiti, gente con qualche problemino di dipendenza: Mark Lanegan non per uno ma per ben due album (e sarà un caso ma oggi sembra stare assai meglio) e adesso Dave Gahan. Della possibile collaborazione i tre discutevano per la prima volta nel 2009, nei camerini di un tour nel quale i Soulsavers dei Depeche Mode erano spalla, e che razza di stagione terribile era quella per il cantante, non solo alle prese con l’annoso vizietto dell’eroina ma sotto i ferri per un tumore. Sette vite come i gatti e forse qualcuna di più (non a caso proprio The Cat è il suo soprannome) ed essendo già sopravvissuto a infarti, overdose e tentativi di suicidio, Gahan offre probabilmente in “The Light The Dead See” la sua performance più rimarchevole di sempre. Il senso di spaesamento indotto dal sentire una voce che si è soliti associare a tutt’altre sonorità stagliarsi su paesaggi sonici da Far West gotico dell’anima non dura che un attimo: subito spazzato via dall’intensità dell’interpretazione.

Siccome i Soulsavers da lì arrivano, e una volta che un’etichetta è appiccicata hai voglia di inzupparla di solventi prima che si stacchi, capita ancora di vederli “taggati” alle voci “elettronica” e “downtempo”. Della prima in quest’album non vi è traccia, al secondo lo legano parentele vaghissime, nel senso che qualche suo scorcio qui e là potrebbe non parere corpo del tutto estraneo in un disco, per dire, dei Portishead. Ma ben altri sono i nomi che si affacciano alle labbra per raccontare queste musiche spesso morriconiane e mai quanto nel quietamente spettacolare incipit di La ribera, armonica che vibra affondando nel solenne abbraccio di un’orchestrazione ipercinematografica. Se Longest Day è un’ipotesi di Black Heart Procession che peccano squisitamente di magniloquenza, Presence Of God è più Nick Cave di Nick Cave e Just Try sono gli U2 “americani” al netto della retorica. Se Gone Too Far è un peccato sia sbocciata troppo tardi per sentirla da Johnny Cash, Take Me Back Home è Leonard Cohen restituito ai sogni country’n’western della sua gioventù. Se un peccato può essere rimproverato a “The Light The Dead See” è una certa uniformità di passo: fa ammirevole ammenda un dittico finale che in coda al valzer acustico scarno e soffuso di Take sistema il rock a gola infine spiegata di Tonight.

Lascia un commento

Archiviato in recensioni

Presi per il culto (13): George Brigman – Jungle Rot (Solid, 1975)

La sua musica è stata definita “psychedelic punk acid blues boogie”. O anche: “burning fuzz fried mutant space boogie”. L’hanno raccontata pure come “throwback fuzz guitar and swamp bass hoodoo” e davvero non si può dire che George Brigman non abbia sempre goduto di ottima stampa, conquistandosi cantori appassionati in almeno un paio di generazioni di critici americani. Nel 1982, sulle pagine di “Musician”, l’autorevole e di solito poco propenso ai superlativi David Fricke si spendeva per un album, “I Can Hear The Ants Dancin’”, pubblicato soltanto in cassetta fino ad azzardare che si aggirasse in territori non esplorati nemmeno dall’Experience. Infatuazione passeggera, uno di quegli abbagli da cui neanche il più posato degli studiosi di cose rock può andare del tutto esente? Macché. Tredici anni dopo e questa volta su “Rolling Stone”, occasione la prima stampa in vinile di un lavoro che ci metterà quell’altro tondo decennio a venire edito in CD, non arretrava di un passo e nostalgicamente ricordava di avere finito per sciuparlo quel nastro per quanto lo aveva fatto girare. Da lì a pochi mesi una penna ben più giovane ma di pari reputazione, Fred Mills, così si lasciava andare su “Magnet” scrivendo pur’egli di una ristampa: “Immaginate i Can, i Chrome, gli Stooges e Captain Beefheart che si mettono assieme per dare vita a una band di acid blues”. Nella frase prima sono citati i Blue Cheer, in quella successiva è chiamato in causa Slim Harpo. Stava parlando di “Jungle Rot”.

Perdenti si nasce. George Brigman lo fa a Baltimora, non il posto ideale negli Stati Uniti per costruirsi una carriera suonando se non si è disposti ad andare altrove, e nel 1954: troppo tardi per potersi ritagliare uno spazio nell’era aurea della psichedelia e dell’hard primevo; troppo presto per non farsene plasmare in maniera decisiva, con la conseguenza di scoprirsi poi su una diversa lunghezza d’onda rispetto a punk e new wave. È un concerto dei Cream cui assiste nel 1968 a chiarirgli cosa gli piacerebbe fare da grande. Da lì a breve sono altri britannici con radici nel blues ma la propensione ad alzare il volume e incattivire con estro il tutto, i Groundhogs di Anthony Charles “Tony T.S.” McPhee, a illuminarlo d’immenso. Per chiarire quanto profonda e duraturà sarà l’influenza basti annotare che chiamerà il principale dei suoi gruppi Split (come il quarto 33  giri dei Groundhogs), un altro Hogwash (come il settimo LP di costoro) e la fantomatica casa discografica che licenzierà il suo debutto Solid (come l’ottavo album di McPhee e sodali). E di chi la sola cover (Status People) mai pubblicata? Sì, avete indovinato. Deciso cosa fare da adulto, il ragazzetto fa trascorrere tre anni prima di passare dalle fantasticherie all’azione, in compenso sfoggiando a quel punto talento e/o stakanovismo bastanti a fargli padroneggiare perfettamente la chitarra elettrica in circa un anno. Quindi i ritmi si placano evidentemente di nuovo, se è vero come è vero che siamo nel 1972 e “Jungle Rot” non raggiungerà i negozi – pochi nella città del Nostro, pochissimi nel resto del Maryland, probabilmente nessuno altrove – che nel 1975. Non fosse per i lunghissimi capelli che il ventunenne autore già esibisce nelle due foto di copertina, sapendo la data all’ascolto si sarebbe tentati di cogliervi presagi di punk. Per certo a parte le chiome – capellutissimo pure il giovanotto posizionato alle spalle di George, il batterista Jeff Barrett – di hippy c’è meno di nulla in scatti che immergono in una decadenza urbana di ballardiana desolazione. Parte la traccia inaugurale e omonima e non è proto-industrial ciò che scaturisce dai solchi ma una collisione ognimmodo bella intimidente, testimone Iggy Pop, fra il Link Wray in anticipo di vent’anni sull’heavy metal e il Jimi Hendrix di dieci anni dopo, oppure prima. Bradipica, aguzza e malevola, DMT fa salire ulteriormente una tensione che permane altissima negli intrecci fra surf ed errebì bianco di Don’t Bother Me. Benvenuto allora il rilascio indotto da Schoolgirl, per quanto non sia che una piacevole canzoncina, un esercizio sui generis di seduzione post-adolescenziale. Si riparte con lo sferragliare del Bo Diddley apocrifo di I’ve Got To Know e resterà l’unico momento in cui si insinua un sentore di psichedelia, in forma di suggestione quicksilveriana. Tempo di girare il disco. I Feel Alright sa di Stooges non soltanto per il titolo, però degli Stooges in combutta con i Cream meno onanisti e più incendiari. (T.S.) è omaggio ancora più scoperto e avrete colto a chi. Che resta? Il folk-rock fuori dal coro di Worrying; il finto Muddy Waters tongue fermamente in cheek di I’m Married Too.

Rarissimi e offerti quando li si incontra a cifre da capogiro gli originali, “Jungle Rot” è stato bootlegato a più riprese e riedito legalmente per la prima e unica volta nel 2005, da Anopheles (vinile) e Bona Fide (CD). L’una e l’altra stampa si trovano ancora, a prezzi per il momento abbordabili e al posto vostro non ci penserei troppo su.

4 commenti

Archiviato in culti

Iggy Pop – Après (Vente Privée)

Sessantacinque anni compiuti da poco, Iggy Pop ha un problema: non ha ancora scelto cosa fare da grande e alla sua età è un bel cazzo di problema, trattandosi sostanzialmente di decidere che ricordo lasciare di sé. E mi chiedo se sia più ignobile seguitare a scondinzolare per palchi recitando per la milionesima volta I Wanna Be Your Dog (in mezzo al pubblico non si butta più dacché alla Carnegie Hall si schiantò in platea; ma cristo! ti lanci fra gli spettatori della Carnegie Hall e ti aspetti che quei coglioni ti prendano al volo?), oppure incautamente rammentare à tout le monde, e lo scrivo apposta in francese, lo iato qualitativo fra la produzione Stooges (tre-capolavori-tre; il quarto Stooges è come Scaruffi: non esiste) e la media di una discografia da solista con dentro ben poco di indimenticabile. Dopo un inizio esaltante (ma “The Idiot” e “Lust For Life” sono album di David Bowie quasi nella stessa misura in cui sono di Iggy), perennemente irrisolta fra il certamente comprensibile ma velleitario desiderio di forgiare nuove No Fun, nuove TV Eye, nuove Search And Destroy e l’ansia di distanziarsi da quel cliché. Ora corteggiando la new wave, ora un punk che senza di lui si fa fatica a immaginare, ora il metal. Non credo sia un caso: post-’77 l’unico disco grande sul serio del Nostro è “Brick By Brick”, in cui per una volta non faceva il verso né a se stesso né ad altri e, restando miracolosamente 100% Iggy, era Pop (power) come non mai.

Per quanto non il primo tentativo dell’uomo nato James Newell Osterberg di reinventarsi artista “adulto”, nel 2009 “Preliminaires” aveva lasciato di sasso gli astanti con il suo mischiare jazz tradizionale e chanson, scampoli di Brasile e inchini ideali a Leonard Cohen. Diciamo che si era stati benevoli nei suoi confronti. Diciamo che se n’era apprezzato il coraggio e lo si era archiviato in fretta. Ma dopo i preliminari, si sa, in genere si passa all’atto vero e proprio. Qui direttamente a un aborto di album con l’unico pregio di non durare che ventotto minuti. Fresco di sponsorizzazione very punk (testimonial per Paco Rabanne, pensa te), l’artefice ha pensato bene di convocare la stampa per denunciare, indignato, che la Virgin/EMI “Après” non gliel’ha voluto stampare e che è a ragione di ciò che, non potendo contare su una distribuzione fisica, il lavoro è disponibile solo in download. Caro Iggy, era probabilmente gente che ti vuole bene quella che ha provato a impedire l’uscita di questo obbrobrio. L’ha fatto per non esporti al ridicolo, non certo perché al botteghino (quand’è che hai avuto l’ultimo hit? ieri di mai?) sarebbe stato un flop. E invece tu, testardo, ce l’hai voluto infliggere a ogni costo (vabbé: sette euro) questo pugno di cover per la più parte cantate in un francese imbarazzante (è una pronuncia da Fiorello ad affondare l’unica che si sarebbe se no salvata, il classico di Brassens Les passantes) e appoggiate a un jazzetto da balera. Chissenefrega di ascoltare La javanaise fatta uguale a Gainsbourg ma peggio! O l’ennesima, immota Everybody’s Talkin’. O una Only The Lonely che cerca il confronto con Sinatra e naturalmente lo perde dieci a zero. Pensate sia il peggio? Vi dico soltanto che fa pure La vie en rose. E anche Michelle e a quel punto l’avvocato si alza (magari non si sarà capito, ma per me Iggy Pop resta nonostante tutto un eroe) e si gioca la carta della disperazione: l’infermità mentale.

11 commenti

Archiviato in recensioni

Mick Jagger in 29 dichiarazioni

Sappiamo che un sacco di gente non ci ama perché dice che siamo trasandati e non ci laviamo. E allora? Non sono obbligati a venirci a vedere, no? Se non gli piacciamo girino alla larga! (1964)

La scena musicale britannica è tremendamente noiosa al giorno d’oggi. Da secoli non accade nulla di nuovo o di eccitante. La musica pop è in un vicolo cieco perché è diventata un fenomeno troppo popolare a livello nazionale. Prima ci sono stati i Beatles, poi noi, ora non c’è nulla. (1965)

Quello che facciamo è rumore. Tutto qui. Potreste essere gentili e chiamarlo musica. (1965)

Una cosa che dirò stavolta a favore della stampa americana è che, a dispetto di tutte le assurdità scritte dai soliti idioti che vengono nei camerini a chiedere “Chi di voi è Ringo?”, riceviamo eccellenti recensioni. (1966)

Abbiamo scelto Jimmy Miller perché, a differenza di altri produttori, non è un egocentrico. Farà ciò che vogliamo noi e non soltanto quello che vuole lui. A parte questo, ho molto apprezzato il suo lavoro sui primi successi dello Spencer Davis Group. (1969)

Sapevamo da mesi che Brian era insoddisfatto; non si divertiva più, ed era arrivato il momento di sederci e parlarne. Così ne abbiamo discusso e si è deciso che la cosa migliore per lui sarebbe stata abbandonare il gruppo. (1969)

Sono così infelice per la morte di Brian. Così sconvolto, senza parole e triste. Qualcosa se n’è andato. Ho davvero perso qualcosa. Spero che Brian abbia trovato la pace. (1969)

Non ho nessuna fretta di “sistemarmi”. Potrò magari avere figli e sposarmi, ma starmene tranquillo mai. Non sono il tipo. (1970)

Se Dio vuole che io diventi una donna, allora lo diventerò. (1971)

Non mi diverto a essere un uomo sposato. Non sono d’accordo sull’idea della famiglia intesa come unità. Non l’approvo e trovo che non funzioni, che sia superata. (1972)

La maggior parte dei gruppi ha nei confronti del denaro l’atteggiamento spensierato che io ho avuto per circa otto anni… Non me ne curavo e basta. E nessuno dei manager che ho avuto si è mai preoccupato di pagare le tasse, anche se a me dicevano che le pagavano. Così dopo avere lavorato per otto anni ho scoperto alla fine che nessuno le aveva mai pagate e che dovevo al fisco una fortuna. E allora mi sono detto: “Fanculo, dovrò proprio lasciare questo paese”. Metà del denaro che ho guadagnato mi è stato rubato. Ci sono pochissime persone oneste nel business della musica. (1972)

A trentatré anni mollerò tutto. Quello è il momento in cui un uomo deve fare qualcos’altro. Cosa di preciso non lo so. È ancora un’idea allo stato embrionale, ma non avrà a che fare con il mondo dello spettacolo. Non voglio essere un cantante di rock’n’roll per tutta la vita. Non potrei sopportare di finire come Elvis Presley a cantare a Las Vegas per tutte quelle casalinghe e vecchie signore con la loro sporta. È davvero deprimente. A Elvis probabilmente piace. Buon per lui, se è quello che vuole. Ma non fa per me. (1972)

Essere all’altezza della tua immagine è l’aspetto più sfibrante delle tournée. L’unico modo per riuscirci è quello di rispecchiare sempre l’idea che la gente ha di Mick Jagger. Non costa fatica una volta che ci sei dentro, ma ti può rendere irritabile. È perché si è sempre sotto pressione che si finisce per essere sgarbati, presuntuosi. Quel che conta è non esagerare. Ma non credo che alla gente dispiaccia se sono presuntuoso: tutte le rockstar lo sono. (1972)

Ron Wood doveva soddisfare sia me che Keith. Io forse posso indovinare se uno è un buon chitarrista, ma Keith può sicuramente capirlo meglio di me. Wood è parso la scelta più ovvia, anche in considerazione del fatto che sia lui che Keith sono ottimi chitarristi ritmici. Questo permette un certo scambio di riff incrociati che prima non era possibile. Ed entrambi sono in grado di fare degli assoli; forse Keith dovrà farne di più di quando c’era Mick Taylor. (1975)

Non c’è davvero motivo di portare le donne in tournée, a meno che non abbiano un lavoro da svolgere. L’unica altra ragione è per scopare. Diversamente si annoiano… stanno in mezzo ai piedi e rompono il cazzo. (1975)

Non ci ho mai tenuto veramente a venire considerato il leader del gruppo. Ma in qualche modo fui io a diventare automaticamente il centro dell’attenzione, forse perché avevo le caratteristiche più facilmente riconoscibili. E a Brian questo non andò giù, avrebbe voluto essere lui il leader riconosciuto, ci teneva molto, molto più del sottoscritto. Penso che sia questo che ha fottuto Brian, il suo disperato bisogno di attirare l’attenzione della gente. Voleva essere ammirato e amato, e lo fu da un sacco di gente… ma per lui non era mai abbastanza. (1976)

Non lo sopporto, il rock’n’roll dei primordi. Non ascolto mai Elvis Presley, Chuck Berry, Carl Perkins o chiunque altro di quella generazione. Li ascoltavo quindici anni fa, tante grazie, non mi interessa ascoltarli ora. (1976)

Mi considero fortunato e una delle ragioni è perché quando canto, o suono, o recito, o qualsiasi altra cosa, mi sento un bambino di undici o dodici anni. Posso anche comportarmi come un uomo di trentaquattro, ma quando canto… torno indietro nel tempo. Penso sia così per molti musicisti, attori e ballerini. La gente ha invidia di questo. (1978)

Se definirci o no ancora un gruppo di successo dipende da su cosa lo misuri, il successo. Vendiamo più o meno due milioni di copie di ogni album. Niente, se lo paragoni ai Fleetwood Mac, ma ci sono tanti che non arrivano a ventimila copie di un LP; due milioni non è davvero malaccio. Penso che negli album subito prima di “Some Girls” le belle canzoni non mancassero: quello che mancava, probabilmente, era una direzione. (1979)

Il rock’n’roll dal vivo è una strana faccenda: a volte fai il figo, altre ci scherzi, altre ancora ti comporti da autentico pagliaccio. Tutte le volte che mi cambio di costume… ecco, mi fa venire in mente il music hall. Se sei a Broadway è consentito fare il buffone, sei un Attore, con la “a” maiuscola. Ma se sei un musicista rock… il pubblico pretende sempre che tu sia sincero, autentico. (1979)

È rarissimo che io prenda delle droghe. Non le amo affatto. La cocaina è merda: è facilissimo diventarne dipendenti. E costa cifre assurde! (1980)

Non ho mai invitato i giovani a provare eroina e cocaina e non lo farei mai. Non penso siano esperienze positive per una persona che sta crescendo. Per un adulto magari il discorso può essere un po’ diverso, ma un adolescente… non sarà mai in grado di controllarsi. Quando sei un ragazzo droghe e alcool possono essere influenze davvero distruttive. Non vanno assolutamente incoraggiate. Si è parecchio ricamato su Brown Sugar, ma non è per niente una canzone sulla droga, meno che mai sull’eroina. Parla, semplicemente, di una ragazza che mi capitò di conoscere in California. Leggiti con attenzione i testi che ho scritto: non ne troverai nessuno che esalta i cosiddetti paradisi artificiali. Al contrario, ti imbatterai in più di uno che li sconsiglia. Disapprovo le droghe pesanti, le ho sempre disapprovate e ti assicuro che non sto dicendo tutto questo perché ansioso di dare una ripulita alla mia immagine pubblica. Pensa a Connection, che ha un testo scritto da Keith che racconta quanto ti incasini la vita essere schiavo dell’eroina. Non è una canzone pro-droga: è decisamente anti. Sister Morphine, che è di Marianne Faithfull, parla di un incidente automobilistico principalmente e, sì, c’è qualche accenno all’“essere stonati” ma… è la vita. Ma non abbiamo in repertorio un solo brano che dica: “Dai, facciamoci come bestie”. (1982)

Spesso si sente affermare che molta gente che ha incontrato i Rolling Stones alla fine si è ritrovata nei guai: rovinata, morta, con problemi di droga e cose del genere. Che la band sarebbe una specie di forza malvagia che distrugge la vita delle persone. Io dico che, se cose del genere sono accadute, è stato per disgrazia. Non credo di essere uno che prende la gente e di proposito, o anche non di proposito, le rovina la vita. È inevitabile che nei rapporti ci siano delle rotture, che si creino dei casini… Molta gente, nell’ambiente artistico, ha problemi di droga e di stress. Non succede solamente fra i musicisti, è il mondo dello spettacolo in generale a essere stressante. Quando si fa quel genere di vita, a lungo andare, accadono delle disgrazie. Accadono, semplicemente, magari senza che nessuno abbia colpe specifiche. Quando mi domando “Io ho mai danneggiato qualcuno?” la risposta che mi do è “Se l’ho fatto, è stato senza rendermene conto”. Ma nessuno mi venga a dire, ad esempio, che ho rovinato Brian Jones. O, meno che mai, Marianne Faithfull. Marianne, c’è mancato poco che fosse lei ad uccidere me! Non so come ho fatto a uscire vivo da quella storia. Marianne Faithfull e Anita Pallenberg! Aiuto! (1985)

È stato Keith a insegnarmi a suonare la chitarra. Altre due persone, Ronnie Wood ed Eric Clapton, mi hanno dato una mano in un paio di occasioni. Avevo imparato circa tre accordi quando avevo dodici anni ma poi avevo lasciato perdere. Non pensavo di avere il talento per potere suonare. C’era già tanta gente che suonava, e allora mi sono messo a fare il cantante. In seguito, quando ho voluto riprovarci, Keith mi ha incoraggiato molto. Mi ha insegnato un mucchio di cose. Come solista non valgo granché, però alla ritmica me la cavo… Ma resto più un ballerino che un chitarrista. (1985)

Anche se non provi alcun piacere nell’offendere la gente, e io non sono certo il tipo cui piace farlo, se sei onesto finisci inevitabilmente per ferire qualcuno. È successo, succederà, ma io non ci provo gusto. Prendi Under My Thumb, che è considerata esemplare di un mio presunto atteggiamento maschilista. Bene, parla di una tipa che ci è andata giù pesante. La gente non si cura di ascoltare con attenzione. Racconta di una ragazza “che un tempo mi rese suo schiavo”. Non la trovo per niente misogina, io. E poi è ironica, noi inglesi siamo soliti prendere la vita così. (1985)

Gli LP d’esordio della maggior parte dei complessi sono freschi, pieni di entusiasmo, ma l’elenco delle loro qualità finisce lì. Se li si giudica con obiettività sono scadenti, perché il gruppo era ancora acerbo. Il primo album degli Stones non è male. Ha un bel sound, se si considera l’epoca in cui fu inciso, ma dopo un po’ che lo ascolti si fa noioso, perché musicalmente è troppo grezzo. Velocità e voglia di suonare sono le uniche cose che ha da offrire. (1985)

I nostri fans non amano le ballate. Non vogliono sentirle. Non da noi, per lo meno. Appena attacchiamo qualcosa di lento, loro vanno a cercare i panini. (1985)

Mi diverte suonare con gli Stones, ma sono arrivato al punto in cui mi fermo a pensare e mi rendo conto che sono stato con loro per molto tempo. Siamo insieme da ventitré anni. Davvero molto tempo. Ogni volta che voglio fare qualcosa al di fuori dal gruppo la gente dice: “Ecco, ha intenzione di andarsene”. Abbiamo lavorato un anno intero per dare alle stampe “Dirty Work”. Adesso sento la necessità di fare altre cose, in qualsiasi campo, cinema, video, concerti, libri, qualsiasi nuova esperienza. I Rolling Stones non sono l’unico interesse nella mia vita. Non ho più diciannove anni, quando tutto quello che desideravo era suonare in una band e farmi conoscere dal pubblico. Gli Stones hanno fatto tutto quello che dovevano fare e forse di più ancora. Ho raggiunto tutti i miei obiettivi. Sono orgoglioso del gruppo. Ma sento il bisogno di fare altre cose per mantenermi vivo. (1986)

Se abbiamo più o meno energia rispetto a venticinque anni fa è un quesito che non dovreste porre a noi bensì alle nostre donne. E, no, non facciamo tour solo per i soldi: ci state confondendo con gli Who. Quanto al fatto che questa sia o no la nostra ultima tournée lascio a voi pronosticarlo, tenendo conto che la domanda ci fu posta per la prima volta nel ’66. (1989)

 Fonti – “Best”, Roy Carr, Bill Flanagan, “Melody Maker”, “Musician”, “New Musical Express”, “Popster”, “Rock & Folk”, “Rolling Stone”. Traduzioni e assemblaggio miei. Pubblicato per la prima volta su “Satisfaction”, n.1, novembre 1994.

21 commenti

Archiviato in archivi, Rolling Stones

Il Mucchio n.695

È in edicola il numero 695 del “Mucchio”. Ho contribuito con un intervento a latere di un’intervista a Luca Sapio e con recensioni degli ultimi album di Geoff Barrow & Ben Salisbury, Cornershop, Hospitality, Killing Joke, Of Monsters And Men, Frankie Rose e Sea + Air. Nella sezione “Classic Rock” firmo un articolo su Woody Guthrie e una “Pietra miliare” dedicata a “Graceland” di Paul Simon e mi occupo inoltre delle più recenti ristampe di Blind Alley e Blues Traveler.

1 Commento

Archiviato in riviste

Non si esce vivi dagli anni ’80 (14)

Ho dedicato due articoli in vita mia ai Triffids. Il secondo uscì su “Blow Up” nel 1999, è oggettivamente assai più bello di questo ma purtroppo venne scritto  in una circostanza ben più triste, all’indomani della morte di David McComb. Per la mia generazione un piccolo Jim Morrison che visse un po’ di più di quell’altro ma ahilui non tantissimo. A questo primo pezzo sono però molto affezionato perché scriverlo fu una faticaccia tanto improba quanto piacevole. La preparazione incluse fra il resto un pomeriggio passato a casa di Federico Guglielmi registrando su una C7 una paccata di singoli australiani dei quali era probabilmente in quel momento l’unico possessore italiano. E forse lo è ancora.

5 commenti

Archiviato in archivi

Bonnie “Prince” Billy – Hummingbird (Spiritual Pajamas)

In tutta franchezza: di Will Oldham aka Palace (Brothers, Music, Songs) ma soprattutto (dal 1999 pressoché esclusivamente) aka Bonnie “Prince” Billy mi ero un po’ stufato. Troppi, troppissimi dischi e un po’ troppo simili fra loro e soprattutto, dopo l’autentico capolavoro che per primo esibiva in copertina la griffe, ossia quel “I See A Darkness” di cui il Nostro promette/minaccia un’imminente rielaborazione, quasi mai baciati da un’ispirazione almeno paragonabile. Spesso collezioni di stereotipi incapaci di aggiungere alcunché a un canone da lungi concluso, impermeabile a qualsivoglia aggiunta significativa. Detto più prosasticamente: due palle… Anche perché uno può pure rifare sempre lo stesso disco, ma a patto di tirar fuori ogni tanto una canzone indimenticabile. E non mi sembra sia stato il caso. Poi, per carità, magari me li sono fatti scappare io per colpevole negligenza altri brani degni di essere rifatti da un Johnny Cash e, insomma, di entrare a pieno diritto in un catalogo maggiore di Americana.

Non saprei allora dire per quale ragione (non per averne letto; probabilmente per le particolari modalità di pubblicazione l’ultima uscita dell’uomo del Kentucky è a oggi passata inosservata) ho deciso di buttare un orecchio a questo EP: disponibile (si fa per dire; mille copie distribuite lo scorso 21 aprile, in occasione del “Record Store Day”) come 10” in vinile, e i pezzi sono in tal caso tre, oppure in download e si aggiunge una quarta traccia che è però una seconda versione (ognimmodo diversissima) di quella che battezza il tutto. La cosa migliore di Oldham da un sacco di tempo in qua? Magari pure perché si limita a fare l’interprete e lo fa invero splendidamente, alle prese all’inizio e alla fine con il Leon Russell di Hummingbird, prima reso come una collisione insensatamente bella di soul, psichedelia e country-gospel (immaginate: se Prince fosse stato uno della Band) e poi come una Knockin’ On Heaven’s Door alternativa. In mezzo, con una Tribulations (Estil C. Ball) dritta dai solchi di “O Brother, Where Art Thou?” e una Because Of Your Eyes (da Merle Haggard) che ticchetta blues rurale fra il languido e l’accorato. Un quarto d’ora in tutto e una tantum avrei gradito qualche minuto in più da costui.

3 commenti

Archiviato in recensioni