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Blue Öyster Cult: prodromi di heavy metal (per intellettuali)

Nella mitologia greca la croce con un uncino a sostituire uno dei bracci rappresenta Cronos, re dei Titani e padre di Zeus. Per gli alchimisti simboleggiava il piombo, uno dei più pesanti fra i metalli. Da cui la decisione del fu Sandy Pearlman – poeta, critico, manager e produttore – di eleggerla a logo dei Blue Öyster Cult. Proprio Pearlman, che collaborava allora al glorioso “Crawdaddy!”, era stato del resto il primo a usare il termine “heavy metal” (quasi certamente facendosi ispirare dal testo di Born To Be Wild degli Steppenwolf) per descrivere il sound di un gruppo: guarda caso, quei Soft White Underbelly da cui derivarono i Blue Öyster Cult e che a dire il vero nemmeno hard suonavano bensì una sorta di blues psichedelico. Ma si vede che il futuro manager già aveva in testa altro per loro: renderli, dichiarerà, il contraltare americano dei Black Sabbath. Non è chiaro invece chi suggerì di apporre una umlaut (i due puntini) sopra la “o” di “Oyster”. La rivendicava Allen Lanier, storico tastierista e chitarrista ritmico della formazione di Long Island, purtroppo ormai anch’egli nel mondo dei più, e però Richard Meltzer, uno dei padri fondatori della critica rock, sostiene che l’idea venne a lui. A proposito ancora del nome: arriva da uno scritto fantascientifico (in versi!) del solito Pearlman, nel quale degli alieni adepti di un culto esoterico tramano per governare il pianeta Terra. E insomma avrete inteso che dietro al quintetto newyorkese – o forse sarebbe più corretto dire sestetto, visto il decisivo apporto (la sua firma pure sotto diversi testi) del manager e produttore – c’era un progetto, una costruzione intellettuale. Nella prima riga della scheda che dedica ai nostri eroi il sito All Music Guide li dice “the thinking man’s heavy metal group”, che come definizione è azzeccata ma pure alquanto offensiva per i cultori del suddetto genere musicale. Meglio un’altra nella quale mi sono imbattuto facendo ricerche per scrivere questa paginetta: il metal che piace a quelli cui il metal non piace. Perfetta! Per giustificare (come ce ne fosse bisogno!) il loro eventuale debole per la band gli appassionati di punk e new wave amano sempre ricordare che aprì la strada a quell’ondata di gruppi che qualche anno dopo faranno della Big Apple uno degli epicentri soprattutto del secondo fenomeno. Che Patti Smith ebbe un lungo affaire con Allen Lanier e pur’ella scrisse alcuni testi per i Blue Öyster Cult. Così come (non sempre accreditato) Jim Carroll.

Lo spazio è quello che è e dunque salto più o meno a pie’ pari il lungo percorso che portava la band a esordire con un 33 giri omonimo, su Columbia, nel gennaio 1972. Vi basti sapere che dei Soft White Underbelly facevano già parte Lanier, il chitarrista Donald “Buck Dharma” Roeser e il batterista Albert Bouchard, che strappavano un contratto alla Elektra e registravano un LP però accantonato dall’etichetta e che si ribattezzavano prima Oaxaca e poi Stalk-Forrest Group in seguito a una recensione negativa di un loro concerto. Con la nuova denominazione e un nuovo cantante, Eric Bloom, incidevano per la medesima casa discografica un secondo album che, incredibilmente, veniva anch’esso cassato e i cui nastri non vedranno la luce (su “St. Cecilia: The Elektra Recordings”, Rhino) che nel 2001. Altro fallimento dopo il quale, in contemporanea con l’ingresso in squadra, al basso, del fratello di Albert Bouchard, Joe, si assumeva la ragione sociale con la quale i cinque si copriranno di gloria per un decennio, popolarità in costante ascesa grazie principalmente a un live act formidabile (testimonianze sul doppio del 1975 “On Your Feet Or On Your Knees” e sul vendutissimo “Some Enchanted Evening”, del ’78 e invece singolo). In “Blue Öyster Cult” (favolosa copertina degna della migliore tradizione Urania) il sound del gruppo appare ancora acerbo, in divenire: un anfetaminico blues mutante da biker iniettato di un’acidità cupa, fra deflagrazioni boogie e flirt con l’occulto e il cosmico. Svetta sul resto del programma l’innodia di una Cities On Flame With Rock And Roll su cui la dice lunga il titolo e da lì si partiva per un seguito che è il primo dei due articoli classici (essendo il secondo l’immediatamente successivo “Secret Treaties”) del catalogo della compagine. Edito a un anno e un mese dal debutto, altro artwork eccezionale, le due facciate intitolate “The Black” e “The Red”, “Tyranny And Mutation” è il disco in cui si mette a fuoco uno stile feroce ma colto, autentico muro di suono ma mobile: la chitarra solista arrampicata su scale che arrivano a preconizzare la rivoluzione di Eddie Van Halen, tastiere che declinano un progressive senza orpelli, ritmica nel contempo granitica e imprendibile. Fra il rock’n’roll a rotta di collo che una voce malevola fa lovecraftiano di The Red & The Black e una Mistress Of The Salmon Salt (Quicktime Girl) che chiude i conti con gli anni ’60 sfilano altre sei canzoni in bilico fra un presente chiamato Led Zeppelin (O.D.’d On Life Itself) e Black Sabbath (7 Screaming Diz-Busters) e archetipi di Motörhead (notare la umlaut; Hot Rails To Hell) e Metallica (se avessero avuto un pianista pazzo; Teen Archer). Unica relativa pausa una Wings Wetted Down di gusto fiabesco.

Ustionante ma algido, deragliante ma controllato, monolitico come impatto e nondimeno, a perdersi in un’ottundente densità, pieno di dettagli, di affluenti da seguire uno per volta mentre confluiscono in un grande fiume: il suono dei Blue Öyster Cult era una congiura di ossimori. Nel 2001 la Columbia Legacy aveva ristampato in digitale i primi album dei Newyorkesi, aggiungendo gruzzoletti di bonus e soprattutto facendo un ottimo lavoro sul remastering. Nondimeno, ascoltando “back to back” quell’edizione di “Tyranny And Mutation” e la fiammante ristampa di qualche mese fa su Speakers Corner a me pare che il vinile si imponga. Altra la vividezza, altra la dinamica. Mancano naturalmente le bonus (una tirata di orecchie, però, per l’assenza dei testi). Al lettore butto lì una dritta: quel CD oggi te lo tirano dietro e dunque…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Crema di Cream – Le “BBC Sessions”

Compagine a mio avviso alquanto sopravvalutata (ancora oggi pressoché intoccabile) e per tutte le ragioni sbagliate, i Cream: il primo supergruppo, i primi a pensare che il rock – non più semplicemente rock’n’roll e ancora infante – avesse bisogno di una qualche nobilitazione culturale. Con loro il blues si appesantiva e diventava hard e la forma-canzone, almeno nei concerti, si dilatava enormemente e in maniera affatto diversa da quella scelta dalla coeva psichedelia, pagando dazio a un tecnicismo che prefigurava gli eccessi progressive. Quando erano viceversa assai bravi sia a confezionare deliziosi motivetti pop (la loro qualità migliore e più ignorata) che a rendere il blues con feeling mimeticamente black e senza fronzoli. E sono per fortuna questi ultimi i Cream che emergono dalla loro prima antologia ufficiale di incisioni radiofoniche a vedere la luce, ventidue brani registrati fra il novembre 1966 e il gennaio ’68 (venti a oggi inediti in questa forma), più quattro brevi inserti di interviste a Eric Clapton. Solo due pezzi sono sopra i quattro minuti, molti non arrivano a due.

È una raccolta incompleta, siccome la prima session (ottobre 1966) è andata perduta e si è scelto (sarebbe stato se no necessario un doppio) di non offrire versioni differenti di un medesimo titolo, e gli estimatori più accaniti se ne rammaricheranno. Chi sul sodalizio Clapton/Bruce/Baker la pensa come me troverà invece motivi di soddisfazione nel solare pop, acidulo e quintessenzialmente British, di Sweet Wine, nel fantastico vaudeville beatlesiano di Wrappin Paper, nella sospesa e asciutta psichedelia di Tales Of Brave Ulysses, in una Politician forse mai così affilata. Peccato che la qualità tecnica, inusitatamente, non sia all’altezza della tradizione BBC.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.235, maggio 2003. A oggi sono trascorsi esattamente cinquant’anni dal giorno in cui i Cream annunciavano che, dopo un ultimo tour americano e due concerti in patria programmati fra l’ottobre e il novembre successivi, si sarebbero sciolti.

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L’oro (caldo) di Napoli degli Osanna

Chi non conoscendo gli Osanna si trovasse a entrare nel loro mondo usando come accesso “Palepoli” – in ogni caso porta ideale, ben più dei precedenti e pur non avari di spunti felici “L’uomo” e “Preludio Tema Variazioni Canzona” – non potrà dubitare per un istante e da subito di dove sia finito: chiaramente in riva al Mediterraneo (per certo lo si coglie anche non essendo italiani) e per la precisione in quella Napoli su cui il titolo dell’album gioca, contrapponendo un’idealizzata città antica a una modernità percepita come corruttrice. Non lasciano dubbi in tal senso già i primi suggestivi due minuti di Oro caldo, compenetrazione, con un leggero pulsare ritmico a legare, di rumori di strada con una melodia popolaresca sinuosa e al pari lieve, disegnata dal flauto di Elio D’Anna e dalla voce in questo frangente muezzinica di Lino Vairetti. Fintanto che un mellotron non divampa trionfante e prende a duettare/duellare con una chitarra elettrica (Danilo Rustici) che fa cosa unica degli insegnamenti di Fripp ed Hendrix: e allora sì che non si possono più avere dubbi, è il Vesuvio quella montagna che si staglia all’orizzonte.

In una scena troppo spesso pedissequa nel rifarsi a modelli esteri, e quasi perversa nella propensione a scegliere i più discutibili, gli Osanna spiccano tanto per l’impronta autoctona che sanno non occasionalmente dare ai loro spartiti che per il buon gusto con il quale si scelgono i principali referenti: più dei soliti Genesis, che in tour nel Bel Paese nel ’72 apposta li scelgono come spalla e con i quali non condividono che la teatralità degli spettacoli, King Crimson e Van Der Graaf Generator. Nelle due lunghe suite (l’altra Animale senza respiro) separate da un interludio che ne costituiscono l’insieme compatto e assai articolato programma, “Palepoli” frulla e alterna assortite musiche etniche e scampoli di blues, hard e passaggi free form, paesaggi pastorali e scorci metropolitani. Spiace giusto una produzione inadeguata, a momenti delittuosa nel suo appiattire l’estro di strumentisti provetti pressoché mondi del peccato supremo del progressive: il narcisismo.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.190, febbraio 2014

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Quando gli Aerosmith spiccarono il volo

“Prendi le tue ali”, invita il titolo, e – sotto un logo che ancora non era popolare ma presto lo sarà quanto la linguaccia di quei Rolling Stones evidente primo modello del quintetto bostoniano – in copertina i Nostri posano come una via di mezzo fra gli Stones stessi e le coeve Bambolone newyorkesi. E davvero questo è il disco con il quale cominciarono a volare, sia nelle classifiche (ottantasei le settimane di permanenza nella graduatoria di “Billboard”) che con una musica che, dopo un omonimo esordio promettente ma acerbo e danneggiato da una produzione piatta, assumeva definitivamente una personalità sua, assolutamente peculiare pur restando ogni influenza riconoscibilissima: crocicchio su cui convergono il blues elettrico di Chicago, la rielaborazione fattane in Gran Bretagna nei ’60, il proto-metal dei primi Led Zeppelin, il soul sudista. Più o meno tutto è contenuto in un Pandora’s Box che, poco dopo che una sferragliante Train Kept A Rollin’ ha chiuso i conti con il decennio precedente, suggella il disco liberando nel mondo l’hard più sexy uditosi negli altri tre trascorsi da allora, dai Mötley Crüe ai primi Guns N’Roses, dai Ratt ai Black Crowes, che degli Aerosmith saranno una rielaborazione almeno quanto la banda Tyler/Perry lo era stata (lo è) rispetto a Jagger/Richards. E in un certo qual modo completeranno il cerchio incidendo un live con Jimmy Page.

A proposito di cerchi portati a chiusura: proprio “Pandora’s Box” si intitolerà il cofanetto con il quale nel 1991 gli ormai attempati ragazzi ripercorreranno la loro prima giovinezza nel pieno fulgore della seconda, fra due album milionari, “Permanent Vacation” dell’87 e “Pump” dell’89, e un terzo, “Get A Grip”, del 1993. Quando già, dopo vicende di droga di thompsoniane proporzioni e follia e uno split che per qualche tempo separò i Toxic Twins, avrebbero dovuto essere lieti di essere arrivati vivi e in attività agli anni ’90. Datene la colpa o il merito ai Run-D.M.C., senza la cui cover di Walk This Way i bianchi più negri della storia dell’hard sarebbero stati consegnati agli annali molto prima.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Steven Tyler compie oggi sessantanove anni.

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Il prog molto punk dei Rush

Nel 1980 e con l’album prima di questo, “Permanent Waves”, i Rush aggiornavano parzialmente il loro sound alla new wave montante, asciugando certi eccessi prog, concedendosi persino qualche spiazzante ritmica in levare. Soprattutto, aggiornavano precedenti record di vendite che nondimeno i lavori successivi letteralmente stracceranno, con stupefacenti apici in piena era grunge/crossover. Una volta di più in controtendenza, anche se va detto che uno dei gruppi cardine (non a caso: probabilmente il più sofisticato) di area funk-metal rivendicherà sempre con orgoglio un’ascendenza Rush: leggere una qualunque intervista ai Primus (non a caso 2: un altro power-trio) per verificare. Oppure puntare le parti centrale e finale, in questo “Moving Pictures” freschissimo di ristampa per quella stessa Mercury che lo pubblicò in origine negli Stati Uniti, dello strumentale YYZ per avere la certificazione ultima di tale influsso. Laddove James Hetfield non ha mai nascosto (non potrebbe) che i Metallica il riff di Welcome Home (Sanitarium) lo presero di peso da una Tom Sawyer che invece a me ricorda tanto ma tanto i Pavlov’s Dog.

Confesserò di avere sempre avuto, se non esattamente un debole, quantomeno della simpatia per questi canadesi progressivi fuori tempo massimo e in violazione di tante regole del genere (quindi, se vogliamo, punk). Fieri bastian contrari schifati dalla critica e che il successo se lo costruirono dal basso, con una perseveranza da pochi. Registrato in maniera fantastica, con un’attenzione ai colori e alle dinamiche da fare scomparire tante abominevoli incisioni odierne, “Moving Pictures” scivola più di ogni tanto sulle bucce di banana di un synth sopra le righe o di un assolo di elettrica inutilmente virtuosistico, ma sa anche essere misurato: ad esempio in una Limelight di epicità non tronfia e fenomenale incisività pop; ad esempio in una Witch Hunt che è uno dei migliori apocrifi Black Sabbath di sempre. A rimarcare la complessità di lettura del trio di Toronto potrebbe bastare il triplo senso su cui giocano titolo dell’album e copertina: sulla quale persone in movimento (“movers”) spostano quadri (“pictures”) i cui soggetti commuovono (e sono dunque “moving”) chi osserva. Che viene filmato e se ne fa quindi una “moving picture”. Se non è geniale, è come minimo ingegnoso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015.

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Cheap Trick: è solo rock’n’roll ma…

Per essere un album eccezionalmente influente di un gruppo assai riverito e che da lì a breve vivrà momenti di stardom autentico, “Cheap Trick” ha venduto singolarmente poco. All’epoca dell’uscita, quando nemmeno riusciva a entrare nei Top 200 di “Billboard”, e nei trentotto anni trascorsi: tant’è che negli Stati Uniti deve ancora essere certificato d’oro quando i tre successivi lavori in studio sono da lungi di platino e di platini il live “At Budokan” ne ha collezionati tre. Idolatrati in Giappone, Robin Zander, Rick Nielsen, Tom Petersson e Bun E. Carlos registravano un album in concerto per ringraziare l’adorante platea locale ed era precisamente quell’album a farli diventare profeti anche in patria, di rimbalzo. Consigliatissimo, “At Budokan”.

Nondimeno il disco più rappresentativo del quartetto resta un debutto in studio che rende perfettamente plausibile il suo essere implausibilissimo anello di congiunzione fra George Martin (più avanti l’ex-produttore dei Beatles firmerà la regia di “All Shook Up”, ma sarà un mezzo disastro) e Steve Albini (che designerà a lato A del singolo più famoso dei suoi Big Black una cover di He’s A Whore). Capace di mettere insieme la seduttività melodica dei Fab Four e l’incisività dei riff degli Who, con a buon rendere un tocco di sfacciataggine glam, “Cheap Trick” ha trovato nei decenni estimatori nei circoli più diversi e lontani: per non citare che alcuni fra i cultori dichiarati si possono ritenere in qualche misura sua progenie Smashing Pumpkins e Nirvana, i Green Day così come Foo Fighters e Weezer, i Mötley Crue ma anche i Trans AM, gli Urge Overkill, i Fountains Of Wayne. Essendo il classico LP che si trova sulle bancarelle a dieci euro o meno, il lettore potrebbe legittimamente chiedersi quale sia il senso di spendere tre volte tanto per questa stampa Speakers Corner calda di pressa. Non se lo chiederà più dopo avere strabuzzato… le orecchie di fronte a una ripresa sonora letteralmente tridimensionale che esalta oltre il dicibile quello che in fondo è solo rock’n’roll per voci, due chitarre, basso e batteria. Ma ci piace, oh se ci piace…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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