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Quando gli Aerosmith spiccarono il volo

“Prendi le tue ali”, invita il titolo, e – sotto un logo che ancora non era popolare ma presto lo sarà quanto la linguaccia di quei Rolling Stones evidente primo modello del quintetto bostoniano – in copertina i Nostri posano come una via di mezzo fra gli Stones stessi e le coeve Bambolone newyorkesi. E davvero questo è il disco con il quale cominciarono a volare, sia nelle classifiche (ottantasei le settimane di permanenza nella graduatoria di “Billboard”) che con una musica che, dopo un omonimo esordio promettente ma acerbo e danneggiato da una produzione piatta, assumeva definitivamente una personalità sua, assolutamente peculiare pur restando ogni influenza riconoscibilissima: crocicchio su cui convergono il blues elettrico di Chicago, la rielaborazione fattane in Gran Bretagna nei ’60, il proto-metal dei primi Led Zeppelin, il soul sudista. Più o meno tutto è contenuto in un Pandora’s Box che, poco dopo che una sferragliante Train Kept A Rollin’ ha chiuso i conti con il decennio precedente, suggella il disco liberando nel mondo l’hard più sexy uditosi negli altri tre trascorsi da allora, dai Mötley Crüe ai primi Guns N’Roses, dai Ratt ai Black Crowes, che degli Aerosmith saranno una rielaborazione almeno quanto la banda Tyler/Perry lo era stata (lo è) rispetto a Jagger/Richards. E in un certo qual modo completeranno il cerchio incidendo un live con Jimmy Page.

A proposito di cerchi portati a chiusura: proprio “Pandora’s Box” si intitolerà il cofanetto con il quale nel 1991 gli ormai attempati ragazzi ripercorreranno la loro prima giovinezza nel pieno fulgore della seconda, fra due album milionari, “Permanent Vacation” dell’87 e “Pump” dell’89, e un terzo, “Get A Grip”, del 1993. Quando già, dopo vicende di droga di thompsoniane proporzioni e follia e uno split che per qualche tempo separò i Toxic Twins, avrebbero dovuto essere lieti di essere arrivati vivi e in attività agli anni ’90. Datene la colpa o il merito ai Run-D.M.C., senza la cui cover di Walk This Way i bianchi più negri della storia dell’hard sarebbero stati consegnati agli annali molto prima.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Steven Tyler compie oggi sessantanove anni.

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Il prog molto punk dei Rush

Nel 1980 e con l’album prima di questo, “Permanent Waves”, i Rush aggiornavano parzialmente il loro sound alla new wave montante, asciugando certi eccessi prog, concedendosi persino qualche spiazzante ritmica in levare. Soprattutto, aggiornavano precedenti record di vendite che nondimeno i lavori successivi letteralmente stracceranno, con stupefacenti apici in piena era grunge/crossover. Una volta di più in controtendenza, anche se va detto che uno dei gruppi cardine (non a caso: probabilmente il più sofisticato) di area funk-metal rivendicherà sempre con orgoglio un’ascendenza Rush: leggere una qualunque intervista ai Primus (non a caso 2: un altro power-trio) per verificare. Oppure puntare le parti centrale e finale, in questo “Moving Pictures” freschissimo di ristampa per quella stessa Mercury che lo pubblicò in origine negli Stati Uniti, dello strumentale YYZ per avere la certificazione ultima di tale influsso. Laddove James Hetfield non ha mai nascosto (non potrebbe) che i Metallica il riff di Welcome Home (Sanitarium) lo presero di peso da una Tom Sawyer che invece a me ricorda tanto ma tanto i Pavlov’s Dog.

Confesserò di avere sempre avuto, se non esattamente un debole, quantomeno della simpatia per questi canadesi progressivi fuori tempo massimo e in violazione di tante regole del genere (quindi, se vogliamo, punk). Fieri bastian contrari schifati dalla critica e che il successo se lo costruirono dal basso, con una perseveranza da pochi. Registrato in maniera fantastica, con un’attenzione ai colori e alle dinamiche da fare scomparire tante abominevoli incisioni odierne, “Moving Pictures” scivola più di ogni tanto sulle bucce di banana di un synth sopra le righe o di un assolo di elettrica inutilmente virtuosistico, ma sa anche essere misurato: ad esempio in una Limelight di epicità non tronfia e fenomenale incisività pop; ad esempio in una Witch Hunt che è uno dei migliori apocrifi Black Sabbath di sempre. A rimarcare la complessità di lettura del trio di Toronto potrebbe bastare il triplo senso su cui giocano titolo dell’album e copertina: sulla quale persone in movimento (“movers”) spostano quadri (“pictures”) i cui soggetti commuovono (e sono dunque “moving”) chi osserva. Che viene filmato e se ne fa quindi una “moving picture”. Se non è geniale, è come minimo ingegnoso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015.

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Cheap Trick: è solo rock’n’roll ma…

Per essere un album eccezionalmente influente di un gruppo assai riverito e che da lì a breve vivrà momenti di stardom autentico, “Cheap Trick” ha venduto singolarmente poco. All’epoca dell’uscita, quando nemmeno riusciva a entrare nei Top 200 di “Billboard”, e nei trentotto anni trascorsi: tant’è che negli Stati Uniti deve ancora essere certificato d’oro quando i tre successivi lavori in studio sono da lungi di platino e di platini il live “At Budokan” ne ha collezionati tre. Idolatrati in Giappone, Robin Zander, Rick Nielsen, Tom Petersson e Bun E. Carlos registravano un album in concerto per ringraziare l’adorante platea locale ed era precisamente quell’album a farli diventare profeti anche in patria, di rimbalzo. Consigliatissimo, “At Budokan”.

Nondimeno il disco più rappresentativo del quartetto resta un debutto in studio che rende perfettamente plausibile il suo essere implausibilissimo anello di congiunzione fra George Martin (più avanti l’ex-produttore dei Beatles firmerà la regia di “All Shook Up”, ma sarà un mezzo disastro) e Steve Albini (che designerà a lato A del singolo più famoso dei suoi Big Black una cover di He’s A Whore). Capace di mettere insieme la seduttività melodica dei Fab Four e l’incisività dei riff degli Who, con a buon rendere un tocco di sfacciataggine glam, “Cheap Trick” ha trovato nei decenni estimatori nei circoli più diversi e lontani: per non citare che alcuni fra i cultori dichiarati si possono ritenere in qualche misura sua progenie Smashing Pumpkins e Nirvana, i Green Day così come Foo Fighters e Weezer, i Mötley Crue ma anche i Trans AM, gli Urge Overkill, i Fountains Of Wayne. Essendo il classico LP che si trova sulle bancarelle a dieci euro o meno, il lettore potrebbe legittimamente chiedersi quale sia il senso di spendere tre volte tanto per questa stampa Speakers Corner calda di pressa. Non se lo chiederà più dopo avere strabuzzato… le orecchie di fronte a una ripresa sonora letteralmente tridimensionale che esalta oltre il dicibile quello che in fondo è solo rock’n’roll per voci, due chitarre, basso e batteria. Ma ci piace, oh se ci piace…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Dall’hardcore all’hard: i Black Flag di “Slip It In”

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Per otto esaltanti anni – fra continui cambi di formazione, una persecuzione poliziesca e l’altra, un tour degli Stati Uniti da costa a costa e una scorribanda nel Vecchio Continente – la Bandiera Nera ha garrito su Los Angeles. Diciotto sono ormai trascorsi dacché venne ammainata, eppure pare che sventoli ancora e insomma (per citare un gruppo nostrano che dalle gesta di Greg Ginn e soci prese indubbia ispirazione) “lo spirito continua”. Al di là dello stardom cui nei ’90 è assurto Henry Rollins, che del complesso californiano non fu fra i fondatori ma resta l’icona e la voce per eccellenza, Black Flag è ancora presenza palpabile nel rock contemporaneo, riferimento sia per quel poco punk degno di essere così chiamato che per molto metal e un tot di cani sciolti. Tutti gli album degli anarchici losangeleni sono facilmente rintracciabili e hanno venduto nel tempo parecchio più di quando uscirono.

Due almeno quelli dai quali non si può prescindere. “Damaged”, del 1981, è probabilmente il migliore LP hardcore di sempre, pietra miliare del rock estremo scolpita nel magma e nel granito da inni frenetici e urticanti come Six Pack e Rise Above, Police Story e Gimmie Gimmie Gimmie. E poi c’è “Slip It In”, che è quello che ci interessa in questa sede, di tre anni posteriore e un classico assoluto di moderno hard rock, conscio delle sue radici e ovviamente aperto a ogni contaminazione, dal punk (ça va sans dire) a certa avanguardia. E retrospettivamente, con il suo essere volto a un aggiornamento del passato, molto in anticipo sui tempi (e per questo frainteso) giacché la scena di Seattle era in fasce. Se The Bars e My Ghetto sono ritorni di fiamma per l’hardcore che fu, la traccia omonima e inaugurale e la conclusiva You’re Not Evil sono ricostruzioni sabbathiane di classe suprema e Rat’s Eyes, lenta e caratterizzata da un cantato cavernoso, prefigura il grind, ma non fategliene una colpa. Imprescindibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Henry Rollins compie oggi cinquantasei anni.

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Ten Years After – Stonedhenge (Deram)

Ten Years After - Stonedhenge

Galeotta fu Woodstock e ben lo sa chiunque di storia del rock abbia anche solo un’infarinatura. Saliti su quella ribalta non da sconosciuti (proprio quest’album a inizio anno era andato al numero 6 nella natìa Gran Bretagna) ma comunque da gruppo poco noto al pubblico americano, i Ten Years After ne scendevano da superstar e questo in forza di una performance esplosiva. Al culmine in una versione di undici minuti di quella I’m Going Home già decisiva (in una più concisa lettura di sei minuti e mezzo) l’anno prima per il successo, più modesto e tutto inglese, del live “Undead”. Galeotta fu Woodstock però anche in negativo, giacché da quel 17 agosto 1969 i Ten Years After nel sentire comune sono rimasti “quelli di I’m Going Home”, un boogie-blues tanto travolgente quanto banalotto, ed è nomea che non rende giustizia a una band che fu tutt’altro che unidimensionale. A volte magari un filino scolastica nella sua resa di grammatica e vocabolario delle dodici battute, ma spesso anche no. Nel post-Woodstock a fare fede di una cifra stilistica personale saranno soprattutto “Cricklewood Green” (sul fronte della jam) e “A Space In Time” (su un versante più pop). Prima del fatidico festival aveva provveduto “Stonedhenge”.

Si scoccerà chi del terzo album (secondo in studio) del gruppo di Alvin Lee già aveva acquistato una precedente edizione rimasterizzata con quattro bonus. Questa sul secondo CD ne riprende tre aggiungendone tre ulteriori, laddove sul primo sistema il programma originale sia in mono che in stereo. Gioirà viceversa chi ancora non aveva in casa questo classico minore. Si stupirà magari, avendo in testa solo “quei” Ten Years After lì, dei tanti piccoli tocchi di jazz, così come di una gemma di blues insieme psichedelico e gotico chiamata Going To Try.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Il Sensazionale Alex Harvey

The Sensational Alex Harvey Band

È una storia gloriosa e tragica, incastonata fra due morti premature e suggellata da altre due. Il 3 maggio 1972 al Top Rank Bingo Club di Swansea, Galles, sono in programma gli Stone The Crows, gruppo di blues progressivo in decisa ascesa (il loro manager è Peter Grant, lo stesso dei Led Zeppelin) reso inconfondibile dalla voce della cantante Maggie Bell. Li caratterizza quasi altrettanto la chitarra del ventisettenne Leslie Harvey. Quella sera qualcosa non va nell’impianto di amplificazione. Leslie si avvicina a un microfono per scusarsi e ci posa sopra una mano. Muore all’istante, fulminato da una scarica elettrica. Colpo tremendo per Alex Harvey, che quel fratellino talentuoso, di tanto più giovane di lui (dieci anni) se l’è cresciuto svezzandolo a dixieland, blues e rock’n’roll. Eventi simili possono rivoluzionare una vita ed è quanto accade ad Alex. Da un paio di anni ha lasciato le scene musicali, dopo un’ultradecennale carriera che l’ha visto pubblicare quattro pregevoli LP. Performer fenomenale e interprete e compositore eclettico, ha praticato un robusto errebì (in questo un pioniere nella natìa Scozia) come un blues di ricerca, mai dimentico delle radici folk, sperimentando anche con la psichedelia alla testa dei misconosciuti Giant Moth. È come se la scomparsa di Leslie fosse per lui un segnale che il suo cammino artistico deve riprendere ed è un’autentica frenesia di vita che si impossessa di lui. Con complici scovati casualmente e dell’età di Leslie o meno piuttosto che della sua (sono all’orizzonte i quaranta), in poco più di cinque anni pubblicherà otto album (i primi sette per i tipi della Vertigo), conoscendo pure in patria un successo di cui in precedenza aveva avuto assaggi da emigrante in Germania. Tolto il trascurabile “Fourplay”, inciso senza il leader, l’intera discografia della Sensational Alex Harvey Band è stata appena ristampata su quattro doppi CD Mercury. Ottima occasione e perdipiù a buon mercato per fare la conoscenza di un artista che fu fra i pochi della vecchia guardia rispettati dalla generazione del punk (molto di lui nel vociare malevolo di Johnny Rotten) e del cui club di estimatori fanno parte nomi tanto diversi come Nick Cave, che ne ha coverizzato un brano nel capolavoro “Kicking Against The Pricks”, e Marc Almond.

Primo frutto dell’incontro fatale fra Harvey e i Tear Gas – Zal Cleminson alla chitarra, Hugh McKenna alle tastiere, Chris Glenn al basso, Eddie McKenna alla batteria -, registrato sul finire del 1972 e pubblicato a inizio ’73, “Framed” è apprezzabile debutto in bilico fra il passato del capobanda e la voglia di attualità che in quel momento in Gran Bretagna si chiama glam. Ne offre sintesi perfetta proprio la title track, classico di Leiber & Stoller che Alex ha in repertorio dai tempi in cui chiamava casa Amburgo ed è qui bluesone ultraelettrico con su la polvere di stelle di un piano luccicante. Ove più avanti I Just Want To Make Love To You di Willie Dixon è impossibilmente intensa e randellata da ottoni striduli. Altri apici: la gotica ballata folk Hammer Song, che stregherà Cave; la favolistica e molto articolata Isobel Goudie. Chiudono la cabarettistica There’s No Lights On The Christmas Tree Mother, They’re Burning Big Louie Tonight e l’hard schiacciasassi di St. Anthony ed è fra questi due estremi che si colloca una formazione che da subito offre soprattutto dal vivo il meglio di sé, con spettacoli di accentuata teatralità. “Next” (ancora 1973) va comunque assai vicino a riprodurre in studio la possenza tutt’altro che priva di sottigliezze di performance circondate da un alone di mito. Bellissimo il brano che lo battezza, cover di Jacques Brel inondata d’archi e valgono poco di meno la politicamente scorrettissima Gang Bang, che è una coda di cometa Ziggy Stardust, una Vambo Marble Eye di cui Bo Diddley potrebbe essere orgoglioso e il finalino alla American Graffiti di The Last Of The Teenage Idols. Volendo scegliere uno solo fra i quattro doppi CD da poco disponibili, è su questo che conviene puntare.

Vale certamente l’esborso comunque pure quello che accoppia “The Impossible Dream” (1974) e “Tomorrow Belongs To Me” (1975), i due 33 giri di maggior successo. Nel primo scorci di funkadelia e innodie da pub (Anthem: basta il titolo), nel secondo hard’n’roll melodico, scampoli di dodici battute, music hall da suburbia alla Irvine Welsh e il non plus ultra della scorrettezza politica con la canzone omonima, struggente resa (ma non fatevi strane idee; il nero di Harvey era piuttosto quello dell’anarchia) di un inno della gioventù nazionalsocialista. Per completisti “Live” (1975) e “The Penthouse Tapes” (1976), quest’ultimo tutto di brani altrui, mentre valgono più di quanto di solito non si dica “SAHB Stories” (ancora 1976) e il congedo “Rock Drill” (1978). Quest’ultimo vede la luce (poca) dopo che la banda ha pubblicato il dispensabile “Fourplay” senza il leader, ormai in china discendente.

È accaduto che nel luglio ’76 un incidente aereo si è portato via Bill Fehilly, che più che semplicemente un ottimo manager per Alex Harvey era il migliore amico. La fiamma che ha arso in lui per un lustro vacilla. La bottiglia sostituisce Bill. Il solistico “The Mafia Stole My Guitar” sarà, nel 1979, ancora degno. In alcuni momenti viceversa imbarazzante il postumo “Soldier On The Wall”, uscito a qualche mese dalla morte per infarto, il 4 febbraio 1982. Esattamente un anno dopo un infarto si porterà via anche Leslie Harvey Snr, sopravvissuto a entrambi i figli. Ebbe il tempo di rimpiangere di avere instillato in loro l’amore per la musica.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.501, 17 settembre 2002.

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