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L’uomo della pioggia (RIP Michael Chapman (24/1/1941-10/9/2021)

Classe 1941, Michael Chapman pubblica tuttora dischi con cadenze da giovincello, fa concerti e alla fine di ogni tour torna nel remoto villaggio del Northumbria dove vive dacché i proventi dell’album dopo questo, “Fully Qualified Survivor”, gli permisero di acquistarci una cascina. A lungo patrimonio di pochi, gli anni ’10 del nuovo secolo lo hanno visto intervistato a destra e a manca e fatto oggetto di un documentario, lui che già aveva avuto la soddisfazione di scoprire che artisti di altre generazioni (più giovani, tipo Thurston Moore, o parecchio più giovani, come Devendra Banhart) lo considerano un maestro. Può volgersi all’indietro, questo superbo chitarrista usualmente catalogato alla voce “folk progressivo” ma che ha suonato di tutto, fino all’improv più radicale, e guardare con orgoglio al percorso fatto. Prima tappa (datato 1969, griffato Harvest) questo stupendo “Rainmaker”. Assemblato con il cruciale contributo di altri musicisti stellari (per dire: al basso si alternavano Rick Kemp e Danny Thompson, in un paio di brani dietro la batteria sedeva Aynsley Dunbar) il disco parla la lingua di un folk elettrico ed elettrizzante, pregno di blues, disposto a concedersi al country. L’avessero fatta i Led Zeppelin, la traccia che gli dà il titolo la conoscerebbe chiunque.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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Steve Earle & The Dukes – J.T. (New West)

Non ascolterete in questo 2021 canzone più straziante di quella che suggella il terzo tributo che un grandissimo cantautore quale è Steve Earle dedica a un altro autore con i crismi dell’eccezionalità. Ancora fresco, del marzo 2019, quel “Guy” con cui il nostro uomo omaggiava Guy Clark, morto settantaquattrenne nel 2016 per un linfoma, era di dieci anni prima la collezione di riletture di Townes Van Zandt, spentosi cinquantaduenne nel ’97 per avere troppo chiesto al suo fisico in un’esistenza matta e disperatissima, “Townes”. Steve Earle era talmente legato a costui da chiamare il suo primogenito Justin Townes. Ed ecco, proprio a Justin Townes, che dal padre aveva purtroppo ereditato oltre al talento la propensione a eccessi alcolici e dipendenze chimiche e a ragione di ciò è scomparso lo scorso 20 agosto, appena trentottenne, è dedicato “J.T.”. Dieci brani di un ragazzo mai diventato adulto davvero e a fondo corsa uno autografo ─ Last Words: felpato, luttuoso blues ─ di onestà, pregnanza, dolcezza sconvolgenti. Un dirsi addio da genitore a figlio nell’attesa di ritrovarsi che lascia annichiliti.

Non avrebbe mai voluto registrarlo un disco così, Steve Earle (o magari sì ma fra qualche anno, in onore di un riottoso allievo capace invecchiando di superare lo sregolato maestro), e non avrei mai voluto scriverne io, che tante volte ho avuto la fortuna di recensire sia Earle Sr che Earle Jr. Che poi sia un album bellissimo, collezione di country autorale propenso a commerci con folk e blues (solo saltuariamente con il rock: il tradizionalista in famiglia era quello giovane) era scontato. Che delle dieci canzoni riprese da sei dei nove album pubblicati da Justin Townes ben quattro arrivino da uno intitolato “The Good Life” aggiunge un tocco di agra ironia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Il talento grande e la vita buttata via di Justin Townes Earle (4/1/1982-20/8/2020)

Ricevo una richiesta di amicizia su Facebook. Come al solito prima di accettarla do un’occhiata al profilo di chi me l’ha inviata e ai contatti che abbiamo in comune. Il profilo è chiuso, con solo pochi post visibili. Rispondo egualmente positivamente e lo riapro. Ed è così che vengo a sapere, con due settimane di ritardo, della morte (del resto comunicata al mondo soltanto il 23 agosto) di uno dei migliori cantautori americani under 40. Dipartita tanto prematura quanto tristemente prevedibile per cosa l’ha causata. Eri proprio il figlio di tuo padre, Justin Townes. Lui ha avuto più fortuna, tu avresti dovuto imparare, dai suoi errori e dai tuoi.

Midnight At The Movies (Bloodshot, 2009)

È un nome pesante da portare: Townes, come un carissimo amico di famiglia. Townes Van Zandt. Arte immane, esistenza da maledetto, morte prematura. Fra i grandi cantautori americani il più misconosciuto ma pure, da chi sa, il più riverito. E va da sé che sia pesantissimo pure il cognome, se chi ti ha generato è Steve Earle: uno che ha rivoluzionato il country come pochi mai nonché un altro con un’inclinazione pericolosa, emendata un attimo prima che fosse troppo tardi, per la vita spericolata. Giusto in apertura di Mama’s Eyes, quarta traccia di dodici di questo suo secondo album, il rampollo ammette, fra l’orgoglioso e il rassegnato, che “sono il figlio di mio padre/non ho mai saputo quando tenere la bocca chiusa/ma non frego nessuno/sono proprio il figlio di mio padre”. A fare il figlio di suo padre ci si è messo sin da ragazzino, prestissimo nella band paterna, i Dukes, e altrettanto precocemente titolare di un record ineguagliabile, essendosi fatto licenziare per avere ecceduto con l’eroina e visto l’ambito ce ne voleva. Cinque overdose prima di compiere ventun anni e l’ultima quasi fatale, il giovanotto capiva infine che di papà altre erano le cose da imitare.

Oppure no, nel senso che pur muovendosi nel country Steve e Justin Townes non hanno granché in comune, il primo più propenso al rock, il secondo che parrebbe sul subito assai più passatista. È un’impressione che a un ascolto attento e consapevole si rivela però errata e clamorosamente. Similmente al primo John Prine – ed ecco uno di cui sul serio può essere considerato l’erede: più che di Steve, più che di Townes – il ragazzo ha un approccio alla tradizione fresco e innovativo. Mischia all’interno del suo perimetro, la infiltra senza parere di altro, dall’antico (il ragtime) al moderno (certo indie pop). What I Mean To You l’avrebbe potuta scrivere un Randy Newman, They Killed John Henry o Halfway To Jackson le si sarebbe potute ascoltare da Johnny Cash.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.645, aprile 2009.

Harlem River Blues (Bloodshot, 2010)

Se un Dio esiste, deve avere a un certo punto posto la mano sul capino di cazzo imbrillantinato di Justin Townes Earle e, tirandolo su per i capelli, sottratto di peso a una morte che stava per coglierlo quando gli anni trascorsi su questa terra dal rampollo di cotanto padre – Steve: ex-tossico, ex-alcolizzato e uno dei più emozionanti cantori e cantautori dell’America dell’ultimo quarto di secolo – non erano che venti. Sopravvissuto a una prima, una seconda, una terza, una quarta overdose, il ragazzo incredibilmente se la cavava per il rotto della cuffia pure con la quinta e a quel punto decideva che altro di papà bisognava imitare. Siamone grati, al Dio di cui sopra. Naturalmente non avremmo mai avuto consapevolezza di che razza di talento ci saremmo se no persi, ma saperlo ora toglie il fiato come un’ascesa che pare irresistibile dacché il ragazzotto nel 2007 si autoproduceva un mini cui sono poi andati dietro tre album questo compreso, tutti su Bloodshot, uno per anno.

Mi trovo in imbarazzo a dovere dare un voto ad “Harlem River Blues” dopo avere speso superlativi e un bell’“8” per il precedente “Midnight At The Movies”. Un po’ meno variegato (non che non sia piuttosto vario; però in un range stilistico più ristretto) evidenzia in compenso un ulteriore salto di qualità della scrittura e nondimeno… be’, sopra l’“8” secondo me si dovrebbe andare solo per dischi che si individua fra i migliori dell’anno e si scommette che segneranno un decennio. Quattro ascolti non mi bastano per sbilanciarmi tanto. Per intanto qui mi sembra ci siano comunque canzoni colossali: come una traccia omonima che infiltra soul in uno shuffle rockabilly, una Working For The MTA che è Woody che incontra Bruce, una Slippin’ And Slidin’ da Età dell’Oro della Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.316, novembre 2010.

Single Mothers (Vagrant, 2014)

Le apparenze ingannano. Con quella faccia da nerd che ha stenteresti a dare a questo giovanotto più di venticinque anni e invece il prossimo 4 gennaio saranno trentatré. Immagineresti che nella vita non abbia fatto nulla di più pericoloso per la salute che trangugiare junk food in lunghe notti insonni trascorse davanti allo schermo di un computer, quando invece cominciava a collezionare overdose da eroina quando era sì e no maggiorenne e arrivato a ventuno contava la quinta, che rischiava di essere l’ultima in tutti i sensi visto che per pochissimo non si rivelava fatale. Dopo di che il ragazzetto metteva più o meno la testa a posto ma molto “più o meno”, visto che con sconcerto leggo che negli ultimi tempi era tornato a flirtare pericolosamente con alcool e sostanze. Leggo anche che ora è di nuovo “pulito” e spero sia la volta buona. Fino ad oggi la vita del figlio di quell’altro talentuoso disperato di Steve Earle si potrebbe riassumere con il titolo di un classico del cantautore maledetto USA per antonomasia Townes (ma guarda! no, non è una combinazione) Van Zandt: “High, Low And In Between”.

Da sempre più country che non rock rispetto a papà, nel precedente “Nothing’s Gonna Change The Way You Feel About Me Now” (quarto e ultimo lavoro su Bloodshoot prima di un infruttuoso e tumultuoso passaggio dalle parti della Communion e dell’approdo alla Vagrant), Justin Townes aveva come traslocato Memphis a Nashville, in un disco dal suono denso e pregno di soul. Lì lo accompagnavano sino a una dozzina di musicisti, qui al massimo tre in una decina di canzoni perlopiù scarne e malinconiche, non di rado sull’orlo della depressione e se è questo l’effetto che gli fa essersi sposato l’anno scorso non oso immaginare cosa sarà l’album in cui racconterà il divorzio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

Kids In The Street (New West, 2017)

È chiaramente un affare di famiglia e non soltanto perché il padre di Justin Townes, Steve, è uno degli artisti di punta del cantautorato rock USA degli ultimi trent’anni (il figlio degli ultimi dieci). Datato 2014, il terzultimo lavoro del rampollo è intitolato “Single Mothers”. Il successore, del 2015, lo aveva chiamato “Absent Fathers”. Adesso questo “Kids In The Street” ed è impossibile, vista la biografia dell’ormai qualcosa più che giovanotto (trentacinquesimo compleanno festeggiato in gennaio), non pensare che è della sua vita, direttamente o in metafora, che ci parla: di un’infanzia trascorsa affidato alla madre; di un padre perso nella battaglia contro assortite dipendenze che cominciava a farsi carico dei suoi doveri solo quando Justin Townes stava entrando in un’adolescenza a sua volta marchiata dall’abuso di alcool ed eroina. Vita spericolata, in cui a una prima redenzione è andata dietro una ricaduta nei vecchi vizi. Avrà definitivamente rimesso la testa a posto ora che è anche lui genitore?

Accantonando analisi testuali che al lettore italiano interessano poco (e sarebbero pure difficili da compiere, essendo la recensione basata su un advance senza nemmeno i crediti), la prima cosa che salta all’orecchio è come questo album nuovo sia musicalmente assai più vario e vivace dei due immediati predecessori. Lo chiarisce subito il rock’n’roll sexy e sferragliante Champagne Corolla, eletto a inaugurare il programma e a fare da apripista sul web. Da lì all’avvolgente e sospesa There Go A Fool, cui sono affidati i saluti, è un florilegio di jingle jangle pop e marcette dixie, ballatone country, blues arcaici, briosi ballabili rock. Leggo di una cover di Graceland di Paul Simon designata inizialmente a congedo, ma non ne trovo traccia: peccato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

The Saint Of Lost Causes (New West, 2019)

“Una volta che hai premuto il grilletto non puoi far tornare indietro la pallottola”, riflette il protagonista della cupissima Appalachian Nightmare, che avendo ucciso un poliziotto quell’unica volta che ha sparato in vita sua si ritrova assediato in una stanza di un motel e sa che non ne uscirà vivo, se non per passare in galera il resto della sua esistenza. “Fra tutti i miei rimpianti i due peggiori sono non aver trattato meglio mia madre e il primo buco”, aggiunge, prima di rivolgere una preghiera al Creatore e, presumibilmente, farla finita. Che il tutto sia cantato, o più che altro recitato in questo caso, da uno che andò cinque volte in overdose prima di compiere ventun anni e l’ultima gli fu quasi fatale (dopo di che ha messo la testa a posto; più o meno) aggiunge all’assieme un’eco ulteriormente sinistra. Chissà se con sua madre Justin Townes ha avuto/ha un rapporto migliore rispetto al delinquente di cui sopra. Con l’illustre padre la relazione è sempre stata un po’ complicata. Buon per noi che al figliolo Steve Earle abbia trasmesso non solo debolezze ma anche il talento. Ne costituiscono fenomenale certificazione gli otto album con questo che Earle Jr ha pubblicato a partire dal 2008. Media altissima e a doverne consigliare uno solo non si saprebbe quale. Proprio “The Saint Of Lost Causes”?

Per certo è un lavoro che segna una piccola cesura nella carriera del Nostro. Il più vendibile, per l’immediatezza di alcune canzoni, prima fra le quali quella che lo inaugura e intitola sistemandosi da qualche parte fra Joe Henry e Chris Isaak e a ruota le ballate country Morning In Memphis e Frightened By The Sound. Il più rock, con gli schietti rockabilly Ain’t Got No Money e Flint City Shake It e il tagliente blues Dont’ Drink The Water.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.412, settembre 2019.

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John Prine (10/10/1946-7/4/2020) in due album, il primo e l’ultimo

You’ve been enjoying a pretty amazing run over the past few years. Your last album became your highest charting LP and got several Grammy nominations. You’ve been playing to big crowds…

“Seems I can’t do any wrong these days. About five years ago, I was thinking about, not retiring, but just kicking back and doing fewer shows. But ever since I brought out ‘The Tree Of Forgiveness’ we’re doing everything we can just to keep up with it. It’s still selling after 18 months, I’m getting a lot of young kids coming to the shows, and in turn they’re going back and listening to my old stuff.”

(Dall’ultima intervista concessa da John Prine, pubblicata da “Mojo” sul numero di marzo 2020.)

John Prine (Atlantic, 1971)

Per essere uno che dei diciotto lavori in studio pubblicati dopo questo è riuscito a piazzarne solo uno nei Top 100 di “Billboard” (“Common Sense” nel 1975; peraltro uno dei meno apprezzati dai suoi estimatori), se ne è tolte di soddisfazioni John Prine. Di morali soprattutto in un secolo nuovo che, oltre all’introduzione nel 2003 nella “Nashville Songwriters Hall Of Fame”, lo ha visto collezionare due Grammy e quattro vittorie agli “Americana Music Honors & Awards”. Di monetarie sin dai lontani anni ’70 che inaugurava con questo meraviglioso debutto, ignorato appunto dalle classifiche ma in compenso apprezzatissimo da colleghi in cerca di brani da far loro (d’altro canto: alla Atlantic era approdato su raccomandazione di Kris Kristofferson). Se lui di hit in prima persona non ne ha mai avute, a elencare chi lo ha coverizzato non basterebbero un paio di colonne di questo volume e basti allora citare un paio di nomi ovvi (Johnny Cash e Bonnie Raitt) e un paio molto meno (Bette Midler e Paul Westerberg). “John Prine” contiene alcune delle sue composizioni classiche e fra esse due fra le più memorabili di tutte: l’agrodolcissima Donald And Lydia e la sconvolgente Sam Stone, ritratto visto con gli occhi del figlio di un reduce dal Vietnam precipitato negli abissi della tossicodipendenza.

Pubblicato per la prima volta su Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

The Tree Of Forgiveness (Oh Boy, 2018)

Sulla copertina del suo diciannovesimo lavoro in studio l’uomo che nientemeno che Bob Dylan paragonò nientemeno che a Marcel Proust sembra anche più vecchio dei settantun anni che ha. D’altra parte: tanta grazia che questo disco – prima raccolta di materiali autografi da tredici anni in qua, dopo una di standard country e una di duetti con voci femminili – veda la luce, giacché l’autore è sopravvissuto a un cancro ai polmoni quasi tre lustri dopo averne sconfitto uno della pelle. È alla radioterapia che lo aiutava a sbarazzarsi del primo che dobbiamo una voce più profonda e roca che negli album che lo hanno consegnato alla storia della canzone d’autore americana del Novecento: l’epocale, omonimo esordio del 1971; il quasi altrettanto meraviglioso “Sweet Revenge”, del ’73; in seconda battuta il sorprendente (schiettamente rockabilly, però solo per metà di brani suoi) “Pink Cadillac”, del ’79. A quella, più che alle sigarette cui ha dovuto giocoforza rinunciare e che rimpiange talmente da pregustare, nella conclusiva delle dieci tracce che sfilano in “The Tree Of Forgiveness”, quella che per prima cosa si fumerà non appena ammesso in paradiso: una lunghissima, nove miglia.

Alternativamente recitata e cantata e musicalmente sgangheratella, When I Get To Heaven è il solo mezzo passo falso – perdonabile; paradossalmente, ben altra pregnanza evidenziava Prine scrivendo a venticinque anni appena un capolavoro di canzone sull’invecchiare quale Hello In There – in un disco se no strepitoso. Fra il resto due pezzi con la statura del classico istantaneo: Caravan Of Fools potrebbe confondersi in un “Best Of” di Johnny Cash, The Lonesome Friends Of Science in uno di Townes Van Zandt.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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I migliori album del 2019 (5): Yola – Walk Through Fire (Easy Eye Sound)

Se questo disco fosse uscito nel 1969 avrebbe venduto probabilmente molto e i singoli che ne sarebbero stati tratti non solo avrebbero scalato a loro volta le classifiche ma si sarebbero impressi nella memoria collettiva, contribuendo grandemente a una meritata nomea di classico. Li si ascolterebbe ancora alla radio (diciamo su Capital e Virgin, visto che siamo in Italia) e sarebbero insomma familiari pure a un pubblico non particolarmente avvertito. Non so a voi, ma a me di ascoltare alla radio un qualunque brano da “Walk Through Fire” non è capitato. E a quanto mi consta l’esordio da solista (prima era la cantante di tali Phantom Limb, tre album pubblicati fra il 2008 e il 2012 senza che nessuno se ne accorgesse) di Yolanda Quartey ha totalizzato finora vendite modeste. Cambierà qualcosa se a febbraio – e cioè a esattamente un anno dacché ha visto l’uscita – Yola dovesse imporsi in qualcuna delle ben quattro categorie nelle quali si ritrova candidata ai Grammy Awards? Certamente sì e se anche non dovesse portare a casa nemmeno un trofeo l’esposizione mediatica un qualche positivo effetto lo avrà. Strano e ormai rarissimo caso di industria discografica che dimostra di credere in qualcuno il cui nome è ignoto alla platea generalista. Per quanto e paradossalmente non ne abbia capito granché. OK “Best New Artist” per la titolare, ma far concorrere “Walk Through Fire” per il titolo di “Best Americana Album” e soprattutto inserire Faraway Look nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” sta fra la forzatura e l’equivoco.

Mi spiego? Immaginate Burt Bacharach che scrive per Dusty Springfield e la manda a registrare a Memphis, con gli allora ragazzi della Stax, ma con Phil Spector a produrre: ne sarebbe venuta fuori proprio Faraway Look, che inaugura “Walk Through Fire” ed è subito capolavoro, che è la “mia” canzone del 2019 anche se ancora non ci credo che non sia una faccenda da cinquanta esatti anni prima. Roba da “Dusty In Memphis” e di nuovo un’inglese (Yola è di Bristol, ma diversamente da Dusty Springfield non vuole la pelle nera perché già ce l’ha) va a cantare il soul in terra di America come non molti (afro)americani sanno. Pezzone clamoroso dopo il quale nulla potrebbe ragionevolmente andare e invece questa trentaseienne con in curriculum collaborazioni con Massive Attack e Chemical Brothers ne piazza altri undici diversamente fantastici e sotto tutti c’è, con quelle di un manipolo di collaboratori, la sua firma (sotto la ballatona It Ain’t Easier solo la sua). Immancabile Dan Auerbach dei Black Keys, regista dell’operazione ed è la sua migliore produzione di sempre. C’è indubbiamente parecchio country in questo disco, fra l’altro registrato giusto a Nashville, e sarà pure da ciò che deriva il misunderstanding di cui sopra, perché di soul ce n’è di più, e con esso del gospel, e del blues. Tanto pop, nell’accezione ’60 del termine (la melodia della conclusiva Love Is Light non potrebbe essere più beatlesiana) e caratterizzato da arrangiamenti importanti, ma sempre agili. Però, però, però… Nei miei scaffali il disco finirà nella sezione black e quello è il suo posto, “soul” è l’etichetta se per forza gliene devo attaccare una. Anche se Love All Night (Work All Day) potrebbe averla scritta Robbie Robertson ai tempi della Band. Anche se Lonely The Night sarebbe stata perfetta per Roy Orbison.

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L’atto fondativo dell’Americana – Il primo album di The Band

Secondo Roger Waters nella storia del rock solo “Sgt. Pepper’s” è risultato più influente di “Music From Big Pink” ed è opinione che sorprende dall’ex-Pink Floyd, avendo sempre abitato la band britannica un mondo altro rispetto a quello dell’unica tanto modesta e arrogante insieme da scegliere di chiamarsi, semplicemente, The Band. Aspetta, aspetta… un altro mondo? Dice sempre Waters che l’album d’esordio del quintetto canadese per quattro quinti – il chitarrista Robbie Robertson, i tastieristi Richard Manuel e Garth Hudson, il bassista Rick Danko – e americano per il restante – il batterista Levon Helm – influenzò i Pink Floyd “deeply, deeply, deeply”. Ma davvero? Magari il lettore riuscirà a cogliere ciò che a me sfugge, laddove nessuno può avere difficoltà a credere a Eric Clapton quando racconta che l’esordio a 33 giri di The Band fu decisivo nell’indurlo a sciogliere i Cream e prima a dare vita ai Blind Faith, poi a unirsi a Delaney & Bonnie, quindi a lanciarsi nell’avventura Derek & The Dominos. Evidenti in questi, quegli e quegli altri ancora gli echi del capolavoro che Robertson e soci tramavano fra New York e Los Angeles a inizio 1968, dopo averne posto le basi l’anno prima in quella brutta casa rosa immortalata sia all’interno che sul retro di copertina dell’album. Stiamo parlando di un disco che ha fatto scuola come pochi: pietra d’angolo di quel genere che va sotto il nome di Americana e che è più che mera fusione di country e blues, folk e rock’n’roll, di gospel come di bluegrass, soul ed errebì. Dovendosi ricorrere, per un’analisi compiuta, alla critica letteraria oltre che musicale. Un po’ di studi biblici aiutano. “Colpa” di The Band, sì.

Negli annali del rock non molti gruppi sono giunti così rodati all’esordio. È il 1957 quando il diciassettenne Levon Helm, originario dell’Arkansas, si unisce a un cantante pur’egli dell’Arkansas ma che la sua America l’ha trovata in Canada. Non milita nella serie A del rock’n’roll, Ronnie Hawkins, ma nella cadetteria si fa valere. Robbie Robertson entra nei suoi Hawks a inizio 1960, Rick Danko nell’estate dell’anno dopo, Richard Manuel sotto Natale sempre del ’61 e Garth Hudson la primavera successiva. È una palestra dura ma proficua, i ragazzi imparano quanto possono e finiscono per superare un maestro che dà loro scarse soddisfazioni, modesto il salario, rigida la disciplina, disconosciuti gli apporti creativi. Defezionano allora in blocco e sempre in blocco passerebbero a fiancheggiare la leggenda del blues Sonny Boy Williamson non fosse che costui disgraziatamente defunge. Fortuna vuole però che un’amica che lavora da segretaria per Albert Grossman raccomandi al principale protetto di costui di andare a vederli. Lo ha appena consigliato in tal senso, sapendo che vorrebbe mettere insieme un gruppo rock, anche John Hammond Jr. e Bob Dylan va, ascolta e ingaggia. Dapprincipio soltanto Robertson ed Helm ma quando, dopo un paio di date, gli dicono che continueranno a suonare con lui solamente se prenderà a libro paga pure gli altri tre non si fa pregare. È l’inizio del sodalizio che letteralmente inventa il cantautorato rock e, a parte che non c’è lo spazio, potrebbe pure offendersi chi legge a sentirsi raccontare per l’ennesima volta la saga della svolta elettrica dell’uomo di Duluth, menestrello folk e cantore della protesta giovanile per antonomasia. Dal settembre 1965 al maggio seguente Bob Dylan e quella che si chiama la Band soltanto perché non vuole più chiamarsi Hawks e un nome nuovo non se lo è dato ancora girano il globo esibendosi per platee alternativamente entusiaste e riottose. Inizialmente più la seconda e, patendo le contestazioni, dopo poche settimane Helm abbandona la compagnia e fino a metà ’66 preferirà guadagnarsi da vivere, piuttosto che prendendosi insulti, lavorando su una piattaforma petrolifera. Ma il 29 luglio ’66 Dylan resta vittima dell’incidente motociclistico, in realtà senza gravi conseguenze, che gli permetterà di scendere dalla giostra impazzita di cui da troppo è prigioniero. I mesi di convalescenza a Woodstock sono quelli in cui, in un’atmosfera rilassatissima, pone mano con i ragazzi ai cosiddetti “Basement Tapes”, massa immane di materiali di alcuni dei quali il mondo verrà presto a conoscenza per vie traverse, mentre tanti si ritroveranno radunati solo nel 1975 in un omonimo e celeberrimo doppio (l’integrale data 2014 e costituisce l’undicesimo volume – sestuplo! – della “Bootleg Series”).

Pur registrato l’anno dopo e non in cantina bensì in studi professionali, “Music From Big Pink” è progenie evoluta di quei mesi fecondi al di là della firma di Bobbie Dylan sotto l’iniziale e dolente Tears Of Rage, lo spiritual a suggello I Shall Be Released, la spumeggiante This Wheel’s On Fire che in contemporanea alla pubblicazione americana del 33 giri era una hit britannica per Brian Auger & The Trinity. Del Vate anche il dipinto che adorna la copertina e in cui i musicisti effigiati sono sei, a rimarcare la presenza in spirito di chi si astenne dall’ospitata unicamente per non distogliere ulteriormente l’attenzione dai titolari del disco. Il classico assoluto dei nostri eroi, se proprio uno si vuole sceglierne, resta il secondo LP, omonimo e di un anno dopo, ma è qui che fra ballate accorate e uptempo esuberanti, passi liturgici e scarti marziali (svetta, tascabile epopea, The Weight) la Band comincia a dipingere un suo Big Country che se sa di anni ’60 è a quelli dell’Ottocento che appartiene, coevo soltanto per caso della nazione hippie.

Di “Music From Big Pink” la Capitol/Universal ha appena licenziato per celebrarne il cinquantennale un cofanetto con dentro un CD zeppo di bonus, un Blu-Ray, un 7” e l’album originale in formato doppio 12” a 45 giri. Costa quei cento euro, ma l’audiofilo potrebbe felicemente accontentarsi per trenta del solo vinile, con il nuovo missaggio stereo di Bob Clearmountain e il mastering curato da Bob Ludwig. Ascoltato “back to back” con la già stupenda edizione Original Master Recording del 2012 (non più in catalogo) questa stampa ha vinto sebbene di misura il confronto, evidenziando superiore limpidezza e come una maggiore quantità d’aria attorno agli strumenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, settembre 2018.

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Steve Earle & The Dukes – Guy (New West)

Abbonato alla classifica country dacché ne conquistava la cima nell’86 con il tardivo esordio “Guitar Town” (bella rivincita su una Nashville che lo aveva emarginato più di quanto non provvedesse lui a emarginarsi da sé), l’eterno ribelle Steve Earle è entrato un’unica volta nei Top 20 di “Billboard”: fu dieci anni fa e con un’antologia – lui che è autore superbo – di canzoni altrui. “Townes”, dentro una quindicina di riletture da brividi di Townes Van Zandt, splendido cattivo maestro cui il nostro uomo era a tal punto legato da chiamare un figlio (a sua volta divenuto artista di vaglia) Justin Townes. C’è da credere che quel piazzamento se lo sia appuntato come una medaglia al valore, non per le vendite (figurarsi!) quanto per la soddisfazione di avere contribuito lui pure alla glorificazione, sfortunatamente post mortem, di un gigante del cantautorato USA. “Più grande di Dylan”, azzardò una volta proprio Steve Earle e se esagerava non stava esagerando troppo.

Ora: due modelli ha avuto il Nostro e l’altro era Guy Clark, uno che (parole di quell’altro grande cantastorie di Jerry Jeff Walker) scriveva “di uomini anziani e treni vetusti e ricordi come fossero film in bianco e nero”. E “se ho un rimpianto”, racconta il titolare di questo disco (che è uno che si è sposato sette volte e ha rischiato di morire, di eroina o alcool, settanta volte sette), “è di non avere mai scritto un pezzo con Guy e dire che me lo aveva chiesto lui”. Gli domanda perdono, a tre anni da quando un tumore glielo e ce lo ha strappato, rifacendone sedici dei brani più memorabili. Fedele alla lettera oltre che allo spirito quando con Townes qualche libertà se l’era presa. Sto parlando di classici come Desperados Waiting For A Train e Rita Ballou e ogni appassionato di Americana sa che non serve aggiungere altro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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Bonnie Prince Billy – Best Troubador (Drag City)

Per la nazione hippie Merle Haggard era un fascista, l’ex-galeotto perdonato da Reagan che la sbeffeggiava in Okie From Muskegee. Le generazioni cresciute con il punk l’hanno invece sempre pensata diversamente, inquadrandolo per l’anarchico (più che il destrorso) che era. Tant’è che Haggard (scomparso il 6 aprile 2016, nel giorno del settantanovesimo compleanno) si ritroverà persino a incidere per un’etichetta di ascendenze hardcore quale la Anti-. E per Will Oldham (Bonnie Prince Billy il più usato dei tanti alias) costui è sempre stato un eroe. “Best Troubador” è come un cerchio che si chiude: uno che agli inizi di carriera si ritrovava (a torto) confuso nella galassia post-rock, e che è diventato celebre soprattutto grazie a una rilettura di una sua canzone (I See A Darkness) fatta da Johnny Cash, che dedica un album tributo a un artista che fu spinto a divenire tale da un concerto nel carcere di San Quintino proprio dell’Uomo in Nero. Haggard era recluso lì.

Non è la prima volta che Oldham confeziona una collezione di cover: analoghi omaggi aveva dedicato in anni recenti prima agli Everly Brothers e quindi ai Mekons. Però questo (per il quale aveva fatto una piccola prova generale includendo nel 2012 il blues rurale Because Of Your Eyes nel mini “Hummingbird”) pare più sentito. Non una rivisitazione di brani celebri (delle sedici tracce solo due furono delle hit) bensì uno scavare fra le pieghe più nascoste di un catalogo sterminato, “Best Troubador” non si appiattisce mai su quel country formulaico che a tratti pure un fuori dagli schemi come Haggard frequentò. Magari certe fragranze un po’… hippie (penso al flauto fra l’estatico e il celtico nella catatonica Roses In The Winter, o a un’incantata The Day The Rains Came) gli sarebbero piaciute.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Hugo Race Fatalists – 24 Hours To Nowhere (Glitterhouse)

Hugo Race Fatalists - 24 Hours To Nowhere

Se è di “belli e perdenti” – come da titolo di un romanzo giovanile di Leonard Cohen – che si parla, pochi negli ultimi trent’anni sono stati “beautiful” e nel contempo “loser” quanto Hugo Justin Race, australiano (di Melbourne) per natali e cittadino del mondo (con una predilezione per l’Italia) per vocazione. Condannato a restare per sempre nell’ombra di Nick Cave, che fiancheggiava negli ultimi Birthday Party e nei primi Bad Seeds, quando può vantare una folta e labirintica discografia in proprio (con la sua identità anagrafica così come sotto varie sigle) i cui apici almeno poco hanno da invidiare pure al King Ink migliore. Se non lo conoscete, quando passerà dalle vostre parti fate un salto a vederlo. Potrebbe essere l’inizio di un amore. Se vi fidate di me e non volete attendere, la sensazionale doppia antologia (del 2001; urgerebbe un aggiornamento) “Long Time Ago” e “The Goldstreet Sessions” (del 2003) sono le entrature ideali. E se partendo da lì vi va poi di proseguire, accomodatevi: le “24 ore verso nessun luogo” costituiranno un viaggio che merita intraprendere.

A proposito del Canadese Errante: sarà per la suggestione di una voce femminile che ogni tanto si affaccia a duettare, ma mi pare che su quest’album – in particolare nella squisita traccia, languidamente western, inaugurale e omonima – la sua ombra si allunghi più dell’usuale. E che nel contempo vi siano un po’ meno blues e un po’ più country (della varietà da border) rispetto al solito. Detto che i Fatalists altri non sono (con qualche innesto) che i nostrani Sacri Cuori, mi resta lo spazio per segnalare tre apici: il raga Beautiful Mess; una Lost In The Material World dalle parti del Johnny Cash al congedo; una splendida resa della Ballad Of Easy Rider che fu dei Byrds.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.377, luglio 2016.

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Che cavolo stai fumando, Willie?

In alto i chillum per il buon Willie Nelson, stupendo fuorilegge del country che oggi ne compie ottantatré.

Willie Nelson - Stardust

Stardust (Columbia, 1978)

Non so a voi, ma a me il buon vecchio Willie Nelson, che a ottant’anni suonati è il più ardente attivista americano pro-marijuana, sta simpatico da matti. Al di là di ogni considerazione per così dire “ideologica” ne ho sempre apprezzato lo spirito fieramente indipendente, quel suo fregarsene di tutto e tutti e fare di testa sua. E in una carriera ultracinquantennale nessun altro episodio lo certifica tanto esemplarmente quanto questa collezione di standard pop che registrava affidandosi alla produzione di Booker T. Jones sul finire del ’77, gettando nel panico la Columbia, i cui dirigenti non potevano capacitarsi che con il fenomeno del cosiddetto outlaw country a un apice di popolarità l’esponente di maggior spicco della scena decidesse di incidere un disco sulla carta più adatto a magnificare le doti di un Frank Sinatra. Non avrebbero dovuto preoccuparsi. L’album andava al trentesimo posto della classifica generalista di “Billboard” e dritto al numero uno di quella country, nella quale soggiornerà per dieci dicasi dieci anni filati. Quando in realtà di country in senso stretto quasi non ne contiene (forzando un po’ può iscriversi al genere una sommessa Georgia On My Mind, magari una liquida e immancabilmente struggente Unchained Melody) e in compenso regala un sacco di jazz vecchia scuola, la ritmica che swinga lieve, la chitarra che ricama deliziosamente come il piano, laddove l’organo si concede ogni tanto un groove errebì e scommetteresti che a soffiare nell’armonica sia Stevie Wonder (e invece no, è il grande Mickey Raphael). Incisione raffinatissima, come la musica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

Willie Nelson - Countryman

Countryman (Lost Highway, 2005)

C’è voluta, nel ’96, la solita raccolta tributo – chiamata “Twisted Willie” e con dentro Mark Lanegan e Jello Biafra, gli X e Reverend Horton Heat, le L7 e Jerry Cantrell – per fare intendere alle giovani generazioni quanto sia distante William Hugh Nelson, settantadue anni lo scorso 30 aprile, dagli stereotipi di un country nashvilliano musicalmente bolso, sentimentalmente posticcio, politicamente reazionario. Chi allora andò a ritroso scoprì che, rispetto a quell’establishment, Nelson ha sempre rappresentato un altro mondo. Valga come esempio illuminante quella raccolta che nel 1976 ne rilanciava una carriera già ultraventennale ma in crisi, con lui il complice di sempre Waylon Jennings e un titolo che la diceva lunga: “Wanted! The Outlaws”. Fra i padri putativi dell’alt-country c’è insomma pure lui e se il suo tasso di coolness presso la tribù del rock alternativo è lungi dai livelli del compianto Johnny Cash “Countryman” potrebbe fare miracoli per ridurre lo scarto.

Cominciando da una copertina che ci ricorda che il Nostro fuorilegge lo è stato non solo in metafora e che una parte non piccola dei suoi guai con la giustizia gli è venuta da una passione che tuttora non rinnega (anzi!) per quella pianticella che vi campeggia. Proseguendo con un programma di una freschezza che potresti mai dire che per Willie Nelson questo è il centesimo e qualcosa album? Avrebbe potuto essere all’incirca il novantesimo non avesse impiegato, come dichiara il retro della confezione, “10 years in the making”. Non è proprio vero, per tutta una serie di concomitanze il disco era stato accantonato ed è cosa che lascia stupefatti per quanto è bello, ma non è il caso di formalizzarsi. Ciò che conta è che l’album reggae (ebbene sì!) di Nelson sia infine fuori e che sia una bomba. Sta qui una The Harder They Come di un’intensità degna dell’originale di Jimmy Cliff (di una peculiarità pari a quella mitica di Joe Jackson). Le fanno corte altre undici canzoni tutte favolose. Forse più delle altre una I’m A Worried Man giusto di Johnny Cash e resa alla Harry Belafonte.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.614, settembre 2005.

Willie Nelson - Moment Of Forever

Moment Of Forever (Lost Highway, 2008)

Ci vorrebbe un Rick Rubin. Non per regalare un po’ di coolness a un artista che, a un’età veneranda (compirà settantacinque anni il 30 aprile), resta in prima linea (con la parola e… ahem… l’esempio) sul fronte della battaglia antiproibizionista e ancora nel 2005 sapeva spiazzare pubblicando un album (contrastanti le reazioni; per me “Countryman” è una gemma) di reggae. Ci vorrebbe un Rick Rubin, ma non per riportare in auge un artista che fa dischi dai primi ’60, è una star dalla metà dei ’70 ed è visto come un nume tutelare non solo da tutti i più o meno attempati ribelli di Nashville ma dalle nuove generazioni, che al country sono arrivate partendo da questo o quel settore dell’indie-rock. Ci vorrebbe un Rick Rubin per regalargli insieme, come all’ultimo e al più indimenticabile di tutti i Johnny Cash, un tocco di contemporaneità, tradotta in musica senza tempo, e un filo conduttore capace di legare un repertorio ineguale nella scrittura e non sempre felice nella scelta delle interpretazioni. Se ci pensate, non contando i live l’Uomo in Nero album da applaudire in toto ed eleggere a capolavori mica ne aveva realizzati prima dell’incontro con Rubin.

Ad ogni buon conto “Moment Of Forever” è l’ennesimo disco di Nelson piacevole nel complesso e con qualche apice capace di raccomandarsi ai cofanetti a venire. A volte restando nel solco di uno stile inevitabilmente risaputo: ed ecco una traccia omonima sospesa e accorata e parcheggiata sul Border, così come la ballata When I Was Young And Grandma Wasn’t Old. Altre sorprendendo: con il Randy Newman traslocato a New Orleans di Louisiana, con l’incontro fra Santana e Fred Neil di Always Now. Suggella il tutto una buona resa del Dylan di Gotta Serve Somebody.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.287, febbraio 2008.

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