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Hugo Race Fatalists – 24 Hours To Nowhere (Glitterhouse)

Hugo Race Fatalists - 24 Hours To Nowhere

Se è di “belli e perdenti” – come da titolo di un romanzo giovanile di Leonard Cohen – che si parla, pochi negli ultimi trent’anni sono stati “beautiful” e nel contempo “loser” quanto Hugo Justin Race, australiano (di Melbourne) per natali e cittadino del mondo (con una predilezione per l’Italia) per vocazione. Condannato a restare per sempre nell’ombra di Nick Cave, che fiancheggiava negli ultimi Birthday Party e nei primi Bad Seeds, quando può vantare una folta e labirintica discografia in proprio (con la sua identità anagrafica così come sotto varie sigle) i cui apici almeno poco hanno da invidiare pure al King Ink migliore. Se non lo conoscete, quando passerà dalle vostre parti fate un salto a vederlo. Potrebbe essere l’inizio di un amore. Se vi fidate di me e non volete attendere, la sensazionale doppia antologia (del 2001; urgerebbe un aggiornamento) “Long Time Ago” e “The Goldstreet Sessions” (del 2003) sono le entrature ideali. E se partendo da lì vi va poi di proseguire, accomodatevi: le “24 ore verso nessun luogo” costituiranno un viaggio che merita intraprendere.

A proposito del Canadese Errante: sarà per la suggestione di una voce femminile che ogni tanto si affaccia a duettare, ma mi pare che su quest’album – in particolare nella squisita traccia, languidamente western, inaugurale e omonima – la sua ombra si allunghi più dell’usuale. E che nel contempo vi siano un po’ meno blues e un po’ più country (della varietà da border) rispetto al solito. Detto che i Fatalists altri non sono (con qualche innesto) che i nostrani Sacri Cuori, mi resta lo spazio per segnalare tre apici: il raga Beautiful Mess; una Lost In The Material World dalle parti del Johnny Cash al congedo; una splendida resa della Ballad Of Easy Rider che fu dei Byrds.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.377, luglio 2016.

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Che cavolo stai fumando, Willie?

In alto i chillum per il buon Willie Nelson, stupendo fuorilegge del country che oggi ne compie ottantatré.

Willie Nelson - Stardust

Stardust (Columbia, 1978)

Non so a voi, ma a me il buon vecchio Willie Nelson, che a ottant’anni suonati è il più ardente attivista americano pro-marijuana, sta simpatico da matti. Al di là di ogni considerazione per così dire “ideologica” ne ho sempre apprezzato lo spirito fieramente indipendente, quel suo fregarsene di tutto e tutti e fare di testa sua. E in una carriera ultracinquantennale nessun altro episodio lo certifica tanto esemplarmente quanto questa collezione di standard pop che registrava affidandosi alla produzione di Booker T. Jones sul finire del ’77, gettando nel panico la Columbia, i cui dirigenti non potevano capacitarsi che con il fenomeno del cosiddetto outlaw country a un apice di popolarità l’esponente di maggior spicco della scena decidesse di incidere un disco sulla carta più adatto a magnificare le doti di un Frank Sinatra. Non avrebbero dovuto preoccuparsi. L’album andava al trentesimo posto della classifica generalista di “Billboard” e dritto al numero uno di quella country, nella quale soggiornerà per dieci dicasi dieci anni filati. Quando in realtà di country in senso stretto quasi non ne contiene (forzando un po’ può iscriversi al genere una sommessa Georgia On My Mind, magari una liquida e immancabilmente struggente Unchained Melody) e in compenso regala un sacco di jazz vecchia scuola, la ritmica che swinga lieve, la chitarra che ricama deliziosamente come il piano, laddove l’organo si concede ogni tanto un groove errebì e scommetteresti che a soffiare nell’armonica sia Stevie Wonder (e invece no, è il grande Mickey Raphael). Incisione raffinatissima, come la musica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

Willie Nelson - Countryman

Countryman (Lost Highway, 2005)

C’è voluta, nel ’96, la solita raccolta tributo – chiamata “Twisted Willie” e con dentro Mark Lanegan e Jello Biafra, gli X e Reverend Horton Heat, le L7 e Jerry Cantrell – per fare intendere alle giovani generazioni quanto sia distante William Hugh Nelson, settantadue anni lo scorso 30 aprile, dagli stereotipi di un country nashvilliano musicalmente bolso, sentimentalmente posticcio, politicamente reazionario. Chi allora andò a ritroso scoprì che, rispetto a quell’establishment, Nelson ha sempre rappresentato un altro mondo. Valga come esempio illuminante quella raccolta che nel 1976 ne rilanciava una carriera già ultraventennale ma in crisi, con lui il complice di sempre Waylon Jennings e un titolo che la diceva lunga: “Wanted! The Outlaws”. Fra i padri putativi dell’alt-country c’è insomma pure lui e se il suo tasso di coolness presso la tribù del rock alternativo è lungi dai livelli del compianto Johnny Cash “Countryman” potrebbe fare miracoli per ridurre lo scarto.

Cominciando da una copertina che ci ricorda che il Nostro fuorilegge lo è stato non solo in metafora e che una parte non piccola dei suoi guai con la giustizia gli è venuta da una passione che tuttora non rinnega (anzi!) per quella pianticella che vi campeggia. Proseguendo con un programma di una freschezza che potresti mai dire che per Willie Nelson questo è il centesimo e qualcosa album? Avrebbe potuto essere all’incirca il novantesimo non avesse impiegato, come dichiara il retro della confezione, “10 years in the making”. Non è proprio vero, per tutta una serie di concomitanze il disco era stato accantonato ed è cosa che lascia stupefatti per quanto è bello, ma non è il caso di formalizzarsi. Ciò che conta è che l’album reggae (ebbene sì!) di Nelson sia infine fuori e che sia una bomba. Sta qui una The Harder They Come di un’intensità degna dell’originale di Jimmy Cliff (di una peculiarità pari a quella mitica di Joe Jackson). Le fanno corte altre undici canzoni tutte favolose. Forse più delle altre una I’m A Worried Man giusto di Johnny Cash e resa alla Harry Belafonte.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.614, settembre 2005.

Willie Nelson - Moment Of Forever

Moment Of Forever (Lost Highway, 2008)

Ci vorrebbe un Rick Rubin. Non per regalare un po’ di coolness a un artista che, a un’età veneranda (compirà settantacinque anni il 30 aprile), resta in prima linea (con la parola e… ahem… l’esempio) sul fronte della battaglia antiproibizionista e ancora nel 2005 sapeva spiazzare pubblicando un album (contrastanti le reazioni; per me “Countryman” è una gemma) di reggae. Ci vorrebbe un Rick Rubin, ma non per riportare in auge un artista che fa dischi dai primi ’60, è una star dalla metà dei ’70 ed è visto come un nume tutelare non solo da tutti i più o meno attempati ribelli di Nashville ma dalle nuove generazioni, che al country sono arrivate partendo da questo o quel settore dell’indie-rock. Ci vorrebbe un Rick Rubin per regalargli insieme, come all’ultimo e al più indimenticabile di tutti i Johnny Cash, un tocco di contemporaneità, tradotta in musica senza tempo, e un filo conduttore capace di legare un repertorio ineguale nella scrittura e non sempre felice nella scelta delle interpretazioni. Se ci pensate, non contando i live l’Uomo in Nero album da applaudire in toto ed eleggere a capolavori mica ne aveva realizzati prima dell’incontro con Rubin.

Ad ogni buon conto “Moment Of Forever” è l’ennesimo disco di Nelson piacevole nel complesso e con qualche apice capace di raccomandarsi ai cofanetti a venire. A volte restando nel solco di uno stile inevitabilmente risaputo: ed ecco una traccia omonima sospesa e accorata e parcheggiata sul Border, così come la ballata When I Was Young And Grandma Wasn’t Old. Altre sorprendendo: con il Randy Newman traslocato a New Orleans di Louisiana, con l’incontro fra Santana e Fred Neil di Always Now. Suggella il tutto una buona resa del Dylan di Gotta Serve Somebody.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.287, febbraio 2008.

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The Old Man Down The Road: John Fogerty dopo i Creedence

John Fogerty compie oggi settant’anni. Lo festeggio ripescando un resoconto della sua vicenda artistica post-Creedence Clearwater Revival cui per essere aggiornato mancherebbero giusto il grazioso “The Blue Ridge Rangers Rides Again” (2009) e l’autocelebrativo “Wrote A Song For Everyone” (2013).

John Fogerty

Qualche numero? Stando agli ultimi dati disponibili, quelli del 2006, alla faccia della crisi della discografia annualmente nei soli Stati Uniti continuano a volatilizzarsi 350.000 CD dei Creedence Clearwater Revival, un gruppo che dal 1968 a oggi si calcola, approssimando per difetto, che di dischi ne abbia venduti trenta milioni: venti di album e dieci di singoli. Quanto sia ancora straordinariamente forte l’appeal del marchio è dimostrato anche dalle incredibili cifre – 700.000 copie – totalizzate da “Recollection”, il doppio live pubblicato nel ’98 dai Creedence Clearwater Revisited, ragione sociale con la quale sin dal ’95 e a tutt’oggi girano Stu Cook e Doug Clifford, più variabili accoliti, facendo anche cento date all’anno. Un avvilente jukebox o un commovente tributo al bel tempo che fu e, lui pur nolente, al genio di John Fogerty? Fate vobis. Sempre a proposito di numeri: il Bordowitz, citato diverse volte nel corpo centrale di questa monografia, dedica 146 pagine a raccontare la storia dei CCR, prodromi compresi, fino allo scioglimento. Per dettagliarci sui successivi deliri gliene servono 170 e d’accordo che le usa anche per riferire delle varie vicende solistiche, principalmente dell’unica degna di nota, ma la sproporzione è clamorosa. Sempre a proposito di numeri ma in questo caso nel senso di gente che li dà: nella spesso folkloristica e talvolta drammatica storia dei contrasti finiti in tribunale fra etichette e artisti non si ricorda una causa più grottesca di quella intentata nel 1986 dalla Fantasy a John Fogerty, accusato di plagio… di sé stesso. Troppo simile The Old Man Down The Road, singolo di punta del vendutissimo “Centerfield”, a Run Through The Jungle dei Creedence. Oltre che a Green River, dal che si deduce che la Fantasy – che naturalmente perdeva, mentre Fogerty doveva acconciarsi dal suo canto a più miti consigli smorzando un velenoso attacco a Saul Zaentz presente sempre in “Centerfield” – il nostro uomo avrebbe dovuto metterlo sotto tiro già nel 1970. Sarebbe stato lievemente illogico, un ammazzare la gallina dalle uova d’oro? Certamente, ma di logico non c’è mai stato alcunché nella lotta all’ultima lettera (di avvocati o ai giornali) che per oltre tre decenni ha opposto John Fogerty alla Fantasy, la Fantasy ai Creedence, la Fantasy e il resto dei Creedence a John Fogerty. In un “tutti contro tutti” originato non soltanto dai contratti-capestro di cui ho riferito altrove ma anche dalla totale mancanza di flessibilità da parte dei contendenti. Rifiuto di perdermi e perdervi in un percorso labirintico e disarmante e torno piuttosto sull’indubbia somiglianza fra The Old Man Down The Road e Run Through The Jungle/Green River. Per annotare che con due rilevanti eccezioni, una in positivo e una in negativo, in una carriera in proprio proceduta a strappi e con silenzi talvolta lunghissimi (causa cause, blocchi creativi, esaurimenti nervosi) fra un’uscita e l’altra, John Fogerty è stato sostanzialmente fedele al canone disegnato con i CCR nel magico triennio ’68-’70. Aggiungendo un discreto gruzzolo di canzoni memorabili a un rilevantissimo patrimonio già con i crismi della classicità.

Spiazzante ma assolutamente soddisfacente la prima sortita, ancora su Fantasy, datata 1973 e presentata come opera di un gruppo inesistente, tali Blue Ridge Rangers. In realtà Fogerty (uno che giocasse a calcio farebbe il portiere, il difensore, il centrocampista, l’attaccante, l’allenatore, il presidente e se possibile pure l’arbitro) non solo vi suona tutti gli strumenti ma fa anche tutte le voci. Lo stile è country della più bell’acqua, la scaletta tutta di cover e l’album, nel complesso delizioso, ha citabilissimi vertici nella spumeggiante Jambalaya (già di Hank Williams), nella tenerissima Today I Started Loving You Again e in un programmatico California Blues (Blue Yodel No.4). Come minimo. Due anni dopo l’esordio solistico “vero”, l’omonimo “John Fogerty”, pur’esso realizzato in perfetta solitudine e pubblicato da una Asylum che ha comprato il contratto del Nostro dalla Fantasy, riporta in zona “Willie And The Poor Boys”/”Cosmo’s Factory”. Con verve molto prossima a quella di quei due capolavori. Almost Saturday Night è una nuova (e superiore!) Down On The Corner, Rockin’ All Over The World una seconda Travelin’ Band. I riscontri commerciali sono modesti se paragonati all’era Creedence, ma non disprezzabili, e per l’artista californiano sembrerebbe che una seconda età aurea sia alle porte. Invece no: da lì a qualche mese confeziona “Hoodoo”, una boiatella (persino qualche scivolata nella disco) brutta ma così brutta che alla Elektra, per i cui tipi dovrebbe uscire, gli suggeriscono di ripensarci. Se insiste la daranno alle stampe, ma per la reputazione dell’autore sarebbe meglio di no. Per la prima e unica volta in vita sua Fogerty dà ragione a un discografico, ringraziandolo anche. Chi ha bootlegato questo 33 giri probabilmente lo odia il nostro – ahem – eroe.

La reazione del mondo alla pubblicazione, per la Warner, di “Centerfield” può essere riassunta in quattro parole e un punto esclamativo: “Non ci posso credere!”. L’incredulità è duplice: per cominciare lascia stupefatti il semplice fatto che, a quasi dieci anni dal precedente, John Fogerty pubblichi un LP; poi e ancora di più che per esso si possa serenamente spendere una parola forte come “capolavoro”. La stampa applaude estasiata, il pubblico risponde con pari entusiasmo spedendo The Old Man Down The Road al numero dieci in classifica, una giubilante Rock And Roll Girls al venti e l’album dritto al primo posto. Una title track da allora suonata in ogni partita di baseball negli Stati Uniti e l’omaggio a Elvis di Big Train (From Memphis) sono irrinunciabili in un’ideale antologia fogertyana. Visti risultati tanto brillanti, alla Warner purtroppo non se la sentono di imitare la Elektra rifiutando nel settembre ’86 “Eye Of The Zombie”, un equivalente per il Nostro (a parte che almeno il vocoder ce lo risparmia) di quello che era stato per Neil Young “Trans”. Pessimi gli arrangiamenti venati di elettronica, ondivaga ma mai apprezzabilmente ispirata – fra batterie squadrate, riffoni esagerati e malintesa dance – la scrittura. Da evitare.

Lo schema che prevede una coppia di album editi a distanza ravvicinata e seguiti da silenzi apparentemente senza fine è confermato dagli undici anni di attesa per “Blue Moon Swamp”, prova in studio gagliarda e sottovalutata sul versante dei Creedence più campagnoli (Hot Rod Heart e Swamp River Days gli indiscutibili classici), tallonato a un anno e un mese (ancora e per l’ultima volta su Warner) dall’ottimo live “alla carriera” “Premonition”. Era da un quarto di secolo che John si rifiutava di affrontare dal vivo materiali Creedence. Da qui in avanti vivaddio si rifarà.

“Deja Vu All Over Again” si fa aspettare “appena” sei anni e Crosby Stills Nash & Young non c’entrano: c’entra una guerra in Iraq sempre più simile a quella nel Vietnam e che fa tornare il Nostro, nella traccia che apre e battezza il lavoro, a una polemica politica diretta e aspra. Il disco, che vede la luce per la Geffen e resterà l’unico con tale griffe, paga come effetto complessivo il suo saltabeccare di palo in fresca (ditemi un po’ voi se She’s Got Baggage non sono i Ramones) ma compositivamente è solido e insomma un’aggiunta benvenuta a un catalogo davvero smilzo se si contano gli anni lungo i quali si distribuisce.

Siamo a ieri l’altro, all’ottobre 2007, a “Revival” e mai titolo fu così ammiccante. Dentro ci trovi addirittura una Creedence Song. Dietro il marchio che mai avresti immaginato di rivedere: Fantasy. Saul Zaentz l’ha venduta e la nuova proprietà si è affrettata a fare ponti d’oro all’uomo cui l’etichetta deve da quattro decenni le sue fortune. La faida è finita, andate in pace.

Tratto da Il blues della luna cattiva. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.28, inverno/primavera 2008.

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La saga triste e magnifica di Gene Clark

Duplicemente intempestiva l’uscita di scena di Gene Clark: se ne andava troppo presto e accadeva un 24 maggio, quello del 1991, stesso giorno in cui compie gli anni il principale dei suoi ammiratori e mentori, tal Bob Dylan.

Gene Clark

Le strade che portano all’inferno, si sa, sono lastricate di ottime intenzioni e si può ipotizzare allora che quell’anima gentile di Tom Petty avesse un secondo fine quando, nel 1989, incluse nella scaletta del primo album solistico il cavallo di battaglia byrdsiano I’ll Feel A Whole Lot Better. Per certo desiderava omaggiare una canzone che molto aveva voluto dire nella sua educazione sentimentale e i cui echi erano risuonati evidenti nei primi LP degli Heartbreakers. Davvero non è da escludere però che, incidendo quel brano, volesse dare una mano a chi lo aveva scritto, che sapeva in pessime condizioni fisiche, mentali, economiche. Non poteva immaginare che “Full Moon Fever” avrebbe collezionato un platino dopo l’altro finendo per diventare il suo disco di gran lunga più venduto di sempre. Più che la prevista pioggerella era un acquazzone di diritti d’autore, un nubifragio persino, a cadere su uno stupito Gene Clark. Buona cosa e anzi pessima e la situazione peggiorava l’anno dopo, quando la pubblicazione di un cofanetto dei Byrds gli faceva recapitare altri cospicui assegni. Ne aveva allora da spendere di soldi in alcool e droghe, fintanto che un quarto di secolo di stravizi non presentava il conto, il 24 maggio 1991. Gene Clark se ne andava a quarantasei anni ma la sua leggenda gli sarebbe sopravvissuta. Crescendo. Sempre più. Ma a oggi non ancora abbastanza da rendergli appieno giustizia.

Saga pregna di delusioni di grandezza quella del nostro eroe sin dal giorno in cui, fresco di concerto con i New Christy Minstrels in onore del presidente Johnson (avrà a raccontare di essersi fatto la prima canna in una stanza della Casa Bianca), si imbatteva nei Beatles e decideva di averne avuto abbastanza di una musica tradizionale cui sarebbe più avanti tornato apportandole modernità. Si trasferiva a Los Angeles in cerca di altri convertiti e al Trobadour si imbatteva in Jim (poi Roger) McGuinn. Quindi in David Crosby. Tre chitarre e tre voci nate per intrecciarsi. Completato l’organico con il batterista Michael Clarke e il mandolinista bluegrass prestato al basso Chris Hillmann, i Byrds svolazzavano per qualche tempo rasoterra, con altri nomi, prima di spiccare il volo altissimi con una versione elettrica di Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, atto ufficiale di nascita del folk-rock e numero uno su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ai Byrds Clark fornirà buona parte del repertorio dei primi due 33 giri, provocando però l’invidia dei compagni, ancora in relativa miseria quando lui già poteva scorazzare in Ferrari. La sua idiosincrasia per i viaggi in aereo, lascito di un trauma infantile, sarà pretesto per non richiamarlo dopo un’uscita che avrebbe voluto essere solo una breve vacanza dalle pressioni derivanti dalla fama subitaneamente conquistata. Ci saranno rimpatriate nel quarto di secolo seguente, ma tutte con approdi amari. Ci saranno uno squisito (fra Everlys e Beatles) album con i Gosdin Brothers, lo stellare country-rock (saranno però gli Eagles a passare alla cassa) congiurato con Doug Dillard nei capitali “The Fantastic Expedition Of Dillard & Clark” (ve lo raccontavo in breve nella puntata di questa rubrica pubblicata sul numero 332) e “Through The Morning, Through The Night”. E poi e ancora dischi cantautorali belli e sfigati, e inferni personali senza redenzione. Tutti conoscono i Byrds ma lo sanno in pochi che l’autore o co-autore di classici clamorosi quali la succitata I’ll Feel A Whole Lot Better, I Knew I’d Want You, She Don’t Care About Time, Here Without You ed Eight Miles High ebbe una carriera solistica di vaglia di cui un omonimo LP, meglio noto però come “White Light” e datato 1971, rappresentava il primo, magnifico capitolo e il successivo di due anni “Roadmaster” un altro vertice.

Di “White Light” per cominciare si può dire questo: che a fronte di otto brani autografi contiene un’unica cover ma indimenticabile, quella Tears Of Rage che Dylan aveva composto a quattro mani con Richard Manuel e di cui il nostro uomo offre una versione di pregnanza tale da rivaleggiare con quella di The Band; e che di uno degli altri otto pezzi, la malinconica For A Spanish Guitar, Dylan stesso ebbe a dire che è “una delle più grandi canzoni che siano mai state scritte” e se non si intende lui di grandi canzoni ditemi voi chi. Si può poi annotare che, se nei suoi anni più disperati Clark si ritroverà talvolta a suonare in giro con formazioni raccogliticce, qui ad accompagnarlo è un complesso formidabile, il produttore Jesse Ed Davis alle chitarre elettriche e slide, Mike Utley all’organo, al basso Chris Ethridge dei Flying Burrito Brothers e al piano e alla batteria due prestiti dalla Steve Miller Band, rispettivamente Ben Sidran (che avrà poi la carriera di alto profilo nel jazz che sappiamo) e Gary Mallaber. Tutti al totale servizio, con la discrezione che è propria dei musicisti veri, di un repertorio per la più parte introspettivo, intimista, e per il resto tagliato dalla stoffa country, con comunque ancora reminiscenze di jingle jangle, dalla quale il suo ex-gruppo aveva ricavato “Notorious Byrd Brothers”. Esempio paradigmatico della prima maniera Because Of You, della seconda la title track. Scrosciano gli applausi quando il disco arriva nei negozi, ma soltanto quelli della critica. Pressoché ignorato dal pubblico americano, il disco non ha successo che nei Paesi Bassi e non è abbastanza per la A&M per confermare il contratto. Guarda caso sarà una sua succursale olandese, la Ariola, a griffare “Roadmaster”, che negli Stati Uniti addirittura non uscirà per la prima volta che nel ’94 e dunque postumo. È un altro lavoro stupendo e ciò a dispetto di una gestazione travagliata, otto degli undici titoli che vi sfilano provenienti da un album rigettato dalla casa USA, due (i primi in scaletta, She’s The Kind Of Girl e One In A Hundred) da un singolo mai pubblicato con dentro tutti i Byrds originali e uno (Here Tonight) da un’estemporanea seduta di registrazione con i Flying Burrito Brothers. Ascolti In A Misty Morning e non ci credi che a Nashville non l’abbiano rifatta in duecento. Ascolti Full Circle Song, che vale tranquillamente una I’ll Feel A Whole Lot Better, e non ci credi che la prima e unica stampa americana in vinile di “Roadmaster” (copertina diversa sia dall’originale olandese che dalla riedizione britannica griffata dalla Edsel nell’86) sia stata quella attualmente in catalogo, approntata dalla benemerita Sundazed nel 2011. Sempre nel catalogo Sundazed è disponibile pure “White Light” ed è accoppiata dalla quale non potete esimervi se vi volete un po’ di bene.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.361, marzo 2015.

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These Songs Were Made For Walkin’: Lee Hazlewood oltre le hit

Lee Hazlewood - The LHI Years

Copertina che parodizza “Electric Ladyland”, è fresca di pubblicazione un’antologia della produzione ’68-’71 del maestro di Nancy Sinatra. Molte cose insegnò alla figlia di Old Blue Eyes il nostro uomo ma soprattutto e leggendariamente, e quando lei in realtà di anni ne aveva già ventisei, a (parole sue) “cantare come una sedicenne che va a letto con camionisti quarantacinquenni”. Quale canzone, vi basta non essere marziani per saperlo: quella These Boots Are Made For Walkin’ eternamente ritornante (ultimamente sui nostri schermi televisivi come colonna sonora di una pubblicità fra le più martellanti) da quel fatidico 1966, nella versione originale o in una delle innumerevoli riletture. Inno primigenio di ogni riot grrrl che si rispetti e pregasi misurare la distanza immensa che la separa, per dire, da una He Hit Me (It Felt Like A Kiss) fra i capolavori di regia di quel Phil Spector cui Hazlewood aveva in precedenza insegnato un trucco o due (fermarsi un attimo a considerare come la prima sia stata scritta da un uomo e la seconda da una donna sarebbe piuttosto interessante ma sfortunatamente ci porterebbe fuori tema). Sempre a Nancy questo paradossalmente misconosciuto eroe della popular music offriva in quello stesso anno Sugar Town (un peana all’LSD e non se ne accorgeva nessuno! un numero cinque nella classifica USA dei singoli) e nel 1968 Some Velvet Morning, direttamente un classico della psichedelia. Per il primo e il terzo dei brani menzionati i più si ricordano ancora del loro autore e non basta, perché stiamo parlando anche e forse soprattutto di colui che scoprì tanto Duane Eddy che Gram Parsons. Di un Burt Bacharach country, di un rivale di prima grandezza di Johnny Cash, di un antesignano di Leonard Cohen coverizzato dai Vanilla Fudge e dai Thin White Rope, dagli Slowdive e dai Primal Scream, da Lydia Lunch e dai Jesus And Mary Chain, da Beck, dagli Einsturzende Neubauten e persino dagli Entombed e dai Megadeth. Idolatrato da Nick Cave e dai Tindersticks, dai Lambchop e dai Sonic Youth. Da Steve Shelley in particolare fra questi ultimi ed era per la sua Smells Like Records che, sul finire dei ’90, vedevano la luce le ristampe di alcuni dei suoi LP più oscuri e brillanti, primo fra tutti “Cowboy In Sweden”, e cominciava una generale riscoperta cui purtroppo era la scomparsa nel 2007 del Nostro (di poco preceduta dall’uscita del beffardamente testamentario “Cake Or Death”) a dare un più forte impulso.

Licenziato dalla benemerita Light In The Attic e promesso come prima perla di un’autentica collana, “The LHI Years: Singles, Nudes & Backsides (1968-71)” potrebbe contribuire in misura decisiva, dopo che già tanto avevano fatto nel 2002 “These Boots Are Made For Walkin’: The Complete MGM Recordings” (Ace) e nel 2008 “Strung Out On Something New: The Reprise Recordings” (Rhino Handmade), a cancellare definitivamente l’ignorante pregiudizio che vuole Lee Hazlewood autore di due canzoni indubbiamente epocali ma nulla di più. Splendido libretto curato dall’ex-dipendente, discepolo e amico Wyndham Wallace, il CD preleva i suoi diciassette titoli (ecco, qualcuno in più non sarebbe dispiaciuto) da alcuni singoli e da quattro 33 giri (il già nominato “Cowboy In Sweden” e poi “The Cowboy & The Lady”, “Forty” e “Requiem For An Almost Lady”) pubblicati in origine da un’etichetta che il nostro eroe aveva fondato proprio mettendo a buon profitto i proventi delle collaborazioni con la Nancy.

Ciascuna delle quali vale artisticamente non granché di più di una The Bed degna della saga dell’Uomo in Nero e di una The Night Before che si segnala fra i più rimarchevoli apocrifi coheniani di sempre, dello spiritual laico Sleep In The Grass e dell’incantesimo di folk minimale If It’s Monday Morning, del beat barocco Victims Of The Night o di una Trouble Maker torpidamente alla Jacques Brel. Pare impossibile che di canzoni così si fosse persa la memoria, che quasi nessuno le avesse ascoltate a loro tempo.

Pubblicato per la prime volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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Neil Young – Storytone (Reprise)

Neil Young - Storytone

È da lungi (qualche decennio) conclamato: di prevedibile Neil Young ha giusto l’imprevedibilità e una delle dimostrazioni più eclatanti la offriva non più tardi di due anni or sono, quando a pochi mesi l’uno dall’altro dava alle stampe uno dei suoi dischi più imbarazzanti di sempre (e, diomio, stiamo parlando di uno che di dischi imbarazzanti ne ha pubblicati un bel po’) e uno dei suoi più memorabili (ossia capace di rientrare in quella dozzina – anche abbondante – che nessun appassionato dovrebbe farsi mancare). Dalla polvere di “Americana” agli altari di “Psychedelic Pill” come niente fosse, ma averne di quasi settantenni (ma anche di ventenni e trentenni, eh?) così vivi, così disposti al triplo salto mortale senza rete. E pazienza se ogni tanto, anche spesso, ci scappa la caduta rovinosa. In tal senso il Canadese nel 2014 aveva già dato, con lo sconcertante, irritante, irredimibile “A Letter Home”. A parte che non è elettrico, a “Storytone” non riesce di inscenare il tipo di ricorrente resurrezione posto disinvoltamente in essere dalla Pillola Psichedelica. E nondimeno…

Naturalmente avrete già letto e/o ascoltato: un doppio album ma composto di due dischi, ciascuno dei quali mette in fila le stesse dieci canzoni in versioni diverse ma sistemate esattamente nel medesimo ordine. Che però è un doppio solamente nella sua versione “Deluxe” e dunque “lo” “Storytone” che conta dovrebbe essere quello orchestrale. Non fosse che nell’edizione espansa il disco che vede il vecchio Neil cantarsela e suonarsela da solo è il primo: e dovremmo dunque considerare quello il più importante? Secondo logica sì, non fosse che “logica” e “Neil Young” insieme nella stessa frase non possono starci. Avrebbe potuto fare mezzo e mezzo scegliendo di ciascun brano una lettura? Certo che sì e tuttavia quella che è la debolezza principale dell’opera, la ridondanza, coincide con il punto di forza del suo offrire rese tanto diverse dei medesimi spartiti e alla fine va bene così. Prendere o lasciare. Il doppio, se si decide di prendere. Con la consapevolezza di ritrovarsi fra le mani un Neil Young di sicuro non iscrivibile alla categoria dei disastri ma in ogni caso minore.

Non avrei mai creduto: complessivamente meglio i pezzi dove il nostro uomo si fa accompagnare da un’orchestra più coro di novantadue elementi e in particolare laddove si esce dal quadrilatero delimitato da Hollywood, Disneyland, Las Vegas e Broadway. Ossia in una Say Hello To Chicago con swing da big band e nelle due tracce – Like You Used To Do e soprattutto I Want To Drive My Car – eseguite come avrebbe potuto un B.B. King. Suggestivo il gusto cinematico dell’attacco di Glimmer, a rischio di overdose glicemica ma senza arrivarci il country-pop di When I Watch You Sleeping e All Those Dreams. Nella versione “solo” preferisco davvero giusto Plastic Flowers (che sarebbe una canzone grandissima se solo Neil After The Gold Rush non l’avesse già scritta quei quattro decenni e mezzo fa) e una Tumbleweed che in solitario accentua la prossimità al classico di Buddy Holly Everyday. Mentre Who’s Gonna Stand Up la trovavo insopportabile fatta con i Crazy Horse, ridotta all’osso non sta in piedi (e resta fastidiosa) e non la salva l’orchestra, giacché per quanto si possa lucidarla la merda resta merda. Provate a indovinare quale brano e in quale lettura ha scelto Old Neil per promuovere “Storytone”.

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Leo Kottke: il John Fahey che non fa figo citare

Leo Kotthe - 6 & 12 String Guitar

Vuoi mettere il carisma, oltre alla genialità, di un John Fahey? Vuoi mettere il maledettismo, oltre sempre alla genialità, di un Sandy Bull? Vuoi mettere l’aura di misticismo di un Robbie Basho? In qualche modo la buona sorte ti tocca spesso pagarla ed è toccato pure al buon Leo Kottke, uno che è arrivato a riempire i palasport facendo musica senz’altro con meno spigoli dei nomi summenzionati ma non tanti di meno, però. Uno che con certi singoli dischi ha totalizzato cifre che a mettere insieme i loro cataloghi interi gli artisti di cui sopra a malapena le pareggiano. Tanto per capirci: pubblicato a inizio anni ’70, “6 & 12 String Guitar” arriverà a vendere solamente nel corso di quel decennio mezzo milione di copie e ne farà fuori un altro bel pacco quando diventerà disponibile in digitale. No, dico… stiamo parlando di autentici esercizi di virtuosismo nonché di musica esclusivamente strumentale (in altri dischi il Nostro canterà; non qui), mica di poppetto. Ancorché meritata la buona sorte ti tocca spesso pagarla. Con l’invidia: magari non da parte di Fahey, oltre che lo scopritore pure il primo discografico di Kottke, con ovvi benefici economici. Con la diffidenza: la critica non sarà benevola che intermittentemente e, più sovente che no, distratta. Con la cattiva memoria e/o la riduzione ingiustificata a stereotipo: chi costui non lo conosce che di fama, o lo ha comunque frequentato occasionalmente, tende a incasellarlo fra quei prodigi di tecnica poco interessanti per chi non maneggia lo stesso strumento. Gente che potrebbe fare magnifici discorsi ma non ha purtroppo alcunché da dire. Che questa nomea sia palesemente in contraddizione con l’altra – Leo Kottke artista “facile”, buono per le masse cui un limitato comprendonio non concede l’ascesa alle vette di un Fahey – si direbbe non importare a nessuno.

Una confessione? Fino a un anno o due fa anch’io lo conoscevo poco e male e, senza averlo in realtà mai ascoltato come si deve, lo reputavo noioso, banale, commerciale pur fra tutte le virgolette del caso. Con all’attivo in quasi quattro decenni un unico album – questo – memorabile sul serio. Poi per ragioni che non sto a spiegarvi mi è toccato fare un corso accellerato e dire che l’ho rivalutato è un eufemismo. Per dirne una: come facevo a ricordarmelo noioso – un antipatico secchione – come uomo oltre che come artista? Nel caso non fosse veramente la vostra tazza di thè di “6 & 12 String Guitar” dovreste almeno procurarvi le esilaranti note di copertina autografe. Naturalmente divertono di più se le si legge mentre si ascolta il disco, ma come non scoppiare ugualmente a ridere di fronte a un “Bach ebbe venti bambini perché il suo organo non si fermava mai”? Scritto come commento autosmitizzante a una straordinaria, intensissima Jesu, Joy Of Man’s Desiring, proprio del Johann Sebastian. Il resto è Kottke che countreggia e blueseggia come un ossesso concedendosi qui e là un’oasi di sogno, inscenando feste con un retrogusto di mestizia così come elegie dal cuore allegro. Mi viene da pensare che il mentore dovette patirne, se non la tecnica, la capacità comunicativa. Mi viene da pensare che Jorma Kaukonen questo LP lo frequentò prima di porre mano a “Quah”.

L’ottimo Alfredo Gallacci, di Sound And Music, mi ha fatto recapitare questa gemma di disco in due stampe, entrambe Classic Records, una in un vinile tradizionalmente nero, l’altra su un supporto semitrasparente che in teoria, essendo stato depurato di ogni traccia di carbonio, dovrebbe essere meno soggetto a disturbi statici e offrire di conseguenza una definizione complessiva superiore e in particolare una resa migliore sulle basse frequenze. Ovviamente un confronto plausibile lo si sarebbe potuto fare solamente avendo un secondo giradischi e una seconda testina identici, collegandoli a una centralina, iniziando l’ascolto in contemporanea ed effettuandolo a parità di volume. Ovviamente non ho potuto fare un confronto plausibile. Suonano benissimo (pulite e scintillanti, senza la minima traccia di fatica d’ascolto) l’una edizione e l’altra. Il vecchio Leo mi si è materializzato nella stanza e ne ho approfittato per chiedergli scusa per avere malpensato di lui.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.300, aprile 2009.

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