Archivi del mese: giugno 2014

Emozioni da poco (37): The Cars

Il rock più pop e il pop più wave che abbiano mai frequentato le zone altissime delle classifiche USA e non soltanto di quelle. Con pieno merito, perché saranno anche state solo canzonette, ma brillanti e sofisticate come di rado se ne sono sentite. In qualunque epoca.

Cheap Thrills 19

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The Cure 1978-1996 (8): Concert – The Cure Live

Concert - The Cure Live

Shake Dog Shake. Primary. Charlotte Sometimes. The Hanging Garden. Give Me It. The Walk. One Hundred Years. A Forest. 10:15 Saturday Night. Killing An Arab.

Fiction, ottobre 1984 – Registrato dal vivo dal Manor Mobile a Oxford il 5 maggio 1984 e a Londra l’8, il 9 e il 10 maggio 1984 – Tecnico del suono: Dave Allen – Produttori: Dave Allen e The Cure – La versione su cassetta contiene sul secondo lato “Curiosity – Cure Anomalies 1977–1984”, una raccolta di canzoni tratte da demo ed esibizioni dal vivo. I titoli inclusi sono:

Heroin Face. Boys Don’t Cry. Subway Song. At Night. In Your House. The Drowning Man. Other Voices. The Funeral Party. All Mine. Forever.

Produttore: Phil Thornalley.

Di norma i dischi dal vivo non sono che fotografie sbiadite di un avvenimento; i concerti sono belli perché il suono è potente e c’è qualcosa da guardare, ma gli album che vorrebbero documentarli sono per la maggior parte deboli, pieni di errori, noiosi… non sono che delle antologie. L’unico motivo per cui abbiamo pubblicato un live è che nel corso degli anni ne erano usciti più o meno trenta illegali. Ho preso la decisione dopo avere ascoltato un bootleg dei New Order, la cosa peggiore ch’io abbia mai sentito. A quel punto mi è venuto in mente che doveva esistere qualcosa del genere anche dei Cure. Dunque si è fatto uscire questo live dalla confezione spartana, tipo LP pirata, così che chi lo desidera possa ascoltare versioni dal vivo, differenti da quelle di studio, di alcuni nostri pezzi. Così facendo, abbiamo almeno avuto il controllo del suono delle canzoni. ‘Concert’ non è male, è superiore alla media dei dischi dal vivo… ma non è l’album dei Cure che preferisco.

Non è nemmeno quello che preferiamo noi, diciamolo subito. E subito dopo appuntiamo che in fatto di LP dal vivo Robert Smith predicava bene ma ha razzolato male. La lista dei titoli di questo “Concert” ne fa esattamente quello che il nostro eroe nella dichiarazione testé riportata (datata 1986) pare deprecare, vale a dire una sfilata di successi. Né grande coerenza è denotata dal fatto che, nell’arco di nove anni appena, dal 1984 al 1993, i Cure hanno dato alle stampe altri quattro live.

Registrato durante le ultime tappe della campagna di primavera britannica del 1984, “Concert” vede all’opera una delle formazioni più effimere fra le tante che si sono susseguite nella storia dei Cure. Da lì a poco Andy Anderson, nel bel mezzo di un tour americano, darà i numeri (come già era successo a Matthieu Hartley e Simon Gallup e come qualche anno dopo accadrà a Lol Tolhurst: si direbbe che stare nei Cure sia faccenda rischiosa per la salute mentale) e dopo un periodo di transizione verrà rilevato da Boris Williams. E alla fine di quello stesso tour pure Thornalley, che comunque era sempre stato un precario, abbandonò i ranghi, consentendo l’inatteso rientro in essi, qualche mese ancora più tardi, del figliol prodigo Simon Gallup.

Come già detto, la scaletta di “Concert” lo rende una sorta di “Greatest Hits” dei primi Cure: ben otto canzoni su dieci erano uscite a 45 giri e ciascuno dei cinque LP in studio che l’hanno preceduto (sette contando le raccolte “Boys Don’t Cry” e “Japanese Whispers”) è rappresentato al massimo da due titoli.

Checché ne dica Robert Smith, le versioni dal vivo dei brani presentati in quest’album non differiscono granché da quelle di studio – sono solo un pochino più veloci e tirate – e dunque non risultano particolarmente interessanti. Intriga giusto la presenza di Charlotte Sometimes, dopo The Love Cats la migliore fra le canzoni dei Cure mai incluse su LP non antologici, e colpisce in negativo l’assenza proprio di The Love Cats. Avesse risposto all’appello, il velo di monotonia che avvolge “Concert” sarebbe stato squarciato. Anni luce separano i Cure di “The Top” da quelli di “Pornography”, per non dire dei 33 giri precedenti, ma ascoltando questo live, complice il fatto che da “The Top” sono stati tratti i due brani, Shake Dog Shake e Give Me It, stilisticamente meno distanti dal suo immediato predecessore, ciò non si avverte.

Più succosa, sebbene riservata ai cultori di stretta osservanza, è “Curiosity – Cure Anomalies 1977-1984”, la collezione di demo e nastri live che occupa il secondo lato della versione su cassetta di “Concert” (ne esiste anche una stampa in vinile successiva). Se le sei canzoni centrali, le cui versioni in studio sono rintracciabili su “Three Imaginary Boys”, “Seventeen Seconds” e “Faith”, non meritano annotazioni particolari, sulle quattro piazzate in coppia in apertura e chiusura vale la pena di spendere qualche parola.

Heroin Face, catturata il 4 dicembre 1977 al Rocket di Crawley e altrimenti inedita, è la registrazione dei Cure più stagionata disponibile ufficialmente. Se non è precisamente una canzone epocale è però una canzone che riflette benissimo la sua epoca. È difatti breve, spigolosa e anfetaminica. Punk, insomma, come punk è la Boys Don’t Cry tratta dal demo che convinse Parry a ingaggiare i Cure. Ascoltandola si comprende come il capoccia della Fiction potesse trovare punti di contatto fra il trio del Sussex e un altro trio da lui scoperto, i Jam. All Mine e Forever, colte dal vivo rispettivamente nel maggio del 1982 a Londra e nel maggio del 1984 a Parigi e delle quali non si conoscono versioni in studio sono poco più che bozzetti. La seconda, attraversata da un sax starnazzante, avrebbe meritato di crescere e venire alla luce.

Pubblicato per la prima volta, in forma diversa, in Avventure immaginarie, Giunti, 1996.

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La voce di torba e di cielo di Anne Briggs

Anne Briggs - Anne Briggs

Anne Briggs (Topic, 1971)

Proprio vero che di norma è l’artista il peggiore giudice di se stesso e pazienza se è un concetto che è stato ripetuto così spesso da farsi stereotipo, quando ci si trova davanti a un caso come quello di Anne Briggs: è mai esistita un’altra persona che si sia sottovalutata così tanto? Probabilmente la più bella voce femminile del folk britannico moderno, la Briggs non pubblicò che un EP e un paio di LP, entrambi nel 1971, e più niente dopo visto che un altro 33 giri, registrato nel ’73, vedrà bloccata la sua pubblicazione non dalla casa discografica ma dall’artefice e non verrà recuperato che nel ’97. E sapete perché si ritirò ventinovenne e da allora tace? Non per idiosincrasia per la sala d’incisione. Non per paura del palcoscenico. Bensì perché quella sua voce meravigliosa, di torba e cielo, Anne Briggs la detesta. Da non crederci. Da odiarla, per non averci lasciato che una scarsa quarantina di registrazioni e non avere almeno continuato – un paio di brani del repertorio dei Led Zeppelin recano il suo suggello e The Time Has Come divenne celebre grazie ai Pentangle – a scrivere per altri. Andò così e tanto vale farsene una ragione. Non maledire la Briggs per avere buttato via il suo talento, ma benedirla per averci permesso di goderne un po’.

Nel terzo album, quello che uscirà per così dire postumo, l’artista si farà accompagnare da un gruppo, ove nel secondo aveva danzato su radi fondali di chitarra acustica o bouzouki. Con spericolatezza e controllo da acrobata a passeggio su una corda, in questo che fu il debutto in ben sei canzoni su dieci (e nella quasi totalità di quella che su vinile era la seconda facciata) la voce è sola. La si direbbe mesmerica, non mozzasse il fiato e l’ipnosi non fosse interdetta dallo scombussolamento emotivo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.295, novembre 2008.

Anne Briggs - The Time Has Come

The Time Has Come (CBS, 1971)

Si stenta a rassegnarsi ma tant’è: sono trentasei anni, vale a dire dacché per la prima volta vedeva la luce questo “The Time Has Come” appena ristampato dalla Water ahinoi senza le bonus agognate, che quella che in molti considerano la più grande interprete femminile del folk britannico moderno, nonché una delle più influenti, tace. E non è questo a fare impazzire un appassionato che in fondo si è perso per strada pure una Vashti Bunyan (per fortuna poi ritrovandola) o una Shelagh McDonald, per citare altre due grandi cantanti dalla discografia al pari scarna, bensì il motivo per cui della Briggs si sono smarrite le tracce: è che costei – incredibile a dirsi – quella sua voce stupenda, insieme terrigna e alata, la detesta. Quantomai significativo che, dopo averla lasciata sola in un omonimo debutto ispido quanto lirico, in questo secondo LP la accompagnasse qui con una chitarra acustica e là con un bouzouki. Alle prese nel 1973 con quello che avrebbe dovuto essere il terzo 33 giri addirittura convocava un gruppo, salvo a registrazioni ultimate bocciare il risultato e imporne l’archiviazione. Quando nel ’97 “Sing A Song For You”, definitivamente ultimo dispaccio, apparirà come dal nulla per gli estimatori sarà una scoperta appena meno emozionante che ritrovarsi fra le mani il Santo Graal.

All’epoca della pubblicazione la canzone che intitola l’album era già un classico nella versione dei Pentangle di quel Bert Jansch per qualche tempo amante, oltre che complice di tragitti musicali, di Anne. Più suggestiva, nella sua arcaica e incantata asciuttezza, la lettura della Briggs: vertice di un piccolo capolavoro che dispensa magie a ogni girare di pagina. Fra una Sandman’s Song di quieta epicità e un’onirica Fine Horseman, fra una Fire And Wine di primordiali respiri e una Clea Caught A Rabbit che scaglia un ponte dal Mediterraneo agli Appalachi. Ancora: fra una Tangled Man che in nessun modo – se elettrificata – potrebbe essere più genuinamente psichedelica e la straniante cantilena di Everytime. Un disco fuori dal tempo, enorme nei suoi esiti quanto è ritroso nel suo porgersi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 280, giugno 2007. Adattato.

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La principessa che rifiutò di farsi regina: Shelagh McDonald

Shelagh McDonald

Colpa di “Mojo”. Che sta perdendo colpi ma resta una delle riviste più credibili quando si tratta di approfondire il passato più noto, o recuperarne schegge di invisibilità. E che, a compensare l’indubbia caduta di tensione e l’ossessivo tornare su nomi di cui si comincia a non poterne più, ha preso la santa abitudine di allegare ogni mese un CD “a tema”. Argomento di quello accluso al numero dello scorso ottobre il folk-rock, nuovo e antico. Da Davy Graham agli Espers, tanto per intendersi. Fra brani conosciuti a memoria, alcuni da poco meno che da sempre nei miei scaffali, e piacevoli piccole rivalutazioni e/o scoperte una traccia – la settima – sulla quale il mio lettore letteralmente si è incantato. Io più incantato di lui. Bello già il titolo – Stargazer – e magnifico per costruzione e sentimento un brano di struggente neoclassicismo, in transito da un arazzo di piano e archi a un coro operatico e chiesastico. Roba da restare a bocca aperta per la meraviglia. Roba che, appuntato quel nome singolare – Shelagh McDonald – e mai ma proprio mai sentito, non ho potuto fare a meno di chiamare subito uno dei miei spacciatori di musica di fiducia e ordinargli l’album da cui la… canzone?… risultava estratta. Da lì ad alcune settimane l’ho scoperto doppio, “Let No Man Steal Your Thyme”, generoso nel minutaggio (poco sotto le due ore e venti) e fantasticamente prodigo di ulteriori epifanie. Roba da commuoversi, quando sono ormai trent’anni che giri dischi. Roba da esaltarsi. Roba da farti ricordare come fu che ti venne la pazza idea di fare il mestiere che fai e persino da farti rivalutare una pensata che per certo non ti ha reso facile la vita. L’ho divorata – e poi di nuovo, di nuovo, di nuovo… – quella che è improprio definire un’antologia giacché, eccettuate alcune incisioni radiofoniche andate purtroppo perdute, raccoglie tutto quanto l’allora ragazza registrò nel breve arco di un triennio, fra il ’68 e il ’71: due LP su B&C, “The Shelagh McDonald Album” e “Stargazer”, e a far loro compagnia assortiti provini (anche per un terzo 33 giri, mai uscito) e registrazioni dal vivo. E ho divorato pure il libretto, imbattendomi in una storia se possibile più incredibile di quanto stavo ascoltando. La storia del disvelarsi di un talento raro – credetemi, non esagero: del livello di un Nick Drake, con il quale la McDonald divise non solo evidenti affinità stilistiche ma anche gli arrangiamenti squisiti di Robert Kirby – e della sua improvvisa sparizione dalla ribalta. Scomparsa nel nulla questa autrice, interprete e chitarrista stratosferica e per trentaquattro anni manco si è saputo se fosse ancora viva. Scomparsa quando un articolo dopo l’altro sul “Melody Maker” e il “New Musical Express” la raccontava come una Joni Mitchell britannica, come un’altra Sandy Denny. Scomparsa quando vendite inizialmente modeste andavano impennandosi e tutto sembrava indicare che stesse per baciarla il successo. Un impenetrabile mistero.

Si fa in fretta a raccontarla, questa storia. Nata nel 1948 a Edimburgo, Shelagh esordisce ventenne nel circuito concertistico minore locale e partecipa nel gennaio 1969 alla raccolta di artisti vari “Dungeon Folk” con due cover – le oscure Hullo Stranger e Street Walking Blues – belle negre e belle belle, però lontane dallo stile che l’anno dopo si delineerà nel fenomenale debutto in proprio, illuminato da grandi musicisti (merita almeno menzionare Keith Tippett) e soprattutto da dieci grandissime canzoni. Per metà autografe, per metà cover o scritte dal fidanzato Keith Christmas. Fra le prime appiccicano al muro una pianistica e suadentissima Crusoe e le fiabesche Ophelia’s Song e Peacock Lady. Fra le seconde il Gerry Rafferty miracolosamente portato al livello dei Fairport Convention più immani di Look Over The Hills And Far Away, una Waiting For The Wind To Rise vorticosa, una Richmond profumata di jazz. E naturalmente la tradizionale Let No Man Steal Your Thyme, corde di cristallo e voce idem. Non è che la fanciulla non sappia, volendo, concedersi a frenesie rock’n’roll e immediatamente sul CD lo dimostra una travolgente Jesus Is Just All Right esclusa dal 33 giri per non sciuparne gli ineffabili equilibri, ma è al suo meglio quando le atmosfere si rarefanno. Sarà stupenda la Stargazer di cui sopra, orchestrata nell’omonimo LP da Kirby, e vale nondimeno altrettanto un assai più asciutto demo – recupero preziosissimo – perfettamente mediano fra i Fairport e Drake. A proposito dei primi… Dave Mattacks e Richard Thompson suonano in “Stargazer” l’album e con loro c’è Danny Thompson dei Pentangle. È come un’investitura, giustificata dal pianismo sospeso di Liz’s Song e da una City’s Cry che pare uscita da “Bryter Layter”, da un’epica Dowie Dens Of Yarrow e da una Good Times da The Band al top. Ad esempio. Ma la principessa rifiuta di farsi regina e se ne va.

Digito il nome su Google e salta fuori un articolo dello “Scottish Daily Mail” del novembre 2005, di poco successivo alla pubblicazione di “Let No Man”. Ed eccola lì Shelagh, cinquantasettenne, vaghe tracce della bellezza che fu. Lei che nemmeno i genitori (morti nel frattempo) erano riusciti a rintracciare. Racconta di un esaurimento seguito a un pessimo trip. Racconta di decenni passati vagabondando per la Gran Bretagna con il marito. È stupita che ci si ricordi ancora di lei. Dice che aveva perso la voce ma l’ha ritrovata e che sì, magari un terzo disco potrebbe pure farlo. Vi ricorda una certa Vashti Bunyan?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.631, febbraio 2007.

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È nel fango che cresce il loto: Judee Sill

Judee Sill

Cantava il nostro Faber che i diamanti sono sterili ed è dal letame che nascono i fiori. Un concetto simile esprimeva Judee Sill in un’intervista a James Johnson pubblicata sul “New Musical Express” l’8 aprile 1972: “È nel fango che cresce il loto”. Poteva dirlo con cognizione di causa l’allora ventisettenne cantautrice californiana, avendo trascorso più o meno tutta la vita – nemmeno da adulta ma già da adolescente, poco più che una bambina – rivoltandosi con il corpo metaforicamente nel primo, nel mentre l’anima anelava a una bellezza assoluta, nientemeno che alla musica delle sfere (“Mi hanno influenzato Pitagora, Bach, Ray Charles. In quest’ordine”), tesa verso spiritualissimi empirei. Poco più di sette anni dopo sarebbe stata cenere disciolta nel Pacifico, probabilmente suicida, indimenticabile per quanti l’avevano incrociata nel breve cammino terreno e già dimenticata da un’industria discografica che aveva scommesso su di lei, nella persona di David Geffen, come una novella Joni Mitchell, dopo che i Turtles avevano portato in classifica Lady-O. In prima persona Judee nelle graduatorie di vendita non ci sarebbe entrata mai, neppure quando andò in tour con dei Crosby Stills & Nash all’apice della fama e ammiratori reverentissimi. Relegata a culto carbonaro dall’irreperibilità per un quarto di secolo dei due soli album, un omonimo del 1971 e “Heart Food” del ’73, entrambi su Asylum, Judee Sill è riemersa dalle nebbie del tempo seguendo percorsi quantomai tortuosi. Prima con una ristampa giapponese in digitale dei due dischi, nel 1999. Poi grazie a un peraltro breve articolo su “Mojo” nell’agosto 2000, che accendeva la curiosità in molti ed era tutto un passamano di cd-r masterizzati da scrocchianti vinili acquistati a prezzi da capogiro. Quindi, nel 2004, con le più accessibili riedizioni Rhino, con contorno di demo, inediti e registrazioni dal vivo. E infine, ed è storia di questi giorni, con la pubblicazione per la più che mai benemerita Water di “Dreams Come True”, un doppio con su un dischetto quello che avrebbe dovuto essere, nel 1974, il terzo LP della ragazza, “Hi – I Love You Right Heartily Here”, e sull’altro una collezione di “Lost Songs” risalenti per la maggior parte al 1968 e un amatoriale filmato live del ’73, dodici preziosi minuti di emozioni ineffabili.

È un atto di devozione totale, “Dreams Come True”, da parte di chi ha pazientemente assemblato fotografie e interviste con quanti conobbero Judee bastanti a colmare le sessantotto pagine di uno dei più bei libretti mai visti: volume splendido anche nella carta e nella grafica e a cui rimando chi volesse immergersi nel film di un’esistenza fra Christiane F. e Natural Born Killers e come riassumerla? Orfana di padre a tredici anni, molestata sessualmente dal patrigno alcolizzato a quattordici, una madre dipendente dagli psicofarmaci mentre lei presto lo sarà dall’eroina e allora: cacciata da ogni scuola, rapinatrice, spacciatrice, truffatrice, prostituta ma pure mistica, un angelo venuto giù, una disegnatrice squisita e cantante, chitarrista, pianista di vaglia, autrice dalla cifra stilistica unica. Come dimostrano ulteriormente diciassette canzoni “nuove” che appiccicano al muro e che dobbiamo, oltre che a Judee, alla passione di Jim O’Rourke (Gastr Del Sol, Sonic Youth) che, innamoratosi perdutamente qualche anno fa dell’opera di questa artista tanto straordinaria quanto fu sfortunata, si è assunto il compito, in bilico fra strazio ed esaltazione, di porre mano a un album perduto e cercare di renderlo come avrebbe fatto una persona che non ha conosciuto. Collaborando con un fantasma, letteralmente. Per impazzire per Judee Sill non dovrete che puntare il terzo brano del secondo compact, Emerald River Dance, un prodigio di semplicità e poesia, voce e chitarra arpeggiata che rimandano il moderno ascoltatore dritto a incantesimi drakiani al tempo ancora non tramati. E passate poi allo scintillante folk-beat di I’m Over e al piano chiaroscurale di The Loving End, alla Joni fatta country di Things Are Lookin’ Up e a una Sunny Side Up Luck madrigalesca, a una Waterfall che evoca insieme Incredible String Band e Fairport Convention e alla favolistica liturgia di Oh Boy The Magician.

Tornerete dunque dal vostro negoziante di fiducia a chiedergli “Judee Sill” e “Heart Food”. Passerete giorni, giorni e giorni ancora a esplorarne ogni risvolto, beandovi di melodie cristalline che arrangiamenti raffinatissimi non fanno meno immediate, fra country e pop, gospel e folk. Bach che si reincarna in Brian Wilson, Van Dyke Parks che orchestra Laura Nyro, o Carole King. E vi chiederete come sia stato possibile che il mondo abbia ignorato un’artista così enorme, che l’abbia fatta morire sola e disperata. Judee Sill diventerà come Nick Drake. Vedrete.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.609, aprile 2005.

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Emozioni da poco (36): Ultravox! e John Foxx

Un terzo di Roxy Music, più un terzo di Bowie, più un terzo di Kraftwerk: la formula magica degli Ultravox fintanto che John Foxx ne fu il leader.

Cheap Thrills 18

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10 canzoni per ricordare Gerry Goffin (11 febbraio 1939-19 giugno 2014)

Ci ha lasciato Gerry Goffin. Immancabilmente in coppia con Carole King scrisse meraviglie così. Non vedo modo migliore, per celebrarne la memoria, che riascoltarle.

10) Bobby Vee – Take Good Care Of My Baby (Liberty, 1961)

9) The Drifters – Some Kind Of Wonderful (Atlantic, 1961)

8) The Crystals – He Hit Me (And It Felt Like A Kiss) (Philles, 1962)

7) Maxine Brown – Oh No Not My Baby (Wand, 1964)

6) The Shirelles – Will You Love Me Tomorrow (Scepter, 1960)

5) Little Eva – The Loco-Motion (Dimension, 1962)

4) The Byrds – Wasn’t Born To Follow (Columbia, 1969)

3) The Monkees – Pleasant Valley Sunday (Colgems, 1967)

2) The Animals – Don’t Bring Me Down (Decca, 1966)

1) Aretha Franklin – (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (Atlantic, 1967)

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