Archivi del mese: maggio 2016

Highway 25 Revisited

Bob Dylan compie oggi settantacinque anni. Quando ancora gli mancava qualche giorno a compierne venticinque combinò questa roba qui.

Bob Dylan - Live 1966 The Royal Albert Hall Concert

Il 1965 non è ancora finito, non sono trascorsi che mille giorni dall’esordio acustico e volto all’indietro e il ventiquattrenne Bob Dylan ha già segnato in profondità musica e cultura del Novecento con sei album in cui ha interpretato e anticipato i sentimenti di una generazione. Con gli ultimi due ha trovato un nuovo pubblico e fatto infuriare il vecchio. Per la neonata nazione del rock è un nuovo eroe che sa produrre musica orecchiabile come quella dei Beatles, maleducata come quella degli Stones, sexy come una volta Presley e negra e bianca nel contempo. Per il declinante movimento folk è viceversa un traditore che ha venduto per i trenta denari di un piazzamento in classifica la purezza della tradizione, che dopo avere frequentato la canzone politica l’ha accantonata. E via via che si fa strada la consapevolezza che difficilmente tornerà indietro le critiche della prima ora, aspre ma in una certa misura affettuose, dispiaciute, si trasformano in linciaggio. Anche se in alcuni fra i tanti che ululano il loro disprezzo si insinua il dubbio che un artista abbia in fin dei conti il diritto di crescere e cambiare, che nell’evoluzione del Nostro ci sia un’intima coerenza, che stia tradendo la lettera della tradizione folk per rispettarne lo spirito e mantenerla viva, che magari bisognerebbe ascoltare le sue canzoni nuove con orecchie nuove. È in ogni caso come se dovesse andare alla guerra che Zimmie prepara il primo tour mondiale. Truppe scelte non quanti lo hanno affiancato in studio in “Highway 61 Revisited” (fra costoro Al Kooper e Michael Bloomfield) ma nuovi compagni che promettono di avere le spalle larghe. Sono Robbie Robertson (chitarra), Garth Hudson e Richard Manuel (tastiere), Rick Danko (basso) e Levon Helm (batteria e l’unico statunitense; gli altri sono canadesi) e hanno fatto durissima gavetta accompagnando Ronnie Hawkins, rock’n’roller di inesistente originalità ma eccellente mestiere e buon sentimento. È un incontro di spiriti affini e il principio di una collaborazione che darà sapidi frutti per oltre dieci anni. Loro sono The Hawks, ma da qui in poi saranno The Band.

Nonostante la stampa musicale come oggi la si intende ancora non esista, nonostante l’era della comunicazione globale e istantanea sia distante fantascientifici eoni, è come se fra gli appassionati ci fosse un passaparola intercontinentale che richiede dappertutto il medesimo comportamento idiota. Ovunque vadano – Stati Uniti, Australia, Svezia, Danimarca, Irlanda, Gran Bretagna, Francia e poi di nuovo Gran Bretagna – Bob Dylan e i ragazzi ricevono la stessa accoglienza. Platee in rapito silenzio nella prima metà dello spettacolo, che vede Dylan da solo sul palco, aspre contestazioni che sfociano talvolta in disordini quando compare il gruppo e la musica si fa elettrica. Helm a un certo punto non ne può più di farsi insultare e alza bandiera bianca. Sostituito il caduto con Mickey Jones, la campagna continua. Eternato in “Bob Dylan Live 1966”, quarto tomo della “Bootleg Series”, il singolo incidente che fissa per sempre nella storia del rock la guerrigliera tournée accade alla Free Trade Hall di Manchester il 17 maggio 1966. Poco prima che parta l’ultimo brano una voce dalla platea urla “Giuda!”. “Non ti credo”, sibila Dylan stizzito. “Sei un bugiardo”, rantola malevolo. E poi si gira verso la Band e intima “Play fuckin’ LOUD”. Attaccano Like A Rolling Stone ed è come se le trombe suonassero di nuovo sotto Gerico e le mura crollassero.

Sottotitolato “The ‘Royal Albert Hall’ Concert” (le virgolette rimarcano l’erronea datazione perpetuata da innumerevoli dischi pirata prima della pubblicazione ufficiale del concerto, nel 1998), “Live 1966” è un documento eccezionale sia sotto il profilo storico che sotto quello musicale. Per quanto attiene il primo aspetto testimonia la schizofrenica reazione del pubblico, attento e immoto durante i tre quarti d’ora acustici, contestatario a colpi di sussurri e grida, e battiti di mani in moviola, nei tre quarti d’ora elettrici. Ma dov’erano quelli che avevano comprato Like A Rolling Stone e “Highway 61 Revisited”? Qualcuno c’era, naturalmente, e proprio a motivo di ciò diverse volte esplosero battibecchi e al peggio risse fra le fazioni. Musicalmente, forte oltretutto di una registrazione sorprendentemente buona per l’epoca, è uno degli album dal vivo più notevoli che mai il rock abbia offerto, di un’intensità rabbrividente nella prima parte, di un’impetuosa eleganza e una compattezza che esaltano in una seconda in cui perfidamente Dylan infila (quasi a dire: vedete? non sono poi così cambiato) letture amplificate di pezzi in origine acustici: I Don’t Believe You da “Another Side Of”, One Too Many Mornings da “The Times They Are A-Changin’”, addirittura Baby, Let Me Follow You Down dal debutto. È un’esibizione di oltre un’ora e mezza e pure in questo Dylan era avanti a tutti, considerato che al tempo i concerti erano festival itineranti in cui al nome di maggior richiamo venivano concessi al più quaranta minuti. Lo spettacolo rock come lo si è inteso da quei giorni fu inventato dal nostro uomo. Che visto che c’èra da lì a breve pubblicherà anche il primo album doppio della storia del genere, “Blonde On Blonde”.

Non mi risulta che di quest’ultimo esista una versione in nera, pesante, lucente plastica per audiofili, o perlomeno non è disponibile attualmente. Del “Live 1966” è viceversa fresca di stampa una meravigliosa edizione Classic Records nel solco di quelle già riservate ai volumi cinque e sei della “Bootleg Series”: su un disco il set acustico, sull’altro quello elettrico e i due LP in un robusto box contenente anche un sontuoso libro di una quarantina di pagine. Vinile silenziosissimo ed è un sostanziale contributo all’illusione creata da un’incisione (lo ribadisco) sorprendente di trovarsi proprio lì, in un teatro di Manchester, quarant’anni fa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.273, novembre 2006.

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Grace in stato di grazia Jones

Grace Jones - Nightclubbing

Ma quanto era figa Grace Jones e non mi sto riferendo a una bellezza statuaria che ho sempre trovato un po’ intimidente, respingente persino. È di musica che parlo, del trittico – “Warm Leatherette”, “Nightclubbing”, “Living My Life” – pubblicato fra l’80 e l’82 dalla Island. Immortalato, con la fondamentale regia di Chris Blackwell e Alex Sadkin e il non meno cruciale apporto di una house band guidata dalla sezione ritmica per antonomasia, Sly & Robbie, in quei Compass Point di Nassau, Bahamas, da allora celeberrimi (ci ha registrato chiunque, dagli Stones a Marley, dai Talking Heads agli U2, ma è grazie a Grace Jones che sono famosi). Ecco. Dopo quel trittico qualunque modella (ogni riferimento a Carla Bruni è puramente casuale) avrebbe dovuto pensarci cento volte prima di accostarsi a un microfono: giacché lo standard che stabiliva di perfetto connubio fra coolness dell’immagine e solidità del repertorio è pressoché impossibile da eguagliare e rende impietoso ogni confronto. E della fenomenale trilogia “Nightclubbing” – ristampato in una “Deluxe Edition” esagerata, con settantasette minuti di bonus costituiti in massima parte da versioni lunghe e remix (per non parlare della versione blu-ray e di quella in vinile) – rappresentava in ogni senso il momento centrale. Il più alto.

Qui – nelle nove tracce e nei trentanove minuti del programma originale, fra i Flash And The Pan in paradiso (ché l’originale non vale un decimo della rilettura) di Walking In The Rain e la Marianne Faithfull girata white soul di I’ve Done It Again – l’esemplificazione perfetta di uno stile unico, ritmi dal reggae al funk in una cornice di algida new wave. Meglio la Nightclubbing di Grace di quella di Iggy, manco a parlarne di confrontare la sua Demolition Man con quella dei Police.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.351, maggio 2014. La signora oggi compie gli anni e no, non chiedetemi quanti.

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#l’Italia che funziona

Centottantanove giorni fa dissero (non a me, che ero  all’incirca in grado di intendere ma non di reggere un simile colpo) che molto, molto difficilmente sarei mai tornato a camminare. Sei mesi e una settimana dopo, ho lasciato l’Unità Spinale del CTO di Torino con le mie gambe. D’accordo: almeno per alcuni mesi ancora, almeno per i tragitti più impegnativi, dovrò appoggiarmi a una carrozzina. Sì, lo so: che per il resto della mia vita per deambulare io debba fare uso di un bastone è a oggi una possibilità tutt’altro che remota. Ma va bene così.

Non potrò mai rendere giustizia a chi, con professionalità e umanità straordinarie, ha reso possibile quello che, fossi un uomo di fede, non potrei definire altrimenti che un miracolo.

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O Sunshine Superman (For Donovan)

In lode di un artista di rara amabilità, nel giorno dei suoi settant’anni.

Donovan - Sunshine Superman

Due DVD per un mostruoso totale di cinque ore e un quarto, per la più parte di parlato e senza sottotitoli, neppure in inglese, che sono comunque un aiuto per chi quantomeno della lingua scritta ha una passabile conoscenza. Presentato così Sunshine Superman parrebbe faccenda per esegeti terminali del menestrello (massì! giochiamocelo subito uno stereotipo) di Glasgow. Cosa che il sottoscritto, per dire, non è. Benché di LP del Philip Leitch negli scaffali ce ne siano diversi e un’iniziale diffidenza si sia trasformata, nel corso degli ahimé decenni, in stima. Benché quattro o cinque canzoni del Nostro mi piacciano da sempre da impazzire. Prima piacevole sorpresa: a dispetto dei natali scozzesi, l’inglese del primo grande Dylan alternativo che si ricordi è di un’intellegibilità assoluta. Seconda: alla fine del primo dischetto, che dura quelle tre ore, non potrei sostenere di esserci arrivato senza accorgermene, ma quasi. È che il nostro uomo è un affabulatore formidabile. È che il regista Hannes Rossacher ha fatto un ottimo lavoro, con un’alternanza da manuale fra girato e repertorio. È che la storia – va da sé – è l’ennesimo e per l’ennesima volta fascinoso ritratto non solo di un artista di vaglia – coprotagonisti cento altri – ma di una generazione o due e un tempo in cui il mondo – come minimo: l’Occidente – si scoprì sottosopra e ricco di possibilità inesplorate. Aveva allora un senso invitare al realismo di chiedere l’impossibile. Ma lo spazio va rapidamente consumandosi e con i voli pindarici la finisco qui.

Per quanto paradossale possa sembrare, questo documentario va consigliato soprattutto a coloro che di Donovan sono estimatori ma moderati. Come lo ero io e non lo sono più. Nel senso che mi è venuta voglia di approfondire (per quanto si possa farlo dopo una simile immersione), riascoltare gli album che ho e procurarmene alcuni fra quelli che non ho. Nel senso che nella mia scala di valori musicali degli anni ’60 (inutile girarci intorno: qualcosina di buono ha fatto anche dopo, ma il solo “Sutras”, una produzione Rick Rubin del ’96, vale l’età aurea) Donovan ha scalato parecchie posizioni. Vedrete se non succederà pure a voi. Al di là dei tanti momenti memorabili (il mio preferito: una Colours in duetto con Pete Seeger nel 1965) regalati da quest’opera monumentale (nel secondo DVD anche una messe di apparizioni televisive, videoclip, estratti di concerti), Sunshine Superman ancora e persino più dell’artista fa amare un uomo di una modestia e una simpatia rare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.651, ottobre 2008.

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