Archivi del mese: ottobre 2018

Quando Detroit bruciava: gli MC5 di “Kick Out The Jams”

La città più “rumorosa” al mondo? All’incrocio fra ’80 e ’90 Seattle, a quello con il decennio seguente Detroit ed erano gli White Stripes che doveva ringraziare. Per la da tempo ex-Motor City era un riconquistare il titolo dopo averlo già a lungo detenuto, dagli ultimi ’60 alla metà del decennio seguente: merito dei Grand Funk Railroad come di Ted Nugent e dei suoi Amboy Dukes, di Alice Cooper, del primo Bob Seger e di nomi troppo di culto per entrare in questo volume ma nei cuori di tanti appassionati: SRC e Frost, Frijid Pink e Third Power. E nondimeno se si mettono nella stessa frase “Detroit”, “heavy rock” e “tardi anni ’60” sempre degli stessi due nomi si finisce per discorrere: Stooges ed MC5. Enorme il divario di rilevanza fra loro e la concorrenza, non molto altro li accomuna. Non l’organico, a quattro nel primo caso e a cinque nel secondo come segnala la ragione sociale, e soprattutto non l’attitudine: menefreghisti quelli, impegnati questi, dualismo che il punk riproporrà con Sex Pistols e Clash. E se il lascito di entrambi si concretizzerà fondamentalmente in tre LP gli Stooges non accuseranno cali di tensione, ove Rob Tyner e – ahem – compagni non riusciranno a dare adeguata replica in studio al debutto immortalato in concerto.

Motor City Is Burning avverte il titolo di una delle canzoni (ironia: la meno incandescente, un rock-blues appena intinto nell’acido) che sfilano in questo straordinario documento di storia non soltanto della musica ma anche del costume giovanile. Ed è proprio vero: “Kick Out The Jams” fa fuoco e fiamme dal primo all’ultimo solco, rivisitando nel suo incedere la punkitudine ante litteram di un Eddie Cochran, anticipando i Motörhead di quasi un decennio, i Metallica di quasi uno e mezzo, giocando con acuminate sperimentazioni jazz che prefigurano Zorn. I proclami dei cinque di Detroit oggi faranno magari sorridere, ma il loro rock resta insieme classico e moderno.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Gli MC5 registravano “Kick Out The Jams” dal vivo al Grande Ballroom di Detroit il 30 e 31 ottobre del 1968. L’album usciva su Elektra nel febbraio dell’anno dopo.

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Ruote in fiamme – Un po’ del meglio di Brian Auger

Trattavasi di missione impossibile: riassumere in un CD, sebbene sfruttato per quanto permette il supporto, una storia durata dodici anni, altrettanti LP, vari singoli e non dico non vi fosse nulla da buttare, soprattutto inoltrandosi nel percorso, ma tali e tante sono le gemme che ci sarebbe voluto un forziere per le più lucenti, uno scrigno non poteva bastare. Un doppio, magari. Un cofanetto di tre o quattro compact senz’altro. Si sarebbe allora resa giustizia a un artista dalle fortune altalenanti e nondimeno da un quindicennio in qua, da quando cioè l’acid jazz furoreggiava, costantemente in auge. Ma vedrete che prima o poi il box verrà approntato. Visto il riciclaggio costante nell’ultimo decennio degli archivi del tastierista britannico, ci sarebbe da stupirsi se ciò non accadesse. Ce le rivenderanno ancora, Indian Rope Man e qualche decina di altre, ma non vale lamentarsene, la buona musica è sempre meglio sia in giro. Insomma: è appena arrivata nei negozi, griffata Castle Music e distribuita da Edel, “This Wheel’s On Fire”, sontuosa antologia a seguire le ristampe, lo scorso anno, di sei album e la sapete una cosa? Potete esserveli comprati tutti e dei diciassette articoli in scaletta in questo “Best Of Brian Auger With The Trinity, Julie Driscoll, Oblivion Express” sei vi mancherebbero lo stesso perché tratti, oltre che da un 45 giri, da lavori che non rispondono all’appello: un remoto “Jools & Brian”, collaborazione numero tre (l’anno il 1968) della magica coppia, e poi, degli Oblivion Express, “Second Wind” (1972), “Closer To It” (1973), “Reinforcements” (1975). Finisco di fare il ragioniere contestando, da bravo fan, al compilatore Will Nicol (buone le note redatte da Dean Rudland) alcune scelte: a fronte dell’inclusione, ad esempio, di una Pavane tendente al prog, del funk-pop un po’ così di Foolish Girl, fors’anche di una Freedom Jazz Dance in odore di fusion, stridono l’esclusione in toto di “Definitely What!” (che diamine! almeno quella George Bruno Money citata da Rudland ci sarebbe potuta stare) e la presenza di due soli brani da “Streetnoise”. Quello però, se siete vecchi lupi dei mari del rock o comunque attenti lettori di “Extra” (fra i cento migliori dischi degli anni ’60, numero 4), dovreste averlo. Capolavoro assoluto che, cito, “fa confluire il jazz in un più ampio fiume cui portano le proprie acque soul e rhythm’n’blues, folk e quell’equivoco che andrà sotto il nome di progressive. Illuminato dalla sublime voce della Driscoll, non denuncia un cedimento in un’ora e un quarto e tocca inenarrabili zenit nel commosso e corrusco macchinare di Czechoslovakia e in una Light My Fire in moviola”.

Era l’approdo, nel 1969, di un percorso già lungo per il trentenne Auger, nato come pianista jazz quando saranno un organo elettrico, l’Hammond B3, e le contaminazioni con soul e rock a regalargli la fama vera, quella delle classifiche, non delle riviste (“Melody Maker”) che nel 1964 lo proclamavano migliore pianista jazz al mondo, niente di meno. Poco da stupirsi se dagli appassionati del genere il Nostro avrebbe dovuto subire, per il tradimento, contestazioni simili a quelle con cui era stato bersagliato Bob Dylan per la sua di svolta elettrica. Accadeva a un festival a Berlino nel 1968 e partivano clamorose bordate di fischi che non lo intimidivano. Già a fine concerto sarebbero stati applausi. A quel punto i Trinity erano in pista da tre anni (fulminante l’esordio a 45 con lo sculettante errebì Fool Killer), l’esperienza Steampacket – potenzialmente prodigioso quanto effimero supergruppo con tre cantanti, Long John Baldry, Rod Stewart e Julie Driscoll – accantonata e la Driscoll stessa una presenza pressoché costante. Splendido nel 1968 il primo LP con la triplice ragione sociale, “Open”, e da lì arrivano una meravigliosa lettura, sincopata e alata insieme, della Season Of The Witch di Donovan, la garagista Black Cat, una Break It Up a chiamata e risposta degna della migliore Aretha Franklin. A proposito di Lady Soul: sua e se possibile migliorata una Save Me che giunge dal citato dianzi “Jools & Brian” e sempre a quel fatidico anno risale l’unico numero uno che la compagine avrebbe avuto, la cover di Dylan che intitola la raccolta. Dal canto suo “Streetnoise” avrebbe riletto il Richie Havens di Indian Rope Man (inventando nel farlo i Prisoners, i Charlatans, gli Inspiral Carpets) e i Doors di cui sopra, Nina Simone e un Miles Davis che in un certo qual modo ripagherà l’omaggio studiandosi per bene il monumentale in tutti i sensi doppio quando sarà lui ad accendere gli amplificatori. “Befour” nel 1970 sarà il primo 33 giri con la RCA (i precedenti per la Marmalade) e nel contempo il primo senza Julie. Ma – qui – il funk-jazz di Listen Here e il funk e basta di una straripante I Want To Take You Higher (da Sly Stone) ne mascherano bene l’assenza.

Al pari persuasivi saranno i primi tre album come Oblivion Express, l’omonimo, “A Better Land” e “Second Wind”. Fra Davis, Santana e hard il primo, venato di folk il secondo, grintosamente errebì il terzo. È da “Closer To It” che lo stile di Brian Auger comincerà a farsi maniera, ma ogni disco riserverà ancora qualche perla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.610, maggio 2005. I Brian Auger’s Oblivion Express sono in concerto questa sera al Le Roi Music Hall di Torino e domani al Blue Note di Milano.

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Kamasi Washington – Heaven & Earth (Young Turks)

Torni in sé il lettore che, notato quel “3 CD”, si è infuriato per avere comprato (allo stesso prezzo!) un’edizione solo doppia del secondo o terzo album (vale come tale “Harmony Of Difference”, con i suoi 31’54”?) del sassofonista californiano. Estratti i due dischetti regolari – “Earth” è in realtà il primo, “Heaven” il secondo – soppesi la confezione e ne coglierà la stranezza. Si armi di un taglierino e, con quanta più cautela possibile, proceda a estrarne il terzo compact. Che ha anch’esso un titolo, “The Choice”, e sommando cinque tracce – tre originali, una cover di Carole King, una dei dimenticati Five Stairsteps – alle altre sedici e 38’40” ai precedenti 144’32” fa sì che il nuovo magnum opus di Kamasi Washington sfondi quel muro delle tre ore soltanto (si fa per dire!) avvicinato da “The Epic”. Per quanto stavolta il nostro uomo avrebbe fatto meglio a contenersi: il terzo disco (quinto in un’edizione in vinile che ricorre al medesimo escamotage) poco aggiunge e anzi qualcosa sottrae agli altri, eccedendo in languori e levigatezze. Sebbene si resti a livelli alti.

Va da sé: l’inedito trucco del disco nascosto (altro che “hidden tracks”!) consoliderà nei dubbiosi il pregiudizio rispetto all’artista che ha fatto innamorare del jazz platee, come quella indie rock, a tutt’altro aduse. Continueranno a dire che non inventa nulla e che la scena odierna propone strumentisti e autori di maggior spessore, non cogliendo che è l’ecumenismo a fare immenso un artista capace di coniugare Brasile e funk, Caraibi e West Coast, gospel ed errebì moderno. Nel cui vocabolario hard bop rima con hip hop. A un crocevia fra Coltrane, il Davis e l’Hancock elettrici, Sun Ra ed ecco, ogni tanto si gradirebbe un pizzico in più della sana follia dell’ultimo. Ma non sarebbe più Kamasi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Elvis Costello e gli Attractions: una relazione complicata

È fuori da un paio di settimane un nuovo album di Elvis Costello, formalmente il suo quarto con quegli Imposters che però altro non sono che gli Attractions con un bassista diverso e insomma è da quarant’anni che il nostro eroe, Steve Nieve e Pete Thomas dividono studi di registrazione e palcoscenici. La prima volta che si giurarono reciprocamente “mai più” era il 1984, come raccontavo riferendo tempo fa di una ristampa per audiofili del controverso “Goodbye Cruel World”. Ma già appena due anni dopo erano di nuovo insieme, alle prese con un disco viceversa molto amato dai cultori come “Blood & Chocolate”. Si lasceranno e rappacificheranno tante volte ancora.

 

Goodbye Cruel World (F-Beat, 1984)

Chissà se, trascorsi altri ventidue anni, l’autore ha infine fatto pace con un disco che così liquidava, impietosamente, nel libretto a corredo della ristampa Rykodisc del 1995: “Congratulazioni! Avete appena acquistato il peggiore album della mia carriera”. Più avanti argomenterà e, addossandosi elegantemente tutte le colpe di un fallimento attribuito dai più alla regia della coppia Clive Langer/Alan Winstanley (già responsabile dei suoni del precedente “Punch The Clock”), un tot di cose le salverà, ma tant’è. Gran brutto periodo i mesi a cavallo fra l’83 e l’84 per Elvis Costello e sarà anche per questo che del suo nono LP in studio – e ottavo fiancheggiato dagli Attractions – non conserva un buon ricordo. Stava divorziando dalla prima moglie e pure i rapporti con i collaboratori di sempre – il tastierista Steve Nieve, il bassista Bruce Thomas e il batterista Pete Thomas – erano ai minimi. Idee tante ma confuse, demotivava i ragazzi della band annunciando prima dell’inizio delle registrazioni che quello sarebbe stato il loro ultimo album insieme (e forse il suo ultimo album e basta) e costringeva in continuazione il team produttivo ad aggiustare il tiro, con indicazioni contraddittorie. Si partiva con l’idea di incidere il disco sostanzialmente dal vivo in studio e si finiva invece per incagliarsi nelle secche di una registrazione stratificata, di sonorità pop quando si era partiti da un impianto folk-rock. E si arrivava al punto che l’unica ragione trovata dal nostro uomo per dare alle stampe il risultato di alcune caotiche settimane di lavorazione era che a quel punto si era speso troppo per buttare tutto via.

Non vi sto invogliando granché all’acquisto, eh? In realtà, se “Goodbye Cruel World” non è di sicuro uno dei dischi migliori di Costello, da salvare/rivalutare c’è non poco, fra il morbido soul con influenze latine di The Only Flame In Town che introduce e l’accorato valzer Peace In Our Time con cui ci si congeda. Per certo, oltre ai due brani appena menzionati, almeno la serenata blues Home Truth, l’agonizzante I Wanna Be Loved (una cover dello sconosciuto Farnell Jenkins) e l’esplosivo rock’n’roll “à la Dylan” The Deportees Club. E a essere onesti nemmeno la produzione è malaccio. C’è qualche eccessiva levigatezza e si paga dazio ai vezzi dell’epoca (solita batteria troppo secca, ad esempio), ma non più di tanto. Superba, come da standard della casa, questa riedizione Original Master Recording: potente nell’impatto, raffinata nel dettaglio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

Blood & Chocolate (Demon, 1986)

Li amo e poi li odio e poi li amo e poi… Può essere così riassunto il rapporto a metà ’80 di Elvis Costello con la band che sin dal 1978, da una pietra miliare chiamata “This Year’s Model”, lo accompagnava. Un sodalizio, quello con gli Attractions (Steve Nieve al piano, Bruce e Pete Thomas al basso e alla batteria) che all’altezza del non trascendentale “Goodbye Cruel World”, del 1984, mostrava la corda e ricorderà forse il lettore (vedi AR 386) che proprio all’inizio delle registrazioni di quel disco il principale informava i gregari che non ne avrebbe più richiesto i servigi. Naturalmente demotivandoli e ne pagava il prezzo. E in effetti nel 33 giri successivo, il viceversa magnifico “King Of America”, non li userà che come turnisti e giusto in un paio di brani. Qualcosa doveva però scattare di nuovo durante quelle sedute in sala d’incisione se, subito dopo la pubblicazione dell’album, nel febbraio ’86, il quartetto tornava in studio per approntare un successore che arriverà nei negozi già in settembre. E però qualcosa doveva di nuovo succedere se passeranno otto anni prima che le strade dei quattro (uno più tre) tornino a incrociarsi, in “Brutal Youth”. Dopo un 1986 tanto produttivo, lo stesso Costello si prenderà una lunga pausa, tre anni. Fioccheranno gli applausi al ritorno, per “Spike”.

Fors’anche perché pativa l’handicap di andare dietro a un discone quale “King Of America”, “Blood & Chocolate” veniva invece accolto con qualche distinguo. In realtà la prima facciata è formidabile, una delle migliori sequenze costelliane di sempre. Partenza ombrosa, con la biascicata Uncomplicated, decollo vero con una I Hope You’re Happy Now figlia del Sir Douglas Quintet, un primo picco con il Dylan alle prese con 19th Nervous Breakdown di Tokyo Storm Warning e, dopo una già accorata ma sarcastica ma accorata Home Is Anywhere You Hang Your Head, l’agonizzante blues I Want You: uno dei classici assoluti del nostro uomo. Dopo il quale sfortunatamente ci vorrebbe altro per reggere il confronto che un secondo lato caruccio quanto routinario, al meglio quando il referente sono chiaramente i Beatles e dunque con lo squillante rock’n’roll Honey Are You Straight Or Are You Blind? e l’omaggio al rhythm’n’blues delle origini Crimes Of Paris. Cofirmava la regia Nick Lowe, garantendo un suono ruvido, alla larga i perniciosi vezzi tipici delle produzioni anni ’80. Piace soprattutto, di questa ristampa Original Master Recording in linea con gli elevati standard della casa, la capacità di rendere al meglio il gioco delle dinamiche in un lavoro ricco di chiaroscuri, con i volumi bassissimi usati in funzione drammatica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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Fantastic Negrito – Please Don’t Be Dead (Cooking Vinyl)

Non portava bene, all’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz (un minuto di silenzio per l’impiegato dell’anagrafe), “The X Factor”. Che nel suo caso non era però un format televisivo all’epoca ancora a venire, bensì il titolo dell’album con cui ventottenne esordiva, nel 1996, per un’etichetta di peso quale la Interscope. Di quel disco dall’artwork orrendo, e convenientemente uscito a nome Xavier e basta, non si accorgeva nessuno e l’autore si trovava a battagliare con l’etichetta per liberarsi da un contratto da cui poi veniva sciolto per una ragione buona ma pessima: vittima nel ’99 di un incidente stradale che lo ha sfigurato, restava tre settimane in coma. Di diversi mesi la successiva riabilitazione. Uscito dall’ospedale accantonava i sogni di gloria in ambito musicale e tornava a guadagnarsi la pagnotta come aveva sempre fatto prima di perdere la testa per il classico di Prince “Dirty Mind”: spacciando. Vita avventurosa, eh?

La faccio breve. Scatto di copertina e titolo che alludono all’incidente di cui sopra, “Please Don’t Be Dead” è il terzo capitolo di una carriera ricominciata con un secondo “debutto” (omonimo) a nome Fantastic Negrito nel 2014 e che ha raggiunto l’apice con il Grammy come “Best Contemporary Blues Album” con il successivo, del 2016, “The Last Days Of Oakland”. Opera dal potenziale pazzesco sin da una Plastic Hamburgers che la apre deflagrando zeppelliniana. Il prosieguo offre altre dieci canzoni perfette per fare del nostro eroe un nuovo Lenny Kravitz: fra gospel laici (Bad Guy Necessity) e bluesoni (A Letter To Fear), escursioni in Africa (A Boy Named Andrew) e ipotesi di Black Keys in trip psichedelico (The Suit That Won’t Come Off), sontuose ballate alla Bill Withers (Dark Windows) e inni funkadelici (Bullshit Anthem).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Una celebrazione di “Electric Ladyland”, a cinquant’anni dalla pubblicazione

Per certuni quest’ora e un quarto sistemata in origine su quattro facciate di vinile, e che oggi alloggia in un disco solo (la “Deluxe Edition” del quarantennale si straraccomanda nondimeno per l’aggiunta di un magistrale Making Of in DVD di circa un’ora e mezza), rappresenta lo zenit del chitarrista di Seattle. Per talaltri è un’opera sfilacciata, con momenti altissimi ma pure chiari indizi di decadenza. Non ci iscriviamo né a questo partito né a quello. Rispetto ai due primi LP “Electric Ladyland” non rappresenta un’involuzione bensì un’evoluzione, e non è un Hendrix né migliore né peggiore quanto piuttosto – restando riconoscibilissimo – diverso. Di seduzione meno immediata ma più premiante nel tempo. Qui più che nei predecessori a ogni passaggio noti particolari che ti erano sfuggiti. Ci sono brani che avrebbero potuto figurare in “Are You Experienced”: una Crosstown Traffic dall’irresistibile riffarama, la cover a rotta di collo di Come On di Earl King, una Voodoo Chile figlia di una Foxy Lady inseminata da una Purple Haze. Ce ne sono che agevolmente si sarebbero potuti mimetizzare fra le pieghe di “Axis: Bold As Love”: il cosmico/acquatico preludio di And The Gods Made Love, una souleggiante title track in cui il Nostro improvvisamente si ricorda di essere stato uno degli Isley Brothers, la poppissima (firma Noel Redding) Little Miss Strange. Ma la terza facciata, quasi una suite, si affaccia su dimensioni afrofuturibili che saranno quelle esplorate dal Davis e in parte dall’Herbie Hancock elettrici. Potrete incontrarci Sun Ra e trovarlo impegnato in una conversazione filosofica con George Clinton. E poi c’è la parabola biblica di All Along The Watchtower: una versione che Dylan apprezzerà così tanto che la canterà e la suonerà sempre, lui che l’aveva scritta, come stesse facendo una cover di Hendrix. E poi… E poi e anzi prima c’è House Burning Down. Vi piace l’odore del napalm la mattina?

L’ultimo album in studio che Hendrix completava in vita sarà il primo e unico ad andare al numero uno negli Stati Uniti.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. La copertina qui riprodotta è quella della “Deluxe Edition” citata in scheda e non l’originale, quella con le signorine ignude, per intenderci: scelta non filologica ma sfortunatamente resa obbligata dalla demenziale policy di Facebook in materia di nudo.

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Johnny Marr – Call The Comet (New Voodoo)

L’uomo che nel 2010 si piazzava quarto (dopo John Frusciante, Slash e Matt Bellamy) in un referendum indetto dalla BBC per designare gli eroi moderni della chitarra elettrica a quell’altezza ancora doveva debuttare (“Boomslang”, del 2003, è a nome Johnny Marr & The Healers) da solista. Essendo al tempo già passati ventitré anni dacché divorziò da Morrissey, spezzando il cuore a una generazione di appassionati di rock. Chiaro indizio di come si senta meglio da fiancheggiatore – o dividendo con altri la ribalta come negli Electronic, progetto condiviso con Bernard Sumner che resta il suo piccolo grande momento di gloria post-Smiths – che al centro del palcoscenico. Insomma: uno che si trova bene solo in un contesto di gruppo. Si trovava? A un certo punto qualcosa deve essere scattato se nel 2013 infine esordiva in proprio con “The Messenger”, l’anno dopo gli dava prontamente un seguito con “Playland” e quello dopo ancora pubblicava il live “Adrenalin Baby”. Nella cui scaletta compaiono quattro classici della band che sapete e ci si stupiva, vista la difficoltà sempre avuta da costui a rapportarsi con quell’ingombrante lascito.

Come se così avesse messo un punto e a capo, Marr ha meditato a lungo il terzo lavoro in studio, ripartenza che si può dire – un po’ paradossalmente, siccome contiene alcuni dei suoi assoli più ribaldi – la sua cosa meno scritta in funzione della chitarra di sempre. Non particolarmente smithsiana, ma nemmeno lo erano le precedenti, e che razza di maledizione è allora che alla fine si ricordino quelle poche tracce – Hi Hello, Day In Day Out; pure una Rise con tremolo alla How Soon Is Now – da cui ci si aspetterebbe di sentire sbucare la voce di Morrissey. Il resto per lo più prova a farsi congiunzione fra T-Rex e New Order, con esiti alterni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Audio Review n.402

È in edicola da alcuni giorni il numero 402 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album di Animal Collective, Chills, Shemekia Copeland, Coral, Alejandro Escovedo, Hater, Peter Holsapple, James, Jazzanova, Low, Papa M, Paper Kites, Proclaimers e Wild Nothing e di una ristampa di Southside Johnny. Nella rubrica del vinile ho dedicato un’intera pagina a “Music From Big Pink” della Band e incensato più in breve un grande classico del reggae a firma Mikey Dread.

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Il primo John Lennon post-Beatles: ingeneroso, imperfetto, immortale

Imperfetto, e nondimeno egualmente candidato all’immortalità da tre canzoni immani a fronte di otto buone ma irrimediabilmente sminuite dal raffronto, l’omonimo debutto in studio di John Lennon con la Plastic Ono Band viene inciso fra il 26 settembre e il 5 ottobre 1970. Uscirà in dicembre, pochi giorni prima che Paul McCartney, intentando causa agli ex-compagni per ottenere una dissoluzione pure giuridica di ogni legame e mettersi così al riparo dai maneggi del manager Allen Klein, tolga anche al più ostinato dei fan dei Beatles ogni residua illusione che si possa tornare indietro. Che il sogno sia finito è probabilmente l’unica cosa su cui John al momento concorda con l’ex-sodale e amico. Lo esplicita come più non si potrebbe nella fulminante litania su rotolante piano circolare di God, che inizia affermando che “Dio è un concetto/per tramite del quale misuriamo/il nostro dolore” e continua con un elenco di ciò in cui l’autore non crede più. Drammatico crescendo, dalla magia agli I-Ching, da Gesù a Kennedy a Budda, che culmina con Elvis, Zimmerman (ossia Bob Dylan) e – amara bestemmia ultima e suprema – proprio i Beatles. E poi: “Credo soltanto in me stesso/in me stesso e Yoko/e questa è la realtà/Il sogno è finito/e che altro posso dirvi?/Il sogno è finito”. E quindi, con subitaneo rovesciamento di prospettiva che fa transitare dal nichilismo a una visione di futuro quietamente eccitante in cinque versi: “Ieri/ero il tessitore di sogni/ma oggi sono rinato/Ieri ero il tricheco (I was the walrus)/ma oggi sono John”. Per poi concludere: “E così cari amici/dovrete andare avanti/il sogno è finito”. Mozza ancora il fiato ad ascoltarla oggi e chissà che effetto dovette fare allora. Al pari insieme consolatorio e dilaniante è il finalino che le va dietro, l’accorata ninnananna My Mummy’s Dead, chiusura del cerchio aperto dai lugubri rintocchi di campana della torturatissima (non danno consolazione alcuna gli accenti gospel del piano di Billy Preston) Mother, seguito della beatlesiana Julia e per così dire resa dei conti con una madre che lo aveva abbandonato e che un adolescente John perse definitivamente, uccisa in un incidente automobilistico, quando l’aveva appena ritrovata. Trauma analogo a quello subito da Paul e che incommensurabilmente contribuì a farli sentire vicini al principio del loro rapporto. Mai album pop ha avuto attacco di una simile, brutale emotività. Fra Mother e God, l’altro grande classico di questo disco, il valzer sulla falsariga della dylaniana Masters Of War di Working Class Hero. Fra Mother e God altri sette brani più che apprezzabili ma che finiscono per essere contorno. Si tratti del sommesso invito a se stesso a tener duro di Hold On John o dell’urticante rock (con un acido riferimento a McCartney) I Found Out, di una sospesa e dissonante Isolation o dell’urlante blues Well Well Well, o ancora di una Look At Me in cui si sente Donovan e non soltanto per la tecnica, che proprio il menestrello scozzese gli aveva insegnato, con cui John suona la chitarra.

Dieci mesi dopo toccherà a Imagine inaugurare l’omonimo LP e non pretenderete mica che vi racconti quella che in più di un referendum, mentre gli anni ’90 sfumavano nei 2000, è stata eletta a “canzone del secolo”? Mi accontento di appuntare che non credo esista un’altra canzone che sia stata “sentita” così tanto e “ascoltata” così poco, la radicalità estrema del testo messa in secondissimo piano dalla sognante dolcezza della melodia. Come il predecessore, “Imagine” l’album presenta un netto stacco qualitativo fra tre brani, essendo gli altri due Jealous Guy e How Do You Sleep?, e il resto del programma. Più alto però il livello medio di seconde linee in cui spiccano il quasi-country Crippled Inside, il blues (in cui per una delle ultime volte ruggisce il sassofono dello sfortunato King Curtis) It’s So Hard, una romanticissima Oh My Love e l’esuberante celebrazione di Oh Yoko!. Abbozzata sin dal 1968 (stava per finire sul “White Album”) con un titolo diverso, Child Of Nature, e tutt’altro e francamente imbarazzante testo, Jealous Guy è immediata quanto la title track, zuppa di lussuria per l’amata e di rimpianti per il cattivo agire del ragazzaccio che fu. Che fu? Che è. Valga come decisivo teste per l’accusa la rancorosissima e a dir poco ingenerosa polemica, nei confronti di Paul McCartney tanto per cambiare, di How Do You Sleep?: salmodiare di accuse cui si racconta che a un certo punto un rattristato Ringo Starr, in visita in studio (aveva suonato nell’album prima, in questo non c’è; George Harrison invece sì), cercò di porre fine con un perentorio “Adesso basta, John”. Brano fra i più riusciti del Lennon solista per sapienza della costruzione, attenzione al particolare, intensità dell’interpretazione; eppure piacerebbe cancellarlo dal repertorio e la biografia dell’ex-Beatles avrebbe assai a guadagnarne. Fa onore all’autore di un pezzo che il pur partigiano “Rolling Stone” (John Lennon la prima star di copertina e a lui la lunga intervista, concessa al fondatore Jann Wenner, che diede definitivamente autorevolezza al giornale) definì “ripugnante e indifendibile” che abbia in seguito, espulso il veleno residuo con una lettera al “Melody Maker” tanto livida che la rivista stessa decise di tagliarla, finito per vergognarsene. Cercando persino, goffamente, di farlo passare per autodenigratorio. Fa onore a McCartney che ci sia passato sopra senza fare una piega. Ambiva a ricostruire il rapporto con colui che era stato il suo amico più grande, oltre che il co-autore di un paio di centinaia di canzoni straordinarie, e almeno in parte ci riuscirà. Facciamo allora finta che How Do You Sleep? non esista e ricordiamo piuttosto il John Lennon che il 31 agosto 1971 lascia per sempre (lui naturalmente non lo sa) il paese che gli ha dato i natali con lo sgranarsi di accordi della canzone che sarebbe bastata da sola (da sola! anche senza il gruppo che sapete!) a farlo immortale. Con le bellissime immagini del video di meravigliosa semplicità cui da quarantaquattro anni la leghiamo nella memoria: Yoko che spalanca le finestre di una grande stanza spoglia, il sole che la illumina, John seduto davanti a un piano a coda bianco e… “immagina che non ci sia un paradiso/è facile se ci provi”.

Da poche settimane tutto il John Lennon post-Fab Four – tolti gli LP sperimentali, incluso il postumo “Milk And Honey” – è disponibile in un cofanetto di otto vinili su UMC, venduto intorno ai centottanta euro. Tutti i titoli (trattasi delle rimasterizzazioni del 2010) sono disponibili anche separatamente e dovreste pagarli sui venticinque euro cadauno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015. Fosse ancora fra noi, John compirebbe oggi settantotto anni.

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Ray LaMontagne – Part Of The Light (RCA)

Trascorso il momento d’oro per Ray LaMontagne? Nel momento in cui scrivo sono passati troppi pochi giorni dalla pubblicazione di questo suo settimo album per avere un’indicazione sulle vendite e vedere se si invertirà la curva discendente disegnata due anni fa da “Ouroboros”, tredicesimo per “Billboard” e potrebbe parere un signor piazzamento non fosse che di fila i predecessori “Gossip In The Grain” (2008), “God Willin’ And The Creek Don’t Rise” (2010) e “Supernova” (2014) avevano scalato quella classifica fino al terzo posto. Non fosse che il debutto del 2004 “Trouble” a malapena entrava nei Top 200 ma in compenso, premiando l’intuizione e la tenacia di una RCA che si ostinava a puntare sul Nostro (il matrimonio continua a oggi), diventava un long seller da manuale e negli Stati Uniti ha venduto da allora oltre mezzo milione di copie. Non fosse che le prime recensioni uscite sono positive, sì, ma tiepidine. L’accoglienza per “Ouroboros” era stata più calorosa. Ma d’altronde: un mezzo o anche intero capolavoro, se chiedete a me.

Vale qualcosina di meno ma appena appena questo “Part Of The Light” che ne replica il blend di Americana e psichedelia, Pink Floyd prima metà anni ’70 e cantautorato con vista sul Laurel Canyon. Con giusto qualche piccola divagazione e, se Pink Floyd sono, quelli di No Answer Arrives ricordano i momenti più turgidi di “More”, mica “Meddle”, laddove con il suo riffone As Black As Blood Is Blue rimanda addirittura ai Black Sabbath. Parentesi in un programma mediamente assai più quieto, inaugurato dall’incontro fra il primo Tim Buckley e Donovan di To The Sea e da una Paper Man fra il primo Elton John e Jonathan Wilson e suggellato dai languori country di Goodbye Blue Sky. Sfacciato l’ammiccare ai Beatles di Let’s Make It Last.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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