Archivi del mese: ottobre 2016

Fra consapevolezza e seduzione: l’era aurea di Gregory Isaacs

Ricorre oggi il sesto anniversario della non inattesa, e nondimeno lo stesso prematura, scomparsa del Cool Ruler. A uccidere un uomo già debilitato dai troppi anni di dipendenza dalla cocaina era un tumore ai polmoni.

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Sono stato offerto in sacrificio per costruire/l’inferno dell’uomo nero/nel paradiso dell’uomo bianco/ma ora che ne sono consapevole/oh Signore, è tempo che io vada/sebbene il riscatto appaia così doloroso/e lento, lento, lento” (Sacrifice)

Sarà che l’ultradecennale decadenza, indotta fra l’altro dall’abuso di cocaina che ne ha rovinato la splendida voce, ne ha sbiadito il fascino, relegandolo nell’ade di coloro che furono grandi e sono adesso ombra di se stessi; sarà che quando assurse a fama universale, nell’ultimo periodo (gli ’80) in cui era possibile tagliare tale traguardo declinando reggae, la sua immagine era quella del Cool Ruler, amante elegante e un po’ tenebroso: fatto sta che la ricomparsa nei negozi, dopo anni di assoluta irreperibilità e in una spettacolare versione estesa approntata dai benemeriti della Blood & Fire, di quello che fu il suo quarto LP (il primo concepito come tale, non come raccolta di singoli) induce a riconsiderare globalmente la figura di Gregory Isaacs. Memento non solo di un talento di primissima schiera ma del suo sapersi un tempo destreggiare fra inni di consapevolezza oltre che fra serenate irresistibilmente ammiccanti. Tant’è che in una discografia assai cospicua (svariate decine di album) ma sommamente irregolare (sono pochi, anche nei periodi buoni, quelli di livello uniformemente alto), “Mr. Isaacs” si propone come uno dei capolavori del Nostro, essendo gli altri i forse più rappresentativi e immancabili “Night Nurse” e “Red Roses For Gregory”. Il primo dell’82, l’altro dell’88. “Mr. Isaacs” è invece una faccenda datata 1977.

Aveva ventisei anni all’epoca, il nostro uomo, e già un brillante futuro alle spalle. Come è nella tradizione della musica giamaicana gli esordi erano stati precoci. Debuttava a 45 giri diciottenne, nel 1969, con una canzone che già nel titolo, Another Heartache, annunciava quella che sarebbe stata la sua specialità: il lamento amoroso che nel mentre fintamente autocommisera in realtà è strumento di conquista. Un insuccesso. E altri ce ne saranno, prima di un’ininterrotta sfilata di hit durata un quindicennio e inaugurata nel 1973 da All I Have Is Love. Il lustro a seguire è marchiato da un intreccio di collaborazioni con la crema dei produttori e dei turnisti dell’isola, da Phil Pratt a Clive Chin, da Niney The Observer a Joe Giggs, da Alvin “GG” Ranglin a Lee “Scratch” Perry. Trionfo va dietro a trionfo: Lonely Soldier, Innocent People Cry, Love Is Overdue, Sunshine For Me, Babylon Too Rough. E ancora: My Religion, Coming Home, Beautiful Africa, Mr. Cop, Black A Kill Black, Rasta Business. Semplice elenco che basta a far comprendere come al giro di boa dei ’70 l’accento si sposti, seppure momentaneamente, dal corteggiamento dell’altro sesso a quello di un ideale di giustizia. “Mr. Isaacs” sarà l’apice e la conclusione del processo.

Fondamentale per la sua riuscita l’apporto di Oswald “Ossie” Hibbert, coetaneo di Gregory e forgiatore di ritmi ciascuno dei quali ha fornito l’ossatura a innumerevoli canzoni, oltre che uno dei primi a padroneggiare la rivoluzionaria tecnica del dub. Già evidente nella stampa primeva, risalta ancora maggiormente nell’edizione Blood & Fire che aggiunge cinque brani in cui prevalgono dilatazioni di notevole capacità mesmerica. Hibbert leviga senza debilitare, allarga le maglie senza far perdere in coesione. Il contrario! Di suo Isaacs mette una scrittura ispiratissima, il gusto per l’immediatezza melodica e una voce immensamente seducente, pure quando canta di povertà e dell’orrore della discriminazione. Apre Sacrifice, denuncia pungente e insieme tripudio pop. Diresti subito insuperabile e invece no, dacché il gioco di chiamata e risposta fra organo e fiati della successiva Storm va un passo più in là. La prima cover, Story Book Children, a firma William Bell/Judy Clay, sottolinea un amore viscerale per il soul ribadito nel procedere dal classico dei Temptations Get Ready. Bellissime anche le altre due canzoni altrui, Smile dei Silvertones e Conversation di Slim Smith, capisaldi della battuta in levare propulsi, rispettivamente, da tastiere petulanti e cori femminili da levitazione. Alla prima (la seconda è una delle bonus tracks) toccava in origine l’incarico di salutare gli astanti. L’invocazione “dance! dance to the music” è l’unica concessione all’edonismo di una scaletta tutta a muso duro. Apoteosi: l’invocazione avvolta di ottoni di Set The Captives Free. Se non riuscirà a conquistarvi non c’è nulla ch’io possa aggiungere per persuadervi che è questo un disco che, se provate per il reggae un interesse appena più che occasionale, è imprescindibile.

Gli anni seguenti vedranno Gregory Isaacs cedere alla tentazione di un repertorio volto pressoché esclusivamente alla pratica del corteggiamento. Almeno quando i risultati saranno quelli dei due album dianzi citati (all’elenco si possono aggiungere tranquillamente “Lonely Lover” e “More Gregory”, primo e secondo atto della collaborazione con i Roots Radics chiusa da “Night Nurse”; e anche ilLive At The Academy Brixton”), non ci sarà di che lamentarsi. Dei suoi anni ’80 va applaudita la capacità di passare senza cesure dal suono roots che lo aveva imposto all’ipnotica dolcezza, progressivamente digitalizzata, della dancehall.

Tutti da dimenticare i ’90, segnati da dischi mediocri, schiavitù da sostanze e pure quattro arresti. Un uomo che una volta avresti detto, invece, inarrestabile.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.438, 17 aprile 2001.

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Il trip più glorioso dello sciamano Julian Cope

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All’osservatore che ne ha seguito – curioso, inizialmente esaltato e poi sempre più sconcertato – la carriera post-Teardrop Explodes, il Julian Cope che nel marzo 1991 pubblica il settimo lavoro da solista in altrettanti anni pare, dopo che in forte crisi di credibilità, in evidente affanno. Uno che a forza di sentirsi dare del Syd Barrett forse un altro Syd Barrett lo è diventato sul serio e purtroppo nel senso che si è perso. Ha guardato nell’abisso e l’abisso se l’è preso, senza nemmeno pagarne l’anima con qualche canzone sublime. Quale il possibile seguito dopo le sgangheratezze da acido cattivo sfiorito di “Skellington” e “Droolian”? O un ulteriore scivolare nel solipsismo, parrebbe, oppure – rimedio quasi peggiore del male – il ritorno al rock tirato a lucido, ma intimamente vuoto, dell’esecrabile per ragioni opposte “My Nation Underground”. Sia quel che sia, anche il cultore più acceso più che temere dà per scontato che sia avviato senza rimedio al declino. Resta soltanto da vedere se sarà drammatico o ridicolo, o le due cose insieme. “Peggy Suicide” spariglia come nessuno si sarebbe atteso, segna probabilmente lo zenit della vicenda artistica del Nostro – giocandosela con i primogeniti gemelli diversi “World Shut Your Mouth” e “Fried” – e inaugura oltretutto una metà di decennio semplicemente favolosa, scandita da successori quasi altrettanto fenomenali chiamati “Jehovahkill”, “Autogeddon”, “20 Mothers”. Non volerà mai più così in alto, tracciando la rotta con strategie da grande studioso del rock, lucidità da illuminato, profondità di visione da sciamano.

In quest’opera vagamente concettuale, ispirata da un sentimento di rivolta per lo scempio che l’uomo va facendo del suo pianeta e monumentale pure per dimensioni – la scaletta originale distribuisce su quattro facciate (è uno degli ultimi capolavori evidentemente concepiti in funzione del vinile) diciotto brani per un’abbondante ora e un quarto – c’è tutto il Cope che già c’era stato e quello che ci sarà. Vivono sotto lo stesso tetto in splendida comunione di amorosi sensi il melanconico pop da camera di Pristeen e Las Vegas Basement e quello impossibilmente esultante di Beautiful Love, gli struggimenti di Promised Land e la giocosa danzabilità di Soldier Blue, il post-krautrock di Head e la neo-funkadelia di The American Lite, i motorismi in salsa jazz di You… e l’Hendrix a un rave di Leperskin, l’elettrica epicità di Safesurfer e le sperimentazioni “in dub” di Hung Up & Hanging Out To Dry. La “Deluxe Edition” aggiunge un CD di remix invecchiato certo meno bene della pietra miliare cui si accompagna (si sente dal principio alla fine – qui sì – che è figlio del tempo di Madchester e di “Screamadelica”) ma nel complesso affascinante. Giusto un altro tipo di trip.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.663, ottobre 2009. Julian Cope compie oggi cinquantanove anni.

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Ciao! – Le melodie leggere e le chitarre fragorose dei Lush

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Sapendo come è andata a finire, il titolo sbarazzino scelto per questa antologia postuma degli inglesi Lush induce grande malinconia. La storia di questo quartetto misto, metà maschile e metà femminile, molto presente sui media locali nei primissimi ’90, giungeva al capolinea il 17 ottobre 1996, quando il batterista Chris Acland si toglieva la vita. Aveva alle spalle problemi sentimentali e trent’anni vissuti intensamente. Uscita di scena quanto mai intempestiva la sua, dacché i Lush avevano da pochi mesi pubblicato il loro album migliore, poco preveggentemente intitolato “Lovelife”, premiato oltretutto da buoni riscontri mercantili. Lungi dall’essere dei reduci disperatamente tesi a riciclarsi, come qualcuno scrisse all’epoca, stavano vivendo la loro stagione più ispirata.

Ne è dimostrazione eloquente “Ciao!”, che si dispone in ordine cronologico ma al contrario, sicché per seguire l’evoluzione del gruppo occorre programmare il lettore come un conto alla rovescia, da diciotto a uno. Si potrà così apprezzare come i Lush passarono dagli esangui vocalizzi su ondivaghe chitarre elettriche di esordi molto prossimi ai Cocteau Twins (Robin Guthrie fu non a caso uno dei loro primi mentori) allo scintillante punk-pop, striato di new wave e sixties-sound, delle ultime prove. C’era stata in mezzo la stagione dello shoegazing, in cui i Nostri furono coinvolti per il loro avvolgere melodie leggere in strati di frastuono chitarristico. Breve, presto spazzata via dal grunge, cui dopo un po’ rispondeva il Britpop. Ecco: i Lush vennero accusati di essersi accodati a quest’ultimo. E se anche fu? La spensieratezza beat di 500 (Shake Baby Shake) e il passo surf di Ladykillers valgano come assoluzione.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.211, marzo 2001.

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Paul Simon: Still Genius After All These Years

Paul Simon festeggia oggi i suoi primi tre quarti di secolo: ancora in forma apprezzabile per quanto è dato di sapere, ancora con le orecchie bene aperte e la voglia di sperimentare, come testimonia il recente “Stranger To Stranger”. Lo celebro recuperando un articolo sulla sua carriera solistica che scrissi per “Il Mucchio”.

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In missione nella Big Apple nel 1993 per intervistare Paul Simon per “Q”, conversazione vagamente giustificata come questo articolo dall’uscita di un cofanetto (il più recente lavoro in studio del Nostro aveva tre anni e quattro sarebbero trascorsi prima che un titolo nuovo si aggiungesse allo smilzo elenco), Giles Smith raccontava di un ufficio al Brill Building di sobria eleganza (la più costosa) con spettacolare vista su Times Square. E riferiva della presenza, adagiato su un tavolino da caffè, del dieci pollici incorniciato di Hey Schoolgirl, singolo d’esordio del duo Simon & Garfunkel sotto l’imbarazzante alias (imposto dalla casa discografica) di Tom & Jerry. L’anno era il 1957 e i due, coetanei, avevano dunque sedici anni, ma quella canzoncina in stile Everly Brothers Paul Simon l’aveva scritta a quattordici, massimo quindici. “Uno degli ultimi 78 giri”, faceva notare a Smith, lì apposta per ricostruirne la già ultratrentennale vicenda artistica per tramite di una decina di brani particolarmente significativi. E tutto questo ho riferito per potere porre al lettore la seguente domanda, retorica: quanti altri protagonisti del pop e/o del rock gli vengono in mente che abbiano traversato la storia della musica registrata dal 78 giri al SACD restando sempre validi, attuali, sulla cresta dell’onda? Di questo grande poeta newyorkese (da qualche parte fra Woody Allen e Lou Reed fra quanti hanno incarnato l’essenza cittadina) la WEA ha appena mandato nei negozi “The Studio Recordings 1972-2000”, box di nove compact avarissimo di informazioni (nulla anzi a parte i testi e i crediti originali) e viceversa discretamente generoso di tracce aggiunte (una trentina), sebbene nessuna particolarmente significativa. A parte che oltre ai due live (ovvia assenza visto il titolo) incredibilmente manca all’appello il successone del 1978 Slip Slidin’ Away, non si potrebbe comunque qualificare come l’opera omnia del nostro eroe fuor dalla più celebre coppia che la musica popolare del Novecento ricordi: ce lo si dimentica regolarmente ma, prima di rinnovare per la prima e più fruttuosa volta il sodalizio con l’eterno amico/nemico/fratello, Simon aveva già pubblicato un LP in proprio, nel 1965. Dettagli. Conta l’impressione che procura riascoltare di seguito una discografia dalla qualità direttamente proporzionale alla quantità e nove album in ventotto anni, che sono poi trentadue, certificano il trovarsi di fronte a uno che si concede con ritrosia, che saggiamente tace quando sa di non avere da dire nulla, non dico di valido in assoluto ma del livello di quanto detto in precedenza. Facessero tutti così!

Tre anni fa, sempre nell’ambito di questo inserto, raccontavo di un’analoga operazione posta in essere dalla Sony con un “The Columbia Studio Recordings 1964-1970” di Simon & Garfunkel. Da lì riparto. AD 1970, il quinto o sesto 33 giri del duo (a seconda che si conti o meno la colonna sonora de Il laureato), “Bridge Over Troubled Water” capeggia per mesi le classifiche su entrambe le sponde dell’Atlantico. Sciogliersi in quel preciso momento è un suicidio commerciale da fare invidia a quello appena inscenato dai Beatles, ma tant’è: la coppia è scoppiata. È che Paul si è definitivamente scocciato di tirare la carretta, di essere autore unico del repertorio quando poi a Art bastano un gorgheggio da usignolo e quella faccia d’angelo che si ritrova per risultare la star vera. Facesse da solo se ne è capace! Con la voglia che umanamente si può comprendere (così come che il socio ci resti male e si senta tradito) di posizionarsi infine al centro della ribalta, Paul Simon appronta nella seconda metà del 1971 il 33 giri che esce l’anno dopo e come titolo porta semplicemente le sue generalità. Esordio in proprio… ooops! mi è scappato… di successo (ebbene sì: quarto nella graduatoria statunitense) oltre le attese e di al pari formidabili gradevolezza e pregnanza, a posteriori esemplare pure per come già delinea molto di quello che verrà. Ad esempio un interesse decisamente in anticipo sui tempi per quella che con un brutto termine verrà definita world music. Già in “Bridge Over Troubled Water” Simon si era prodotto nell’escursione andina invero un po’ kitsch di El condor pasa. Qui la replica, con maggiori gusto e misura, in Duncan e quel che più conta si trova a rivendicare il diritto di primogenitura in materia di connubio fra rock e reggae, anticipando di due anni l’Eric Clapton di I Shot The Sheriff, di uno l’ascesa allo stardom in Gran Bretagna di Bob Marley, di qualche mese il fenomeno The Harder They Come. Il brano si chiama Mother And Child Reunion ed eccolo lì, giusto in apertura, registrato in Giamaica e con Leslie Kong in regia. Apice di un disco senza depressioni, squisito in toto, si tratti di passeggiate sul lato jazz della vita come Everything Put Together Falls Apart e Run That Body Down o di un blues a momenti alla Kaukonen come Armistice Day, dell’irresistibile calypso Me And Julio Down By The Schoolyard o del folk incantato e circense di Papa Hobo, o ancora dell’attaccata marcetta old time Hobo’s Blues.

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Copertina coloratissima su carta quadrettata da scuola elementare, con una buffa e tenera immagine giovanile in alto a destra sul davanti, “There Goes Rhymin’ Simon” è una faccenda dell’anno dopo, altrettanto convincente e ancora più premiata, non solo da un pubblico che si è evidentemente rassegnato a fare a meno di Garfunkel ma pure da una critica entusiasta: melodia ineffabile che si distende mentre l’orchestrazione gradualmente si gonfia, American Tune è designata da un ancora autorevole “Rolling Stone” a “canzone dell’anno”. L’album gioca deliziosamente a rimpiattino fra gospel e rock’n’roll, scherza con il blues e New Orleans (una programmatica Take Me To The Mardi Gras), non disdegna la ballata crepuscolare (archi si infiggono nel cuore della meravigliosa Something So Right). Se One Man’s Ceiling Is Another Man’s Floor è singolarmente sghemba e lunare, nella delicata St.Judy’s Comet ci si aspetta da un momento all’altro che entri Art. L’attesa durerà due anni. E sì… Alle prese con un doloroso divorzio la cui ombra si allunga su molte canzoni, a cominciare da quella che lo inaugura e lo intitola, in “Still Crazy After All These Years” il nostro uomo trova una qualche consolazione tornando a duettare in My Little Town con Garfunkel. Scelta interessante, da sottoporre a uno psicanalista, giacché in contrasto con spartiti che potrebbero appartenere a James Taylor il testo più che disincantato si può dire cinico, degno del Randy Newman più sferzante, e chissà cosa ne pensò l’amico ritrovato: un’offerta di riconciliazione o un ulteriore rimarcare le distanze? Niente in questo LP memorabile è quello che sembra e invidio Luke Torn per la centratissima definizione che ne ha dato: “torch music for the broken-hearted”. Davvero vi si respira, come ha scritto l’articolista di “Uncut”, quella medesima, corrosiva tristezza che anima il coevo (e pur’esso ispirato dalla fine di un amore) “Blood On The Tracks”. Anche se musicalmente, avrete inteso, non potrebbero essere più lontani. “Still Crazy” è morbido e morboso, con un retrogusto amaro pure in un brano apparentemente ludico come 50 Ways To Leave Your Lover, marcetta che decolla con un break impossibilmente istantaneo, o in una Have A Good Time dal sofisticato arrangiamento sfregiato giusto alla fine da uno schizoide assolo di sax (Phil Woods: puro vetriolo free). Chiusura funebre, dopo tanto tenersi la pancia per le risate, con una Silent Eyes il cui argomento è l’Olocausto. Ci credereste? Il più venduto degli LP di Paul Simon fino a quel momento.

È una prima, netta linea di demarcazione tracciata nella sua carriera solistica, ci vorranno cinque anni prima di avere un altro album dal Nostro e sette prima di un seguito vero, visto che “One Trick Pony”, che vede la luce nel 1980, è la colonna sonora dell’omonimo disastro cinematografico. In rotta con la Columbia e moderatamente corteggiato dal mondo della celluloide (appare in Io e Annie di Woody Allen e in All You Need Is Cash dei Rutles), Simon paga di tasca sua il milione e mezzo di dollari richiesto per la rescissione del contratto, passa alla Warner, si illude di avere un futuro come attore vero e – hai visto mai? – regista. Il disco è (e va) un po’ meglio del film (in Italia Divorzio stile New York), ma non molto, ed è il suo singolo album di cui si può fare serenamente a meno, con qualche rimpianto per Late In The Evening. Fatene a meno allora, visto che – dimenticavo – non c’è bisogno di comprare per forza il box, i titoli in esso inclusi sono disponibili anche separatamente, e passate al successivo di due anni “Hearts And Bones”, pietra tombale su un quarto divorzio: dopo quelli da Garfunkel, dalla prima moglie Peggy, dalla Columbia, tocca alla seconda moglie, Carrie Fisher, finire in archivio. Anzi: su un quinto, visto che nel frattempo con Art si è celebrata la pace con un epocale concerto a Central Park divenuto pure un doppio dal vivo e poco dopo è stata di nuovo rottura, con tanto di tour con le ultime date annullate per i litigi fra i due e di tracce vocali di Garfunkel cancellate dai nastri di un disco pensato all’inizio come quello della reunion in studio. Lavoro ineguale con una prima metà senza guizzi e una seconda al contrario magnifica, forte di tre delle canzoni più belle di sempre del Messere, una Train In The Distance da Steely Dan esistenzialisti, la dolcissima Rene And Georgette Magritte With Their Dog After The War, lo struggente omaggio allo scomparso John Lennon The Late Great Johnny Ace. E dopo, altri quattro anni di silenzio. Il ritorno sarà in tutti i sensi fragoroso.

A parte che gli album più recenti (“Songs From The Capeman” del 1997 e “You’re The One” del 2000), controversi e non completamente riusciti ma comunque punteggiati di episodi notevoli, sono troppo prossimi a noi per potere estesamente figurare in un articolo in “Classic Rock”, volutamente ho dato quasi per intero lo spazio a disposizione al Paul Simon dei ’70. È che “Graceland” (1986), di cui “The Rhythm Of The Saints” (1990) è una riedizione traslocata in Brasile, è opera oltre che fantastica supremamente ingombrante. Oggetto al tempo di polemiche che oggi risultano incomprensibili (si accusò Simon di avere violato l’embargo contro il Sudafrica e tecnicamente era vero; fu però violazione non soltanto in buona fede ma di sommo aiuto alla causa di Mandela), ha finito con il suo straordinario impatto (primo disco di world, o per meglio dire di pop africano, in cima alle classifiche) per fare passare nel pensiero comune il concetto che ci siano stati due soli Paul Simon: quello dei ’60 e delle rimpatriate che ogni tanto ritenta con Garfunkel; quello degli ’80, circondato sul palco da decine di musicisti, cantanti, ballerini neri. Volevo, per il poco possibile, sfatarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.601, 23 novembre 2004.

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Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Dead Oceans)

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Sulla copertina di “Primrose Green” (ero alle prese con ben altro e in dicembre non compilai playlist; ma, lo avessi fatto, sarebbe stato forse il mio disco dell’anno) Ryley Walker dichiarava come più esplicitamente non sarebbe stato possibile la più importante delle influenze fondanti quel mezzo capolavoro: il Van Morrison di “Astral Weeks”. Non occorreva andare oltre la traccia inaugurale e omonima per cogliere la seconda, Tim Buckey, e dallo splendido prosieguo emergevano con nitore altri maestri illustri: Fred Neil, i Pentangle, Davy Graham, Nick Drake, John Martyn, in tralice il Miles Davis di “Sketches Of Spain”. Naturalmente John Fahey, la cui lezione informava più prepotentemente il precedente – formativo, bello ma non così magico – “All Kinds Of You”. Ecco, se una critica si poteva muovere al predecessore di “Golden Sings That Have Been Sung” era proprio quella di un’adesione eccessivamente manifesta al canone di certo folk-rock in odore di psichedelia, all’incrocio fra ’60 e ’70. Ma può essere un peccato in questi anni retromaniaci? Dovremmo buttare via allora pure i Fleet Foxes e Jonathan Wilson. Non ci sto.

Copertina che non so se promuovere con il suo retrò sfacciato o bocciare come kitsch, il nuovo disco dovrebbe mettere a tacere i detrattori. È più organico e, nel plasmare influssi che restano ma vengono retrocessi in secondo piano, più personale. Pure meno mercuriale, però, ed è per questo che credo che, sebbene per certo rappresenterà una tappa cruciale nell’evoluzione di Walker, la pietra miliare resti quell’altro. Ciò detto, gemme come il weird jazz acustico di The Halfwit In Me o una Sullen Mind scheggia cosmica di “Forever Changes”, o ancora una Age Old Tale infiltrata di gamelan, semplicemente abbagliano.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.378, agosto 2016.

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La fenomenale arroganza degli Oasis

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Definitely Maybe (Creation, 1994)

Forse mai nella storia del rock si è dato il caso di una profezia autoavveratasi nella misura di questo che era nell’agosto ’94 il primo album del gruppo dei fratelli Gallagher. Nel titolo del primo brano, Rock’n’Roll Star, più che un auspicio una certezza, nemmeno influenzata dal fatto che nel momento in cui “Definitely Maybe” raggiungeva i negozi il terzo singolo della band di Manchester, Live Forever, fosse il primo a violare i Top 10 britannici. Due mesi prima Shakermaker li aveva sfiorati e due prima ancora il biglietto da visita Supersonic era stato comunque un numero 31. Il debutto in lungo che conteneva quelli, un quarto lato A dal titolo parimenti come un manifesto (Cigarettes & Alcohol) e altre sette tracce quasi della stessa forza, quella dei classici, entrava nella classifica UK dritto al primo posto e a oggi ha venduto nel mondo quegli otto milioni di copie. Cifra stupefacente ma poca cosa rispetto ai ventidue che è arrivato a totalizzare il seguito “(What’s The Story) Morning Glory?”. Eppure sono certo che nessuno al mondo si stupì meno del successo degli Oasis degli Oasis stessi. Gente che si era fatta mettere sotto contratto sequestrando il boss della Creation, Alan McGee, e letteralmente costringendolo ad ascoltare un demo. Gente che sulla copertina del primo singolo si mostrava in sala prove con buttata per terra una chitarra che era stata di Johnny Marr.

Alla base dei trionfi dei primi Oasis un’arroganza ancora più fenomenale di canzoni capaci di mettere insieme Beatles e Stones, Who e Kinks, Stone Roses e Sex Pistols, di plagiare i T.Rex ma pure gli Wham! e un jingle della Coca Cola e farla sempre franca. Questa riedizione con trentatré bonus fra demo, live e ritagli non aggiunge nulla al Mito, ma aiuta a definirne meglio i contorni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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(What’s The Story) Morning Glory? (Creation, 1995)

Quanti fra voi leggono la stampa inglese avranno seguito, negli ultimi mesi, la guerra fra Oasis e Blur per la conquista della vetta delle classifiche e del titolo di migliore gruppo d’oltremanica. Annotato che la vis polemica che caratterizza il confronto ha toccato punte sgradevoli e che i Blur sono in vantaggio a livello di vendite, tocca subito dopo rilevare che il polverone, visto da lontano, pare avere poco senso. Perché se è vero che i due gruppi sotto molti punti di vista sono agli antipodi – si potrebbe dire che i Blur stanno agli Oasis come i Beatles stavano agli Stones: vale a dire che i primi sono una formazione pop mentre i secondi fanno i rocker – è al pari innegabile che tanto hanno in comune. Al punto che, come dell’album più recente dei Blur fan parte canzoni che avrebbero potuto essere di Noel Gallagher, in questo Oasis ce ne sono minimo due – Wonderwall e Don’t Look Back In Anger, melanconiche e stupende – che avrebbe potuto scrivere Damon Albarn.

Fra le cose in comune i litiganti hanno la devozione per Ray Davies, che in “Morning Glory?” si dispiega in un artwork assai simile a quello del box “Kinks Remastered” e in brani – She’s Electric è esemplare – a volte più realisti del re. Altrove, ferma restando l’influenza kinksiana, emergono ammiccamenti ai Beatles e al glam, sia quello ruffiano ma geniale dei T-Rex (Hey Now, Some Might Say) che quello cialtroncello di Gary Glitter (Hello). Gran bel disco, ma l’impressione è che gli Oasis non abbiano ancora espresso appieno il loro potenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.11, novembre 1995.

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