Archivi del mese: marzo 2012

L’evoluzione della specie

Chic – Good Times (giugno 1979)

Queen – Another One Bites The Dust (agosto 1980)

Clash – This Is Radio Clash (novembre 1981)

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Il Mucchio n. 693

È in edicola il numero 693 del “Mucchio”. Ho contribuito con un intervento di una pagina sull’ultimo album di Bruce Springsteen e con recensioni dei nuovi lavori di Bahamas, Willis Earl Beal, Earth, Ben Howard, Eyvind Kang, Memoryhouse, Mairi Morrison & Alasdair Roberts, Luke Roberts, Rich Robinson e School Of Seven Bells. Nella sezione “Classic Rock” firmo una “Pietra miliare” dedicata a “Jeopardy” dei Sound e un “Obiettivo” sugli Elbow, oltre a recensioni di ristampe di Big Country, Lula Côrtes, Cramps, Smokey Robinson, Sick Rose e Thin Lizzy.

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Weird Dreams – Choreography (Tough Love)

Che brutta copertina che ha questo “Choreography” o, per meglio dire, quanto fuorviante ed è un autentico peccato trattandosi di album d’esordio. Con tutto quello che esce, dei debuttanti dovrebbero curarsi di più dell’immagine che offrono, badare maggiormente al tipo di attenzioni che possono attirare. Pena l’oblio immediato. Lo guardi, questo quadretto boschivo, e scommetteresti qualsiasi cifra che, nel caso non fosse metal estremo, sarà per forza post-folk del più inacidato e sperimentale ciò che – ahem – alligna nei solchi del disco. Assolutamente no. Mi chiedessero quale collocazione ideale dare ai Weird Dreams – dei quali null’altro so se non che sono londinesi, quattro e con all’attivo un paio di EP – risponderei: da qualche parte fra i Beach Boys e i Soft Boys. Vi ho incuriositi?

A ben pensarci un altro paio di cose di costoro le so: che li ha fondati e ne è indiscusso leader tal Doran Edwards e che costui, se riconosce certamente un maestro in Brian Wilson, individua in David Lynch l’influenza formativa nettamente più caratterizzante. E forse allora quegli alberi da selva oscura di Twin Peaks un senso ce l’hanno, mentre invece finisce per averne meno che i primi recensori abbiano parlato di power pop, salvo contestualmente sottolineare la natura alquanto disturbante dei testi, a partire dall’ode al masochismo di Hurt So Bad. Poi, certo, gli intrecci vocali insieme elaborati e di grande immediatezza, le chitarre janglesche, la ritmica squadrata sono gli elementi fondanti di un sound, marcatamente ’60 ma pure con influssi wave, che con il power pop ha elementi di contatto. Casella nella quale nondimeno mai sistemerei i Go-Betweens prima maniera che mi è parso di cogliere in Vague Hotel, i Feelies alle prese con la scoperta del math-rock di Faceless, gli Smiths alle prese con la scoperta dei Beatles di Little Girl e i R.E.M. in attesa di diventare… i R.E.M. di 666.66. Ancora meno, il Robyn Hitchcock giovane di Suburban Coated Creatures, i Verve austeri di Velvet Morning, il Robert Smith indeciso se darsi al pop o al gotico di Summer Black. Non possedendo la proverbiale sfera di cristallo non ho naturalmente idea se, al di là di un po’ di curiosità sul web, i Weird Dreams riusciranno a farsi notare – almeno un altro possibile singolo di successo, oltre a Little Girl, c’è ed è Holding Nails – da platee importanti. Per ora mi sono in ogni caso fatto persuaso che quest’album una qualche traccia la lascerà.

“Choreography” sarà nei negozi da lunedì prossimo, 2 aprile.

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Presi per il culto (4): Linda Perhacs – Parallelograms (Kapp, 1970)

Succinta la biografia dell’autrice di questo misconosciuto capolavoro. Nata Arnold, cresciuta in una cittadina della California del nord con davanti il Pacifico e dietro boschi incontaminati, Linda sposa giovanissima lo scultore Les Perhacs ed è costui a farle scoprire i Doors ma anche Joni Mitchell, Crosby Stills & Nash ma pure Tim Buckley. Meno incredibile di quanto possa sembrare senza sapere i dettagli, la fanciulla è venuta su, complice una famiglia estremamente conservatrice nella cui casa non ci sono né un televisore né un telefono, ignara della rivoluzione culturale dei ’60, inconsapevole di come proprio la California ne sia un epicentro. Persino i Beatles sono appena un nome per lei prima di incontrare Les. Però dove mettere le mani su una chitarra lo sa. Le prime canzoni le scrive senza sapere perché, la notte, strimpellando mentre il marito dorme, prendendo appunti sul tavolo di cucina. Di giorno è assistente in uno studio dentistico dalla clientela quantomai glamorous: Dinah Shore, Cary Grant, Paul Newman. Fra i pazienti c’è pure Leonard Rosenman, già allievo di Arnold Schönberg e compositore di musiche per film fra i più rinomati a Hollywood (lo diverrà ancora di più vincendo due Oscar di seguito, per Barry Lyndon nel ’75, per Bound For Glory nel ’76). Chiacchierando con Linda apprende del suo hobby e – sia semplice cortesia, sia curiosità – la invita a registrare qualcosa e a farglielo ascoltare. È un venerdì pomeriggio quando il nastrino passa di mano. È l’alba di sabato quando Rosenman butta giù dal letto la Perhacs con il perentorio invito a raggiungerlo in studio. Sarà sempre Rosenman a fare in modo che il disco venga pubblicato e annovererà fra i suoi pochi fallimenti che “Parallelograms” passi inosservato, anche perché Linda, delusa dalla pessima qualità della stampa e dalla mancanza di promozione, non farà mai un concerto. Finirebbe lì la storia, senza la testardaggine di Michael Piper, che (come del resto Rosenman) non è purtroppo più fra noi e che non potremo mai ringraziare abbastanza per avere riportato il disco nei negozi nel 1998, regalando una possibilità di amarlo a quanti, magari pur addentro ai segreti circoli, non possono permettersi di spendere qualche centinaio di eurelli per qualche decina di minuti di pur meravigliosa musica. Avrebbe mai Kieran Hebden, se no, ripreso l’aliena traccia che battezza l’album nel volume da lui curato della collana “Late Night Tales”? Si possono immaginare altrimenti i Daft Punk che includono If You Were My Man nella colonna sonora di Electroma?

Dai sempre più numerosi estimatori (Devendra Banhart il propagandista più appassionato) “Parallelograms” viene catalogato alla voce “acid folk”. A parte che l’autrice dichiara di non avere mai assunto nulla di più forte della caffeina, l’etichetta è azzeccata. Fatto salvo che pure nel più eccentrico degli ambiti il disco si segnala per l’assoluta peculiarità, da subito, da un’abbacinante Chimacum Rain che lo inaugura lanciando ponti fra i Pentangle e il Tim Buckey (ove Dolphin l’avrebbe potuta rifare Jeff) di “Lorca” e “Starsailor”. Se qui e là si potrebbe dire di una Joni Mitchell psichedelica, se Hey, Who Really Cares? la si potrebbe immaginare da Nick Drake, vi giuro che una cosa come la traccia omonima in vita vostra non l’avete mai ascoltata. Mai. Scultura circolare di suoni ipnotici e cangianti, perché dirla semplicemente “canzone” non si può. A oltre quarant’anni dacché venne concepito, “Parallelograms” continua a vivere in un mondo suo esclusivo, incantesimo silvano e sensuale letteralmente inenarrabile.

Delle tre edizioni in digitale che circolano il consiglio è, doveste imbattervi nella prima tiratura su Wild Places (WILD005) di evitarla. Fatto è che Piper, dopo avere cercato per anni di rintracciare artefice e proprietari dei master e dei diritti, si acconciava a ricavare il CD da una copia in vinile e il risultato è una resa sonora non proprio splendida, anche perché già in partenza la stampa originale su Kapp era deficitaria, attufata e scricchiolante. Accadeva però che poco dopo il nostro eroe finalmente riusciva a trovarla, la ragazza (viene ancora da chiamarla così, per quanto appare ben conservata l’ormai matura signora), e nel 2003 il disco ri-usciva in un’edizione (WILD005-RE) non solo assai meglio suonante ma arricchita da un inedito offerto in due letture e da alcune versioni alternative. Un altro inedito ancora suggella la stampa Sunbeam del 2008, forte però soprattutto di una qualità tecnica ulteriormente migliorata. Non un dettaglio trattandosi di musica tanto sofisticata e soffusa.

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Grazie dei fior/fra tutti gli altri li ho riconosciuti

New Order – Power, Corruption & Lies (1983)

Mark Lanegan Band – Blues Funeral (2012)

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Non ho mai amato nessuna come ho amato te: i settant’anni di Aretha Franklin

Ieri Lady Soul ha compiuto settant’anni. Quando si apprestava a festeggiarne sessanta le dedicai questo articolo.

Il prossimo 25 marzo Lady Soul (mai titolo fu tanto appropriato) compirà sessant’anni e contemporaneamente celebrerà i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 Aretha Franklin ha festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni (avete letto bene) nello showbiz. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (in tal guisa lo posseggo io, in una stampa su CD del ’97, ma credo abbia circolato anche con altre copertine e altri titoli) è un documento straordinario che quasi quasi fa dar ragione a Peter Guralnick, che nelle succinte note a corredo appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. L’organo avanza catacombale, il piano cigola e tracheggia, gli interventi del pastore e della congregazione si intromettono fantasmatici, gli occasionali cori stridono, la voce solista stessa pare avvolta, da una ripresa dilettantesca, in strati di bambagia. Eppure, dalla nebbia dell’incisione primitiva, la sua purezza, la sua intensità, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta e, se esiste (ascoltandola cantare si propenderebbe per il sì), che Dio l’abbia in gloria.

Tre sono le immagini di Aretha che mi piace conservare nella memoria. La prima è una creazione tutta mia costruita sulla base della foto che campeggia sulla confezione del succitato disco. Me la vedo collegiale procace ma timidissima, castigata in uno scialbo abitino (proprio virginea non era se un anno dopo fece un figlio, ma tant’è), che avanza timorosa lungo la navata della chiesa, si siede al piano e lì si trasforma, da bruco a farfalla che spicca il volo, bellissima, spargendo polvere di stelle dalle ali. La seconda è balenata qualche mese fa da uno zapping notturno fra canali satellitari, stralcio di concerto non identificato (sicuramente però di fine ’60 o primissimi ’70) con alle spalle un gruppo misto (bianchi e neri) schiacciasassi e lei elegantissima a esigere Respect con un’intensità oltre l’esprimibile. Vertiginosa. La terza dovrebbe essere – spero – familiare a tutti voi: è la coreografia traboccante grinta, orgoglio e gioia di vivere costruita intorno a Think nel primo Blues Brothers. Gioia di vivere? Quel 1980 fu il secondo dei cinque anni trascorsi prevalentemente, prima che una morte misericordiosa se lo prendesse, al capezzale del padre, amatissimo e temuto, ridotto a vegetale da una pallottola che lo aveva colpito al capo durante una rapina. Mai fidarsi delle apparenze con la signora Franklin. Riascoltatela Think. Cosa ci trovate? Le cose dette dianzi, vero? La versione originale, cui toccò aprire l’eccellente “Now”, fu registrata il 15 aprile 1968, il giorno in cui l’America fu annichilita dalla notizia dell’assassinio di Martin Luther King. Un eroe per tanti, un intimo amico di famiglia per i Franklin. Mentre l’America si fermava, confusa e infelice (ricorda Isaac Hayes che tale fu lo smarrimento provato che per un anno non gli riuscì più di scrivere nulla), Aretha – cuore infranto ma intrepido – affermava la necessità di onorare gli scomparsi continuando a vivere. A – mi piace così tanto quest’espressione, che è del gospel e di cui l’italiano non rende che una frazione infinitesimale della pregnanza – testimoniare.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel ’48 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (nientemeno che Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità dei cachet, invero favolosi se si pensa che all’apice del successo arriverà a chiedere e ottenere quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward (per un certo periodo compagna fissa del reverendo) e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato dei dischi di musica profana, ma sotto pseudonimo. Quello uscirà a suo nome e sanzionerà il definitivo abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive e imminente pietra miliare, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non sappiamo cosa rispose ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo nel già nominato “Now”.

Ecco, ci sono arrivato: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata anche nell’ultimo quarto di secolo, età non più d’oro ma nemmeno di latta come troppi hanno cercato di far credere. Nei tanti 33 giri pubblicati dal ’61 al ’67 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” (poteva ben dirlo, lui che aveva scoperto la prima), e dove non la serve affatto bene un materiale perennemente indeciso fra sofisticazione jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, poteva immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album di soul o di qualunque altro genere che possiate mettervi in casa se – disgraziati voi! – ancora non lo possedete. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che  giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati che sventagliano raffiche come guerriglieri sull’orlo di una crisi di nervi e sopra a tutto la voce di Aretha che trasforma la domestica concione di Otis in inno insieme femminista e di consapevolezza nera. “Ho perso la mia canzone, quella ragazza me l’ha portata via”, osserverà desolato costui a Wexler dopo averla ascoltata e tenete presente che è di Otis Redding che si sta parlando. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano sommo risalto in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle tante squinziette del cosiddetto “modern soul”, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood, è ad ogni buon conto il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente: nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title-track (Ronny Shannon il titolare) che è amarissimo peana d’amore a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Racconta il solito Guralnick che il giorno che l’album fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattinata gelida vide gente ballare e cantare in fila per acquistarlo fuori da negozi che lo suonavano senza posa mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nella musica pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così. Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e di dischi d’oro e di platino e di premi della critica e dell’industria (otto vittorie consecutive ai Grammy Award nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco sveltamente di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero ciascuno da solo a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Spero che fra quanti mi leggono non vi sia nessuno che non conosca classici come You Are My Sunshine, Prove It, Chain Of Fools, (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, Think, You’re A Sweet Sweet Man. Ma pure il jazzato “Soul ’69” e “This Girl’s In Love With You” (con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da Lennon e McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” e “Young, Gifted And Black” valgono assai.

Imprescindibili i live: “In Paris”, inciso all’Olympia, istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West”, testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Mi piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a disegnare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile del padre.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.44, gennaio 2002. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

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Non si esce vivi dagli anni ’80 (5)

Tolte alcune recensioni degli Smiths e qualche frecciata a Springsteen, l’articolo che mi guadagnò più lettere di insulti. Credo di averle ancora.

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Lloyd Cole al Folk Club: Musica in una lingua straniera

Non capita tutte le sere che uno degli eroi della tua gioventù suoni a tre traverse da dove abiti, letteralmente dietro l’angolo della tua vecchia scuola media. Potevo non andare? È stato un concerto bello e generoso (quasi due ore con in mezzo un breve intervallo), divertente, nostalgico non più del minimo sindacale, con pochi brani dell’era Commotions e la sorpresa di scoprire che quel paio di canzoni che ha fatto di “Easy Pieces” sono quasi quasi più belle acustiche di quanto non fossero con il gruppo. Il profilo non sarà più proprio apollineo ma in compenso, oggi che ha cinquantun’anni, Lloyd Cole canta molto, molto meglio (fra l’altro con una dizione di una nitidezza spettacolare) di quanto non cantasse quando ne aveva ventitré-ventiquattro. Seconda sorpresa: in una scaletta fatta per buona metà di titoli a me ignoti e che ascoltavo per la prima volta diversi mi sono rimasti immediatamente nelle orecchie. Fra le canzoni per me nuove, quella che più mi ha colpito è questa.

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Il tour italiano di Lloyd Cole

Chiamarlo “tour” è un po’ un’esagerazione, trattandosi di due date appena. Il fu leader dei Commotions si è esibito a Roma mercoledì (in una chiesa, figuratevi) e sarà questa sera qui a Torino, fra le più consone mura del Folk Club. L’ultima e a oggi unica volta che lo vidi dal vivo non ricordo se fosse la tournée di “Rattlesnakes” o quella di “Easy Pieces”. Minimo sono passati comunque ventisei anni e naturalmente era con il gruppo, non come adesso che gira perlopiù da solo, voce e chitarra acustica. Quelle canzoni lì potrebbe comunque cantarle anche a cappella, emozionerebbero uguale.

A seguire, un articolo che scrissi per “Il Mucchio” in occasione del ventennale di “Rattlesnakes” e della conseguente “Deluxe Edition” approntata dalla Universal per celebrarla.

Permettete? “…tutto ciò che il rock’n’roll dovrebbe sempre essere… tristezza, poesia, divertimento, ritmo, gioia di vivere, ironia… Un capolavoro.” Così due tondi decenni fa, giusto di questi tempi, concludevo una recensione di “Rattlesnakes” scritta proprio per il giornale che state leggendo. “Disco del mese”, avrebbe decretato il Direttore, e ammetto che da pischello che ero la scelta mi emozionò: il mio primo. Mezza vita dopo, di quell’articolo mi imbarazzano i toni da liceale, non la sostanza, e insomma ci acchiappai più della allora celebratissima Julie Burchill, che liquidava l’esordio a 33 giri del quintetto di Glasgow con uno sprezzante “non abbiamo bisogno di una versione country & western dei Velvet Underground”. Isolata a dire il vero in tanta ottima stampa per gli Scozzesi. All’altezza del secondo e nettamente inferiore, quantunque grazioso, e parecchio più venduto “Easy Pieces”, un anno e un mese più tardi, l’appartenenza subito sospettata da tanti di “Rattlesnakes” alla categoria delle pietre miliari sarebbe stata – per contrasto – percezione diffusa. Due anni ancora e un terzo e sul serio scadente LP dopo (da salvare il beffardo titolo, “Mainstream”, e poco di più), numero due nelle classifiche britanniche, gli innamorati della prima ora avrebbero decretato che la banda Cole non aveva più nulla da dire e lo scioglimento dei Commotions da lì a breve avrebbe certificato che il leader concordava con loro. Smarriti pian piano i favori del grande pubblico, il nostro uomo veniva condannato da quello più elitario a venire ricordato per sempre come un artista da un solo album. Mica vero! Magari da due e il secondo non è “Easy Pieces”. Nei tardi anni ’90 – mi si perdoni una seconda e ultima incursione nel personale – lavoravo per una radio torinese e rammento distintamente che una sera, curiosando mentre attendevo di andare in voce nei poco frequentati scaffali dei vinili, mi imbattei non in una ma addirittura in due copie promozionali di “Don’t Get Weird On Me Babe”, bellissimo e supremamente misconosciuto lavoro solistico del Cole datato 1991. Erano intonse. Mi immalinconii. Di “Don’t Get Weird” non appronteranno mai una deluxe edition per il ventennale. Di “Rattlesnakes”, Universal l’ha ora ora mandata nei negozi. Ottima cosa, comunque, siccome impedisce che ansie revisionistiche lo releghino fra i sopravvalutati e illumina chi non c’era su un disco che, preso in mezzo fra gli ultimi fuochi della new wave e i primi dell’epopea Smiths (l’altro gruppo che nel 1984 in Gran Bretagna certificava non essere ancora reati suonare la chitarra e mostrare reverenza per i ’60), di rado viene nominato quando il discorso verte sulla – rubo le parole al bassista Lawrence Donegan – “musica che rese sopportabili gli anni ’80”. Che non fu poi così poca, ma poche sequenze di dieci canzoni sono state perfette come quella che gli dà vita, in qualunque decennio.

Come è tradizione della serie, a fronte di un secondo dischetto assemblato con demo, registrazioni dal vivo e radiofoniche, lati B di singoli e inediti, il primo CD della sontuosa ristampa riprende pari pari l’album originale, nei suoi 35’53” di succinto (per noi) e favoloso splendore. Clamorosa l’ascesa dei Commotions, che formatisi nel luglio 1983 su iniziativa di Cole (voce e chitarra), Neil Clark (chitarra) e Blair Cowan (tastiere), e impiegato qualche mese a trovare un’adeguata sezione ritmica, scovata infine nelle persone del figlio d’arte Lawrence Donegan (Lonnie, ça va sans dire) e di Stephen Irvine, arrivavano al debutto adulto già forti di due 45 giri, Perfect Skin e Forest Fire, acclamati dalla critica e il primo nei Top 40 e il secondo di un niente sotto. Oltre che di un contratto con una casa discografica maggiore, che se li era pure dovuti disputare con un’altra (la CBS), e ciò che più conta di una personalità già definita. Lineamenti alla Presley ideali per un’aspirante popstar che inducevano Polydor a chiedere che il suo nome entrasse nella ragione sociale della compagnia, Lloyd Cole (autore della totalità del repertorio, con appena qualche collaborazione dai sodali) vi riversava tutto il suo amore per Bob Dylan e i Velvet, gli Staple Singers e i T.Rex e i Television, anche omaggiati direttamente – questi ultimi – con una cover di Glory a lungo in repertorio (due letture sul secondo compact). Aggiungete i Doors, sul cui suono Speedboat è una delle più notevoli variazioni mai approntate e idem Forest Fire, il country fatto negro di Four Flights Up, la Motown traslocata nelle brughiere oltre il Vallo d’Adriano dalla santa triade Orange Juice/Josef K/Aztec Camera. E poi: i Love di “Forever Changes” (da lì – direi – gli archi svolazzanti della title-track e quelli funebri di Down On Mission Street); quei Big Star allora completamente dimenticati; i Byrds. Persino, in 2cv… Donovan? Oh sì sì sì.

Spiace in tanto lusso l’assenza nel libretto di testi notevoli quanto le musiche, molto letterari ma di un sardonico raro e fulminante (lì un altro referente ancora: Cohen). Ci si consola (relativamente, io; all’epoca ero talmente innamorato da comprarmi pure i mix e dunque parecchio già avevo) con un secondo CD di non disprezzabili tagli e ritagli. Spiccano una tambureggiante Beautiful City, esclusa all’ultimo dal 33 ma che ci sarebbe stata bene, e l’incantata Andy’s Babies. 1984-2004 e vale ancora la domanda che “Rattlesnakes” poneva con l’ultimo titolo in scaletta: Are You Ready To Be Heartbroken?.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”,  n.601, 23 novembre 2004.

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Mike Wexler – Dispossession (Mexican Summer)

Mai titolo riassunse tanto fedelmente l’ethos di una rock band quale quello che battezzava nel 1990 una collezione di demo e versioni alternative dei brani che, quattro anni prima, avevano dato vita a “Sound Of Confusion”, debutto a 33 giri degli Spacemen 3. Ignoro chi lo decise, se i Toxic Twins stessi, Peter “Sonic Boom” Kember e Jason Pierce, o la Bomp!, ma “Taking Drugs To Make Music To Take Drugs To” a momenti basta da solo a raccontare uno dei gruppi che davvero negli anni ’80 ridiedero un senso, al di là di ogni revival, alla parola “psichedelia”. Non azzardo ipotesi su eventuali hobby narcotici di Mike Wexler, chitarrista cresciuto in una Brooklyn con vista sulla London più Finger-picking che Swinging di Bert Jansch, ma se provo a immaginarmi la sua collezione di dischi scommetterei serenamente che gli Spacemen 3 ne facciano parte. Probabilmente pure gli Spiritualized di Pierce, il cui grande classico (un autentico capolavoro) si chiama “Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space” e come sintesi delle suggestioni che promanano da “Dispossession” sarebbe perfetta. Che quasi di sicuro il giovanotto abbia familiarità (e per spingersi fin lì bisogna essere dei cultori terminali del gruppo di Rugby) persino con i mediocri Spectrum di Sonic Boom parrebbe dichiararlo il titolo del secondo dei sette brani qui in scaletta: Spectrum, per l’appunto. Ma quando mai, nella sua vita post-Spacemen 3, Kember ha tratto dai forzieri, piuttosto che bigiotteria, una gemma così? Cosmic raga sul lato più sobriamente prog del folk-rock. Vi interessa?

Prima di questo Wexler aveva prodotto un omonimo mini nel 2005 e nel 2007 un primo album vero e proprio, “Sun Wheel”, che ancora non ho recuperato. Se ne parlava a quanto pare in circoli poco più che iniziatici e il momento di maggiore fortuna del freak folk, o se preferite della New Weird America, passava senza che su costui si fossero accese più che tremolanti lampadine, altro che dei riflettori. A riaffacciarsi alla ribalta dopo così lungo silenzio, ma avendo già attirato molte più attenzioni che non al primo giro, il nostro uomo rischia di ritrovarsi appiccicata l’etichetta (un filo prematuro cercarne già un secondo, ma tant’è) di “nuovo Jonathan Wilson”. Più fuorviante che calzante, se date retta a me, e al di là del fatto che quegli è quintessenzialmente californiano e questi un newyorkese innamorato dell’Europa, dovendosi subito aggiungere a Jansch, nel pantheon di influenze, una Germania indecisa se essere kraut o kosmische. Entrambi very psych, la discriminante è che Wilson punta di più sulla forma-canzone, pur curando puntigliosamente i suoni, quando Wexler segue il tragitto opposto. Come se un pittore scegliesse i colori e poi in base a quelli il soggetto. Più concreto il Jonathan, il Mike opta per la sfuggente impalpabilità dei sogni, voce da Robyn Hitchcock androgino alle prese con architetture spesso spaced out. Ascoltate per prima l’ultima traccia, Liminal: parte come un aggrovigliarsi a maglie larghe di DNA Roy Harper e Talk Talk, arriva in terre pinkfloydiane, dalle parti di “A Saucerful Of Secrets”. Se vi cattura, anche il resto vi farà impazzire. Quietamente.

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