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Yard Act – The Overload (Island)

Se il tuo cantante di cognome fa Smith e più che cantare declama non puoi proprio evitare che tutti ti accostino a Mark E. e ai suoi Fall. E se sei di Leeds e fra gli elementi che ti caratterizzano figurano chitarra ritmica spigolosa e basso funky i paragoni comunque inevitabili ai Gang Of Four li attiri come mosche al miele. Il lettore sgamato starà sbuffando (il recensore sbanda rendendosi conto che sono vent’anni, dall’esordio degli Interpol, che ’sta storia va avanti): ecco l’ennesimo gruppo che si richiama al post-punk, provando al più a rimescolare sonorità tutte già sentite fra il ’77 e l’82; se no adagiandosi pari pari su uno o due modelli. Quantomeno gli Yard Act ricadono nella prima categoria. E poi hanno le canzoni, che fa la differenza quando sai che tutto è stato detto, che sta quasi per intero nei testi lo spazio che può ritagliarsi la contemporaneità, essendo il poco resto la capacità di accostare e integrare elementi di epoche e origini diverse.

Giovani ma non giovanissimi (Edward Smith era nei Post War Glamour Girls, il bassista Ryan Needham nei Menace Beach), gli Yard Act hanno dalla loro scrittura solida e una grinta che entusiasma. Pure una storia straordinaria se si considera che sono la prima band a emergere in era di lockdown e non potendo quindi contare sui concerti: strada aperta da quattro singoli poi raccolti nell’EP “Dark Days”, pronti e via “The Overload” è andato al numero 2 UK. Bastano le prime due tracce, una omonima un po’ Beastie Boys, una Dead Horse che cita gli Sham 69 nel testo e i primi Cure con una linea di chitarra arabeggiante, per far pronosticare che dureranno; la conclusiva 100% Endurance, quasi una Common People per questi anni ’20, che sapranno evolversi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Beach House – Once Twice Melody (Sub Pop)

Il 10 novembre i Beach House hanno infine cominciato a dare un seguito a “7”, che usciva nel maggio 2018, con un EP di quattro canzoni solo in streaming e download, tallonato l’8 dicembre da un altro mini sempre di quattro tracce e diffuso con la medesima modalità. Tattica astuta per rendere spasmodica l’attesa per “Once Twice Melody” e per intanto fare in modo che se ne metabolizzasse la prima metà ─ da non crederci: la meno corposa ─ del monumentale programma: gli otto brani già svelati sistemati sul primo CD (o LP), altri dieci sul secondo, a totalizzare la lunghezza monstre di 84’28”. Come dire che il duo formato dalla cantante e tastierista Victoria Legrand e dal multistrumentista Alex Scally per un verso è ben conscio di come Internet abbia cambiato profondamente i meccanismi sia di distribuzione che di fruizione della musica e per un altro non se ne cura. Che si pubblichi un’opera di simile consistenza in un tempo in cui l’attenzione di tanti per la qualunque non supera la durata di un video su Tik Tok è di per sé ammirevole.

Poi però ti tocca l’ascolto, una giornata intera per familiarizzarci il minimo sindacale, e ti spazientisci. Fatto è che, avessero ben scelto e si fossero contenuti nei tre quarti d’ora di quasi tutti gli album prima, i Beach House avrebbero infine confezionato il capolavoro che è nelle loro corde ma finora non si è mai concretizzato. Che senso ha che una canzone cla-mo-ro-sa (meglio anche del brillante techno-pop della traccia inaugurale e omonima) come Hurts To Love sia la sedicesima? Nessuno. Peccato, perché qui costoro in certi frangenti si approssimano come non mai a un ideale di dream pop in bilico fra Mazzy Star e My Bloody Valentine (i primi), Cocteau Twins e Depeche Mode.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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Bill Callahan & Bonnie ‘Prince’ Billy – Blind Date Party (Drag City)

Anche il covid ha fatto cose buone. Ad esempio indurre Bill Callahan e Will Oldham (meglio noto come Bonnie ‘Prince’ Billy), amici di lunghissima data e compagni di etichetta, a scambiarsi canzoni via Internet, una alla settimana per svariati mesi e ogni volta coinvolgendo qualche altro artista in forza alla Drag City. Una volta completata, la registrazione veniva postata su YouTube. A un certo punto Bill e Will si sono resi conto di avere fra le mani un disco e anzi due (esorbitante il minutaggio: 90’13”) ed è così che il primo grande album del 2022 è una raccolta incisa fra il 2020 e il 2021 e per di più tutta di cover, visto che anche i due brani autografi che la coppia si è concessa frugando in cassetti chiusi da tempo immemore (Callahan ripescando Our Anniversary, dal catalogo Smog; Oldham riprendendo Arise, Therefore, che uscì a nome Palace Music) hanno subito rivisitazioni radicali. Vario all’estremo il repertorio (trovarsi fra le mani un album che sistema una di seguito all’altra canzoni di Lou Reed, Steely Dan, Jeffrey Jeff Walker, Robert Wyatt e Little Feat almeno sulla carta lascia straniti), l’averlo impostato in prevalenza in una chiave di Americana ma concedendosi diverse deviazioni fa sì che l’attenzione resti sempre desta ed è per questo che, diversamente dall’ultimo Beach House, la voluminosità del programma non rende faticoso l’ascolto.

Spazio finito, segnalazioni sparse: la Billie Eilish di Wish You Were Gay reinventata alla Gainsbourg, il Lou Reed minore di Rooftop Garden promosso a novella Venus In Furs, l’Iggy Pop minorissimo di I Want To Go To The Beach riletto alla Grace Jones. Favoloso il Leonard Cohen di The Night Of Santiago, ora con inserti doo wop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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Geese – Projector (PIAS)

Chissà se avranno un futuro da rockstar questi ragazzotti newyorkesi, che per intanto sono la sensazione del momento. O se dovranno rimpiangere di avere, con l’incoscienza di una beata gioventù, provato a fare della musica una professione, decidendo di continuare a suonare insieme in luogo di frequentare (quasi tutti loro) alcune delle più prestigiose università statunitensi (di quelle in cui è un’impresa farsi ammettere). Quando il programma originale era divertirsi un po’ e sciogliersi non appena diplomati. È successo invece che sono bastati alcuni demo messi “on line” fra chissà quante altre decine di migliaia a suscitare un bailamme che non si sarebbero aspettati mai, con offerte di contratti discografici come piovesse. Si sono alla fine accasati in patria alla Partisan e in Europa presso la Play It Again Sam. Debuttano avendo anticipato “Projector” con giusto un 45 giri e scegliendo come singolo di lancio il brano più lungo (quasi sette minuti) dei nove che sfilano nell’album. Che si diceva prima? Ah sì: beata incoscienza.

Si chiama Disco il pezzo in questione e con la disco non ha nulla a che fare, essendo piuttosto una This Is Not A Love Song (con però alla voce Thom Yorke, non John Lydon) declinata da chi frugando nelle collezioni dei genitori ci ha trovato i Television e gli sono piaciuti. Esponenti esemplari di una generazione che al post-punk è arrivata più che altro di riflesso ─ via Franz Ferdinand (Low Era), LCD Soundsystem (la canzone che battezza l’album), Strokes (Fantasies/Survival, Opportunity Is Knocking) ─ i Geese sono stati accostati da molti ai britannici black midi: a chi scrive sembrano assai più rock’n’roll, meno cerebrali in una fisicità che sarebbe bello potere testare presto dal vivo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

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Penelope Isles – Which Way To Happy (Bella Union)

Che al conservatorio si studi composizione pare logico. Che esistano analoghi corsi dedicati al jazz già dà adito a perplessità. Che si possa insegnare a scrivere canzoni ci sta, ma il Vostro affezionato non può non interrogarsi, con Verdone: in che senso? Smontando classici della popular music e spiegandone il funzionamento? Ottima cosa, interessante anche per il semplice musicofilo, ma come in letteratura non vi è scuola di scrittura creativa che possa fare emergere del talento in chi non ne ha non si corre così il rischio di tutto omologare? Ne verrà fuori, nella migliore ipotesi, gente che si esprime “alla maniera di”.

Premessa dovuta al fatto che nelle note biografiche di Lily Wolter, sorella minore di Jack con cui nel 2015 dava vita a Brighton ai Penelope Isles con una formazione che era la stessa che pubblicherà nel 2019 il debutto “Until The Tide Creeps In” ed è, tolti i Wolter, completamente cambiata per questo seguito, si dice per l’appunto che “ha studiato songwriting”. Ancora più che con il predecessore è forte il sospetto che non le abbia fatto bene. “Which Way To Happy” è gradevole ─ magari in piccole dosi e non potendo non notare come diversi dei suoi undici brani siano tirati troppo in lungo e risultino spesso inutilmente arzigogolati ─ ma l’impressione finale è quella che si tratti di una collezione di stereotipi dell’indie rock con aspirazioni pop degli ultimi decenni. Dal brano alla Cure rifatti da dei Dinosaur Jr che provano a sembrare i Flamig Lips al pezzone shoegaze, dalla canzone techno-wave a quella con le chitarre alla Smiths o le atmosfere alla Radiohead, a quella “c’è sempre stato un elemento dance nella nostra musica”, dal Britpop alla ballata romantica o un po’ psych. E così via.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

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Dean Wareham – I Have Nothing To Say To The Mayor Of L.A. (Double Feature)

Non sono passati che due mesi da quando si recensiva un disco di Damon & Naomi, fra ’80 e ’90 sezione ritmica dei seminali Galaxie 500 (tre album all’attivo e tutti e tre capolavori), e a chi scrive tocca la lieta incombenza di occuparsi di Dean Wareham, che del trio di Boston fu cantante, chitarrista e leader. Per costui formalmente è appena la seconda uscita da solista, a sette anni da un affatto diverso (per quanto lo caratterizzano le tessiture elettroniche tramate in combutta con il produttore Jim James) debutto omonimo, ma il cultore sa bene che l’artista di natali neozelandesi vanta un catalogo post-Galaxie 500 altrettanto cospicuo di quegli ex-sodali con i quali pare non abbia mai più avuto rapporti dacché le strade si separarono. Ne fanno parte nove album (con un live) alla testa dei Luna, quattro come metà del duo Dean & Britta, uno in combutta con i Cheval Sombre e una colonna sonora. Ma il cultore sa anche che da un po’ la sua vena compositiva sembrava essersi prosciugata. Dean & Britta non danno notizie dal 2010, quel “A Sentimental Education” con cui nel 2017 i Luna si rifacevano vivi dopo tredici anni è una raccolta di cover e idem il disco con i Cheval Sombre del 2018.

Pure in “I Have Nothing To Say To The Mayor Of L.A.” il nostro uomo piazza due brani altrui (un’ipnotica resa del classico dei psichedelici minori Lazy Smoke Under Skys e una languida Duchess dello Scott Walker confidenziale), ma il bello, il bellissimo dell’album sta fra gli otto pezzi autografi. Spiccano l’iniziale The Past Is Our Plaything, che si candida a essere la sua canzone più istantaneamente memorabile di sempre (addirittura!), e le velvetiane Robin & Richard (anche un po’ Big Star e molto Byrds) e The Corridors Of Power.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.437, dicembre 2021.

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I migliori album del 2021 (10): Parquet Courts – Sympathy For Life (Rough Trade)

Un bel casino se debutti con un album, “Light Up Gold”, che subito acquisisce una nomea di classico confermata quando a fine decennio (è del 2012) non vi erano giornale o sito che non si cimentassero nella compilazione di liste dei migliori dischi degli anni ’10. Che fare se, pronti e via, produci un capolavoro? Come scansare l’ansia da prestazione e i fucili puntati di chi pronostica che non potrai che ripeterti e in peggio? I Parquet Courts hanno scelto di mantenersi in movimento, procedendo inizialmente per piccoli aggiustamenti e quindi allontanandosi sempre più da un sound aggressivo, post-punk con tratti noise da qualche parte fra Fall, Pavement e Sonic Youth, che ha fatto scuola. Come ha osservato il chitarrista e cantante Austin Brown, “mi è capitato di ascoltare un sacco di pezzi che suonavano come nostri, ma non lo erano”. Laddove l’altro chitarrista e cantante Andrew Savage racconta di una passione sempre più spinta, e alimentata a sostanze psicotrope, per la dance. Poco da stupirsi se il settimo album in studio dei newyorkesi comincia con un brano, Walking At A Downtown Pace, che pare una outtake di “Screamadelica”.

D’altra parte già nel precedente “Wide Awake!” i Nostri avevano optato in diversi episodi per un funk che a questo giro si fa talvolta cerebrale. Ed ecco una Marathon Of Anger in scia ai Talking Heads di “Remain In Light” e una Zoom Out che evoca quelli di “Little Creatures”, una Plant Life che sono i King Crimson di “Discipline” alle prese con Fela Kuti, una Trullo che incrocia Ian Dury con le ESG. Rappresentano (felici) deviazioni il krautrock motoristico Applicatus/Apparatus, una scorticata Homo Sapien che unica potrebbe arrivare dal lontano esordio e l’onirica ballata a suggello Pulcinella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.437, dicembre 2021.

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I migliori album del 2021 (11): Squid – Bright Green Field (Warp)

L’album d’esordio degli Squid, quintetto di Brighton con l’insolita caratteristica di avere un cantante che è anche il batterista, contiene undici brani. Sono quattro di meno di quelli pubblicati dal 2016, alcuni solo come file audio e gli altri sparsi su vinili che coprono l’intero arco dimensionale del supporto (7”, 10” e 12”), nessuno dei quali è qui ripreso. L’auspicio è che prima o poi la Warp, etichetta storica della più nobile elettronica “di consumo” che non disdegna di avventurarsi anche in lande chitarrose, convinca Ollie Judge e soci a recuperarli su una raccolta che varrebbe poco meno di un debutto che vale tanto. Forse, tantissimo: “The Quietus” lo ha salutato come uno dei migliori di questo secolo e più gli ascolti si susseguono più cresce la convinzione che non si tratti del solito “hype” cui sovente la critica di quelle parti indulge. Per certo anche perché punto di arrivo di un percorso non breve.

Da cui una maturità, non a discapito della freschezza, inusuale per degli esordienti in lungo. Come degli abili coreografi che mantengono alla danza un’illusione di spontaneità benché ogni movimento sia stato in precedenza accuratamente provato (lo ha scritto “Pitchfork”, per una volta azzeccandoci), gli Squid. Qui il cosiddetto “nuovo post-punk” appare, se non del tutto nuovo (come potrebbe?), in sintonia con lo zeitgeist. E se non rinuncia a fare esercizio di critica dissezionandolo (e allora e per esempio se G.S.K. incrocia i P.I.L. con i King Crimson reinventatisi new wave Narrator è funk come lo erano i Gang Of Four ma pure i Contortions, se Paddling revisiona indie i Neu! Peel St. rilegge i Fall in chiave LCD Soundsystem) a prevalere nel recensore è un epidermico entusiasmo. Merce rara.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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I migliori album del 2021 (14): The Weather Station – Ignorance (Fat Possum)

Più che un gruppo (per le sue fila sono passati diversi musicisti e solo per un breve periodo la formazione si è mantenuta stabile) Weather Station è lo pseudonimo dietro cui si cela la canadese Tamara Lindeman, oggi trentaseienne e al tempo dei suoi vent’anni indecisa fra settima arte e sette note. Avrete inteso cosa sceglieva alla fine, benché nel frattempo cinema e TV (che non ha comunque abbandonato del tutto) le avessero già regalato belle soddisfazioni, con ruoli importanti e più di un premio. Per certo una che non soffre di paura del palcoscenico si approcciava alla ribalta musicale frequentando la vivace scena folk di Toronto. Esordio in lungo datato 2009, lo scarno “The Line” ne evidenzia le doti, oltre che di autrice e cantante, di chitarrista e banjoista. Per il successivo “All Of It Was Mine”, del 2011, c’era chi tirava in ballo come altisonanti numi tutelari Doc Watson e Bert Jansch, mentre nel 2015 con “Loyalty” il folk si faceva a tratti folk-rock e non solo per la provenienza geografica dell’artefice venivano azzardati paragoni con Joni Mitchell. Non a caso omonimo, nel 2017 “The Weather Station” espandeva assai la paletta sonica, con ritmiche schiettamente rock e arrangiamenti d’archi.

Compie ulteriori e decisi passi avanti in tal senso “Ignorance”, come evidenziano subito la battuta hip hop e le coloriture jazz di Robber. Opera solida quanto variegata, svelta a catturare ma capace di svelare a ogni ascolto dettagli sfuggiti al precedente. Un poker d’assi calato all’esatto centro del programma con una Parking Lot mediana fra Joni Mitchell e i Fleetwood Mac, una Loss sottratta con destrezza a Kate Bush, un singolo perfetto quale Separated e una Wear di afflato Young Marble Giants prima di – elegantemente – raddensarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento (Wichita)

All’anagrafe di quella Brescia che le dava i natali questa artista giovanissima all’esordio in lungo dopo un discreto numero di esercizi preparatori (un singolo con gli Working Men’s Club prima che il leader Sydney Minsky-Sargeant optasse per un sound elettronico piuttosto che chitarristico e le strade allora si separavano; e poi un paio di EP già su Wichita e diverse altre canzoni pubblicate solo sul web: piccolo catalogo da cui  riprende giusto un paio di brani) è registrata come Giulia Bonometti. È Julia Bardo da quando si arrendeva al fatto che in Gran Bretagna, dove vive da ormai diversi anni, quel cognome di quattro sillabe risultava impronunciabile a tutti. Lo pseudonimo indicazione di dove si collochino la precedente produzione e “Bauhaus, L’Appartamento”, ossia nell’ambito di un cantautorato di ascendenze folk? Bardo come sinonimo di “menestrello”? Abbastanza, siccome in queste dieci canzoni il folk è più che altro un’ispirazione, un’idea, una suggestione, un prefisso non sempre presente e cui quando c’è regolarmente bisogna aggiungere “rock”, o “pop”.

Vale per The Most, strategicamente sistemata a inaugurare essendo l’articolo più melodicamente memorabile come per la languida In Your Eyes e una Goodbye Tomorrow altrettanto astutamente, epidermica com’è, quasi quanto l’incipit, collocata a congedo. Il meglio, i brani che sul subito colpiscono meno ma sui quali si torna più volentieri, sta però nel mezzo: negli influssi velvetiani che impregnano The One e It’s Okay (Not To Be Okay), nel dream pop tendente all’inquietante di Do This To Me, una scia di feedback a suggellarlo, e Impossible, da cui, sepolti nel denso finale, emergono recitati i soli versi in italiano. È un debutto più che promettente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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