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Public Practice – Gentle Grip (Wharf Cat)

Per essere una vicenda che inizia (l’EP del 2018 “Distance Is A Mirror” sorta di episodio pilota) con questo esordio in lungo, la… ahem… pratica Public Practice ha una quantità di “prequel”, inusuale per musicisti ancora giovani, sui quali merita soffermarsi. Il quartetto newyorkese nasce dallo scioglimento di due band che hanno fatto in tempo a lasciare tracce importanti. Se la cantante Samantha York e il chitarrista Vince McClelland provengono dai WALL, con i quali hanno intessuto trame post-punk e no-wave nel pregiato debutto del 2017 “Untitled”, l’altra cantante e bassista Drew Citron e il batterista Scott Rosenthal arrivano dai Beverly, gruppo noise-pop con all’attivo due non meno riusciti album, “Careers” e “The Blue Swell”, del 2014 e 2016 (e ancora prima Citron è stata con gli Avan Lava, titolari di un 7”). Come succede quando si mischiano colori primari il risultato è però un qualcosa di differente e nuovo. Sebbene con antecedenti lontani tanto evidenti quanto dichiarati: un’altra Big Apple, quella in cui nei tardi ’70/primi ’80 la collisione fra pop, punk e funk, new wave e il nascente hip hop generava storie di successo chiamate Blondie e Talking Heads e altre destinate a restare di culto ma la cui influenza perdura come ESG e Liquid Liquid.

Chiaro che se suoni come qualcosa che già c’era quarant’anni fa (altri numi tutelari: Suicide, B-52’s, Slits) le discriminanti per decidere se la tua esistenza abbia o meno un senso sono due: qualità della scrittura e abilità nel mischiare le carte. Sull’uno e l’altro fronte i/le Public Practice se la giocano alla stragrande. Sì da risultare eccitantissimi/e, in dodici brani ritmicamente e melodicamente irresistibili. Speriamo non si sciupino in fretta, tipo Interpol. Speriamo durino, tipo LCD Soundsystem.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 420, maggio/giugno 2020.

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Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca)

Colti come sono negli ascolti come nelle letture, impossibile che nel lungo percorso che li ha portati a dare un seguito affatto diverso a “Le storie che ci raccontiamo” ai Perturbazione non sia venuto in mente che stavano concependo le loro “23 Love Songs”, che fa un terzo esatto delle “69 Love Songs” con le quali i Magnetic Fields salutavano il Novecento consegnandone agli annali il più mastodontico dei capolavori di un pop a sua volta coltissimo. Al tempo gli allora ragazzi di Rivoli avevano in curriculum giusto un album e un EP, ma già si capiva che di strada ne avrebbero fatta. Quanta, nessuno poteva immaginarlo. Due abbondanti decenni dopo per curiosa coincidenza, dovuta a una cosa da nulla come una pandemia che ne ha fatto slittare per due volte l’uscita, l’ottavo lavoro in studio di Tommaso Cerasuolo e dei fratelli Cristiano e Rossano Lo Mele (i fondatori superstiti; Alex Baracco è con loro dal 2008) è stato pubblicato lo stesso giorno in cui Stephin Merritt e soci hanno aggiunto al catalogo “Quickies”. Difficile immaginare due dischi… ahem… concettualmente tanto distanti, anche per esiti, e tuttavia li accomuna il gusto della sfida a un mondo in cui i servizi di streaming hanno insieme fatto tornare indietro di sessant’anni, a un’epoca pre-album, la popular music e ridotto a una manciata di secondi il tempo che l’ascoltatore medio concede a un brano per farsene catturare prima di passare ad altro. Le sveltine dei Magnetic Fields sono ventotto, compresse in tre quarti d’ora, qualcuna di una manciata di secondi appunto, ma figurarsi se possono avere una chance nell’era di Ed Sheeran e della trap, per dire di due opposti. Si apprezza lo spirito dell’operazione, si deplora che le tante buone idee non siano state sviluppate adeguatamente. “(dis)amore” di tracce ne conta cinque in meno ma gira (su vinile è doppio) sui settanta minuti. Da ascoltare se possibile in un’unica seduta o se no, fruendone a puntate, seguendo comunque la scaletta. Mischiereste mai i capitoli di un romanzo? Dicono gli autori che certi amici avevano suggerito loro di dare una sforbiciata, ché già il disco musicalmente osa quanto basta rinunciando alle lusinghe ritmiche dei due più immediati predecessori e, insomma, riportando indietro le lancette a prima della fatidica partecipazione (2014) al festival di Sanremo. A quando quiet was the new loud e i Perturbazione erano i portabandiera di una via italiana a un indie da camera e cameretta. Il benintenzionato consiglio è stato per fortuna disatteso.

Incontrarsi, innamorarsi, amarsi e poi disamorarsi senza nemmeno una ragione precisa, perché la vita è fatta così e troppo spesso dopo l’emozione che ti scoppia dentro cominciano i silenzi della sera, come cantava Califano. Quante ce ne sono di citazioni citabili in queste ventitré istantanee in cui spesso non sai chi sia a raccontare, se lui o lei. Nelle stanze di vita quotidiana dei Perturbazione dialoghi, riflessioni, osservazioni spicciole si fanno illuminazioni e poesia, da “ti abbraccerà senza pensarci su, la bacerai davanti alla TV” (La nuda proprietà) a “ma il desiderio è come fumo, se provi a stringere sfugge di mano” (Le sigarette dopo il sesso), da un silenzio che “da un po’ di tempo sembra il suono del rancore” (Silenzio) a “la nostra felicità come aria limpida, noi ci accorgiamo soltanto se latita” (L’inesorabile), da “il tuo amore mi divora un pezzo al giorno… mi consuma a fuoco lento, dalle ceneri rinasce quando sembra spento” (Lasciarsi a metà) a “lacrime dentro un cestino è tutto ciò che resta del nostro destino” (Dieci fazzolettini). E poi e naturalmente ci sono gli spartiti, che pur nel “contesto volutamente sottoprodotto” di cui parla il comunicato stampa (ma non si pensi a un suono lo-fi: l’album è zeppo di piccole e grandi raffinatezze) rifulgono e si collocano a un livello altissimo pure in una discografia di rara consistenza. Strategicamente i brani più brevi (ve n’è sotto i due minuti) si collocano spesso fra altri dallo sviluppo più congruo (“compiuto” sarebbe improprio, sono tutti compiuti), sapientemente vi è un alternarsi di passo e atmosfere, quest’ultime talvolta depistanti rispetto a quanto si narra ed ecco che al giocoso folk-rock di Il ragù viene affidato il racconto della morte inattesa, e senza un perché apparente, di una vicina, agli Smiths di Taxi taxi la storia di un incontro casuale, possibile diversione possibilmente solo immaginata da un rapporto di coppia se no esclusivo, all’esilarante folk-funk Dieci fazzolettini la constatazione che it’s all over now, baby blue. Unitarietà e varietà convivono in un lavoro in cui i Perturbazione riversano passioni di sempre che sono non solo la banda Morrissey/Marr appena chiamata in causa o i soliti R.E.M. (Mostrami una donna la loro Shiny Happy People?) ma anche la più varia Italia d’antan: dal Luigi Tenco che fa capolino in Silenzio al Banco del Mutuo Soccorso evocato in L’inesorabile, alle suggestioni cinematografiche che promanano dalla di fatto strumentale Come i ladri, dalla sontuosa orchestrazione che sequestra il finale di Io mi domando se eravamo noi, dalla liturgia per ciò che è stato e non tornerà del suggello Le assenze. Che il Rock latiti ci si accorge quando quasi a metà corsa divampa la fosca Non farlo. Che dopo tutti questi anni il gruppo ancora non abbia imparato a individuare quello che è con ogni evidenza “il” brano trainante è evidenziato dalla scelta come “singoli” in video di Le spalle nell’abbraccio e Io mi domando se eravamo noi, quando il pezzo cla-mo-ro-so che in un altro paese ogni radio avrebbe in playlist è Le regole dell’attrazione.

Il covid-19 ci si è messo di mezzo pure facendo cancellare i primi concerti che avrebbero dovuto promuovere “(dis)amore” e che chissà quando verranno riprogrammati. L’auspicio, quando sarà, è che i Perturbazione abbiano nel frattempo cambiato idea e non si limitino ad eseguirne una selezione di pezzi mischiata al repertorio storico. Dovrebbero suonarlo tutto e tutto di seguito “(dis)amore”, che è forse il loro capolavoro, e quindi un po’ di vecchi classici. Non mi daranno retta.

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Le magie fuori stagione di Beth Gibbons e Rustin Man

Sodalizio estemporaneo quanto dai felicissimi esiti quello che stringevano nel 2002 Beth Gibbons e Rustin Man, al secolo Paul Webb: lei ascesa allo stardom da cantante dei Portishead a cavallo della metà dei ’90; lui una stella del pop, ma un po’ di luce riflessa, nel decennio prima ancora, bassista nei Talk Talk di quel genio venuto purtroppo a mancare nel 2019 di Mark Hollis. Collaborazione totale (otto dei dieci brani, così come la regia, portano la firma di entrambi; i due rimanenti sono uno siglato Gibbons e l’altro Webb) che coinvolgeva una folla di musicisti da non credersi (una quarantina) a fronte di un disco dalle atmosfere spesso rarefatte, questo autentico capolavoro condivide poco, quasi nulla con ogni altra produzione precedente e successiva della Gibbons. Idem per quanto riguarda Webb se si fermano le lancette del tempo a quell’anno. Aspettiamo da allora un seguito e per essere tale al pur meraviglioso “Drift Code”, con il quale lo scorso anno il nostro uomo si è riaffacciato a un’ideale ribalta mai più calcata da allora, per esserlo manca appunto Beth Gibbons.

Opera fuori dal tempo (programmatico il titolo) e che a ragione di ciò non è minimamente invecchiata, “Out Of Season” sfugge anche a ogni catalogazione. Parte ambient, l’iniziale Mysteries, ma in breve si trasforma in un’incantevole ballata folk, laddove la successiva Tom The Model è soulful nella voce e fra il pop e il cinematografico nell’orchestrazione. Se Show si colloca a metà fra jazz e cameristica, Romance è una scheggia di Billie Holiday da spaccarti il cuore e Sand River un Nick Drake perduto. Esplicito omaggio, Drake, a quell’angelo caduto? Giusto per come si chiama, giacché giriamo dalle parti di certa classica contemporanea, quando in apertura di facciata Spider Monkey aveva convincentemente replicato Mysteries per poi dare spazio a una Resolve in transito dall’inquietante al seducente. Dopo una Funny Time Of Year che esibisce gli arrangiamenti più sontuosi, l’album si congeda con una Rustin Man dai colori autunnali. Davvero benvenuta questa riedizione Go Beat!/UMC splendidamente suonante: una prima stampa era arrivata ormai a costare duecento euro, poco meno della metà quella su Music On Vinyl del 2011.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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I migliori album del 2019 (8): Edwyn Collins – Badbea (AED)

Sulla copertina del decimo album da solista colui che, con Roddy Frame, fu il massimo esponente di quello che con trasparente omaggio alla Motown venne detto “il suono della giovane Scozia” si porge in tutta la sua dolorosa fragilità. Che non viene dagli anni che ha, che comunque in agosto saranno sessanta, ma dalle emorragie cerebrali (due in pochi giorni), che quasi lo uccidevano nel 2005. Con come conseguenza danni rispetto ai quali la fisioterapia molto ha potuto ma (esplicita in tal senso proprio la foto di cui sopra) non tutto. Ringraziamo che alla fine la voce se la sia ritrovata intatta, il nostro uomo. Ma soprattutto che nella disgrazia si sia mostrato eccezionale per la capacità di affrontarla restando sempre, oltre che combattivo, positivo. La felicità di essere tuttora di questo mondo e in grado di cantarsela e suonarsela, la vita, il sentimento che informa prevalentemente quanto prodotto da allora. E la scrittura? Un altro miracolo: nel contesto di una carriera in ogni caso sempre di livello, tornata agli apici giovanili. Credetemi se vi dico che non è la vicinanza che provo per Collins che mi fa affermare che “Badbea” è il suo disco più bello dal lontanissimo (1982!) esordio degli Orange Juice, il superbo “You Can’t Hide Your Love Forever”. Addirittura.

Anzi, non credetemi e verificate. Vedrete se non vi catturerà subito l’incrocio fra jingle-jangle e techno-pop di It’s All About You, se il tempo non volerà fino alla traccia omonima e conclusiva, unica su cui si allunga un’ombra di malinconia. In mezzo, canzoni clamorose come il Northern soul In The Morning, il pop sentimentale con energia I Guess We Were Young, una Outside punkettona, il pazzesco incrocio Kraftwerk/Dexys Midnight Runners Glasgow To London, una I Want You da Iggy Pop circa “Lust For Life”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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I migliori album del 2019 (10): Sleaford Mods – Eton Alive (Extreme Eating)

Mark E. Smith è vivo e lotta ancora insieme a noi. Alan Vega pure. Non potrebbe averla scritta il primo una frase come “Graham Coxson looks like a left-wing Boris Johnson”? Che oltretutto, con la sua frenesia punk dal martellante al vorticoso, anche musicalmente Flipside non farebbe fatica a confondersi nel suo sterminato catalogo. E non viene facilissimo immaginare la voce del secondo scorrazzare sopra la base metallica, ma melodica, di Big Burt? L’ho sempre pensato (pure voi?): se i Fall avessero provato a fare i Suicide – e fossero nati trent’anni dopo, va da sé – l’esperimento avrebbe avuto come esito il duo formato dal cantante (dal declamante, dal rantolante) Jason Williamson e dal musicista e dj Andrew Fern. Quanto beffardo che vengano da Nottingham e raccontino un mondo, in particolare il loro sempre più disunito Regno Unito, in cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e nessun Robin Hood potrà mai metterci una seppur simbolica pezza.

“Eton Alive” è il quinto album in studio degli Sleaford Mods, il primo a vedere la luce per l’autogestita Extreme Eating dopo che il precedente “English Tapas” era uscito su Rough Trade ed è stato il contatto più ravvicinato che i nostri eroi abbiano mai avuto con un’industria discografica strutturata ancora lungo linee che nel secolo nuovo hanno cessato di avere non direi un senso ma senz’altro un’indispensabilità. Impensabile comunque che questi signori addivengano a qualche compromesso anche nell’assai improbabile caso si ritrovino un giorno a incidere per una major, risulta a oggi il loro lavoro più pop. Non nel senso svalutante che si suole dare attualmente al termine, eh? È che è quello nel complesso più godibile, epidermico senza mai fare davvero male alle altrui di epidermidi, a patto che siano spesse a sufficienza per chi a un certo punto divise un singolo promozionale con il redivivo… ahem… Pop Group. Più che per qualunque altro dei dodici episodi che lo compongono – però pure Policy Cream, che gli va subito dietro e ha un gusto da XTC della primissima ora, non scherza in tal senso – vale per l’electro-funk sull’orlo della disco Kebab Spider: impossibile schiodarselo dalla memoria dopo anche soltanto un ascolto. Se la collisione fra funk e post-punk di Into The Payzone rimanda ai Gang Of Four, O.B.C.T. sono i Joy Division se avessero avuto il sense of humour necessario a inserire in un loro pezzo un assolo di kazoo. Se When You Come Up To Me spiazza porgendosi romantica, sorta di deragliamento alla rovescia, con la sua concitazione Top It Up rimette tutto entro i binari consueti. Un altro pezzo che mi piace molto: Discourse, filastrocca spasmodica su un carillon su di giri.

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I migliori album del 2019 (15): Allah-Las – Lahs (Mexican Summer)

In un mondo in cui i singoli non esistono più (chiamano così il brano che, di norma solo in download o in streaming, anticipa un album; quello con il video su YouTube; più gli altri che seguono) per dei tradizionalisti come gli Allah-Las, innamorati persi di quegli anni ’80 che fingevano di essere gli anni ’60, la scelta della canzone apripista per un nuovo LP (sì, lo fanno uscire anche in CD, ma non ci sono dubbi su quale sia il supporto fonografico di elezione per una band formatasi letteralmente in un negozio di dischi: Amoeba, Los Angeles) è sempre molto ponderata. Simbolica più che altro, eh? Visto che poi i 45 giri li stampano, diversamente dai 33, in piccole tirature per i cultori che non vogliono perdersi un retro ovviamente inedito. Ora: non esistono ancora in formato fisico, ma per presentare il suo quarto album il quartetto californiano di “singoli” ne ha messi fuori per cominciare due. Operando scelte piuttosto… uh… singolari: su YouTube potete gustare una In The Air che ce li porge anglofili come non mai (principali referenti: i Kaleidoscope a lungo oscurissimi di “Tangerine Dream”, AD 1967); su Spotify hanno reso disponibile Prazer em te conhecer, che è tipo un George Harrison versione tropicalista e visto che c’erano avrebbero potuto optare per Royal Blues, che sono direttamente gli Os Mutantes. Quasi un ripensamento allora calare un terzo asso, Polar Onion, in cui li si riconosce subito: jingle-jangle adattato college rock, alla R.E.M. primevi.

E insomma gli Allah-Las ampliano i loro orizzonti ma nel complesso restano quella roba là, una scheggia di Paisley Underground nel cuore di questi aridi anni ’10. Una delle loro canzoni più belle di sempre la spiattellano subito: Holding Pattern, degna dei Byrds iperpsych di Mind Garden.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Kazu – Adult Baby (Adult Baby/!K7)

Torneranno i Blonde Redhead? Vero che è di solo due anni fa l’EP “3 O’Clock” ma “Barragán” ne ha cinque e fra i cultori c’è unanimità al riguardo; fra i nove lavori in studio del gruppo italo-nipponico domiciliato a New York, il più debole. Lontanissimo dai fasti di quel “Melody Of Certain Damaged Lemons” con cui il trio formato da Kazu Makino e dai gemelli Simone e Amedeo Pace si affacciava sul secolo nuovo mantenendo la forza d’urto di un sound che lo aveva fatto iscrivere alla scuola “emuli dei Sonic Youth”, ma per la prima volta ponendolo al servizio di melodie insidiose. Misurandosi con la forma canzone come mai i maestri, ragazza e ragazzi ne superavano la lezione (non nel senso di eguagliarne la grandezza, bensì facendosi cosa “altra”) e con i successivi “Misery Is A Butterfly” e “23” si confermavano nella serie A dell’indie USA. Salvo poi perdere forza propulsiva e capacità di messa a fuoco.

Nostalgia dei Blonde Redhead? Non ve la farà passare il debutto da solista della loro cantante. Aspetto incredibilmente giovanile quando è da oltre un quarto di secolo sulle scene, qui Kazu declina tutt’altro rispetto all’art-pop-rock della casa madre e per cominciare abbassando drasticamente i volumi. “Adult Baby” rimanda piuttosto a Björk (in particolare nell’iniziale Salty, che potrebbe arrivare da “Vespertine”), al Momus più estenuato, al connazionale Ryuichi Sakamoto (guarda caso ospite in un’abbondante metà di programma). È dream pop senza più nulla a che vedere con lo shoegaze, che si affida all’elettronica come a orchestrazioni lievi, fra passi di valzer e aperture cinematografiche. Gradevole, eh? Suggestivo in piccole dosi, ma in questa nebbia di trame tanto intricate quanto impalpabili si finisce per perdersi, per dirla con Hegel, come in una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Ride – This Is Not A Safe Place (Wichita)

Arrivi in fondo a “This Is Not A Safe Place”, disco che chiarisce come il precedente, del 2017, “Weather Diaries” non fosse frutto di semplice nostalgia dei tempi giovani che furono e insomma una rimpatriata estemporanea, e non sai se essere più felice che i Ride siano tornati insieme o arrabbiato con loro per essere mancati dalle scene tanto a lungo. Vero che per sciogliersi scelsero il momento giusto – e anzi bene avrebbero fatto a farlo prima che il pessimo “Tarantula” sciupasse nel ’96 la sequenza perfetta costruita con “Nowhere” (1990; la cosa migliore prodotta dallo shoegaze dopo l’inarrivabile “Loveless” dei My Bloody Valentine), “Going Blank Again” (1992) e “Carnival Of Light” (1994) – e tuttavia non puoi fare a meno di pensare che, si fossero limitati a prendersi una pausa di riflessione, anche lunga (ma non oltre vent’anni!), nelle case di tanti (di sicuro in quella del sottoscritto) gli scaffali ospiterebbero altri due, tre, quattro signori album in più. E amen.

Era risultato del tutto soddisfacente “Weather Diaries”, con il suo far ripartire la partnership costituita dal cantante Mark Gardener e dal chitarrista Andy Bell da un qualche punto a mezza via fra la seconda e la terza prova in studio, alzando le coltri chitarristiche degli esordi e scoprendoci sotto un’anima psichedelica. “This Is Not A Safe Place” persevera cercando però meno la fusione e rimarcando come una dicotomia: due facce di una medaglia con su un lato l’assalto ottundente dell’iniziale R.I.D.E., una Kill Switch tanto turgida e tesa da richiamare gli Swervedriver, una Fifteen Minutes che dal post-Byrds transita allo stordente e sull’altro schegge di ’67-’68 come le incantevoli Dial Up e Shadows Behind The Sun. Nel mezzo lo spiazzante quanto esilarante krautfunk Repetition.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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Peter Perrett – Humanworld (Domino)

Partiva già con il piede giusto ma sbagliato la carriera di Peter Perrett, alla testa nel 1973 di quei magnifici incompiuti degli England’s Glory, ibridazione glam fra Kinks, Syd Barrett, Kevin Ayers e Velvet Underground che incideva una manciata di demo senza trovare un’etichetta disposta a investirci un penny (dieci venivano recuperati nell’87 nel postumo “Legendary Lost Recordings”). E da lì a quattro anni proseguiva con gli Only Ones, al debutto con un 45 giri “singolo della settimana” per “Melody Maker”, “New Musical Express” e “Sounds”. Resta, “Lovers Of Today”, un classico totale di una new wave nutrita ancora a Velvet e Kinks ma anche a Big Star e Roxy Music. Prodigiosa introduzione a una discografia che si esaurirà in tre LP – l’omonimo esordio, “Even Serpents Shine” e “Baby’s Got A Gun” – uno più bello dell’altro ma “troppo punk per gli hippie, troppo hippie per i punk”, come sintetizzava un critico inglese spiegando il perché di un insuccesso che dava alla testa dei ragazzi. La cui vicenda si concludeva con un tour americano interrotto con la polizia alle calcagna e chi avrebbe mai immaginato di avere più notizie del leader? Si sperava anzi di no, sapendolo dedito a una vita di abusi dal finale scritto.

Che razza di ritorno in pista, allora, “How The West Was Won”, debutto da solista atteso trentasette anni (!) del tutto degno del mito di un maudit in qualche modo sopravvissuto. Due ulteriori anni e “Humanworld” dà continuità alla miracolosa resurrezione artistica e umana con altre dodici tracce divise fra rock grintosi e soffici ballate. A chiarire quale resti il modello primo e ultimo (in alcuni punti sbuca pure una viola) provvedono una piccola Sweet Jane intitolata The Power Is In You e una Perfect Day, apposta a suggello, chiamata Carousel.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.412, settembre 2019.

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Quattro recensioni di album di (e con) Daniel Johnston e una considerazione

“L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.” (2006)

Fear Yourself (Sketchbook, 2003)

Imponente per nomi e numeri il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò nel 1992 a una premiazione di MTV indossando una sua t-shirt; Pastels e Yo La Tengo hanno ripreso Speeding Motorcycle; Lou Reed  ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder dei Pearl Jam l’ha vagheggiato, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti; Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse nove anni fa il suo primo album per una major e per quest’ultimo si è scomodato Mark Linkous degli Sparklehorse. “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, fu invece prodotto da Kramer. Cercatelo senza darvi pace fin quando non lo avrete trovato, mettete su il primo brano, My Life Is Starting Over, e sarà amore, di quelli che durano per sempre. Daniel Johnston è un Genio. Daniel Johnston confeziona – da oltre vent’anni! – melodie di un’efficacia inaudita dai tempi di Lennon/McCartney e del Brian Wilson maggiore. Daniel Johnston ha un piccolo problema: per lui Manic Depression non è il titolo di una canzone di Jimi Hendrix, è la sua vita. Questo omone dalla faccia bonaria, che dimostra molti anni più dei quarantadue che ha, entra ed esce da decenni da cliniche per malattie mentali e solo l’affetto dei tanti che lo ammirano e l’abbraccio protettivo di una famiglia benestante gli ha dato modo finora di vivere un’esistenza a tratti normale e di non venire definitivamente istituzionalizzato. Daniel Johnston fa una disperata tenerezza ma a starci vicino può fare talvolta paura, come ben sa il padre, che rischiò di schiantarsi con l’aereo che stava pilotando quando il figliolo lo aggredì accusandolo di essere Satana. Insomma: poco probabile che possiate leggere in futuro una sua intervista. Ancora meno che possiate vederlo dal vivo in un qualche club dalle vostre parti.

Vi restano le canzoni, che sono centinaia ma perlopiù irreperibili, siccome pubblicate in buona parte su cassette che il Nostro (la cui discografia conta alcune decine di titoli) a lungo ha regalato per strada. Accontentatevi momentaneamente della dozzina contenuta in “Fear Yourself”. Ce n’è di che perdere la testa, che si tratti di power pop degno dei Ramones (Love Not Dead, Living It For The Moment) o di Jonathan Richman (Fish), di pigolante e irresistibile lo-fi (Now), o ancora di dolenti incantesimi prevalentemente pianistici (Love Enchanted, You Hurt Me). Qualcosa potrebbe appartenere ai Flaming Lips (The Power Of Love), altro – indifferentemente – a John Lennon o a Randy Newman (Wish). Sull’adesivo incollato alla copertina un altro estimatore importante, David Bowie, dichiara fin d’ora “Fear Yourself” uno dei suoi album preferiti del 2003. Saranno in legioni ad accodarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.528, 8 aprile 2003.

Daniel Johnston/Artisti vari – Discovered/Covered (Gammon, 2004)

Un’isola dei famosi il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò a una premiazione di MTV con una sua t-shirt, Lou Reed ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder pure, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti, Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse dieci anni fa il suo primo album per una major. Per l’ultimo “Fear Yourself” si è scomodato, nel 2003, Mark Linkous degli Sparklehorse. Mentre di “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, si occupò Kramer. Dimenticavo: fra i tesserati anche David Bowie. E poi Teenage Fanclub, Gordon Gano, Bright Eyes, Beck, Mercury Rev, Vic Chesnutt… Tom Waits: per non citare che alcuni dei nomi che nel primo dei due CD che compongono “Discovered Covered” (attribuito con nero humour a The Late Great Daniel Johnston e con in copertina il nostro eroe davanti alla sua tomba) si misurano con uno dei cataloghi più idolatrati – da chi “sa” – e oscuri – per il grande pubblico – della canzone rock d’autore americana dell’ultimo paio di decenni.

Sono versioni quasi sempre felici e in qualche caso bellissime – vorrei citare almeno una Walking The Cow dalle parti di John Cale dei T.V. On The Radio, i Bright Eyes che rendono alla Jonathan Richman Devil Town, una Go di Sparklehorse & Flaming Lips trapunta d’archi, lo Waits ultra-beefheartiano di King Kong – che, nel mentre esaltano il genio melodico di questo eterno ragazzone tormentato da sempre da seri problemi mentali, in un certo qual modo lo normalizzano. Su un secondo compact che dà nuovi significati all’espressione “low-fi” ci sono gli stralunati originali e sentirli a ruota è esperienza che lascia emotivamente scossi. E catturati per sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

Lost And Found (Sketchbook, 2006)

Come almeno una volta in ogni suo disco, anche in “Lost And Found” c’è un momento in cui Daniel Johnston ti lacera l’anima e ne butta via i brandelli. Accade in Lonely Song, passo irresistibile e melodia pure, roba che potrebbe venire da un album dei Kinks periodo “Face To Face”, tranne che c’è un tocco country che rimanda a “Muswell Hillbillies”, e insomma una cosuccia impossibilmente carina che davvero non ti prepara a sentirti dire che “se ascolti veramente con attenzione/potrai sentire la disperazione di un cuore/triste e spezzato – il mio”. Epifania che ne pareggia tante regalateci in passato dal nostro scombinato eroe. Tipo quando in Love Defined (da “Yip/Jump Music”, 1983) citava direttamente San Paolo e tanti saluti a quanti hanno posto al centro del suo mito un’incapacità di intendere e volere che rischia di farsi folklore, dopo e peggio che tragedia: “L’amore sopporta ogni cosa/Crede in ogni cosa/Spera ogni cosa/Fa durare ogni cosa/L’amore non finisce mai”. Idiot savant, allora? Certo savant a sufficienza da polemizzare con l’industria discografica in The Chords Of Fame (da “It’s Spooky”, 1988) e pigliare in giro in Happy Time (da “Fun”, 1994, la sua unica uscita major) Allen Ginsberg. L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.

“Lost And Found” è un album buono come quasi qualunque altro (un’abbondante ventina e senza contare le cassettine casalinghe regalate agli angoli delle strade all’inizio, suoi primi messaggi in bottiglia) per accostarsi a Johnston, che tanto il capolavoro a tutto tondo non lo confezionerà mai siccome gli ci vorrebbe accanto come produttore (Mark Linkous ci andò vicino tre anni fa con “Fear Yourself”) uno altrettanto disconnesso ma nel frattempo connesso. È il consueto campionario strambo e intrigante di pestate innodie rock’n’roll (Rock This Town, Rock Around The Christmas Tree) e squisite per quanto storte ballate (Try To Love, la programmatica Country Song), fra una marcetta fratturata (Foolin’) e una gigiona (It’s Impossible), una strombazzante ossessione (Wishing You Well) e un ilare beat radente lo ska (Everlasting Love). Il tutto porto dalla solita voce gracchiante, tremolante, indolente, che respinge certuni più dell’ustionante sincerità di quanto canta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.23, autunno 2006.

Beam Me Up!! (Hazelwood, 2010)

Ho un discreto numero di dischi di costui, anche se percentualmente una minoranza di una produzione straripante soprattutto negli ’80, quando il nostro squinternato eroe i suoi album li registrava su cassette che poi regalava o li pubblicava per case minuscole. Ed erano vie imperscrutabili quelle per cui tramite finivano in mano a gente famosa o prossima a diventarlo, a Bowie come a Lou Reed, a Sonic Youth e Sparklehorse, Yo La Tengo o Cobain. Tutti… ahem… pazzi per Johnston e in particolare l’ultimo, che se ne faceva propagandista tanto appassionato da persuadere la Atlantic che fosse il caso di ingaggiarla l’aspirante rockstar più improbabile di sempre. Sapete come finì: per quanto le melodie che disegna siano fra le più limpide da Lennon/McCartney in poi, Daniel è un personaggio ingestibile che oltre il culto non può andare. Ho un discreto numero di dischi suoi, ma devo dire che a oggi nessuno mi aveva messo a disagio quanto questo doppiamente finto – nel senso che in massima parte le canzoni erano già note ma nessuna è stata un vero successo e tutte sono state riarrangiate per l’occasione – “Greatest Hits”. Per via di una voce sempre più stridula, barcollante e di suo ansiogena, che fa risaltare come non mai testi espressione di un disagio mentale che devasta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

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