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The Tallest Man On Earth – I Love You. It’s A Fever Dream. (Rivers/Birds)

Disponibile al momento soltanto in formato liquido (sia mp3 che lossless) con però un’uscita programmata pure in CD e vinile per il 26 giugno, è perlomeno nei negozi digitali il quinto album dell’Uomo Più Alto Sulla Terra. Dal 2006 curioso pseudonimo (anche perché è appena uno e settanta!) per il cantautore (svedese, ma subito adottato dagli USA, tant’è che i quattro precedenti hanno visto la luce il primo su Mexican Summer e gli altri su Dead Oceans; il terzo entrò nei Top 40 di “Billboard”) Kristian Matsson. Sono passati quattro anni dacché usciva “Dark Bird Is Home”, di cui toccava scrivere qui sempre al Vostro affezionato. Ne dicevo bene, non solo lodando la qualità della scrittura ma sottolineando come fosse il primo disco che dava un senso, secondo me, all’esistenza di The Tallest Man On Earth. Non che quelli prima fossero brutti, eh? Ma di originalità nulla, totalmente ricalcati sul modello del primo Bob Dylan e che bizzarria che con canzoni in carta carbone di quelle scritte dall’uomo di Duluth oltre quarant’anni prima il Matsson si fosse conquistato il favore di un’ampia platea giovane (ricordo di avere assistito a un suo concerto nel 2012, in un club stipatissimo da un pubblico quasi tutto under 25). Però “Dark Bird Is Home” era un’altra cosa: più vario come mood, più arrangiato, con una band a dar man forte al titolare in diversi brani.

Sempre riconoscibilissima la principale fronte di ispirazione, “I Love You. It’s A Fever Dream” ne segue parzialmente le tracce, con dieci pezzi dove chitarra acustica e armonica sono protagoniste ma non negandosi l’occasionale sottofondo di tastiere, il ricamo di fiati o di archi. Dall’ottimo resto svetta come un capolavoro The Running Styles Of New York: laddove Bob diventa Shane (MacGowan).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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Filthy Friends – Emerald Valley (Kill Rock Stars)

Non c’è niente da fare: senza un gruppo – anzi: un supergruppo – Peter Buck non ci sa stare. Da quando nel 2011 i R.E.M. chiudevano una vicenda artistica trentennale che li colloca fra i grandi della storia del rock, più che per una carriera solistica di basso profilo (tre dischi non trascendentali e  solo in vinile) il chitarrista si è fatto notare per il contributo a band inizialmente estemporanee e che hanno finito invece per consolidarsi, con più uscite e percorsi pluriennali: ha rimesso in pista i Tua Tara, ha continuato a offrire il suo apporto a Tired Pony e Baseball Project e soprattutto è il principale partner di Corin Tucker nei Filthy Friends. Non essendo chiaro se per le Sleater-Kinney la reunion che nel 2015 ha fruttato “No Cities To Love” avrà un seguito, o resterà un formidabile una tantum, parrebbe a questo punto che pure per lei i Filthy Friends (formazione che comprende anche l’ex-Fastbacks Kurt Block alla chitarra ritmica, Scott McCaughey dei Minus 5 al basso e alle tastiere e la nuova arrivata Linda Pitmon alla batteria) siano ben più che un hobby. “Emerald Valley” vede la luce a due anni dall’eccellente debutto “Invitation”, come minimo pareggia i conti con quello e ribadisce un potenziale pure commerciale notevole. Che resterà probabilmente inespresso, giacché esce per un’etichetta piccina per quanto storica e di prestigio quale è la Kill Rock Stars.

Ben promozionata Only Lovers Are Broken potrebbe fare sfracelli, quasi se non analoghi a quelli che fecero le Bangles con un analogo sound. È l’articolo più irresistibile in un campionario di dieci senza cadute, si tratti del western psichedelico alla Thin White Rope della title track, di una November Man in chiave shoegazing, di tirate alla Patti Smith come Pipeline e Last Chance County.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 409, maggio 2019. Un nuovo album delle Sleater-Kinney è annunciato per il 16 agosto.

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Sun Kil Moon – I Also Want To Die In New Orleans (Caldo Verde)

Quasi valeva la pena di buttare via tre ore della mia vita facendo andare due volte “I Also Want To Die In New Orleans” (muori dove vuoi, ma sbrigati) per il divertimento che mi ha procurato leggere la recensione scritta da un tizio che attacca dicendo che lui ogni mattina comincia la sua giornata lavorativa ascoltando in cuffia un album appena uscito. Dopo di che, spiega in cosa consiste il suo lavoro (è un magazziniere), ricorda un incidente che gli successe una volta, fa colazione con una banana (troppo matura) fra un ordine e un altro, si beve un caffè, guarda fuori dalla finestra, sbriga altri ordini, si è fatta ora di pranzo, prende l’auto per percorrere le tre miglia che lo separano da un self service messicano dove ha una discussione con la cassiera riguardo al resto, mangia pensando alla sua ragazza, a certi amici e a Obama le cui politiche migratorie non erano poi così diverse da quelle di Trump. Mentre manda giù l’ultima cucchiaiata di piselli, il dodicesimo album in assoluto e settimo in cinque anni a nome Sun Kil Moon di Mark Kozelek (che negli stessi cinque anni ne ha pubblicati altri sei per così dire da solista, più tre live) finalmente finisce (OK, deve aver fatto qualche pausa; o l’ha lasciato in repeat). La cosa che gli è piaciuta di più, scrive, è quando Kozelek imita un cane che si è appena preso un calcio in culo.

Puro genio. Perché il recensore fa ciò che fa il recensito, che ci racconta una tonnellata di cazzi suoi su fondali appena meno monotoni di chitarra acustica, sax e batteria. Kozelek è stato uno bravo e importante (i suoi Red House Painters fra le cose più suggestive dell’indie USA dei primi ’90), e per questo finora si è continuato a scriverne, ma sembra ormai avere perso del tutto senno e senso della misura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 409, maggio 2019.

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Damien Jurado – In The Shape Of A Storm (Loose)

Ma quanto è diverso il quattordicesimo album in studio di Damien Jurado, nei negozi nei giorni in cui questo “Audio Review” andrà in edicola, dal tredicesimo? Pubblicato nel maggio 2018 e dunque appena undici mesi fa. Era e per ora rimane, “The Horizon Just Laughed”, il lavoro più “mainstream” dell’artista di Seattle, pieno com’è di canzoni che in altri tempi – diciamo in quel 1973 che intitola uno dei suoi undici brani – le radio americane in FM avrebbero senz’altro messo in playlist. Ma fra quanti stanno leggendo queste righe solo chi non lo ha mai seguito nel quasi quarto di secolo trascorso dacché debuttava discograficamente, con un EP, può pensare che con quell’album Jurado volesse imprimere una svolta commerciale (certi anni ’70 sono tornati – senza essere in fondo mai passati – di moda) a una carriera tutta sottotraccia. Giacché stiamo parlando di uno che – sotto contratto per la Sub Pop in patria e su Rykodisc su questa sponda dell’Atlantico – temendo che la sua visibilità crescesse troppo, sottraendolo a un lavoro e una famiglia “normali”, decideva di passare alla più piccola Secretly Canadian. Se in Europa “In The Shape Of A Storm” vede la luce per la londinese e di medie dimensioni Loose, negli USA esce per la minuscola Mama Bird.

Sarà psicologia da due soldi ma, se in “The Horizon Just Laughed” si coglieva la felicità per la salute ritrovata dopo un periodo difficile, da ogni singolo brano dei dieci che sfilano in “In The Shape Of A Storm” traspare il dolore per la recente scomparsa di Richard Swift, collaboratore e amico fraterno. Sono le canzoni più scarne e tristi che ci abbia mai donato Jurado. Probabilmente quelle che meno verrà voglia di riascoltare tranne una, lo squisito bozzetto coheniano Oh Weather. Purtroppo, dura un minuto scarso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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Robert Forster – Inferno (Tapete)

Sperare non costa nulla e allora sì, speriamo che “Inferno” (titolo in singolare contrasto con un lavoro dal languido al vivace, depresso mai) dia continuità a quella che, per il quasi sessantaduenne musicista australiano, è la quarta fase di una carriera quarantennale. In fondo sono passati “solo” tre anni e mezzo da “Songs To Play”, quando quello lo si era atteso esattamente il doppio. Fatto è che il nostro uomo – che in gioventù capitanò con Grant McLennan (come dei Lennon/McCartney dell’indie-rock) quei favolosi Smiths ante litteram dei Go-Betweens, intraprese una prima carriera da solista allo scioglimento del gruppo solo per interromperla per una rimpatriata lunga e artisticamente proficua cui poneva tragicamente fine la prematura scomparsa del sodale e amico – dacché si è rimesso giocoforza in proprio si è inventato un secondo lavoro che pesa forse ormai quanto il primo: scrittore. Critico musicale (collaboratore regolare di un paio di testate in patria, con la raccolta The Ten Rules Of Rock And Roll ha vinto il prestigioso Pascall Prize) e biografo, con lo struggente Grant & I: Inside And Outside The Go-Betweens.

Speriamo dunque, giacché non costa nulla, e per intanto stringiamoci forte al petto il settimo album di Robert Forster, godiamoci nove aggiunte a un catalogo comunque cospicuo, per quanto non se ne avrebbe mai abbastanza. Media al solito altissima, si tratti di un folk-pop come No Fame che lucida di incongrua esuberanza un quadretto di desolazione domestica o del rock’n’roll Inferno (Brisbane In Summer), di una Life Has Turned A Page vagamente brazileira o di quella Sweet Jane in sedicesimo che è Remain. Di Crazy Jane On The Day Of Judgement e One Bird In The Sky, che incorniciano con analoghi tragitti dalla malinconia a una misurata esultanza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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The Lemonheads – Varshons II (Fire)

A un certo punto lo ha capito pure lui: meglio quando fa l’interprete chi a metà ’90 era la rockstar più desiderata di America, il sex symbol della generazione del grunge, che non come autore. Delle… cinque?.. incisioni più memorabili di un gruppo che fu tale solo per un paio di anni e un album, per poi farsi un marchio, già tre erano delle cover – “Luka” di Suzanne Vega, “Different Drum” di Mike Nesmith e “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel – prima che nel 2009 Evan Dando desse alle stampe il primo “Varshons”, collezione tutta di materiali altrui. Era appena il secondo lavoro in studio del secolo nuovo a nome Lemonheads dopo che tre anni prima la ragione sociale era stata riesumata, a sorpresa, per un album omonimo, il primo dal ’96 e dopo che Evan Dando aveva provato a giocarsi, tre anni prima ancora, la carta della carriera solistica.  Senza tornare il divo che sarebbe stato non avesse ceduto di schianto a certe pessime abitudini.

Oggi il quasi cinquantaduenne bostoniano, barbone grigio a celare in parte lineamenti meno rovinati di quanto non ci si aspetterebbe per la vitaccia che ha menato troppo a lungo, porta ancora in giro la sigla Lemonheads e se lo becchi nella serata giusta il divertimento, oltre alla lacrimuccia nostalgica, è assicurato. Buona fortuna a chi ci proverà nelle due date italiane fissate per fine febbraio. Licenziato a dieci anni dal primo, il secondo “Varshons” è al pari piacevole e prescindibile. Convincente sia quando trasfigura country gli Yo La Tengo di Can’t Forget che quando si mantiene più aderente agli originali, si tratti del Bevis Frond in fissa con gli Hüsker Dü in fissa con i Byrds di Old Man Blank o dello scanzonato beat’n’roll di Magnet degli NRBQ. Chiude con Take It Easy degli Eagles ed è invito che rivolge a se stesso come a noi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 406, febbraio 2019.

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I migliori album del 2018 (1): Ty Segall – Freedom’s Goblin (Drag City)

Trentun anni compiuti lo scorso 8 giugno, una somiglianza sempre più spiccata al Billy Corgan ancora biondo, ricciuto e lungocrinito che, diversamente dal nostro eroe, vendeva dischi a milioni (il sospetto è che i due abbiano in comune anche parecchi titoli nelle rispettive collezioni di vinili e CD), nel 2018 Ty Segall ha dato alle stampe, dopo questo che usciva il 26 gennaio e consta di diciannove brani per una durata complessiva di pochi secondi inferiore all’ora e un quarto, altri tre lavori da solista. Esatto. Tre. Se siete dei cultori, e vi siete dunque portati a casa tanto “Joy”, altra ma più succinta rivisitazione di anni ’60 e ’70 assortiti in collaborazione con gli White Fence, che “Fudge Sandwich”, raccolta di cover con dentro di tutto un po’ (dai War agli Sparks, dai Funkadelic ai Grateful Dead, passando per i Gong e gli Amon Düül II e dai Dils a Neil Young), vi starete ora chiedendo che vi siete persi. Vi manca “Orange Rainbow”, un’audiocassetta con dentro tredici tracce di cui sono state distribuite, al pubblico che assisteva a una performance in una galleria d’arte, 55 copie. Uno dei fortunati ha da allora pensato bene di rivendersi la sua su Discogs, a € 175,99. Fatevene una ragione, oppure aspettate che qualcun altro decida di incassare. Tanto potete sempre ingannare il tempo con gli altri due album ancora pubblicati dal nostro eroe nell’arco degli ultimi dodici mesi, no? “Pre Strike Sweep” con i post-punk GØGGS e “The C.I.A.” con l’omonimo trio con la moglie Denee ed Emmett Kelly dei Cairo Gang. Io non li ho ascoltati e non credo nemmeno che li ascolterò. Il mondo non ha bisogno di sei album di Ty Segall all’anno e Ty Segall non dovrebbe farne uscire sei in un anno. Di uno soltanto ogni due anni invece, ma che sia come questo, ne avremmo necessità eccome. Lo brameremmo, allora. E Segall verrebbe riconosciuto per il talento limpido che è – o che sarebbe, non fosse tanto iperproduttivo e dispersivo. Capace che, paradossalmente, venderebbe molti più dischi. Per certo a molte più persone.

“Freedom’s Goblin” è il suo singolo (anche se in vinile è doppio, vista la durata) lavoro da avere. Quello al cui confronto pure i migliori fra i troppi altri paiono minori e roba cui si può rinunciare. A questo proprio no. È come se fosse un “Greatest Hits” dell’autore, a parte che è composto da brani inediti, eccetto uno che rielabora un pezzo già noto. Ed è un po’ il suo “London Calling”, in quanto enciclopedia del rock – principalmente anni ’60 – che più ama. Vi si rinviene dal weird folk all’hardcore, dalla psichedelia più sognante all’heavy metal, ballate alla Beatles e altre cantautorali, schizoidi escursioni no wave e jam alla Crazy Horse, del power pop, persino della disco (squisitamente perversa). Grande è la confusione sotto il cielo? No. Una volta tanto, tutto si tiene. Magnificamente.

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