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Cloud Nothings – The Shadow I Remember (Carpark)

Vado su Discogs per verificare i supporti previsti per questo nuovo lavoro in studio dei Cloud Nothings e allibito scopro che nel 2020 la formazione di Cleveland oltre all’autoprodotto ma con i crismi dell’ufficialità (stampato sia in CD che su vinile e acquistabile sia in Rete che nei negozi) “The Black Hole Understands” ha pubblicato altri ventiquattro ─ !!! ─ album. Ventitré dei quali sono dei live solo in formato liquido, il ventiquattresimo a quanto mi consta un altro disco in studio, “Life Is Only One Event”, disponibile da poche settimane (Discogs lo data 2021 e “The Shadow I Rememember” è uscito questo 26 di febbraio) pure come LP. Per quanto mi attiene, non pervenuto. E pensate sia finita qui? Sempre nel 2020 e in formato liquido costoro hanno pubblicato sei EP. Più un altro nel gennaio del corrente anno. E un altro a febbraio. Con zero brani in comune con il disco oggetto di questa segnalazione. Sfugge il senso di tutto ciò: esistono dei fans della band che fa capo all’ex-ragazzo prodigio Dylan Baldi talmente assatanati da comprarsi anche un terzo, un quarto, un quinto di tale torrenziale produzione? Che non avendo potuto vedere i Cloud Nothings in concerto lo scorso anno hanno avvertito il bisogno di sopperire con una carrettata di live? Boh…

E allora come stupirsi se “The Shadow I Remember”, che pure si suppone sia una sorta di “Best Of” dell’anno (tra)scorso, è a malapena nella media di aurea mediocrità di quanto andato dietro all’invece promettente, a tratti brillante, omonimo esordio del 2011? Contiene (regala no) altre undici canzoni con il piede costantemente sull’acceleratore, si tratti di power pop, punk melodico o hardcore. Divertenti, eh? Ma le dimentichi nel tempo preciso che ci va ad ascoltarle.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Così vicini, così lontani, sempre attuali – I Joy Division di “Closer”

Il disco meno “per l’estate” di sempre veniva pubblicato il 18 luglio 1980. La riedizione per il quarantennale è stata resa disponibile in anticipo di un giorno (24 Hours, come recita il titolo della seconda traccia della seconda facciata) rispetto a quando cadeva l’anniversario. “Pressed on crystal clear 180g heavyweight vinyl”, annuncia un adesivo, e non mancheranno i collezionisti che se ne faranno ingolosire, pur essendo l’aspetto marmoreo l’unica peculiarità di una versione che discutibilmente usa il remastering della “Deluxe Edition” in doppio CD del 2007. Ma volete che importi a chi ha in casa le tre diverse varianti delle prime tirature britanniche? Una in canonico vinile nero, le altre due sembrerebbe pure finché non le guardi controluce e scopri che una ha riflessi rossi e l’altra verdi. A chi magari (soprattutto all’estero, ovvio) si è dannato per procurarsi una copia della stampa italiana su Base Record: dove per errore i lati sono scambiati ed è ora d’obbligo una confessione, caro lettore. Proprio quella posseggo. La acquistavo in saldo a un paio di anni dall’uscita e per credo un paio di decenni di uno dei miei album “della vita” ho pensato che fosse sì straordinario ma lo sarebbe stato ancora di più con i lati invertiti. Parendomi avesse assai più senso un percorso con all’inizio lo stridulo, ghiacciato, claustrofobico industrial-funk di Atrocity Exhibition e in fondo una Decades in transito dall’elegia processionale a un synth-pop con già in nuce la metamorfosi dance dei New Order che illo tempore (seconda confessione; ma siamo stati tutti giovani, integralisti e sciocchi) schifai rispetto a quello che da Heart And Soul, ieratica cantilena a passo marziale, porta a A Means To An End, dove gli U2 di “Boy” sarebbero contenuti per intero con qualche mese di anticipo non fosse che qui di innocenza non vi è traccia. Insomma: non sarebbe stato più logico avere una prima facciata in sostanziale continuità, unica eccezione una Isolation decisamente ballabile, con l’ispido predecessore “Unknown Pleasures” e una seconda spalancata invece su nuovi scenari? Ops!

Non mi viene in mente altro gruppo, o solista, con all’attivo una discografia così scarna che abbia esercitato nella storia del rock un’influenza paragonabile ai Joy Division. I Velvet Underground pubblicarono quattro album. Jimi Hendrix tre di cui però uno doppio e si arriva comunque a quattro con “Band Of Gypsys”, che è sì un live ma di inediti. Pure i Nirvana tre a meno, ragionando come per “Band Of Gypsys”, di non aggiungere l’“Unplugged”. Nick Drake? Sempre tre. Ian Curtis e soci, due. Vero che ne tenevano fuori le due canzoni letteralmente più memorabili, uscite soltanto a 45 giri, ossia Transmission e la hit dall’oltretomba Love Will Tear Us Apart. Vero che avevano pubblicato in precedenza l’EP “An Ideal For Living”. Vero che il catalogo postumo annovera una decina di titoli. E tuttavia: con soli due album e il secondo uscito quando già si erano sciolti i Mancuniani hanno gettato sul rock un’ombra tanto lunga da arrivare ai giorni nostri, alla sensazione del momento Fontaines D.C.. Tanto lunga che ci sono oggi band che si ispirano agli Interpol paradossalmente ignorando che i pur ottimi (all’inizio) Newyorkesi dai Joy Division presero tutto ma proprio tutto.  Arrivavano venti abbondanti anni dopo e ne sono trascorsi quasi altrettanti. Almeno la prima metà degli ’80, prima che Smiths e R.E.M. facessero cambiare verso alla new wave e anzi sostanzialmente la archiviassero riallacciandosi a quegli anni ’60 disdegnati dalla nouvelle vague del rock, veniva plasmata dall’eredità del gruppo formato nell’estate 1976 da Bernard Sumner e Peter Hook dopo avere assistito a un’esibizione dei Sex Pistols. Il primo si inventava chitarrista, il secondo bassista. Ian Curtis si univa come cantante dopo avere letto un annuncio in un negozio di dischi e con tal Tony Tabac alla batteria in sostituzione di Terry Mason che aveva assunto il ruolo di manager i neonati Warsaw (nome ispirato da un brano di David Bowie, da “Low”) esordivano dal vivo il 29 maggio 1977, spalla dei Buzzcocks all’Electric Circus, fulcro dell’emergente scena cittadina. In agosto Stephen Morris rileverà Tabac e all’inizio dell’anno dopo il quartetto cambiava ragione sociale (offriva lo spunto il romanzo del 1953 House Of Dolls, ambientato in un campo di concentramento nazista) in Joy Division. Il già citato “An Ideal For Living”, punkeggiante come mai più i Nostri saranno, veniva registrato in dicembre. Prima di approdare alla Factory, di cui faranno le fortune, i ragazzi avranno il fegato di autolicenziarsi dalla RCA, per la quale avevano inciso un intero LP rovinato a loro dire dalle interferenze del produttore.

Come provare a raccontare, e che bisogno ce n’è dopo che lo hanno fatto in legioni, due opere monumentali quali “Unknown Pleasures”, che usciva nel giugno 1979 (anch’esso celebrato, lo scorso anno, con una riedizione in vinile per il quarantennale), e “Closer”? Che avevano naturalmente degli antecedenti ─ nei Velvet, nei Doors, nel krautrock di Can e Neu!, nel Bowie berlinese ─ ma risultavano caratterizzati da un sound che prima di trovare orde di imitatori (tristemente tutta la pantomima dark prendeva da lì le mosse, ma fortunatamente ci fu chi seppe metterne a frutto la lezione a sua volta con originalità: Bauhaus, Cure, i primi U2 e pure “la nuova musica italiana cantata in italiano” di Litfiba e Diaframma) apparve inaudito: con il basso a disegnare la melodia, una chitarra spigolosa a giocare di contrappunto nelle retrovie e tutt’intorno una batteria fra il tribale e il motoristico. E sopra la voce ancora più inconfondibile ─ Jim Morrison autenticamente esistenzialista prima di uscire di scena come un giovane Werther fattosi carne ed epilessia ─ di Ian Curtis. Morto suicida il 18 maggio 1980, ventitreenne, alla vigilia della partenza per un primo tour americano che avrebbe reso se possibile i Joy Division ancora più influenti e forse già le star che diventeranno i superstiti Sumner, Hook e Morris nella loro seconda vita artistica come New Order. Debuttavano a 45 giri nel gennaio 1981 con Ceremony, una canzone sotto la quale c’è ancora pure la firma del defunto cantante.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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The Notwist – Vertigo Days (Morr)

Poche giravolte nella storia del rock sono risultate più spiazzanti di quella con cui nel 2000 i Radiohead si riposizionavano da “nuovi U2” ad alfieri del post-rock. “OK Computer” aveva dato indizi al riguardo ma con “Kid A” Thom Yorke e soci azzardavano ben di più e nessuno avrebbe scommesso sulla loro sopravvivenza commerciale. E invece… Rischiando assai meno sul piano delle vendite dacché erano sigla nota a pochi ma persino di più musicalmente, i tedeschi Notwist sul finire del decennio prima si erano analogamente reinventati “post-” essendo partiti da un hardcore punk con tratti metal. Pure loro al quarto album, lo splendido “Shrink”, del ’98, dopo averne pubblicato uno interlocutorio. Andranno in tutti i sensi più in là nel 2002 con “Neon Golden”, indiscutibile capolavoro loro e totale. Sempre pensato che “Shrink” ai Radiohead non fosse ignoto.

Da allora il gruppo dei fratelli Markus e Micha Acher si è concesso con parsimonia, con due coppie di album fatti uscire in rapida sequenza a interrompere lunghi silenzi, sei anni per dare un seguito a “Neon Golden”, altri sei a separare “Vertigo Days” da “The Messier Objects”, che era però una trascurabile raccolta di musiche per teatro e radiodrammi e dunque il predecessore vero è “Close To The Glass”, del 2014. Se solo non si facessero desiderare tanto! Ma meglio loro dei troppi che non ci danno tregua, no? Si potrebbe dire a questo punto “i soliti Notwist” e tuttavia ben venga una routine così stellare, benvenute queste quattordici tracce che fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, fra vigorosi attacchi percussivi e sospesi accordi di piano, passi di valzer e accenni di rumba, sfregi noise, pop yé-yé rivisitato Stereolab, funk bianco screziato di jazz, downtempo e ─ ma va! ─ krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Ryan Adams – Wednesdays (Pax-AM)

L’ineludibile antefatto è questo: cantautore rock non molto noto in Italia dove ancora qualcuno lo scambia con il quasi omonimo Bryan (i due una volta ci scherzarono su cantando insieme un grande successo del secondo) e invece profeta in patria (quasi più che le vendite parlano chiaro in tal senso cinque candidature ai Grammy), Ryan Adams è stato oggetto nel febbraio 2019 di un articolo del “New York Times” in cui sette donne, fra le quali l’ex-moglie Mandy Moore e Phoebe Bridgers, lo accusavano di averle abusate psicologicamente e/o molestate fisicamente. Una di esse perlopiù minorenne all’epoca degli asseriti fatti e per l’immagine pubblica del nostro uomo (un conto è essere un romantico ribelle del rock’n’roll, altra sono comportamenti inaccettabili) il colpo è stato devastante. Sono seguiti boicottaggi e mezze ammissioni, sotto forma di scuse non proprio convincenti. Per quanto per completezza d’informazione vada detto che un’inchiesta dell’FBI non ha portato a oggi a nessuna imputazione, la macchia resta. Resterà. Ma per questo dovremmo forse passare sotto silenzio il ritorno alla ribalta un po’ sottotraccia (“Wednesdays” in formato fisico vedrà la luce solo a marzo) di costui? Perché se la risposta è sì dovremmo allora consegnare alla damnatio memoriae pure, per dire, Céline, Ezra Pound, Caravaggio, Picasso…

Restano purtroppo poche righe per dire che “Wednesdays”, già interamente composto prima di quanto narrato, è un disco assolutamente convincente, con dentro alcune delle più belle ballate di sempre di Adams: la dolente I’m Sorry And I Love You su tutte e poi Who Is Going To Love Me Now If Not You, Poison And Pain e la traccia omonima; accostabili le prime due a Neil Young e Dylan, l’ultima fra Paul Simon e Jackson Browne.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Kelley Stoltz – Ah! (etc) (Agitated)

Oh, io ogni volta che Kelley Stoltz pubblica un album, cosa che fa spesso, ci provo a proporlo per recensione. Sicuro senza manco bisogno di assaggiarlo che sarà un gran bel disco e che mi divertirò da matti ad ascoltarlo. Sfortunatamente ci sono quasi sempre decine e decine di altri dischi di solisti e gruppi più affermati di uno che i suoi dischi li ha sempre venduti a un manipolo di cultori che gli passano davanti. Però verso fine anno le uscite si diradano, quel minimo di spazio in più per certi “minori” si trova ed eccomi qua, con “Ah! (etc)” che pompa dalle casse e un sorriso ebete stampato in faccia.

A proposito di prolificità: è il secondo album che questo quasi cinquantenne nativo di New York ma da lungi trapiantato in California licenzia nel 2020, ma la pandemia non c’entra, visto che come quel “Hard Feelings” che lo ha preceduto di qualche mese era già pronto a fine 2019, mentre il nostro uomo era in sala prove con la band di Ezra Furman a preparare un tour che… ahem… la pandemia ha interrotto. Se Stoltz, che sin dai lontani esordi a fine ’90 è uno che di solito fa tutto da sé, ricorrendo alle sovraincisioni e cavando sonorità splendide splendenti anche da studi non proprio iperprofessionali, ha nel frattempo registrato altro si avrà presto modo di scoprirlo. Per ora ci si gode, dopo un predecessore che omaggiava certo pub rock e il punk melodico di scuola Undertones, una collezione che eccettuati un paio di episodi di stampo new wave declina sixties pop come lo si recuperò dai tardi ’70. Questione pure di grana affine della voce: sembra sovente di ascoltare Robyn Hitchcock, anche quello di era Soft Boys, quando alla ribalta non ci sono i primissimi R.E.M., mentre il folk-rock ora prende coloriture psych, ora trasmuta in power pop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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I migliori album del 2020 (6): U.S. Girls – Heavy Light (4AD)

È stato un percorso in ogni senso lungo quello che ha portato Meghan Remy da “Introducing…”, debutto del 2008, a questo che è il suo settimo album e a oggi l’apice di una vicenda artistica in costante divenire. Riassunto delle puntate precedenti… Dopo avere suonato punk in band amatoriali nel 2007 Meghan comincia a incidere su un registratore a bobine basi ruvidamente sperimentali, percussive, sulle quali eterna performance vocali ora aggressive, ora cupe. Queste incisioni casalinghe daranno vita ai due primi dischi. Il terzo la vedrà cominciare ad arrotondare qualche spigolo, evolvendo verso una forma-canzone perlopiù basata su campionamenti che veniva perfezionata nel quarto, nonché primo a uscire per un’etichetta di buona visibilità e distribuzione quale la Fat Cat. La svolta vera arrivava però con il quinto, con cui approdava nel 2015 alla 4AD: congerie brillantemente oscura se è concesso l’ossimoro di electro e art-pop, cameristica, illbient e new wave, “Half Free” faceva fare al progetto U.S. Girls un salto di almeno un paio di categorie, guadagnandogli grande visibilità e candidature ai Juno Awards e al Polaris Music Prize. E siamo quasi arrivati a “Heavy Light”, preceduto ancora, due anni fa, da “In A Poem Unlimited”: le musiche più accessibili di sempre, spesso danzabili, al servizio di testi “politici” come non mai.

Incredibile come riesca a tenersi insieme un successore che copre l’ampissimo arco che da una 4 American Girls che evoca sia Madonna che il Bowie di “Young Americans” arriva all’ossessivo cantilenare di una conclusiva Red Ford Radio raro rimando diretto ai lontani esordi per tramite di ballate pianistiche che fanno scomodare Joni Mitchell e Laura Nyro (IOU, Denise Don’t Wait), martellamenti disco (Overtime), collisioni fra voci operatiche e pulsazioni e rasoiate industrial (State House), pop-rock da AM anni ’70 (Born To Lose, Woodstock ’99), funk tropicalisti (And Yet It Moves/Y se mueve), orchestrazioni di un turgore fra Spector e Wagner su base synth/glam (The Quiver To The Bomb). Insuperabile?

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (8): Phoebe Bridgers – Punisher (Dead Oceans)

Per essere una che non fa pop, sebbene spesso evidenzi un istinto melodico killer, l’ascesa della ventiseienne californiana Phoebe Bridgers verso empirei di stardom è di quelle che mozzano il fiato. Del 2017 un debutto, “Stranger In The Alps”, che c’era chi si spingeva a esaltare come l’apparizione alla ribalta di un talento gigantesco, la ragazza ha occupato il tempo trascorso prima di porre mano al seguito collaborando con i National e Fiona Apple, con i 1975 come con Jackson Browne, ha formato il supergruppo Boygenius con Julien Baker e Lucy Dacus e pubblicato un EP a tal nome e dato vita con Conor Oberst al progetto Better Oblivion Community Center, titolare di un omonimo album. Quando e come abbia trovato modo, oltretutto fra un tour e l’altro, per confezionare “Punisher” solo lei lo sa.

Sia come sia: sesto nel Regno Unito mentre scrivo e a un passo dai Top 40 USA (per quanto l’impatto mediatico dell’autrice non vada misurato per ora con le posizioni in classifica quanto con la sensazione che si stia assistendo alla costruzione di una carriera), “Punisher” è all’altezza dei sogni di chi dice che dodicenne si immaginava come “il prossimo Bob Dylan”. Mostrando ambizione tanto smisurata quanto sorprendente per una della generazione dei cosiddetti “millenials”. Nulla ricorda a ogni buon conto l’illustre idolo in un disco per lo più sognante, salvo quando si concede aperture a un rock brioso, come in una Kyoto spigliatamente indie o in una ICU memore del fatto che Phoebe fece apprendistato suonando cover dei Pixies. Quando il magnifico crescendo di I Know The End bordeggia il neo-classico. Qualcuno (fantastico il quasi-bluegrass Graceland Too) ha definito emo-folk la Bridgers, ma la verità è che nessuna etichetta si appiccica a un talento di tal fatta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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I migliori album del 2020 (12): Porridge Radio – Every Bad (Secretly Canadian)

La nuova PJ Harvey? È talmente forte la personalità di Dana Margolin, attorno alla quale questo quartetto quasi tutto al femminile ha preso corpo dopo che l’autrice, cantante e chitarrista di Brighton già aveva registrato dei demo da sola, che qualunque paragone pare sminuente. E tuttavia un po’ sì: indirizzano in tal direzione una voce capace di sedurre ma più spesso aspra e ruggente, musiche dinamiche quanto spigolose con un retrogusto folk e insieme echi al pari forti di post-punk e Magic Band via Pavement, liriche femministe non didascalicamente. Dopodiché, sono passati quasi trent’anni da quando Polly Jean si affacciava alla ribalta, il mondo è cambiato, quell’impatto non è replicabile nel contesto odierno e non c’è recensione esaltata di un “New Musical Express” (cinque stellette) che tenga quando il settimanale che per decenni ha formato i gusti dei giovani britannici manco va più in edicola, è un sito come tanti e meno autorevole di diversi che sul web ci sono nati. La Harvey veniva eletta subito a personaggio, Dana difficilmente si troverà sui tabloid, con ogni probabilità i Porridge Radio rimarranno appannaggio della stampa specializzata, al più analizzati sulle pagine culturali di chi ha la fortuna di avere giornali le cui pagine culturali trattano la popular music con la stessa attenzione di letteratura e cinema.

“Every Bad” per la band è il secondo album ma è tanto marcato lo scarto qualitativo rispetto a un esordio datato 2016 di cui peraltro nessuno si accorse che si può considerarlo un debutto. E che debutto! Denso e articolato, trascinante, stordente a volte fino al fastidio e vi sfido a non abbassare il volume giunti al cacofonico finale di Lilac. Salvo subito rialzarlo incantati dall’attacco (depistante, vi accorgerete) a passo di valzer di Circling. A seguire: il solo tocco di “modernità”, nel senso deteriore del termine, rappresentato dall’autotune nella sospesa e stridula (Something) e il rilassato tambureggiare sotto tastiera solenne con conclusiva impennata tribale di Homecoming Song. In precedenza, da citare ancora almeno Born Confused, che inaugura avanzando a strappi e stabilendo il tono dell’intero lavoro, l’alternarsi fra cantilenare folky e un procedere da bulldozer di una Sweet ben poco “sweet” (più avanti, una Pop Song per niente pop), una Don’t Ask Me Twice di guerriera oscurità quasi Killing Joke e infine Give/Take: la più new wave del lotto, ma senza uno stereotipo che sia uno alle viste.

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Last Gang In Town – Il rock ai tempi di Internet degli Arctic Monkeys

Nel momento in cui scrivo mancano tre giorni alla pubblicazione europea di “AM” (“L’abbiamo intitolato così in onore dei Velvet Underground, l’omaggio è naturalmente a ‘VU’”: Alex Turner dixit), album numero cinque per gli Arctic Monkeys, da Sheffield come gli Smiths erano da Manchester. Naturalmente, non c’è sulla faccia della terra una singola persona interessata a questo quartetto di tuttora under 30 (ricordate quando il rock era musica giovane? se sì, avete i vostri begli anni) che già non l’abbia ascoltato. Un po’ perché il gruppo stesso ne ha concesso lo streaming in anteprima. Un po’ perché lo stabilire date di uscita differenti per differenti mercati fa sì che, un minuto dopo che il disco ha visto la luce nel primo, diventi ovunque di pubblico dominio. Cosa che poi succederebbe comunque, anche senza la collaborazione degli artefici, giacché è ormai una rarità assoluta un disco minimamente atteso che non fa capolino in Rete con più o meno ampio anticipo sull’effettiva pubblicazione. Essendo ragazzi di mondo, gli Arctic Monkeys certi meccanismi li conoscono e li sfruttano. Hanno fatto circolare la copertina già lo scorso luglio, un primo singolo era stato dato alle stampe addirittura in febbraio, un secondo gli è andato dietro a giugno, un terzo a metà agosto e un altro paio di canzoni ancora sono state disvelate in popolari programmi televisivi o radiofonici. Disvelate per modo di dire, siccome un tour promozionale di ben sessanta date fra Nordamerica e Vecchio Continente ha preceduto “AM” in luogo che seguirlo ed ecco, nessuno nemmeno fra i luddisti che ne auspicherebbero un’inverosimile scomparsa si è mai spinto, nelle giaculatorie sui danni che sarebbero venuti alla musica da Internet, ad asserire che pure alla musica dal vivo faccia del male. Essendo evidente a chiunque che quantomeno alla musica dal vivo Internet ha fatto, fa e farà, sempre di più, un sacco di bene.

Va da sé che non può essere questa la sede per dibattere di come la Rete abbia mutato il nostro rapporto con la musica o il cinema, i libri o i giornali, cambiamento epocale, tumultuoso, copernicano che non ha mancato di lasciare sul campo morti e feriti, non troppo diversamente da come ce li lasciarono l’invenzione della stampa o del motore a scoppio. Mi limiterò ad annotare ciò che parrebbe ovvio ma per tanti sembra non esserlo: che ogni volta che l’umanità va avanti chi resta fermo viene lasciato indietro e si condanna da solo all’irrilevanza, all’estinzione; che, quando l’onda monta, se ti opponi ne verrai sommerso, se la cavalchi ne sarai salvato. Trovatisi in acqua senza manco rendersene conto, i debuttanti Arctic Monkeys impararono subito a nuotare. Prontezza di riflessi e intelligenza ne hanno fatto in fretta surfer provetti.

Non c’era mai stata una storia di successo come quella di questi giovanotti semplicemente perché, prima di loro, non esistevano condizioni atte a propiziarla, uno scenario simile in cui ambientarla.

Prosegue per altre 11.756 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013. Degli Arctic Monkeys è appena uscito un “Live At The Royal Albert Hall” registrato nel 2018.

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Will Butler – Generations (Merge)

Dice il maggiore dei Butler, Win, che il lockdown si è rivelato propizio per gli Arcade Fire per concentrarsi sulla scrittura del successore di “Everything Now”. Speriamo venga meglio di quello che era il secondo e più grave inciampo in una vicenda artistica principiata con tre album clamorosi: uno più bello dell’altro e fra i non molti che possano essere detti “epocali” nel rock di questi primi due decenni di secolo. Dice il minore dei Butler, Will, che ha fatto appena in tempo a ultimare le registrazioni di questa che è la sua seconda uscita da solista (terza con un live) prima che il lockdown si mettesse di mezzo. Andava solo più mixato il disco. Dire che fosse atteso… be’, anche no. Il succinto predecessore del 2015, “Policy”, aveva regalato una manciata di canzoni convincenti se prese una per una ma che sommate non riuscivano a fare, per l’eccessiva varietà di stili, un album.

Nessuna aspettativa pesava dunque sul successore e che sorpresa che catturi fin dal primo ascolto. Di più cospicuo minutaggio (tre quarti d’ora contro mezz’ora scarsa) e non meno eclettico dell’esordio, con tuttavia stavolta come un filo invisibile a legare in qualche miracoloso modo brani che sulla carta non potrebbero/dovrebbero stare nel medesimo programma come, per limitarsi a citare gli ultimi tre, una Promised molto Peter Gabriel, una Not Gonna Die che potrebbe arrivare dai Queen migliori e una Fine che rimanda a Randy Newman. Da non credersi. Eppure… Però il meglio sta prima e fra il meglio due dei pezzi più travolgenti dell’anno: sfido chiunque a resistere alla collisione fra synth-punk e power pop di Bethlehem e al ritmo scandito da un batter di mani e all’esultante coralità di Surrender. Sicuro di avere ancora bisogno degli Arcade Fire, Will?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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