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Protomartyr – Ultimate Success Today (Domino)

Giusto nel numero in cui si racconta del ritorno degli Psychedelic Furs capita venga recensito anche il nuovo e atteso tre anni (mai avevano messo tanto fra un album e l’altro; la data di uscita è stata oltretutto spostata in avanti di un paio di mesi causa coronavirus) lavoro in studio dei Protomartyr. Che si apre con la loro canzone più “easy” di sempre. Fra Joy Division e Bowie, Day Without End, ma soprattutto e non solo per il sax che la attraversa assai prossima agli Psychedelic Furs che fecero epoca quando i componenti della band di Detroit ancora andavano all’asilo. Comincia a misurarsi da lì la distanza di “Ultimate Success Today” dal precedente catalogo e il lettore che ha familiarità con quel rumoroso poker di dischi è invitato a saltare al primo giro le otto tracce in mezzo e a puntare subito dopo la decima e ultima, Worm In Heaven: una ballata, addirittura, suadente per quanto elettrica fintanto che a una cinquantina di secondi dal termine non si impenna e allora sì che li riconosci Joe Casey e soci.

Quanto sta in mezzo non è così spiazzante ma già sarebbe stato indicativo di come un gruppo che, visti successo di critica e buon riscontro di pubblico, facilmente avrebbe potuto vivere di rendita riproponendosi più o meno sempre uguale a se stesso abbia invece optato per allargare gli orizzonti. Se pure in un brano come Processed By The Boys il consueto richiamarsi ai Fall appare rinfrescato da un piglio (ci avessero buttato dentro un synth…) Nine Inch Nails, una June 21 di (relativamente) quieta epicità è caratterizzata da una voce femminile (Nandi Rose aka Half Waif), echi di Bowie tornano in Modern Business Hymns e da Bridge & Crown fanno capolino i Bauhaus. L’album migliore dei Protomartyr? Di sicuro quello sul quale più verrà voglia di tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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L’irresistibile ascesa dei National (su “High Violet”, a dieci anni dall’uscita)

A recuperare in qualche modo ─ facile come bere un bicchier d’acqua: andate su YouTube e lo troverete (stupisce il numero bassissimo di visualizzazioni); altra faccenda volerselo mettere in casa: auguri! ─ un ascolto del mini “Ruther 3429” che unico testimonia la breve esistenza dei Nancy vi stupirete come poco, quasi nulla (diciamo l’acerba ballata Export) nel ruvido garage-punk con influenze wave che lo caratterizza (altra eccezione una Track 10 con qualche malriposta ambizione avant) anticipi l’inconfondibile sound, già quasi perfettamente formato, con il quale i National da lì a cinque anni si presenteranno al mondo con un omonimo album. Eppure: lì cominciavano a farsi le ossa, nella natia Cincinnati, Ohio, il cantante Matt Berninger e il bassista Scott Devendorf. Era il 1996. Poco dopo i ragazzi si trasferivano a New York, quartiere di Brooklyn, dove nel 1998 li raggiungeva il fratello di Scott, Bryan, in precedenza batterista con tali Project Nim che, diversamente dai Nancy, non hanno lasciato testimonianze discografiche. Tuttavia importanti in questa storia giacché ne facevano parte anche i gemelli Aaron e Bryce Dessner, principalmente chitarristi ma in seconda battuta entrambi pure tastieristi e il primo bassista e armonicista alla bisogna. Bryan li presentava a Matt e Scott. Schierati dapprincipio a quattro – organico comprendente oltre a Berninger la sezione ritmica formata dai Devendorf e Aaron Dessner alla chitarra – i neonati National si assicuravano presto una residenza al Luna Lounge, Lower East Side. Era nondimeno solo lo scoppiare della cosiddetta “bolla delle dot-com” a indurli, avendo perso impieghi discretamente remunerativi, a provare a trasformare in professione un hobby cui riservavano in precedenza soltanto i fine settimana. Non stavano a cercarsi un’etichetta. A dare alle stampe nel 2001 “The National” era la Brassland, fondata dai Dessner in collaborazione con l’ex-freelance per (fra gli altri) “New York Times” e “LA Weekly” Alec Hanley Bemis. Nel disco Bryan è solo uno degli ospiti. Si unirà ufficialmente alla band all’indomani della sua uscita. Nei diciannove anni trascorsi da allora, durante i quali i Nostri hanno pubblicato altri sette lavori in studio, la formazione è rimasta invariata. Incredibile a dirsi, con la ricca aneddotica che nella storia del rock documenta epici litigi famigliari (al lettore saranno subito venuti in mente gli Everly, i Davies, i Gallagher, i Robinson), in tutto questo tempo le cronache non hanno mai dato conto di contrasti significativi in un gruppo in cui le coppie di fratelli sono addirittura due.

Gli estimatori di un quintetto la cui ascesa, dal culto che subito lo circondava, a una fama sempre più diffusa sebbene non dai numeri milionari è stata lenta ma costante (e supportata da una stampa invariabilmente in adorazione) si dividono in due fazioni riguardo a quale sia il suo capolavoro. Risultano in maggioranza per quanto marginalmente ma con l’appoggio della critica che più fa giurisprudenza quelli che votano per “Boxer”, del 2007 e album numero quattro dopo “Sad Songs For Dirty Lovers”, che usciva nel 2003 ancora su Brassland, e “Alligator”, che segnava l’approdo nel 2005 alla britannica Beggars Banquet. Si può capire e condividere. È il disco in cui l’incrocio primigenio fra il post-country dei Lambchop e il crepuscolarismo dei Tindersticks, il cantautorato tendente al catatonico di Will Oldham e il pop-rock eccentrico e incantatorio dei Guided By Voices, con uno sguardo rivolto all’Australia gotica di un Nick Cave (così simile al profondo Sud americano di un William Faulkner) e uno a quella scanzonata, ma con un nucleo di malinconia, dei Go-Betweens si innervava definitivamente di sapienti orchestrazioni di ottoni e archi, con anche le tastiere a ricavarsi uno spazio maggiore. Barocco, eppure in qualche ineffabile modo austero, con squisita contraddizione in termini. Ma se è ai numeri che si guarda è il successivo di tre anni “High Violet”, primo su 4AD presso cui i newyorkesi d’adozione sono tuttora accasati, a vincere a mani basse, un numero 5 UK e 3 USA (solamente “Sleep Well Beast” farà formalmente meglio, primo nel Regno Unito e secondo in patria, però totalizzando vendite decisamente meno cospicue). In ogni caso album splendido ed è la seconda volta che su “Audio Review” gli dedichiamo così ampio spazio. All’uscita era “disco del mese” e il tempo ci ha dato ragione. Riascoltato, non sembra invecchiato di un giorno e conferma nel congedo Vanderlyle Crybaby Geeks ─ un quarto di Paul McCartney, uno di Brian Wilson, uno di Scott Walker e uno di Leonard Cohen ─ l’articolo più memorabile nell’intero catalogo di una band solita crescere alla distanza, che aristocraticamente (da un po’ hanno preso a chiamarli “i Radiohead americani”) di rado porge riff o melodie che agganciano al volo. Incomprensibilmente manco la proponevano come singolo, i National, per quanto per promuovere l’album una Bloodbuzz Ohio all’incrocio fra Arcade Fire e TV On The Radio non fosse affatto una cattiva scelta. Idem la litania fosca, che nel procedere si gonfia sempre più tesa e fragorosa, di Terrible Love. Ai due estremi del resto: la tambureggiante e spigolosa Lemonworld e la confidenziale e carica di spleen (alquanto American Music Club, per chi se li ricorda) Runaway.

L’occasione per tornare a frequentare “High Violet” è stata offerta da una “10th Anniversary Expanded Edition” su coreografico triplo vinile porpora oppure viola oppure bianco striato di viola o, ancora, azzurro o in alternativa viola con indefinibili chiazzature più chiare. I collezionisti possono sbizzarrirsi. Gli altri possono scegliere se investire una cifra importante oppure cercare di recuperare la versione doppio CD del 2010 che già aggiungeva le medesime otto bonus: due lati B, una alternate take, tre registrazioni dal vivo e due pezzi rimasti altrimenti inediti. Uno dei quali, lo spumeggiante vaudeville Wake Up Your Saints (un’autentica gemma), non si capisce proprio perché.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Tim Burgess – I Love The New Sky (Bella Union)

Non che non fosse già una star ─ eclatante lo score dei suoi Charlatans: tre primi posti e due secondi nella classifica UK degli album e ventotto piazzamenti (di cui quattro nelle prime dieci posizioni) in quella dei singoli nell’arco di una carriera trentennale ─ ma il lockdown al quale con colpevole ritardo si è rassegnato pure il Regno Unito ha reso Tim Burgess ancora più popolare dalle sue parti. Cosa si è inventato costui, da sempre raro esemplare di musicista anche collezionista di dischi? Un appuntamento quotidiano su Twitter, ogni sera alle 21, nel quale illustri colleghi racconta(va)no la genesi di album più o meno celebri con gran spargimento di aneddoti al riguardo. A questo “Listening Party” inaugurato da Burgess parlando dell’epocale esordio del gruppo di cui è l’inconfondibile voce, “Some Friendly”, hanno partecipato fra gli altri membri di Oasis, Blur, Pulp, Libertines, Sparks, Grandaddy, Franz Ferdinand, Throwing Muses, Public Service Broadcasting.

Quello che è il suo terzo lavoro da solista, a otto anni da “Oh No I Love You” (ma in mezzo c’è stata la collaborazione con il compositore americano Peter Gordon che ha fruttato il delizioso “Same Language, Different Worlds”), il nostro uomo lo aveva completato prima che il Covid-19 mettesse a soqquadro le nostre vite. Disco variegato e frizzante come da consuetudine della casa, a partire da una Empathy For The Devil che occhieggia agli Stones nel titolo, ai Cure di Boys Don’t Cry nell’attacco e poi prosegue (ha scritto qualcuno e concordo) come se Sufjan Stevens si unisse ai Dexys Midnight Runners periodo “Too-Rye-Ay”. Più avanti, britpop da manuale ed echi di chanson, spigliati rock’n’roll con orchestrazioni guizzanti, scorci di psichedelia e krautrock, ballate da cameretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Public Practice – Gentle Grip (Wharf Cat)

Per essere una vicenda che inizia (l’EP del 2018 “Distance Is A Mirror” sorta di episodio pilota) con questo esordio in lungo, la… ahem… pratica Public Practice ha una quantità di “prequel”, inusuale per musicisti ancora giovani, sui quali merita soffermarsi. Il quartetto newyorkese nasce dallo scioglimento di due band che hanno fatto in tempo a lasciare tracce importanti. Se la cantante Samantha York e il chitarrista Vince McClelland provengono dai WALL, con i quali hanno intessuto trame post-punk e no-wave nel pregiato debutto del 2017 “Untitled”, l’altra cantante e bassista Drew Citron e il batterista Scott Rosenthal arrivano dai Beverly, gruppo noise-pop con all’attivo due non meno riusciti album, “Careers” e “The Blue Swell”, del 2014 e 2016 (e ancora prima Citron è stata con gli Avan Lava, titolari di un 7”). Come succede quando si mischiano colori primari il risultato è però un qualcosa di differente e nuovo. Sebbene con antecedenti lontani tanto evidenti quanto dichiarati: un’altra Big Apple, quella in cui nei tardi ’70/primi ’80 la collisione fra pop, punk e funk, new wave e il nascente hip hop generava storie di successo chiamate Blondie e Talking Heads e altre destinate a restare di culto ma la cui influenza perdura come ESG e Liquid Liquid.

Chiaro che se suoni come qualcosa che già c’era quarant’anni fa (altri numi tutelari: Suicide, B-52’s, Slits) le discriminanti per decidere se la tua esistenza abbia o meno un senso sono due: qualità della scrittura e abilità nel mischiare le carte. Sull’uno e l’altro fronte i/le Public Practice se la giocano alla stragrande. Sì da risultare eccitantissimi/e, in dodici brani ritmicamente e melodicamente irresistibili. Speriamo non si sciupino in fretta, tipo Interpol. Speriamo durino, tipo LCD Soundsystem.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 420, maggio/giugno 2020.

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Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca)

Colti come sono negli ascolti come nelle letture, impossibile che nel lungo percorso che li ha portati a dare un seguito affatto diverso a “Le storie che ci raccontiamo” ai Perturbazione non sia venuto in mente che stavano concependo le loro “23 Love Songs”, che fa un terzo esatto delle “69 Love Songs” con le quali i Magnetic Fields salutavano il Novecento consegnandone agli annali il più mastodontico dei capolavori di un pop a sua volta coltissimo. Al tempo gli allora ragazzi di Rivoli avevano in curriculum giusto un album e un EP, ma già si capiva che di strada ne avrebbero fatta. Quanta, nessuno poteva immaginarlo. Due abbondanti decenni dopo per curiosa coincidenza, dovuta a una cosa da nulla come una pandemia che ne ha fatto slittare per due volte l’uscita, l’ottavo lavoro in studio di Tommaso Cerasuolo e dei fratelli Cristiano e Rossano Lo Mele (i fondatori superstiti; Alex Baracco è con loro dal 2008) è stato pubblicato lo stesso giorno in cui Stephin Merritt e soci hanno aggiunto al catalogo “Quickies”. Difficile immaginare due dischi… ahem… concettualmente tanto distanti, anche per esiti, e tuttavia li accomuna il gusto della sfida a un mondo in cui i servizi di streaming hanno insieme fatto tornare indietro di sessant’anni, a un’epoca pre-album, la popular music e ridotto a una manciata di secondi il tempo che l’ascoltatore medio concede a un brano per farsene catturare prima di passare ad altro. Le sveltine dei Magnetic Fields sono ventotto, compresse in tre quarti d’ora, qualcuna di una manciata di secondi appunto, ma figurarsi se possono avere una chance nell’era di Ed Sheeran e della trap, per dire di due opposti. Si apprezza lo spirito dell’operazione, si deplora che le tante buone idee non siano state sviluppate adeguatamente. “(dis)amore” di tracce ne conta cinque in meno ma gira (su vinile è doppio) sui settanta minuti. Da ascoltare se possibile in un’unica seduta o se no, fruendone a puntate, seguendo comunque la scaletta. Mischiereste mai i capitoli di un romanzo? Dicono gli autori che certi amici avevano suggerito loro di dare una sforbiciata, ché già il disco musicalmente osa quanto basta rinunciando alle lusinghe ritmiche dei due più immediati predecessori e, insomma, riportando indietro le lancette a prima della fatidica partecipazione (2014) al festival di Sanremo. A quando quiet was the new loud e i Perturbazione erano i portabandiera di una via italiana a un indie da camera e cameretta. Il benintenzionato consiglio è stato per fortuna disatteso.

Incontrarsi, innamorarsi, amarsi e poi disamorarsi senza nemmeno una ragione precisa, perché la vita è fatta così e troppo spesso dopo l’emozione che ti scoppia dentro cominciano i silenzi della sera, come cantava Califano. Quante ce ne sono di citazioni citabili in queste ventitré istantanee in cui spesso non sai chi sia a raccontare, se lui o lei. Nelle stanze di vita quotidiana dei Perturbazione dialoghi, riflessioni, osservazioni spicciole si fanno illuminazioni e poesia, da “ti abbraccerà senza pensarci su, la bacerai davanti alla TV” (La nuda proprietà) a “ma il desiderio è come fumo, se provi a stringere sfugge di mano” (Le sigarette dopo il sesso), da un silenzio che “da un po’ di tempo sembra il suono del rancore” (Silenzio) a “la nostra felicità come aria limpida, noi ci accorgiamo soltanto se latita” (L’inesorabile), da “il tuo amore mi divora un pezzo al giorno… mi consuma a fuoco lento, dalle ceneri rinasce quando sembra spento” (Lasciarsi a metà) a “lacrime dentro un cestino è tutto ciò che resta del nostro destino” (Dieci fazzolettini). E poi e naturalmente ci sono gli spartiti, che pur nel “contesto volutamente sottoprodotto” di cui parla il comunicato stampa (ma non si pensi a un suono lo-fi: l’album è zeppo di piccole e grandi raffinatezze) rifulgono e si collocano a un livello altissimo pure in una discografia di rara consistenza. Strategicamente i brani più brevi (ve n’è sotto i due minuti) si collocano spesso fra altri dallo sviluppo più congruo (“compiuto” sarebbe improprio, sono tutti compiuti), sapientemente vi è un alternarsi di passo e atmosfere, quest’ultime talvolta depistanti rispetto a quanto si narra ed ecco che al giocoso folk-rock di Il ragù viene affidato il racconto della morte inattesa, e senza un perché apparente, di una vicina, agli Smiths di Taxi taxi la storia di un incontro casuale, possibile diversione possibilmente solo immaginata da un rapporto di coppia se no esclusivo, all’esilarante folk-funk Dieci fazzolettini la constatazione che it’s all over now, baby blue. Unitarietà e varietà convivono in un lavoro in cui i Perturbazione riversano passioni di sempre che sono non solo la banda Morrissey/Marr appena chiamata in causa o i soliti R.E.M. (Mostrami una donna la loro Shiny Happy People?) ma anche la più varia Italia d’antan: dal Luigi Tenco che fa capolino in Silenzio al Banco del Mutuo Soccorso evocato in L’inesorabile, alle suggestioni cinematografiche che promanano dalla di fatto strumentale Come i ladri, dalla sontuosa orchestrazione che sequestra il finale di Io mi domando se eravamo noi, dalla liturgia per ciò che è stato e non tornerà del suggello Le assenze. Che il Rock latiti ci si accorge quando quasi a metà corsa divampa la fosca Non farlo. Che dopo tutti questi anni il gruppo ancora non abbia imparato a individuare quello che è con ogni evidenza “il” brano trainante è evidenziato dalla scelta come “singoli” in video di Le spalle nell’abbraccio e Io mi domando se eravamo noi, quando il pezzo cla-mo-ro-so che in un altro paese ogni radio avrebbe in playlist è Le regole dell’attrazione.

Il covid-19 ci si è messo di mezzo pure facendo cancellare i primi concerti che avrebbero dovuto promuovere “(dis)amore” e che chissà quando verranno riprogrammati. L’auspicio, quando sarà, è che i Perturbazione abbiano nel frattempo cambiato idea e non si limitino ad eseguirne una selezione di pezzi mischiata al repertorio storico. Dovrebbero suonarlo tutto e tutto di seguito “(dis)amore”, che è forse il loro capolavoro, e quindi un po’ di vecchi classici. Non mi daranno retta.

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Le magie fuori stagione di Beth Gibbons e Rustin Man

Sodalizio estemporaneo quanto dai felicissimi esiti quello che stringevano nel 2002 Beth Gibbons e Rustin Man, al secolo Paul Webb: lei ascesa allo stardom da cantante dei Portishead a cavallo della metà dei ’90; lui una stella del pop, ma un po’ di luce riflessa, nel decennio prima ancora, bassista nei Talk Talk di quel genio venuto purtroppo a mancare nel 2019 di Mark Hollis. Collaborazione totale (otto dei dieci brani, così come la regia, portano la firma di entrambi; i due rimanenti sono uno siglato Gibbons e l’altro Webb) che coinvolgeva una folla di musicisti da non credersi (una quarantina) a fronte di un disco dalle atmosfere spesso rarefatte, questo autentico capolavoro condivide poco, quasi nulla con ogni altra produzione precedente e successiva della Gibbons. Idem per quanto riguarda Webb se si fermano le lancette del tempo a quell’anno. Aspettiamo da allora un seguito e per essere tale al pur meraviglioso “Drift Code”, con il quale lo scorso anno il nostro uomo si è riaffacciato a un’ideale ribalta mai più calcata da allora, per esserlo manca appunto Beth Gibbons.

Opera fuori dal tempo (programmatico il titolo) e che a ragione di ciò non è minimamente invecchiata, “Out Of Season” sfugge anche a ogni catalogazione. Parte ambient, l’iniziale Mysteries, ma in breve si trasforma in un’incantevole ballata folk, laddove la successiva Tom The Model è soulful nella voce e fra il pop e il cinematografico nell’orchestrazione. Se Show si colloca a metà fra jazz e cameristica, Romance è una scheggia di Billie Holiday da spaccarti il cuore e Sand River un Nick Drake perduto. Esplicito omaggio, Drake, a quell’angelo caduto? Giusto per come si chiama, giacché giriamo dalle parti di certa classica contemporanea, quando in apertura di facciata Spider Monkey aveva convincentemente replicato Mysteries per poi dare spazio a una Resolve in transito dall’inquietante al seducente. Dopo una Funny Time Of Year che esibisce gli arrangiamenti più sontuosi, l’album si congeda con una Rustin Man dai colori autunnali. Davvero benvenuta questa riedizione Go Beat!/UMC splendidamente suonante: una prima stampa era arrivata ormai a costare duecento euro, poco meno della metà quella su Music On Vinyl del 2011.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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I migliori album del 2019 (8): Edwyn Collins – Badbea (AED)

Sulla copertina del decimo album da solista colui che, con Roddy Frame, fu il massimo esponente di quello che con trasparente omaggio alla Motown venne detto “il suono della giovane Scozia” si porge in tutta la sua dolorosa fragilità. Che non viene dagli anni che ha, che comunque in agosto saranno sessanta, ma dalle emorragie cerebrali (due in pochi giorni), che quasi lo uccidevano nel 2005. Con come conseguenza danni rispetto ai quali la fisioterapia molto ha potuto ma (esplicita in tal senso proprio la foto di cui sopra) non tutto. Ringraziamo che alla fine la voce se la sia ritrovata intatta, il nostro uomo. Ma soprattutto che nella disgrazia si sia mostrato eccezionale per la capacità di affrontarla restando sempre, oltre che combattivo, positivo. La felicità di essere tuttora di questo mondo e in grado di cantarsela e suonarsela, la vita, il sentimento che informa prevalentemente quanto prodotto da allora. E la scrittura? Un altro miracolo: nel contesto di una carriera in ogni caso sempre di livello, tornata agli apici giovanili. Credetemi se vi dico che non è la vicinanza che provo per Collins che mi fa affermare che “Badbea” è il suo disco più bello dal lontanissimo (1982!) esordio degli Orange Juice, il superbo “You Can’t Hide Your Love Forever”. Addirittura.

Anzi, non credetemi e verificate. Vedrete se non vi catturerà subito l’incrocio fra jingle-jangle e techno-pop di It’s All About You, se il tempo non volerà fino alla traccia omonima e conclusiva, unica su cui si allunga un’ombra di malinconia. In mezzo, canzoni clamorose come il Northern soul In The Morning, il pop sentimentale con energia I Guess We Were Young, una Outside punkettona, il pazzesco incrocio Kraftwerk/Dexys Midnight Runners Glasgow To London, una I Want You da Iggy Pop circa “Lust For Life”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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I migliori album del 2019 (10): Sleaford Mods – Eton Alive (Extreme Eating)

Mark E. Smith è vivo e lotta ancora insieme a noi. Alan Vega pure. Non potrebbe averla scritta il primo una frase come “Graham Coxson looks like a left-wing Boris Johnson”? Che oltretutto, con la sua frenesia punk dal martellante al vorticoso, anche musicalmente Flipside non farebbe fatica a confondersi nel suo sterminato catalogo. E non viene facilissimo immaginare la voce del secondo scorrazzare sopra la base metallica, ma melodica, di Big Burt? L’ho sempre pensato (pure voi?): se i Fall avessero provato a fare i Suicide – e fossero nati trent’anni dopo, va da sé – l’esperimento avrebbe avuto come esito il duo formato dal cantante (dal declamante, dal rantolante) Jason Williamson e dal musicista e dj Andrew Fern. Quanto beffardo che vengano da Nottingham e raccontino un mondo, in particolare il loro sempre più disunito Regno Unito, in cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e nessun Robin Hood potrà mai metterci una seppur simbolica pezza.

“Eton Alive” è il quinto album in studio degli Sleaford Mods, il primo a vedere la luce per l’autogestita Extreme Eating dopo che il precedente “English Tapas” era uscito su Rough Trade ed è stato il contatto più ravvicinato che i nostri eroi abbiano mai avuto con un’industria discografica strutturata ancora lungo linee che nel secolo nuovo hanno cessato di avere non direi un senso ma senz’altro un’indispensabilità. Impensabile comunque che questi signori addivengano a qualche compromesso anche nell’assai improbabile caso si ritrovino un giorno a incidere per una major, risulta a oggi il loro lavoro più pop. Non nel senso svalutante che si suole dare attualmente al termine, eh? È che è quello nel complesso più godibile, epidermico senza mai fare davvero male alle altrui di epidermidi, a patto che siano spesse a sufficienza per chi a un certo punto divise un singolo promozionale con il redivivo… ahem… Pop Group. Più che per qualunque altro dei dodici episodi che lo compongono – però pure Policy Cream, che gli va subito dietro e ha un gusto da XTC della primissima ora, non scherza in tal senso – vale per l’electro-funk sull’orlo della disco Kebab Spider: impossibile schiodarselo dalla memoria dopo anche soltanto un ascolto. Se la collisione fra funk e post-punk di Into The Payzone rimanda ai Gang Of Four, O.B.C.T. sono i Joy Division se avessero avuto il sense of humour necessario a inserire in un loro pezzo un assolo di kazoo. Se When You Come Up To Me spiazza porgendosi romantica, sorta di deragliamento alla rovescia, con la sua concitazione Top It Up rimette tutto entro i binari consueti. Un altro pezzo che mi piace molto: Discourse, filastrocca spasmodica su un carillon su di giri.

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I migliori album del 2019 (15): Allah-Las – Lahs (Mexican Summer)

In un mondo in cui i singoli non esistono più (chiamano così il brano che, di norma solo in download o in streaming, anticipa un album; quello con il video su YouTube; più gli altri che seguono) per dei tradizionalisti come gli Allah-Las, innamorati persi di quegli anni ’80 che fingevano di essere gli anni ’60, la scelta della canzone apripista per un nuovo LP (sì, lo fanno uscire anche in CD, ma non ci sono dubbi su quale sia il supporto fonografico di elezione per una band formatasi letteralmente in un negozio di dischi: Amoeba, Los Angeles) è sempre molto ponderata. Simbolica più che altro, eh? Visto che poi i 45 giri li stampano, diversamente dai 33, in piccole tirature per i cultori che non vogliono perdersi un retro ovviamente inedito. Ora: non esistono ancora in formato fisico, ma per presentare il suo quarto album il quartetto californiano di “singoli” ne ha messi fuori per cominciare due. Operando scelte piuttosto… uh… singolari: su YouTube potete gustare una In The Air che ce li porge anglofili come non mai (principali referenti: i Kaleidoscope a lungo oscurissimi di “Tangerine Dream”, AD 1967); su Spotify hanno reso disponibile Prazer em te conhecer, che è tipo un George Harrison versione tropicalista e visto che c’erano avrebbero potuto optare per Royal Blues, che sono direttamente gli Os Mutantes. Quasi un ripensamento allora calare un terzo asso, Polar Onion, in cui li si riconosce subito: jingle-jangle adattato college rock, alla R.E.M. primevi.

E insomma gli Allah-Las ampliano i loro orizzonti ma nel complesso restano quella roba là, una scheggia di Paisley Underground nel cuore di questi aridi anni ’10. Una delle loro canzoni più belle di sempre la spiattellano subito: Holding Pattern, degna dei Byrds iperpsych di Mind Garden.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Kazu – Adult Baby (Adult Baby/!K7)

Torneranno i Blonde Redhead? Vero che è di solo due anni fa l’EP “3 O’Clock” ma “Barragán” ne ha cinque e fra i cultori c’è unanimità al riguardo; fra i nove lavori in studio del gruppo italo-nipponico domiciliato a New York, il più debole. Lontanissimo dai fasti di quel “Melody Of Certain Damaged Lemons” con cui il trio formato da Kazu Makino e dai gemelli Simone e Amedeo Pace si affacciava sul secolo nuovo mantenendo la forza d’urto di un sound che lo aveva fatto iscrivere alla scuola “emuli dei Sonic Youth”, ma per la prima volta ponendolo al servizio di melodie insidiose. Misurandosi con la forma canzone come mai i maestri, ragazza e ragazzi ne superavano la lezione (non nel senso di eguagliarne la grandezza, bensì facendosi cosa “altra”) e con i successivi “Misery Is A Butterfly” e “23” si confermavano nella serie A dell’indie USA. Salvo poi perdere forza propulsiva e capacità di messa a fuoco.

Nostalgia dei Blonde Redhead? Non ve la farà passare il debutto da solista della loro cantante. Aspetto incredibilmente giovanile quando è da oltre un quarto di secolo sulle scene, qui Kazu declina tutt’altro rispetto all’art-pop-rock della casa madre e per cominciare abbassando drasticamente i volumi. “Adult Baby” rimanda piuttosto a Björk (in particolare nell’iniziale Salty, che potrebbe arrivare da “Vespertine”), al Momus più estenuato, al connazionale Ryuichi Sakamoto (guarda caso ospite in un’abbondante metà di programma). È dream pop senza più nulla a che vedere con lo shoegaze, che si affida all’elettronica come a orchestrazioni lievi, fra passi di valzer e aperture cinematografiche. Gradevole, eh? Suggestivo in piccole dosi, ma in questa nebbia di trame tanto intricate quanto impalpabili si finisce per perdersi, per dirla con Hegel, come in una notte in cui tutte le vacche sono nere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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