Archivi tag: indie

I migliori album del 2022 (6): King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me (City Slang)

Che bello potersi entusiasmare per un semi-esordio (pubblicato nel dicembre 2020, con i suoi sei brani per complessivi trenta minuti “Tell Me Your Mind And I’ll Tell You Mine” in altri decenni sarebbe stato considerato debutto in lungo) quale è questo dei King Hannah, duo domiciliato a Liverpool formato dalla cantante e chitarrista gallese Hannah Merrick e dal chitarrista Craig Whittle. È che trasmette una freschezza che sconfina nell’innocenza che inevitabilmente intenerisce. È che la scaletta è benissimo congegnata, con due interludi che sono in realtà introduzioni ai brani in cui sfumano e le dieci canzoni vere che lo compongono che alternano sapientemente atmosfere ed emozioni creando un fluire armonioso. Spostane una e non è che verrebbe giù tutto ma ecco, pur restando un ottimo album “I’m Not Sorry, I Was Just Being Me” non sembrerebbe più il piccolo miracolo che è. Giacché i dettagli sono parte integrante della grandezza. Sempre.

A non essere un dettaglio è come mettendo a nudo i loro cuori ragazza e ragazzo risultino disarmanti anche per il più cinico dei navigatori di lungo corso dei mari del pop. Il che fa sì che l’elenco delle influenze non si trasformi nel solito argomento del “tutto già sentito”. Perché no, perché persino nell’omaggio smaccato ai Portishead di “Dummy” di Foolius Caesar i King Hannah riescono a essere unici. Lo sono a maggior ragione quando squadernano il blocchetto degli appunti: distillando doom dalla prima PJ Harvey in A Well Made Woman, evocando lo Springsteen devoto ai Suicide in Big Big Baby, gettando un ponte fra il Neil Young di On The Beach e quello di Cortez The Killer in The Moods That I Get In, giocando nella traccia omonima lui a far Nick Cave, lei Kylie Minogue.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.441, aprile 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2022 (8): Hurray For The Riff Raff – Life On Earth (Nonesuch)

Lunga la strada che ha portato la statunitense di origini portoricane Alynda Segarra dai due album che si autoproduceva fra il 2008 e il 2010 all’omonimo debutto su Loose Music, che rappresentava nel 2011 il suo ingresso nella discografia ufficiale e nel quale sistemava una scelta di pezzi dai lavori precedenti. E da quello per tramite di ulteriori quattro album a questo, che marca l’inizio di una collaborazione con un’etichetta di enorme prestigio quale la Nonesuch. Percorso affrontato con fierezza e coerenza e nel contempo scansando il pericolo che la sua musica potesse farsi cliché, aggiornandola e arricchendola costantemente ma senza mai perdere il filo del discorso. Sicché qualcosa di indefinibile ma palpabile collega quel “Look Out Mama” che nel 2012 qualcuno descriveva come “una reliquia prebellica che The Band avrebbe potuto ascoltare su un grammofono mentre stava incidendo il primo LP” a “Life On Earth”. Non solo una meraviglia di disco ma quello che potrebbe rendere l’artista di New Orleans una star.

“Nature punk”, lo definisce lei. Del punk conserva invero l’essenziale, lo spirito, ma non aderisce mai alla lettera e se un brano come Precious Cargo non è distante da certi Clash è a “Sandinista!” che rimanda, non a White Riot. Del folk d’antan permangono tracce in un brano omonimo che è delizioso valzer al rallentatore e qui e là in una melodia, una progressione di accordi ma è allora folk-rock, in una Rhododendron con passo alla Roadrunner o in Saga, dove è della prima Chrissie Hynde che si colgono echi. Altre due rispetto a queste pur splendide sono però le canzoni candidate alle classifiche: la schiettamente techno-pop Pierced Arrows; Pointed At The Sun, ballata viceversa gonfia di chitarre indie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.441, aprile 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2022 (11): Dehd – Blue Skies (Fat Possum)

Amor ch’a nullo amato amar perdona induceva nel 2015 Emily Kempf e Jason Balla a porre le basi per un futuro condiviso artistico oltre che domestico. Lasciavano allora le band in cui suonavano (due a testa!) rispettivamente basso e chitarra per fondarne una loro che completavano chiedendo al comune amico Eric McGrady di sistemarsi dietro una batteria (strumento di cui per inciso era completamente a digiuno) costituita unicamente da un timpano e un rullante. Catalogabile alla voce surf-punk, l’omonimo debutto del 2016 sarebbe potuto restare il loro unico album se i due avessero deciso, quando l’anno dopo si separavano, di sciogliere contestualmente il gruppo. Optavano invece per (come si suol dire) “restare amici” e fare di dolore e rimpianto, tenerezza e rabbia il carburante emotivo nel 2019 di “Water”. Buon per loro e per noi, siccome quel disco li promuoveva da un’onesta serie B a un’ideale Major League dell’indie USA.

Lei cita come influenze James Brown, Roy Orbison e Dolly Parton, lui Cocteau Twins, Broadcast e Cate Le Bon, ma tolta quest’ultima bravo chi riesce a trovarne pur minime tracce in un album sulla falsariga del precedente (2020) “Flower Of Devotion”. A parte che l’asticella si alza ancora e il peculiare sound del trio, apparentemente sgangherato e al contrario sublime meccanismo a orologeria in cui ogni ingranaggio contribuisce al moto perpetuo dell’assieme, raggiunge la perfezione. Immaginate di fondere il minimalismo ritmico e ultra-melodico degli Young Marble Giants e la psichedelia post-punk dei Soft Boys, shakerate e otterrete un distillato della leggendaria classe dell’86 UK. Non ascolterete quest’anno una canzone più irresistibile di Bop, in tutti i suoi novanta cretinissimi e gloriosi secondi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2022 (14): Alvvays – Blue Rev (Polyvinyl)

Più che stupirsi per il fatto che questo disco si sia fatto attendere cinque anni, mancando di cavalcare l’onda del successo di “Antisocialites”, alla cui uscita non vi era chi non pronosticasse un futuro da rockstar per gli Alvvays, c’è da essere sorpresi che i Canadesi siano alla fine riusciti a metterlo insieme un terzo album. Giacché e tanto per cominciare a Molly Rankin ─ fondatrice, cantante, chitarrista, leader della band di Toronto ─ rubavano il laptop sul quale aveva archiviato idee sparse e demo completi per il disco. Poi la strumentazione del gruppo veniva in gran parte irreparabilmente danneggiata da un allagamento del magazzino che la ospitava. Dopo di che la sezione ritmica originale dava le dimissioni e se n’era appena trovata una nuova quando il Covid prendeva il mondo in ostaggio. Che saltassero i concerti necessari a una formazione rinnovata per due quinti per testarne l’amalgama era il meno a fronte delle difficoltà semplicemente a provare insieme. A confrontarsi sulle nuove canzoni che nel frattempo Molly e l’altro chitarrista, Alec O’Hanley, avevano comunque scritto, al solito a quattro mani. “Blue Rev” ne mette in fila quattordici e non si rinuncerebbe a cuor leggero a nessuna.

Se sia il migliore dei tre album pubblicati a oggi (il primo, omonimo, nel 2014) da costoro lo stabiliranno gusti e ascolti. Per certo regge il confronto con predecessori brillanti nel loro amalgamare indie di ascendenza UK (scuola C86) e college rock, synth-pop e shoegaze. Una via l’altra piazza a un certo punto tre canzoni che potrebbero davvero far svoltare ragazza e ragazzi: il power pop Velveteen, una soffice Tile By Tile, una Pomeranian Spinster che è quasi una nuova It’s The End Of The World As We Know It.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2022 (15): Horsegirl – Versions Of Modern Performance (Matador)

In un mondo che sempre più velocemente va a ramengo tocca aggrapparsi alle poche buone nuove e una è che hanno ripreso a vendersi le chitarre elettriche e gli acquirenti sono giovani, spesso giovanissimi. Nel caso delle Horsegirl, da Chicago, giovanissime (ecco: un’altra ottima notizia è che cresce la presenza femminile nel rock). A malapena adolescenti Nora Cheng, Penelope Lowenstein e Gigi Reece (le prime due per l’appunto chitarra e voce, la terza alla batteria) quando nel 2019 pubblicavano in Rete il primo brano, oggi che esordiscono in lungo per un marchio storico dell’indie USA quale è la Matador due di loro si sono appena iscritte all’università e l’altra sta finendo il liceo. A sommarne le età non arrivano a pareggiare i sessantasei anni di Lee Ranaldo e nemmeno i sessanta di Steve Shelley, gli ex-Sonic Youth che si sono prestati con entusiasmo a dar loro una mano per due dei dodici brani (tre sono interludi strumentali, nessuna traccia arriva ai quattro minuti) che sfilano in “Versions Of Modern Performance”. Inciso presso l’Electrical Audio Studio di Steve Albini (anni sessanta pure lui quando leggerete queste righe) e con la produzione di John Agnello, un cv che occuperebbe tre colonne e basti dire che oltre che con i Sonic Youth stessi ha spesso lavorato con altri evidenti numi tutelari delle ragazze, i Dinosaur Jr. Si saranno emozionate?

Ci emozioniamo noi all’ascolto di un disco di travolgente freschezza che evidenzia come le artefici abbiano sì mandato a memoria le lezioni di My Bloody Valentine, Pavement e Yo La Tengo (ma pure Gang Of Four benché spesso il basso non ci sia e Stereolab pur mancando quasi sempre le tastiere), per poi però intrecciarle in un sound che è già solo loro. Giovani favolose.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

Dry Cleaning – Stumpwork (4AD)

L’album con il quale i londinesi Dry Cleaning danno un seguito all’acclamato debutto datato aprile 2021 “New Long Leg” è abbastanza diverso da quello da far parlare di un’evoluzione e anche maturazione del quartetto, abbastanza simile da risultare rassicurante per chi già apprezzò il predecessore, troppo per conquistare nuovi cultori a Florence Shaw e soci. È che per chi non è di madrelingua la posizione che resta preminente nel missaggio della voce di costei (di grandissima lunga l’elemento di maggior spicco nella cifra stilistica del gruppo) rappresenta un intralcio rispetto all’apprezzamento pieno di spartiti pure interessanti, non banali. E se anche il tuo inglese è buono a sufficienza da consentirti di decifrare all’ascolto i torrenziali testi (o anche soltanto quanto basta da apprezzarli ─ e lo strameritano ─ leggendoli) sovente ti sorprendi a cercare di ignorare la voce e concentrarti su quanto sta sotto. A maggior ragione perché Florence praticamente mai canta, al più canticchia. Recita, invece. Un sempiterno monologare che all’inizio intriga, alla lunga stanca, alla fine ti fa pensare che sarebbe bello se i dischi dei Dry Cleaning venissero offerti in versione raddoppiata/sdoppiata. Le canzoni, che poi canzoni in senso tecnico non sono, su un primo CD o vinile, le sole basi strumentali sul secondo.

Tant’è. Concentrandosi molto si riesce a cogliere una maggiore varietà di atmosfere rispetto al debutto. Come uno scivolare (ma senza che sparisca del tutto dal quadro, anzi; vedasi una Conservative Hell joydivisioniana) dal post-punk al post-rock, nel contempo concedendosi ganci pop, scorci quasi psichedelici (la chitarra in scia a Tom Verlaine di Driver’s Story; Hot Penny Day), aperture cinematografiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Yeah Yeah Yeahs – Cool It Down (Secretly Canadian)

Alla fine del tour che promuoveva nel 2013 “Mosquito”, loro quarto album e un numero 5 USA (in realtà con vendite inferiori a predecessori che nelle classifiche non erano saliti così in alto ma nei soli Stati Uniti avevano totalizzato un milione e mezzo di copie), gli Yeah Yeah Yeahs avevano annunciato una pausa. È durata parecchio e alcuni concerti nel 2016 per celebrare una ristampa dell’esordio del 2003 “Fever To Tell” (uno dei pochi classici veri del rock anni Zero) e la partecipazione nel 2017 al londinese “All Points Festival” non erano certo bastati ai cultori della band per fugare il timore che lo stop fosse definitivo. A maggior ragione, per via della molteplicità e varietà di impegni extracurriculari dei componenti il complesso e in particolare della carismatica cantante Karen O (due i suoi lavori solistici pubblicati nel frattempo), fonte insieme di consolazione e di cruccio. E invece…

E invece, senza che se ne avesse sentore fino all’uscita in giugno di Spitting Off The Edge Of The World, collaborazione con Perfume Genius che inaugura anche il disco con gioco di vuoti e pieni, turgidezze e struggimenti, Karen, Nick Zinner e Brian Chase sono tornati a declinare comunitariamente il loro art-rock spigoloso e seducente. Quintessenzialmente newyorkese e lo rimarcano il titolo del disco, preso da un brano dei Velvet Underground, e il campionamento delle ESG cui si appoggia la funkissima Fleez: con l’electro-pop Wolf, che la precede immediatamente, la traccia più epidermica di otto che sfilano in 32’40” senza nulla aggiungere ma nemmeno togliere allo status di un gruppo che sarebbe anche potuto non tornare e niente sarebbe cambiato nella valutazione della sua rilevanza. Però è tornato e si può esserne contenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Panda Bear & Sonic Boom – Reset (Domino)

Che strana coppia! In origine un oceano e tredici anni separano Sonic Boom, nato Peter Kember nel 1965, da Noah Benjamin Lennox, classe 1978, in arte Panda Bear. Li accomunano l’amore per la psichedelia e l’essersi iscritti alla storia maggiore del rock: il britannico nei secondi ’80 dividendo con Jason Pierce la leadership degli Spacemen 3, l’americano capitanando negli ultimi due decenni insieme ad Avey Tare gli Animal Collective. Solo che dei primi Sonic Boom era l’anima noisy, dei secondi Panda Bear è quella melodica, colui che a un certo punto li ha trasformati da combo ultra-sperimentale in una sorta di Beach Boys per il XXI secolo. Ma… che dicevo dell’oceano? Prima di mettermi in cerca di notizie riguardo al per me sorprendente sodalizio ho dato una letta alle biografie dei due e li ho scoperti (lo sapevo, me n’ero dimenticato) entrambi degli espatriati. Dove? In Portogallo. Che già avessero collaborato ─ Sonic Boom a “Tomboy” e “Meets The Grim Reaper” di Panda Bear, Panda Bear a “All Things Being Equal” di Sonic Boom ─ mi era proprio sfuggito.

Lunga ma necessaria premessa per dire che se la grafica di copertina farebbe presupporre che a guidare la coppia nelle danze sia Kember l’ascolto rivela “Reset” opera prevalentemente nel solco del Lennox in fissa per Brian Wilson. Per certo mai Sonic Boom si era ritrovato coinvolto in un disco così godibile, irresistibilmente solare, pop.  Quali simbolici apici segnalerei un’esultante Gettin’ To The Point intessuta di chitarre flamencate, il neo-doo wop Edge Of The Edge e una tropicalista Whirlpool. Apprendere che l’opera più che suonata è il prodotto di certosine rielaborazioni di campionamenti di brani anni ’50 e ’60 aggiunge stupore e diletto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.446, ottobre 2022.

4 commenti

Archiviato in archivi

Interpol – The Other Side Of Make-Believe (Matador)

All’inizio della loro carriera per i maligni gli Interpol erano una cover band dei Joy Division che aveva avuto la fortuna di rinvenire chissà dove un gruzzoletto di inediti di Ian Curtis e soci e con quelli aveva messo insieme un album, “Turn On The Bright Lights”. Bello, eh? Ma esageratamente derivativo e passatista. Né giovava alla causa del gruppo newyorkese che il tour promozionale del disco, che toccava pure l’Italia, ne evidenziasse un’algidità che sapeva di alterigia e una sostanziale incapacità di tenere il palco (parrebbe che la situazione non sia migliorata con gli anni). In realtà quell’album, che in ogni caso da subito trovava più estimatori che detrattori, non era così appiattito sul modello di cui sopra, certamente si rifaceva alla new wave primigenia ma mischiando varie influenze con sensibilità sufficientemente peculiare e moderna e, soprattutto, era ben articolato e poteva contare su grandi canzoni. Se non si può dire che il tempo (ricorre quest’anno il ventennale dall’uscita) abbia fatto giustizia è solo perché da lungi è ritenuto un classico e spesso lo si ritrova in liste sufficientemente corpose dei capolavori che hanno segnato la storia del rock. Meritatamente.

Il problema è che da lì è stata tutta discesa. Dapprincipio lenta e, siccome si partiva comunque da molto in alto, almeno “Antics” (2004) e “Our Love To Admire” (2007) restano dischi consigliabili. Poi basta. “The Other Side Of Make-Believe” comincia bene, con una Toni dal suadente allo sferzante, ma subito si perde, ritrovandosi giusto in una Renegade Hearts leggera ma incisiva e nell’occhieggiare ai Japan di Big Shot City. Oggi gli Interpol suonano come una cover band… degli Interpol, con un repertorio di scarti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.445, settembre 2022.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Ghost Power – Ghost Power (Duophonic Super 45s)

C’erano una volta i franco-britannici Stereolab e a dire il vero ci sarebbero di nuovo, ma da quando si sono rimessi insieme nel 2019 non hanno pubblicato nulla che non venisse dagli archivi: fra i gruppi di area post-rock uno dei più geniali e di sicuro (sensibilità pop spiccatissima) il più accessibile. E c’erano una volta pure i più sperimentali Dymaxion, americani, che pubblicarono giusto una manciata di singoli e il cui unico album (in realtà un’antologia) nel Regno Unito vedeva la luce su Duophonic, vale a dire per l’etichetta degli Stereolab. Era allora, nel 2000, che il co-leader dei primi, Tim Gane, e Jeremy Novak dei secondi stringevano un rapporto amicale. Per farlo diventare sodalizio artistico hanno atteso il 2020, quando lavorando il primo a Berlino e il secondo nella sua New York hanno cominciato a scambiarsi via Internet idee e parti strumentali. Offrivano subito un assaggio del potenziale della collaborazione con un 7” cui danno ora più cospicuo seguito con un album che ne riprende entrambe le facciate e aggiunge otto tracce inedite.

Non fosse che gli mancano la parola (è solo strumentale) e Lætitia Sadier, “Ghost Power” potrebbe essere il disco che dagli Stereolab riformati abbiamo finora aspettato invano: fantastico pastiche di pop, krautrock, kosmische musik, colonne sonore, new wave, 39’36” di cui però ben 15’05” occupati dall’odissea “deep in the outer space” di Astral Melancholy Suite. Per arrivarci passerete da genialate come Inchwork (gli Wire alle prese con una melodia di limpidezza kraftwerkiana), Grimalkin (John Barry e i Tangerine Dream che musicano insieme un capitolo di Star Wars) e Vertical Section (novella Popcorn, anche se non se ne accorgerà nessuno).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.443, giugno 2022.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni