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The Lemonheads – Varshons II (Fire)

A un certo punto lo ha capito pure lui: meglio quando fa l’interprete chi a metà ’90 era la rockstar più desiderata di America, il sex symbol della generazione del grunge, che non come autore. Delle… cinque?.. incisioni più memorabili di un gruppo che fu tale solo per un paio di anni e un album, per poi farsi un marchio, già tre erano delle cover – “Luka” di Suzanne Vega, “Different Drum” di Mike Nesmith e “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel – prima che nel 2009 Evan Dando desse alle stampe il primo “Varshons”, collezione tutta di materiali altrui. Era appena il secondo lavoro in studio del secolo nuovo a nome Lemonheads dopo che tre anni prima la ragione sociale era stata riesumata, a sorpresa, per un album omonimo, il primo dal ’96 e dopo che Evan Dando aveva provato a giocarsi, tre anni prima ancora, la carta della carriera solistica.  Senza tornare il divo che sarebbe stato non avesse ceduto di schianto a certe pessime abitudini.

Oggi il quasi cinquantaduenne bostoniano, barbone grigio a celare in parte lineamenti meno rovinati di quanto non ci si aspetterebbe per la vitaccia che ha menato troppo a lungo, porta ancora in giro la sigla Lemonheads e se lo becchi nella serata giusta il divertimento, oltre alla lacrimuccia nostalgica, è assicurato. Buona fortuna a chi ci proverà nelle due date italiane fissate per fine febbraio. Licenziato a dieci anni dal primo, il secondo “Varshons” è al pari piacevole e prescindibile. Convincente sia quando trasfigura country gli Yo La Tengo di Can’t Forget che quando si mantiene più aderente agli originali, si tratti del Bevis Frond in fissa con gli Hüsker Dü in fissa con i Byrds di Old Man Blank o dello scanzonato beat’n’roll di Magnet degli NRBQ. Chiude con Take It Easy degli Eagles ed è invito che rivolge a se stesso come a noi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 406, febbraio 2019.

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I migliori album del 2018 (1): Ty Segall – Freedom’s Goblin (Drag City)

Trentun anni compiuti lo scorso 8 giugno, una somiglianza sempre più spiccata al Billy Corgan ancora biondo, ricciuto e lungocrinito che, diversamente dal nostro eroe, vendeva dischi a milioni (il sospetto è che i due abbiano in comune anche parecchi titoli nelle rispettive collezioni di vinili e CD), nel 2018 Ty Segall ha dato alle stampe, dopo questo che usciva il 26 gennaio e consta di diciannove brani per una durata complessiva di pochi secondi inferiore all’ora e un quarto, altri tre lavori da solista. Esatto. Tre. Se siete dei cultori, e vi siete dunque portati a casa tanto “Joy”, altra ma più succinta rivisitazione di anni ’60 e ’70 assortiti in collaborazione con gli White Fence, che “Fudge Sandwich”, raccolta di cover con dentro di tutto un po’ (dai War agli Sparks, dai Funkadelic ai Grateful Dead, passando per i Gong e gli Amon Düül II e dai Dils a Neil Young), vi starete ora chiedendo che vi siete persi. Vi manca “Orange Rainbow”, un’audiocassetta con dentro tredici tracce di cui sono state distribuite, al pubblico che assisteva a una performance in una galleria d’arte, 55 copie. Uno dei fortunati ha da allora pensato bene di rivendersi la sua su Discogs, a € 175,99. Fatevene una ragione, oppure aspettate che qualcun altro decida di incassare. Tanto potete sempre ingannare il tempo con gli altri due album ancora pubblicati dal nostro eroe nell’arco degli ultimi dodici mesi, no? “Pre Strike Sweep” con i post-punk GØGGS e “The C.I.A.” con l’omonimo trio con la moglie Denee ed Emmett Kelly dei Cairo Gang. Io non li ho ascoltati e non credo nemmeno che li ascolterò. Il mondo non ha bisogno di sei album di Ty Segall all’anno e Ty Segall non dovrebbe farne uscire sei in un anno. Di uno soltanto ogni due anni invece, ma che sia come questo, ne avremmo necessità eccome. Lo brameremmo, allora. E Segall verrebbe riconosciuto per il talento limpido che è – o che sarebbe, non fosse tanto iperproduttivo e dispersivo. Capace che, paradossalmente, venderebbe molti più dischi. Per certo a molte più persone.

“Freedom’s Goblin” è il suo singolo (anche se in vinile è doppio, vista la durata) lavoro da avere. Quello al cui confronto pure i migliori fra i troppi altri paiono minori e roba cui si può rinunciare. A questo proprio no. È come se fosse un “Greatest Hits” dell’autore, a parte che è composto da brani inediti, eccetto uno che rielabora un pezzo già noto. Ed è un po’ il suo “London Calling”, in quanto enciclopedia del rock – principalmente anni ’60 – che più ama. Vi si rinviene dal weird folk all’hardcore, dalla psichedelia più sognante all’heavy metal, ballate alla Beatles e altre cantautorali, schizoidi escursioni no wave e jam alla Crazy Horse, del power pop, persino della disco (squisitamente perversa). Grande è la confusione sotto il cielo? No. Una volta tanto, tutto si tiene. Magnificamente.

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I migliori album del 2018 (9): Anna Calvi – Hunter (Domino)

Fanciulla prodigio certamente no, Anna Calvi, visto che esordiva discograficamente con un singolo nell’ottobre 2010 avendo festeggiato da qualche settimana il trentesimo compleanno. L’omonimo debutto in lungo arrivava nei negozi qualche mese dopo e il seguito “One Breath” si faceva aspettare oltre due anni e mezzo. Nulla rispetto all’attesa, a momenti cinque anni, per “Hunter” e insomma che costei non sia nemmeno una stakanovista è evidente. Dopo di che ci si può interrogare al riguardo: mera pigrizia o un processo creativo lento sposato a un perfezionismo spinto? Scrive tanto e di quel tanto scarta moltissimo o scrive poco rifinendo poi all’infinito? Questioni comunque in fondo oziose per il critico come per il semplice appassionato e la vera domanda è: tutto questo farsi desiderare risulta alla resa dei conti giustificato?

Recensendo proprio per questo blog il lontano predecessore (chi è interessato può leggerne qui) me la prendevo con l’hype inizialmente enorme intorno al “caso Anna Calvi” (soprattutto, contestavo la surreale definizione che ne veniva data di “giovane artista”), ma quanto all’album in sé di riserve ne avanzavo poche: promosso. “Hunter” è parecchio meglio, secondo me. Per “Hunter” sì che qualche iperbole si può spenderla e senza remore mi accodo a chi già lo ha fatto (non ricordo playlist di un qualche rilievo in cui, quando non altissimo, non abbia minimo fatto capolino). L’intensità è maggiore (come se, laddove un tempo ci si concedeva la recita, oggi si strappassero sempre morsi dalla carne viva) e parimenti è salita la qualità di testi e spartiti. Mentre permane la capacità che già c’era di creare un percorso musicale/emozionale imperfettibile: non vedo come si potrebbero sistemare diversamente queste dieci canzoni senza sciupare irrimediabilmente l’assieme. Si parte con la ritmica funk sotto la voce fintamente svagata di una As A Man quindi ceduta in prestito a un coretto pop e ad archi magniloquenti e ci si congeda con una Eden sospesa, di atmosfera, che davvero è come scorressero dei titoli di coda, in cinemascope. E questo subito dopo la delicatissima ballata folk Away, dove Anna si porge solitaria e “unplugged” e tenera, in totale contrasto rispetto a quasi tutto quanto si è ascoltato prima: tipo i turgori Arcade Fire della traccia omonima o una Don’t Beat The Girl Out Of My Boy che scaccia un sentore di jazz con un ascendere vocale che è urlo e furore alla Diamanda Galas; una Indies Or Paradise tanto rock da rasentare l’hard’n’heavy e una Swimming Pool che parte flamencata; la new wave gotica alla Siouxsie di Alpha, il trasparente omaggio a Bowie di Chain, l’alternarsi di estasi e precipizi in vortici che tolgono il fiato di Wish.

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Mogwai – KIN (Rock Action)

Con la loro propensione a creare musiche estremamente atmosferiche e immaginifiche, era nell’ordine naturale delle cose che gli scozzesi Mogwai si ritrovassero a lavorare per la televisione e il cinema. Strano era semmai che ci mettessero dieci anni, proficuamente impiegati a conquistarsi la nomea (loro odiano l’etichetta, ma tant’è) di massimi e più popolari esponenti (d’accordo: non contando i Radiohead, però partiti suonando tutt’altro) del post-rock europeo. Cominciavano nel 2006, creando il commento per il documentario Zidane, un portrait du 21e siècle, e non hanno più smesso, alternando questa produzione a quella degli album per così dire regolari. E hanno sempre preso molto sul serio questa attività. Appena due anni or sono arrivavano addirittura a portarla in tour una colonna sonora, quella di un altro documentario, Atomic, Living In Dread And Promise, eseguendola mentre alle loro spalle ne scorrevano le immagini e relegando il repertorio classico nella seconda parte del concerto. Era in ogni caso un lavoro importante per i Mogwai, il primo realizzato dopo la defezione di uno dei componenti storici, il chitarrista e tastierista John Cummings.

“KIN” è importante per un’altra ragione: per la prima volta sono spartiti scritti per un film di finzione (in precedenza, per i Nostri, solo documentari e la serie TV francese “Les revenants”). Per sapere quanto funzionino al cinema bisognerà naturalmente attendere l’uscita nelle sale della pellicola fantascientifica che accompagnano. Sanno in ogni caso camminare pure da sole queste otto tracce strumentali dal sobrio al luttuoso, eppure violento (episodi migliori una Flee in transito da Henry Mancini ai Neu! e lo space rock Donuts), con approdo all’unica canzone We’re Not Done, un gioiellino di shoegaze pop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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Low – Double Negative (Sub Pop)

Scalpore fra i fan dei Low – a quell’altezza un culto consolidato e del resto era già il loro album numero sette – quando nel 2005 firmavano per la Sub Pop e davano alle stampe “The Great Destroyer”. A suscitare perplessità e reprimende “a prescindere” non era tanto che passassero di categoria, dopo tre lavori per l’inglese e piccina Vernon Yard e altrettanti per un’indipendente di medie dimensioni come la Kranky, di Chicago, quanto che si accasassero presso l’etichetta che verrà sempre ricordata come la casa del grunge, la Sub Pop. Ma come! Proprio loro che all’apparire alla ribalta erano stati considerati la più sommessa e per questo più potente delle antitesi del grunge? Alfieri della scena slowcore, artefici di una musica impalpabile e lentissima. Aveva tuttavia un senso che quello che è fondamentalmente un duo formato anche in una vita da coniugi dal chitarrista Alan Sparhawk e dalla batterista Mimi Parker scegliesse quel marchio per pubblicare quel disco: “The Great Destroyer” li vedeva per la prima volta alzare almeno ogni tanto i volumi ed evidenziava contestualmente un’inedita vena pop.

Tredici anni e cinque album dopo l’etichetta è la stessa, la musica no ed è uno scarto inatteso e nettissimo rispetto anche all’immediato predecessore (del 2015), “One And Sixes”. Facile prevedere che il dibattito fra i seguaci della band si infiammerà come mai prima, nulla al confronto la diatriba di cui sopra. È che musica così i Low non l’avevano mai prodotta (appena alcuni anticipi nel comunque infinitamente più potabile “Drums And Guns”, del 2007): foschissima, claustrofobica, spesso fragorosa e distorta. Fra un distendersi di bordoni e un crepitare di energia statica, non una traccia si distingue davvero fra le undici che sfilano. Il coraggio è apprezzabile, l’ascolto faticosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018. “Disco dell’anno” per “Uncut” e, qui in Italia, sia per “Blow Up” che per “Rumore” e altissimo in innumerevoli altre playlist, fra le quali molte personali di gente che professionalmente e/o umanamente stimo assai: “Double Negative” è diventato il lavoro più acclamato nella venticinquennale vicenda dei Low. Io, che li ho sempre adorati, l’ho invece detestato con ogni più intima fibra del mio essere. Sarà un problema mio, probabilmente. Sarà che mi è toccato farci i conti nell’estate più stressante e brutta della mia vita, ma l’ho trovato insopportabile. Per me “Double Negative” è l’estate del 2018. Non lo riascolterò mai più.

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The Chills – Snow Bound (Fire)

In una lista di decine di nomi (trentadue per Wikipedia e secondo altre fonti la formazione che nell’87 registrava il primo album “vero” era la decima: in sette anni!) si potrebbe tranquillamente affermare che, tolto il leader e solo punto fermo Martin Phillipps, il componente più influente dei neozelandesi Chills sia stato il batterista con cui incidevano nel 1982 il debutto a 45 giri Rolling Moon. Contribuiva a quello e a null’altro più il povero Martyn Bull, siccome mesi dopo soccombeva alla leucemia e per Phillipps era un evento tanto traumatico da indurlo a cambiare provvisoriamente nome al gruppo. Elaborava il lutto con la mortifera Pink Frost, stupendo ossimoro di canzone nel contempo squillante e tenebrosa e, non avesse firmato che quella, un posto nel Pantheon dei grandissimi del pop-rock chitarristico già lo avrebbe garantito. Un paio di anni ancora e I Love My Leather Jacket – argomento: un giubbotto regalato al Nostro dallo sfortunato batterista – era il brano che apriva alla band le porte del mercato americano. Clamorosamente nei primi ’90 avrebbero girato negli USA in ambito major, ultimi alfieri del college rock nel mentre i R.E.M. ne diventavano le superstar.

Sopravvissuto a quel flirt con il successo vero e soprattutto a certe pessime abitudini, Phillipps tre anni fa riesumava la storica ragione sociale per il primo lavoro a nome Chills del nuovo secolo, “Silver Bullets”, e ora persevera con una collezione tanto concisa – dieci tracce, 33’27” – quanto del tutto all’altezza della sua piccola leggenda. “Snow Bound” si segnala come indispensabile se l’elenco dei vostri amori annovera Smiths, Go-Betweens, Lloyd Cole, House Of Love. Facile però, in tal caso, che pure i Chills siano per voi degli eroi e non abbiate atteso di leggerne qui per catturarlo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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The Coral – Move Through The Dawn (Ignition)

D’accordo: l’abito non fa il monaco e non è dalla copertina che si dovrebbe cominciare a giudicare un disco ma… quanto è brutta quella di “Move Through The Dawn”? Fuorviante oltretutto (qualcuno ha detto Sigue Sigue Sputnik?), laddove i primi tre album della compagine del Merseyside si raccontavano già dalla grafica deliziosamente Sixties. Il nuovo secolo era ancora nuovo e gli al tempo giovanissimi Coral mietevano consensi di critica e di pubblico (alla seconda prova in lungo, con “Magic And Medicine”, si prendevano la vetta della classifica UK) con un sound fra pop, folk-rock e psichedelia. Vintage senza scadere nel calligrafismo revivalista, colto il giusto per fare innamorare un pubblico smaliziato e nel contempo frizzante a sufficienza, e cioè parecchio, da conquistare la più vasta platea generalista, digiuna o quasi di referenti, tolto il più ovvio vista anche la provenienza geografica. Per quanto dai Beatles non abbiano in realtà assorbito granché James Skelly e soci, non direttamente almeno, preferendo farsene ispirare per così dire di seconda mano, via Badfinger, Oasis o ELO.

Molto in questo nono lavoro in studio dei Coral, sin dagli arrangiamenti di archi sopra le righe, rimanda proprio alla creatura di Jeff Lynne ed è conferma che, come decennio di riferimento, i ’70 pesano ormai quanto i ’60. Meglio però, allora, quei ’70 inediti per i Nostri esplorati nel precedente “Distance Inbetween”, il loro disco più rock e, a sorpresa, krautrock. Qui più che i Can (e magari gli Stooges) si evocano dei Traveling Wilburys girati Britpop ma sfortunatamente con una scrittura qualunque, come mai prima. Tre belle eccezioni: una Eyes Like Pearls profumata di Beach Boys; She’s A Runaway, dall’efficacissimo ritornello; la squisita ballata folk After The Fair.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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