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Ride – Weather Diaries (Wichita)

Non c’è due senza tre, si annunciava un mese fa dicendo del nuovo Slowdive, il primo dal ’95, ricordando come i My Bloody Valentine avessero interrotto già nel 2013 un silenzio nel loro caso durato ventun anni. Dei tre gruppi leader del cosiddetto shoegaze mancava all’appello solo il quartetto di Oxford, ma già l’uscita di “Weather Diaries”, peraltro annunciato in febbraio da due singoli, era fissata. Eccolo. Promettevano bene la stratificata quanto immediatamente seducente Home Is A Feeling e, soprattutto, Charm Assault: sulla quale il comunicato stampa a corredo di questo disco si diffonde a lungo, chiamando in causa My Bloody Valentine e Tame Impala, gli Who, i Sonic Youth come David Bowie. Quando sarebbe bastato dire che sono i nostri eroi che provano a emulare il classicone che nell’87 inaugurava la carriera degli House Of Love Shine On. Variandolo quanto basta a farlo loro.

Promettevano bene: ma cosa? L’album mantiene e il disegno si svela subito: riprendere il discorso non da dove si era interrotto, nel 1996, con l’orrido “Tarantula” (presto disconosciuto dal gruppo stesso e messo fuori catalogo a tempo di record dalla Creation) bensì da un qualche momento compreso fra “Going Blank Again” del 1992, un lavoro iscrivibile ancora al canone shoegaze, fatto di melodie insidiose sepolte sotto coltri di frastuono chitarristico, e “Carnival Of Light” del ’94, tentativo non del tutto riuscito ma interessante di ricollegarsi alla psichedelia britannica. “Weather Diaries” è mediazione viceversa felice fra un pop (Lannoy Point, la traccia omonima) che gioca a fingere di negarsi ed escursioni non nostalgiche (una Lateral Alice che evoca gli Spacemen 3, il jingle jangle affogato nel noise di Cali) in anni ’60 che vedono all’orizzonte il krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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Slowdive – Slowdive (Dead Oceans)

A questo punto della Sacra Trimurti che dominò l’epoca breve della scena “che celebrava se stessa” mancano all’appello solo i Ride. Ancora per pochissimo tuttavia, giacché quando avrete fra le mani questo numero sarà fuori il loro “Weather Diaries”, primo lavoro da ventun anni in qua. I My Bloody Valentine erano tornati nel 2013 con “MBV”, disco che interrompeva un silenzio che di anni ne era durato ventidue. Quanto agli Slowdive li si attendeva (per così dire, visto che non si sono rimessi insieme che nel 2014) dal 1995, da quel “Pygmalion” che rimediava loro cattiva stampa, vendite infime e il benservito dalla Creation. Si chiudeva così, fra indifferenza e pernacchie, la stagione in ogni senso ruggente di quello shoegaze che, casualmente o no dirimpettaio britannico del grunge, aveva avvolto la polpa di melodie ineffabili in una scorza di feedback spessa come mai nella storia della popular music. Dopo essere stato esaltato veniva liquidato frettolosamente, salvo poi tornare in auge sul finale del primo decennio del secolo nuovo con quel dream pop che ne è una riedizione un po’ (tanto) esangue.

Evidenziano ben altra verve e sostanza i vecchi campioni. Significativamente omonimo, “Slowdive” opera sintesi dei diversamente classici “Just For A Day” (1991) e “Souvlaki” (1993) piuttosto che ripartire dallo sperimentale sull’orlo della ambient “Pygmalion”. Ma non si limita al compitino, tutt’altro, in un ampio arco con agli estremi la travolgente, gioiosa e persino innodica Star Roving (la loro cosa più esuberante di sempre) e l’estatica ballata pianistica Falling Ashes. Ciò che sta in mezzo sono i Cocteau Twins se fossero stati dei Sonic Youth influenzati da Brian Wilson. A lamentarsi che non c’è nulla di nuovo, ci si dimentica che è di inventori che si parla.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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I migliori album del 2016 (9): Car Seat Headrest – Teens Of Denial (Matador)

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Se John Peel fosse ancora fra noi adorerebbe, ne sono sicuro, i Car Seat Headrest. Perché se si vuole negare l’innegabile, ossia che il rock non sia più (da un bel pezzo, eh?) una musica per giovani, il ventiquattrenne Will Toledo (da Leesburg, Virginia) ti offre dei begli appigli cui aggrapparti. Perché nel 2016 sono usciti un sacco di album notevoli, ma il rock quasi manca dalla mappa e nello specifico manca quell’indie rock – emotivamente plausibile, fruibile ma spigoloso a sufficienza da scansare il classicismo e tener desta l’attenzione – che ha segnato i due decenni a cavallo dell’ingresso nel secolo nuovo: se “Teens Of Denial” sembra per molti versi appartenere a quegli anni carta d’identità dell’artefice, argomenti e intensità tengono lontano qualunque sospetto di revival. E poi l’esercizio calligrafico proprio non appartiene a un talento in tumultuoso sboccio, pieno di estri e sempre disposto all’azzardo. A John Peel piacerebbe, sì. Fosse ancora fra noi, avrebbe sponsorizzato appassionatamente i Car Seat Headrest. Però la canzone che lo avrebbe fatto sul serio impazzire si stacca prepotentemente, inaugurandolo, dal resto del programma di questo disco: per concisione, quattro minuti, ma più che altro per il suo consegnarsi senza ritegno a un ritornello cantato e da cantare a squarciagola. Fill In The Blank è una nuova Teenage Kicks e giuro che non esagero. Dell’inno degli Undertones ha la stessa immediatezza e soprattutto il medesimo sentore – eterno – di adolescenza in cerca di vie di fuga. Da lì la capacità di parlare per sempre a cuori rimasti ragazzini. John Peel si sarebbe commosso. Mi piace pensare che la prima volta l’avrebbe suonata due volte di seguito. “It doesn’t get much better than this”, avrebbe spiegato.

Nemmeno “Teens Of Denial” migliora, nei ben sessantasei minuti rimanenti. Resta però straordinario, piazzando altri tre pezzi – Destroyed By Hippie Powers, molto Pixies; la collisione fra Breeders e Smashing Pumpkins 1937 State Park; i Feelies girati power-pop di Unforgiving Girl (She’s Not An) – di micidiale incisività e per la più parte del resto trovando un ideale, mercuriale compromesso fra la tendenza alla frammentazione dei primi Pavement e la tensione verso l’epica psichedelica di certi Yo La Tengo. Lou Reed è vivo e lotta insieme a noi in (Joe Gets Kicked Out Of School For Using) Drugs With Friends (But Says This Isn’t A Problem) e negli 11’30” di The Ballad Of The Costa Concordia e che posso aggiungere? Dopo qualcosa come undici album pubblicati in proprio fra il 2010 e il 2014 su Bandcamp e un dodicesimo, il debutto su Matador datato 2015 “Teens Of Style”, che ne antologizzava i momenti migliori, Will Toledo si offre nell’esordio “vero” con le stigmate del campione. Mi piace pensare che abbia ancora margini di crescita.

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I migliori album del 2016 (10): Teenage Fanclub – Here (PeMa)

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Come faranno quando decidono che è giunto il momento di porre mano a un album nuovo? Ciascuno porta le sue canzoni, avendo deciso che saranno quelle, oppure sottopone ai soci un ventaglio di scelte e poi si vota? Sia come sia: poche cose al mondo sono più prevedibili di un disco dei Teenage Fanclub. Lo sai prima di averlo fra le mani che conterrà dodici tracce e che Norman Blake, Raymond McGinley e Gerard Love ne avranno firmate quattro a testa. Un altro paio di cose che sai prima di averlo fra le mani: che suonerà più o meno tale e quale al predecessore, che a sua volta suonava più o meno tale e quale al predecessore e così via, da “Bandwagonesque” (di cui nel 2016 si è festeggiato il venticinquennale) in avanti; e che sarà la solita festa di riff incisivi, melodie dall’insidioso al fulminante, armonie vocali da manuale del pop. E ancora questo sai: che ciò nonostante sarà un insuccesso. Lo compreranno i soliti quattro rimasti fedeli alla causa (non inganni il decimo posto nella classifica UK; oggi pure lì basta poco per rimediare un piazzamento in zona alta e chi ha dei cultori che corrono tutti subito ad acquistare l’ultima uscita può stare certo che ci entrerà) e le critiche saranno mediamente positive, sì, ma accondiscendenti. Un altro album dei Teenage Fanclub… sbadiglio… carino… sbadiglio… stessa roba dell’altra volta… sbadiglio… e adesso buttiamo giù altre diecimila battute per convincere un mondo che non ha bisogno di esserne convinto che tutto ciò di cui ha bisogno è il nuovo disco di Beyoncé.

Nel mio mondo ideale per cominciare Blake/McGinley/Love non metterebbero questi intervalli disumani fra un album e l’altro. “Here” lo abbiamo aspettato sei anni e, se ci pensate e se la matematica non è un’opinione, vuol dire che ogni anno i magnifici tre scrivono due terzi di una canzone a testa. E andiamo! E poi nel mio mondo ideale il gruppo scozzese sarebbe strafamoso, mica un delizioso segreto per happy few. Perché non esiste che non sia strafamosa gente che scrive canzoni come se Gram Parsons fosse stato il quarto di Crosby, Stills & Nash, come se i Big Star fossero stati i Fleetwood Mac di “Rumours”.

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Okkervil River – Away (ATO)

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Racconta Will Shelf, il quarantenne texano sin dal ’98 al centro del progetto Okkervil River e da qualche anno e disco di fatto suo unico intestatario, di avere concepito “Away” senza sapere non solo se l’avrebbe pubblicato con la solita ragione sociale ma, addirittura, se l’avrebbe pubblicato del tutto. Prodotto di un periodo complicato e doloroso, fra vecchi collaboratori che alzavano bandiera bianca di fronte alla sempre maggiore difficoltà, in un mercato discografico frammentato all’estremo, di vivere del loro mestiere e lutti personali (buona parte di due anni trascorsi al capezzale di un nonno, poi scomparso, cui era legatissimo), l’album è ora descritto dal suo artefice come “il mio preferito della band, per quanto non sia forse un disco della band”. E sapete come si intitola la canzone che lo inaugura? Okkervil River R.I.P.. Confusi voi pure come Shelf? Io anche.

Che poi sulla carta, sapendo di storia del rock, ci sarebbe di che eccitarsi assai leggendo, prima di ascoltare, di un lavoro realizzato da questo nostro eroe indeciso a tutto circondandosi di musicisti al rock sostanzialmente estranei – chi proveniente dal jazz, chi dall’avanguardia, chi addirittura dalla classica contemporanea – e registrando l’intero programma quasi in diretta, al massimo in due “takes”, con pochissime sovraincisioni. Non vi ricorda – piccola pausa per segnarsi e genuflettersi – quell’alieno capolavoro di “Astral Weeks”? Sfortunatamente Shelf non vi evidenzia la mercuriale ispirazione del Van Morrison post-Them, appiattendosi su un dolente folk psichedelico da camera (unica eccezione la benvenuta vivacità di Judey On A Street) che al meglio ricorda certi American Music Club, al peggio un Andrew Bird perennemente incastrato nello stesso solco, o il Sufjan Stevens più inconcludente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Angel Olsen – My Woman (Jagjaguwar)

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Racconta la cantautrice americana più “hot” del momento che questo che è il suo terzo (o quarto, a seconda che si conti o no un esordio reperibile dapprima solo in cassetta e poi ristampato solo in vinile) album in studio è stato concepito come si usava un tempo con i 33 giri: come un disco di due metà, nel caso specifico chiaramente distinte l’una dall’altra. Se in effetti “My Woman” cambia di passo all’altezza della sesta delle dieci tracce in programma, va però annotato che la versione in formato LP presumibilmente fa iniziare il secondo lato (questione di minutaggio; non mi è stato possibile verificare ma sono certo che sia così) con la settima canzone: e come la mettiamo, allora? Resta in realtà valido il discorso della Olsen: quello che è a oggi il suo lavoro più variegato – e maturo, nel senso classico del termine – si propone puntando ad allargare una platea che fino a ieri era quella tipicamente indie, salvo poi alzare il livello di attenzione richiesto per una sua fruizione piena. Sorta di paradossale selezione alla porta attuata all’uscita invece che in ingresso.

Stupore anche per la scelta dei singoli designati a promuovere l’opera. Passi il folk che trasmuta in rock piuttosto aggressivo Shut Up Kiss Me, ma come si spera di catturare un pubblico nuovo con la liquida grana elettronica di Intern e i quasi otto minuti di acidume alla Mazzy Star di Sister? Tant’è. Io avrei puntato sul folk-rock di ottimo “pop appeal” Never Be More, su una Give It Up quasi R.E.M., su una Heart Shaped Face dal pigro twang alla Norah Jones. Per quanto, dovendo scegliere due apici, candiderei piuttosto l’epopea peregrinante da una tastiera chiesastica a una chitarra pinkfloydiana della quasi traccia omonima Woman e una drammatica Pops per piano e voce distorta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Teenage Fanclub – Here (PeMa)

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L’unione fa la forza e amicizia e talento fanno il resto nel caso dei Teenage Fanclub, con questo undici lavori in studio e non si rinuncerebbe a cuor leggero a uno. Curiosa parabola quella del gruppo fondato nell’89 da Norman Blake, Raymond McGinley e Gerard Love. Con un primo album – “A Catholic Education”, del 1990 – caotico e fragoroso, e poco rappresentativo di quel che sarà, si ritrovavano a cavalcare l’onda del grunge e sembrava che sarebbero diventati famosissimi quando il successivo “Bandwagonesque” capeggiava la playlist di “Spin” nell’anno, fra il resto, di “Nevermind” e “Loveless”. Vendeva anche discretamente, ma da lì sarebbe stata discesa di consensi – pure critici: assurdo – mentre per pochi fortunati la band scozzeze diventava un culto, una collezione via l’altra di power pop che in un mondo più sensato dovrebbe essere ovunque. E invece…

Architrave di un canone formidabile è che tutti e tre i membri fondatori siano compositori di vaglia che si dividono in armonia il repertorio. Scrivo in anticipo sull’uscita fisica di “Here”, con a disposizione solo i file audio e pochissime altre informazioni, e non ho dunque idea di chi abbia firmato cosa. Quel che so è che Darkest Part Of The Night – melodia sontuosa che più che ai Big Star (eroi dei nostri eroi, al punto che chiamavano un loro disco “Thirteen”) rimanda ai Fleetwood Mac di “Rumours” –  è una delle canzoni insieme più stilose e irresistibili ch’io abbia ascoltato da molto tempo in qua. Da chiunque. E che valgono pochissimo di meno la sentimentale con vivacità I’m In Love, la dolente I Have Nothing More To Say (avrebbe potuto scriverla Gram Parsons), una The First Sight degna dei primi CS&N, una malinconica e dolcissima With You. Oh… le tracce in programma sono dodici e avrei potuto citarle tutte.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.379, settembre 2016.

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