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Ali Farka Touré, che oggi avrebbe ottant’anni

Che emozione straordinaria fu – una di quelle che giustificano l’avere dedicato tutta la propria vita di adulto, e già un po’ prima, alla musica – ritrovarsi fra le mani l’omonimo esordio occidentale di Ali Farka Touré, uscito per la World Circuit nel 1987. Non ricordo come fu che me lo portai a casa, se per averne letto sulla stampa estera o per il consiglio di un collega, o un amico. A parte che World Circuit era ed è rimasto un marchio di cui fidarsi, so che avrei potuto catturarlo anche soltanto per quella foto di copertina di un caldo bianco e nero che trovavo e trovo fantasticamente iconica, il nostro uomo sotto un alberello stento in abiti tradizionali, chitarra in pugno, un bel sorriso, uno sguardo franco. E cosa uscì dai solchi! Una musica nello stesso tempo interamente familiare e assolutamente esotica: blues, ma tornato in Africa o forse mai partito da lì. Il paragone più calzante, soprattutto nella conclusiva Amandrai, dal vivo a Londra negli stessi giorni in cui il resto del disco veniva inciso in studio, regista quel Nick Gold che curerà quasi tutti i successivi lavori di Touré, era indubitabilmente John Lee Hooker: simili il minimalismo dell’approccio, il cantato grave, la predilezione per i tempi medi, il ritmico scalpicciare. Lo notarono in molti tutto ciò e da allora non ci fu recensione in cui l’artista maliano non venisse definito “il John Lee Hooker d’Africa” (o, in alternativa, “il Ligthnin’ Hopkins”) e chissà alla lunga quanto dovette infastidirlo tutto ciò, lui che una volta in un’intervista dichiarò che “quando ascolto John Lee Hooker, James Brown, Ray Charles, per quel che mi riguarda è musica del Mali adattata a un altro paese”. Ma tant’è, non era solo pigrizia ma la difficoltà di raccontare una musica ancestrale tutta di terra e d’aria: il pulsare sferzante di Timbarma, il flessuoso flamenco (avrei appreso poi di lontanissime origini moro-ispaniche) Singya, il mesmerico ondeggiare di Nawiye, lo spumeggiare di corde e percussioni di Kadi Kadi, i vortici di Yulli. Otto i brani presentati, cantati in sei delle lingue del Mali e a raccontare di cosa parlassero ci pensavano le note sul retro di copertina. Quasi superflue però, siccome in tutte le lingue del mondo, ad esempio, Kadi Kadi non può essere che una canzone d’amore. Come dire che Ali Farka Touré era uno che sapeva trasmetterti le emozioni che voleva quand’anche (cioè praticamente sempre) non comprendevi una parola di quello che diceva. Scorrendo quelle note si apprendeva che Yulli il Nostro l’aveva scritta nel 1963 e ci si interrogava su quanti anni avesse davvero, giacché in effige ne dimostrava al più trenta e logicamente non poteva essere, e cosa ci fossimo persi nel frattempo.

Alla seconda domanda si otteneva una risposta, tardiva quanto benvenuta, nel 1996, quando la solita World Circuit (sua tutta la discografia di Touré reperibile dalle nostre parti) pubblicava il meraviglioso “Radio Mali”, raccolta di incisioni radiofoniche del periodo 1970-1978. Scorrendo il dettagliatissimo libretto si poteva soddisfare anche l’altra e più spicciola curiosità: Ali Farka Touré era nato nel 1939. Hanno provveduto purtroppo a ricordarcelo i lanci di agenzia che l’8 marzo hanno annunciato, a quarantotto ore dall’evento, la morte di questo grandissimo cantante, chitarrista, autore, messaggero nel mondo della dignità e del genio africani. Si è saputo soltanto allora che da molto soffriva di un tumore alle ossa e si è capito che i silenzi sempre più lunghi fra un disco e l’altro non erano dovuti né a un improbabilissimo “blocco dello scrittore” (uno che poteva contare su un vasto repertorio in gran parte a noi sconosciuto) né al fatto che agli studi di registrazione e ai tour preferisse sempre più il ruolo di patriarca in una cittadina di cui era contemporaneamente il sindaco e il maggiore datore di lavoro. Che preferisse coltivare quella terra ingrata, riarsa, bellissima. Quello stesso 8 marzo il presidente del Mali gli ha conferito alla memoria la massima onorificenza di un paese fermatosi per i funerali.

Consola un poco l’avere appreso, contestualmente alla luttuosa notizia, che Touré aveva appena ultimato un nuovo album che verrà pubblicato nel prossimo autunno. Consola il gruzzoletto di dischi che ci ha lasciato a cominciare dal più recente, quel “In The Heart Of The Moon” in coppia con Toumani Diabaté uscito pochi mesi or sono e già premiato da un Grammy, il secondo per il nostro eroe dopo quello di cui era stato insignito per un altro capolavoro a quattro mani, “Talking Timbuktu”, AD 1994 e realizzato con un Ry Cooder gregario: ubi maior… Parta da lì il neofita assoluto. Potrebbe restarne felicemente intossicato e nel caso prosegua, se vuole andare alle radici di un suono che dà dipendenza, con i succitati “Ali Farka Touré” e “Radio Mali” e con la ristampa congiunta (2004) dei prima irreperibili “Red” (1984) e “Green” (1988). Se vuole invece gustarne evoluzione e/o contaminazioni si procuri “The River” (1990, ospiti alcuni Chieftains), “The Source” (1991, con Taj Mahal), “Niafunké” (1999).

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.621, aprile 2006.

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I migliori album del 2018(3): Dirtmusic – Bu Bir Ruya (Glitterbeat)

All’inizio i Dirtmusic erano un trio formato dagli americani Chris Brokaw e Chris Eckman (dei Walkabouts) e dall’australiano Hugo Race (uno condannato a vita a essere etichettato ex-Bad Seeds, quando vanta una discografia da solista folta e rimarchevole) per suonare in acustico un blues gotico infiltrato di country, o viceversa, recitandoci sopra più che cantandoci. Solo che nel 2008 si ritrovavano al “Festival au Désert”, a Timbuktu, a suonare in jam con i Tamikrest e immediata era la metamorfosi di un sound che si elettrificava, diventando maelstrom spiccatamente psichedelico e insomma la world music più accesamente e visionariamente rock in circolazione. Se ne faceva primo manifesto, nel 2010, il secondo disco dei Nostri, “BKO”, registrato in Mali e con in scaletta fra il resto una stratosferica cover di All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground. Per niente fuori posto. Otto anni e tre album dopo, né Brokaw né i Tamikrest sono più della partita e ci si sposta svariate migliaia di chilometri a ovest, a Istanbul. Non cambia l’eccitazione travolgente trasmessa anche da queste nuove sette tracce, analoghe le suggestioni.

A dar manforte a Eckman e Race sono stavolta i turchi Murat Ertel, leader degli ultralisergici Baba Zula e maestro di chitarra saracena, e Ümit Adakale, percussionista. È a oggi il disco forse più denso e intenso dei Dirtmusic, inquietante in brani come The Border Crossing, scuro funk post-punk con echi persino del Pop Group, una stralunata Outrage, una stridula traccia omonima addirittura in area illbient. Per viaggi un filo meno stressanti in altre dimensioni rivolgersi a una tambureggiante Go The Distance, infiltrata di surf e rock-blues, e all’incantata (la voce è della grandissima Gaye Su Akyol) Love Is A Foreign Country.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.396, febbraio 2018.

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No more rockin’ the casbah – Per Rachid Taha (18/9/1958-12/9/2018)

Era come un Joe Strummer d’Algeria, coverizzò alla grande Rock The Casbah e significativamente si ritrovò più volte a condividere questo e quel palco (e in un’occasione anche uno studio di registrazione) con Mick Jones. Beffardamente, proprio come Joe se n’è andato nel sonno, per una crisi cardiaca.

Rachid Taha era un grande, un grandissimo, e almeno due (o anche tre) dei quattro album di cui oggi recupero le recensioni vi farebbe proprio bene averli.

Diwân (Barclay, 1998)

Lungo il percorso che porta Rachid Taha allo stardom. Comincia negli ’80, alla testa dei franco-algerini Carte de Séjour, sorta di Clash con un piede nella casbah la cui popolarità non supera i confini francesi. È solo quando nei primi ’90 intraprende la carriera solistica che Taha assurge a solida fama nella sua terra di origine, prendendo da lì le mosse per conquistare l’Europa, a partire naturalmente da quella francofona, e gettare a fine decennio un amichevole guanto di sfida (i due hanno anche condiviso un live) a Khaled. Se il re del raï può vantare eclettismo e carisma maggiori e una più pronunciata sensibilità pop, Taha ha dalla sua una forza d’urto alla quale il pubblico del rock non può restare indifferente. “Diwân” aggiorna la tradizione con un misto di rispetto e spirito punk che stende.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, giugno 2012.

 

Live (Barclay, 2001)

C’erano una volta, tanto tempo fa (correvano ancora gli ’80), i Carte de Séjour, francoalgerini che applicavano etica e suoni punk alla rivendicazione delle proprie origini. Insomma: quasi dei Clash nati fra i bordelli di Orano e traslocati bambini nella matrigna Francia. Ma nonostante le epopee di Mano Negra e Négresses Vertes incombessero il pop transalpino non era ancora quella pregiata materia di esportazione universale divenuta in seguito e la loro fama rimase dunque una faccenda locale. Dei Carte de Séjour Rachid Taha era il leader. Esauritasi tale esperienza ha intrapreso una carriera solistica che aveva avuto a oggi i suoi approdi più importanti a cavallo fra il ’98 e il ’99. Nel 1998 vedeva la luce quello che è il suo capolavoro in studio, “Diwân” (abbondantemente saccheggiato in questo “Live”): lì Rachid rendeva il raï ancora più una storia di crossover di quanto non sia geneticamente, omaggiando la tradizione algerina nel mentre la mutava in qualcosa di decisamente altro. Grande il successo su entrambe le sponde del Mediterraneo e a celebrarlo e consolidarlo giungeva l’anno dopo “1, 2, 3 soleils”, disco dal vivo collettivo condiviso con gli altri divi Khaled e Faudel. Come loro, Rachid Taha è ormai uscito da un mercato etnico per salire alla ribalta del pop globale. Anche superiore il suo potenziale rispetto a Faudel. Se il paragone è invece con Khaled, si può dire che di costui non abbia né il carisma né la sensualità ma che supplisca con una forza d’urto che dovrebbe renderlo particolarmente gradito al pubblico del rock.

Basta già il formidabile impatto dell’iniziale Menfi a chiarirlo: un attacco di acustiche flamencate e subito, fra percussioni fitte e una melodia beduina, un riffone hard di strepitosa potenza. Impossibile resistere. Si apre così quasi un’ora e venti di danze sfrenate che più che il sinuoso da DNA arabo corteggiano il pogo. Che dire ad esempio di Nokta se non che trasporta i Living Colour ad Algeri (o nella casbah di Marsiglia)? Risultano persino più taglienti le chitarre elettriche di Barra barra e se possibile più funky quelle di Voila voila, la cui scansione è praticamente techno. Al congedo di Garab il pubblico del teatro belga in cui il disco è stato registrato arriva in delirio. Stessa sorte toccherà a chi si collega da casa. Vista la lunga carriera di Taha, sarebbe offensivo nei suoi confronti annotare che è nata una stella. Tutti potranno però ora accorgersi di quanto brilli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.469, 15 gennaio 2002.

Bonjour (Barclay, 2009)

Chissà se qualcuno l’ha fatto notare, a Rachid Taha, che nella sua media età fisicamente sta finendo per somigliare sempre più a Joe Strummer. Magari Mick Jones, che con il Nostro si ritrovava qualche tempo fa a condividere un palcoscenico londinese. Se sì, deve avergli fatto piacere e d’altro canto quei Carte de Séjour con i quali affrontava per la prima volta una ribalta nascevano come una versione franco-algerina dei Clash. Rock the Casbah, ma davvero, e prima di quella “Rock The Casbah” di cui Taha non mancherà di appropriarsi, o per meglio dire di riappropriarsi. Dalla fine nell’89 di quell’avventura di successo rimarchevole oltr’Alpe, ma solo lì, il nostro uomo ha preso a costruirsi ripartendo dalla casa dei padri (Orano) una visibilità internazionale che si faceva meritatamente diffusa nel ’98 con il magnifico “Diwân”: omaggio a radici rivisitate con un rispetto pari all’ardore iconoclasta di uno che del raï è considerato un maestro (secondo forse solo a Khaled) ma che nel suo cuore si sente un rocker.

Però anche i punk invecchiano, si addolciscono, magari mettono su famiglia e la sera cantano una ninnananna ai figli e Rachid Taha a questo ammorbidirsi con grazia ha deciso di arrendersi, perlomeno in “Bonjour”: nettamente il suo album più romantico, a partire da una programmatica “Je t’aime mon amour”, flamencata su una scansione hip hop. È un disco che all’ardore preferisce la tenerezza, che il raï per una volta lo innerva, più che di rock’n’roll, di downtempo (connubio di micidiale efficacia in “It’s An Arabian Song”) e di una chanson post-Négresses Vertes (vedasi traccia omonima). L’essenziale è saperlo prima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 309, marzo 2010.

Zoom (Naïve, 2013)

Dici un nome per identificare il raï ed è Khaled. Per il numero due se la battono da tempo immemore Cheb Mami e Rachid Taha, o forse no. Nel senso che al secondo – che d’altro canto si affacciava alla ribalta buoni trentadue anni fa alla testa di quei Clash franco-algerini chiamati Carte de Séjour – il raï è sempre andato stretto, l’etichetta “world” non gli è mai garbata granché e insomma lui nel cuore si sente un rocker. Al limite un po’ indeciso se essere il Joe Strummer di Orano oppure il Johnny Cash. Passati i cinquanta, era parso che il vecchio ribelle un po’ si andasse ammorbidendo. Nel 2009 “Bonjour” si segnalava come il suo lavoro di gran lunga più soffice e romantico, sin da una traccia iniziale significativamente intitolata Je t’aime mon amour. Pressoché del tutto dimentico del punk, lì il pop maghrebino si mischiava con il downtempo e con una forma di chanson post-Négresses Vertes.

Buon disco, ma che “Zoom” sia un’altra cosa di nuovo provvede il primo brano a segnalarlo, Wesh (N’Amal), micidiale mischione di funk, flamenco e surf concepito con quel Justin Adams noto come collaboratore sia di Jah Wobble che di Robert Plant e titolare della regia dell’intero lavoro, in un singolo episodio – la sferragliante, conclusiva Voila voila – in team con Brian Eno. E a proposito di ospiti illustri: da un Algerian Tango su cui la dice lunga il titolo fa capolino l’inconfondibile voce di Mick Jones ed è un nuovo sigillo di approvazione (ai due capitò anche di dividere un palco) per un artista che fra le sue interpretazioni più celebri annovera una travolgente Rock The Casbah. Apici di un lavoro dove per buona parte del programma i ritmi tornano a salire e le chitarre a mordere sono l’esplosiva “Fakir” e una “Les artistes” che omaggiando Elvis, Lennon e Cobain finisce per girare dalle parti di Alan Vega, o di Tav Falco. Elvis era già stato chiamato in causa con un brano non proprio dei suoi più memorabili, “Now Or Never”, ma azzardandone una lettura che sistema Napoli su un’ideale rotta capace di congiungere Algeri a Bollywood Taha finisce per dare un senso all’azzardato recupero.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.178, marzo 2013.

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Vent’anni fa: il Buena Vista Social Club alla Carnegie Hall

Il 1° luglio 1998 il carrozzone esilarante e commovente del Buena Vista Social Club arrivava alla Carnegie Hall. Dieci anni e tre mesi più tardi un doppio CD documenterà integralmente una notte da mito di cui il film di Wim Wenders non aveva potuto, giocoforza, che regalare qualche fulminante estratto.

Lo considero il migliore disco nel quale io abbia mai suonato, un apice insuperabile per la mia personale vicenda artistica. E mi sento come se tutto quanto lo ha preceduto non sia stato che una preparazione per questa esperienza”: così Ry Cooder alla BBC nel 1997, poco prima che “Buena Vista Social Club” l’album arrivasse nei negozi. “È stato come se tutti i geni uscissero a un tratto dalla lampada”: a parlare è ancora il chitarrista e produttore, dopo la serata newyorkese di cui sopra. “Essere testimone di un momento eccezionale in vite a loro volta eccezionali è stato un privilegio grandissimo, nonché un piacere indescrivibile”, ricorda il regista di Buena Vista Social Club il documentario. Mentre Nick Gold, il discografico che diede l’imprimatur all’operazione, sottolinea che “fu un qualcosa di unico, imprevedibile, irripetibile”. E aggiunge: “Naturalmente eravamo consci di avere realizzato un album speciale, ma nessuno di noi si sarebbe mai aspettato un simile impatto”. Il timbalero Amadito Valdés, collaboratore principe del pianista Rubén González dopo avere svolto lo stesso ruolo fra gli altri con Paquito D’Rivera, si interroga tuttora sulle ragioni e i meccanismi di un successo clamoroso. E la sua risposta è che un segreto non c’è, o per meglio dire c’è ma è sotto gli occhi di tutti: “Buena Vista Social Club” piacque e continua a piacere così tanto perché nacque e si sviluppò senza intenti commerciali. L’unico scopo era rimettere agli onori delle cronache artisti grandi quanto dimenticati, portarli di nuovo su un palco: e chi mai avrebbe potuto pronosticare che la ribalta sarebbe stata una delle più prestigiose al mondo? Né la Carnegie Hall era un gran finale, piuttosto uno stimolo a proseguire l’avventura guadagnando, se possibile, in slancio ed entusiasmo. A pensarci, ovviamente immalinconisce che l’urgenza non fosse quella che dà di norma la gioventù bensì l’opposto, una consapevolezza di mortalità che non poteva non permeare gente che non è più fra noi e aveva al tempo novantun anni (Compay Segundo), ottantuno (Pio Leyva), settantanove (Rubén González), settantuno (Manuel Licea e Ibrahim Ferrer). Invano però cercherete – nelle bellissime immagini di Wenders, nel “Buena Vista Social Club” in studio come in questo “nuovo” “At Carnegie Hall” – del magone nel magico: anche nei momenti più toccanti – il preferito di Wenders probabilmente il preferito di chiunque: quando alla fine del duetto in Silencio Ferrer asciuga le lacrime che Omara Portuondo non ha più trattenuto – c’è un senso intimo di trionfo che fa esultare. Dispiace, allora, che non tutti coloro che parteciparono al concerto newyorkese siano vissuti abbastanza da vederlo diventare un doppio album e il capitolo conclusivo della pazzesca saga, ma nel contempo conforta il pensiero che dopo la Carnegie Hall si siano tolti tante soddisfazioni ancora. Ad esempio un trionfale spettacolo torinese, nell’estate 2000, di fronte a oltre dodicimila persone (c’ero; invidiatemi). Ad esempio un tot di lavori solistici (tre Ibrahim, due Rubén) acclamati quasi quanto il capostipite della formidabile genìa. Non altrettanto venduti ma i miracoli succedono una volta, quando succedono. O no? In questo racconto, di prodigi se ne contano minimo due.

Il primo? Cominciava tutto per caso e a causa di una burocrazia per una volta benedetta. Marzo 1996, L’Avana, studi Egrem. Già leader dei Sierra Maestra (quattordici gli album all’attivo), quarantaduenne e dunque giovanissimo rispetto ai più fra i musicisti e i cantanti che coinvolgerà, Juan de Marcos González è alle prese con la realizzazione di un sogno: un complesso e un disco che celebrino l’età aurea – gli anni ’40 e ’50; prima della Rivoluzione – della musica cubana sistemando spalla a spalla i protagonisti superstiti di quell’era con gli ideali figli e nipoti. A sottolineare le radici africane della musica locale, il gruppo viene battezzato Afro Cuban All Stars. Basta una settimana a imprimere su nastro l’eccellente “A toda Cuba le gusta” e a incisione ultimata si dovrebbe immediatamente porre mano, nei piani, a un progetto viceversa sperimentale, un album cui parteciperanno musicisti del Mali. Intoppo: bizzarramente, visto che a Cuba è riuscito ad arrivare senza problemi Ry Cooder a dispetto dell’ultratrentennale embargo esercitato dagli USA nei confronti dell’isola di Fidel, costoro non ottengono i visti. Che fare? Si continua a registrare, ampliando ulteriormente una compagnia che arriverà a comprendere un paio di decine di nomi, i più con alle spalle storie straordinarie che vengono sottratte a crepuscoli ingiusti. Come i già più volte citati Rubén Gonzalez e Ibrahim Ferrer, leggende viventi ma da lungi non praticanti. Il primo non tocca un pianoforte da moltissimo e manco ne possiede più uno, il secondo lucida scarpe per integrare la magra pensione. Chi si ricorda più, nella stessa Cuba, di Manuel Licea e Pio Leyva, che pure hanno cantato per decenni con le orchestre più celebri? E se Omara Portuondo (una pischella classe 1930) e il vegliardo con sigaro Francisco Repilado, meglio noto come Compay Segundo, godono ancora di una certa popolarità e possono esibirsi dal vivo con buona frequenza, la loro è tuttavia un’esistenza (preclusi da tempo immemorabile i più ricchi mercati esteri) di poco sopra una dignitosa povertà. Sia come sia: motore decisivo, con Cooder e Juan de Marcos, il virtuoso del contrabbasso Orlando “Cachaito” Lopez, in una serie di sessioni via via più emozionanti vengono incise di quattordici standard della canzone autoctona le versioni definitive. Che ci si trovi dinnanzi a un capolavoro è subito chiaro a chi ha partecipato alla sua realizzazione. Dapprincipio forse meno al patron della World Circuit, Nick Gold, che non lo dà alle stampe che nel settembre dell’anno dopo. Alla fine comunque persuaso di un valore che sottolinea con una confezione adeguatamente lussuosa, all’uscita professa ottimismo riguardo ai potenziali riscontri mercantili, prontamente confortato da una messe di recensioni entusiastiche. Ipotizza un centomila copie di venduto, che nello specifico segmento di mercato sarebbero cifra da urlo. Il suo sbalordimento è quello di tutti nel vedere i numeri moltiplicarsi esponenzialmente per mesi senza nessuna promozione vera. Probabile che stenti a oggi a capacitarsene: un Grammy e otto milioni di copie dopo.

Insomma: “Buena Vista Social Club” è un fenomeno senza precedenti per il pop terzomondista da prima che Wim Wenders inizi a girare l’omonima pellicola. Omaggiato da Cooder già nella primavera ’96 di una cassetta con un missaggio non ancora definitivo, il cineasta tedesco ne è rimasto incantato. Anche di più lo incantano le storie favolose che l’amico gli racconta riguardo alla congrega di arzillissimi vecchietti e i libri e le foto che ha portato con sé dal soggiorno caraibico. “Quando ci torni, avvisami”, gli fa. L’occasione arriva nel ’98, con Cooder alle prese con l’esordio da solista – meraviglioso almeno quanto tardivo – di Ferrer. Non vi ho descritto l’album perché sarebbe stato all’incirca come raccontare “Nevermind” o “Dark Side Of The Moon”, dischi che non vi è chi non abbia orecchiato: superfluo e finanche imbarazzante. Riguardo ai biglietti staccati ai botteghini, ai passaggi televisivi, alle vendite di cassette e DVD del film di Wenders, non ho dati. È in ogni caso uno dei documentari più visti di sempre. È in ogni caso un capolavoro che può raccomandarsi persino a chi non abbia interesse alcuno per la musica cubana o addirittura per la musica in generale. Dice bene l’autore quando rileva come la sua forza sia il fatto che cammin facendo, fra un aneddoto, una registrazione e una passeggiata per le strade dell’Avana, i personaggi che vi sfilano finiscono per sembrare romanzeschi. Eterno quesito: chi imita cosa fra l’arte e la vita? E non è, il concerto statunitense, il lieto fine che tutti avremmo voluto per questa gente fantastica? Perché è delle persone che ti innamori, prima che degli artisti o delle canzoni. Di queste “At Carnegie Hall” (doppio ma al prezzo di un singolo e disponibile dal 13 ottobre) ne regala sedici. Due più del predecessore in studio, sei diverse. È una festa, ma stavolta un po’ fatichi a cacciare la malinconia. Perché ora sai che è la fine, davvero.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.651, ottobre 2008.

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L’oro (caldo) di Napoli degli Osanna

Chi non conoscendo gli Osanna si trovasse a entrare nel loro mondo usando come accesso “Palepoli” – in ogni caso porta ideale, ben più dei precedenti e pur non avari di spunti felici “L’uomo” e “Preludio Tema Variazioni Canzona” – non potrà dubitare per un istante e da subito di dove sia finito: chiaramente in riva al Mediterraneo (per certo lo si coglie anche non essendo italiani) e per la precisione in quella Napoli su cui il titolo dell’album gioca, contrapponendo un’idealizzata città antica a una modernità percepita come corruttrice. Non lasciano dubbi in tal senso già i primi suggestivi due minuti di Oro caldo, compenetrazione, con un leggero pulsare ritmico a legare, di rumori di strada con una melodia popolaresca sinuosa e al pari lieve, disegnata dal flauto di Elio D’Anna e dalla voce in questo frangente muezzinica di Lino Vairetti. Fintanto che un mellotron non divampa trionfante e prende a duettare/duellare con una chitarra elettrica (Danilo Rustici) che fa cosa unica degli insegnamenti di Fripp ed Hendrix: e allora sì che non si possono più avere dubbi, è il Vesuvio quella montagna che si staglia all’orizzonte.

In una scena troppo spesso pedissequa nel rifarsi a modelli esteri, e quasi perversa nella propensione a scegliere i più discutibili, gli Osanna spiccano tanto per l’impronta autoctona che sanno non occasionalmente dare ai loro spartiti che per il buon gusto con il quale si scelgono i principali referenti: più dei soliti Genesis, che in tour nel Bel Paese nel ’72 apposta li scelgono come spalla e con i quali non condividono che la teatralità degli spettacoli, King Crimson e Van Der Graaf Generator. Nelle due lunghe suite (l’altra Animale senza respiro) separate da un interludio che ne costituiscono l’insieme compatto e assai articolato programma, “Palepoli” frulla e alterna assortite musiche etniche e scampoli di blues, hard e passaggi free form, paesaggi pastorali e scorci metropolitani. Spiace giusto una produzione inadeguata, a momenti delittuosa nel suo appiattire l’estro di strumentisti provetti pressoché mondi del peccato supremo del progressive: il narcisismo.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.190, febbraio 2014

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L’acido 1968 di Ray Barretto

Capitolo cruciale nel lungo romanzo di una carriera principiata nei tardi ’40 quasi a prescindere, giacché inaugurava un rapporto con la Fania che si rivelerà lungo e fruttuoso, il tredicesimo LP da leader dell’allora trentanovenne Ray Barretto vedeva la luce nel fatidico 1968 con un titolo quanto mai depistante: “Acid”, a titillare una generazione psichedelica – quella dei “non fidatevi di chi ha più di trent’anni” – che naturalmente non se ne faceva ingannare. Anche perché proprio non prestava orecchio a quello che poteva sembrare solo l’ennesimo disco di un artista estraneo alla rivoluzione in corso nella musica e nella cultura giovanili, più prossimo (e anzi appartenente) alla generazione dei padri. Per quei ragazzi il percussionista newyorkese di trasparenti origini ispaniche, e per la precisione portoricane, poteva al massimo essere un vago ricordo di adolescenza legato a un successo del 1963, El Watusi, brano danzerino simpatico e sciocco con il quale per un attimo l’autore si era ritrovato catapultato nella classifica pop, lui che alle musiche latine era giunto partendo dal jazz e non (come quasi tutto il resto della sua scena) l’opposto. I ragazzi di Woodstock acido ne trangugiavano eccome, ma “Acid” se lo perdevano. Peccato per loro e che ironia, se solo si pensa che fra i trionfatori del festival ci saranno tali Santana che da Barretto una cosa o due l’avevano imparata.

Peccato, perché al di là del titolo l’album a suo modo innovativo lo era e parecchio, così tanto che persino riascoltandolo quei quarantacinque anni in differita la freschezza resta inalterata, il senso d’eccitazione dato dal concepimento nei suoi solchi di un qualcosa di inaudito chiarissimamente percepibile. La copula – sudata ma elegante, come tantissima black dei ’70 che anticipava – è fra rhythm’n’blues e salsa, boogaloo e soul, Africa e funk. Verrebbe da chiamarlo “crossover”, non fosse che il termine andrà in uso per designare tutt’altro nei primissimi ’90. Fermi! Tutt’altro? Gli Urban Dance Squad avranno una hit nel 1991 citando e campionando il pezzo che in origine suggellava il primo lato di “Acid”, A Deeper Shade Of Soul.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n. 188, gennaio 2014.

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Dirtmusic – Bu Bir Ruya (Glitterbeat)

All’inizio i Dirtmusic erano un trio formato dagli americani Chris Brokaw e Chris Eckman (dei Walkabouts) e dall’australiano Hugo Race (uno condannato a vita a essere etichettato ex-Bad Seeds, quando vanta una discografia da solista folta e rimarchevole) per suonare in acustico un blues gotico infiltrato di country, o viceversa, recitandoci sopra più che cantandoci. Solo che nel 2008 si ritrovavano al “Festival au Désert”, a Timbuktu, a suonare in jam con i Tamikrest e immediata era la metamorfosi di un sound che si elettrificava, diventando maelstrom spiccatamente psichedelico e insomma la world music più accesamente e visionariamente rock in circolazione. Se ne faceva primo manifesto, nel 2010, il secondo disco dei Nostri, “BKO”, registrato in Mali e con in scaletta fra il resto una stratosferica cover di All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground. Per niente fuori posto. Otto anni e tre album dopo, né Brokaw né i Tamikrest sono più della partita e ci si sposta svariate migliaia di chilometri a ovest, a Istanbul. Non cambia l’eccitazione travolgente trasmessa anche da queste nuove sette tracce, analoghe le suggestioni.

A dar manforte a Eckman e Race sono stavolta i turchi Murat Ertel, leader degli ultralisergici Baba Zula e maestro di chitarra saracena, e Ümit Adakale, percussionista. È a oggi il disco forse più denso e intenso dei Dirtmusic, inquietante in brani come The Border Crossing, scuro funk post-punk con echi persino del Pop Group, una stralunata Outrage, una stridula traccia omonima addirittura in area illbient. Per viaggi un filo meno stressanti in altre dimensioni rivolgersi a una tambureggiante Go The Distance, infiltrata di surf e rock-blues, e all’incantata (la voce è della grandissima Gaye Su Akyol) Love Is A Foreign Country.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.396, febbraio 2018.

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