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I tanti volti della paura – I Black Sabbath di “Paranoid”

Probabilmente mai copertina, prima e dopo, ha rappresentato lo spirito di un gruppo e l’essenza di un sound come quella del primo e omonimo Black Sabbath. In piedi, in mezzo a una palude vestita dei colori dell’autunno e immersa in una luce di sangue, una misteriosa signora in nero. Alle sue spalle una casa che nel contesto pare non meno sinistra. Appollaiato su un mozzicone d’albero morto un corvo osserva la scena. È una foto, ma la lieve sovraesposizione la fa parere un quadro. Avrebbe potuto immaginarselo Edgar Allan Poe fra i fumi dell’oppio. Avrebbe potuto dipingerlo Dante Gabriel Rossetti per illustrare dei versi della sorella Christina. E Roger Corman o Mario Bava (da un cui film del 1963, I tre volti della paura, distribuito nel Regno Unito come Black Sabbath il quartetto di Birmingham aveva preso il nome abbandonando per strada una prima, anonima ─ Earth ─ ragione sociale), non avrebbero potuto fare di meglio come prima inquadratura di uno dei loro film “de paura”. Che nelle colonne sonore un tema conduttore della potenza e della suggestione di Black Sabbath, la canzone che oltre a ─ ahem ─ battezzarlo apre l’album d’esordio datato febbraio 1970 del quartetto formato dal cantante Ozzy Osbourne, dal chitarrista Tony Iommi, dal bassista Geezeer Butler e dal batterista Bill Ward non lo hanno mai dispiegato: tuoni; uno scrosciare di pioggia; campane; un riff si leva lento e squassante, quietamente brutale e così possono suonare giusto le porte dell’inferno che si spalancano. Non penso di esagerare se affermo che con una confezione meno indovinata il debutto del complesso di Birmingham non si sarebbe rivelato altrettanto epocale. Eppure: una felice scelta di un qualche oscuro discografico, come svelerà già in una delle prime interviste Butler ammettendo che il gruppo si era limitato ad approvarla. Proprio da lì, almeno quanto dal riff di cui sopra e dalle atmosfere plumbee che permeano il disco, nasceva la leggenda dei Black Sabbath satanisti. Giustappunto poco più che una leggenda, operazione di marketing da inquadrare in quello che era il programma del quartetto, ossia forgiare una musica dalle apparenze malvagie capace di indurre in chi ascolta il medesimo, artificiale senso di paura causato da un film dell’orrore. È tutta rappresentazione ─ rientravano nel piano il vestirsi rigorosamente in nero e i crocefissi portati al collo e a lungo messi in bella mostra ─ ma a scorrere il repertorio storico del gruppo i peana al Diavolo risultano tutt’altro che maggioritari.

Anche di “Paranoid”, registrato in una pausa del “never ending tour” allora in corso nel giugno di quello stesso incredibile 1970 ai Regent Sound in Denmark Street, Londra, e nei negozi già in settembre si potrebbe dire che vanti una copertina indimenticabile, ma al contrario. Tanto è suggestiva quella del predecessore quanto risulta grottesca questa, con un tizio che salta fuori da un bosco immerso nel buio brandendo una sciabola lampantemente di plastica, un casco da motorino sulla testa, uno scombinato abbigliamento che vorrebbe essere da guerriero o supereroe ed è da deficiente. Dando a Cesare quel che è di Cesare: questa la idearono i nostri tamarri Fab Four, quando si pensava che l’album si sarebbe chiamato, come la prima canzone, War Pigs. La casa discografica statunitense (Warner Bros) poneva però il veto, quella britannica (Vertigo) lo appoggiava e così era dal secondo pezzo in scaletta che il 33 giri prendeva il titolo: un capolavoro per così dire involontario, buttato giù in venti minuti per fare numero e paradossalmente assurto a brano simbolo del quartetto. Paradossalmente perché, se con il procedere da bulldozer ci siamo, dura assai meno (2’48”) di qualunque altra canzone significativa dei Black Sabbath e non vanta né l’articolazione né gli scarti dinamici che caratterizzano invariabilmente le altre. Butler nemmeno l’avrebbe voluta sul disco, parendogli troppo zeppelliniana, una Communication Breakdown minore. Per la seconda volta nell’ancora breve saga del Sabba il caso giocava allora un ruolo decisivo nell’ascesa alla fama e nella costruzione del Mito. “Black Sabbath” resterà sempre più importante, semplicemente perché fu il primo, ma è questa la pietra miliare che Osbourne, Iommi, Butler e Ward hanno lasciato sulla Route 666 del rock. Dall’invenzione dello slowcore inscenata in partenza da una War Pigs che poi macina implacabile a quella Psychotic Reaction (Count Five; un classico del garage-punk) in versione nibelunga che è Fairies Wear Boots, passando per gli schizzi di Spagna scagliati in orbite extraterrestri di Planet Caravan, il viaggio dalle catacombe al Valhalla di Iron Man, il fosco caos organizzato di Electric Funeral e il ronzante assalto di Rat Salad. Diamante fra i diamanti di abbacinante luce nera Hand Of Doom, più canzoni in una e dentro un assolo da fare studiare a quanti dicono Tony Iommi un chitarrista mediocre. Può darsi. Però efficace ed espressivo mille volte più degli Steve Vai e dei Malmsteen e bisognerebbe allora mettersi d’accordo su cosa voglia dire mediocrità.

Per celebrare il cinquantennale di “Paranoid” la californiana Rhino ha riconfezionato in un lussuosissimo box in vinile (il vero bonus è il libro ora in formato 30×30 e con copertina rigida a corredo) la “Super Deluxe” in quadruplo CD del 2016. Invariate le scalette, i dischi adesso sono cinque, il primo dei quali riproduce pari pari la stampa originale americana, peraltro identica a quella britannica e immagino non ci sia o quasi lettore che già non la possegga. Di maggiore interesse per l’audiofilo è un secondo 33 giri che, discutibilmente ma intrigantemente, offre remixata in stereo la versione quadrifonica del 1974. Laddove per i cultori della band a consigliare un esborso accettabile (siamo un po’ sotto i cento euro) saranno le restanti sei facciate, testimonianza di due concerti tenutisi uno a Montreux, l’altro a Brussels.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020. A oggi sono trascorsi cinquantun anni dalla pubblicazione di “Paranoid”.

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Play it loud, mutha! – I Twisted Sister di “Stay Hungry”

Parabola singolare quella dei Twisted Sister, gavetta lunghissima e poi un successo travolgente quanto effimero. Gli inizi datano fine 1972, quando il chitarrista Jay Jay French si unisce a un quintetto del New Jersey, i Silver Star. French, che è appena stato bocciato a un’audizione di tali Wicked Lester, assume presto le redini del complesso e convince i sodali a cambiarne il nome in Twisted Sister. Non cambia il modello di cui i ragazzi offrono copia conforme, ossia i New York Dolls, almeno fintanto che non comincia a farsi strada l’influenza di un gruppo in prepotente ascesa e destinato a mietere ben più ricco raccolto rispetto alle Bambole: e altri non sono, costoro, che i Wicked Lester, ribattezzatisi Kiss. La prima svolta si ha quando nel ’76 entra alla voce Dee Snider, presenza scenica spettacolare, buona penna (sicché è presto lui a firmare l’intero repertorio), una passione divorante per il grand guignol di Alice Cooper. Eppure: nonostante una fama locale crescente i Twisted Sister, che passando per vari cambi di organico hanno assunto la classica formazione a cinque (la completano l’altro chitarrista Eddie “Fingers” Ojeda, il bassista Mark “The Animal” Mendoza e il batterista A.J. Pero), non arriveranno a esordire a 45 giri che nel 1979 e a 33 tre anni dopo. “Under The Blade” vende abbastanza da convincere la Atlantic a rilevare il contratto del gruppo dalla Secret e pubblicare nel giugno ’83 “You Can’t Stop Rock’n’Roll”. Appena passabili i riscontri commerciali.

A fare il botto undici mesi dopo è “Stay Hungry” e il migliore piazzamento nella classifica di “Billboard”, un numero 15, non rispecchia vendite milionarie. Per un anno i Twisted Sister saranno ovunque e soprattutto, con i loro teatralissimi video, su MTV. Sovraesposizione letale. Tanto che già con “Come Out And Play”, dell’85, i numeri fletteranno e “Love Is For Suckers” nell’87 sarà accolto da stroncature epiche e acquistato solo dagli irriducibili. Il che non toglie che “Stay Hungry” resti un piccolo classico dell’hard’n’heavy più simpaticamente caciarone, forte di inni adolescenziali come la traccia inaugurale e omonima, We’re Not Gonna Take It e I Wanna Rock e di una The Price da manuale della power ballad. Per quanto questa ristampa su Original Master Recording che ne esalta la rutilante carica certifichi che a essere invecchiate meglio sono le escursioni sabbathiane Burn In Hell e The Beast. “PLAY IT LOUD, MUTHA!”, come invita a fare una scritta nell’interno di copertina.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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I migliori album del 2019 (7): Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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I Motörhead, quando erano “la peggiore band al mondo”

“Ace Of Spades”? “A fucking killer!” I Motörhead? “The ultimate heavy metal band!” Detto da Ozzy Osbourne, mentre a sentire Lars Ulrich i Metallica non si sarebbero mai formati non fosse stato per seguire l’esempio del gruppo di Lemmy Kilminster. Parole pesanti, siccome senza i Metallica l’hard’n’heavy odierno sarebbe inconcepibile e ne consegue che le sue radici ultime vanno cercate più indietro. Ad esempio fra i solchi di questo LP che, a quasi un quarto di secolo dalla pubblicazione, si conserva travolgente, tellurico. Parole pronunciate al losangeleno Whiskey A-Go-Go nel dicembre 1995. L’occasione? Una festa per celebrare il cinquantesimo compleanno di Lemmy, traguardo rimarchevole giacché stiamo parlando dell’uomo che si fece cacciare dagli Hawkwind per avere esagerato con le droghe: all’incirca un equivalente del Papa che viene allontanato da Santa Madre Chiesa per eccesso di cattolicesimo. Fatto evidentemente di ferro come i riff che cava da un basso elettrico suonato a mo’ di chitarra ritmica, il nostro eroe non solo è sopravvissuto a comportamenti e abitudini che avrebbero stroncato un Keith Richards ma invecchiando ha avuto la soddisfazione di vedere quegli stessi critici che avevano definito la sua “the worst band in the world” cominciare a citarla con reverenza, preferibilmente insieme a Stooges ed MC5.

Affacciatisi alla ribalta mentre l’incendio punk comincia a prendere, i Motörhead pubblicano il primo, omonimo album proprio nel fatidico 1977 ma senza farlo apposta, visto che il precedente di un anno “On Parole” gli è stato rifiutato dalla United Artists, che poi ci ripenserà licenziandolo nel 1979, quando il culto per Lemmy e soci si è esteso ben oltre l’originale nucleo di bikers e freak all’anfetamina piuttosto che alla maria. “Ace Of Spades” arriva nel 1980, terzo 33 giri su Bronze dopo “Overkill” e “Bomber”, procura al gruppo la prima apparizione a “Top Of The Pops” (pensate!) e sarà seguito dal live definitivo “No Sleep ’Til Hammersmith”. Poi il manierismo prevarrà, ma qui il trio (nella sua formazione più classica, con “Fast” Eddie Clarke alla chitarra e Phil “Philty Animal” Taylor alla batteria) è semplicemente invincibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. In alto i boccali per Lemmy, che ci lasciava due anni fa a oggi, settantenne.

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Chelsea Wolfe – Hiss Spun (Sargent House)

Siamo continuamente bombardati da cattive notizie, la gente viene abusata e uccisa per ragioni insensate, o senza nessun motivo, e si direbbe che il mondo abbia passato gli ultimi mesi a piangere. Ma poi ci rifletti su e concludi che il mondo è un fottuto casino da molto tempo, se non da sempre. È una sensazione dalla quale mi sono scoperta sopraffatta e l’unica reazione possibile è scriverne.” Così (solo, in un linguaggio un po’ più colorito) la trentatreenne californiana Chelsea Wolfe nelle note che accompagnano il suo settimo o ottavo o nono (a seconda che si contino o meno uno ufficialmente mai pubblicato, ma che a cercarlo si trova, e una – per lei curiosa – raccolta di session acustiche) album. Nello stesso comunicato dice “escapista” la musica contenuta in “Hiss Spun”, ma il termine va inteso nell’accezione non certo disimpegnata e divertita di una che ha intitolato un suo disco “Apokalypsis”, quello dopo “Pain Is Beauty” e l’ultimo prima di questo “Abyss”. Recensendo il quale avvertivo che “non è una tazza di thè che può piacere a tutti” e vale ancora di più per il successore.

Insomma: pensatela (pur senza quei mezzi – e quelle sperimentazioni – vocali) come una Diamanda Galas con come padre un cantante country (vero!) e cresciuta, oltre che a folk e indie rock, a metal del più torpidamente estremo. Intimidente il trittico iniziale: a una Spun stridula, lenta e massiccia vanno dietro la psicantropa 16 Psyche e la tambureggiante e ansiogena (la voce in territori grind) Vex. Se riuscite a superare questo test di ammissione dopo l’oscuro, pulsante siparietto Strain potrete… ahem… godere di altri otto brani appena meno estremi, con l’occasionale affacciarsi alla ribalta anche di una chitarra acustica e qualche sprazzo onirico invece che incubotico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Dall’hardcore all’hard: i Black Flag di “Slip It In”

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Per otto esaltanti anni – fra continui cambi di formazione, una persecuzione poliziesca e l’altra, un tour degli Stati Uniti da costa a costa e una scorribanda nel Vecchio Continente – la Bandiera Nera ha garrito su Los Angeles. Diciotto sono ormai trascorsi dacché venne ammainata, eppure pare che sventoli ancora e insomma (per citare un gruppo nostrano che dalle gesta di Greg Ginn e soci prese indubbia ispirazione) “lo spirito continua”. Al di là dello stardom cui nei ’90 è assurto Henry Rollins, che del complesso californiano non fu fra i fondatori ma resta l’icona e la voce per eccellenza, Black Flag è ancora presenza palpabile nel rock contemporaneo, riferimento sia per quel poco punk degno di essere così chiamato che per molto metal e un tot di cani sciolti. Tutti gli album degli anarchici losangeleni sono facilmente rintracciabili e hanno venduto nel tempo parecchio più di quando uscirono.

Due almeno quelli dai quali non si può prescindere. “Damaged”, del 1981, è probabilmente il migliore LP hardcore di sempre, pietra miliare del rock estremo scolpita nel magma e nel granito da inni frenetici e urticanti come Six Pack e Rise Above, Police Story e Gimmie Gimmie Gimmie. E poi c’è “Slip It In”, che è quello che ci interessa in questa sede, di tre anni posteriore e un classico assoluto di moderno hard rock, conscio delle sue radici e ovviamente aperto a ogni contaminazione, dal punk (ça va sans dire) a certa avanguardia. E retrospettivamente, con il suo essere volto a un aggiornamento del passato, molto in anticipo sui tempi (e per questo frainteso) giacché la scena di Seattle era in fasce. Se The Bars e My Ghetto sono ritorni di fiamma per l’hardcore che fu, la traccia omonima e inaugurale e la conclusiva You’re Not Evil sono ricostruzioni sabbathiane di classe suprema e Rat’s Eyes, lenta e caratterizzata da un cantato cavernoso, prefigura il grind, ma non fategliene una colpa. Imprescindibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Henry Rollins compie oggi cinquantasei anni.

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La rivoluzione d(e)i Van Halen

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È una frase citatissima e pazienza se pare sia apocrifa: del primo LP dei Velvet Undeground Brian Eno (sembra che) disse che lo comprarono in poche migliaia ma ciascuno degli acquirenti in seguito formò una band. Un’esagerazione, chiaro, una figura retorica, ma con un fondo di verità. Si potrebbe affermare lo stesso – che ciascuno di quelli che lo acquistarono ha poi dato vita a un gruppo (o come minimo preso qualche lezione di chitarra) – dell’esordio dei Van Halen. Con la non piccola differenza che dal 1978 al 2002 (data in cui, per ragioni troppo lunghe a spiegarsi qui, il conteggio ha smesso di venire aggiornato) questo disco ora rimasterizzato senza brani aggiunti ha totalizzato nei soli Stati Uniti vendite per oltre dieci milioni di copie. Non male per un lavoro che all’uscita arrestò la sua ascesa nelle classifiche di “Billboard” al numero 19 (comunque non male per un debutto) e collezionò stroncature che a rileggerle (firmava la più cattiva Robert Christgau e chissà se se ne è pentito) non ci si crede. Quando a chi aveva orecchie per intendere sarebbe dovuto sembrare lampante da subito che questi trentacinque minuti, questi undici brani nove dei quali autografi (le cover una roboante You Really Got Me dei Kinks e il rock’n’roll Ice Cream Man) segnavano uno spartiacque nella storia del rock “pesante”, marcando la cesura fra l’hard che era stato e l’heavy metal che sarà.

Trentasette anni dopo l’album permane sbarazzino e potentissimo, fresco e travolgente come nel ricordo. Imbevuto dello spirito del tempo (lo testimonia nel titolo più che nello spartito Atomic Punk) ma capace di trascenderlo. I centodue secondi di chitarra in assolo di Eddie Van Halen in Eruption rendono tristemente superflui e patetici tutti gli eroi di cartapesta della sei corde che da allora provano a fargli il verso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015. Il fu enfant prodige Eddie Van Halen compie oggi sessantadue anni. In tempi abbastanza recenti si è scoperto che all’epoca, forse per parere ancora più prodigioso, dalla carta di identità se n’era tolti un paio.

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Chelsea Wolfe – Abyss (Sargent House)

Chelsea Wolfe - Abyss

Avete presente lo stereotipo della cantautrice voce e chitarra acustica e canzoni preferibilmente d’amore tendenti al malinconico ma non troppo? Con una punta o più di sdolcinatezza? Con la californiana Chelsea Wolfe sarà il caso che lo accantoniate subito. Non vale nemmeno per quel “Unknown Rooms: A Collection Of Acoustic Songs” che tre anni or sono almeno sulla carta poteva far pensare, unico nella sua discografia, a un venire a patti con il mainstream. Non era in realtà banale nemmeno quello, né per gli argomenti – stiamo parlando di una per cui “cuore” fa rima con “terrore” più che con “amore”, se capite cosa intendo – né per arrangiamenti di grande raffinatezza. Se non la conoscete preparatevi insomma a farvi stupire, ma con un’avvertenza: non è una tazza di thè che può piacere a tutti. Né è sempre lo stesso thè. Sempre piuttosto… forte, in ogni caso.

Figlia d’arte – il padre un cantante country e prestissimo Chelsea alle bambole preferiva per i suoi giochi lo studiolo di registrazione installato in casa – la ragazza cresceva, oltre che a folk, a indie rock e metal del più cupo e sotterraneo, immaginario gotico dominante e fra le influenze i film di Bergman determinanti probabilmente più di un qualunque gruppo o album. E tutto questo in “Abyss” – provvede subito a stabilirne il tono la litania fosca su percussioni sferraglianti di Carrion Flowers – si coglie come non mai (il precedente “Pain Is Beauty” introduceva più di un tocco di elettronica). Lo ribadisce Iron Moon, che sarebbe il singolo (!): attacco superheavy, passo lento, un improvviso rarefarsi e poi la ripartenza, bradipica. E fino alla fine mai un raggio di sole. Provate a immaginarvi una Björk o una PJ Harvey influenzate dal doom e accasate alla 4AD. Lo hanno chiamato drone-metal-art-folk e ci sta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366. agosto 2015.

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Never Say Dio! I Black Sabbath di Ronnie James

Ronnie James Dio con i Black Sabbath

Reduci da un tour del decennale in cui i supporter Van Halen li hanno fatti a pezzi e da tre LP di fila – “Sabotage”, “Technical Ecstasy” e “Never Say Die!” – uno più scadente dell’altro, in caduta libera di consensi critici (non che la stampa sia mai stata tenera con loro) e, quel che è peggio, di pubblico, i Black Sabbath di inizio 1979 sono una sorta di manicomio nel quale la convivenza fra due cocainomani e due alcolizzati si va facendo sempre più difficoltosa. Alla fine impossibile. Nell’attesa di venire a sua volta allontanato, a uno dei due alcolizzati, il batterista Bill Ward, viene dato l’incarico di comunicare all’altro, il cantante Ozzy Osbourne, che è licenziato. Dà un tocco surreale alla triste vicenda che a ispirare la mossa sia in primis Sharon Arden, figlia del manager Don e futura moglie proprio di Ozzy. Serve a quel punto un nuovo cantante e viene ingaggiato all’uopo l’italo-americano Ronnie James Dio, uno gnometto dalla voce duttile, lirica, baritonale. Che tecnicamente sia superiore al dimissionato, nemmeno c’è discussione. Che i fan possano accettarlo – figurarsi amarlo – e che proprio il suo innesto possa istigare una rinascita, be’, è una doppia scommessa che pare impossibile da vincere.

Sorpresa! Pubblicato nell’aprile 1980, acclamato e vendutissimo, “Heaven And Hell” è il disco che nessuno si aspetterebbe da un gruppo che dal 1973 non ne azzecca una: energico e variegato come i Nostri forse mai nemmeno nell’epoca eroica, con un lieve calo di tensione giusto in Wishing Well e per il resto solo canzoni di vaglia. Come Neon Knights e Lonely Is The Word, agli estremi opposti di velocità (che si incontrano nella traccia omonima) del tipico riffarama sabbathiano. Come una Lady Evil che potrebbe essere degli AC/DC e una Walk Away quasi sudista. Soprattutto, come una elettro-acustica Children Of The Sea che subito si iscrive fra i grandi classici del gruppo di Birmingham. Suo perfetto controaltare in “Mob Rules”, che esce nel novembre ’81 con Vinny Appice in luogo di Ward, è la fors’anche più epica The Sign Of The Southern Cross. L’album ha due evidenti difetti e un pregio: ricalca troppo smaccatamente il predecessore (identica la struttura) e lo fa con ispirazione meno vivida ma potendo godere, a parziale compensazione, delle affinate capacità (da ringraziare gli Iron Maiden, con cui ha lavorato nel frattempo) del produttore Martin Birch. E poi va di nuovo tutto a puttane e il finale per gli ultimi Sabbath da avere è da Spinal Tap, con la giovane guardia fatta fuori dalla vecchia con l’accusa di essersi introdotta nottetempo nello studio dove venivano mixati i nastri del comunque ottimo “Live Evil” per alzare i volumi di voce e batteria.

A parte bei libretti e suoni migliori, queste “Deluxe Edition” non offrono aggiunte imprescindibili. Ai due dischi in studio sono state accoppiate altrettante raccolte di incisioni in massima parte dal vivo. Il doppio live presenta una scaletta identica all’originale e francamente sfugge in cosa consista il suo essere Deluxe: in qualche scambio di battute e/o applauso in più?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

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