Archivi del mese: aprile 2022

Black Country, New Road – Ants From Up There (Ninja Tune)

Prossimi non solo in un’ideale libreria sistemata in ordine alfabetico per autore i Black Country, New Road e i black midi: per chi scrive i due gruppi più notevoli espressi dal rock britannico all’incrocio fra lo scorso e il nuovo decennio. Li accomunano reciproca stima, l’abitare territori musicalmente contigui (in “Cavalcade”, l’ultimo black midi, un paio di brani che potrebbero confondersi in “Ants From Up There”), l’essere tutti giovanissimi, l’avere gli uni e gli altri due lavori in studio all’attivo e ora sfortunatamente anche questo: che mentre i black midi perdevano il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin appena prima di registrare il secondo album i Black Country, New Road hanno annunciato l’addio del cantante e chitarrista Isaac Wood quattro giorni prima che “Ants From Up There” raggiungesse i negozi e subito volasse, migliorando di una posizione il piazzamento di “For The First Time”, al numero 3 della classifica UK. Defezione dovuta incredibilmente alle stesse ragioni (problemi di salute mentale) ma purtroppo destinata a pesare molto di più, visto che della band, autorialmente e per la voce riconoscibilissima, Wood era il fulcro.

Ulteriormente delittuoso sarebbe però se il pensiero che questo potrebbe essere un prematuro congedo ne sciupasse l’ascolto. Se non facesse godere fino in fondo di un disco di una bellezza abbagliante nelle cui dieci tracce (ma la prima è una breve Intro) per complessivi 58’46” un post-rock senza quasi rapporti con il post-punk si muove fra folk (il klezmer un’influenza vistosa) e minimalismo, progressive (versante Canterbury) e chamber pop. Ci troverete dentro i primi Arcade Fire e Arthur Russell, i Neutral Milk Hotel e Michael Nyman, Steve Reich, i Caravan, gli Slint. Cla-mo-ro-so.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Tre album fra i mille di Klaus Schulze (4/8/1947-26/4/2022)

Eccezionalmente prolifico, a Klaus Schulze sarebbe bastata in realtà una manciata di dischi per entrare nella storia della musica del Novecento con la straordinaria rilevanza che non si può non attribuirgli: gli esordi di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, la saga immaginata a sua insaputa dei Cosmic Jokers (un paio i capitoli imperdibili), le collaborazioni con Walter Wegmüller e Sergius Golowin e tre (o forse quattro) dei suoi primi cinque album da solista. Che alla fine fa comunque nove o dieci titoli e, insomma, sono mica pochi. Però tutti usciti fra il 1970 e il ’75.

Black Dance (Brain, 1974)

Come Konrad Schnitzler, Klaus Schulze soggiorna nei Tangerine Dream il tempo che ci va a congegnare “Electronic Meditation” e allo stesso modo, una volta lasciato solo alla guida dell’astronave berlinese Edgar Froese, si impegna brevemente in una seconda esperienza di gruppo, lui con gli Ash Ra Tempel (Schnitzler con i Kluster), contribuendo all’omonimo esordio e a “Join Inn”. Stufatosi di pestare su piatti e tamburi, acquista un synth, allestisce uno studio e in tre settimane eterna nel 1972 “Irrlicht”, fenomenale “sinfonia quadrifonica per orchestra e macchine elettroniche” e primo pannello di un trittico che in due anni va a completarsi con “Cyborg” e con questa “Danza Nera”, ballata da un essere deforme in un panorama alla Dalì che dire inquietante è un eufemismo. La musica è al pari sinistra e induce a un ossimoro: minimalismo barocco.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.31, estate 2009.

Mirage (Brain, 1977)

A un certo punto bisognerà tracciare una riga, perché d’accordo che più ci si immerge nell’oggi più si considera il passato, ma qualunque passato no. A un certo punto bisognerà tracciare una riga e va bene che il krautrock è stato, fino ai tardi ’90, sottovalutato, ma da qui a incensare qualunque album tedesco dei ’70 ne corre. A un certo punto bisognerà tracciare una riga e la ristampa dell’opera omnia di Klaus Schulze (decine di titoli; questo ha sulla costina uno “08”, ma fra quelli che mi sono arrivati c’è un inquietante “37”) pareva essere un’occasione propizia. E figurarsi quando, sfogliando il libretto, mi sono imbattuto in due colonne dedicate all’elenco della strumentazione! Il punk che è in me ha affilato i coltelli. Salvo poi riporli. Non è solo che Schulze alla lettura del libretto di cui sopra non pare affatto essere un vecchio trombone prog. Non è solo che avrà anche prodotto troppo ma, a parte essere stato fra i fondatori di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, ha comunque consegnato agli archivi due classici dell’elettronica più fantasiosa quali “Irrlicht” e “Black Dance”. Il fatto è che “Mirage”, uscito in un ’77 alternativo a quello che rammento, è una bella versione krauta di un Glass o un Reich. Un po’ opprimente ma del resto, racconta Schulze, fu composto mentre un suo fratello stava morendo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.608, marzo 2005.

X (Brain, 1978)

Del tutto fuori sintonia rispetto ai tempi? Irrimediabilmente sorpassato? Si potrebbe certamente pensarlo di uno che nel 1978, anno di raccordo fra l’esplosione del punk e la fioritura della new wave, se ne usciva con un album per sintetizzatori e orchestra doppio e con un minutaggio (impossibilmente stipate le facciate e tanti saluti alla dinamica) praticamente da triplo. Roba sulla carta indigeribile, probabile riduzione a parodia del progressive degna dei peggiori eccessi di un Rick Wakeman o di Emerson Lake & Palmer. Solo che Klaus Schulze (illustri trascorsi con i primissimi Tangerine Dream e Ash Ra Tempel e poi, da solista, un paio di autentici classici dell’elettronica) aveva assai poco a che spartire con quello come con questi: altra classe, a parte che al punk guardava con grande (certamente non ricambiata) simpatia. “X” dovette parere allora obsoleto. A un ascolto odierno senza pregiudizi si svela come opera fuori dal tempo, di una grazia solenne che quasi mai scade nel tronfio e sa anzi regalare belle suggestioni in certi scorci d’archi (in particolare nella traccia aggiunta, che porta il tutto a quasi due ore e quaranta) di acceso romanticismo. Musica cinematografica, anche, e del resto in parte nacque proprio per commentare delle immagini. Alla resa dei conti una piacevole sorpresa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.609, aprile 2005.

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Burial – Antidawn (Hyperdub)

Formalmente è dal 2007 che l’artista noto come Burial, figura tanto ammantata di mistero che all’epoca ne era ignota l’identità anagrafica (svelata l’anno dopo in un articolo su “The Independent”: è londinese, si chiama William Bevan; l’interessato si limitava a una laconica conferma e si manterrà defilatissimo, tanto che le sue interviste stanno sulle dita di due mani e qualcuna avanza), non pubblica un album e quello che dava alle stampe allora, “Untrue” (acclamato da Simon Reynolds come il più importante lavoro di elettronica del XXI secolo in un articolo divenuto celebre quasi quanto il disco stesso), era appena il secondo, dopo l’omonimo esordio dell’anno prima. Non che nel frattempo sia rimasto con le mani in mano: innumerevoli i singoli e gli EP, per fortuna dei cultori in larga parte raccolti nel 2012 in “Street Halo/Kindred” e tre anni fa nel monumentale (due ore e mezza!) “Tunes 2011-2019”. Pure “Antidawn” viene presentato come un EP, ma è solo un vezzo dell’artefice, forse un modo per togliersi di dosso la pressione del dovere infine dare un seguito alla pietra miliare di cui sopra: conta cinque lunghe tracce, dura quasi tre quarti d’ora, è a tutti gli effetti un album.

Il che rende complicato e a rischio il giudizio su un’opera che abita come le precedenti il mondo che Burial stesso ha creato e di cui non si contano i tentativi di imitazione. Non sorprende più, naturalmente; affascina ancora, immensamente. Come spesso succede con costui, non contiene alcunché di minimamente ballabile e quando una qualche ritmica si affaccia è storta e inafferrabile come le atmosfere gassose, fra malinconia e incubo incipiente, da cui emerge. È ambient, a voler proprio apporre un’etichetta, ma mai cullante sfondo alla Brian Eno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Predicator veridicus, inquisitor intrepidus et doctor egregius (in memoria di Valerio Evangelisti, 20/6/1952-18/4/2022)

Valerio Evangelisti è nato a Bologna nel 1952. Laureato in scienze politiche, di professione fa il funzionario del fisco. È uomo dagli svariati interessi: il computer, il cinema (predilige i film fantastici, ovviamente), la storia, lo scrivere. Nel tempo libero, funge anche da direttore della rivista Progetto memoria – La comune, un archivio aperiodico di materiali di storia contemporanea. Questo Nicolas Eymerich, inquisitore, che gli ha permesso di vincere il Premio Urania con l’assoluta unanimità della giuria, è la sua prima opera di narrativa che venga pubblicata; ma Valerio conta già una robusta bibliografia di saggi storici, tra i quali voglio ricordare almeno Il galletto rosso (1992), Gallerie nel presente (1988), Gli sbirri alla lanterna (1992). È, quindi, tutt’altro che un esordiente.

Così Vittorio Curtoni, illustrissimo e reverendissimo signore e padrone onorandissimo della SF italiana – poca cosa complessivamente (con qualche rilevante eccezione) prima che apparisse alla ribalta il nostro uomo e tutto sommato, ahinoi, anche dopo (ma con qualche eccezione in più) -, presentava Valerio Evangelisti in un epocale numero del quattordicinale Mondadori, quello del 2 ottobre 1994. Del travolgente impatto del debutto narrativo del Bolognese testimoniava l’apparire nella collana, tempo nove mesi, di un secondo romanzo di Eymerich e dopo altri nove di un terzo. Mai accaduto in precedenza per uno scrittore di casa nostra, dacché nel mondo AE (avanti Evangelisti) le vendite di “Urania” crollavano quando presentava autori italiani mentre nel mondo DE si impennano. Probabilmente perché ci aspettiamo tutti epigoni all’altezza e continuiamo a comprare nonostante le delusioni (aveva fatto sperare Luca Masali).

Di quella postfazione del Curtoni due curiosità mi sono rimaste lì. Una è che mi stupisce che nessuno abbia pensato a ripubblicare i volumi storici dell’Uomo in Nero. Saranno pure materiale per specialisti ma per il semplice fatto di avere quel nome in copertina venderebbero assai. Per quanto mi riguarda, prenoto le mie copie. L’altra è legata a quell’informazione sulla vita “prima” dello scrittore bolognese: funzionario del fisco. Informazione che non ho letto, ch’io ricordi, da nessuna altra parte e che rimpiango amaramente di non avere verificato di persona l’unica volta che mi sono trovato a dividere una stanza e una serata con l’ideatore di Eymerich, in occasione di un caffè letterario all’ombra delle Due Torri, qualche inverno fa. Che un ispettore delle tasse si fosse  reincarnato in  prosa in un inquisitore medioevale domenicano mi pareva faccenda dai risvolti irresistibilmente umoristici e dietro il suo aspetto inquietante – fisico allampanato in abiti color pece, dita affusolate, faccia severa – si ha l’impressione che Valerio Evangelisti sia tutt’altro che refrattario ai piaceri di una risata e con essa del bel vivere, del buon mangiare e del bere anche meglio: la dice lunga al riguardo l’affettuoso ritratto di Rabelais delineato ne Il presagio, atto primo della trilogia di Nostradamus. In questo totalmente diverso dal personaggio che gli ha dato la fama, che vedremo anche in TV (ogni scongiuro è lecito) e che personalmente non riesco a immaginare con altro volto che il suo. Del resto, in una vecchia intervista dichiarava: “Eymerich è come io sono, con i miei lati più negativi. Tutto quello che di peggio c’è in lui, c’è anche in me, più attenuato”.

A ben vedere sono però caratteristiche caratteriali positive ad accomunare maggiormente creatore e creatura: un’onestà intellettuale, un’integrità morale assolute. Che in Evangelisti si riflettono nella limpidezza delle prese di posizione politiche e anche in un giudizio sulla propria opera tanto distaccato da imporgli a suo tempo, per dire, la pubblicazione del sesto Eymerich, Picatrix – La scala per l’inferno, ritenuto inferiore ai due precedenti, direttamente in tascabile piuttosto che in edizione rilegata. Con un ovvio danno economico. Mentre interdicono ogni sfumatura di sadismo al crudele agire di Eymerich, prodotto del fare della fede (come giustamente annotava Ernesto G. Laura) una rigida astrazione priva di molti se non di tutti i valori evangelici: né carità, né comprensione, né tolleranza in lui. Figlio esemplare del suo tempo al di là del fatto che sia stato ispirato da un personaggio realmente esistito, Eymerich combatte il disordine – dei costumi, delle idee – “con ogni mezzo necessario”. Sicché la lotta per ciò che considera essere il Bene ne fa un esempio indimenticabile di Male Assoluto.

Tantissimo ci sarebbe ancora da dire – della maestria con cui Evangelisti mischia generi e influenze (il capolavoro Cherudek è Kafka più Dick più Lovecraft, Il corpo e il sangue di Eymerich cita apertamente Poe, il recente Il castello di Eymerich Mary Shelley) e piani temporali, innanzitutto – ma ho già ampiamente sforato sugli spazi concessimi. Due cose tengo però particolarmente ad appuntare: che il ciclo di Eymerich è un work in progress il cui protagonista si arricchisce di sfumature episodio dopo episodio (è questo a farlo tanto vivo) e che quella “immortalità da edicola” (quella che ha fatto sì che i Sandokan, gli Sherlock Holmes, i Maigret siano sopravvissuti a tanta letteratura cosiddetta “alta”) cui l’autore bolognese dichiarò anni fa di aspirare è stata appieno raggiunta. “Figura quasi cristologica, anche se in negativo”, Eymerich è già immortale. Tradotto con grande successo in Francia e in Spagna, Valerio Evangelisti è scrittore senza eguali nell’odierno panorama italiano. I soloni della Cultura naturalmente non se ne sono ancora accorti, ma questo è un problema loro, non nostro.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001.

Vita (e morte) oltre Eymerich

Scrittore orgogliosamente “di genere”, a inizio carriera, in una delle sue prime interviste importanti, Valerio Evangelisti ebbe a dichiarare che i suoi romanzi non avrebbero mai avuto altro protagonista centrale che Eymerich. Ci ha a un certo punto ripensato e, sebbene rimanga sempre l’inquisitore domenicano la sua creazione più memorabile, è buona cosa che ciò sia accaduto. Prendete ad esempio la trilogia di Nostradamus, una faccenda del 1999 ambientata nel XVI secolo, qualcosa come mille pagine mandate in libreria nell’arco di appena sette mesi: non solo un graziosissimo divertissement, non solo un fumettone (sia detto nel miglior senso possibile) splendidamente congegnato e con un’impagabile attenzione al dettaglio storico (come quando veniamo incidentalmente informati dell’introduzione sulle tavole del raviolo, o che i poco pratici archibugi si stanno trasformando in pistole), ma anche un modo per arieggiare le stanze di un’ispirazione che in Picatrix per la prima volta aveva costeggiato le sabbie mobili della maniera. E difatti i successivi Il castello di Eymerich e Mater Terribilis si sono rivelati di ben altro livello, il secondo non molto distante dal capolavoro Cherudek.

Ha maggiori ambizioni la saga di Pantera, pistolero e sciamano fulcro di uno dei racconti della raccolta Metallo urlante (in materia di musica il nostro uomo ha gusti temibili) e poi di un romanzo, il recente e foschissimo Black Flag, giocato, come è consuetudine per l’autore bolognese, su più piani temporali: il passato di una guerra civile (civile?) americana combattuta da uomini che sono lupi anche fuor di metafora; il lontano futuro di un’umanità in cui il disordine mentale è la norma; il futuro prossimo di un paese dell’America Centrale in cui gli Stati Uniti fanno, al solito, i loro comodi. Pagine di impressionante crudezza che però avrei volentieri barattato (non scambiatelo per un giudizio critico, è solo una questione di pelle) con un altro Eymerich.

Ce ne vorrebbero viceversa dieci e della grandezza di Cherudek per farmi rinunciare agli Interventi sulla paralettura, diversi dei quali apparsi per la prima volta sulla rivista amatoriale diretta dal Nostro, “Carmilla”, antologizzati in Alla periferia di Alphaville. Ove si rinviene un po’ di tutto: ritratti di assassini seriali e un saggio (poteva mancare?) sull’inquisizione, un omaggio a Manchette e una dissertazione sull’ideologia di Nero Wolfe, debiti saldati nei riguardi di H.P. Lovecraft e di Vittorio Curtoni e un’esilarante Apologia del cinema bruttissimo. Purtroppo già di ardua reperibilità perché uscita per la minuscola L’Ancora del Mediterraneo, ove l’Evangelisti narratore ha visto la luce per Mondadori (Eymerich e Nostradamus) o per Einaudi (Pantera). Ma da avere, divorare, meditare a tutti i costi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.508, 5 novembre 2002.

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Audio Review n.441

È fresco di arrivo in edicola il numero di aprile di “Audio Review”. Ho contribuito recensendo i nuovi album di Band Of Horses, Andy Bell, Alex Cameron, caroline, Eric Chenaux, C’Mon Tigre, Hurray For The Riff Raff, Jenny Hval, Jazz Butcher, King Hannah, Abiodun Oyewole, Emily Wells e Widowspeak e una ristampa dei Lemonheads. Nella rubrica del vinile ho scritto di un piccolo grande soulman ingiustamente dimenticato, Sam Dees.

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Da oggi

A partire da oggi non sono più attivi su questo blog i link per acquistare James Brown – Nero e fiero, pubblicato da Vololibero nel 2017, e Neil Young – Come un uragano: interviste sulla vita e la musica, edito da minimum fax nel 2015. Qualcuno potrebbe porsi delle domande al riguardo. Può darsi che fra qualche giorno io dia delle risposte.

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Pubblicità per me stesso (9)

Altra recensione per Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop, questa sulle pagine di “Rumore” (che già aveva dato spazio ai precedenti Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015 e Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune). La firma Carlo Bordone e se avessi dovuto riassumere io in un migliaio scarso di battute il senso dell’esistenza di un libro così in nessun modo sarei riuscito a fare di meglio. Grazie.

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Redskins – Neither Washington Nor Moscow (London, 4CD)

“Penso che talvolta le case discografiche si dimentichino che il loro compito è di immettere sul mercato materiali nuovi. Tutto quello che circola oggi sono ristampe, remix, tutta quella merda. Se per un colpo di culo ti trovi in mano qualcosa di nuovo, be’, puoi scommettere che è una cover”: così Chris Dean, cantante, chitarrista e portavoce dei Redskins in un’intervista che il “Melody Maker” pubblicava nel numero del 30 novembre 1985, meno di tre mesi prima che molto coerentemente l’ultrapoliticizzato trio esordisse a 33 giri (e su Decca, eh? etichetta notoriamente prossima a quella sinistra extraparlamentare in cui militavano i ragazzi) con quello che resterà l’unico album in studio e che in una scaletta di undici brani ne contava appena due non usciti già in forma di singoli. Il Vostro (allora alquanto giovane) Affezionato ricorda ancora (pur lontanissima l’odierna “era della suscettibilità” così ben tratteggiata da Guia Soncini nel suo ultimo libro) che per aver fatto notare in un articolo, peraltro assolutamente elogiativo, quanto esposto sopra collezionò per mesi missive di insulti da lettori inviperiti.

“Neither Washington Nor Moscow” era stato ristampato un’unica volta in CD, nel ’97, con quattro bonus e due erano cover (ahem) e una un remix (ahem due). Torna adesso nei negozi addirittura quadruplo, con in più tre “Peel Sessions”, due mezzi concerti e una pletora di lati B, demo, versioni alternative e (certo che sì) remix e cover. Qualcosa da dichiarare, Mr. Dean? Ah sì, che è venduto al prezzo che costa oggi un-vinile-uno. Ego te absolvo, allora. Il loro rhythm’n’blues suonato con piglio punk risulta tuttora eccitantissimo e i Redskins erano un gruppo grandioso, ma con un repertorio di quindici canzoni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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We Die Young – La tragica epopea degli Alice In Chains

Nel titolo del primo brano del primo album il presagio di un destino tanto tragico quanto perseguito con attitudine ─ scientemente? ─ nichilista: We Die Young. Dei quattro che lo registrarono non sono da lungi più fra noi né il cantante Layne Staley, stroncato da una overdose di eroina e cocaina combinate presumibilmente il 5 aprile del 2002 (presumibilmente perché il corpo, già in stato di avanzata decomposizione, non veniva scoperto che due settimane dopo), a trentaquattro anni, né il bassista Mike Starr, scomparso quarantaquattrenne l’8 marzo 2011 per un’assunzione scriteriata di farmaci regolarmente acquistati con ricetta medica. Incredibile ma vero: da una band prona a eccessi tossici di ogni tipo Starr era stato allontanato già nel 1993, i sodali che mentivano pietosamente al riguardo sostenendo la versione ufficiale di dimissioni dovute a stress da troppo lavoro quando in realtà era stato accompagnato alla porta perché la sua dipendenza dalle droghe pesanti era fuori controllo. Farsi licenziare dagli Alice In Chains per avere esagerato con assortite polverine! Quanto suona grottesco, oltre che triste. Quando Staley lasciava questo mondo il complesso era in animazione sospesa da quattro anni, in speranzosa attesa che in qualche modo costui riemergesse dagli abissi in cui era sprofondato. Quattro anni dopo ancora, il chitarrista Jerry Cantrell richiamava il batterista originale, Sean Kinney, e il bassista che aveva preso il posto di Starr, Mike Inez, e trovata in William DuVall una voce adeguata alla bisogna rimetteva insieme la band. Gli Alice In Chains Mk II girano ormai da più anni di quanti non durò la prima incarnazione e hanno pubblicato altrettanti lavori in studio (tre): più che dignitosi e dagli ottimi riscontri mercantili (il penultimo, “The Devil Put Dinosaurs Here”, nel 2013 scalava la classifica di “Billboard” fino alla seconda posizione) ma che in verità nulla hanno aggiunto di rilevante a una vicenda che avrebbe potuto tranquillamente chiudersi in gloria nel 1996. Similmente a quella dei Nirvana, con un “MTV Unplugged”. Paradossalmente ma non troppo, e non sorprendentemente siccome i ragazzi fra il primo e il secondo album già avevano sistemato in discografia un EP acustico, “Sap”, con quattro ballate al limite del confessionale e fra il secondo e il terzo il mini di analoga concezione “Jar Of Flies”, l’apice artistico del più classicamente heavy metal dei gruppi della nidiata grunge. O quello o il precedente, omonimo “Alice In Chains”.

È fresco di ristampa, che ne ha celebrato con qualche mese di ritardo (usciva in origine nell’agosto ’90) il trentennale, quello che fu l’esordio a 33 giri del quartetto di Seattle. Ne sarà contento chi all’epoca magari non era ancora nato, o era un bambino, e oggi all’ascolto della musica in formato liquido preferisce (o almeno alterna) il più antico e in auge dei supporti fonografici, il caro vecchio vinile. E giustamente non era disposto a sborsare per l’edizione d’epoca di “Facelift” quei minimo centocinquanta euro che vengono richiesti su eBay o Discogs. Ne sarà contento chi al tempo quella stampa, che circolò pochissimo, non riuscì a procurarsela e dovette comprarsi il CD. E magari e anche di più chi invece ne ha una in casa e può ora, volendo, rivendersela: tecnicamente è nettamente inferiore a questa nuova versione che non soltanto è rimasterizzata ma distribuisce su quattro facciate in luogo che su due i cinquantaquattro minuti che assommano le dodici tracce in scaletta. Con ovvi benefici in termini di nitidezza e soprattutto dinamica. Per trenta euro o anche meno si potrà così godere rimessa a nuovo un’opera che, al di là di limiti che apparvero e restano innegabili per chiunque la ascolti con l’obiettività che non tutti i fans hanno (ma quasi tutti le preferiscono comunque “Dirt”, “Alice In Chains”, “MTV Unplugged”), appartiene per l’impatto che ebbe alla storia maggiore del rock.

A debuttare in lungo i Nostri arrivavano sbucando apparentemente dal nulla per chiunque non abitasse a Seattle, tutta dentro i confini cittadini o negli immediati dintorni una gavetta di un paio di anni di concerti molti dei quali di spalla ai già di una certa fama Mother Love Bone (per chi non li conoscesse: erano nati come i Mudhoney dalle ceneri dei Green River e due di loro daranno vita ai Pearl Jam). Il promoter dei Mother Love Bone, Randy Hauser, passava una cassetta di demo a Kelly Curtis e Susan Silver, manager dei Soundgarden, e tramite quelli una copia arrivava in Columbia. Clamoroso evidentemente il potenziale se non solo il quartetto veniva prontamente messo sotto contratto ma addirittura indicato come una priorità assoluta al reparto marketing. Panico, probabilmente, per una partenza commercialmente stentata, soltanto quarantamila le copie vendute nei primi sei mesi nei negozi, impasse che si sbloccava quando MTV metteva in heavy rotation il video di Man In The Box e l’11 settembre 1991, tredici giorni prima che i Nirvana pubblicassero “Nevermind”, “Facelift” era il primo disco prodotto da una scena grunge che a dire il vero gli Alice In Chains li schiferà sempre un po’, per la totale assenza in loro di qualsivoglia aggancio con il punk, a venire certificato d’oro. Almeno altri tre milioni le copie vendute da allora, di cui metà negli Stati Uniti. Non un capolavoro, si diceva, e però riascoltandolo da una lontanissima ultima volta (’98?) chi scrive lo ha trovato migliore di quanto non ricordasse. Con apici esemplari di un sound già perfettamente formato in una torpida Man In The Box e nelle ancora più sabbathiane Bleed The Freak e It Ain’t Like That, laddove Sea Of Sorrow evoca piuttosto i Led Zeppelin. E deviazioni apprezzabili nella menzionata all’inizio We Die Young, in scia ai primi Metallica, in una Put You dal riffeggiare e dall’ancheggiare rock’n’roll invece alla Aerosmith e nel crossover di marca Red Hot Chili Peppers I Know Somethin (Bout You). Non lo avrei detto: da recuperare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021. Layne Staley ci lasciava, trentaquattrenne, il 5 aprile 2002. Qui sotto un link a un’intervista concessa dal sottoscritto nel settembre dello scorso anno al canale You Tube “About Grunge”, ideato e gestito dall’ottimo Cristiano Lucidi. Fra il tanto resto, molto dibattemmo proprio degli Alice In Chains.

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Pubblicità per me stesso (8)

Sul numero di “Blow Up” appena giunto in edicola Marco Sideri firma una bella recensione (bella non perché positiva – e lo è – ma perché ben coglie il senso del libro) di Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Ringrazio e porto a casa, con la strana sensazione che mi regala sempre il venire giudicato quando sono quasi quarant’anni che il mio lavoro è scrivere – quindi giudicandola – dell’opera altrui.

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