Archivi tag: rock

As Time Goes By – Per i settantaquattro anni di Bryan Ferry

Tanti auguri a uno degli uomini più stilosi che mai abbiano calcato i palcoscenici del rock e del pop. Lo celebro recuperando una scheda sui Roxy Music che mi venne commissionata per “Extra” e le recensioni di un loro live postumo e di un paio di uscite del Ferry solista. Ivi compresa una che mi fa scoprire che nel ’99 (però già tre anni dopo aggiustavo il tiro) avevo una non buona opinione dei Roxy post-Brian Eno. Dimostrazione fra le ahimé tante che anche il Venerato Maestro in vita sua ne ha scritte di fregnacce.

Roxy Music – Country Life (Island, 1974)

Sontuose modelle hanno campeggiato sulla copertina dei tre album precedenti e su quella del quarto i Roxy Music scelgono di raddoppiare, oltretutto facendo indossare alle due piacenti signorine biancheria intima che nulla lascia all’immaginazione. Colta da uno di quei soprassalti bacchettoni che sovente la prendono, nel bel mezzo del decennio di più sfrenati eccessi sessuali che si ricordi l’America si indigna e censura. È tutta benvenuta pubblicità per Byan Ferry e compagni che, da subito stelle su questo lato dell’Atlantico, su quell’altro hanno fino a quel punto faticato a farsi notare. “Country Life” è il loro primo 33 giri a entrare nei Top 40 USA, forte certo dello scandalo ma soprattutto di un variegato mazzo di canzoni (dal brechtiano al rock’n’roll) che, senza tralasciare del tutto le pulsioni avanguardistiche dell’era Eno, alla raffinatezza di scrittura e arrangiamenti uniscono un’immediatezza inedita.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.22, estate 2006.

Roxy Music – Concerto (Fruit Tree, 2001)

Se non siete vissuti su Marte negli ultimi anni ve ne sarete accorti: lo sdoganamento della disco music è stato ormai completato e non solo in rapporto ai vari generi dance – house e techno in primis – succedanei. Pure la più seria critica rock, che al tempo tanto esecrò tale stile bollandolo degenerazione del funky (che era stato bollato come degenerazione del soul, varrà ricordare e si potrebbe proseguire), lo ha rivalutato. Sul finire dei ’70 (e così sarà per un buon decennio dopo) bastava viceversa un tocco di negritudine in più nel mix per fare censurare con la più infamante delle accuse, il volere essere commerciali, anche nomi in precedenza riveriti. Toccò pure ai Roxy Music, che nel 1979 si ripresentavano alla ribalta dopo un triennio sabbatico. Riascoltato oggi “Manifesto”, sebbene inferiore ai successivi “Flesh + Blood” e “Avalon”, non pare affatto quel disastro di cui si scrisse al tempo e, francamente, neppure così danzereccio.

Ascoltati oggi i Roxy Music che lo portarono in tour (questo doppio vinile racconta in massima parte uno spettacolo a Denver nell’aprile di quell’anno) non sembrano granché distanti dalle edizioni precedenti del dopo-Brian Eno e da quelle che verranno. “Concerto” decolla con i brani portanti di “Manifesto” (la title track, Angel Eyes, Trash) e si mantiene in quota con un gruzzoletto di classici fra cui spiccano versioni eccellenti di In Every Dream Home A Heartache e Do The Strand. È insomma il gruppo di sempre: pop progressivo al livello più alto che mai sia stato concepito. Varrà la pena di ricordare che “Roxy” è crasi di “rock” e “sexy”. Bryan Ferry e compagni non se lo sono mai dimenticato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.474, 19 febbraio 2002.

Bryan Ferry – As Time Goes By (Virgin, 1999)

Tanto vale cominciare con una confessione: non ho mai amato il Bryan Ferry solista, pur apprezzandone qualche estemporanea performance (tipo una A Hard Rain’s Gonna Fall tanto artefatta da trovare un riscatto nei suoi eccessi melò). Mi ha sempre infastidito l’arroganza con cui si è appropriato di classici altrui presumendo che bastasse una bella voce a giustificare accostamenti azzardati e dischi di assoluta incoerenza. E gli stessi Roxy Music dopo Eno non hanno fatto molto che valesse quei primi due fenomenali 33 giri. Giusto “Avalon”, intimamente forse anche vacuo ma di inappuntabile eleganza formale.

In fatto di eleganza “As Time Goes By” non teme raffronti. E siccome per la prima volta il Nostro ha saputo disegnare uno scenario unitario sul quale fare agire le canzoni, siccome le canzoni stesse sono tutte, di loro, gigantesche e siccome la voce mostra ancora meno rughe di un volto sì giovanile da fare sospettare patti faustiani, ne è venuto fuori il suo album migliore di sempre fra quelli in proprio. Invincibilmente fuori moda e fascinoso come il brano che lo inaugura e lo battezza, che è quello che in Casablanca Rick Blaine/Humphrey Bogart invitava ossessivamente Sam/Dooley Wilson a suonare ancora una volta. Canzone da guancia contro guancia che stabilisce il tono di un lavoro che ci trasporta in un mondo pre-rock’n’roll di orchestrine jazz e buoni sentimenti, omaggiando più volte Cole Porter (Miss Otis Regrets, You Do Something To Me, Just One Of Those Things), evocando Marlene Dietrich con una struggente Falling In Love Again e congedandosi con una September Song (Kurt Weill) che vale qualunque altra interpretazione possa venirvi in mente. Ottimi anche i suoni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.197, dicembre 1999.

Bryan Ferry – Frantic (Virgin, 2002)

Nel 1999, con “As Time Goes By”, Bryan Ferry confezionava uno degli episodi migliori di una carriera solistica a momenti trentennale (la prima uscita in proprio di un anno e mezzo posteriore all’esordio del gruppo che gli ha dato la fama) e certamente il più coeso e meglio caratterizzato. Elegante escursione in un mondo pre-rock’n’roll di orchestrine jazz e buoni sentimenti, il disco si aggirava fra classici – da Cole Porter a Kurt Weill – porgendone letture più affettuose che ironiche e mai sopra le righe. Evento notevole per un interprete che nel kitsch ha spesso sguazzato. Tre anni e una rimpatriata dei Roxy Music dopo, Ferry torna ai suoi standard con un album diviso fra cover e brani suoi e in saliscendi vertiginoso fra picchi pure notevoli e deprimenti vallate che rimandano a quell’involontaria parodia dei Roxy che furono i neo-romantici. Esemplari in tal senso la voce operatica su passo marziale di Ja Nun Hons Pris, il melò gotico di San Simeon, la magniloquenza pura di I Thought. Anche una Hiroshima che sa di Ultravox orfani di John Foxx, non redenta dalla chitarra di Jonny Greenwood dei Radiohead, uno dei tanti ospiti di una schiera che annovera fra gli altri Brian Eno, Dave Stewart e Chris Spedding.

Detto di una Goddess Of Love la cui capacità seduttiva ha la meglio sull’imponenza dell’arrangiamento, di una Goodnight Irene (di Leadbelly) con tanto di violino e fisarmonica, bella ma fuori posto, i vertici sono una volta di più costituiti da due omaggi a Bob Dylan: un’elettrica It’s All Over Now, Baby Blue in apertura e poco più avanti una Don’t Think Twice, It’s All Right per voce e piano che vale da sola il prezzo del biglietto. È come sentire Elvis cantare il gospel a Las Vegas, in una serata di grazia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.485, 7 maggio 2002.

7 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Quattro recensioni di album di (e con) Daniel Johnston e una considerazione

“L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.” (2006)

Fear Yourself (Sketchbook, 2003)

Imponente per nomi e numeri il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò nel 1992 a una premiazione di MTV indossando una sua t-shirt; Pastels e Yo La Tengo hanno ripreso Speeding Motorcycle; Lou Reed  ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder dei Pearl Jam l’ha vagheggiato, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti; Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse nove anni fa il suo primo album per una major e per quest’ultimo si è scomodato Mark Linkous degli Sparklehorse. “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, fu invece prodotto da Kramer. Cercatelo senza darvi pace fin quando non lo avrete trovato, mettete su il primo brano, My Life Is Starting Over, e sarà amore, di quelli che durano per sempre. Daniel Johnston è un Genio. Daniel Johnston confeziona – da oltre vent’anni! – melodie di un’efficacia inaudita dai tempi di Lennon/McCartney e del Brian Wilson maggiore. Daniel Johnston ha un piccolo problema: per lui Manic Depression non è il titolo di una canzone di Jimi Hendrix, è la sua vita. Questo omone dalla faccia bonaria, che dimostra molti anni più dei quarantadue che ha, entra ed esce da decenni da cliniche per malattie mentali e solo l’affetto dei tanti che lo ammirano e l’abbraccio protettivo di una famiglia benestante gli ha dato modo finora di vivere un’esistenza a tratti normale e di non venire definitivamente istituzionalizzato. Daniel Johnston fa una disperata tenerezza ma a starci vicino può fare talvolta paura, come ben sa il padre, che rischiò di schiantarsi con l’aereo che stava pilotando quando il figliolo lo aggredì accusandolo di essere Satana. Insomma: poco probabile che possiate leggere in futuro una sua intervista. Ancora meno che possiate vederlo dal vivo in un qualche club dalle vostre parti.

Vi restano le canzoni, che sono centinaia ma perlopiù irreperibili, siccome pubblicate in buona parte su cassette che il Nostro (la cui discografia conta alcune decine di titoli) a lungo ha regalato per strada. Accontentatevi momentaneamente della dozzina contenuta in “Fear Yourself”. Ce n’è di che perdere la testa, che si tratti di power pop degno dei Ramones (Love Not Dead, Living It For The Moment) o di Jonathan Richman (Fish), di pigolante e irresistibile lo-fi (Now), o ancora di dolenti incantesimi prevalentemente pianistici (Love Enchanted, You Hurt Me). Qualcosa potrebbe appartenere ai Flaming Lips (The Power Of Love), altro – indifferentemente – a John Lennon o a Randy Newman (Wish). Sull’adesivo incollato alla copertina un altro estimatore importante, David Bowie, dichiara fin d’ora “Fear Yourself” uno dei suoi album preferiti del 2003. Saranno in legioni ad accodarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.528, 8 aprile 2003.

Daniel Johnston/Artisti vari – Discovered/Covered (Gammon, 2004)

Un’isola dei famosi il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò a una premiazione di MTV con una sua t-shirt, Lou Reed ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder pure, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti, Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse dieci anni fa il suo primo album per una major. Per l’ultimo “Fear Yourself” si è scomodato, nel 2003, Mark Linkous degli Sparklehorse. Mentre di “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, si occupò Kramer. Dimenticavo: fra i tesserati anche David Bowie. E poi Teenage Fanclub, Gordon Gano, Bright Eyes, Beck, Mercury Rev, Vic Chesnutt… Tom Waits: per non citare che alcuni dei nomi che nel primo dei due CD che compongono “Discovered Covered” (attribuito con nero humour a The Late Great Daniel Johnston e con in copertina il nostro eroe davanti alla sua tomba) si misurano con uno dei cataloghi più idolatrati – da chi “sa” – e oscuri – per il grande pubblico – della canzone rock d’autore americana dell’ultimo paio di decenni.

Sono versioni quasi sempre felici e in qualche caso bellissime – vorrei citare almeno una Walking The Cow dalle parti di John Cale dei T.V. On The Radio, i Bright Eyes che rendono alla Jonathan Richman Devil Town, una Go di Sparklehorse & Flaming Lips trapunta d’archi, lo Waits ultra-beefheartiano di King Kong – che, nel mentre esaltano il genio melodico di questo eterno ragazzone tormentato da sempre da seri problemi mentali, in un certo qual modo lo normalizzano. Su un secondo compact che dà nuovi significati all’espressione “low-fi” ci sono gli stralunati originali e sentirli a ruota è esperienza che lascia emotivamente scossi. E catturati per sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

Lost And Found (Sketchbook, 2006)

Come almeno una volta in ogni suo disco, anche in “Lost And Found” c’è un momento in cui Daniel Johnston ti lacera l’anima e ne butta via i brandelli. Accade in Lonely Song, passo irresistibile e melodia pure, roba che potrebbe venire da un album dei Kinks periodo “Face To Face”, tranne che c’è un tocco country che rimanda a “Muswell Hillbillies”, e insomma una cosuccia impossibilmente carina che davvero non ti prepara a sentirti dire che “se ascolti veramente con attenzione/potrai sentire la disperazione di un cuore/triste e spezzato – il mio”. Epifania che ne pareggia tante regalateci in passato dal nostro scombinato eroe. Tipo quando in Love Defined (da “Yip/Jump Music”, 1983) citava direttamente San Paolo e tanti saluti a quanti hanno posto al centro del suo mito un’incapacità di intendere e volere che rischia di farsi folklore, dopo e peggio che tragedia: “L’amore sopporta ogni cosa/Crede in ogni cosa/Spera ogni cosa/Fa durare ogni cosa/L’amore non finisce mai”. Idiot savant, allora? Certo savant a sufficienza da polemizzare con l’industria discografica in The Chords Of Fame (da “It’s Spooky”, 1988) e pigliare in giro in Happy Time (da “Fun”, 1994, la sua unica uscita major) Allen Ginsberg. L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.

“Lost And Found” è un album buono come quasi qualunque altro (un’abbondante ventina e senza contare le cassettine casalinghe regalate agli angoli delle strade all’inizio, suoi primi messaggi in bottiglia) per accostarsi a Johnston, che tanto il capolavoro a tutto tondo non lo confezionerà mai siccome gli ci vorrebbe accanto come produttore (Mark Linkous ci andò vicino tre anni fa con “Fear Yourself”) uno altrettanto disconnesso ma nel frattempo connesso. È il consueto campionario strambo e intrigante di pestate innodie rock’n’roll (Rock This Town, Rock Around The Christmas Tree) e squisite per quanto storte ballate (Try To Love, la programmatica Country Song), fra una marcetta fratturata (Foolin’) e una gigiona (It’s Impossible), una strombazzante ossessione (Wishing You Well) e un ilare beat radente lo ska (Everlasting Love). Il tutto porto dalla solita voce gracchiante, tremolante, indolente, che respinge certuni più dell’ustionante sincerità di quanto canta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.23, autunno 2006.

Beam Me Up!! (Hazelwood, 2010)

Ho un discreto numero di dischi di costui, anche se percentualmente una minoranza di una produzione straripante soprattutto negli ’80, quando il nostro squinternato eroe i suoi album li registrava su cassette che poi regalava o li pubblicava per case minuscole. Ed erano vie imperscrutabili quelle per cui tramite finivano in mano a gente famosa o prossima a diventarlo, a Bowie come a Lou Reed, a Sonic Youth e Sparklehorse, Yo La Tengo o Cobain. Tutti… ahem… pazzi per Johnston e in particolare l’ultimo, che se ne faceva propagandista tanto appassionato da persuadere la Atlantic che fosse il caso di ingaggiarla l’aspirante rockstar più improbabile di sempre. Sapete come finì: per quanto le melodie che disegna siano fra le più limpide da Lennon/McCartney in poi, Daniel è un personaggio ingestibile che oltre il culto non può andare. Ho un discreto numero di dischi suoi, ma devo dire che a oggi nessuno mi aveva messo a disagio quanto questo doppiamente finto – nel senso che in massima parte le canzoni erano già note ma nessuna è stata un vero successo e tutte sono state riarrangiate per l’occasione – “Greatest Hits”. Per via di una voce sempre più stridula, barcollante e di suo ansiogena, che fa risaltare come non mai testi espressione di un disagio mentale che devasta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

3 commenti

Archiviato in archivi, coccodrilli

Little Steven & The Disciples Of Soul – Summer Of Sorcery (Wicked Cool/Universal)

Il Boss è sempre il Boss e qui tutti o quasi gli si vuole bene, e oltretutto a sbilanciarsi non avendo ancora avuto modo di ascoltarne l’ultima fatica, “Western Stars”, si rischia di venire subito smentiti, e tuttavia va detto: il suo luogotenente preferito oggi fa dischi che da Springsteen è un pezzo che ce li sogniamo. Questione di suoni: laddove Bruce da quindici anni in qua dà il meglio di sé quando si porge da folkster (in “Devils & Dust”, ovviamente in “We Shall Overcome”, ultimamente negli spettacoli riassunti nel live “On Broadway”), Miami Steve non dimentica mai di essere l’uomo che entrò nella E Street Band orchestrando la intro fiatistica di Tenth Avenue Freeze-Out. Bombastico, a patto di dare al termine un’accezione positiva. Ma questione soprattutto di qualità delle canzoni: “Summer Of Sorcery” e con esso il predecessore di due anni fa “Soulfire” sovrastano di varie spanne tutto lo Springsteen elettrico da “The Rising” in poi. Persino, sempre “The Rising” escluso, da “Tunnel Of Love”.

Non vale notare, a fronte dell’esuberanza travolgente che trasmettono, che l’iniziale Communion dà il tono all’album reinventando l’acqua calda, la ruota e “The River”, che di Party Mambo dice tutto il titolo, che Soul Power Twist è la Having A Party di Sam Cooke con testo e titoli cambiati e I Visit The Blues un ricalco del classico di Bobby Bland I Pity The Fool. L’intero “Summer Of Sorcery” è un esercizio di stile: da una Vortex da manuale blaxploitation al Wall of Sound spectoriano ricreato in A World Of Our Own, da una Gravity che declina funk alla Prince al rock’n’roll Superfly Terraplane. Fatto da gente con poca anima risulterebbe sterile. Little Steven lo rende un’ora di divertimento sfrenato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

L’età aurea (una delle tante) degli Isley Brothers

Sono ancora vivi – quelli che non sono morti: il povero Vernon, che se ne andò adolescente senza assaggiare un briciolo di fama; poi O’Kelly e Marvin – gli Isley Brothers e lottano insieme a noi: faccenda di mesi fa un album che i superstiti Ronald ed Ernie (Rudolph ha da tempo optato per una dorata pensione) hanno tramato in combutta con Carlos Santana. Con esiti a dire il vero modesti da tutti i punti di vista. Lavoro appena piacevole, “Power Of Peace” ha venduto quelle venti-trentamila copie bastanti a fargli guadagnare un modesto numero 64 nella graduatoria USA ed è davvero poca cosa se si pensa ai numeri del buon Carlos, che si congedava dal Novecento con i trenta (!) milioni di copie totalizzati da quella ruffiana fetecchia di “Supernatural” e nel secolo nuovo ha continuato a collezionare dischi d’oro e platino. Ma soprattutto se si ricorda che ancora nel 2003, che nel contesto di una storia così lunga è ieri l’altro, con “Body Kiss” gli Isley Brothers conquistavano la vetta della classifica di “Billboard” e nel 2006 “Baby Makin’ Music” era quinto. Ma, insomma, che abbia perso il tocco magico un gruppo in pista da sessantatré (!!!) anni ci sta. Nel fatidico 1954 l’oggi settantaseienne Ronald, voce inconfondibile, già era parte della compagnia. Chitarrista stellare ed eccelso batterista, il sessantacinquenne Ernie si univa ufficialmente nel 1973, ma in realtà sin dal ’68 la bazzicava. Era un live a sanzionarne l’arruolamento con ogni crisma, era con il successivo “3 + 3” che un complesso già nel terzo decennio di vita entrava in quella che è rimasta la sua epoca aurea, sia artisticamente che commercialmente. Ai fondatori Ronald, Rudolph e O’Kelly si aggiungevano i più giovani Ernie e Marvin e il parente acquisito Chris Jasper (tre più tre, appunto). Trasfusione di sangue fresco che coincideva con l’ennesima metamorfosi di un sound sbocciato all’incrocio fra gospel e rhythm’n’blues, quindi innervato di pop e poi di folk-rock. Era il funk a prendersi la scena, svolta (adombrata sin dal 1969 dalla classicissima It’s Your Thing) ribadita nel ’74 da “Live It Up”. Un successone, ma nulla di paragonabile a “The Heat Is On”, di un anno dopo ancora.

Mezzo milione di copie vendute (dati sempre USA, ovvio) nel primo mese nei negozi (oggi è certificato doppio platino), quaranta settimane nei Top 200 di “Billboard” che arrivava a capeggiare e gli unici altri neri a guardare tutti dall’alto nel ’75 erano Earth, Wind & Fire e Ohio Players. Non solo: il primo singolo tratto dall’album era un numero 1 R&B e 4 Pop. Inaugura il 33 giri, Fight The Power, con mostruoso macinare le cui modernità e popolarità sono state rinnovate in era hip hop dall’omonimo brano dei Public Enemy (nel cui lunghissimo elenco di campionamenti non è però curiosamente compresa). Sono 5’19 che non fanno prigionieri, seguiti dai 5’37” di una title track ebbra di wah wah ed energia funkadelica e dai 6’06” di una Hope You Feel Better Love marchiata a fuoco da una chitarra elettrica per descrivere la quale non si possono usare che due parole: una è “heavy”, l’altra “metal”. Cambi facciata e stenti a credere che sia lo stesso gruppo a prodursi in tre languidissime ballate soul – For The Love Of You, Sensuality e Make Me Say It Again Girl – rispettivamente con influssi jazz, blues e gospel. La prima delle quali formidabile anticipo di quiet storm.

Strepitosa come da tradizione Speakers Corner una ristampa che egualmente fa risaltare la zuccherina seduzione delle voci, una ritmica dallo sferzante al metronomico con swing, una chitarra ferocemente rock. E squisiti dettagli, tipo il flauto che svolazza in For The Love Of You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

2 commenti

Archiviato in archivi

Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

Benché la democrazia sia sotto attacco, nonostante i cambiamenti climatici, persino a dispetto di chi mette la panna nella carbonara, be’, forse c’è speranza per l’umanità. Forse questo mondo non è brutto come sembra se i Vampire Weekend si riaffacciano alla ribalta dopo sei anni e con il quarto lavoro in studio conquistano la vetta dei Top 100 di “Billboard” nella settimana stessa dell’uscita. D’altronde: erano già andati al numero uno sia il terzo – “Modern Vampires In The City”, nel 2013 appunto – che il secondo – “Contra”, nel 2010 – stabilendo un record giacché mai in precedenza una band accasata presso un’indipendente (erano allora alla XL) aveva piazzato due album di fila in cima alla classifica USA. Né se l’era cavata male per essere un debutto l’omonima fatica datata 2008: numero 17 e alla lunga disco di platino. In cosa sta la meraviglia di tutto ciò? Nel fatto che trattasi di musica di qualità altissima e di solito non va al numero uno musica così. Di solito gruppi così ben che vada diventano dei culti.

Partiti come un curioso incrocio fra indie rock e afro-pop (il Paul Simon di “Graceland” una chiara influenza), tornano in scena avendo nel frattempo perso per strada Rostam Batmanglij, secondo autore come peso (continua però a collaborare da esterno), e dopo il trasloco da New York a Los Angeles del capobanda Ezra Koenig. Vanno in ogni senso a Ovest, i Vampire Weekend, sin dalla stupenda ballata country-folk, Hold You, che inaugura un programma di diciotto tracce con a suggello un perfetto tema da musical quale Jerusalem, New York, Berlin. È un gioiello di Americana alla Brian Wilson/Van Dyke Parks, con bellissime deviazioni dal percorso principale quali lo spigliato rock This Life e una pianistica My Mistake da Harry Nilsson alle prese con Randy Newman.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Dieci canzoni per ricordare Willy De Ville, a dieci anni dalla scomparsa

10) Storybook Love (da “Miracle”, A&M, 1987)

9) Key To My Heart (da “Victory Mixture”, Sky Ranch, 1990)

8) All In The Name Of Love (da”Backstreets Of Desire”,  FNAC Music, 1992)

7) Just To Walk That Little Girl Home (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

6) Demasiado corazon (da “Where Angels Fear To Tread”, Atlantic, 1983)

5) Just Your Friends (da “Return To Magenta”, Capitol, 1978)

4) Lipstick Traces (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

3) Cadillac Walk (da “Cabretta”,  Capitol, 1977)

2)  Love Me Like You Did Before (da “Coup de grâce”, Atlantic, 1981)

1) Spanish Stroll  ( da “Cabretta”, Capitol, 1977)

3 commenti

Archiviato in anniversari

Filthy Friends – Emerald Valley (Kill Rock Stars)

Non c’è niente da fare: senza un gruppo – anzi: un supergruppo – Peter Buck non ci sa stare. Da quando nel 2011 i R.E.M. chiudevano una vicenda artistica trentennale che li colloca fra i grandi della storia del rock, più che per una carriera solistica di basso profilo (tre dischi non trascendentali e  solo in vinile) il chitarrista si è fatto notare per il contributo a band inizialmente estemporanee e che hanno finito invece per consolidarsi, con più uscite e percorsi pluriennali: ha rimesso in pista i Tua Tara, ha continuato a offrire il suo apporto a Tired Pony e Baseball Project e soprattutto è il principale partner di Corin Tucker nei Filthy Friends. Non essendo chiaro se per le Sleater-Kinney la reunion che nel 2015 ha fruttato “No Cities To Love” avrà un seguito, o resterà un formidabile una tantum, parrebbe a questo punto che pure per lei i Filthy Friends (formazione che comprende anche l’ex-Fastbacks Kurt Block alla chitarra ritmica, Scott McCaughey dei Minus 5 al basso e alle tastiere e la nuova arrivata Linda Pitmon alla batteria) siano ben più che un hobby. “Emerald Valley” vede la luce a due anni dall’eccellente debutto “Invitation”, come minimo pareggia i conti con quello e ribadisce un potenziale pure commerciale notevole. Che resterà probabilmente inespresso, giacché esce per un’etichetta piccina per quanto storica e di prestigio quale è la Kill Rock Stars.

Ben promozionata Only Lovers Are Broken potrebbe fare sfracelli, quasi se non analoghi a quelli che fecero le Bangles con un analogo sound. È l’articolo più irresistibile in un campionario di dieci senza cadute, si tratti del western psichedelico alla Thin White Rope della title track, di una November Man in chiave shoegazing, di tirate alla Patti Smith come Pipeline e Last Chance County.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 409, maggio 2019. Un nuovo album delle Sleater-Kinney è annunciato per il 16 agosto.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni