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Gli anni rumorosi di Graham Parker

Oggi come oggi è l’unico cantante per il quale pagherei volentieri un biglietto.” (Bruce Springsteen, 1978)

Racconta Graham Parker di avere incrociato un’unica volta in vita sua Joe Strummer. Era il giugno del 1976 quando, al termine di uno spettacolo al Marquee di Londra, gli si parò davanti nei camerini un giovanotto che l’allora manager Dave Robinson gli presentò come “Joe, il cantante degli 101ers”. Invece di commentare il concerto appena visto, o di parlargli di sé, il futuro (a brevissimo, questione di giorni) frontman dei Clash domandava se gli fosse già capitato di vedere i Sex Pistols. Alla risposta negativa il suo commento era “sono tutta un’altra faccenda loro, la roba più nuova che ci sia in giro”. “Ehi! Aspetta un momento!”, dice di avere pensato e solo pensato il nostro uomo. “Sono io la roba più nuova che ci sia in giro.” Avendo appena dato alle stampe il primo album, un debutto salutato da una critica pressoché unanime come una boccata di aria fresca, l’eroe di questa storia si scopriva prematuramente obsoleto. Avrà agio, negli oltre tre decenni e mezzo trascorsi, di rendersi conto di come fosse sì un danno dal punto di vista mercantile ma in assoluto non un male: le mode passano, la Canzone resta. La sua prima dozzina di canzoni memorabili era a quel punto già in catalogo. Se ne aggiungeranno innumerevoli altre: belle e qualcuna bellissima, agre ma con un cuore romantico, sovente eccitanti, talvolta commoventi. L’ultima dozzina si è disvelata poche settimane fa e ha fatto in fretta a diventare un’ossessione – piacevole – e un rimpianto: per tutti i dischi, anche i più riusciti, licenziati dopo il 1980 nei quali i Rumour con ci sono, o al massimo ve n’è uno o due. Incensato nello scorso numero di questo giornale, “Three Chords Good” ribadisce un paio di verità inoppugnabili delle quali ci si andava scordando: che i Rumour stanno a Graham Parker come gli Heartbreakers a Tom Petty, o la E Street Band a Springsteen; e che continua a essere questo il podio dei più grandi gruppi di classic rock da metà anni ’70 in qua. Gioiose, invincibili macchine da guerra.

Ci sono amori che cominciano con un colpo di fulmine, altri che sbocciano dopo lunghe frequentazioni. Gli appuntamenti al buio sono il rifugio dei disperati e più facile che fruttino, al meglio, uno strofinamento piuttosto che una storia importante. Questa vicenda comincia con un appuntamento al buio. A parte che Dave Robinson – che non ha ancora fondato la Stiff e per intanto gestisce un locale, l’Hope & Anchor, cruciale ritrovo per quanti nella capitale britannica remano contro la deriva prog – gliene ha detto un gran bene, i Rumour non hanno idea di chi sia quel venticinquenne basso, smilzo e nervoso che si trovano di fronte in sala prove. Sono appieno giustificati. È un Signor Nessuno la cui fama, e si fa sul serio per dire, non ha mai valicato i confini del villaggio del Surrey nel quale ha vissuto sin da bambino. Avrà un bel favoleggiare nella prima intervista di peso, pubblicata dal mensile “Zigzag” nel gennaio ’77, di complessini capeggiati sin dalla verde età di tredici anni, prima tali Deep Cut Three (dal nome del borgo) devoti ai Beatles e poi talaltri Black Rockers in una vena di rhythm’n’blues urbano à la Stones. Per carità: può pure darsi che sia tutto vero e nondimeno più ci si inoltra in una narrazione picaresca – con tanto di soggiorni fra ’60 e ’70 a Guernsey e Gibilterra e peregrinazioni marocchine a capo di tali Narziss, descritti come un gruppo space rock con influenze sia di folk acido alla Incredible String Band che black – e più vengono in mente (anche perché in altre versioni del medesimo racconto il gruppo si chiama Pegasus) le mirabolanti panzane di un altro maestro sicuro, il Giovane Dylan. Quel che è certo è che, dopo avere flirtato con la cultura Mod e consumato ingenti quantitativi di sostanze psichedeliche (ne farà sempre propaganda, sconcertando qualcuno fra gli esegeti del suo rock operaio), il ragazzo si è guadagnato il pane e un tetto con una successione di lavori precari e lo farà sempre ridere la definizione che gli appiccicheranno di ex-benzinaio (“Un caso. Avrei potuto benissimo essere ‘l’ex-panettiere di Deepcut’.”). Quel che è certo è che c’è un sacco di America nelle sue corde e nei suoi accordi e che – in ritardo sull’ondata cantautorale alla James Taylor come sul glam, in anticipo sul punk – nessuno in Gran Bretagna in quel momento scrive musica così. Bravo Robinson a coglierlo nei demo un po’ raffazzonati che gli sono giunti fra le mani. E quello che infine è indiscutibile è che, benché la cittadina dalla quale proviene non disti che qualche decina di chilometri da Londra, il Nostro sarebbe perfetto per la parte del tipico villico ignorante. Lui dovrebbe difatti sapere sì chi ha dinnanzi. Il tastierista Bob Andrews e il chitarrista Brinsley Schwarz provengono dal complesso che prendeva il nome da quest’ultimo, stupenda combriccola americanofila con all’attivo sei LP uno più sapido dell’altro, dapprincipio sorta di propaggine nel Regno Unito di Crosby, Stills & Nash come dei Grateful Dead riconvertitisi al country e a fondo corsa apripista power pop per i Dr. Feelgood come per Eddie & The Hot Rods. L’altro chitarrista, Martin Belmont, arriva dagli stilisticamente affini e non meno strepitosi Ducks Deluxe e quanto alla sezione ritmica – al basso Andrew Bodnar, alla batteria Stephen Goulding – è stata quella dei Bontemps Roulez. Insomma: una sorta di supergruppo pub rock e questo peserà naturalmente nella sistemazione nella suddetta casella di colui che per un lustro sarà il capobanda. Parker ne sarà sempre e da subito, e con più di qualche ottima ragione, infastidito, ma tant’è: prezzo modesto da pagare per l’intesa alchemica che immediatamente si crea.

Prosegue per altre 20.145 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013. Graham Parker compie oggi settant’anni.

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Bright Eyes – Down In The Weeds, Where The World Once Was (Dead Oceans)

Il contrasto fra l’ultimo album di Conor Oberst che recensivo, “Ruminations” del 2016, e questo che è il primo a nome Bright Eyes da nove anni in qua, non potrebbe essere più clamoroso. Quello, penultimo disco da solista per un oggi quarantenne che pubblicava tredicenne la prima cassettina, una collezione di ballate intimiste per sole voce e chitarra o voce e piano, con un’armonica ad affacciarsi ogni tanto. Questo, con giusto una traccia su quattordici, Hot Car In The Sun, che sarebbe potuta stare pure su quello, è in genere iperarrangiato. Una cosa in comune hanno: la capacità di disegnare melodie di un classicismo pop accostabile ad alcuni dei più grandi maestri del genere. Se quattro anni fa concludevo scrivendo che, se soltanto avesse voluto, il nostro uomo avrebbe potuto essere il James Taylor della sua generazione, o il Paul Simon, stavolta i nomi da citare sono Burt Bacharach e Brian Wilson, Leonard Cohen e Billy Joel. D’altronde Oberst ─ all’attivo un catalogo sterminato di incisioni attribuite a una mezza dozzina di diverse ragioni sociali ─ ha sempre praticato di tutto, nell’ampissimo arco compreso dal country al noise. Produzione straripante e in ogni senso ineguale, nella quale magari si stenta a rintracciare un capolavoro totale ma sono diversi gli album notevoli. Pure gli scivoloni, eh?

“Down In The Weeds…” appartiene alla prima categoria, anche se ogni tanto in questo dilagare inesausto (un paio di altre eccezioni: il synth-pop Pan And Broom, il folk-rock Tilt-A-Whirl) di ritmiche rutilanti, archi e ottoni peraltro orchestrati magnificamente e non meno sontuose armonie vocali che vanno a sommergere pure certi attacchi strimpellati un filo di nostalgia dei Bright Eyes indie rock viene. Poi passa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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Throwing Muses – Sun Racket (Fire)

Vale per questo anno infame e per il mondo intero, ma davvero del decimo album in studio delle Throwing Muses (giusto continuare a chiamarle così, al femminile, anche se Tanya Donnelly se ne andò nel ’91 e da allora è tornata, e occasionalmente, solo come ospite; ma Kristin Hersh resta “commander in chief”) si può dire che sia nato sotto una cattiva stella. Annunciato in febbraio con il midtempo grunge Dark Blue ad anticiparlo e un’uscita fissata per il 22 maggio, la sua pubblicazione è stata rinviata a inizio settembre per l’emergenza Covid-19. Solo che, come si usa per permettere ai giornali su carta di uscire con le recensioni in contemporanea ai siti, già in marzo era stato messo nella disponibilità degli addetti ai lavori e più d’uno, distratto, ne ha scritto allora. Sei mesi prima dell’arrivo nei negozi! Esito: un disco mezzo bruciato che l’impossibilità di promuoverlo dal vivo finirà di uccidere in culla. Ed è proprio un peccato.

Tant’è. Qui si auspica non vada così e per il resto non si può fare, dopo la cronaca, che critica. Annotando che è il più convincente degli appena tre lavori prodotti in una seconda vita principiata nel 2003 da una band che fu artefice del pop chitarristico più nevrotico ─ sghembo e pieno di spigoli, acido (solforico, non lisergico) e debitore in egual misura al country-rock più lunare e alla new wave ─ mai uditosi prima che i Pixies spostassero ancora più in là i paletti, aprendo la strada ai Nirvana. Da un album complessivamente ruvido con apici in una Bo Diddley Bridge dall’ossianico al baroccheggiante, in una Upstairs Dan molto PJ Harvey, in una St. Charles dove la Magic Band di Captain Beefheart scopre il piacere di aggrapparsi a un riff emerge un’inedita tendenza ad affidarsi a giri di valzer. Basta che non siano gli ultimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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The Boy With A Thorn In His Side – Una piccola esegesi di Mark Eitzel

Ciò che mi appassiona è scrivere di esseri umani: omosessuali, normali, bianchi, neri; di vita, morte e salvazione.” (ME, 1996)

Mi sia consentito iniziare con un’annotazione personale: qualche mese fa sono diventato, in quanto critico, maggiorenne. Nel senso che sono trascorsi diciotto anni da quando pubblicai, proprio su queste pagine, il mio primo articolo. Ci sono giorni in cui sono felice del mestiere che mi è toccato in sorte. In altri, indirizzo improperi a chi guardò con occhio tanto benevolo i primi pezzi che gli spedii, accompagnati da una letterina arrogante mica male che avrebbe dovuto illuminarlo sul mio caratteraccio. Mi accade soprattutto, a parte quando mi arrivano gli estratti conto dalla banca (un consiglio da amico: se volete diventare ricchi non datevi al giornalismo musicale), quando le scadenze incalzano e fra i cumuli immani di CD frugo alla ricerca di qualcosa di degno di nota e piombo nello sconforto per la pochezza di emozioni vere che la sovrabbondante produzione discografica odierna mi trasmette. Sarà che quando in vita tua hai scrutinato all’incirca un venti-venticinquemila album tendi a essere un po’ più esigente di quanto non fossi a vent’anni, sarà che l’ascolto coatto (come tutte le cose cui si è costretti) di per sé non predispone bene, fatto sta che ci sono giorni in cui a scrivere di dischi mi vengono in mente quelle parole di Cobain nel suo addio al mondo, riguardo (vado a memoria) al sentirsi falsi. Ma per fortuna (mi deciderei a cambiare lavoro, se no) non è sempre così. Perché prima o poi dal mucchio (eh eh…) sbuca sempre quell’album che ti colpisce al cuore e ti ricorda all’improvviso perché un bel dì vagheggiasti di imbrattare carta da giornale. Per la stessa ragione per cui Mark Eitzel si è messo a comporre canzoni: perché è appassionante scrivere di esseri umani, vita, morte e salvazione.

Eitzel ha saputo spesso toccarmi nell’intimo, con la commovente discrezione che fu di uno dei suoi eroi, Nick Drake. Sarebbe potuto diventare il Morrissey della sua generazione e invece no, siano dannati gli dei che così hanno disposto. Devono averlo fregato l’onnipresente pizzetto che confonde sull’età, il mancato arresto dello sviluppo a una situazione mentale di eterno adolescente e soprattutto il passaporto americano, anche se va detto che in Gran Bretagna divenne oggetto di culto molto prima (e di più) che a casa sua. A quanto pare, essere l’Oscar Wilde del rock’n’roll (insomma…) è/era più chic che non esserne il Raymond Carver. Sia come sia, mi pare evidente che fra il Nostro e lo Stephen degli Smiths qualche affinità ci sia. Intento a scrutare le scalette dei suoi lavori, prima da leader degli American Music Club, quindi da solista, alla ricerca di un titolo per questo pezzo, ho improvvisamente realizzato che il catalogo smithsiano si prestava assai meglio alla bisogna. Sono arrivati al ballottaggio due titoli e avete visto quale ho scelto. Quale fosse il secondo, lo scoprirete prima di giungere alla fine.

Sebbene sia mediamente di una malinconia che sconfina talvolta nell’angoscia, ho trascorso una giornata bellissima (ri)passando al vaglio l’opera omnia di Mark Eitzel. Si sa, la musica triste ha qualità redentrici, rasserenanti.

Prosegue per altre 12.576 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.442, 15 maggio 2001.

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Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan)

Nel video per l’irlandese RTE del brano che intitola il loro secondo album Grian Chatten, cantante dei Fontaines D.C., indossa una maglietta dei Pogues. Omaggio casuale probabilmente, ma chissà che non gli sia invece capitato di leggere in Rete il commento di un fan che di Dublin City Sky (da lì arrivano i Nostri), la canzone messa un anno e mezzo fa a suggello del debutto “Dogrel”, dice che “sembra un pezzo scritto da Shane MacGowan, ma suonato dai Velvet Underground”. Prendendoci in pieno, ascoltatela per crederci. E a quel punto già sarete innamorati di un quintetto che sta mandando esauriti in prevendita i biglietti per il tour che avrebbe dovuto promuovere “A Hero’s Death” e le cui varie tappe (nei piani attuali pure una data milanese, nel marzo prossimo) sono state spostate in avanti di vari mesi per la ragione che ben sapete. Così, a scatola chiusa. Comprati da chi non vuole rischiare di perdersi forse gli ultimi concerti in teatri, club, piccole arene di una band che al giro dopo potrebbe passare agli stadi. Potenzialmente “the biggest thing” sbocciata nella capitale dell’Éire dacché vi mossero i primi passi tali U2. Addirittura.

Per intanto fra le ovazioni scroscianti che hanno salutato “A Hero’s Death” già si coglie qualche timido distinguo, della serie “bello, bellissimo, ma un filo meno dell’esordio”. Mica vero, mi pare. Più maturo senza che di quella travolgente freschezza nulla si sia perso. Più vario, capace com’è di racchiudere fra una I Don’t Belong molto Joy Division e la ballata smithsiana No new wave ansiogena alla Wire (A Lucid Dream) o alla P.I.L. (I Was Not Born), indie-pop modello Pavement (You Said) o Undertones (via Fall! la traccia omonima), folk ammodernato (Oh, Such A Spring) e persino una scheggia di Beach Boys (Sunny). Formidabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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The Psychedelic Furs – Made Of Rain (Cooking Vinyl)

Quando cogliendo a pretesto la ristampa integrale del loro catalogo a 33 giri ─ otto album pubblicati fra l’80 e il ’91 ─ dedicavo (AR 401, settembre 2018) un’intera pagina nella rubrica del vinile agli Psychedelic Furs non facevo cenno al loro essere tornati a calcare le scene all’inizio del secolo. Non posso esserne sicuro, ma non credo fu una dimenticanza. Più probabilmente ne accennai da qualche parte nella prima stesura e poi, per ridurre il pezzo al giusto numero di battute, tagliai un’informazione in fondo irrilevante. Cosa aggiungeva a una vicenda gloriosa la riesumazione della sigla da parte di Richard e Tim Butler (a lungo è stato con loro pure John Ashton, non uno dei fondatori ma in squadra dal primo LP all’ultimo) per lucrare ancora qualche spicciolo facendo jukebox del repertorio storico? Semmai sottraeva. Adesso c’è però un album nuovo.

Innegabile: un’emozione riascoltare la voce di Richard Butler, una delle più inconfondibili della new wave, e scoprirla intatta. Il disco, anticipato (scelta infelice, trattandosi di una delle più deboli fra le sue dodici tracce) già a fine gennaio dalla stentorea Don’t Believe, parte piuttosto bene con una The Boy That Invented Rock’n’Roll viceversa guerriera il giusto. E parrebbe proprio decollare con You’ll Be Mine, acidula quanto basta per un gruppo con “psychedelic” nel nome e velvetiana idem per chi con l’altra metà della ragione sociale intendeva omaggiare Venus In Furs. Pezzo “di mestiere”, a essere onesti, ma che cattura. Più di un prosieguo in cui si ha comunque il coraggio di deviare ogni tanto dal risaputo, in particolare nella barocca e da fine ’60 piuttosto che ’70 Tiny Hands. Dopo la quale e fino alle chitarre di colpo distorte che sigillano la conclusiva Stars ci si appisola.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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Julian Cope – Never say carpe diem

Danzare di architettura

All’inizio era l’emozione. Il verbo è venuto in seguito per sostituire l’emozione, come il trotto sostituisce il galoppo, mentre la legge naturale del cavallo è il galoppo: lo si mette al trotto. Si è strappato l’uomo alla poesia emotiva per indurlo nella dialettica, cioè nella confusione, non è così?” (Louis-Ferdinand Céline)

Ciò che è ammirevole è inesplicabile.” (Ursula K. Le Guin)

La musica è il genere di arte perfetto. La musica non può mai rivelare il suo segreto più nascosto.” (Oscar Wilde)

È la vecchia questione, tante volte dibattuta e mai risolta: si può raccontare la musica? Si può spiegarne la magia o è impresa improba se non impossibile, come sarebbe descrivere il Partenone a passi di danza? Postulando che la risposta sia affermativa (se no che senso avrebbe che qualcuno ne scriva, di musica, e altri leggano? – insomma: perché perdere tempo a fare “Dynamo”? e a che pro stiamo dialogando?), sorge un altro quesito: come? Taluni, ricordando che la musica è una faccenda matematica e la matematica domanda (è) precisione, se la cavano riducendo tutto o quasi al dato tecnico: accordi, scale, tempi, vuoti e pieni, incastri, e via smontando, tentando di spiegare l’armoniosa bellezza dell’assieme con la perfezione della singola parte. Solo che tante parti perfette non necessariamente fanno un tutt’uno di valore. Solo che dilungarsi sulle strutture e trascurare la personalità dell’artista e lo spirito del suo tempo vuole dire mettere sullo sfondo il significato ultimo che intendeva trasmettere. È fare dell’atto amoroso un esercizio ginnico. È dimenticare che se la musica è la più universale delle arti è perché ha una capacità senza pari di toccare il cuore dell’uomo. Tanto per intenderci, che mai è lo stile sullo strumento di Chuck Berry? Un chitarrismo essenziale, ripetitivo, monotono, caratterizzato da “double stop” (due note suonate insieme in strisciato) e “bending” fatto contemporaneamente su due corde (di solito, Si e Sol), oppure la pietra angolare del Creato?

Se siete del partito dei primi, quelli che spiegano il Partenone partendo dai marmi, per voi Madmax, il secondo degli otto brani che compongono “Autogeddon”, album di Julian Cope ancora piuttosto recente (è uscito sul principio della scorsa estate) ma già raggiunto in discografia da un altro lavoro (di più, al riguardo, verso fondo corsa), non sarà che una cosuccia banale, una ballata costruita su una melodia folk già sentita e elementare, diosanto, quanto elementare. Spero non siate in molti a pensarla così e, nel caso, avete tutta la mia compassione. Per me, sono i tre LP di Nick Drake e i primi quattro di Tim Buckley fusi in 3’37”: un sogno e ancora di più, un miracolo. Come è tipico degli artisti grandi ma grandi davvero, l’opera di Julian Cope vale più della somma delle sue componenti. Per lui due più due, come minimo, fa otto.

 Prosegue per altre 14.185 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.5, marzo 1995. Julian Cope festeggia oggi il suo sessantatreesimo compleanno.

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Protomartyr – Ultimate Success Today (Domino)

Giusto nel numero in cui si racconta del ritorno degli Psychedelic Furs capita venga recensito anche il nuovo e atteso tre anni (mai avevano messo tanto fra un album e l’altro; la data di uscita è stata oltretutto spostata in avanti di un paio di mesi causa coronavirus) lavoro in studio dei Protomartyr. Che si apre con la loro canzone più “easy” di sempre. Fra Joy Division e Bowie, Day Without End, ma soprattutto e non solo per il sax che la attraversa assai prossima agli Psychedelic Furs che fecero epoca quando i componenti della band di Detroit ancora andavano all’asilo. Comincia a misurarsi da lì la distanza di “Ultimate Success Today” dal precedente catalogo e il lettore che ha familiarità con quel rumoroso poker di dischi è invitato a saltare al primo giro le otto tracce in mezzo e a puntare subito dopo la decima e ultima, Worm In Heaven: una ballata, addirittura, suadente per quanto elettrica fintanto che a una cinquantina di secondi dal termine non si impenna e allora sì che li riconosci Joe Casey e soci.

Quanto sta in mezzo non è così spiazzante ma già sarebbe stato indicativo di come un gruppo che, visti successo di critica e buon riscontro di pubblico, facilmente avrebbe potuto vivere di rendita riproponendosi più o meno sempre uguale a se stesso abbia invece optato per allargare gli orizzonti. Se pure in un brano come Processed By The Boys il consueto richiamarsi ai Fall appare rinfrescato da un piglio (ci avessero buttato dentro un synth…) Nine Inch Nails, una June 21 di (relativamente) quieta epicità è caratterizzata da una voce femminile (Nandi Rose aka Half Waif), echi di Bowie tornano in Modern Business Hymns e da Bridge & Crown fanno capolino i Bauhaus. L’album migliore dei Protomartyr? Di sicuro quello sul quale più verrà voglia di tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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L’irresistibile ascesa dei National (su “High Violet”, a dieci anni dall’uscita)

A recuperare in qualche modo ─ facile come bere un bicchier d’acqua: andate su YouTube e lo troverete (stupisce il numero bassissimo di visualizzazioni); altra faccenda volerselo mettere in casa: auguri! ─ un ascolto del mini “Ruther 3429” che unico testimonia la breve esistenza dei Nancy vi stupirete come poco, quasi nulla (diciamo l’acerba ballata Export) nel ruvido garage-punk con influenze wave che lo caratterizza (altra eccezione una Track 10 con qualche malriposta ambizione avant) anticipi l’inconfondibile sound, già quasi perfettamente formato, con il quale i National da lì a cinque anni si presenteranno al mondo con un omonimo album. Eppure: lì cominciavano a farsi le ossa, nella natia Cincinnati, Ohio, il cantante Matt Berninger e il bassista Scott Devendorf. Era il 1996. Poco dopo i ragazzi si trasferivano a New York, quartiere di Brooklyn, dove nel 1998 li raggiungeva il fratello di Scott, Bryan, in precedenza batterista con tali Project Nim che, diversamente dai Nancy, non hanno lasciato testimonianze discografiche. Tuttavia importanti in questa storia giacché ne facevano parte anche i gemelli Aaron e Bryce Dessner, principalmente chitarristi ma in seconda battuta entrambi pure tastieristi e il primo bassista e armonicista alla bisogna. Bryan li presentava a Matt e Scott. Schierati dapprincipio a quattro – organico comprendente oltre a Berninger la sezione ritmica formata dai Devendorf e Aaron Dessner alla chitarra – i neonati National si assicuravano presto una residenza al Luna Lounge, Lower East Side. Era nondimeno solo lo scoppiare della cosiddetta “bolla delle dot-com” a indurli, avendo perso impieghi discretamente remunerativi, a provare a trasformare in professione un hobby cui riservavano in precedenza soltanto i fine settimana. Non stavano a cercarsi un’etichetta. A dare alle stampe nel 2001 “The National” era la Brassland, fondata dai Dessner in collaborazione con l’ex-freelance per (fra gli altri) “New York Times” e “LA Weekly” Alec Hanley Bemis. Nel disco Bryan è solo uno degli ospiti. Si unirà ufficialmente alla band all’indomani della sua uscita. Nei diciannove anni trascorsi da allora, durante i quali i Nostri hanno pubblicato altri sette lavori in studio, la formazione è rimasta invariata. Incredibile a dirsi, con la ricca aneddotica che nella storia del rock documenta epici litigi famigliari (al lettore saranno subito venuti in mente gli Everly, i Davies, i Gallagher, i Robinson), in tutto questo tempo le cronache non hanno mai dato conto di contrasti significativi in un gruppo in cui le coppie di fratelli sono addirittura due.

Gli estimatori di un quintetto la cui ascesa, dal culto che subito lo circondava, a una fama sempre più diffusa sebbene non dai numeri milionari è stata lenta ma costante (e supportata da una stampa invariabilmente in adorazione) si dividono in due fazioni riguardo a quale sia il suo capolavoro. Risultano in maggioranza per quanto marginalmente ma con l’appoggio della critica che più fa giurisprudenza quelli che votano per “Boxer”, del 2007 e album numero quattro dopo “Sad Songs For Dirty Lovers”, che usciva nel 2003 ancora su Brassland, e “Alligator”, che segnava l’approdo nel 2005 alla britannica Beggars Banquet. Si può capire e condividere. È il disco in cui l’incrocio primigenio fra il post-country dei Lambchop e il crepuscolarismo dei Tindersticks, il cantautorato tendente al catatonico di Will Oldham e il pop-rock eccentrico e incantatorio dei Guided By Voices, con uno sguardo rivolto all’Australia gotica di un Nick Cave (così simile al profondo Sud americano di un William Faulkner) e uno a quella scanzonata, ma con un nucleo di malinconia, dei Go-Betweens si innervava definitivamente di sapienti orchestrazioni di ottoni e archi, con anche le tastiere a ricavarsi uno spazio maggiore. Barocco, eppure in qualche ineffabile modo austero, con squisita contraddizione in termini. Ma se è ai numeri che si guarda è il successivo di tre anni “High Violet”, primo su 4AD presso cui i newyorkesi d’adozione sono tuttora accasati, a vincere a mani basse, un numero 5 UK e 3 USA (solamente “Sleep Well Beast” farà formalmente meglio, primo nel Regno Unito e secondo in patria, però totalizzando vendite decisamente meno cospicue). In ogni caso album splendido ed è la seconda volta che su “Audio Review” gli dedichiamo così ampio spazio. All’uscita era “disco del mese” e il tempo ci ha dato ragione. Riascoltato, non sembra invecchiato di un giorno e conferma nel congedo Vanderlyle Crybaby Geeks ─ un quarto di Paul McCartney, uno di Brian Wilson, uno di Scott Walker e uno di Leonard Cohen ─ l’articolo più memorabile nell’intero catalogo di una band solita crescere alla distanza, che aristocraticamente (da un po’ hanno preso a chiamarli “i Radiohead americani”) di rado porge riff o melodie che agganciano al volo. Incomprensibilmente manco la proponevano come singolo, i National, per quanto per promuovere l’album una Bloodbuzz Ohio all’incrocio fra Arcade Fire e TV On The Radio non fosse affatto una cattiva scelta. Idem la litania fosca, che nel procedere si gonfia sempre più tesa e fragorosa, di Terrible Love. Ai due estremi del resto: la tambureggiante e spigolosa Lemonworld e la confidenziale e carica di spleen (alquanto American Music Club, per chi se li ricorda) Runaway.

L’occasione per tornare a frequentare “High Violet” è stata offerta da una “10th Anniversary Expanded Edition” su coreografico triplo vinile porpora oppure viola oppure bianco striato di viola o, ancora, azzurro o in alternativa viola con indefinibili chiazzature più chiare. I collezionisti possono sbizzarrirsi. Gli altri possono scegliere se investire una cifra importante oppure cercare di recuperare la versione doppio CD del 2010 che già aggiungeva le medesime otto bonus: due lati B, una alternate take, tre registrazioni dal vivo e due pezzi rimasti altrimenti inediti. Uno dei quali, lo spumeggiante vaudeville Wake Up Your Saints (un’autentica gemma), non si capisce proprio perché.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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The Jayhawks – XOXO (Thirty Tigers)

Decimo lavoro in studio dei Jayhawks (produzione parca se si pensa che l’omonimo esordio data 1986), “Back Roads And Abandoned Motels” vedeva la luce due anni fa e si distaccava per genesi dai precedenti nove perché Gary Louris (leader della band dacché Mark Olson la lasciò dopo il quarto album; come si racconta in questo stesso numero anche nella recensione dell’ultimo disco di costui) scriveva appositamente giusto due delle sue undici tracce. Completando la scaletta con brani composti in precedenza per altri ma che i Jayhawks non avevano mai inciso. Anche “XOXO” segnala una prima volta nell’ultratrentennale storia di una formazione che da qualche tempo si schiera a quattro con, ad affiancare Louris, Marc Perlman al basso, Karen Grotberg alle tastiere e Tim O’Reagan alla batteria: Louris ha invitato compagna e compagni a partecipare al processo compositivo e in tal senso ─ dopo tutto questo tempo! ─ l’album è per i Nostri una sorta di nuovo esordio. E che bell’esordio è! Ancora catalogabile alle voci “alt-country” e “Americana” ma capace di allargare, e a volte sensibilmente, gli orizzonti.

Notevole soprattutto l’apporto della Grotberg, che si prende la ribalta pure vocalmente in una Ruby pianistica e talmente classica che chi scrive ha pensato all’inizio si trattasse di una cover e nella ballata country con violino e pedal steel sugli scudi Across My Field: canzoni che rimandano rispettivamente a Christine McVie ed Emmylou Harris. Altri apici di una scaletta di dodici brani senza un inciampo: This Forgotten Town e Living In A Bubble, dove The Band fa comunella rispettivamente con gli Eagles e Harry Nilsson; la stoniana Dogtown Days; una Homecoming che ineditamente evoca i Beach Boys di mezzo; una Illuminate che porta i Kinks a Laurel Canyon.

Pubblicata per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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