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Il Ryan Adams di “Heartbreaker” (uno dei 1001 album che dovete ascoltare prima di morire)

Massimo rispetto per Robert Christgau, decano della critica statunitense, che si occupa di musica dal 1967 (dal 1969 colonna dell’influentissimo “Village Voice”) e chissà quanti dischi ha recensito in vita sua, decine di migliaia probabilmente. Può capitare di toppare con uno e secondo me succedeva nel 2000, quando liquidava “Heartbreaker” scrivendo che To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) è la sola traccia valida “in un album che non vale né il vostro tempo né il vostro denaro”. Premesso che il brano in questione, un incalzante folk alla Dylan che all’improvviso si apre deliziosamente melodico e pop, è forse l’apice del lavoro che di fatto inaugura (dopo la curiosa introduzione “spoken” di Argument With David Rawlings Concerning Morrissey), be’, tanto, tantissimo altro c’è di buono o anche ottimo negli abbondanti tre quarti d’ora che gli vanno dietro. Il debutto da solista dell’allora quasi ventiseienne cantautore di Jacksonville, reduce da quegli Whiskeytown che per un attimo rischiarono di diventare i Nirvana dell’alt-country, trovava in compenso altri sponsor e fra essi il più entusiasta era il più improbabile: Elton John, niente di meno, che addirittura ne riprenderà dal vivo alcuni episodi. E nel 2005 il disco si ritrovava incluso nel volume 1001 Albums You Must Hear Before You Die. Nell’illustre compagnia fa la sua figura. Si può capire come al tempo spiazzò chi da Adams era stato abituato a spartiti più energici – né gli giovava che a ruota l’artista piazzasse un capolavoro viceversa universalmente acclamato quale è “Gold” – ma a riascoltarlo oggi se non ha la statura dei classici ci va vicino. Collezione mediamente scarna di ballate fra folk e country, tocca altri vertici in una romanticissima Amy che sa tanto di Paul McCartney, in una struggente Oh My Sweet Carolina (Emmylou Harris alla seconda voce) che sa tanto di Townes Van Zandt, in una mossa Come Pick Me Up, nello strascicato blues Why Do They Leave?. Essendo la diddleyana Shakedown On 9th Street l’unica accensione rock’n’roll.

Completo di un voucher con un codice che permette di scaricarlo in formato wav, saggiamente distribuito su quattro facciate vista una durata che supera i cinquanta minuti, “Heartbreaker” viene oggi riproposto in una stampa che certifica come le major si stiano mettendo al passo con le etichette specializzate per audiofili. Vinile pesante e silenzioso, suoni fantastici, un prezzo tutto sommato accettabile: intorno ai 28 euro, a meno che non optiate per la versione quattro LP (gli altri due sono di outtake e demo) più un DVD e allora dovrete sborsarne una settantina. Non ne vale però la pena, secondo me.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Slowdive – Slowdive (Dead Oceans)

A questo punto della Sacra Trimurti che dominò l’epoca breve della scena “che celebrava se stessa” mancano all’appello solo i Ride. Ancora per pochissimo tuttavia, giacché quando avrete fra le mani questo numero sarà fuori il loro “Weather Diaries”, primo lavoro da ventun anni in qua. I My Bloody Valentine erano tornati nel 2013 con “MBV”, disco che interrompeva un silenzio che di anni ne era durato ventidue. Quanto agli Slowdive li si attendeva (per così dire, visto che non si sono rimessi insieme che nel 2014) dal 1995, da quel “Pygmalion” che rimediava loro cattiva stampa, vendite infime e il benservito dalla Creation. Si chiudeva così, fra indifferenza e pernacchie, la stagione in ogni senso ruggente di quello shoegaze che, casualmente o no dirimpettaio britannico del grunge, aveva avvolto la polpa di melodie ineffabili in una scorza di feedback spessa come mai nella storia della popular music. Dopo essere stato esaltato veniva liquidato frettolosamente, salvo poi tornare in auge sul finale del primo decennio del secolo nuovo con quel dream pop che ne è una riedizione un po’ (tanto) esangue.

Evidenziano ben altra verve e sostanza i vecchi campioni. Significativamente omonimo, “Slowdive” opera sintesi dei diversamente classici “Just For A Day” (1991) e “Souvlaki” (1993) piuttosto che ripartire dallo sperimentale sull’orlo della ambient “Pygmalion”. Ma non si limita al compitino, tutt’altro, in un ampio arco con agli estremi la travolgente, gioiosa e persino innodica Star Roving (la loro cosa più esuberante di sempre) e l’estatica ballata pianistica Falling Ashes. Ciò che sta in mezzo sono i Cocteau Twins se fossero stati dei Sonic Youth influenzati da Brian Wilson. A lamentarsi che non c’è nulla di nuovo, ci si dimentica che è di inventori che si parla.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Ray Davies – Americana (Sony/Legacy)

Me l’ero immaginato già leggendo la lunga recensione (album del mese) dedicatagli da “Mojo” e cui facevo riferimento il mese scorso, raccontando l’ultima, modesta uscita del fratello Dave: il nuovo disco di Ray Davies, primo da dieci anni in qua, è più una faccenda di testi piuttosto (per non dire irrimediabilmente) verbosi che di canzoni capaci di svettare per la memorabilità di una melodia o un riff. E se l’ascoltatore di madre lingua può restarne catturato agli altri (avendo comunque una buona padronanza dell’inglese) non resta che usufruirne, per goderne appieno, come fosse musica lirica: seguendo il libretto. Per quanto non di rock opera in senso stretto si tratti, non essendovi un filo che lega le quindici tracce (due sono però giusto degli intermezzi spoken) al di là del problematico rapporto dell’autore con gli Stati Uniti e quella cultura. Paradossale: quando i Kinks erano a un apice sia artistico che commerciale, nei ’60, quel territorio era loro precluso per ragioni troppo lunghe da ricordare qui. Negli anni ’70, con una popolarità assai declinante in patria, erano lunghi tour nelle arene oltre Atlantico a tenere a posto i bilanci.

Ricordando come con il bellissimo “Muswell Hillbillies” Davies avesse dimostrato già nel lontano ’71 di sapere ben padroneggiare la cosiddetta Americana, e sapendo che a dargli qui man forte sono i Jayhawks, campionissimi nell’ambito, ci si poteva attendere molto da un disco dal titolo invece fuorviante. Come minimo, al pari British. È un ascolto faticoso e che dispiega quasi tutte le poche seduzioni subito, con il ritornello dritto dal 1966 di The Deal e il power beat Poetry. Nel prosieguo, giusto lo sgangherato blues waitsiano Change For Change e una The Great Highway incisivamente ruffiana destano dal crescente torpore.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem (Luna Park)

Da lungi inoltratosi in quella che per noi umani sarebbe la terza età (festeggerà il settantaquattresimo compleanno il 29 giugno), Garland Jeffreys continua invece felicemente a vivere una terza giovinezza di cui “14 Steps To Harlem” è il terzo atto, dopo “The King Of In Between” del 2011 e lo splendido “Truth Serum” del 2013. Un po’ piglia la malinconia, al pensiero di come il suo orizzonte sia inevitabilmente limitato. Quanti altri album? Quanti tour? Ma poi la si allontana e ne prende il posto la gratitudine per una classe di grandi artisti – Garland era appena più giovane dell’amico fraterno Lou Reed e ha giusto qualche anno più di un’altra sua conoscenza, Bruce Springsteen – che ha deciso che si dovesse andare oltre il manifesto giovanil/nichilista degli Who di My Generation. Che il rock potesse essere la missione di una vita.

Figlio della più meticcia e cosmopolita delle metropoli, Jeffreys ha vissuto ragazzino le epopee del doo wop e del rock’n’roll, studiato il blues nel mentre si imbeveva di cultura europea a Firenze, assorbito la lezione del soul negli anni in cui frequentava la New York dei Velvet. Salvo poi innamorarsi del reggae come di certa musica latina. Di tutto ciò il suo sound è sempre stato sinossi peculiare e accattivante e in tal senso “14 Steps” è appieno nel solco di negletti classici quali “Ghost Writer” (1977) o “Escape Artist” (1980). Qui due cover piacevolmente pletoriche – una Waiting For The Man risolta da “Rock’n’Roll Animal”, la Help dei Beatles rallentata e illanguidita – si accompagnano a dieci prove autografe di inappuntabile solidità. Si tratti di un indiavolato Schoolyard Blues o di un Reggae On Broadway alla Clash, di una spumeggiante Spanish Heart o di un accorato (Laurie Anderson al violino) Luna Park Love Theme.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Non è più qui la festa: lo Sly Stone di “There’s A Riot Goin’ On”

Burn, baby, burn! Un’ombra di fumo sporca la bandiera americana in copertina. C’è una rivolta in corso, avverte il titolo, e la chitarra e il basso effettati dell’introduttiva Luv’n’Haight fungono da evidenziatore fosforescente. L’Estate dell’Amore, della cui numerosa figliolanza è parte anche la Famiglia di Sylvester Stewart, prima formazione multirazziale (neri, bianchi, latini) e sessualmente mista a calcare le scene sia del rock che del funk, è lontana quattro anni. Cioè due millenni. Il festival di Woodstock (tre giorni di pace-amore-musica-fango-sesso promiscuo-droghe di merda-grandi affari-speculazioni-monnezza), che ha visto in Sly e accoliti i mattatori massimi con Hendrix e Santana, dista due anni. Cioè quattro millenni. Mentre la rielezione plebiscitaria di Nixon incombe, i ghetti sono inquieti, la guerra del Vietnam è in uno dei suoi momenti peggiori. Anche la Famiglia non sta un cazzo bene.

Tanto che, si mormora, Sly (che di suo è messo assai male, strafatto e smarrito in deliri di megalomania e paranoia) in studio fa quasi tutto da solo. Bizzarramente, come con i Love disperati di “Forever Changes”, ne sortisce il capolavoro del gruppo. Livido nelle atmosfere ma non nei testi e con belli sprazzi di serenità comunque, come il megahit Family Affair (prima composizione pop a utilizzare una batteria elettronica), la wonderiana (& wonderful) Just Like A Baby, la caraibica Spaced Cowboy. Altrove il funk è duro come non mai (Brave & Strong) e politicamente esplicito (Thank You For Talkin’ To Me Africa). Ma il viaggio (seducenti incrostazioni lisergiche in Time), che in “Dance To The Music” e “Life” (entrambi 1968) e “Stand” (1969) era stato una policroma festa, è quasi finito. Per arrivare all’epilogo manca giusto che si squagli una delle più grandi sezioni ritmiche di sempre: il batterista Greg Errico lascia in quello stesso 1971, il bassista Larry Graham lo imita l’anno dopo. Manca che Sly, dopo un paio di più che dignitose uscite in proprio (“Fresh” del ’73, “Small Talk” del ’74), si arrenda definitivamente ai suoi demoni.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Il prossimo 25 luglio sarò alla Trattoria Gallo Rosso di Filottrano (AN) per uno degli incontri musicali organizzati dallo chef Andrea Tantucci. Argomento della serata sarà proprio questo disco, che proverò a raccontare inquadrandolo tanto nella storia del principale artefice che in quella, più in generale, di black e popular music. Seguiranno ascolto ed eventuale dibattito. Va da sé, vista la location: si mangia e si beve. Posti limitati, prenotazione obbligatoria.

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Wire – Silver/Lead (Pink Flag)

Non ci si crede. No, davvero. Per quanto gli Wire ci abbiano abituato bene in questa terza vita che ha segnato il secolo nuovo con la loro sequenza di album più lunga di sempre: con questo sette quando fra il ’77 e il ’79 ne pubblicarono tre e fra l’87 e il ’91 sei. Certo non si possono lamentare di una stampa che ha incensato ogni uscita, né di un pubblico che li segue con affetto e spesso fa registrare il “tutto esaurito” nei frequenti tour. Fra fine marzo e inizio aprile i… uh… ragazzi celebreranno il quarantennale del primo concerto con un festival a Los Angeles forte di un cartellone di discepoli impressionante: Bob Mould, Julia Holter, gli Wand e Laetitia Sadier per non fare che un poker di nomi. Miracoloso che non solo abbiano conservato la dirompente freschezza di quell’epocale debutto al londinese Roxy Club ma che sul serio dopo “40 years of not looking back” il loro sguardo seguiti a essere attento al presente e, soprattutto, volto al futuro. Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey mai fanno revival di se stessi e dire che potrebbero permetterselo. Applausi e solo applausi per loro e tuttavia pare un’ingiustizia che non raccolgano molto ma molto di più.

Non ci si crede. No, davvero. Che a parte la complessiva, straordinaria freschezza di “Silver/Lead”, sia stata una ghenga di ultrasessantenni a congegnare una botta di vita come Short Elevated Period, un perfetto singoletto popcore che in mano a dei ventenni li renderebbe subito delle star. Il momento più easy (oddio: Sleep On The Wing potrebbero quasi essere dei Pet Shop Boys girati rock) di un disco più easy della media Wire. Favoloso nel ricordare perché la new wave era “new” senza nostalgia, solo con grandi canzoni. Altre due: Diamond In Cups, riff quasi T-Rex; This Time, dei Roxy Music sotto narcotici.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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Il Verbo imprendibile del Beck di “Odelay”

Era il critico americano Rob Sheffield a uscirsene con questa fulminante equazione: il Beck degli esordi stava a Kurt Cobain come Snoopy a Charlie Brown. Quant’è vero! Un genio in apparenza 100% istinto e innocenza a fronte di uno incapace di venire a patti con la perdita dell’innocenza stessa. Un “perdente” che in Loser invocava di essere fatto fuori – deliziosa commedia in partenza e tanto più nell’istante in cui il brano irrompeva in ogni classifica – a fronte di un vincente che non sapeva perdonarsi di esserlo e si faceva fuori da solo. Si potrebbero raccontare i primi anni ’90 giocandosela tutta sulle dicotomie “Mellow Gold”/”In Utero”, Loser contro Smells Like Teen Spirit. Siccome Beck Hansen ha per fortuna poi avuto una carriera giunta a oggi e ha continuato a regalarci dischi come minimo intriganti, con il senno di poi possiamo naturalmente dire che a grattare la superficie si trovava, già nell’esordio e parecchio di più due anni dopo in “Odelay”, una stratificazione di riferimenti e significati irriducibili all’immagine di poeta pin-up con una chitarra, una batteria elettronica e una tavola da surf. E che c’era molta ironia, ma non soltanto ironia. A riascoltarlo nel ventennale della prima pubblicazione pare, più del debutto “vero” o di successori pure quotati come “Mutations” e “Sea Change”, il capolavoro del Nostro. Quello dove ha meglio declinato un Verbo imprendibile. Il folk che si fa hip hop, che si fa blues, che si fa noise, che si fa bossanova, che si fa punk, che si fa funk, che si fa psichedelia, che si fa mariachi, che si fa pop, che si fa country. Eccetera.

Già nel 2008 questo indiscutibile classico aveva beneficiato di una ristampa, allora su Original Recordings Group e in quel caso mostruosamente espansa e lussuosa, quattro LP e un libro, per un prezzo al pubblico che si aggirava sui cento euro (chi investì fece bene, sul mercato dei collezionisti quell’edizione gira attualmente a due-tre volte tanto). Ci si limita ora a riprendere la scaletta originale, naturalmente a un prezzo (sui 22 euro, comprensivi di un codice per scaricare i file audio, disponibili sia in mp3 che in wav) assai più abbordabile. La stampa ORG risolveva il problema dell’elevato minutaggio (54’13”, più o meno equamente divisi sui due lati) spalmando il programma su tre facciate anziché due. Qui non si poteva, se non raddoppiando l’esborso richiesto, ma volumi e dinamica restano accettabili. Buona l’immagine stereo e silenzioso il vinile, una tantum (trattandosi di major, che su certi dettagli spesso cadono miseramente) ospitato in una busta antistatica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.384, febbraio 2017.

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