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Kelley Stoltz – Ah! (etc) (Agitated)

Oh, io ogni volta che Kelley Stoltz pubblica un album, cosa che fa spesso, ci provo a proporlo per recensione. Sicuro senza manco bisogno di assaggiarlo che sarà un gran bel disco e che mi divertirò da matti ad ascoltarlo. Sfortunatamente ci sono quasi sempre decine e decine di altri dischi di solisti e gruppi più affermati di uno che i suoi dischi li ha sempre venduti a un manipolo di cultori che gli passano davanti. Però verso fine anno le uscite si diradano, quel minimo di spazio in più per certi “minori” si trova ed eccomi qua, con “Ah! (etc)” che pompa dalle casse e un sorriso ebete stampato in faccia.

A proposito di prolificità: è il secondo album che questo quasi cinquantenne nativo di New York ma da lungi trapiantato in California licenzia nel 2020, ma la pandemia non c’entra, visto che come quel “Hard Feelings” che lo ha preceduto di qualche mese era già pronto a fine 2019, mentre il nostro uomo era in sala prove con la band di Ezra Furman a preparare un tour che… ahem… la pandemia ha interrotto. Se Stoltz, che sin dai lontani esordi a fine ’90 è uno che di solito fa tutto da sé, ricorrendo alle sovraincisioni e cavando sonorità splendide splendenti anche da studi non proprio iperprofessionali, ha nel frattempo registrato altro si avrà presto modo di scoprirlo. Per ora ci si gode, dopo un predecessore che omaggiava certo pub rock e il punk melodico di scuola Undertones, una collezione che eccettuati un paio di episodi di stampo new wave declina sixties pop come lo si recuperò dai tardi ’70. Questione pure di grana affine della voce: sembra sovente di ascoltare Robyn Hitchcock, anche quello di era Soft Boys, quando alla ribalta non ci sono i primissimi R.E.M., mentre il folk-rock ora prende coloriture psych, ora trasmuta in power pop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Il pop totale degli Stereo Total (per Françoise Cactus, 5/5/1964-17/2/2021)

Il perfetto disco pop per questa o una qualunque delle prossime dieci-venti-trenta estati è fuori dal 4 maggio. Avrebbe potuto vedere la luce in prossimità di una a caso delle scorse dieci-venti-trenta, come del resto qualunque altro album fra la dozzina circa data alle stampe dal ’95 da quello che è fondamentalmente un duo: lui tedesco, Brezel Göring; lei francese, Françoise Cactus. Perché i loro nomi non sono sulla bocca di tutti? Perché gli Stereo Total non sono delle megastar? È una domanda che mi sono già posto in passato, ascoltando alcuni dei predecessori di “Baby ouh!”, e che mi pare più che mai attuale. Qui una radio commerciale di qualità potrebbe pescare materiali per sei mesi di playlist. L’avesse pubblicato una multinazionale (ma da quelle parti non c’è più nessuno che abbia mezzo orecchio funzionante?) per un anno avrebbe messo a posto i bilanci. Non si sarebbe trattato di scegliere il primo singolo, ma i primi… dieci? Cominciando magari con l’electrobeat di Barbe à papa (un aggiornamento di Brigitte Fontaine) e Tour de France (sono i Kraftwerk, ma sembrano i Trio) e proseguendo con la techno-yé yé di Alaska, la giocosa disco di Du bist gut zu Vögeln, la new wave pop di Babyboom ohne mich e lo shake futurista Wenn ich ein Junge wär. E poi con…

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.671, giugno 2010.

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Lambchop – Trip (Merge/City Slang)

Circola da ventisei anni la sigla Lambchop, contando dall’esordio “I Hope You’re Sitting Down”, dalla depistante copertina tenera a prima occhiata e oscena se guardi bene e ─ a seconda che si consideri uno o due l’accoppiata “Aw Cmon”/“No You Cmon” che al tempo (2004) eleggemmo insieme “disco del mese” ─ questo è il loro tredicesimo o quattordicesimo album. Che costui/costoro sappia/sappiano ancora spiazzare è rimarchevole al di là del giudizio che si dà sulla sua/loro opera e urge che mi spieghi. Quasi mai un gruppo canonico i Lambchop, collettivo per il quale sono passate due dozzine di musicisti, da lungi erano considerati un alias per Kurt Wagner, l’unico che c’è da sempre e autore della stragrande maggioranza del repertorio. Come non mai nelle due prove in studio più recenti, “FLOTUS” e “This (Is What I Wanted To Tell You)”, stranianti compendi di Americana infiltrata di elettronica dopo i quali non aveva quasi più senso catalogarli alla voce “alt-country” e non bastava più aggiungere “chamber pop”.

E che viene in mente al nostro uomo per confondere ulteriormente le acque? Di confezionare un disco di cover facendone scegliere una a testa agli attuali sodali. Sicché qui i Lambchop tornano band vera ma applicandosi a creazioni altrui. A modo loro: slabbrando Reservations degli Wilco fino a momenti a raddoppiarla con tanto di coda ambient e riarrangiando alla Van Dyke Parks le Supremes di Love Is Here And Now You’re Gone, rendendo egualmente a stento riconoscibile lo Stevie Wonder di una Golden Lady languida con brio e rispettando invece la lettera country di Where Grass Won’t Grow di George Jones. Completano un pezzo degli oscurissimi Mirrors e un inedito degli Yo La Tengo che pare invece di Nick Cave. Interlocutorio e intrigante.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

Saranno in tour in Europa nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole, i Dream Syndicate. Fa strano apprenderlo, guardare il calendario e vederci scritto 2013, non 1986.

Più o meno all’altezza di quando diedero alle stampe il singolo album, “Medicine Show”, che li iscrive alla storia maggiore del rock, Steve Wynn osservava in un’intervista che i Dream Syndicate non erano un gruppo bensì minimo cinque, parecchio diversi l’uno dagli altri: da qualche parte, fra i Dream Syndicate capaci di lanciarsi in improvvisazioni prevalentemente chitarristiche di tre quarti d’ora cadauna e quelli professionalissimi esecutori di se stessi, se ne potevano rintracciare – a seconda del luogo, dell’ora, dell’umore – di hard, di sentimentali, di psichedelici. Impossibile incrociarli tutti nella stessa serata ma, dove cascavi, cascavi bene. La più grande live band della sua generazione? Probabilmente, e una pur pressoché impeccabile, e in più punti esaltante, discografia in studio non li racconta che in parte. Logico allora che questa storia, prima ancora che fra album in diversa misura classici, sia da incorniciare fra due concerti. Al primo presenziarono poche decine di persone perché il luogo, uno stanzone in un club (il Vex) di East L.A., poche decine poteva contenerne. Della data non ho certezza ma doveva essere la primavera dell’83, siccome il complesso era reduce da due mesi passati ininterrottamente “on the road” e che avevano messo a tal punto a dura prova la bassista Kendra Smith da indurla a lasciare. Era insomma un’ultima replica e l’ultima canzone dell’ultimo bis era quell’unica in repertorio cantata da Kendra, Too Little, Too Late, una gemma di ballata dell’innocenza perduta con la quale – chissà se essendone consapevoli – a congedarsi per sempre erano anche quei Dream Syndicate che avrebbero potuto essere “i nuovi Velvet Underground”. Al secondo gli spettatori si calcoleranno fra le quaranta e le cinquantamila unità, era il 5 luglio 1986 e all’annuale festival di Roskilde, in Danimarca, ai nostri eroi toccava l’improbo compito di sostituire – e senza che nessuno in platea ne avesse avuto sentore fino all’annuncio dal palco – l’attrazione principale in cartellone, ossia i Cult, niente di meno. Sfida che vincevano a mani basse, facendo impazzire un pubblico che in massima parte manco li aveva mai sentiti nominare, e il giorno dopo i giornali locali ne riferivano facendo paralleli con il debutto americano a Monterey di tal Jimi Hendrix, AD 1967. Ci sarà bene qualche universo parallelo nel quale, partendo da lì, Steve Wynn e soci sono divenuti le stelle che avrebbero meritato di diventare, anticipando il grunge invece che venendone – a posteriori – obnubilati. Sicuro che lì sono più popolari dei Pearl Jam, sicuro che lì dei Pearl Jam si parlò, al loro apparire alla ribalta, come dei novelli Dream Syndicate e hanno durato fatica a togliersi l’etichetta. Dalle nostre parti le cose sono andate alquanto differentemente. All’incirca così.

È il 1978 quando Steve Wynn e Kendra Smith – entrambi classe 1960, il primo losangeleno, la seconda originaria del Minnesota – si incrociano per la prima volta a Davis, cittadina di sessantamila abitanti di cui mediamente il 10% allievi, come all’epoca i Nostri, della locale University Of California. Sono a quanto pare gli unici a sapere chi siano i Jam e tanto basta a farli simpatizzare ed entro breve a fare loro condividere un gruppo. Si chiamano Suspects e oltre a Kendra alla voce e a Steve alla chitarra ritmica schierano Russ Tolman alla solista, Steve Suchil al basso e Gavin Blair alla batteria. Apprendendo che Tolman e Blair saranno poi nei True West il lettore potrebbe immaginare chissà quali meraviglie dell’unico e rarissimo singolo autoprodotto nel ’79 da costoro, It’s Up To You/Talking Loud. È in realtà poppetto acerbo, senz’arte né parte e che lo stesso principale artefice – Wynn, da subito il songwriter della compagnia, di qualunque compagnia – dice peggio che scadente, orribile.

Prosegue per altre 17.767 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.181, giugno 2013.

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Fuzztones – NYC (Cleopatra)

Non fossero i tempi quelli che sono il consiglio sarebbe di non farvi sfuggire i Fuzztones se dovessero passare dalle vostre parti: lo stagionato Rudi Protrudi e i suoi variabili e invariabilmente più giovani soci/socie sanno ancora regalare divertimento ed emozioni e non necessariamente solo a chi negli ’80 si prese una sbandata per quella scena che celebrava un altro decennio, i ’60, che oggi appare paradossalmente meno lontano di quanto non sembrasse allora. Essendo purtroppo i tempi quelli che sono, passare da un quarantennale a una quarantena è un attimo. Il 2020 avrebbe dovuto essere un anno di celebrazioni per la band, ufficialmente fondata nel 1980 anche se non arrivò a esordire discograficamente che nell’84. Erano in programma un libro fotografico, una raccolta di classici (che poi sono perlopiù brani di altri sui quali la Protrudi & Co. ha impresso il suo marchio), un nuovo album in studio a ben nove anni da “Preaching To The Perverted” e ovviamente tanti, tantissimi concerti.

Giusto “NYC” è sopravvissuto di tutto ciò ed è anche per gustarsele dal vivo queste quindici cover che omaggiano la Big Apple, percorso che da Sinatra giunge a Patti Smith, che non si vede l’ora di tornare alla normalità. Fatto è che, con l’eccezione del debutto “Lysergic Emanations”, i Fuzztones in studio mai hanno saputo avvicinare il proprio formidabile live act. Complice una produzione non all’altezza, queste versioni paiono per la maggior parte poca e smorta cosa (Dancing Barefoot imbarazzante per quanto è piatta). Discrete eccezioni: una 53rd & 3rd memore di quanto i Ramones amassero i Byrds; una Skin Flowers che gira garage-pop i Fugs; una Babylon e una You Gotta Lose che riprendono rispettivamente New York Dolls e Richard Hell senza far danni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Allison Run – Walking On The Bridge (Spittle)

Prendessero esempio, le nostre major, su come si valorizza il catalogo dalla romana Spittle. Che, pur potendo contare su una frazione delle loro risorse, lungi dall’imbastire operazioni troppo spesso sciatte e meramente speculative come le suddette (a ogni appassionato ne sarà venuta in mente qualcuna) da anni si dedica alla storicizzazione di ciò che furono punk, new wave e neo-psichedelia in Italia. Buona, ottima cosa ovviamente rimasterizzare “comme il faut”, ma trattasi del minimo sindacale. Fondamentale, come da decenni si fa all’estero, è anche offrire un adeguato apparato informativo e iconografico a corredo. Cosa cui provvede, nel caso di “Walking On The Bridge”, un libretto di ventiquattro pagine che vi racconterà quanto avete bisogno di sapere su chi furono i brindisini di natali e bolognesi di adozione Allison Run.

In poche parole: una delle band più peculiari all’opera nel Bel Paese nei secondi ’80. Che se solo fosse stata inglese oggi una citazione, un paragrafetto nelle storie del rock lo avrebbe senz’altro invece di essere patrimonio di chi a suo tempo, e quasi solo in Italia, ascoltò e ne rimase incantato. Psichedelici senza “se” e senza “ma”, Amerigo Verardi e soci non si limitarono mai tuttavia al semplice revival. Rivisitandoli avverti chiari echi dei Pink Floyd barrettiani e dei Kaleidoscope, dei Beatles sotto LSD come dei Kinks, ma ci senti dentro pure Julian Cope, Robyn Hitchcock, gli XTC, Echo & The Bunnymen. Altissimo il livello della scrittura, pubblicavano prima di sciogliersi un mini, un 12” e un LP che vengono qui raccolti nel primo di tre dischi. Quello indispensabile, a fronte di un secondo di ritagli e performance live e un terzo di demo che i cultori in ogni caso apprezzeranno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Tom Petty – Wildflowers & All The Rest (Warner)

Un giorno del 1994 Tom Petty porta in Warner i nastri di quello che sarebbe stato formalmente il suo secondo lavoro da solista, primo in assoluto da tre anni a quella parte, primo con Rick Rubin in regia, primo per l’etichetta californiana. Schiaccia “play” e parte lo squisito folk-rock destinato a intitolare il disco. Sguardi soddisfatti e cenni di approvazione da parte dei discografici, si può immaginare. E figurarsi l’entusiasmo all’ascolto del secondo pezzo, You Don’t Know How It Feels, ritmica squadrata e un ritornello micidiale e pazienza (“let me get to the point/let’s roll another joint”) se è un po’ birichino. Nessuno in quella stanza ha il minimo dubbio che sarà una hit. Solo che seguono altre ventitré canzoni e, per quanto siano una più incredibile dell’altra, mica saranno troppe? Per una volta in vita sua il nostro uomo scende a un compromesso. Rinuncia al potenziale doppio CD che aveva in testa e si persuade a pubblicare un album di “sole” quindici tracce e “soli” 62’48”, lui che fino a quel punto non aveva mai superato i tre quarti d’ora. Fino alla prematura scomparsa rimpiangerà però di avere ceduto e vagheggerà di ripubblicare un giorno l’opera in versione estesa. Eccola. E anche di più.

Disco straordinario già in partenza per il suo racchiudere praticamente per intero sound e poetica dell’autore, fra mosse ballate elettro-acustiche e duri rock, power pop e Americana, incursioni nel blues come nella psichedelia, apocrifi dylaniani come beatlesiani, “Wildflowers” assurge a magnum opus con il recupero sul secondo CD dei dieci brani scartati, un terzo dischetto con quindici demo casalinghi e un quarto catturato live. Per chi si accontenta c’è pure una versione “ridotta” di due CD o tre LP, ma al posto vostro non mi accontenterei.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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I migliori album del 2020 (1): Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

L’album che ho ascoltato di più nel 2020 è uscito a puntate e le prime (come probabilmente tutte le registrazioni) datano 2019. Era il 14 novembre di quell’anno quando Moses Sumney disvelava la prima delle venti tracce (le canzoni “vere” sono in realtà quindici) che sono alla fine andate a comporre questo suo magnum opus. Con in memoria il soul appena infiltrato indie del debutto del 2017 “Aromanticism” Virile risultava spiazzante all’estremo, con il suo rutilare nel contempo storto e squadrato di chitarre e batteria rock. Né sarebbe potuto risultare più stridente il contrasto con la sofferta ballata acustica Polly, che gli andava dietro il 13 dicembre. Un primo indizio di capolavoro si palesava il successivo 6 gennaio, con l’idea abbacinante di Radiohead prestati al Tim Buckley di “Starsailor” di Me In 20 Years. Un secondo il 7 febbraio con una Cut Me in cui la voce inietta di soul il Charles Mingus innamorato del folk. E da lì a quattro giorni, sempre solo in formato liquido, ecco emergere infine l’album e anzi no. “græ part 1”, recita il titolo, i brani in scaletta sono dodici e dei quattro già pubblicati manca all’appello Me In 20 Years. Ancora anticipato di pochissimo da una Bless Me di solennità liturgica che passa dal bianco al nero quando si fa largo, appoggiandosi al caracollare del basso e a una percussività metronomica, un coro gospel, “græ” raggiunge infine i negozi non solo virtuali in forma di doppio vinile o CD singolo il 15 maggio. Non credo sia passata settimana da allora senza che almeno una parte del suo corposo e sontuoso programma abbia risuonato fra le mie mura domestiche.

“Sono consapevole della mia molteplicità, e chiunque desideri creare con me o con il mio lavoro un rapporto significativo deve esserlo lui pure”: parole non del nostro uomo, californiano di origini ghanesi, bensì della scrittrice, londinese di nascita e di radici miste ghanesi e nigeriane, Taiye Selasi. Suggellano il recitativo su fondale ambient-jazz di Also Also Also And And And e fanno da manifesto a un album uno ed effettivamente bino: una prima parte nella quale l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente a costui il patentino (del resto sempre rifiutato) di artista errebì; una seconda assai più lineare e introspettiva, per quanto sul subito quasi non si noti la sutura essendo affidato il delicato passaggio a due tracce sentimentalmente affini quali la summenzionata Polly e la Björk in versione pastorale di Two Dogs. Bino? Sul serio “græ”, il cui tema prevalente (e preveggente, se si pensa che la sua stesura ha preceduto la pandemia) è l’isolamento, e nella cui realizzazione Sumney ha nondimeno coinvolto una quarantina (!) fra musicisti, produttori, tecnici del suono, contiene moltitudini. In esso, la visione di una musica né bianca né nera, né maschile né femminile (non so se ho mai sentito un altro falsetto così falsetto). Gli anni ’20 del XXI secolo cominciano qui: fra il dittico guerresco e ansiogeno formato da Conveyor e Boxes e il macinare blues sul quale soffiano venti astrali e fra le cui pieghe si insinua il piano, nell’occasione più cameristico che jazz, del compianto Esbjörn Svensson di Gagarin; fra una Colouour in cui Billie Holiday è viva e si strugge insieme a noi e l’arazzo spagnoleggiante che trasmuta in spastica danza di Neither/Nor; fra l’Al Green in versione This Mortal Coil di Bystanders e una Keeps Me Alive che chissà cosa mai ne avrebbe fatto Amy Winehouse. Ma pure così… Immenso.

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I migliori album del 2020 (3): Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan)

Nel video per l’irlandese RTE del brano che intitola il loro secondo album Grian Chatten, cantante dei Fontaines D.C., indossa una maglietta dei Pogues. Omaggio casuale probabilmente, ma chissà che non gli sia invece capitato di leggere in Rete il commento di un fan che di Dublin City Sky (da lì arrivano i Nostri), la canzone messa un anno e mezzo fa a suggello del debutto “Dogrel”, dice che “sembra un pezzo scritto da Shane MacGowan, ma suonato dai Velvet Underground”. Prendendoci in pieno, ascoltatela per crederci. E a quel punto già sarete innamorati di un quintetto che sta mandando esauriti in prevendita i biglietti per il tour che avrebbe dovuto promuovere “A Hero’s Death” e le cui varie tappe (nei piani attuali pure una data milanese, nel marzo prossimo) sono state spostate in avanti di vari mesi per la ragione che ben sapete. Così, a scatola chiusa. Comprati da chi non vuole rischiare di perdersi forse gli ultimi concerti in teatri, club, piccole arene di una band che al giro dopo potrebbe passare agli stadi. Potenzialmente “the biggest thing” sbocciata nella capitale dell’Éire dacché vi mossero i primi passi tali U2. Addirittura.

Per intanto fra le ovazioni scroscianti che hanno salutato “A Hero’s Death” già si coglie qualche timido distinguo, della serie “bello, bellissimo, ma un filo meno dell’esordio”. Mica vero, mi pare. Più maturo senza che di quella travolgente freschezza nulla si sia perso. Più vario, capace com’è di racchiudere fra una I Don’t Belong molto Joy Division e la ballata smithsiana No new wave ansiogena alla Wire (A Lucid Dream) o alla P.I.L. (I Was Not Born), indie-pop modello Pavement (You Said) o Undertones (via Fall! la traccia omonima), folk ammodernato (Oh, Such A Spring) e persino una scheggia di Beach Boys (Sunny). Formidabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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I migliori album del 2020 (4): Thurston Moore – By The Fire (The Daydream Library Series)

Diciamolo: dei trent’anni in cui i Sonic Youth sono rimasti insieme prima che lo sciogliersi di un sodalizio che oltre che artistico era stato sentimentale li ponesse in uno stato di animazione sospesa, che dura ormai da nove e presumibilmente si prolungherà all’infinito, gli ultimi dieci sono stati superflui, se non proprio deleteri. Non è che il molto andato dietro alla loro ultima uscita poco meno che imprescindibile, “NYC Ghosts And Flowers” del 2000, abbia tolto nulla a una vicenda che resta straordinaria, ma per certo nemmeno ha aggiunto. Mentre invece, separatesi le strade, ciascuno di loro almeno una cosa o due  o tre di grande sostanza ce l’ha donata. Penso all’ancora recente (2019) e splendido “No Home Record” di Kim Gordon o, risalendo appena più indietro nel tempo (2017), a “Electric Trim” di Lee Ranaldo (parlando di costui, di livello pure la collaborazione di inizio 2020 con Raül Refree che ha avuto come esito il variegato e chiaroscurale “Names Of North End Women”). Mentre nella torrenziale produzione di Moore fra le tante, troppe uscite di impianto avant-improv che onestamente non sono nelle mie corde (mio limite, magari) spiccano “Demolished Thoughts” (toh! 2011), “The Best Day” (2014) e il programmatico sin dal titolo “Rock n Roll Consciousness (2017). Ma soprattutto questo “By The Fire”.

Monumentale, con le sue nove tracce appena che arrivano a totalizzare ben ottantadue minuti divisi su due CD o due LP, ogni tanto a rischio di logorrea (strumentale, la voce spesso arriva molto avanti e talvolta non c’è proprio), che diresti a un certo punto che stia per perdere il filo, sfaldarsi rovinosamente, e invece no, si tiene. Per quanto a renderlo ancora più riuscito e semplicemente eccezionale sarebbe bastato pochissimo. Tipo un rimescolamento della scaletta, con la squisita performance in solitario di un’adeguatamente onirica Dreamers Work collocata a congedo e quello che è invece il suggello ─ Venus: attacco sospeso e tensione che poi monta spasmodica ─ collocato dietro al fenomenale uno-due introduttivo costituito da una Hashish estaticamente psichedelica (solo io ci sento echi di Television?) e al bulldozer di impronta grunge (quel grunge che aveva nei Black Sabbath i primi numi tutelari) Cantaloupe. Dopo di che si sarebbe potuto mantenere quasi invariato l’ordine, con l’epopea di 16’42” di Locomotives ─ marziale e sinuosa e via via sempre più fosca e ansiogena, salvo verso metà offrire un minimo di requie prima di tornare a macinare implacabile ─ incastonata come già è fra il dittico Siren (alternarsi di tensione e rilascio dopo un iniziale porgersi con gentilezza)/Calligraphy (al confronto assai più statica) e il motoristico incalzare di They Believe In Love (When They Look At You). Per quindi recuperare la suite post-punk-noise Breath. Ci siete? Non trovate che per definire allora “By The Fire” si sarebbe potuta usare la parola “capolavoro” senza metterci davanti “mezzo”? In ogni caso: il disco di un ex-Sonic Youth (qui e là citazioni semi-esplicite di articoli del vecchio catalogo) più bello, eccitante, intrigante dacché i Sonic Youth non ci sono più.

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