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The National – Sleep Well Beast (4AD)

Nel momento in cui scrivo il settimo lavoro in studio dei National è fuori da pochissimo e ancora non si sa se eguaglierà o migliorerà il piazzamento dei più immediati predecessori – “High Violet” del 2010; “Trouble Will Find Me” del 2013 – nelle classifiche USA. Entrambi arrestatisi al numero 3. Può essere un indizio che in quella UK, già uscita, sia primo. Lì mai il gruppo di Cincinnati (ma newyorkese di adozione) del cantante Matt Berninger e delle coppie di fratelli Dessner (Aaron e Bryce, alle chitarre) e Devendorf (Scott e Bryan, rispettivamente basso e batteria) aveva guardato tutti dall’alto. Quando fino a “Boxer” del 2007, già il quarto album e a detta dei più il loro capolavoro, erano un nome solo “di culto”. Invece cocchi della critica da subito e in misura financo esagerata. Pensate che quando nel 2013 il “New Musical Express” compilava una lista dei cinquecento più grandi dischi di tutti i tempi ne includeva quattro loro e c’è da credere che gli stessi National l’abbiano ritenuta una forzatura. Ma in fondo stupisce di più che, dai e dai, si sia conquistata una solida popolarità una band tanto elusiva, i cui album crescono alla distanza, che di rado porge riff o melodie capaci di agganciare al volo l’ascoltatore.

Come dei Radiohead americani, si legge sempre più spesso e – nonostante non abbiano mai avuto una loro Creep e sperimentino meno radicalmente di Yorke e soci, mantenendosi sostanzialmente in un ambito pop-rock – il paragone ci sta. Qui più che altrove in I’ll Still Destroy You, in Guilty Party, in una traccia omonima che suggella a mo’ di spettrale (ansiogena e dunque un ossimoro) ninnananna. Convincono altrettanto quando evocano piuttosto gli U2, in Empire Line. Di meno quando fanno collidere Pixies e Pearl Jam, nel raro assalto rock Turtleneck.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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The War On Drugs – A Deeper Understanding (Atlantic)

Dalla Secretly Canadian alla Atlantic è un salto non da poco quello che compiono i War On Drugs, da Philadelphia: band con un potenziale invero notevole se si pensa che all’inizio la leadership era divisa fra Adam Granduciel e quel Kurt Vile poi solista di tutto rispetto, avendo lasciato la compagnia già dopo l’uscita del debutto del 2008, il promettente “Wagonwheel Blues”. Come dei My Bloody Valentine alle prese con il Dylan di “Highway 61 Revisited”, li raccontava allora qualcuno e, se gli esiti non valevano la premessa, la approssimavano abbastanza da far credere che ci si trovasse in presenza di un gruppo destinato a segnare il rock di questo secolo nuovo non avaro di bei dischi ma pressoché privo di nomi in grado di confrontarsi, per impatto e carisma, con i campioni di quello passato. Non è andata così, per quanto Granduciel un certo talentaccio abbia continuato a esibirlo, pure in questo “A Deeper Understanding” che, fossimo in quegli anni ’80 da lui tanto amati, verrebbe passato sotto la lente di ingrandimento di fan pronti a gridare al compromesso figlio dell’ingresso in area major. Ma i tempi sono cambiati e il mercato è troppo piccolo perché un’etichetta possa ritenere che meriti snaturare il suono di qualcuno, fargli perdere qualche cultore per fargli guadagnare le masse.

Basterebbe guardare le durate medie delle canzoni che sfilano qui – in dieci fanno 66’13” – per capire che l’Atlantic non ci ha messo bocca e verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio se sì. Che bene avrebbe fatto a suggerire delle sforbiciate a pezzi che, instillando synth-pop in un cuore di Americana, troppo si adagiano su certo Springsteen da “Tunnel Of Love” in poi. Una certa panoramicità paradossalmente claustrofobica si sarebbe persa, ma la noia non avrebbe mai fatto capolino.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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If Hendrix Was 75

Naturalmente non è detto che, fosse sopravvissuto all’overdose di barbiturici che lo stroncava la fatidica mattina del 18 settembre 1970, Jimi Hendrix sarebbe oggi ancora vivo e potrebbe dunque festeggiare il settantacinquesimo compleanno. Magari avrebbe però pubblicato molti altri album oltre agli appena quattro dati alle stampe in vita. In tal caso, però, questi altri quattro qui (minuscola frazione di una discografia post mortem che conta decine di titoli) difficilmente li avremmo ascoltati.

Blues (MCA, 1994)

Non c’è niente da fare: la critica è bianca e quando scrive di Hendrix bolla la tensione al funky dell’ultimo anno come indizio di decadenza e ne sottovaluta le radici blues, quando fu quella la scuola cui si formò e non solo a livello di tecnica, appresa sui dischi di Muddy Waters e B.B. King, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf, ma persino di trucchi di scena: quel suonare con i denti o lo strumento dietro alla testa, invece che fra le gambe con lampante simbolismo fallico, pantomime già inscenate da Charlie Patton e T-Bone Walker, Guitar Shorty e Guitar Slim. “Blues” è un efficace memorandum riguardo a tutto ciò, con un Hendrix sempre inconfondibile e nondimeno molto e significativamente rispettoso. Come in una Born Under A Bad Sign, da Albert King, appena indurita o in una Bleeding Heart, già di Elmore James, dal classicismo elettrico a dir poco pronunciato. Come in diverse e apprezzabili composizioni autografe “in stile”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

South Saturn Delta (MCA, 1997)

“Abbiamo molto altro in serbo per i prossimi anni”, annuncia Janie Hendrix, e non si sa se intenderla come una promessa o una minaccia. Pensando a quante volte il defunto chitarrista è stato assassinato nei suoi dischi postumi, c’è da fare gli scongiuri. Tuttavia, siccome l’opera di riordino degli archivi del genio di Seattle intrapresa dalla sua famiglia e dal produttore Eddie Kramer è partita con il piede giusto, con lo stupefacente “First Rays Of The New Rising Sun”, si può per ora, sperando di non dovere cambiare idea, rallegrarsi di tali dichiarazioni, ma moderatamente: il fatto è che per quanto Hendrix fosse uno stakanovista della sala d’incisione la sua vicenda artistica si dipanò in un arco di tempo limitato, quattro anni appena, e non vi è dunque da illudersi di scovare chissà quali tesori. Tolti i nastri dal vivo, quanto resta di pubblicabile seguendo i criteri filologici che hanno ispirato “First Rays”? Non molto che sia all’altezza del mito, probabilmente, e tanto è già stato radunato in questo “South Saturn Delta”.

È una sorta di “Odds & Sods” hendrixiano, a base di lati B, appunti per successive realizzazioni, versioni differenti di canzoni già note, brani rifiniti con estrema cura e alla fine accantonati, ma con l’idea che sarebbero potuti tornare buoni. È un Hendrix che si concede al blues (Here He Comes, Bleeding Heart, Midnight Lightning), si arrende al funky (Power Of Soul), spazia nel jazz (South Saturn Delta). Minore, indubbiamente. Però ancora essenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.69, ottobre 1997.

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Dopo la di lui morte il diluvio: di album indecorosi. Per colpa dei quali – oltre che in ragione di un certo razzismo strisciante nella critica rock e del discutibile missaggio di “Band Of Gypsys”, ultimo LP a uscire con il chitarrista in vita – per un buon quarto di secolo si è guardato all’ultimo Jimi Hendrix come a un Hendrix “minore”, poco convincente nel suo volgersi al funky. Ha fatto giustizia di questo stereotipo il filologico e amoroso programma di riordino del catalogo hendrixiano messo in cantiere un anno e mezzo fa, con il formidabile “First Rays Of The New Rising Sun”, dalla famiglia dell’artista di Seattle. A quel disco sono andati dietro il quasi altrettanto notevole “South Saturn Delta” e la raccolta completa delle “BBC Sessions”. È adesso il turno di questo live al Fillmore East, edizione infine impeccabile sotto il profilo tecnico (non è questione di purismo hi-fi: è che qui Hendrix suona come Hendrix) e molto ampliata (sedici brani contro sei) proprio di “Band Of Gypsys”. Tutto un altro album ora e per niente minore.

A partire da una Machine Gun (due versioni) lacerata e lacerante, che rende la tragedia del Vietnam come a nessun’altra canzone è riuscito. Da una Voodoo Child impressionantemente densa. Dal proto-crossover di Changes. Dal funky-jazz bollente di Burning Desire. Da dove volete voi, persino da quella (in fondo superflua) Auld Lang Syne che apre il secondo CD e ci trasporta alla mezzanotte che separò il 1969 dal 1970. Che il decennio che nasceva sia stato subito privato di questo genio è una tragedia della quale non si potrà mai misurare la portata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

Miami Pop Festival (Sony Legacy, 2013)

Arriverà prima o poi un giorno in cui la vena aurifera apparentemente infinita della miniera hendrixiana non produrrà più nulla? Forse non nell’arco delle nostre di vite. Forse all’altezza delle celebrazioni per il cinquantennale della morte (se non per il centenario della nascita) dell’uomo di Seattle ancora chi ci sarà potrà stupirsi per un frammento di studio inedito o all’incirca e comunque degno di esegesi o, più probabilmente, per un’esibizione dal vivo da aggiungere al lunghissimo elenco di quelle già recuperate. Il solo 2013 ha visto due articoli maggiori andare a ingrossare lo smisurato catalogo, in marzo la collezione di performance in studio “People, Hell And Angels”, a inizio novembre questo “Miami Pop Festival”, catturato live il 18 maggio ’68 e naturalmente già plurimamente bootlegato. Tutta un’altra cosa e un altro sentire però l’edizione ufficiale, produzione firmata da Eddie Kramer e i cultori sanno bene come il nome rappresenti una garanzia assoluta in fatto di qualità audio. Ciò detto: anche un grande concerto? Assolutamente sì, benché da colui che reinventò la chitarra nel rock se ne siano ascoltati di più ispirati ed eccitanti.

Abita questi solchi un Hendrix un filo meno incendiario del solito, più rilassato, tanto alle prese con materiali tratti da “Are You Experienced?” (nulla sorprendentemente veniva presentato quel giorno dal più recente “Axis: Bold As Love”) che con due brani, Tax Free e Hear My Train A Comin, alla prima esecuzione pubblica. È sbobba per completisti, va da sé, ma c’è da scommettere che per qualcuno di coloro per i quali questo dovesse risultare il primo Hendrix l’incontro sarà epifanico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014.

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Black Grape – Pop Voodoo (Universal)

È tornata la banda di tossici di Trainspotting e potevano non tornare quei debosciati di Shaun Ryder e Paul Leveridge, in arte Kermit? Fra l’altro: a pensarci fa strano che nella colonna sonora (epocale quanto le immagini che commentava) del film di Danny Boyle i Black Grape (assenti anche nel sequel) non figurino. O mancarono i tempi tecnici per inserirveli – il travolgente “It’s Great When You’re Straight… Yeah” (fresco di ristampa Deluxe – AR 383) usciva nel 1995, mentre la pellicola era in fase avanzatissima di realizzazione – o il regista ne ritenne il sound troppo caldo rispetto alle altre musiche scelte. In tal caso, sbagliando. Per molti ha sbagliato anche a dare un seguito a quel capolavoro di gioioso nichilismo. Bell’ossimoro, eh? I Black Grape nichilisti non lo sono mai stati, gioiosi sempre. E diversamente da Boyle hanno fatto bene – o non hanno fatto male – a rivisitare il luogo del delitto. Se “Pop Voodoo” non vale (nessuno poteva ragionevolmente chiederglielo) il formidabile debutto summenzionato, si fa preferire e di gran lunga all’artefatto “Stupid Stupid Stupid”. Datato 1997. Il sodalizio si scioglieva poco dopo e quanto è in carattere con questi figuri simpatici e loschi che discograficamente siano riemersi lo scorso anno firmando l’inno per la spedizione inglese agli Europei di calcio. Come sempre fallimentare.

Non falliscono i Black Grape. Che non si faranno eliminare dalla prima Islanda che passa è chiaro sin da una Everything You Know Is Wrong che elastica starnazza funk secondo i tipici dettami della casa. Nei quarantacinque minuti successivi andranno ancora a rete minimo con una Set The Grass On Fire latineggiante ed esplosiva, con la jam cosmic funk Money Burns, con una spumeggiante traccia omonima, con la disco-jazz-lounge (!) Sugar Money.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Filthy Friends – Invitation (Kill Rock Stars)

Per intanto si sono esibiti in un festival in Norvegia e fra agosto e settembre intraprenderanno un mini-tour americano, sei date appena. Poi si vedrà e son proprio curioso: si impegneranno sul serio la Kill Rock Stars – storico marchio indie: sullo spirito punk insito nel DNA la dice lunga la ragione sociale – e i Filthy Friends a promuovere “Invitation”? In fondo: cosa potrebbero avere di meglio da fare Corin Tucker e Peter Buck? Nemmeno si può dire che questo supergruppo – completato da Scott McCaughey (Young Fresh Fellows, R.E.M.), Kurt Bloch (Fastbacks) e Bill Rieflin (King Crimson); ma il repertorio l’hanno scritto tutto lei e lui – rappresenti per la chitarrista e cantante delle Sleater-Kinney e l’ex-chitarrista dei R.E.M. un dopolavoro. Non avendolo un lavoro, giacché le Sleater-Kinney non paiono aver fretta di dare un seguito alla rimpatriata che ha fruttato nel 2015 lo strepitoso “No Cities To Love” e i R.E.M. hanno chiuso sei anni fa la loro ultratrentennale avventura. E non sarebbe una soddisfazione per il nostro uomo riscoprirsi rockstar dopo avere smesso di dividere palchi e gloria con un personaggione come Michael Stipe? E che ironia se ciò avvenisse sotto gli auspici di un’etichetta che le stelle del rock invita a ucciderle…

Fatto è che, oltre a essere un gran bel disco, “Invitation” ha un potenziale commerciale clamoroso, pieno com’è di possibili hit, prima fra tutte una Any Kind Of Crowd fra Blondie e Pretenders e a seguire (letteralmente) la ballata alla Blue Öyster Cult Second Life e due schegge di glam chiamate The Arrival e Come Back Shelley. Il meglio (ancora!) sta però in apertura e chiusura: una Despierta degna della Patti Smith anni ’70; una Invitation che suggella come After Hours chiudeva il terzo Velvet.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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Peter Perrett – How The West Was Won (Domino)

Chi non muore si rivede? Meglio non dirlo forte con Peter Perrett, vita spericolatissima un po’ Keith Richards (senza i soldi e la fama di quello) e un po’ Syd Barrett (senza la mistica) e che sia arrivato a pubblicare a sessantacinque anni il debutto da solista è il miracolo numero due. Essendo il numero uno che sia ancora fra noi. Ma la sapete una cosa? Siamo qui riuniti a celebrarne un terzo di prodigio, ossia che questo album sia sfacciatamente, commoventemente bello, come nessuno avrebbe potuto attendersi. E a proposito di sfacciataggine: che faccia di bronzo ci va per intitolare e cominciare un disco con una canzone che è praticamente Sweet Jane? Solo, girata country urbano, fra Chris Isaak e Johnny Thunders. Però la ascolti e ti vien da pensare che, se c’era uno che poteva permetterselo, era il buon Peter, cultore della Chiesa dei Velvet Underground quando ancora gli adepti erano pochi. 1973, lui alla testa di quei magnifici incompiuti degli England’s Glory, cinque anni prima di firmare da leader degli Only Ones Another Girl, Another Planet: classico totale di una new wave nutrita a Velvet e New York Dolls come a Kinks, Big Star, Roxy Music. Tempo di dare alle stampe tre LP, uno più memorabile dell’altro, e la band pagava dazio a certe abitudini tossiche e si autoconsegnava alla leggenda.

Un’eternità dopo il nostro eroe ci sorprende (ma non ci sorprende) regalandoci dieci canzoni, divise al solito fra energici rock’n’roll e languide ballate, tagliate da quella precisa stoffa. I tre capolavori sono sistemati a centro scaletta, uno a mozzare il fiato via l’altro: Troika, dolcissima prima di deflagrare in un ritornello da urlo; Living In My Head, abbagliante gemma psichedelica; e infine Man Of Extremes, che sono i Byrds alle prese con “Loaded”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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So You Want To Be A R’n’R Star: in lode del giovane Tom Petty (Reloaded)

Fa strano dirlo e constatarlo di nuovo proprio oggi: a fronte delle centinaia di libri che hanno come argomento, tanto per citare un nome non a caso, Bruce Springsteen pochissimo è stato scritto su Tom Petty. Mi risultano appena tre sue biografie e fra l’altro tutte di recente pubblicazione, uscite fra il 2014 e il 2016. La sproporzione pare clamorosa ma, d’altra parte, pure John Mellencamp ha trovato pochissimi esegeti, pochissimi cantori: un paio.

Notando ciò tempo fa proponevo a una rivista con cui collaboro una lunga monografia dedicata all’Heartbreaker, da fare uscire in coincidenza con il suo sessantacinquesimo compleanno. L’offerta veniva cortesemente declinata e allora per celebrare uno degli eroi più… silenziosi, eppure più presenti del mio pantheon musicale non mi restava che ripescare, qui su VMO, un articolo ben più breve, scritto cinque anni prima ancora per un’altra testata. Lo riprendo oggi. Magari un giorno mi ritroverò a spendere molte più parole per Petty. Quando avrò elaborato il lutto per uno capace di congedarsi (il secondo Mudcrutch una nota a pie’ di pagina; oppure la perfetta chiusura di cerchio) con “Hypnotic Eye”. Uno degli album più belli degli Heartbreakers, il solo che abbia mai capeggiato la classifica di “Billboard”.

Mai capito cosa ci sia di tanto figo nel fare dischi che poi ascoltano in quattro”: così, in un’intervista concessa a Dave Marsh, Tom Petty replicava a chi lo accusava di avere tradito la new wave per il mainstream. Trentacinque anni e oltre sessanta milioni di dischi venduti dopo, nessuno lo ha per fortuna ancora convinto del contrario.

Ad aspettare qualche ulteriore mese a farla uscire, la “Live Anthology”, c’era il rischio che in tanti notassero la prossimità (cadrà il 20 ottobre) a un compleanno… importante per il rocker della Florida. Chi avrebbe allora potuto resistere alla tentazione di scrivere dei “favolosi anni sessanta” di Tom Petty? Intesi non come il decennio dei Beatles e della psichedelia. E d’accordo che nella Rock’n’Roll Hall Of Fame già lo hanno accolto da un pezzo, e che in ogni caso un cofanetto quadruplo o sestuplo o settuplo (tre le versioni disponibili) è un riepilogo di carriera con tutta l’aria della definitività, ma il nostro uomo ad andare in pensione non ci pensa proprio. Il prossimo album con gli Heartbreakers sarà una raccolta di blues inteso un po’ come lo intendevano gli Allman Brothers, ha già annunciato, e pare scommessa sicura che manterrà immacolata una discografia di rara consistenza, senza magari un capolavoro a sormontarla ma anche senza una caduta vera che in qualche punto la affossi. Petty è una garanzia: malissimo che vada, in un suo album una o due canzoni memorabili e altre tre o quattro comunque carine le troverai sempre. Dal 1976.

In “Tom Petty & The Heartbreakers” di indimenticabili se ne contano ben più di due (cinque? che fa metà programma), ma curiosamente le due più indimenticabili di tutte sono sistemate a fondo corsa ed è come se “Born To Run” si chiudesse con Thunder Road e la traccia omonima. Per certo a congedarsi con il romanticismo sospeso di una Luna eminentemente tastieristica, cui va dietro una American Girl che sono i Byrds apocrifi più sfrenatamente rock di sempre, non solo si lascia un ricordo fantastico ma si suggerisce che la cosa migliore da fare sarebbe girare di nuovo il disco e cominciare da capo. Dalle sincopi tambureggianti di Rockin’ Around (With You), che non preparano minimamente ai languori e all’epicità di Breakdown, così come dopo di quella non ti attenderesti un Hometown Blues infiltrato di beat. Dice bene il titolo del brano che sigilla il primo lato: in questo disco c’è Anything That’s Rock’n’Roll. Lo prometteva del resto già un davanti di copertina impossibilmente tarro e stiloso insieme, una Gibson Flying V a trafiggere il cuore nel logo del gruppo e sotto il capobanda, faccia da schiaffi, giubbotto di pelle e cartuccera. Quasi più Lemmy (che i Motörhead li stava ancora tramando) che uno dei Ramones. A non ascoltarlo o ad ascoltarlo distrattamente quel loro primo album, pubblicato nel novembre ’76 ma senza che nessuno se ne accorgesse fino a diversi mesi dopo, ci stava che gli Heartbreakers venissero scambiati per una punk band. In Italia il disco usciva addirittura con tanto di lametta in copertina e l’equivoco era subito servito. Se concisione delle canzoni, asciuttezza della scrittura, amore per il sixties-garage li accomunavano, per dire, ai Clash, sarebbe stato presto evidente che i ragazzi di Gainesville erano decisamente più prossimi a un Bob Seger o al limite a un Bruce Springsteen. Altro che California modello Eagles da spazzar via! Gli Eagles erano semmai eroi da emulare e fra l’altro – due di loro – eroi conosciuti da vicinissimo, concittadini: un Tom imberbe aveva preso lezioni di chitarra da Don Felder e del suo primo gruppo serio, i Mudcrutch, aveva fatto parte Tom Leadon, fratello minore di Bernie. Molto più avanti, il chitarrista solista Mike Campbell e il batterista Stan Lynch si ritroveranno a collaborare (proficuamente da ogni punto di vista) con Don Henley e sarà una chiusura di cerchio. Il leader aveva a quel punto già fatto comunella con Stevie Nicks, senza che più alcuno si scandalizzasse. Ce l’aveva scritto nel destino e probabilmente nel DNA Tom Petty il suo futuro di classic rocker. Fulminato a cinque anni da Rock Around The Clock e tuttora quando lo racconta traspare un’emozione vivissima. Rifulminato a undici dall’incontro con Elvis Presley sul set di Follow That Dream e definitivamente deciso a seguirlo, quel sogno, quando a tredici vedeva i Beatles prima all’“Ed Sullivan Show” e poi al cinema, in A Hard Day’s Night. Circostanze avverse e una bella testa dura – da redneck nell’accezione buona del termine, per quanto sia possibile dargliene una – faranno sì che debba arrivare a compierne ventisei prima di coronarlo. Non per questo dopo si adatterà mai a un compromesso: rifiutando ad esempio di farsi spostare come un pezzo di mobilio quando la piccola etichetta, la Shelter, che aveva pubblicato i primi due LP veniva assorbita dalla MCA e andando, un album dopo, di nuovo a uno scontro durissimo con una casa discografica che voleva lucrare un dollaro di troppo sul prezzo di vendita.

Storia complessa, e rimarchevolmente avventurosa per gente che a certi eccessi non ha mai ceduto, quella degli Spezzacuori (vi devo ancora nomi e qualifiche di due di loro: Ron Blair il bassista, Benmont Tench il cruciale tastierista): impossibile a riassumersi in due pagine e meritevole di una trattazione ben più estesa, quella che permette la testata trimestrale propaggine di questo mensile e sì, prendetela pure come una promessa. Qui lo spazio è quello bastante a ingolosire il lettore più giovane e indurre il più navigato a ritirare fuori dagli scaffali i lavori che scandirono le prime tappe di un’epopea. Riascoltarlo dopo tanti anni mi ha confortato nell’idea che “You’re Gonna Get It!” (1978) sia il fratellino meno brillante dell’esordio, ma rinunciaci tu al virile struggersi di Magnolia e agli scondinzolamenti rock’n’roll di Too Much Ain’t Enough, a una No Second Thoughts profumata di psichedelia e a una I Need To Know che dovette fare verdi d’invidia i Cheap Trick. Laddove “Damn The Torpedoes” (1979) fu l’album dove le promesse venivano mantenute e si diventava grandi in tutti i sensi: numero due (resterà il piazzamento più alto) e doppio platino negli USA e una scaletta – fra l’epica sudista di Refugee (la Free Bird della mia generazione) e la ballatona alla Little Feat Louisiana Rain – ai limiti della perfezione. Mai più Tom e sodali sfioreranno così da vicino il capolavoro. Ribadito un eclettismo che fa passare in scioltezza, caso da paradigma, dalla seduzione carezzevole di You Tell Me al Jerry Lee Lewis aggiornato di What Are You Doin’ In My Life, la Rickenbacker sfoggiata in copertina sa tanto di rivendicazione e dichiarazione di intenti: sì, sono io l’erede di Roger McGuinn e sono qui per servirvi. In apertura di “Hard Promises” (1981) The Waiting sarà la conferma più clamorosa e sublime che ci si potesse attendere. Però A Woman In Love (It’s Not Me) la  si sarebbe potuta ascoltare dai Cars. Però Nightwatchman azzarda il funk. Però Insider sfida i Fleetwood Mac sul loro terreno e per farlo – sfacciata! – convoca Stevie Nicks. Disco niente male, ma per i secondi due album della banda Petty pare ripetersi lo schema dei primi due: un’opera gradevole ma non trascendentale e con qualche riempitivo a seguire, facendosene ispirare, una di superiore caratura.

Fece una pessima impressione al tempo che “Long After Dark” (1982) proseguisse sulla china discendente, ammiccando senza troppo sugo e regalando giusto quei due brani di incisività suprema, il singolo You Got Lucky (nuovamente Ocasek dietro l’angolo) e una A Wasted Life in ritardo su Roy Orbison o in anticipo su Chris Isaak, fate voi. Parve un inizio di decadenza e non sembrò un buon segno che “Southern Accents”, intervallo a quel punto inaudito, si facesse attendere tre anni. Controverso (ma anche vendutissimo) all’uscita, ha finito per invecchiare bene, forte soprattutto di una prima metà di programma spiazzante e calibratissima, con una seconda Refugee chiamata Rebels ad aprire e a tallonarla una It Ain’t Nothin’ To Me sull’orlo della funkadelia, l’irresistibile acid-pop di Don’t Come Around Here No More e una title track dolente che lacrima archi.

Classic rocker dentro, Petty pensa bene di suggellare il  primo decennio di discografia con la più tipica delle celebrazioni: il doppio live. Ma siccome è pure discretamente iconoclasta, lungi dal costringere “Pack Up The Plantation” nei limiti della collezione di successi regala oltre un terzo di scaletta a brani altrui che per lui hanno significato molto. La dice lunghissima il titolo di quello delegato ad aprire le danze: So You Want To Be A Rock’n’Roll Star.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.667, febbraio 2010.

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