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I migliori album del 2019 (6): black midi – Schlagenheim (Rough Trade)

Quasi un equivalente britannico del DAMS con la differenza che forma alunni e alunne dai quattordici ai diciannove anni laddove da noi trattasi di corsi di laurea breve, la londinese BRIT School dacché è stata fondata nel 1992 si è rivelata cruciale passaggio propedeutico alla fama per un numero di allievi impressionante. Limitandosi alla musica e a un poker di assi sono passati/passate da lì Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule. Si può trasformarlo in scala reale con i black midi (loro preferiscono si scriva così), ottant’anni scarsi in quattro ma non lo diresti guardando il video di ventisei minuti di una performance “live on KEXP” dello scorso novembre che in otto mesi ha totalizzato su YouTube oltre mezzo milione di visite e millecinquecento commenti. In particolare, a uno dei due chitarristi ne daresti tredici, di anni. “Poppetto”, immaginerà il lettore cui è finora sfuggito uno dei casi mediatici del 2019. Non potrebbe essere più distante dalla realtà di un gruppo che sta mettendo d’accordo tipologie di pubblico che a loro volta non potrebbero essere più lontane: vecchi cultori del prog che ne ammirano la valenza strumentale (il batterista Morgan Simpson è semplicemente mo-struo-so) e chi vede in loro un proseguimento con altri mezzi della guerriglia culturale scatenata da quei fenomeni di nicchia che furono no- e now-wave. Il rock (?) più estremo di sempre.

In nove brani dall’impossibilmente schizofrenico e articolato all’iperminimalista (bmbmbm gira su un riff di basso di una nota) i ragazzini buttano in un frullatore impazzito King Crimson (di varie epoche) e Gang Of Four, Fall e Shellac, Pere Ubu, Wire, Sonic Youth, Butthole Surfers, Slint, Battles… Giurano che tempo due anni saranno tutta un’altra cosa. Vedremo. Ascolteremo. Stordenti. Eccitantissimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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I migliori album del 2019 (8): Edwyn Collins – Badbea (AED)

Sulla copertina del decimo album da solista colui che, con Roddy Frame, fu il massimo esponente di quello che con trasparente omaggio alla Motown venne detto “il suono della giovane Scozia” si porge in tutta la sua dolorosa fragilità. Che non viene dagli anni che ha, che comunque in agosto saranno sessanta, ma dalle emorragie cerebrali (due in pochi giorni), che quasi lo uccidevano nel 2005. Con come conseguenza danni rispetto ai quali la fisioterapia molto ha potuto ma (esplicita in tal senso proprio la foto di cui sopra) non tutto. Ringraziamo che alla fine la voce se la sia ritrovata intatta, il nostro uomo. Ma soprattutto che nella disgrazia si sia mostrato eccezionale per la capacità di affrontarla restando sempre, oltre che combattivo, positivo. La felicità di essere tuttora di questo mondo e in grado di cantarsela e suonarsela, la vita, il sentimento che informa prevalentemente quanto prodotto da allora. E la scrittura? Un altro miracolo: nel contesto di una carriera in ogni caso sempre di livello, tornata agli apici giovanili. Credetemi se vi dico che non è la vicinanza che provo per Collins che mi fa affermare che “Badbea” è il suo disco più bello dal lontanissimo (1982!) esordio degli Orange Juice, il superbo “You Can’t Hide Your Love Forever”. Addirittura.

Anzi, non credetemi e verificate. Vedrete se non vi catturerà subito l’incrocio fra jingle-jangle e techno-pop di It’s All About You, se il tempo non volerà fino alla traccia omonima e conclusiva, unica su cui si allunga un’ombra di malinconia. In mezzo, canzoni clamorose come il Northern soul In The Morning, il pop sentimentale con energia I Guess We Were Young, una Outside punkettona, il pazzesco incrocio Kraftwerk/Dexys Midnight Runners Glasgow To London, una I Want You da Iggy Pop circa “Lust For Life”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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I migliori album del 2019 (9): North Mississippi Allstars – Up And Rolling (New West)

Figli d’arte i fratelli Luther e Cody Dickinson, essendo il papà quel Jim che suonò con gli Stones e Ry Cooder, Dylan e i Flamin’ Groovies, produsse i Big Star e i Replacements, Tav Falco, i Green On Red, Willy De Ville. E buon sangue non mente, da diciannove anni e dodici album in studio con questo: divisibili in consigliabili, fortemente consigliabili e indispensabili se il blues vi piace iniettato di boogie, di rock e di funk. “Up And Rolling” al Vostro affezionato è sembrato subito da terza casella e i successivi ascolti non hanno fatto che confermare la prima impressione. D’altronde: pronti e via e una sincopata e con influssi africani, un flauto in perfetto incastro con il battito della batteria, Call That Gone ti appiccica al muro. Manco il tempo di rifiatare che parte una traccia omonima con un potenziale da hit clamoroso, non fosse che allegramente Luther e Shardé Thomas sciorinano un elenco delle sostanze assunte in gioventù e quale radio la trasmetterà mai? Canzone di tale efficacia che appena due brani dopo – in mezzo una favolosa resa iperfunk di What You Gonna Do degli Staple Singers con Mavis Staples a cantare papà Pops – Luther torna sul luogo del delitto con l’assai simile e dal testo al pari birichino Drunk Outdoors.

Disco che non dà requie fino a un finale che all’emozionante gospel (a chiedere perdono dei peccatucci di cui sopra? ma quali peccati!) Take My Hand fa andare dietro la quarantina di secondi di una Otha’s Bye Bye Baby dritta dagli anni ’20 del secolo scorso. Puntate i bluesoni ovviamente elettrici Mean Old World e Out On The Road (una tantum più B.B. King che Muddy Waters quando è di R.L. Burnside) se ancora non siete convinti e non potrete fare altro che mettere mano al portafoglio. Sempre che vi vogliate bene, eh?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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I migliori album del 2019 (10): Sleaford Mods – Eton Alive (Extreme Eating)

Mark E. Smith è vivo e lotta ancora insieme a noi. Alan Vega pure. Non potrebbe averla scritta il primo una frase come “Graham Coxson looks like a left-wing Boris Johnson”? Che oltretutto, con la sua frenesia punk dal martellante al vorticoso, anche musicalmente Flipside non farebbe fatica a confondersi nel suo sterminato catalogo. E non viene facilissimo immaginare la voce del secondo scorrazzare sopra la base metallica, ma melodica, di Big Burt? L’ho sempre pensato (pure voi?): se i Fall avessero provato a fare i Suicide – e fossero nati trent’anni dopo, va da sé – l’esperimento avrebbe avuto come esito il duo formato dal cantante (dal declamante, dal rantolante) Jason Williamson e dal musicista e dj Andrew Fern. Quanto beffardo che vengano da Nottingham e raccontino un mondo, in particolare il loro sempre più disunito Regno Unito, in cui i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e nessun Robin Hood potrà mai metterci una seppur simbolica pezza.

“Eton Alive” è il quinto album in studio degli Sleaford Mods, il primo a vedere la luce per l’autogestita Extreme Eating dopo che il precedente “English Tapas” era uscito su Rough Trade ed è stato il contatto più ravvicinato che i nostri eroi abbiano mai avuto con un’industria discografica strutturata ancora lungo linee che nel secolo nuovo hanno cessato di avere non direi un senso ma senz’altro un’indispensabilità. Impensabile comunque che questi signori addivengano a qualche compromesso anche nell’assai improbabile caso si ritrovino un giorno a incidere per una major, risulta a oggi il loro lavoro più pop. Non nel senso svalutante che si suole dare attualmente al termine, eh? È che è quello nel complesso più godibile, epidermico senza mai fare davvero male alle altrui di epidermidi, a patto che siano spesse a sufficienza per chi a un certo punto divise un singolo promozionale con il redivivo… ahem… Pop Group. Più che per qualunque altro dei dodici episodi che lo compongono – però pure Policy Cream, che gli va subito dietro e ha un gusto da XTC della primissima ora, non scherza in tal senso – vale per l’electro-funk sull’orlo della disco Kebab Spider: impossibile schiodarselo dalla memoria dopo anche soltanto un ascolto. Se la collisione fra funk e post-punk di Into The Payzone rimanda ai Gang Of Four, O.B.C.T. sono i Joy Division se avessero avuto il sense of humour necessario a inserire in un loro pezzo un assolo di kazoo. Se When You Come Up To Me spiazza porgendosi romantica, sorta di deragliamento alla rovescia, con la sua concitazione Top It Up rimette tutto entro i binari consueti. Un altro pezzo che mi piace molto: Discourse, filastrocca spasmodica su un carillon su di giri.

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I migliori album del 2019 (14): Angel Olsen – All Mirrors (Jagjaguwar)

C’era da aspettarselo. Nel 2017 con “Phases” Angel Olsen compiva un’operazione che poteva apparire prematura per una musicista con una carriera principiata a inizio decennio: svuotava un po’ di cassetti e in tanti si chiedevano se non intendesse così mettere un punto e a capo, facendo ordine e spazio per una fase nuova. Non che in precedenza fosse mai stata ferma, eh? Si presentava al proscenio con gli esitanti demo per voce e chitarra acustica di “Strange Cacti”, trasformava il suo folk in folk-rock, mostrando nel contempo una chiara crescita sia da autrice che da interprete, già con il successivo e ancora semi-clandestino “Half Way Home” e con “Burn Your Fire For Your Witness” (primo suo album a entrare nella classifica di “Billboard”) lo variegava e personalizzava, fra echi di Velvet Underground e scorci di neo-psichedelia. Laddove “My Woman” per una metà era il suo lavoro più “pop” e per l’altra il più ardito, congiura di opposti capaci di coesistere. C’era da aspettarselo. Disco dopo disco, la Olsen è andata ispessendo e raffinando il suo sound. A questo giro non si limita a porgersi “full band”, ricorre a un’orchestra di quattordici elementi.

È un mondo nuovo (solo Summer, con le sue chitarre cristalline, troverebbe facile collocazione nel precedente catalogo di Americana invero “alternative”) e coraggioso, che a molti cultori della prim’ora potrebbe non piacere ma ne sedurrà altri. Con le sue orchestrazioni dense (non bastassero archi e fiati pure mellotron e synth) ma funzionali e sempre capaci di fermarsi prima della fatidica nota di troppo. Disco da godere come assieme ma con momenti di memorabilità assoluta nella suadente New Love, in una Spring scanzonata in questo contesto, quasi beatlesiana, e nel gran finale, hollywoodiano-sinfonico, di Chance.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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GospelbeacH – Let It Burn (Alive)

Un ombra tristissima si allunga su questo album solare e spumeggiante, ma ve ne dirò poi. Parto dal giorno in cui il cantante e chitarrista Brent Rademaker si ritrova per una jam con il batterista Tom Sanford. Rademaker da due anni ha appeso lo strumento al chiodo, disilluso per l’indifferenza con cui è stato accolto anche l’album (“The Tarnished Gold”) con cui i Beachwood Sparks hanno provato a rilanciare una carriera che li aveva visti pubblicare a inizio anni 2000 (e sempre su Sub Pop) altri due ottimi lavori (un omonimo debutto, quindi “Once We Were Trees”) collezionando buone recensioni ma con riscontri commerciali minimi. Il nostro uomo a quel punto per guadagnarsi da vivere si è trovato un impiego presso una galleria d’arte. Scocca però di nuovo la scintilla, attorno ai due prende forma un quintetto e prima ancora che abbia un nome Patrick Boissel della Alive offre un contratto. Lui stesso battezza la creatura: GospelbeacH (“h” finale maiuscola, chissà perché). L’esordio del 2015 “Pacific Surf Line” è una gemma di Americana devota ai Grateful Dead che nel 1970 svoltavano roots. Il seguito del 2017 “Another Summer Of Love” opta invece in maniera altrettanto persuasiva verso un sound fortemente influenzato da Tom Petty. Se vi dico che “Let It Burn” si apre con una ballata di afflato country, Bad Habits, e si chiude con una traccia omonima dal riff che pare Refugee avrete inteso che i GospelbeacH hanno trovato un punto di equilibrio, continuando nel contempo a mettere in fila canzoni una più deliziosa dell’altra.

E vengo all’ombra di cui sopra: poche settimane prima dell’uscita del disco il chitarrista Neal Casal, persona squisita a detta di chiunque lo abbia mai incrociato e artista con una carriera pure in proprio, si è tolto la vita. L’indifferenza può uccidere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Devendra Banhart – Ma (Nonesuch)

A leggere certe recensioni del decimo lavoro in studio di Devendra Banhart (nato in Texas ma cresciuto in Venezuela non imparava l’inglese che tredicenne, quando si stabiliva in California) ci si fa l’idea che in tanti non gli abbiano perdonato ciò che per un artista dovrebbe essere naturale: allargare gli orizzonti, maturare. Passando dai demo traballanti, sia per fedeltà che per il contenere incerti abbozzi più che canzoni, che comunque gli attiravano l’attenzione di Michael Gira che ne ristampava su Young God il primo album, del 2002, e pubblicava i successivi tre, agli spartiti di ben superiore varietà e complessità che caratterizzavano nel 2005 il monumentale (certamente per dimensioni, a tratti per esiti) “Cripple Crow”, il disco del passaggio a un’etichetta ben più di peso quale la XL. Duecentomila copie vendute in giro per il mondo di cui settantamila negli USA, non cifre da capogiro ma abbastanza da fare uscire il nostro uomo dai circoli di quel weird folk (fosse stato datato anni ’60-inizio ’70 si sarebbe chiamato acid) di cui era stato eletto a vessillifero. Figurarsi quando nel 2009, con “What Will We Be”, entrava in area Warner. Detto che né quel disco né i successivi “Mala” (2013) e “Ape In Pink Marble” (2016) si collocano fra gli apici del catalogo, a me pare che nei suoi confronti certuni abbiano maturato un pregiudizio.

Fosse un esordio, per “Ma” si griderebbe al miracolo. Come si fa a non farlo per gemme come l’iniziale Is This Nice? (come un Van Dyke Parks alle prese con un cartone animato Disney), Memorial (fra i più begli apocrifi coheniani di sempre), la bossanova Love Song o il conclusivo valzer (in duetto con Vashti Bunyan) Will I See You Tonight?. Arrangiamenti raffinati e incisione di gran qualità: pure questo a qualcuno darà fastidio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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