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Emozioni non da poco: “Cheap Thrills”, nel cinquantennale dell’uscita

Nel calendario del rock il 16, 17 e 18 giugno 1967 sono marchiati a fuoco e se dico “Monterey International Pop Festival” confido che ogni lettore sappia più o meno di cosa sto parlando. I tre momenti dell’evento che inaugurava la Summer Of Love, e certificava l’avvenuta ascesa allo stardom dei Jefferson Airplane, rimasti nella memoria collettiva: Otis Redding che arringa la neonata nazione hippie come un predicatore la sua congregazione; Jimi Hendrix che incendia la chitarra; una ragazza nel pubblico che davanti a una Ball And Chain di intensità ustionante resta letteralmente a bocca aperta e non sa profferire altro verbo che “wow…”. Wow. Eppure, chi fra gli astanti cercava da lì ad agosto di ritrovare emozioni uguali o paragonabili fra i solchi di “Big Brother & The Holding Company” (Mainstream, prima di venire ristampato con due preziose aggiunte dalla Columbia) era destinato a scoprire amaramente disattese le proprie aspettative. Avendo visto all’opera non solo una Janis Joplin ma anche dei Big Brother ormai ben superiore cosa rispetto a quanto catturato malamente, e dagli otto ai dodici mesi prima, da tecnici oltretutto non all’altezza delle nuove esigenze del rock. Nei solchi di un debutto deludente, tre abbacinanti anticipazioni in ogni caso di una grandezza prossima a materializzarsi: Call On Me, parole e musica del chitarrista Sam Andrew e ugola della Joplin in portentoso duetto con l’autore in una ballata intimamente black che non è difficile immaginare, con un diverso arrangiamento, griffata Motown; Down On Me, esuberante e con più che qualche traccia (eufemismo) dello spiritual da cui discende; e infine All Is Loneliness, sogno di blues lisergico che fa infuriare che sia compresso in 2’31”, quando sappiamo che dal vivo era lo spunto per dilatazioni ad libitum che lo svelavano per il fantasmagorico capolavoro che in potenza è.

Monterey non restava naturalmente senza conseguenze e la minore era che il debutto a 33 giri di un quintetto completato dall’altro chitarrista James Gurley, dal bassista Peter Albin e dal batterista David Getz entrava nella classifica dei più venduti negli Stati Uniti, sebbene arrestandosi a un modesto numero 60. La principale era che diventava manager del gruppo Albert Grossman, ovverossia colui che un lustro prima aveva reso Bob Dylan una stella, e come prima mossa accasava alla Columbia ragazza e ragazzi. Essendo a dire il vero interessato solo a una prima non ancora disposta a quel punto a sbarazzarsi dei secondi. Lei in continua crescita (il cielo come limite), loro già cresciuti quanto potevano. E proprio a ragione di abilità tecniche limitate le sedute d’incisione di “Cheap Thrills” si riveleranno problematiche, con il produttore John Simon – uno della vecchia scuola a dispetto della giovane età – in continuo conflitto con la band. Cose che succedono, se metti insieme una congrega di sciamannati punk psichedelici e uno nel cui universo le jam sono niente, la Canzone tutto e qualunque tipo d’assolo dev’essere a essa funzionale per avere diritto di cittadinanza. Uno dall’orecchio pazzesco che non può non patire – ricambiato – gente che fatica a suonare a tempo e accordata, per la quale è la tecnica a essere nulla e l’espressività tutto. La lavorazione andrà alquanto per le lunghe e ciò nonostante un disco il cui titolo completo (rinviato al mittente dalla Columbia) avrebbe dovuto essere “Dope, Sex & Cheap Thrills” finirà per parere un non plus ultra di spontaneità. Più che un trucco da illusionisti, un miracolo.

E adesso che vi racconto di un album giustamente fra i più celebri e celebrati nella storia non soltanto del rock ma della musica popolare tutta del Novecento? Dubito che fra chi mi legge ci sia qualcuno che non lo conosca: che non identifichi all’istante l’attacco, più che da rock psichedelico da punk prima del punk, di Combination Of The Two; il blues sommerso da marosi elettrici ed elettrizzanti di I Need A Man To Love; o quello acustico, classicissimo (degno di una Bessie Smith) di Turtle Blues. Che non si abbandoni al più squisito degli struggimenti su una intro chitarristica di Summertime di un lirismo e una raffinatezza tali (il referente è Bach, ma un Bach rallentato e sapientemente dissonante) che persino un sorpresissimo Simon se ne scoprì ammirato. Che non cada preda di frenesie incontrollabili precipitando nel maelstrom sentimentale di Piece Of My Heart e non ne emerga, “a riveder le stelle”, fra le derive acide di Oh, Sweet Mary. Il suggello è proprio Ball And Chain, unica incisione veramente dal vivo di un album spacciato per un live, anche se per secoli non lo si saprà e in tanti vengono tuttora ingannati dagli applausi e dai rumori collocati strategicamente fra e dentro i brani: Janis Ball And Chain la definirà “un’enorme voragine che dovevo riempire con qualcosa” e l’autrice, Big Mama Thornton, che aveva avuto da ridire sulle doti di interprete di Elvis Presley, ne promuoverà a pieni voti la lettura affermando che “quella ragazza sente le stesse cose che sento io”. Nessuno ha cantato lo strazio dell’amore rifiutato come qui. Nessuno, mai, e quanto avrà ragione Yoko Ono constatando che “woman is the nigger of the world”.

Insomma: alla fine ve l’ho raccontato uguale “Cheap Thrills”, pietra miliare che bisognerebbe avere in vinile anche soltanto per la fantasmagorica copertina freak firmata da Robert Crumb. Perfettamente riprodotta in una “Classic LP Collection” della Joplin che nel suo cofanetto include anche il debutto della Compagnia e i due album post-Big Brother di Janis, “I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!” e “Pearl”. La griffe è Music On Vinyl, Amazon la vende a meno di ottanta euro, ne sono state stampate solo mille copie. Regolatevi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.331, marzo 2012.

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Blue Öyster Cult: prodromi di heavy metal (per intellettuali)

Nella mitologia greca la croce con un uncino a sostituire uno dei bracci rappresenta Cronos, re dei Titani e padre di Zeus. Per gli alchimisti simboleggiava il piombo, uno dei più pesanti fra i metalli. Da cui la decisione del fu Sandy Pearlman – poeta, critico, manager e produttore – di eleggerla a logo dei Blue Öyster Cult. Proprio Pearlman, che collaborava allora al glorioso “Crawdaddy!”, era stato del resto il primo a usare il termine “heavy metal” (quasi certamente facendosi ispirare dal testo di Born To Be Wild degli Steppenwolf) per descrivere il sound di un gruppo: guarda caso, quei Soft White Underbelly da cui derivarono i Blue Öyster Cult e che a dire il vero nemmeno hard suonavano bensì una sorta di blues psichedelico. Ma si vede che il futuro manager già aveva in testa altro per loro: renderli, dichiarerà, il contraltare americano dei Black Sabbath. Non è chiaro invece chi suggerì di apporre una umlaut (i due puntini) sopra la “o” di “Oyster”. La rivendicava Allen Lanier, storico tastierista e chitarrista ritmico della formazione di Long Island, purtroppo ormai anch’egli nel mondo dei più, e però Richard Meltzer, uno dei padri fondatori della critica rock, sostiene che l’idea venne a lui. A proposito ancora del nome: arriva da uno scritto fantascientifico (in versi!) del solito Pearlman, nel quale degli alieni adepti di un culto esoterico tramano per governare il pianeta Terra. E insomma avrete inteso che dietro al quintetto newyorkese – o forse sarebbe più corretto dire sestetto, visto il decisivo apporto (la sua firma pure sotto diversi testi) del manager e produttore – c’era un progetto, una costruzione intellettuale. Nella prima riga della scheda che dedica ai nostri eroi il sito All Music Guide li dice “the thinking man’s heavy metal group”, che come definizione è azzeccata ma pure alquanto offensiva per i cultori del suddetto genere musicale. Meglio un’altra nella quale mi sono imbattuto facendo ricerche per scrivere questa paginetta: il metal che piace a quelli cui il metal non piace. Perfetta! Per giustificare (come ce ne fosse bisogno!) il loro eventuale debole per la band gli appassionati di punk e new wave amano sempre ricordare che aprì la strada a quell’ondata di gruppi che qualche anno dopo faranno della Big Apple uno degli epicentri soprattutto del secondo fenomeno. Che Patti Smith ebbe un lungo affaire con Allen Lanier e pur’ella scrisse alcuni testi per i Blue Öyster Cult. Così come (non sempre accreditato) Jim Carroll.

Lo spazio è quello che è e dunque salto più o meno a pie’ pari il lungo percorso che portava la band a esordire con un 33 giri omonimo, su Columbia, nel gennaio 1972. Vi basti sapere che dei Soft White Underbelly facevano già parte Lanier, il chitarrista Donald “Buck Dharma” Roeser e il batterista Albert Bouchard, che strappavano un contratto alla Elektra e registravano un LP però accantonato dall’etichetta e che si ribattezzavano prima Oaxaca e poi Stalk-Forrest Group in seguito a una recensione negativa di un loro concerto. Con la nuova denominazione e un nuovo cantante, Eric Bloom, incidevano per la medesima casa discografica un secondo album che, incredibilmente, veniva anch’esso cassato e i cui nastri non vedranno la luce (su “St. Cecilia: The Elektra Recordings”, Rhino) che nel 2001. Altro fallimento dopo il quale, in contemporanea con l’ingresso in squadra, al basso, del fratello di Albert Bouchard, Joe, si assumeva la ragione sociale con la quale i cinque si copriranno di gloria per un decennio, popolarità in costante ascesa grazie principalmente a un live act formidabile (testimonianze sul doppio del 1975 “On Your Feet Or On Your Knees” e sul vendutissimo “Some Enchanted Evening”, del ’78 e invece singolo). In “Blue Öyster Cult” (favolosa copertina degna della migliore tradizione Urania) il sound del gruppo appare ancora acerbo, in divenire: un anfetaminico blues mutante da biker iniettato di un’acidità cupa, fra deflagrazioni boogie e flirt con l’occulto e il cosmico. Svetta sul resto del programma l’innodia di una Cities On Flame With Rock And Roll su cui la dice lunga il titolo e da lì si partiva per un seguito che è il primo dei due articoli classici (essendo il secondo l’immediatamente successivo “Secret Treaties”) del catalogo della compagine. Edito a un anno e un mese dal debutto, altro artwork eccezionale, le due facciate intitolate “The Black” e “The Red”, “Tyranny And Mutation” è il disco in cui si mette a fuoco uno stile feroce ma colto, autentico muro di suono ma mobile: la chitarra solista arrampicata su scale che arrivano a preconizzare la rivoluzione di Eddie Van Halen, tastiere che declinano un progressive senza orpelli, ritmica nel contempo granitica e imprendibile. Fra il rock’n’roll a rotta di collo che una voce malevola fa lovecraftiano di The Red & The Black e una Mistress Of The Salmon Salt (Quicktime Girl) che chiude i conti con gli anni ’60 sfilano altre sei canzoni in bilico fra un presente chiamato Led Zeppelin (O.D.’d On Life Itself) e Black Sabbath (7 Screaming Diz-Busters) e archetipi di Motörhead (notare la umlaut; Hot Rails To Hell) e Metallica (se avessero avuto un pianista pazzo; Teen Archer). Unica relativa pausa una Wings Wetted Down di gusto fiabesco.

Ustionante ma algido, deragliante ma controllato, monolitico come impatto e nondimeno, a perdersi in un’ottundente densità, pieno di dettagli, di affluenti da seguire uno per volta mentre confluiscono in un grande fiume: il suono dei Blue Öyster Cult era una congiura di ossimori. Nel 2001 la Columbia Legacy aveva ristampato in digitale i primi album dei Newyorkesi, aggiungendo gruzzoletti di bonus e soprattutto facendo un ottimo lavoro sul remastering. Nondimeno, ascoltando “back to back” quell’edizione di “Tyranny And Mutation” e la fiammante ristampa di qualche mese fa su Speakers Corner a me pare che il vinile si imponga. Altra la vividezza, altra la dinamica. Mancano naturalmente le bonus (una tirata di orecchie, però, per l’assenza dei testi). Al lettore butto lì una dritta: quel CD oggi te lo tirano dietro e dunque…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Quando i Badfinger erano “i nuovi Beatles”

Nel novembre 1969 Paul McCartney annuncia a un mondo sbigottito: “No more Beatles”. Non varranno come ripensamento le sedute in studio di registrazione nel corso delle quali verrà completato un ultimo LP il cui titolo significativamente cambia, in corso d’opera, da “Get Back” a “Let It Be”. Tutti a cercare “i nuovi Beatles” allora, esercizio nel quale invano l’industria discografica si cimenta dal ’64. Che ironia che i potenziali nuovi Fab Four siano sponsorizzati da quelli originali al punto da abitare la casa costruita da costoro, su fondamenta sfortunatamente instabili. A quel punto i ragazzi (tre Gallesi, uno di Liverpool) una hit già l’hanno colta, già griffata Apple, ma a contarla come loro ci si imbarazza: non solo l’ha scritta Sir Paul, Come And Get It, ma ha istruito il complesso che fino a un attimo prima si chiamava Iveys e in quel preciso istante si ribattezza Badfinger, a suonarla uguale al demo. Quarta nel Regno Unito, settima negli Stati Uniti, la canzone inaugura sotto splendidi auspici una vicenda fra le più tragiche negli annali della popular music.

Album d’esordio vero, dopo un raffazzonato “Magic Christian Music” assemblato a contorno del debutto a 45 giri, “No Dice” testimonia il talento di una band che già non ha più bisogno di ingombranti mentori, quartetto con dentro quattro autori e dunque quattro potenziali leader e sarà la sua forza. Debolezza fatale si rivelerà proprio il legame con una Apple da subito gestita malissimo dagli illustri proprietari. Nel percorso fra il rock’n’roll alla Back In The USSR di I Can’t Take It e la ballata ricamata d’archi We’re For The Dark (entrambe di Pete Ham), questo capolavoro sistema un paio di grandi successi – la scanzonata No Matter What (Ham), la romanticheria elettroacustica Without You (Ham/Evans; un numero uno USA per Harry Nilsson, notorio sodale di Lennon) – e altre otto gemme diversamente ma egualmente abbaglianti: che non hanno paura di citare sin dal titolo i Baronetti (la firma sotto Love Me Do è quella di Joey Molland) e quando è il caso di sorpassarli a destra (una stupefacente It Had To Be, di Mike Gibbins, capace di transitare in poche battute da Tim Buckey a McCartney per quindi omaggiare Harrison). Il successivo “Straight Up” è al pari imperdibile. Pete Ham morirà suicida nel 1975, Tom Evans lo imiterà nell’83.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.184, settembre 2013.

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Josh Rouse – Love In The Modern Age (Yep Roc)

L’album con cui decollava la carriera di questo cantautore americano da parecchio residente in Spagna era il suo quarto: datato 2003, “1972” provava a suonare come se inciso nell’anno che lo battezzava e, segnando un netto scarto rispetto a predecessori depressi e noiosetti, ci riusciva. Era beninteso un 1972 ideale, da un universo parallelo in cui i Big Star di “#1 Record” davvero andarono al numero uno. Anche via di mezzo fra il Bacharach di un po’ prima e i Fleetwood Mac di un po’ dopo, resta un disco delizioso, se non il primo da avere di Rouse il secondo, essendo quello da privilegiare in assoluto il successivo “Nashville”, all’incirca stessa miscela sonora ma con in più il tocco di country che il titolo annuncia e qualche esercizio di bella calligrafia smithsiana.

Tre lustri e otto album più tardi, e dopo avere pubblicato altri lavori più o meno “a tema”, influenzati dalla sua nuova vita europea, il nostro uomo ha messo mano a un disco che avrebbe potuto chiamare “1984”: l’anno in cui i Blue Nile debuttavano con “A Walk Across The Rooftops”, i Prefab Sprout con “Swoon” e gli Style Council con “Café Bleu”. Tutte influenze dichiarate, così come – ma curiosamente intitolando una canzone come il disco dopo del Canadese: “I’m Your Man” – quella del Leonard Cohen che proprio quell’anno lasciava interdetti molti riempiendo di sintetizzatori “Various Positions”. Lo stesso fa Josh Rouse in “Love In The Modern Age”, medesimo è lo sconcerto che induce ma il sospetto è che questa di opera non si presterà a rivalutazioni a posteriori. Il sospetto – indotto dalla conclusiva There Was A Time, al cui inizio finalmente una chitarra acustica conquista la ribalta – è che a prendere questi stessi pezzi e ad arrangiarli “alla 1972” ben altro sarebbe stato il risultato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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Quei primi Orb antichi, futuribili, irripetibili

È nei negozi da poco più di un mese il nuovo album degli Orb, il loro quindicesimo. Gradevole e inutile, come gli altri dodici andati dietro a quei primi due che restano viceversa imprescindibili: ancora più del debutto “Adventures Beyond The Ultraworld”, datato 1991, il successivo di un anno “U.F.Orb”.

Lo so: come emozione è da poco e a lungo andare roba da cane di Pavlov e nondimeno dacché ascoltai per la prima volta quest’album, allora appena uscito ed era il marzo ’92, a 1’48” della title track la mia reazione è sempre la stessa. Tensione e rilascio e tensione ma adesso gioiosa, sollievo ed esaltazione quando, dopo oltre cento secondi di svagate macchinazioni ambient con tanto di elicottero che fa molto “The Wall”, la batteria scatta dritta ed elastica e una versione freakadelica della house prende il centro del proscenio. È uno di quei piccoli momenti perfetti che il pop ogni tanto regala. È uno di quei momenti in cui ti chiedi: ma se era una cosa così ovvia da fare, perché nessuno l’ha fatta prima? E siccome la perfezione è per definizione imperfettibile da qui in poi gli Orb, in breve ridotti ad alias del solo Alex Paterson, non potranno che scendere e scenderanno parecchio. Il che nulla toglie all’ininterrotta gloria di tre anni invariabilmente formidabili dopo l’esordio non ancora a fuoco del Kiss EP.

Una rivelazione il singolo A Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules From The Centre Of The Ultraworld (lungo quanto il titolo: ventidue minuti) che campionava l’oceano e Minnie Riperton (chi più immenso?). Una superba conferma l’album “Adventures Beyond The Ultraworld”, che in Little Fluffy Clouds metteva assieme Steve Reich e Richie Lee Jones e che razza di incontro era. Maturo il capolavoro, arrivava da pronostico con “U.F.Orb”, un mammuttone di settantaquattro minuti e due secondi che questa “Deluxe Edition” fa ulteriormente obeso con un secondo CD di remix suggellato da Assassin, un singolo escluso in origine dall’album. Mettiamola così: i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” prodotti da Lee “Scratch” Perry; Mike Oldfield che come un Gregor Samsa alla rovescia si sveglia una mattina e scopre di essere diventato Sun Ra; i Gong (a proposito: eccolo lì Steve Hillage) che calano ecstasy invece di LSD; i Tangerine Dream trapiantati a Detroit dopo essere passati da Ibiza. La forza di “U.F.Orb” è che finiva di smantellare quel muro divisorio fra rock ed elettronica ritmica tirato giù qualche mese prima da “Screamadelica”. La forza di “U.F.Orb” era che redimeva robe che avremmo detto irredimibili, cavando diamanti dalle pattumiere della storia. O almeno facendoci ipotizzare per un attimo che lo fossero, diamanti. Nasceva insieme antico e futuribile, pareva di un altro mondo ma piaceva assai agli abitanti di questo, tanto da andare al numero uno delle classifiche britanniche. È invecchiato bene, cioè per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.640, novembre 2007.

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George Ezra – Staying At Tamara’s (Columbia/Sony)

Sono diverso da Ed Sheeran, non è che faccio dischi con l’intenzione di andare al numero uno ovunque”, dice George Ezra, che con il rivale di cui sopra condivide i natali nella provincia inglese e l’irruzione nelle classifiche di ogni dove in età verdissima, esordiente in lungo a ventun anni lui, quell’altro già una star a venti. Ma chi si scusa si accusa e, insomma, a pochi giorni dall’uscita “Staying At Tamara’s” già primeggia nel Regno Unito, rinnovando i fasti del debutto del 2014 “Wanted On Voyage”. Per cominciare e poi si vedrà. E tanto per non perdere colpi nemmeno rispetto a quel Sam Smith cui George faceva da spalla in un tour nordamericano e che come età, essendo del ’92, sta nell’esatto mezzo fra Ed (1991) e George (1993). Però, dai, a ben ascoltare (o anche molto distrattamente) il giovanotto è diverso eccome da Ed: per quanto condividano un retroterra folk, è molto più pop (nel senso di poppetto) quell’altro. Per non dire da Sam e dal suo finto soul, tagliato su misura per il pubblico bue da intrattenere fra un “X Factor” e l’altro.

Ciò detto, Houston, abbiamo un problema e il problema è che, al netto di arrangiamenti più corposi, il secondo album di questo ragazzo pur talentuoso somiglia troppo al primo. In alcuni passaggi in maniera imbarazzante e invero si sobbalza quando parte una Shotgun che è copia conforme di quella Budapest che faceva decollare la carriera dell’autore. Lavoro in ogni caso, oltre che più denso, più solare del predecessore, persino in bilico fra funk ed errebì in una Don’t Matter Now che l’ha anticipato di nove mesi e brioso anche quando si fa confidenziale come in All My Love. Se Hold My Girl evoca i National, la migliore delle undici tracce, Saviour, azzarda un country cinematico su cui meriterebbe tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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Come passa il tempo quando uno scrive per “Audio Review”

Il file risulta salvato in data 12 marzo 1996, alle ore 17.37. Cominciava così (qualche giorno prima mi aveva contattato telefonicamente l’allora responsabile della sezione recensioni Marco Crisostomi, recentemente scomparso) la mia collaborazione ad “Audio Review”. Con una recensione – positiva; un bel “7” il voto – del debutto dei torinesi Mao e la Rivoluzione, ottimamente prodotto da un altro torinese, Max Casacci, che da lì a qualche mese ancora avrebbe fondato tali Subsonica. In quel lontanissimo numero 159 mi occupavo di altri quattro dischi soltanto ancora (i nuovi di Assalti Frontali, Jalal ed Alison Statton; una teca dedicata al classico di Peter Green “The End Of The Game”) e mai avrei immaginato che ventidue anni e quattro mesi, 241 numeri e alcune migliaia (migliaia!) di recensioni dopo mi sarei ritrovato a celebrare su un blog – ossia su un qualcosa che all’epoca manco esisteva – l’inizio del più prolungato nel tempo fra i miei rapporti professionali. Da un pezzo la collaborazione con “Audio Review” ha scavalcato in durata quella con “Il Mucchio” (pur’esso recentemente scomparso) ed è tutto dire.

L’arrivo in edicola, una decina di giorni or sono, del numero 400 della suddetta rivista mi è sembrato una bella scusa per recuperare quel primo articolo.

La ragione sociale è inedita ma i musicisti che dietro di essa si celano vantano curriculum già corposi. Mao in particolare, che della Rivoluzione è insieme l’ideologo e il leader carismatico, ha in passato prestato la sua voce, scura e ruggente, ai Voodoo (un discreto album all’attivo) e ai Magnifica Scarlatti (una grande promessa mai mantenuta) e ha fiancheggiato Fratelli di Soledad e Africa Unite. Proprio dalle file di questi ultimi viene Max Casacci, al cui lavoro in sede di registrazione e di missaggio si deve molto del merito della riuscita di questo LP. È musica, quella della compagnia torinese, che richiede una produzione capace di trovare il giusto punto di equilibrio fra potenza del suono e attenzione al dettaglio. Una dinamica carente o arrangiamenti troppo elaborati la danneggerebbero irrimediabilmente. Casacci è perfetto e si candida a entrare nel ristretto club dei produttori italiani di livello internazionale.

Avrete forse già ascoltato Febbre, il brano che inaugura l’album e il cui video si è visto parecchio in corrispondenza con la sua uscita: funky-metal poderoso con un ritornello pop di quelli che stendono. È un buon biglietto da visita, ma tanto altro c’è di memorabile in “Sale”: l’irresistibile gospel secolare di Temporali, per cominciare, e poi il matrimonio fra melodia italiana e beat bristoliani di Al limite e la voce recitante su base trip-hop de Il ritmo. Peccato che la rilettura di What A Wonderful World cui è affidato il congedo (c’è poi una breve postilla, con un assaggio di Febbre virata techno) non convinca per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 159, aprile 1996.

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