Archivi tag: rock

The Sick Rose – Someplace Better (Area Pirata)

Ma davvero sono passati sette anni dacché i Sick Rose pubblicavano il predecessore di “Someplace Better”? D’altra parte quello si chiamava “No Need For Speed” ed era titolo che alludeva non al passo medio delle undici tracce ivi incluse, bensì al fatto che quel disco a sua volta si fosse fatto attendere un lustro. E – d’altra parte 2 – che devi fare se, essendo nato in un posto dove il rock’n’roll è sempre stato faccenda più minoritaria della sinistra radicale, non hai mai avuto la possibilità di farne, oltre che uno stile di vita, un modo di guadagnarsela la vita? Te la guadagni altrimenti e la musica si fa hobby da coltivare quando si riesce a inventarsene il tempo. Nei loro verdi anni – fra metà ’80 e inizio ’90 – i ragazzi furono dapprima una delle band più esplosive, a livello mondiale, del Sixties revival e poi un al pari eccelso esempio di rock non meno dinamitardo ma più devoto ai Flamin’ Groovies o agli MC5 che non al garage-punk alla “Nuggets”. Tornavano in pista, dopo qualcosa più che una pausa di riflessione, solo nel 2006 con “Blastin’ Out”, loro quinto album in studio raccolte escluse, e da allora la parola d’ordine è “power pop”.

Dopo due lavori prodotti da Dom Mariani (Stems, DM3, Datura) per questo nuovo il gruppo del cantante Luca Re e del chitarrista Diego Mese si è affidato a Ken Stringfellow (Posies, Big Star, R.E.M.) e di nuovo si è rivelata una scelta felice. D’altra parte 3: aveva del gran bel materiale da tirare a lucido costui. Nove pezzi di scintillante pop-rock in egual misura orecchiabile ed energico, in scia a eroi più o meno di culto (Shoes, 20/20) o di successo (Raspberries, Knack), e in coda un inatteso ritorno alle origini, con una Nobody di travolgente innodia e il vorticoso quasi-surf della traccia che suggella e battezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.398, maggio 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

I primi (e unici) Pretenders

Lo so, è una frase fatta e abusata, ma a volte il destino sa sul serio essere cinico e baro. Lo era con James Honeyman-Scott. Moriva per un tiro di troppo di cocaina e che amara ironia che quel tiro di troppo fosse il primo e unico della sua vita. A stroncarlo era difatti un infarto dovuto a un’intolleranza che evidentemente non sapeva di avere per la sostanza in questione. Se ne andava il 16 giugno del 1982 e altro che iscriversi al famigerato “club dei 27”! James di anni non ne aveva che venticinque (e mezzo). Ma a proposito di Fato insopportabilmente cinico, ferocemente baro: succedeva due giorni dopo una drammatica riunione durante la quale lui, la cantante Chrissie Hynde e il batterista Martin Chambers avevano preso la decisione di allontanare dal loro gruppo il bassista Pete Farndon. Motivo? La tossicodipendenza (da eroina) ormai fuori controllo di costui. Nel giro di quarantott’ore i Pretenders si vedevano dimezzati (Farndon verrà stroncato da un’overdose da lì a dieci mesi) e naturalmente nulla sarà più lo stesso. Che spreco pazzesco di talento… A oggi (l’ultimo risale appena allo scorso ottobre) gli album in studio griffati con il riverito nome sono undici, ma soltanto i primi due possono esibirlo a buon diritto. Non è tanto un giudizio di merito, per quanto dopo il terzo ed eccellente “Learning To Crawl” la qualità media si sia inabissata. È che con Honeyman-Scott e Farndon avevano un suono che senza di loro si rivelerà irriproducibile. Ma andiamo per ordine?

Chrissie Hynde nasce ad Akron, Ohio (stessa città dei Devo e con Mark Mothersbaugh condividerà un complesso giovanile), nel 1951. Ventiduenne attraversa l’Atlantico per trasferirsi a Londra. Scrive per qualche tempo per il “New Musical Express” e poi passa a lavorare presso SEX, la boutique di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren che fungerà da incubatrice al punk. Si trova così al centro della nascente scena e non si conteranno gli incroci (non sto a dettagliare per non finire lungo) con gente poi divenuta famosa. La faccio breve. A inizio 1978 la ragazza incide un demo che le procura un invito da parte di Dave Hill per un’audizione durante la quale esegue quelle stesse canzoni alla testa di un trio improvvisato con al basso tal Mal Hart e alla batteria Phil Taylor dei Motörhead. Favorevolmente impressionato dalla qualità dei materiali e soprattutto intuendo in Chrissie la stoffa della star, Hill le offre un contratto per l’etichetta che ha appena fondato, la Real Records, con l’intesa che formerà una band vera e propria. Originario di Hereford, capoluogo dell’omonima contea, Pete Farndon è il primo a venire reclutato ed è lui a presentare alla capobanda un chitarrista originario della stessa cittadina e quattro anni più giovane, James Honeyman-Scott. Dopo alcuni batteristi passati come meteore, a sedersi dietro piatti e tamburi è un terzo compaesano, Martin Chambers, ed è quel giorno del luglio 1978 che i Pretenders (che senza ancora avere un nome già avevano registrato alcuni brani al Regents Park Studio) nascono a tutti gli effetti. Alchimia magica quella che si crea, determinata dallo stile chitarristico da autodidatta della Hynde, cui strumentisti viceversa provetti come Honeyman-Scott e Chambers (Farndon è invece uno che supplisce con grinta e inventiva a una tecnica basilare) si adattano con una lieve sfasatura sulla battuta che rende il sound unico. Non bastasse la fenomenale voce della cantante: tono oscillante fra rock’n’roll e romanticismo, il maschiaccio e il sensuale. Incredibile che Nick Lowe non colga il potenziale del quartetto e, dopo avere prodotto la cover dei Kinks – Stop Your Sobbing, beat sentimentale ma pure di bella energia – che nel gennaio ’79 sarà il lato A del primo 45 giri, declini l’offerta di curare la regia del primo 33. Gli subentra Chris Thomas ed è un’altra scintilla che scocca: sarà il quinto Pretender pure quando i Pretenders originali si troveranno ridotti a due. Nell’omonimo LP d’esordio, che andrà nei negozi nei primi giorni del 1980 e raggiungerà il primo posto della classifica UK e il nono di quella USA, Stop Your Sobbing sigilla la prima facciata. La apre il riff a cento all’ora del monstre power pop Precious, cui vanno dietro una The Phone Call di esplosività trattenuta, il midtempo con chitarre squillanti Up The Neck, la frenesia sull’orlo del punk di Tattooed Boys, il funk strumentale Space Invader e una The Wait scandita da un altro riff di memorabilità immediata e totale. Giri il disco e a dare il cambio al romanticismo pop di Kid è il reggae da manuale (Grace Jones se ne approprierà subito) Private Life e a quello l’errebì bianco Brass In Pocket. Qui lo dico e mai lo negherò: il momento in cui Chrissie scandisce l’ultimo verso del ritornello – “gonna use my, my, my imagination” – è il più sexy della storia del rock. Punto. Nulla potrebbe sensatamente seguirlo, ma la dolcissima Lovers Of Today e la gioiosa, rovinosa apoteosi di elettrica graffiante, basso funk e batteria squadrata di Mystery Achievement lo fanno. Ed è un trionfo.

Sono passati trentasette anni (quasi trentotto in realtà dacché venne registrato) e “The Pretenders” nulla ma proprio nulla ha perso in dirompenza e freschezza. Multiforme la sua forza, che risiede (parole che prendo in prestito da Stephen Thomas Erlewine) “nell’elegante fusione di rock’n’roll alla Stones, new wave di gusto pop e aggressività punk, orecchiabilità spiccata e attitudine viziosamente cool”. Potrei aggiungere: nell’essere femminile e femminista insieme – nella pratica, prima che nella teoria – di Chrissie Hynde. È un album me-ra-vi-glio-so e meravigliosa è la riedizione Original Master Recording che da alcuni giorni gira sul mio stereo. Infedele all’originale nella confezione (la copertina è diventata apribile; riprodotte al suo interno quelle che erano le due facciate della busta) quanto fedelissima a un’incisione che prende possesso della sala d’ascolto con una vividezza, una tridimensionalità sconosciute alle stampe d’epoca. James Honeyman-Scott e Pete Farndon rivivono. Sfortunatamente, solo nello splendore del suono stereofonico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Prince, che oggi avrebbe sessant’anni

L’uomo nato Prince Rogers Nelson ci lasciava, causa un’overdose accidentale di un antidolorifico, il 21 aprile di due anni fa e la tragedia era doppia, in quanto la morte lo coglieva nel punto artisticamente più basso di una carriera a quel punto già quasi quarantennale. Diversamente da David Bowie, scomparso pochi mesi prima, sopraggiungendo improvvisa non gli consentiva di organizzare come congedo un ultimo capolavoro.

In VMO ho recuperato a più riprese miei scritti su un genio che in gioventù mi capitò di liquidare con imperdonabile superficialità. Non ho più smesso di andare a Canossa. Qui riprendevo una monografia scritta nel 2006 per “Il Mucchio”, qui la prefazione per una biografia americana, qui svariate recensioni di album usciti fra il 2004 e il 2015.

2 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Un po’ del Paul Weller post-Jam

Il Modfather compie oggi sessant’anni. Sull’epopea Jam già mi ero dilungato qui. Oggi ripesco un po’ di recensioni del Paul Weller successivo, fra cui una d’epoca di “Heavy Soul” velenosetta. Forse fui eccessivamente cattivo. O forse no.

The Style Council – Our Favourite Shop (Polydor, 1985)

A quasi un quarto di secolo dacché strinse il fruttuoso sodalizio con il tastierista Mick Talbot chiamato Style Council, Paul Weller ancora ricorda il senso di sollievo che gli diede chiudere la storia dei Jam, per un lustro più un’istituzione che un gruppo per la gioventù britannica. “Fu come se mi fosse stato tolto un peso dalle spalle”, raccontava qualche anno fa al biografo Paolo Hewitt. Dimessosi da portavoce di una generazione, in rotta con una scena rock cui rimproverava un anticonformismo posticcio e il ribellismo confuso quando non artefatto, il nostro uomo decideva di sperimentare, di fare dell’imprevedibilità la prima caratteristica del nuovo progetto, essendo la seconda un amore per la black spinto a livelli che i Jam non avevano azzardato che al passo d’addio, lo strepitoso “The Gift”. Andavano in tal senso l’organico inconsueto a due più uno (il terzo il batterista Steve White, ufficialmente un esterno) e aperto a collaborazioni e una memorabile serie di 45 giri, prima del debutto adulto con “Café Bleu”, ciascuno marcatamente diverso dall’altro. Più avanti la voglia di Weller di seguire i suoi “ever changing moods” lo avrebbe portato a rovinose cadute, ma per il tempo di un paio di LP – il summenzionato e questo – e una decina di 45 giri gli Style Council sarebbero stati invincibili: uno dei complessi più curiosi, eccitanti ed eleganti in circolazione.

A parte qualche suono un po’ leccato e qualche comizio di troppo, “Our Favourite Shop” (ora raddoppiato da una messe di singoli, demo, remix, live) non è invecchiato male. Disco capace di passare – ad esempio: tracce dalla 2 alla 5 – dalla bossanova al jazz, da quello al funk e poi a un pop “da camera” – senza batter ciglio né perdere il filo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.276, febbraio 2007.

Paul Weller (Go! Discs, 1992)

Questione di aspettative: dopo il disastroso finale dell’avventura Style Council nessuno si attendeva nulla dal Paul Weller che si affacciava sui ’90 senza nemmeno un contratto discografico, proprio lui che era stato il musicista più idolatrato dalla gioventù britannica sul lungo percorso fra i Beatles e gli Smiths. Sicché per fare gridare al miracolo, e fargli subito ritrovare un’etichetta, bastava nel ’91 un singolo autoprodotto, Into Tomorrow, carino ma niente di più. E per certificare per il Modfather una rinascita artistica che, con il senno di poi, si può e si deve invece datare dal successivo “Wild Wood” era sufficiente l’anno dopo un lavoro pur esso gradevole e frizzante, ma per certo non trascendentale, come questo. Più transizione che ripartenza vera, diviso com’è fra brani che agevolmente si sarebbero potuti confondere nel repertorio dei primi Style Council (Round And Round, The Strange Museum, Kosmos) e altri nei quali comincia a prendere forma (I Didn’t Mean To Hurt You l’esempio più compiuto) quel folk-soul sostanzialmente alla Traffic (fra un inchino a Curtis Mayfield e un omaggio a Neil Young) che ha caratterizzato a oggi la vicenda solistica del Nostro. Sulla carta “Paul Weller” non avrebbe meritato la medaglia al valore di una “Deluxe Edition”. Nei fatti se la guadagna con il recupero di un gruzzoletto di lati B spesso meglio, o come minimo dello stesso livello, di tanta roba che finì sull’album.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.666, gennaio 2010.

Wild Wood (Go! Discs, 1993)

Dopo avere sciolto i Jam troppo presto (quando avevano ancora molto da dire) e gli Style Council troppo tardi (quando avevano già detto tutto da un pezzo, per poi optare per un cambiamento tragicomico), Paul Weller si affaccia sui ’90 in condizioni disastrose. Un reduce. Un rudere. Senza nemmeno un contratto discografico e stiamo parlando del musicista più idolatrato dalla gioventù britannica sul lungo percorso compreso fra i Beatles e gli Smiths. Probabilmente nemmeno lui stesso sarebbe disposto a scommettere un centesimo sulla propria rinascita. Eppure gli anni ’90 saranno di resurrezione e di gloria, quella vera, fra trionfi nelle classifiche di vendita e nei referendum e i salamelecchi estatici di una critica una volta di più in ginocchio da lui. Si comincia nel 1991 con uno spumeggiante singolo autoprodotto, Into Tomorrow, che va nei Top 40 e gli guadagna il ritorno nell’industria discografica maggiore. Si prosegue l’anno dopo con l’omonimo debutto in lungo da solista, in cui Weller saggiamente non accantona i due gruppi di cui è stato il fulcro né li emula. Qualcosa recupera da entrambi, ma soprattutto cerca e trova un dolce stil novo che nel contempo lo riposiziona in tutta una tradizione britpop che ha avuto nei Kinks gli esponenti principali e lo apre a influenze di rock all’americana. È una bella, promettente ripartenza. Nel 1993 “Wild Wood” – ora ristampato in una “Deluxe Edition” che gli aggiunge un’imponente messe di remix, demo, registrazioni radiofoniche e live – aggiusta il tiro. Rifinisce. Fa insomma meglio e a detta di molti rimane il Paul Weller solista da avere se se ne vuole avere solo uno.

Il tempo è stato gentile con questa collezione di canzoni che d’altro canto fuori dal tempo si collocavano, volontariamente, pervicacemente. Più che nei primi ’90 si potrebbe al limite situarla a inizio ’70, fra mischioni di folk, rock e soul dagli occhi azzurri alla Traffic e ballate in scia al Neil Young acustico.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.641, dicembre 2007.

Heavy Soul (Island, 1997)

Pare essere diventato un Garibaldi del rock, Paul Weller: non si trova uno disposto a spendere una cattiveria sul suo conto. Che so? A ricordare che molto dei Jam fu grande ma non tutto, che il congedo degli Style Council fu indecoroso, che la sua terza giovinezza non ha fruttato finora capolavori ma soltanto qualche canzone gradevole e tanta maniera. A costo di fare la solita figura dei bastian contrari (non lo si fa apposta: il fatto è che per i nostri pochi lettori abbiamo rispetto, noi), sarà il caso di annotare che questo “Heavy Soul”, di cui altrove si sono letti panegirici che non si sa se frutto di sprovvedutezza o di malafede, è poca cosa. Mai stato uno all’avanguardia, Weller, ma da qui a riprodurre con puntiglio filologico il suono dei Traffic come fa da qualche tempo ce ne corre. Il grave è che l’operazione non ha prodotto un-brano-uno degno di nota.

Dove non fa il verso a Winwood e soci, Weller si trasforma zelighianamente in Neil Young o in Van Morrison. I Should Have Been There To Inspire You ruba tutto a Van The Man e ha un titolo che è un epitaffio.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.2, settembre/ottobre 1997.

At The BBC (Universal,2008)

Se hanno cominciato a darti del dio a diciannove anni, se a ventidue eri il portavoce di una generazione e a venticinque un infallibile arbitro d’eleganza, che nel successivo quarto di secolo qualche problema con l’ego tu l’abbia avuto e magari non sia ancora risolto, be’, ci sta. Sugli altari con i Jam, nella polvere alla fine dell’avventura Style Council, quindi protagonista di uno dei più sorprendenti ritorni dalla terra degli artisticamente morti che si ricordino, Paul Weller ha compiuto cinquant’anni lo scorso 25 maggio. Li ha festeggiati beandosi della reverenza che lo circonda, li celebra ulteriormente con questo cofanetto quadruplo. Incredibile ma vero: il secondo in meno di due anni, essendo il precedente quel “Hit Parade” che carrellava sull’intera carriera del Modfather. A proposito di precedenti: i soli Jam erano stati fatti oggetto nel ’97 di un box addirittura quintuplo (“Direction Reaction Creation”; seguito un anno dopo dal parimenti quintuplo “The Complete Adventures Of Style Council”) e un esatto lustro più tardi di un triplo di incisioni, come queste, “At The BBC”. Insomma: siamo a cofanetti numero sei (uno addirittura di lati B: il triplo “Fly On The Wall” del 2003) e a CD numero sette soltanto di registrazioni radiofoniche. Si starà mica esagerando?

Non per fare quello che grida che il re è nudo solo per vedere l’effetto che fa: non mi pare che il Weller pure nominalmente in proprio a partire dal ’92 ci abbia regalato chissà quali capolavori. Tanti album carini (qualcuno manco quello) e nessuno veramente imprescindibile (“Wild Wood” ci va vicino). Una decina o anche due di canzoni gradevoli ma nessuna epocale come tante d’era Jam e qualcuna quando gli Style Council erano freschi di ideazione. Funziona il suono, che quando è elettrico si situa in una terra di mezzo fra Curtis Mayfield, Neil Young e i Traffic e quando è acustico da qualche parte fra Nick Drake barra Tim Hardin e… Neil Young e i Traffic. Meno una scrittura troppo spesso sull’orlo del formulaico. Che fra le 74 tracce (qualche brano torna più di una volta) che sfilano qui una That’s Entertainment fatta da busker svetti dalla cintola in su, qualcosa vorrà dire. Che valga lo stesso per una Headstart For Happiness felice sul serio, idem. Quando poi il singolo pezzo a imprimersi indelebilmente nella memoria è una cover, Early Morning Rain (spero la rammentiate da Gordon Lightfoot). A me non dispiace avere “At The BBC” negli scaffali. Però io non l’ho pagato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.655, febbraio 2009.

5 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Il punk, nelle pieghe del prog – Il Peter Hammill più amato da Johnny Rotten

“Ero un punk prima che tu fossi un punk”, rivendicavano orgogliosamente i californiani (d’adozione) Tubes dal palco del londinese Hammersmith Odeon nel novembre 1977, nello spettacolo destinato a essere immortalato da lì a tre mesi nel doppio di successo “What Do You Want From Live”. Un po’ millantavano, a meno di non dare al termine che sapete un’accezione alquanto zappiana. Oppure… hammilliana? Nelle note di copertina di “Nadir’s Big Chance” – registrazioni del dicembre ’74, pubblicato nel febbraio seguente – colui che era stato il cantante dei Van Der Graaf Generator e si apprestava a tornare a esserlo (tant’è che a dargli man forte nel disco sono quei suoi storici compagni d’avventura) divideva gli undici brani in scaletta in “beefy punk songs, weepy ballads and soul struts”. Mai accaduto in precedenza che un musicista di passaporto britannico utilizzasse quella parolina ed è primogenitura della quale il nostro uomo può giustamente vantarsi, così come di avere fatto litigare Malcolm McLaren e Johnny “ancora Rotten” Lydon. Intervistato nel 1977 dalla BBC il cantante dei Sex Pistols indicava fra i suoi gruppi preferiti i Van Der Graaf e si può immaginare l’incazzatura del manager per quell’omaggio a dei vessilliferi del progressive, conclamato nemico pubblico numero uno per i nemici pubblici numeri uno. Non pago, intervistato da Capital Radio Rotten andava oltre suonando in diretta due canzoni tratte proprio da “Nadir’s Big Chance”: la fosca, malevola The Institute Of Mental Health, Burning e la sferragliante Nobody’s Business. Curiosamente, forse ritenendo che sarebbe stata una scelta banale se fatta da lui, non la traccia inaugurale e omonima.

Nella foltissima discografia (svariate decine i titoli in catalogo) solistica hammilliana questo che fu il suo quinto album in proprio fa un po’ categoria a sé. È pieno di chitarre, quando l’artefice doveva la sua piccola fama all’essere stato il leader di un gruppo che notoriamente le chitarre le usava poco o punto, e schiettamente rock come nessun altro. Mai così tanto, altrove, come nel brano che lo apre e lo battezza, voce fra innodia e sguaiatezza, ritmica dallo squadrato al travolgente e un sax urlante.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.206/207, luglio/agosto 2015.

1 Commento

Archiviato in archivi

Il fracasso da un altro mondo di Glenn Branca (6 ottobre 1948-13 maggio 2018)

Era musica colta? Discendeva indubbiamente da certo minimalismo. Era rock’n’roll? Ne utilizzava gli strumenti e, nell’approccio viscerale a materiale cerebralissimo, evidenziava un medesimo sentire. Quanto crearono Glenn Branca e i suoi primi accoliti all’alba degli anni ’80 suonava allora alle orecchie dei più come un minaccioso fracasso da un altro mondo. Che diamine! Suona tuttora così.

The Ascension (99, 1981)

Nessuno in America era pronto per questa musica. E tuttora molti non sono pronti a riconoscerne l’importanza”: così Lee Ranaldo, che i più conoscono per la militanza nei Sonic Youth. Sa bene di cosa sta parlando, giacché era uno dei sei (formazione tascabile rispetto alle orchestre di chitarre che si troverà in seguito a condurre il leader) che nel 1980 portarono queste composizioni fragorose e incandescenti a spasso per Stati Uniti ed Europa e l’anno dopo le radunarono in un album storico e isterico. Registrato ai Power Station, nientemeno, gli stessi studi dove non molto prima la E Street Band aveva impresso su nastro “The River”, ma non precisamente con gli stessi risultati visto che non vi era tecnico del suono che fosse in grado di riprendere al meglio una musica che del rock aveva gli strumenti e l’attitudine ma per il resto ne era lontana: cresciuta in una New York che non esiste più dove, accontentandosi di poco, una folta e varia comunità artistica poteva sopravvivere accampata nei vasti spazi dei loft per un pugno di dollari. Glenn Branca ne fu il portabandiera. C’erano dentro i Velvet estremi di Sister Ray e l’estremizzazione di quei Velvet estremi attuata da Lou Reed in “Metal Machine Music”, c’era uno spirito punk, c’era la lezione minimalista di Steve Reich e La Monte Young. C’erano quattro chitarre elettriche, un basso, una batteria.

Sebbene penalizzato da un’incisione che non ne rende che in minima parte la densità di cui riferisce chi c’era, così che anche a volumi esagerati tocca lavorare di immaginazione, “The Ascension” vibra e ondeggia e si impenna, magma che lascia senza fiato soprattutto a fronte della composizione omonima, lenta costruzione di un terrificante muro di suono, ma appena di meno con i grattuggiamenti di Lesson No. 2, con le sospensioni industrial di The Spectacular Commodity, con il rock metallurgico di Structure, con la motoristica ossessione di Light Field (In Consonance). Un bonus per questa ristampa Acute lungamente attesa: buttando il dischetto nel computer potrete gustarvi due minuti in video di Branca in assolo nel 1978. Si potrebbe dirlo hendrixiano, non fosse che Hendrix al confronto pare Paco De Lucia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

Symphony No.5 (Atavistic, 1995)

Glenn Branca è uno che fa fine citare: si rileva l’influenza esercitata sui Sonic Youth (due dei quali, Ranaldo e Moore, hanno collaborato con lui in più di un’occasione) e si parla, con reverenza e giocoforza (vista la latitanza di documenti sonori) per partito preso, dell’importanza che ebbero gruppi come Theoretical Girls e Statics nella breve stagione della no wave newyorkese. Ascoltarlo, è un altro paio di maniche: vuoi per la sua fama di compositore ostico che scoraggia i più, vuoi perché i suoi dischi, anche post-no wave, non sono di quelli che si trovano al supermercato. Se siete fra quanti finora hanno predicato bene e razzolato male, la ripubblicazione da parte dell’italiana New Tone della sua Quinta Sinfonia (per rumorosa orchestrina di sette chitarre, due tastiere, due bassi e batteria) è un’occasione preziosa per sgombrare il campo dai pregiudizi.

Cercare di convincervi che “Symphony No. 5”, la cui registrazione risale al 1984, è opera di facile ascolto sarebbe fuori luogo: non lo è. È però, oltre che parecchio interessante, a suo modo godibile, soprattutto nelle parti più meditative (il primo movimento) e/o solenni (il sesto e ultimo). Si può fruirla come musica ambientale, a volume dunque molto basso, oppure, per la gioia dei vicini, tentando di ricreare fra le mura domestiche la paralizzante pressione sonora dell’esecuzione originale.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up” n.1, giugno/luglio 1997.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

Stone Alone (quando Ron Wood era davvero “quello nuovo”)

Sono passati quei quarant’anni da quando si è unito alla banda – se in “Black And Blue”, del 1976, la sua chitarra risuona solo in tre brani già in “Some Girls” era l’alterego di Keith Richards che è tuttora – e Ron Wood (che prima era stato con il Jeff Beck Group e uno dei Faces e scusate se è poco) è ancora “quello nuovo” nei Rolling Stones. Sempre lo sarà ed è il prezzo che ha pagato a tale bellissima vita. Un altro è che in pochi si ricordano che vantava un cv già eccezionale quando divenne una Pietra Rotolante. A volte in pochissimi hanno poi comprato i suoi lavori da solista (sette quelli in studio) e l’unico che faceva eccezione era questo, il terzo e, essendo uscito nel 1979, il primo dacché era diventato uno degli Stones. Arrivava a un rispettabile numero 45 nella classifica di “Billboard”, potendo naturalmente beneficiare del baccano mediatico suscitato da quella ventina di concerti (uno – epocale – a Knebworth in apertura per i Led Zeppelin) suonati dalla band messa insieme per promuoverlo, i New Barbarians: Ron e Keith alle chitarre, Ian McLagan alle tastiere, Stanley Clarke al basso e Ziggy Modeliste alla batteria. A giudicare dalle numerose testimonianze pervenuteci, ufficiali e non, meglio dal vivo che in studio i materiali che compongono “Gimme Some Neck”.

Però, suvvia, il disco – fresco di ristampa su Speakers Corner in un’edizione che ne rende al meglio il sound scorticato ed energico (appena un filo di asciuttezza di troppo, a tratti, nella registrazione) – non è malaccio e probabilmente il suo migliore, alla pari con il debutto del ’74 “I’ve Got My Own Album To Do”. Si stagliano sopra la già ampissima sufficienza il blues vetusto Worry No More, un’irruenta e affilata Breakin’ My Heart e il rock’n’roll alla Chuck Berry F.U.C. Her. Più ancora Seven Days, un Bob Dylan al tempo inedito nella versione dell’autore, per l’ottima ragione che è della stessa stoffa da cui tagliò Changing Of The Guards.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, Rolling Stones