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Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca)

Colti come sono negli ascolti come nelle letture, impossibile che nel lungo percorso che li ha portati a dare un seguito affatto diverso a “Le storie che ci raccontiamo” ai Perturbazione non sia venuto in mente che stavano concependo le loro “23 Love Songs”, che fa un terzo esatto delle “69 Love Songs” con le quali i Magnetic Fields salutavano il Novecento consegnandone agli annali il più mastodontico dei capolavori di un pop a sua volta coltissimo. Al tempo gli allora ragazzi di Rivoli avevano in curriculum giusto un album e un EP, ma già si capiva che di strada ne avrebbero fatta. Quanta, nessuno poteva immaginarlo. Due abbondanti decenni dopo per curiosa coincidenza, dovuta a una cosa da nulla come una pandemia che ne ha fatto slittare per due volte l’uscita, l’ottavo lavoro in studio di Tommaso Cerasuolo e dei fratelli Cristiano e Rossano Lo Mele (i fondatori superstiti; Alex Baracco è con loro dal 2008) è stato pubblicato lo stesso giorno in cui Stephin Merritt e soci hanno aggiunto al catalogo “Quickies”. Difficile immaginare due dischi… ahem… concettualmente tanto distanti, anche per esiti, e tuttavia li accomuna il gusto della sfida a un mondo in cui i servizi di streaming hanno insieme fatto tornare indietro di sessant’anni, a un’epoca pre-album, la popular music e ridotto a una manciata di secondi il tempo che l’ascoltatore medio concede a un brano per farsene catturare prima di passare ad altro. Le sveltine dei Magnetic Fields sono ventotto, compresse in tre quarti d’ora, qualcuna di una manciata di secondi appunto, ma figurarsi se possono avere una chance nell’era di Ed Sheeran e della trap, per dire di due opposti. Si apprezza lo spirito dell’operazione, si deplora che le tante buone idee non siano state sviluppate adeguatamente. “(dis)amore” di tracce ne conta cinque in meno ma gira (su vinile è doppio) sui settanta minuti. Da ascoltare se possibile in un’unica seduta o se no, fruendone a puntate, seguendo comunque la scaletta. Mischiereste mai i capitoli di un romanzo? Dicono gli autori che certi amici avevano suggerito loro di dare una sforbiciata, ché già il disco musicalmente osa quanto basta rinunciando alle lusinghe ritmiche dei due più immediati predecessori e, insomma, riportando indietro le lancette a prima della fatidica partecipazione (2014) al festival di Sanremo. A quando quiet was the new loud e i Perturbazione erano i portabandiera di una via italiana a un indie da camera e cameretta. Il benintenzionato consiglio è stato per fortuna disatteso.

Incontrarsi, innamorarsi, amarsi e poi disamorarsi senza nemmeno una ragione precisa, perché la vita è fatta così e troppo spesso dopo l’emozione che ti scoppia dentro cominciano i silenzi della sera, come cantava Califano. Quante ce ne sono di citazioni citabili in queste ventitré istantanee in cui spesso non sai chi sia a raccontare, se lui o lei. Nelle stanze di vita quotidiana dei Perturbazione dialoghi, riflessioni, osservazioni spicciole si fanno illuminazioni e poesia, da “ti abbraccerà senza pensarci su, la bacerai davanti alla TV” (La nuda proprietà) a “ma il desiderio è come fumo, se provi a stringere sfugge di mano” (Le sigarette dopo il sesso), da un silenzio che “da un po’ di tempo sembra il suono del rancore” (Silenzio) a “la nostra felicità come aria limpida, noi ci accorgiamo soltanto se latita” (L’inesorabile), da “il tuo amore mi divora un pezzo al giorno… mi consuma a fuoco lento, dalle ceneri rinasce quando sembra spento” (Lasciarsi a metà) a “lacrime dentro un cestino è tutto ciò che resta del nostro destino” (Dieci fazzolettini). E poi e naturalmente ci sono gli spartiti, che pur nel “contesto volutamente sottoprodotto” di cui parla il comunicato stampa (ma non si pensi a un suono lo-fi: l’album è zeppo di piccole e grandi raffinatezze) rifulgono e si collocano a un livello altissimo pure in una discografia di rara consistenza. Strategicamente i brani più brevi (ve n’è sotto i due minuti) si collocano spesso fra altri dallo sviluppo più congruo (“compiuto” sarebbe improprio, sono tutti compiuti), sapientemente vi è un alternarsi di passo e atmosfere, quest’ultime talvolta depistanti rispetto a quanto si narra ed ecco che al giocoso folk-rock di Il ragù viene affidato il racconto della morte inattesa, e senza un perché apparente, di una vicina, agli Smiths di Taxi taxi la storia di un incontro casuale, possibile diversione possibilmente solo immaginata da un rapporto di coppia se no esclusivo, all’esilarante folk-funk Dieci fazzolettini la constatazione che it’s all over now, baby blue. Unitarietà e varietà convivono in un lavoro in cui i Perturbazione riversano passioni di sempre che sono non solo la banda Morrissey/Marr appena chiamata in causa o i soliti R.E.M. (Mostrami una donna la loro Shiny Happy People?) ma anche la più varia Italia d’antan: dal Luigi Tenco che fa capolino in Silenzio al Banco del Mutuo Soccorso evocato in L’inesorabile, alle suggestioni cinematografiche che promanano dalla di fatto strumentale Come i ladri, dalla sontuosa orchestrazione che sequestra il finale di Io mi domando se eravamo noi, dalla liturgia per ciò che è stato e non tornerà del suggello Le assenze. Che il Rock latiti ci si accorge quando quasi a metà corsa divampa la fosca Non farlo. Che dopo tutti questi anni il gruppo ancora non abbia imparato a individuare quello che è con ogni evidenza “il” brano trainante è evidenziato dalla scelta come “singoli” in video di Le spalle nell’abbraccio e Io mi domando se eravamo noi, quando il pezzo cla-mo-ro-so che in un altro paese ogni radio avrebbe in playlist è Le regole dell’attrazione.

Il covid-19 ci si è messo di mezzo pure facendo cancellare i primi concerti che avrebbero dovuto promuovere “(dis)amore” e che chissà quando verranno riprogrammati. L’auspicio, quando sarà, è che i Perturbazione abbiano nel frattempo cambiato idea e non si limitino ad eseguirne una selezione di pezzi mischiata al repertorio storico. Dovrebbero suonarlo tutto e tutto di seguito “(dis)amore”, che è forse il loro capolavoro, e quindi un po’ di vecchi classici. Non mi daranno retta.

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Morrissey – I Am Not A Dog On A Chain (BMG)

Ma quanto è diventato difficile recensire con equanimità Morrissey! Non che non lo sia sempre stato. Solo che una volta partivi con il pregiudizio positivo dato da una voce che era quella che lungo la breve epopea degli Smiths aveva saputo parlare come nessuna a una generazione e, anche senza la Rickenbacker scintillante di Johnny Marr dietro, qualcosa di buono in un suo disco ti pareva sempre che ci fosse, che ci dovesse essere. E oggettivamente nell’esordio dell’88 “Viva Hate”, in “Your Arsenal” del ’92 o, in questo secolo, in “Years Of Refusal” del 2009 e “World Peace Is None Of Your Business” del 2014 del buono si trova. Solo che anni di capricci da diva, comportamenti conflittuali rispetto al suo stesso pubblico, tirate da ultrà vegano (sacrosanto battersi per i diritti degli animali, altra cosa porli davanti agli esseri umani) e una collocazione sempre più chiara in un alveo politico di destra-destra hanno eroso la pazienza di tanti. Il pregiudizio si è fatto pesantemente negativo e prima di scrivere di costui tocca fare training autogeno, ricordare a sé stessi che fra i primi doveri di un critico sta il giudicare senza farsi influenzare da simpatie o antipatie.

Ci provo. Ci ha provato pure Morrissey, a fare un disco in cui in luogo di adagiarsi su appassiti allori aggiunge qualcosa di nuovo al suo cospicuo canone. Ci ha messo dentro, oltre a tanto ma già sentito melò alla Marc Almond, roba inaudita per lui: un paio di martelloni dance tipo Underworld, un altro pezzo con Thelma Houston a souleggiare (altro che “hang the dj”!), a un certo punto (non ci si crede) delle chitarre sabbathiane e un accenno di psichedelia. Ma le melodie (tolta la traccia omonima) sono fragili, i testi vabbé e che resta? I soliti due brani un po’ Smiths, buoni per i nostalgici. Forse.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Luke Haines & Peter Buck – Beat Poetry For Survivalists (Cherry Red)

Do per scontato che tutti sappiano chi è Peter Buck e spendo allora qualche parola per l’inglese Luke Haines, che pure sarebbe potuto diventare una star. Due volte. Era il 1993 quando il debutto degli Auteurs “New Wave” era candidato al Mercury Prize. Vincevano gli Suede e mentre Blur e Oasis si disputavano la corona del britpop gli Auteurs gradualmente sparivano dalle cronache, pur continuando a fare album eccellenti (altri tre, l’ultimo nel ’99). E ce ne fu poi un altro di momento di non-svolta, nel 2000, quando il singolo che battezzava il secondo lavoro dei Black Box Recorder (uno dei migliori progetti di canzone elettronica fra vecchio e nuovo secolo) parve destinato a diventare hit vera, ma si rivelò un abbaglio. Il nostro uomo ha avuto forse più successo come scrittore, con due caustici volumi di memorie, che da musicista titolare di una discografia labirintica, l’elevata qualità media unico elemento accomunante gruppi molto distanti fra loro come Servants e Baader Meinhoff, Auteurs e Black Box Recorder, più i suoi numerosi lavori da solista.

L’ex-chitarrista dei R.E.M. e Haines hanno allestito questa collaborazione scambiandosi file da un lato all’altro dell’Atlantico, con il secondo ad aggiungere testi e synth ai demo di chitarra e batteria elettronica del primo. Ne è venuto fuori un disco assai godibile pur se caratterizzato da atmosfere spesso fosche (Witch Tariff potrebbe essere di Paul Roland non solo per il titolo). Alcuni episodi più citabili di altri: il Lou Reed che si fa Ziggy di Jack Parsons e incontra Alex Chilton nella traccia omonima; una Apocalypse Beach che rimanda alla Patti Smith più visionaria; la collisione Gang Of Four/P.I.L. su un Lungo Senna di French Man Glam Gang; il fragoroso garage Ugly Dude Blues.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Julian Cope – Self Civil War (Head Heritage)

Chissà a che libro sta lavorando Julian Cope per inaugurare il nuovo decennio dopo averne dato alle stampe nello scorso quattro uno più monumentale e acclamato dell’altro: The Megalithic European (il suo secondo volume da studioso di siti preistorici), Japrocksampler (un’indagine approfonditissima sul rock giapponese degli anni ’70), Copendium (ode ai suoi album “di culto”: qualche centinaio) e One Three One (infine un romanzo: ambientato in Sardegna!). Che nel frattempo abbia continuato a pubblicare dischi (da solista o a nome Dope) e in numero spropositato (una quindicina) sembra importare a pochi pure fra gli estimatori di lunghissima data e giustamente, trattandosi perlopiù di collezioni sgangherate nel solco della sconcertante accoppiata – “Skellington” più “Droolian” – con cui il Druido sabotava a fine ’80 una carriera post-Teardrop Explodes artisticamente notevole e premiata da buoni riscontri commerciali. Salvo poi tornare sui suoi passi e calare nella prima metà dei ’90 un poker d’assi – “Peggy Suicide”, “Jehovahkill”, “Autogeddon” e “20 Mothers” – nei quali è declinato al meglio un rock post-psichedelico peculiare nel suo assemblare le più disparate influenze e prodigo di bei guizzi pop. Fase che si concludeva nel ’96 con il deludente “Interpreter”, ultimo suo lavoro per una major. Quanto gli è andato dietro, tutto griffato con il marchio personale Head Heritage, è in massima parte faccenda per cultori terminali.

Non così “Self Civil War”, la sua cosa migliore da un quarto di secolo in qua. Fantasmagorico nel suo coniugare krautrock e Black Sabbath, Stooges, Doors, Velvet Underground, folk fiabesco e cavalcate guerresche. A un certo punto salta fuori una Billy che meglio sviluppata in epoca Mercury/Island sarebbe stata un singolo perfetto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Il primo – e migliore – Little Steven

A quel punto da cinque anni nella E Street Band e agli occhi di tutti il numero due dopo naturalmente il Boss, nel 1980 Miami Steve Van Zandt si ritrovava a co-produrre “Dedication”, il 33 giri del grande ritorno di Gary U.S. Bonds, e in EMI piaceva assai il suo modo di lavorare (naturalmente qualcosa contava che il disco finisse nei Top 40 di “Billboard” e un 45 giri da esso tratto andasse al numero 11). Tanto da offrirgli un contratto da solista e per il nostro uomo era l’occasione di provare a uscire dal sempre più lungo e ampio cono d’ombra di Bruce Springsteen. Nessun brano scritto dall’amico e datore di lavoro, che certamente qualcuno glielo avrebbe regalato volentieri, nel debutto datato 1982 del gruppo assemblato dal nostro uomo, che per l’occasione si ribattezzava pure Little Steven a marcare ulteriormente le distanze (non tornerà a suonare con Springsteen e la E Street Band che nel ’95). Avrebbe aiutato certamente, una canzone firmata dal Boss, vendite che saranno abbastanza modeste (un numero 118 USA; faranno meglio i successivi, pure decisamente meno validi, “Voice Of America” e “Freedom – No Compromise”), ma in compenso “Men Without Women” resta l’album migliore confezionato da Van Zandt addirittura fino al recente e godibilissimo “Summer Of Sorcery”. Questione di sound – spettacolare nel suo unire un rock’n’roll di stampo quasi garagista con un rhythm’n’blues parimenti esplosivo, solo occasionalmente addolcito da una vena soul – piuttosto che di scrittura. E alla fine i due pezzi che ricordi di più sono i più morbidi, la romantica Princess Of Little Italy, una I’ve Been Waiting con fiati avvolgenti e un’idea di gospel.

Fortunatamente acquistabile anche separatamente, “Men Without Women” è incluso nel box in tiratura limitata a 1000 copie “Rock N Roll Rebel – The Early Work”, contenente un libretto/librone di 144 pagine, sette LP e quattro CD di francamente pletoriche rarità. Le dieci che vorrebbero rendere questa riedizione dell’esordio di Little Steven una “Deluxe” sono scaricabili a parte (pure in file di alta qualità, FLAC o AIFF 96 kHz/24 bit) ma davvero, a meno che non siate fan terminali, non ne avete bisogno. Della ristampa in vinile fedele alla scaletta originale, magari sì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Pretty Things (per Phil May, 9/11/1944-15/5/2020)

Nel giorno più orribile di questo anno orribile anche Phil May ci ha salutato, per complicazioni seguite a un intervento chirurgico cui si era dovuto sottoporre a seguito di un banale incidente in bici (fare sport alla tua età? ma chi ti credevi di essere, Phil? Mick Jagger?). L’ultimo album della band di cui era da sempre la voce risaliva a cinque anni fa e fu un grandissimo piacere per me ascoltarlo e scriverne. Un congedo superbo, “The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…)”. Difficile immaginarne uno migliore.

“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Pretty Things”: non suona altrettanto bene, eh? Poveri Pretty Things, che erano quelli davvero brutti, sporchi e cattivi – l’unico degli Stones alla loro altezza in tal senso Keith Richards – e che in quanto tali, dopo avere piazzato alti nelle classifiche UK tre singoli e il debutto a 33 giri, si ritrovavano condannati a una vita da gruppo “di culto”. Anche a dispetto di una capacità di reinventarsi notevole: psichedelici nei tardi ’60 (e con all’attivo due classici del genere: “S.F. Sorrow” e “Parachute”), hard nei ’70, quasi new wave all’alba degli ’80. Oggi quegli altri vegliardi degli Stones girano per stadi e loro per club di serie C. In uno di questi mi capitava di vederli non più tardi di un paio di anni fa e vi garantisco che – come direbbe il poeta – spaccarono il culo ai passeri.

Ogni tanto confezionano un nuovo album (il precedente è del 2007) e di solito è lì che casca l’asino. Loro no. Superbo nei suoni vintage (è stato registrato dal vivo in studio, con amplificatori valvolari e mixer e strumentazione rigorosamente “d’epoca”), “The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…)” oltre alla bella forma esibisce pure un sacco di sostanza. Come un piccolo compendio di una vicenda lunga oltre mezzo secolo, di un canone più sfaccettato di quanto non si pensi. Attacco super, con una The Same Sun fra hard, errebì bianco e psichedelia, e a seguire l’affilato blues And I Do, una Renaissance Fair (dal catalogo Byrds) all’LSD, i Seeds rifatti come fossero l’Experience di You Took Me By Surprise, una Turn My Head dritta dal ’67. Sarebbe giusto… il primo lato. Sull’ideale retro, ovazioni per una Greenwood Tree un po’ Grateful Dead e per la ballata alla Who Hell, Here And Nowhere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.368, ottobre 2015.

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The Orb – Abolition Of The Royal Familia (Cooking Vinyl)

Diciamo che la concisione non è mai stata una caratteristica degli Orb, sin da quando nell’ottobre 1989 esordivano con un singolo dal titolo chilometrico, A Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules From The Centre Of The Ultraworld, quanto la durata, oltre diciannove minuti, cui sette mesi dopo davano seguito con il debutto in… ahem… lungo “Adventures Beyond The Ultraworld”, 109’41” e per contenerlo ci volevano due CD. Facevano scalpore ma a fare il botto era nell’estate ’92 “U.F.Orb”, “appena” settantaquattro minuti, subito acclamato come un classico (giustamente: lo è) e dritto al numero uno delle classifiche UK. Diciamo che la concisione per la creatura di Alex Paterson – nel cui vasto repertorio non mancano i brani da tre, quattro o cinque minuti ma spesso usati, oltre che per dare respiro, con funzione di raccordo o per agevolare un cambio di stile, passo o atmosfera – sarebbe controproducente, perché è questa musica che ha bisogno per rendere di un respiro ampio. Diciamo però che, alle spalle l’era in ogni senso aurea degli anni ’90, anche la mancanza di concisione l’ha danneggiata, perché per reggere certe durate l’ispirazione deve volare alta, se no si cade e ci si fa male e – peggio – si annoia. Talvolta gli Orb hanno rischiato di ridursi a macchietta, ma qui no.

Congiura di opposti per la quale si dovette inventare un’etichetta che è un ossimoro, ambient-house, il loro diciassettesimo album è forse il più solido e intrigante del secolo seminuovo, 77’45” con agli estremi una Daze fra soul e Ibiza e le fughe per tangenti Tangerine Dream di Slave Till U Die No Matter What U Buy. In mezzo, l’intero catalogo di suggestioni della casa: dalla techno al dub, da scorci floydiani a momenti in cui fanno capolino lì Jon Hassel, là David Sylvian.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 418, marzo 2020.

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Brigitte Fontaine – Terre neuve (Verycords)

Uno dei dischi più urticanti che ascolterete (io ve lo consiglio) nel 2020 è stato appena pubblicato da una cantante che a giugno compirà ottantun anni e nondimeno è ancora – sublimemente – “folle”, come dichiarava nel 1968 nel titolo del suo secondo album. “Terre neuve” è il diciannovesimo e se era dal 2013 che lo si attendeva è perché ultimamente la salute non ha granché assistito un’artista che dire eclettica è poco – è anche attrice, autrice radiofonica e teatrale, poetessa e romanziera. Il che non le ha impedito nel frattempo di dare alle stampe cinque assortiti volumi ed essere protagonista di un documentario che ne narra l’incredibile vita. Avendo accennato a che altro ha fatto, musica a parte, mi limito qui a riassumere ulteriormente dicendo che in musica è una che ha mischiato di tutto, dandosi alternativamente o contemporaneamente al pop come al rock più spigoloso, da un jazz nell’ampio arco fra il cantabile e il free a esperimenti con la world, dal folk all’elettronica, dalla spoken poetry alla classica contemporanea. Fenomeno tutto transalpino fintanto che nel 2001 dei ferventi ammiratori, certi Sonic Youth, non le facevano passare i confini collaborando al formidabile (fra gli ospiti pure tal Archie Shepp) “Kékéland”.

Disco easy se raffrontato a questo, che dopo i due minuti di faticoso recitativo su organo liturgico di Le tout pour le tout letteralmente deflagra con una Les beaux animaux dalle parti dei Velvet Underground di Sister Ray e una J’irai pas furiosamente Suicide. Titolo successivo: Je vous déteste. Più avanti, brani sul limitare dell’industrial, una Vendetta risolutamente da Gioventù Sonica, della psichedelia psicotica e solo a fondo corsa, in Parlons d’autre chose, un che di elegiaco, della crepuscolare dolcezza. Non. Ci. Si. Crede.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020.

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The Men – Mercy (Sacred Bones)

Per un attimo i newyorkesi The Men mi hanno fatto tornare giovane. Un attimo piuttosto lungo a dire il vero, visto che Wading In Dirty Water, la seconda delle sette tracce che sfilano in questo loro ottavo album, dura la bellezza di dieci minuti e mezzo: partenza sommessa e poi un crescendo di organo dal suono denso e chitarre circolari che deflagra facendosi epica cavalcata, con un’elettrica che prima riffeggia dura e poi si scioglie lisergica. Un brano eccezionale, che varrebbe da solo l’acquisto del disco e mi ha richiamato alla memoria due band (entrambe australiane) che illuminarono i miei anni ’80, ossia i Triffids e – soprattutto – i Died Pretty, e il lettore che sa di chi sto parlando a questo punto si affretterà a prender nota. Comunque anche il resto di “Mercy” non è niente male, eh? Distante ben più di, rispettivamente, dieci e nove anni da quei due primi album, “Immmaculada” e “Leave Home”, con i quali il quartetto di Brooklyn fece in ogni senso rumore, attirando l’attenzione con un sound fragoroso e abrasivo, fra hardcore e noise. Nondimeno già con il successivo, del 2012, “Open Your Heart” la band allargava gli orizzonti, incorporando nel proprio sound influenze surf e country, puntando più sulla scrittura che su una mera forza d’urto che restava in ogni caso rimarchevole. Shoegaze, krautrock, psichedelia venivano inglobati da lì e più avanti persino Tom Petty e Bruce Springsteen entreranno a far parte del quadro.

Qui al summenzionato capolavoro va dietro – pensate! – un brano, Fallin’ Thru, per pianoforte e voce alla Leonard Cohen/Nick Cave. Altrove i ragazzi countreggiano (Cool Water, Call The Dr.), flirtano con certo post-punk (Children All Over The World), rialzano al massimo i volumi (la travolgente Breeze). Notevoli.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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Nada Surf – Never Not Together (Barsuk)

Nel momento in cui scrivo è appena partito il tour con il quale i Nada Surf promuoveranno questo loro nono album in studio. Dopo gli USA toccherà undici paesi europei Italia compresa. Roba grossa, insomma, e testimonianza che il quartetto fondato nel 1993 dal chitarrista e cantante Matthew Caws e dal bassista Daniel Lorca, cui danno man forte dal ’95 (a quell’altezza i Newyorkesi avevano pubblicato solo un singolo e inciso un EP) il batterista Ira Elliot e dal 2010 il chitarrista Doug Gillard, può contare su una platea di cultori di buona consistenza nonostante nella sua ormai lunghissima carriera solo all’inizio abbia gravitato in orbita major. Li raccomandava alla Elektra Ric Ocasek (che firmava anche la regia del debutto in lungo “High/Low”) e la sua intuizione era subito premiata da un singolo, Popular, di più che discreto successo. Ma la casa discografica metteva becco nel secondo album, “The Proximity Effect”, il gruppo non gradiva e veniva licenziato subito dopo l’uscita del disco. Da allora, con l’isolata parentesi di un “Live In Brussels” che resta splendido bignamino della prima produzione della band e vedeva la luce nel 2004 per una succursale EMI, i Nada Surf sono uno dei nomi di punta (quando non si autoproducono) della indie Barsuk.

Lungo preambolo per sottolineare una volta di più che è incredibile che nessuna multinazionale provi ad accaparrarsi un gruppo dal potenziale clamoroso. Se So Much Love potrebbe appartenere ai Fleetwood Mac dell’epoca aurea, Come Get Me e Something I Should Do avrebbe potuto scriverle Tom Petty per “Southern Accents” e Mathilda pare una hit perduta degli Smashing Pumpkins. Nemmeno i pezzi più incisivi, palma che spetta a Looking For You, che parte con un incantevole coro di voci bianche prima di raddensarsi e scatenarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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