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Dieci canzoni per ricordare Willy De Ville, a dieci anni dalla scomparsa

10) Storybook Love (da “Miracle”, A&M, 1987)

9) Key To My Heart (da “Victory Mixture”, Sky Ranch, 1990)

8) All In The Name Of Love (da”Backstreets Of Desire”,  FNAC Music, 1992)

7) Just To Walk That Little Girl Home (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

6) Demasiado corazon (da “Where Angels Fear To Tread”, Atlantic, 1983)

5) Just Your Friends (da “Return To Magenta”, Capitol, 1978)

4) Lipstick Traces (da “Le chat bleu”, Capitol, 1979)

3) Cadillac Walk (da “Cabretta”,  Capitol, 1977)

2)  Love Me Like You Did Before (da “Coup de grâce”, Atlantic, 1981)

1) Spanish Stroll  ( da “Cabretta”, Capitol, 1977)

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Filthy Friends – Emerald Valley (Kill Rock Stars)

Non c’è niente da fare: senza un gruppo – anzi: un supergruppo – Peter Buck non ci sa stare. Da quando nel 2011 i R.E.M. chiudevano una vicenda artistica trentennale che li colloca fra i grandi della storia del rock, più che per una carriera solistica di basso profilo (tre dischi non trascendentali e  solo in vinile) il chitarrista si è fatto notare per il contributo a band inizialmente estemporanee e che hanno finito invece per consolidarsi, con più uscite e percorsi pluriennali: ha rimesso in pista i Tua Tara, ha continuato a offrire il suo apporto a Tired Pony e Baseball Project e soprattutto è il principale partner di Corin Tucker nei Filthy Friends. Non essendo chiaro se per le Sleater-Kinney la reunion che nel 2015 ha fruttato “No Cities To Love” avrà un seguito, o resterà un formidabile una tantum, parrebbe a questo punto che pure per lei i Filthy Friends (formazione che comprende anche l’ex-Fastbacks Kurt Block alla chitarra ritmica, Scott McCaughey dei Minus 5 al basso e alle tastiere e la nuova arrivata Linda Pitmon alla batteria) siano ben più che un hobby. “Emerald Valley” vede la luce a due anni dall’eccellente debutto “Invitation”, come minimo pareggia i conti con quello e ribadisce un potenziale pure commerciale notevole. Che resterà probabilmente inespresso, giacché esce per un’etichetta piccina per quanto storica e di prestigio quale è la Kill Rock Stars.

Ben promozionata Only Lovers Are Broken potrebbe fare sfracelli, quasi se non analoghi a quelli che fecero le Bangles con un analogo sound. È l’articolo più irresistibile in un campionario di dieci senza cadute, si tratti del western psichedelico alla Thin White Rope della title track, di una November Man in chiave shoegazing, di tirate alla Patti Smith come Pipeline e Last Chance County.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 409, maggio 2019. Un nuovo album delle Sleater-Kinney è annunciato per il 16 agosto.

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Sun Kil Moon – I Also Want To Die In New Orleans (Caldo Verde)

Quasi valeva la pena di buttare via tre ore della mia vita facendo andare due volte “I Also Want To Die In New Orleans” (muori dove vuoi, ma sbrigati) per il divertimento che mi ha procurato leggere la recensione scritta da un tizio che attacca dicendo che lui ogni mattina comincia la sua giornata lavorativa ascoltando in cuffia un album appena uscito. Dopo di che, spiega in cosa consiste il suo lavoro (è un magazziniere), ricorda un incidente che gli successe una volta, fa colazione con una banana (troppo matura) fra un ordine e un altro, si beve un caffè, guarda fuori dalla finestra, sbriga altri ordini, si è fatta ora di pranzo, prende l’auto per percorrere le tre miglia che lo separano da un self service messicano dove ha una discussione con la cassiera riguardo al resto, mangia pensando alla sua ragazza, a certi amici e a Obama le cui politiche migratorie non erano poi così diverse da quelle di Trump. Mentre manda giù l’ultima cucchiaiata di piselli, il dodicesimo album in assoluto e settimo in cinque anni a nome Sun Kil Moon di Mark Kozelek (che negli stessi cinque anni ne ha pubblicati altri sei per così dire da solista, più tre live) finalmente finisce (OK, deve aver fatto qualche pausa; o l’ha lasciato in repeat). La cosa che gli è piaciuta di più, scrive, è quando Kozelek imita un cane che si è appena preso un calcio in culo.

Puro genio. Perché il recensore fa ciò che fa il recensito, che ci racconta una tonnellata di cazzi suoi su fondali appena meno monotoni di chitarra acustica, sax e batteria. Kozelek è stato uno bravo e importante (i suoi Red House Painters fra le cose più suggestive dell’indie USA dei primi ’90), e per questo finora si è continuato a scriverne, ma sembra ormai avere perso del tutto senno e senso della misura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 409, maggio 2019.

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Il lungo apprendistato e il più grande trionfo di Albert King

Aver raggiunto una posizione notevole partendo da una molto umile; aver cominciato dal basso la propria carriera; essersi costruiti una fortuna dal niente. Nel linguaggio militare indicava quei casi in cui un soldato, che per il cibo usava la gavetta, arrivava per meriti suoi al grado di ufficiale”: così il “Dizionario dei modi di dire” della Hoepli spiega origini e significato di un’espressione, “venire dalla gavetta”, che nel caso dell’uomo che nacque – il 25 aprile 1923 a Indianola, Mississippi – Albert Nelson e si fece King può essere intesa letteralmente. Visto che quando nei tardi ’40 per guadagnarsi da vivere guidava un bulldozer mangiava sul posto di lavoro, dal baracchino portato da casa. Apprendistato infinito il suo, giacché non arriverà a esordire discograficamente, con un singolo per una piccola indie dell’Illinois, la Parrot, che quasi trentunenne e questo dopo avere cantato il gospel e avere cominciato a suonare il blues non da chitarrista ma da batterista, nel gruppo di Jimmy Reed. Venuto al mondo in una famiglia povera e numerosissima (tredici figli) di coltivatori di cotone, si era autocostruito da bambino la prima chitarra e solo da adolescente poteva permettersi uno strumento vero che, mancino, imparava a suonare da autodidatta senza invertire l’ordine delle corde. Il che contribuirà a plasmare uno stile unico – massiccio, aggressivo quanto dinamico, quando abbandonerà l’acustica per l’elettrica e tanto di più quando si imbatterà nella sua Lucy, una Gibson Flying V fresca (1958) di commercializzazione. Le resterà fedele a vita, come B.B. King – di cui a lungo millantò di essere un fratellastro – alla leggendaria Lucille. A proposito: Nelson si ribattezzava King giusto in occasione del debutto di cui sopra e la nuova identità resterà.

È una falsa partenza quel 78 giri, con su un lato Be On Your Merry Way e sull’altro un non beneaugurante Bad Luck Blues, e il nostro eroe impiegherà talmente tanto a dargli un seguito che nel frattempo quel tipo di supporto non sarà più in uso. Il singolo successivo va difatti a 45 giri ed esce, primo di sette di nessun impatto per la Bobbin di Little Milton, nel 1959. La prima hit si chiama Don’t Throw Your Love On Me So Strong, data 1961 e la dà alle stampe la King di Syd Nathan (e James Brown), stesso marchio che griffa l’anno dopo l’eccellente esordio a 33 “The Big Blues”. È nondimeno con l’approdo nel 1966 alla Stax che l’ormai quarantatreenne Albert King svolta, commercialmente e artisticamente. House band della casa sono Booker T. & The MG’s e ad affiancare in studio la chitarra solista del leader sono dunque quella ritmica di Steve Cropper, le tastiere di Booker T. Jones, il basso di Donald “Duck” Dunn e la batteria di Al Jackson. Più i Memphis Horns, vale a dire Wayne Jackson alla tromba e Andrew Love al sax tenore. Non vi pare abbastanza? Ogni tanto al piano siede tal Isaac Hayes. Collocati a un ideale incrocio fra il più poderoso blues di Chicago e quel soul sudista che proprio l’etichetta di Memphis sta provvedendo a canonizzare, vedono la luce uno via l’altro quattro singoli classici e sei di quegli otto pezzi andranno poco dopo, nell’agosto 1967, a formare il nucleo di “Born Under A Bad Sign”: album non solo fra i capolavori totali della storia della musica in dodici battute ma probabilmente quello che maggiormente ha influenzato il rock. Influenza oltretutto immediata, su Jimi Hendrix come sui Cream (l’uno e gli altri incidevano loro versioni della title track), sui Free (che coverizzeranno The Hunter) e sui Led Zeppelin (che incorporavano lo stesso brano in How Many More Times). E dice bene Stephen Thomas Erlewine quando annota che non si contano i chitarristi bianchi andati a scuola da allora da Albert King (per citarne ancora giusto tre, in ordine di apparizione alla ribalta: George Thorogood, Stevie Ray Vaughan, Jeff Healey) e molti dei quali senza manco rendersene conto, avendone recepito il magistero indirettamente.

È un LP davvero diviso in due facciate, “Born Under A Bad Sign”, nel senso che a una prima strepitosamente corposa ed energica – ascoltarla e intendere come mai il titolare, da lì a un anno, si ritroverà a incidere un live al Fillmore West davanti a un’entusiasta platea hippie è un tutt’uno – ne va dietro una seconda decisamente più rilassata. Quasi una faccenda anni ’50, laddove l’altro lato dovette risultare, affrontato al tempo, inaudito. Da una traccia inaugurale e omonima densa e tagliente a una The Hunter che tambureggia guerriera, anticipando tanto di quell’hard che quando nel 1988 i Danzig la rifaranno nel debutto parrà insieme più moderna e classica di tutto il resto della scaletta. Passando per una Crosscut Saw su cui già il titolo la dice lunga e una festosa Kansas City, la squadrata Oh Pretty Woman (no, Roy Orbison non c’entra) e una Down Don’t Bother Me che in 2’10” appena è un manuale intero del blues elettrico. Giri il disco e pare un altro mondo, con la sola Personal Manager, lenta ma possente, che avrebbe potuto stare sul primo lato. Segue una supersentimentale, con tanto di flauto svolazzante di Joe Arnold, Almost Lost My Mind; precede un pigro Laundromat Blues, una struggente As The Years Go Passing By e la ballata jazz (ascoltata pure da Frank Sinatra) The Very Thought Of You. Sigillo a un album perfetto, che resta il preferito di Albert King per tutti quelli che non optano per (altro titolo programmatico) “I Wanna Get Funky”, del 1974 e ultimo lavoro in studio dell’artista per la Stax. Di “Born Under A Bad Sign” la Sundazed aveva approntato, la bellezza di vent’anni fa, una ristampa soltanto in vinile con come preziose bonus i due retri di singoli scartati in origine, Funk-Shun e Overall Junction. La loro assenza è l’unico appunto che si può muovere alla filologica riedizione che ne fa adesso la Speakers Corner: se no invero favolosa per come esalta la forza contundente delle canzoni più vigorose, la raffinatezza di quelle più morbide e gigione.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, maggio 2018.

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Less Than Zero – Gli orribili Tortoise di “Beacons Of Ancestorship”

Collaboro ad “Audio Review” dal 1996 e il mio contributo in questi ventitré abbondanti anni ammonta a diverse migliaia di recensioni. Lì si usa dare i voti. Ebbene: due sole volte mi sono spinto ad affibbiare uno zero. La seconda a un album di cui mi sono occupato per il numero attualmente in edicola. La prima era nel 2009, quando così scrivevo di un gruppo che pure ho amato molto.

La storia si ripete, le tragedie si ripresentano in forma di farsa e di degenerazioni di idee stupende sono lastricate le strade per l’inferno della musica. Dici “Sgt. Pepper’s” e non puoi non ricordare che il semino di certo progressive veniva interrato lì. Celebri “Weather Report” e sai che, navigati i mari del jazz elettrico, si sbarcherà non su una spiaggia di rena fina, calda e accogliente ma su sabbie mobili chiamate fusion. Era sembrato una bella trovata il post-rock, un non-luogo perfetto da cui ripartire dopo grunge e crossover. Riprendeva il jazz elettrico e con esso la psichedelia ma più che altro il krautrock, del progressive stava attento a citare al massimo Canterbury e legava il tutto con il dub e un’astrazione di folk, con ambient e minimalismo ma pure con l’exotica ed era un recupero che certificava un bel “sense of humour”. Tanto più benvenuto trattandosi di musica tutta di testa, cuore poco, viscere meno persino quando si corteggiava il funk. I Tortoise sono stati il più grande gruppo del post-rock. A suo tempo salutai come un capolavoro il secondo album, “Millions Now Living Will Never Die”, e tredici anni dopo resto della medesima opinione. Però se qualcuno mi dicesse che, a ben scrutinare cotanta magnificenza, si sarebbe potuto già allora vaticinare lo sfacelo odierno, gli darei ragione. Ho il sospetto di averlo sempre saputo anch’io che sarebbe finita così.

Che esaurite le idee avrebbe preso il sopravvento il “saper suonare”. Che i Can sarebbero stati sostituiti dai Soft Machine e malauguratamente non da quelli con Wyatt, che da “Bitches Brew” si sarebbe arrivati agli ultimi Return To Forever (ma magari!). Di “Beacons Of Ancestorship” non saprei dire se sia più noioso o tronfio. Gli do zero perché di meno non si può.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, luglio 2009. Trovate un’altra stroncatura del medesimo disco qui.

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He Walked With The Zombies – Roky Erickson dopo i 13th Floor Elevators

Per ricordare in un giorno triste che non di soli 13th Floor Elevators è costituito il lascito di questo uomo fragile, nonché artista immenso.

The Evil One/Don’t Slander Me/Gremlins Have Pictures (tutte ristampe Light In The Attic, 2013)

L’uomo che scrisse You’re Gonna Miss Me quando non era che un ragazzo per troppo tempo è mancato alla musica e soprattutto a se stesso ed è un dispiacere che non ci lascerà mai. Per quanto temperato dal sollievo che colui che in tutti i sensi stava ai 13th Floor Elevators come Syd Barrett ai primi Pink Floyd non solo non abbia fatto la fine del secondo ma che, oltre che a una vita sufficientemente piena e serena, sia stato restituito pure al rock dall’operoso affetto di un fratello a sua volta celebre musicista, sebbene in tutt’altro (classico) ambito. Che abbia o meno un seguito, “True Love Cast Out All Evil” (davvero!) ha rappresentato nel 2010 uno dei ritorni alla ribalta più attesi e inattesi di sempre e resta uno dei dischi più intimamente commoventi di cui chi scrive abbia memoria. Al di là di una qualità dei materiali presentati che comunque c’è, eccome se c’è.

La prima rentrée ericksoniana era una storia di esattamente trent’anni prima e lietamente la si celebrava dalle nostre parti, ignorando dapprincipio che quello che sembrava un trionfo – il riemergere da un incubotico, abbondante decennio di peripezie assortite e salute mentale al meglio traballante – celava ampie zone d’ombra. Nuovi prolungati silenzi e un florilegio di piccole e grandi e vigliacche speculazioni (al Nostro non ne veniva un centesimo) provvederanno a renderlo evidente. Ci restano i dischi e, a sapersi orientare, è tanto. A cominciare da quello che usciva, nel 1980, in Gran Bretagna come “Roky Erickson & The Aliens”, doppiato l’anno seguente dall’americano “The Evil One”, entrambi i programmi di dieci titoli cadauno con però quattro in comune e ad aggiungere confusione a confusione provvederà nell’87 un’altra esclusiva per il Regno Unito, “I Think Of Demons”, su Edsel, stessa scaletta di “& The Aliens” integrata però da due titoli da “The Evil One”. Questa nuova e probabilmente definitiva riedizione su Light In The Attic recupera tutto quanto e lo trasforma alla buon’ora nel mezzo capolavoro che sarebbe potuto essere da subito, fra riff hard, rock’n’roll e de-evoluzioni di jingle jangle, ricetta che soltanto nell’86, mantendendone intatto un sentimento come orroroso, “Don’t Slander Me” addizionava con un bel tocco di blues elettrico e del power pop. Non indispensabile come i classicissimi archetipi di psichedelia dei 13th Floor Elevators, nondimeno caldamente consigliato. È invece soltanto per cultori accaniti “Gremlins Have Pictures”, sempre ’86 in origine e raffazzonato recuperando diversi brani già noti e inediti di non trascendentale spessore. Libretti esemplari ma un’unica bonus. C’era d’altronde da attenderselo, visto che gli ’80 non lasciarono alcuna pietra non sollevata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013.

Roky Erickson & Okkervil River

True Love Cast Out All Evil (Anti-, 2010)

Chissà se è tuttora fra noi, probabilmente no, ma se lo fosse per mero principio, come per i pochi nazisti ancora in vita, bisognerebbe rincorrere il giudice che nel 1969 fece rinchiudere Roger Kynard Erickson in un manicomio criminale e sottoporlo a sua volta a processo. E condannarlo, per crimini contro l’umanità. Per avere derubato noi appassionati di chissà quante creazioni memorabili e quello che era allora un piccolo genio di ventidue anni di un’esistenza che avrebbe potuto essere produttiva, più o meno normale, magari pure felice. Colpa anche del nostro sfortunato eroe, d’accordo, che arrestato per uno spinello (uno!) per evitare di passare qualche anno in carcere si fingeva matto. Lo facevano diventare matto davvero, a furia di elettroshock e torazina. Ma tanto è stato scritto sul martirio di Roky Erickson. Più che sulla musica straordinaria – lì le fondamenta dell’edificio della psichedelia – congegnata giovanissimo con i 13th Floor Elevators; più che su quel paio di dozzine di canzoni comunque notevoli eternamente ritornanti in una discografia solistica che dire frammentaria è un eufemismo. Qui restano poche righe per dire di due miracoli.

Il primo è che, ormai intorno ai sessanta, da Syd Barrett texano che era Roky sia tornato, grazie all’amore e alla testardaggine di alcuni santi, all’incirca savio. Il secondo è che dopo tre lustri ci regali, con il fondamentale aiuto di Will “Okkervil River” Sheff, un album di inediti. Quanto dolore, ma anche quanta speranza, quanta dolcezza in queste dodici tracce che frullano country e jingle-jangle, garage e blues e uno schizzo di pop da camera e da cameretta. Pubblica seduta di psicanalisi che lascia scossi e sfugge alle categorie critiche che si applicano usualmente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.311, maggio 2010.

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Meat Puppets – Dusty Notes (Megaforce)

In alto i cuori, cultori dei Pupazzi di Carne! Torna alla base, dopo ventitré anni, lo storico batterista Derrick Bostrom e insomma si ricompone il trio originale, con i fratelli Curt e Chris Kirkwood, chitarra e voce solista e basso e cori. E sarà un caso se “Dusty Notes” risulta la cosa nettamente migliore (sebbene “Sewn Together”, del 2009, non fosse affatto male) pubblicata da allora del gruppo di Phoenix? Naturalmente no. Per quanto i Meat Puppets del 2019 siano parecchio diversi da quelli che, a un apice di popolarità dovuto alla partecipazione l’anno prima al “MTV Unplugged In New York” dei Nirvana, davano alle stampe nel 1995 “No Joke” e non soltanto perché il tempo passa per tutti. Soprattutto se nel frattempo tu passi per vicissitudini non belle, come accaduto a entrambi i Kirchwood. È un altro gruppo anzi, per cominciare, perché oggi è un quintetto. Con alla seconda chitarra Elmo, figliolo di Curt, e alle tastiere Ron Stabinski e il loro apporto, del secondo in particolare, si sente eccome.

È insieme il disco più rilassato e giocoso mai pubblicato da una band che, partita dall’hardcore punk, ma un hardcore inusitatamente più influenzato da Captain Beefheart che dai Black Flag, svoltava subito lanciando un ponte che dai Dead Kennedys giungeva ai Grateful Dead e nel prosieguo di carriera si inventava una particolarissima forma di Americana capace di inglobare persino il grunge, scena con la quale per breve tempo si trovava in casuale quanto proficua contiguità. In un album di impronta country data dall’un-due-tre iniziale Warranty/Nine Pins/On (dalla polka al valzer via bluegrass) e dalla ballata conclusiva Outflow spiccano come deviazioni, la prima felice, la seconda meno, la psichedelia barocca di Unfrozen Memory e il metal da arena Vampyr’s Winged Fantasy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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