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I migliori album del 2021 (1): black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Lo avevano promesso quando “Schlagenheim” – uno dei più eccitanti debutti degli anni ’10: capolavoro fatto e finito, altro che “acerbo ma promettente” come da cliché sovente sono pure gli esordi migliori – era nei negozi da pochi giorni: tempo due anni e saremo tutta un’altra cosa. Hanno mantenuto, con il paradossale esito che mentre l’universo mondo si spellava le mani applaudendolo (l’album era acclamato come uno dei dieci migliori del 2019 da “Mojo” come da “The Quietus” e dal “New York Times”) e loro se ne dichiaravano viceversa già insoddisfatti il successore è piaciuto agli autori, al sottoscritto e a ben pochi altri, recensioni in verità mediamente alquanto positive seguite però da una subitanea svalutazione e dalla peggiore delle condanne: l’oblio. È finito in pochissime liste di fine anno e quanto al pubblico, e al netto di un’ingenuità che ha impedito che venissero conteggiate le copie vendute dell’edizione in vinile nero, un numero 64 nella classifica UK. Come dire il nulla nell’anno in cui gli amici (ma amici sul serio e genuini estimatori: vagheggiano di incidere prima o poi qualcosa tutti assieme) Black Country, New Road andavano con “For The First Time” al numero 4. Un disastro, un suicidio. Un trionfo, artisticamente.

La grande differenza fra il primo e il secondo black midi sta nel manico. Quello nasceva in studio come frutto di jam furiose cui solo l’eccezionale valenza di strumentisti dei quattro ragazzi e un’intesa telepatica impediva di deragliare. Questo i tre (vittima nel frattempo di un esaurimento nervoso, il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin ha offerto un apporto alle fasi preparatorie ma non ha poi partecipato alle registrazioni e chissà se tornerà in squadra o lo abbiamo già perso) lo hanno scrupolosamente pianificato, facendosi poi dare una mano in sala di incisione da un tastierista e da un sassofonista che li avevano affiancati in tour. Al tempo dell’uscita annotai che rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso. Molti ascolti dopo mi scopro completamente d’accordo con me stesso a metà: diverso sì, superiore anche. Se il predecessore era un ossimoro di monolite perennemente cangiante il seguito può essere detto una suite e d’altronde “progressive” non è mai stato una parolaccia applicato a questo gruppo essendo i referenti nell’ambito i più nobili: i King Crimson da subito, i Van Der Graaf Generator soprattutto ora che c’è pure un sax. Un filo nero tutt’altro che invisibile lega una Intro minimale (aggettivo che mai si sarebbe pensato di potere accostare ai Londinesi), sinuosa e rombante alla conclusiva Ascending Forth, gemma abbacinante e insieme oscura (altra congiura di opposti) di avant-folk in transito dal pacificato al solenne e per il tempo di qualche battuta un valzer, addirittura. Fungono da fantasmagorico tramite una John L che nel titolo cita gli Ash Ra Tempel o i P.I.L., o entrambi, e nello spartito si inventa (immagina, puoi) dei Fall non digiuni di fusion, la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich, una Chondromalacia Patella (mi viene in soccorso Wikipedia: è un’infiammazione delle cartilagini del ginocchio) ipotesi di Primus con Robert Fripp in squadra e la sua appendice Slow. E ancora: l’estatica, onirica, cinematografica Diamond Stuff; la scottwalkeriana (quasi ogni Scott Walker possibile più uno inaudito: into the groove) Dethroned; una Hogwash And Balderdash che con il suo moto perpetuo unica si riallaccia al debutto facendone fulminea (2’32”) sintesi. Alla fine una certezza: nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato lo scorso 28 maggio, “Cavalcade” era stato però registrato fra giugno e agosto dell’anno prima. Il migliore album del 2021 di VMO è in realtà un disco del 2020. Chissà dove si trovano i black midi, cosa si stanno inventando ora che si è fatto il 2022.

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I migliori album del 2021 (4): Arlo Parks – Collapsed In Sunbeams (Transgressive)

Che peccato che nel suo esordio in lungo la ventenne (ventenne!) afro-franco-britannica Arlo Parks non abbia incluso, magari come bonus in coda alle undici tracce in tutto o in parte autografe che danno vita ai suoi quaranta minuti insieme densissimi e di una levità, pure quando i ritmi si alzano, che quietamente stende, la sua meravigliosa versione voce e piano di Creep. Resa come avrebbe potuto Carole King. Non che manchino i riferimenti ai Radiohead, nel disco. Nel testo del dinoccolato funk con organo errebì Too Good Thom Yorke è citato esplicitamente, la linea di basso della saltellante Eugene richiama quella di House Of Cards e del resto, stando alla stessa autrice, anche la serrata e nel contempo tenera Caroline è stata ispirata dalla frequentazione ossessiva di “In Rainbows”. Non lo si direbbe all’ascolto. Dei Radiohead, soprattutto i primi, quelli musicalmente mediocri rispetto ai giganti che diverranno ma con il dono di sapere cogliere come pochi un certo spleen adolescenziale, è lo spirito che si ritrova in “Collapsed In Sunbeams”, non gli spartiti.

Che dopo il breve preludio “spoken” che battezza e inaugura l’album si muovono in un ambito di tradizione black comunque tutt’altro che digiuna di modernità e adattata a uno stile cantautorale abbastanza peculiare da far chiamare in causa, per provare a raccontarlo, nomi assai distanti fra loro quali Sade, Jamila Woods o Frank Ocean. Nel mentre dà voce alla cosiddetta Generazione Z a “Collapsed In Sunbeams” riesce il miracolo di farsi “raccolta di storie universali che offriranno conforto ad ascoltatori di ogni età e un sottofondo per decenni e decenni a venire”. Ipse dixit il “New Musical Express”, per una volta azzeccandoci.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (5): Allison Russell – Outside Child (Fantasy)

Per essere formalmente un’esordiente Allison Russell, da una Montreal tanto amata da intitolare il primo brano di questo primo lavoro da solista, ha un cv da paura: cinque album fra il 2003 e il 2010 con le Po’Girl, trio al femminile con Trish Klein e Diona Davies, caratterizzati da un raffinato mix di country, blues, folk e rock, con un tocco di jazz a impreziosire; e poi altri tre fra il 2012 e il 2018 con i Birds Of Chicago, duo con JT Nero (sodalizio che da artistico si farà sentimentale; i due oggi sono sposati) che al mix di cui sopra aggiungeva gospel e soul. Ingredienti più o meno tutti presenti, in diverse combinazioni e percentuali, in “Outside Child”, e a fare la differenza rispetto a un passato già… ahem… di tutto rispetto sono due elementi: una sensibilità pop mai così evidente in precedenza (almeno cinque o sei di queste undici canzoni vi resteranno in testa già dopo il primo ascolto) e da intendersi nel senso ecumenico e non in quello volgarizzante dell’espressione; un livello della scrittura (la Russell firma due brani da sola e gli altri a sei mani con Nero e Jeremy Lindsay) mai così alto. Stellare. Valorizzato vieppiù da una voce nel pieno della maturità, dagli arrangiamenti calibratissimi (favolosi gli inserti di clarinetto, suonato dalla stessa Russell) e da una registrazione eccelsa.

Non vi è traccia che non meriterebbe la citazione. Con lo spazio che scarseggia e per indirizzare il lettore a un primo assaggio, chi scrive segnala sopra il resto la sognante Montreal, una scanzonata Persephone, una The Runner che ribadisce l’onnipresenza dei Fleetwood Mac di “Rumours” nel pop-rock odierno, una All The Women più dalle parti di New Orleans che di Montreal e l’arcaico folk Little Rebirth.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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Be My, Be My Baby – Per Ronnie Spector (10/8/1943-12/1/2022)

Ne ha di cose da raccontare Ronnie Spector: di quando Murray “The K” notò al newyorkese Peppermint Lounge lei, la sorella Estelle e la cugina Nedra e poco dopo le Ronettes esordirono su disco (era il 1961 e la signorina Veronica Bennett era minorenne); di quando andò in tour con degli ancora sconosciuti Rolling Stones in Gran Bretagna e lei e Keith Richards, bloccati per strada dalla nebbia, si ritrovarono a mendicare una colazione; di quando poco dopo le parti si invertirono e, oltre Atlantico, fu mamma Bennett a sfamare il giovane Keith; di quando i Beatles vollero a tutti i costi le Ronettes come spalla in quello che fu il loro ultimo tour; di quando George Harrison scrisse per lei il suo debutto a 45 giri da solista e Lennon e Ringo Starr ci suonarono; di quando Billy Joel cercò nel 1977 di rilanciarla e allora furono quelli della E Street Band a farle da gregari; di quando…

Per intanto però – altri anni sessanta in corso: i suoi – la signora non solo non ha alcuna intenzione di vivere del glorioso ricordo di quando era la massima epitome del pop adolescenziale spectoriano ma confeziona con questo “The Last Of The Rock Stars” il suo primo album da molto tempo in qua: e che signor disco! Dal riff serrato di una Never Gonna Be Your Baby che rovescia polemicamente l’invocazione dell’epocale Be My Baby (doloroso e combattuto il divorzio, umano e artistico, dal tirannico pigmalione Phil) a una springsteeniana circa “The River” (l’ha scritta però Amy Rigby) All I Want, da una languida There Is An End che sa di Chris Isaak (e ci canta Patti Smith) a una struggente You Can’t Put Your Arms Around A Memory che ricorda Johnny Thunders (e dà un commosso addio a Joey Ramone). Fino a una versione jazzata della Out In The Cold Again che fu di Frankie Lymon & The Teenagers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.268,  maggio 2006.

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I migliori album del 2021 (9): Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune)

Se ti occupi professionalmente di musica non puoi non avere una preferenza per l’articolo. Più o meno lungo che sia, si tratti di una monografia o dell’investigazione di una scena o un fenomeno, di racconto storiografico o cronaca. Hai agio di ascoltare e soprattutto riascoltare, documentarti, meditare. Va da sé: dovrai dedicarci tempo e sarà faticoso, però alla fine appagante. Tutt’altra faccenda le recensioni, che ti piombano fra capo e collo e con una data di consegna che è in genere ieri e, insomma, per quanta esperienza tu possa avere il rischio di sopravvalutare o sottovalutare (può essere peggio: metti che quell’album da lì a qualche anno sia ritenuto unanimemente un capolavoro) anche grossolanamente un disco è sempre in agguato. Sola consolazione che ne escano così tanti, e che l’attenzione del pubblico sia di conseguenza volatile come non mai, che difficilmente qualcuno se ne ricorderà. Ora: al netto di una solidarietà di categoria, da semplice appassionato non mi capacito che sulle colonne di una testata di grande autorevolezza quale “The Independent” l’esordio dei Black Country, New Road sia stato definito “noioso e prevedibile”. Perché se “For The First Time” non ti è piaciuto, ed è legittimo, puoi semmai attaccarlo con motivazioni esattamente opposte: dicendolo artefatto a ragione di un moto perpetuo che può essere inteso come vuota esibizione di enciclopedismo e/o virtuosismo, trovando sul lungo prevedibile proprio la sua imprevedibilità. Ma… noioso? Mi pare una topica imperdonabile e però lo affermo avendo avuto una tantum il privilegio, non essendomi toccato recensirlo, di assaggiarlo appena al momento dell’uscita lo scorso 5 febbraio per poi tornarci su con ascolti distanti anche mesi che gli hanno permesso di sedimentarsi. Nondimeno: posso onestamente affermare che mi ha entusiasmato da subito.

Hanno facce belle e sorridenti da ventenni quali sono i sette componenti (quattro ragazzi, tre ragazze) del combo londinese e già che si tratti di una formazione inusualmente numerosa e che all’armamentario di ordinanza del rock – due chitarre, basso, batteria e tastiere – aggiunge strumenti meno usati quali violino e sassofono mette sull’avviso riguardo all’originalità della proposta. E non potrebbe essere più esplicito in tal senso un brano inaugurale didascalicamente intitolato Instrumental: una trentina di secondi di attacco solo percussivo che fa da incipit a una sarabanda klezmer (“musica da festa che suona triste”, osserva Lewis Evans) infiltrata dai rintocchi di una chitarra psych e con un’anima intimamente free jazz. Questo bisognerebbe chiamare post-punk piuttosto che le rimasticature più o meno creative con le quali dobbiamo di continuo confrontarci. Che poi pure i Black Country, New Road abbiano studiato è evidente, ma vivaddio non gli stessi testi di quasi tutti gli altri (anche quelli, sì, ma aggiungendone di poco o punto frequentati) e che bello che per una volta si possa scrivere di un gruppo giovane senza citare i Fall (ecco, li ho appena citati). Che ascoltando Isaac Wood venga in mente non quel rissoso, irascibile, carissimo e compianto cazzone di Mark E. Smith bensì la nobiltà altera di un Peter Hammill. Ecco: sarà che siamo italiani ma leggiucchiando qui e là mi pare che solo nel Bel Paese siano state colte assonanze – più che altrove lampanti in Science Fair e in una Sunglasses laddove il post-rock incrocia un’epicità prog che il porgersi ossessivo salva dalla prosopopea – con i Van Der Graaf Generator. Al di là della presenza del sax per la foschia che ne avvolge grattuggiamenti, vortici e schiamazzi. Se rimandando ancora più esplicitamente agli Slint e alla loro rivoluzione Athens, France finisce per risultare paradossalmente la traccia più convenzionale delle appena sei che compongono il disco (per quanto: che delizia il sentimento pastorale che la impregna prima che si lasci andare a un riffeggiare di radici hardcore e math), Track X scarta dal massimalismo al minimalismo in ogni senso (mettiamola così: i Radiohead alle prese con Steve Reich). Fungono da congedo i saliscendi vertiginosi di Opus, riallacciandosi a Instrumental ma inserendovi momenti distensivi.

Il 4 febbraio (anniversario quasi esatto) vedrà la luce il seguito, “Ants From Up There”. Prevedibili i fucili puntati. Io attendo fiducioso.

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I migliori album del 2021 (10): Parquet Courts – Sympathy For Life (Rough Trade)

Un bel casino se debutti con un album, “Light Up Gold”, che subito acquisisce una nomea di classico confermata quando a fine decennio (è del 2012) non vi erano giornale o sito che non si cimentassero nella compilazione di liste dei migliori dischi degli anni ’10. Che fare se, pronti e via, produci un capolavoro? Come scansare l’ansia da prestazione e i fucili puntati di chi pronostica che non potrai che ripeterti e in peggio? I Parquet Courts hanno scelto di mantenersi in movimento, procedendo inizialmente per piccoli aggiustamenti e quindi allontanandosi sempre più da un sound aggressivo, post-punk con tratti noise da qualche parte fra Fall, Pavement e Sonic Youth, che ha fatto scuola. Come ha osservato il chitarrista e cantante Austin Brown, “mi è capitato di ascoltare un sacco di pezzi che suonavano come nostri, ma non lo erano”. Laddove l’altro chitarrista e cantante Andrew Savage racconta di una passione sempre più spinta, e alimentata a sostanze psicotrope, per la dance. Poco da stupirsi se il settimo album in studio dei newyorkesi comincia con un brano, Walking At A Downtown Pace, che pare una outtake di “Screamadelica”.

D’altra parte già nel precedente “Wide Awake!” i Nostri avevano optato in diversi episodi per un funk che a questo giro si fa talvolta cerebrale. Ed ecco una Marathon Of Anger in scia ai Talking Heads di “Remain In Light” e una Zoom Out che evoca quelli di “Little Creatures”, una Plant Life che sono i King Crimson di “Discipline” alle prese con Fela Kuti, una Trullo che incrocia Ian Dury con le ESG. Rappresentano (felici) deviazioni il krautrock motoristico Applicatus/Apparatus, una scorticata Homo Sapien che unica potrebbe arrivare dal lontano esordio e l’onirica ballata a suggello Pulcinella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.437, dicembre 2021.

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I migliori album del 2021 (11): Squid – Bright Green Field (Warp)

L’album d’esordio degli Squid, quintetto di Brighton con l’insolita caratteristica di avere un cantante che è anche il batterista, contiene undici brani. Sono quattro di meno di quelli pubblicati dal 2016, alcuni solo come file audio e gli altri sparsi su vinili che coprono l’intero arco dimensionale del supporto (7”, 10” e 12”), nessuno dei quali è qui ripreso. L’auspicio è che prima o poi la Warp, etichetta storica della più nobile elettronica “di consumo” che non disdegna di avventurarsi anche in lande chitarrose, convinca Ollie Judge e soci a recuperarli su una raccolta che varrebbe poco meno di un debutto che vale tanto. Forse, tantissimo: “The Quietus” lo ha salutato come uno dei migliori di questo secolo e più gli ascolti si susseguono più cresce la convinzione che non si tratti del solito “hype” cui sovente la critica di quelle parti indulge. Per certo anche perché punto di arrivo di un percorso non breve.

Da cui una maturità, non a discapito della freschezza, inusuale per degli esordienti in lungo. Come degli abili coreografi che mantengono alla danza un’illusione di spontaneità benché ogni movimento sia stato in precedenza accuratamente provato (lo ha scritto “Pitchfork”, per una volta azzeccandoci), gli Squid. Qui il cosiddetto “nuovo post-punk” appare, se non del tutto nuovo (come potrebbe?), in sintonia con lo zeitgeist. E se non rinuncia a fare esercizio di critica dissezionandolo (e allora e per esempio se G.S.K. incrocia i P.I.L. con i King Crimson reinventatisi new wave Narrator è funk come lo erano i Gang Of Four ma pure i Contortions, se Paddling revisiona indie i Neu! Peel St. rilegge i Fall in chiave LCD Soundsystem) a prevalere nel recensore è un epidermico entusiasmo. Merce rara.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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I migliori album del 2021 (12): Matthew E. White & Lonnie Holley – Broken Mirror: A Selfie Reflection (Spacebomb)

Uno degli album dell’anno? Possibile, per quanto la notevole densità e il suo essere insieme estremamente coeso e “free form” rendano difficile anche dopo “n” passaggi (molti più dei tre o quattro di solito bastanti a farsi un’idea riguardo a un disco non soggetta a ripensamenti a distanza di mesi o anni) capire se ci si trovi in presenza di un’opera comunque di ottimo livello oppure, che è altra cosa, di valore assoluto. Per certo “Broken Mirror: A Selfie Reflection” risulterà uno dei più spiazzanti per chi, dando per scontato che il settantunenne Lonnie Holley (scultore afroamericano dalla vita avventurosa solo dal 2012 approdato alla musica) sia personaggio noto a pochissimi, di Matthew E. White ricorda il brillante “Big Inner” (del 2012), gioiello di cantautorato colto fra Joe South e Harry Nilsson, l’assai meno convincente per eccesso di ampollosità “Fresh Blood” (2015) e la dispensabile raccolta di cover (con Flo Morrissey) “Gentlewoman, Ruby Man” (2017). Soprattutto: se non ha mai frequentato quello che prima di farsi dopolavoro era il suo progetto principale, il combo avant-jazz Fight The Big Bull.

Resterà sbalordito al cospetto di queste cinque composizioni scrematura di infinite jam sulle quali Holley canticchia o più spesso declama i suoi versi. Principale nume tutelare un Miles Davis sorpreso nel mezzo del cammin della sua vita fra “Bitches Brew” e “Agharta”, ci si muove fra l’Ornette Coleman più astruso che incrocia l’Herbie Hancock più ritmico della prima traccia e gli Spacemen 3 in ginocchio dinnanzi ai Neu! della seconda, fra una terza crasi di Sun Ra e D’Angelo e una quarta fra Cluster e Kraftwerk, per approdare a una quinta che rimette insieme David Byrne e Brian Eno. Stupefacente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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I migliori album del 2021 (13): The Felice Brothers – From Dreams To Dust (Yep Roc)

Naturalmente ogni nuovo album di chiunque è, a dar retta al comunicato stampa, il suo più riuscito. Va da sé che qualche rara volta lo sia. Accade con quello che per i Felice Brothers (Ian e James dacché Simone optò per una carriera da solista) è ufficialmente l’ottavo in studio. Ci fu un tempo in cui la band newyorkese fu acclamata erede della Band con la B maiuscola, quella canadese che fece la Storia del rock, e forse chi lo fece esagerava, ma solo un po’. Ci fu un momento, quando nel 2011 “Celebration, Florida”, scalò la classifica di “Billboard” fino al numero 5, migliorando di quindici posizioni il già sorprendente piazzamento del precedente “Yonder Is The Clock”, in cui sembrò che i ragazzi fossero destinati allo stardom. Solo che con quel disco così fuori dalle precedenti e successive traiettorie, con le sue scansioni hip hop, le contaminazioni elettroniche, l’uso di suoni “trovati”, ci si giocò parte del pubblico vecchio senza conquistarne stabilmente uno nuovo. Nessuno dei successori è entrato nei Top 200 USA, quasi tutti avrebbero meritato critiche e riscontri di pubblico migliori. Tant’è…

Con “From Dreams To Dust”, che minimo battaglia con il sunnominato “Yonder Is The Clock” per il titolo di capolavoro del gruppo, tocca risfoderare i superlativi. Proclamare l’iniziale Jazz On The Autobahn – declamatoria su ritmica squadrata, con un ritornello invincibile, un piano che parimenti non si dimentica e squisiti intarsi di tromba – la canzone più memorabile di sempre dei Nostri. Constatare che nessuna delle undici che le vanno dietro, svariando fra folk (Inferno, Silverfish), folk-rock (To-Do List, Celebrity X), blues (Valium) e (art-)pop (Money Talks, Be At Rest) e concedendosi spesso e volentieri rarefazioni ambient, è men che splendida. Ah… Al netto di qualche inflessione dylaniana (evidente più che altrove nella quieta epopea di liturgico afflato della conclusiva We Shall Live Again) The Band è oggi lontanissima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021. Integrato.

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I migliori album del 2021 (15): James McMurtry – The Horses And The Hounds (New West)

Il decimo lavoro in studio del texano James McMurtry (produzione parca; l’esordio data 1989) è il primo a uscire dopo la morte di quell’altro McMurtry lì, quello famoso, romanziere, saggista e autore per cinema e TV, vincitore di un Pulitzer, un Oscar per la sceneggiatura di Brokeback Mountain e tredici per film ispirati da sue opere: Larry, insomma, papà di James e colui che gli regalava la prima chitarra, scomparso ottantaquattrenne lo scorso 25 marzo. Vano sarebbe però cercare in esso accenni al luttuoso evento, per due ragioni: una è che il disco è stato inciso prima e la pubblicazione posposta per la difficoltà a promuoverlo, causa pandemia; e l’altra è che James ha sempre rigettato l’autobiografismo. “Proprio come mio padre, scrivo fiction. Lui lo faceva in prosa, io in versi”. Da subito accompagnati da spartiti all’altezza, tanto che per la regia del debutto “Too Long In The Wasteland”, acclamato (ritenuto epocale, persino) più dalle nostre parti che dalle sue, si scomodava John Mellencamp.

Con “The Horses And The Hounds” va in scena il curioso spettacolo di un (cant)autore quasi sessantenne che viene scoperto all’improvviso e ritenuto “hip” dalla critica “à la page” (per dire: megarecensione su “Pitchfork”). Quando in esso sostanzialmente il nostro uomo fa ciò che ha sempre fatto, magari mettendoci un po’ di verve rock più della media, con un formidabile dittico di apertura, Canola Fields e If It Don’t Bleed che si potrebbe attribuire al compianto Tom Petty (e pure quello conclusivo, What’s The Matter/Blackberry Winter gira da quelle parti), laddove Decent Man è 50% Lou Reed e 50 Johnny Cash. Con Ft. Walton Wake Up Call, fra talking e rap, potrebbe persino scapparci la hit. Meglio tardi che mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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