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Motorpsycho – The Crucible (Rune Grammofon)

In circolazione dai primissimi ’90, quando la congiunzione temporale li faceva per un attimo catalogare alla voce “grunge”, i norvegesi Motorpsycho iniziavano subito ad accumulare un catalogo fuori dal comune per quantità come per varietà. Album dopo mini dopo doppio dopo box dopo live dopo EP dopo collaborazione. Passando dal country alla psichedelia, dal folk al metal più oscuro al jazz più sghembo, dall’hard alla ambient al prog, al noise. Da un disco all’altro e all’interno del medesimo, quando non dello stesso pezzo. Incredibile ma vero: restando sempre riconoscibili. Chi scrive fu un cultore della prima ora che dopo un buon decennio cominciava a perderli di vista non a causa di un abbassarsi del livello medio della straripante produzione (era anzi fresco di pubblicazione “Let Them Eat Cake”, fra le loro opere maggiori e più godibili, una squisita ricreazione dell’Inghilterra dei tardi ’60) ma giusto perché, con tutta la musica che ci gira intorno, certe frequentazioni diventano troppo impegnative. Da allora ci si incontra così, quando capita. Quando ti viene richiesta una recensione e l’ultima volta è recente, mi toccava il predecessore di “The Crucible”, il monumentale per dimensioni se non per esiti “The Tower”.

Di quel doppio che vedeva spesso gli artefici peccare di prosopopea (come mai nei loro anni giovani) il ben più succinto ma egualmente di ardua maneggevolezza (tre soli brani in oltre quaranta minuti e l’ultimo di ventuno) disco nuovo è chiaramente un’appendice. Tolta la bella parentesi bucolica in apertura della traccia di mezzo, è tutto un susseguirsi di riff marmorei, assoli a briglia sciolta, cambi di passo. Un transitare dai Black Sabbath agli Hawkwind per tramite di certi King Crimson favoloso a immaginarsi ma che nella pratica risulta sfinente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Pavlov’s Dog – Prodigal Dreamer (Rockville)

Ma davvero? Ma sul serio a quarantatré anni dalla pubblicazione di quel “Pampered Menial” che guadagnò all’allora settetto di St. Louis la nomea di “King Crimson d’America” (in realtà, se qualche somiglianza c’era i Pavlov’s Dog erano e restano band di peculiarità assoluta) David Surkamp ancora tiene in vita la prodigiosa creatura? Al di là dell’occasionale tour con l’ennesima formazione che dei fondatori schiera giusto lui, anche perché purtroppo Siegfrid Carver (violino e viola), Doug Rayburn (mellotron e flauto) e Rick Stockton (basso) già da un po’ non sono più fra noi. Ebbene sì, Surkamp invece per fortuna vive e ben più che vegeta a giudicare da un disco che ha l’ardire di richiamarsi a quel remoto e misconosciuto capolavoro sin da una copertina per cui è stata scelta un’altra opera del medesimo pittore ottocentesco, il britannico Sir Edwin Henry Landseer, celebre per le sue rappresentazioni di animali straordinariamente dettagliate e vivide.

Per il poco che vissero – un lustro: abbastanza da incidere tre LP, il primo uscito quasi in contemporanea per due case discografiche e il terzo invece cassato (non vedrà la luce legalmente che nel 2007) – i Pavlov’s Dog ebbero vicende incredibilmente complesse e non è questo il luogo per narrarle. Ciò che qui preme sottolineare è che in “Prodigal Dreamer” rivive quel suono tanto caratteristico, progressive nel senso alto del termine, reso unico dalla voce androgina del leader e da un substrato di influenze eminentemente d’oltre Atlantico. Ma resterebbe una ricreazione sterile non fosse convalidata da una scrittura ispiratissima, con vette nell’iniziale, delicata Paris, nel country girato gitano Winter Blue, nella ballata sudista Easter Day, nel folk-rock Being In Love, nella quasi canterburiana The Winds Wild Early.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Ruote in fiamme – Un po’ del meglio di Brian Auger

Trattavasi di missione impossibile: riassumere in un CD, sebbene sfruttato per quanto permette il supporto, una storia durata dodici anni, altrettanti LP, vari singoli e non dico non vi fosse nulla da buttare, soprattutto inoltrandosi nel percorso, ma tali e tante sono le gemme che ci sarebbe voluto un forziere per le più lucenti, uno scrigno non poteva bastare. Un doppio, magari. Un cofanetto di tre o quattro compact senz’altro. Si sarebbe allora resa giustizia a un artista dalle fortune altalenanti e nondimeno da un quindicennio in qua, da quando cioè l’acid jazz furoreggiava, costantemente in auge. Ma vedrete che prima o poi il box verrà approntato. Visto il riciclaggio costante nell’ultimo decennio degli archivi del tastierista britannico, ci sarebbe da stupirsi se ciò non accadesse. Ce le rivenderanno ancora, Indian Rope Man e qualche decina di altre, ma non vale lamentarsene, la buona musica è sempre meglio sia in giro. Insomma: è appena arrivata nei negozi, griffata Castle Music e distribuita da Edel, “This Wheel’s On Fire”, sontuosa antologia a seguire le ristampe, lo scorso anno, di sei album e la sapete una cosa? Potete esserveli comprati tutti e dei diciassette articoli in scaletta in questo “Best Of Brian Auger With The Trinity, Julie Driscoll, Oblivion Express” sei vi mancherebbero lo stesso perché tratti, oltre che da un 45 giri, da lavori che non rispondono all’appello: un remoto “Jools & Brian”, collaborazione numero tre (l’anno il 1968) della magica coppia, e poi, degli Oblivion Express, “Second Wind” (1972), “Closer To It” (1973), “Reinforcements” (1975). Finisco di fare il ragioniere contestando, da bravo fan, al compilatore Will Nicol (buone le note redatte da Dean Rudland) alcune scelte: a fronte dell’inclusione, ad esempio, di una Pavane tendente al prog, del funk-pop un po’ così di Foolish Girl, fors’anche di una Freedom Jazz Dance in odore di fusion, stridono l’esclusione in toto di “Definitely What!” (che diamine! almeno quella George Bruno Money citata da Rudland ci sarebbe potuta stare) e la presenza di due soli brani da “Streetnoise”. Quello però, se siete vecchi lupi dei mari del rock o comunque attenti lettori di “Extra” (fra i cento migliori dischi degli anni ’60, numero 4), dovreste averlo. Capolavoro assoluto che, cito, “fa confluire il jazz in un più ampio fiume cui portano le proprie acque soul e rhythm’n’blues, folk e quell’equivoco che andrà sotto il nome di progressive. Illuminato dalla sublime voce della Driscoll, non denuncia un cedimento in un’ora e un quarto e tocca inenarrabili zenit nel commosso e corrusco macchinare di Czechoslovakia e in una Light My Fire in moviola”.

Era l’approdo, nel 1969, di un percorso già lungo per il trentenne Auger, nato come pianista jazz quando saranno un organo elettrico, l’Hammond B3, e le contaminazioni con soul e rock a regalargli la fama vera, quella delle classifiche, non delle riviste (“Melody Maker”) che nel 1964 lo proclamavano migliore pianista jazz al mondo, niente di meno. Poco da stupirsi se dagli appassionati del genere il Nostro avrebbe dovuto subire, per il tradimento, contestazioni simili a quelle con cui era stato bersagliato Bob Dylan per la sua di svolta elettrica. Accadeva a un festival a Berlino nel 1968 e partivano clamorose bordate di fischi che non lo intimidivano. Già a fine concerto sarebbero stati applausi. A quel punto i Trinity erano in pista da tre anni (fulminante l’esordio a 45 con lo sculettante errebì Fool Killer), l’esperienza Steampacket – potenzialmente prodigioso quanto effimero supergruppo con tre cantanti, Long John Baldry, Rod Stewart e Julie Driscoll – accantonata e la Driscoll stessa una presenza pressoché costante. Splendido nel 1968 il primo LP con la triplice ragione sociale, “Open”, e da lì arrivano una meravigliosa lettura, sincopata e alata insieme, della Season Of The Witch di Donovan, la garagista Black Cat, una Break It Up a chiamata e risposta degna della migliore Aretha Franklin. A proposito di Lady Soul: sua e se possibile migliorata una Save Me che giunge dal citato dianzi “Jools & Brian” e sempre a quel fatidico anno risale l’unico numero uno che la compagine avrebbe avuto, la cover di Dylan che intitola la raccolta. Dal canto suo “Streetnoise” avrebbe riletto il Richie Havens di Indian Rope Man (inventando nel farlo i Prisoners, i Charlatans, gli Inspiral Carpets) e i Doors di cui sopra, Nina Simone e un Miles Davis che in un certo qual modo ripagherà l’omaggio studiandosi per bene il monumentale in tutti i sensi doppio quando sarà lui ad accendere gli amplificatori. “Befour” nel 1970 sarà il primo 33 giri con la RCA (i precedenti per la Marmalade) e nel contempo il primo senza Julie. Ma – qui – il funk-jazz di Listen Here e il funk e basta di una straripante I Want To Take You Higher (da Sly Stone) ne mascherano bene l’assenza.

Al pari persuasivi saranno i primi tre album come Oblivion Express, l’omonimo, “A Better Land” e “Second Wind”. Fra Davis, Santana e hard il primo, venato di folk il secondo, grintosamente errebì il terzo. È da “Closer To It” che lo stile di Brian Auger comincerà a farsi maniera, ma ogni disco riserverà ancora qualche perla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.610, maggio 2005. I Brian Auger’s Oblivion Express sono in concerto questa sera al Le Roi Music Hall di Torino e domani al Blue Note di Milano.

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Concerto Grosso per i New Trolls

Per l’epoca, per una musica che rivendica orgogliosamente il suo essere “giovane” e per tantissimi versi in effetti lo è, tre anni rappresentano un’eternità, come ere geologiche nel cui susseguirsi accade di tutto e tutto si ridisegna: eppure tanto mettono i New Trolls (premurosa e previdente,  la Fonit Cetra provvede a intrattenere gli astanti licenziando un omonimo LP che è in realtà una raccolta di singoli) fra il debutto a 33 giri “Senza orario senza bandiera”, datato 1968, e il secondo album vero. Ad ascoltarli in successione lo iato pare persino maggiore, ben più ampio – per dire – di quello che intercorre – esempio fatto non a caso – fra “Deep Purple” e il successivo (peraltro di pochi mesi) “Concerto For Group And Orchestra”. In ritardo di due anni su Blackmore e soci e addirittura di quattro sui Moody Blues di “Days Of Future Passed”, il complesso genovese è nondimeno il primo in Italia ad avventurarsi sullo sdrucciolevole terreno del connubio fra gli strumenti del rock e quelli – con relativo e ben più ampio organico – della classica. Comunque un bello e spericolato salto dal beat prestato a De André del predecessore.

Chi tardi arriva talvolta fa meglio di chi lo aveva preceduto. È il fortunato (da ogni punto di vista, tant’è che nel ’76 si replicherà) caso della graziosa operina che il compositore Luis Enríquez Bacalov modella su una forma musicale, quella appunto del concerto grosso, risalente al periodo barocco. Nei suoi quattro movimenti, che occupano il primo lato del disco non arrivando a totalizzare che diciassette minuti scarsi (e il quarto è oltretutto una ripresa del secondo), il dialogo fra strumentazione elettrica e acustica, e principalmente fra chitarra e archi, si sviluppa fra il garbato e il brioso, il sentimentale – ma mai stucchevole – e il solenne. Non terminasse assurdamente con il perfetto anticlimax di un oltretutto estenuante assolo di batteria, la seconda facciata risulterebbe comunque assai meno datata. Per quanto nessuno ci abbia creduto mai che quelle dei 20’30” di Nella sala vuota, improvvisazioni dei New Trolls registrate in diretta siano sul serio improvvisazioni.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.190, febbraio 2014.

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L’oro (caldo) di Napoli degli Osanna

Chi non conoscendo gli Osanna si trovasse a entrare nel loro mondo usando come accesso “Palepoli” – in ogni caso porta ideale, ben più dei precedenti e pur non avari di spunti felici “L’uomo” e “Preludio Tema Variazioni Canzona” – non potrà dubitare per un istante e da subito di dove sia finito: chiaramente in riva al Mediterraneo (per certo lo si coglie anche non essendo italiani) e per la precisione in quella Napoli su cui il titolo dell’album gioca, contrapponendo un’idealizzata città antica a una modernità percepita come corruttrice. Non lasciano dubbi in tal senso già i primi suggestivi due minuti di Oro caldo, compenetrazione, con un leggero pulsare ritmico a legare, di rumori di strada con una melodia popolaresca sinuosa e al pari lieve, disegnata dal flauto di Elio D’Anna e dalla voce in questo frangente muezzinica di Lino Vairetti. Fintanto che un mellotron non divampa trionfante e prende a duettare/duellare con una chitarra elettrica (Danilo Rustici) che fa cosa unica degli insegnamenti di Fripp ed Hendrix: e allora sì che non si possono più avere dubbi, è il Vesuvio quella montagna che si staglia all’orizzonte.

In una scena troppo spesso pedissequa nel rifarsi a modelli esteri, e quasi perversa nella propensione a scegliere i più discutibili, gli Osanna spiccano tanto per l’impronta autoctona che sanno non occasionalmente dare ai loro spartiti che per il buon gusto con il quale si scelgono i principali referenti: più dei soliti Genesis, che in tour nel Bel Paese nel ’72 apposta li scelgono come spalla e con i quali non condividono che la teatralità degli spettacoli, King Crimson e Van Der Graaf Generator. Nelle due lunghe suite (l’altra Animale senza respiro) separate da un interludio che ne costituiscono l’insieme compatto e assai articolato programma, “Palepoli” frulla e alterna assortite musiche etniche e scampoli di blues, hard e passaggi free form, paesaggi pastorali e scorci metropolitani. Spiace giusto una produzione inadeguata, a momenti delittuosa nel suo appiattire l’estro di strumentisti provetti pressoché mondi del peccato supremo del progressive: il narcisismo.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.190, febbraio 2014

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Il punk, nelle pieghe del prog – Il Peter Hammill più amato da Johnny Rotten

“Ero un punk prima che tu fossi un punk”, rivendicavano orgogliosamente i californiani (d’adozione) Tubes dal palco del londinese Hammersmith Odeon nel novembre 1977, nello spettacolo destinato a essere immortalato da lì a tre mesi nel doppio di successo “What Do You Want From Live”. Un po’ millantavano, a meno di non dare al termine che sapete un’accezione alquanto zappiana. Oppure… hammilliana? Nelle note di copertina di “Nadir’s Big Chance” – registrazioni del dicembre ’74, pubblicato nel febbraio seguente – colui che era stato il cantante dei Van Der Graaf Generator e si apprestava a tornare a esserlo (tant’è che a dargli man forte nel disco sono quei suoi storici compagni d’avventura) divideva gli undici brani in scaletta in “beefy punk songs, weepy ballads and soul struts”. Mai accaduto in precedenza che un musicista di passaporto britannico utilizzasse quella parolina ed è primogenitura della quale il nostro uomo può giustamente vantarsi, così come di avere fatto litigare Malcolm McLaren e Johnny “ancora Rotten” Lydon. Intervistato nel 1977 dalla BBC il cantante dei Sex Pistols indicava fra i suoi gruppi preferiti i Van Der Graaf e si può immaginare l’incazzatura del manager per quell’omaggio a dei vessilliferi del progressive, conclamato nemico pubblico numero uno per i nemici pubblici numeri uno. Non pago, intervistato da Capital Radio Rotten andava oltre suonando in diretta due canzoni tratte proprio da “Nadir’s Big Chance”: la fosca, malevola The Institute Of Mental Health, Burning e la sferragliante Nobody’s Business. Curiosamente, forse ritenendo che sarebbe stata una scelta banale se fatta da lui, non la traccia inaugurale e omonima.

Nella foltissima discografia (svariate decine i titoli in catalogo) solistica hammilliana questo che fu il suo quinto album in proprio fa un po’ categoria a sé. È pieno di chitarre, quando l’artefice doveva la sua piccola fama all’essere stato il leader di un gruppo che notoriamente le chitarre le usava poco o punto, e schiettamente rock come nessun altro. Mai così tanto, altrove, come nel brano che lo apre e lo battezza, voce fra innodia e sguaiatezza, ritmica dallo squadrato al travolgente e un sax urlante.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.206/207, luglio/agosto 2015.

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Fleet Foxes – Crack-Up (Nonesuch)

Dove eravamo rimasti? Ah, già. A quel “Helplessness Blues” che nel 2011 non solo collezionava recensioni ditirambiche (finendo nelle playlist di più o meno qualunque testata possa venirvi in mente) ma anche una curiosa nomination a un Grammy nella categoria “Best Folk Album” (curiosa in quanto si provava a incasellare un lavoro mercuriale, in cui il folk non è che un elemento) e vendite importanti. Consolidando le posizioni raggiunte già tre anni prima dalla compagine di Seattle con un esordio omonimo. A un passo dallo stardom, quello vero, cosa pensava bene allora di fare Robin Pecknold? Fondatore del gruppo, cantante, chitarrista, arrangiatore, autore della totalità del repertorio. Di mettere tutto in pausa e tornare ai suoi studi universitari. Molto rock’n’roll, eh? Deve nel frattempo averla presa quella benedetta laurea alla Columbia se adesso i Fleet Foxes, confermando di essere una creazione di sua esclusiva proprietà, tornano in pista. Sebbene orfani di quel Josh Tillman divenuto nel frattempo una stellina in proprio con l’alias Father John Misty. Facendo musica che usa all’incirca gli stessi ingredienti, meno estrosa ma più accattivante.

Annotato il cambio di casa discografica (salto non da poco, dalla Sub Pop a un’etichetta nel giro major ma di ascendenze colte) e vista una copertina in stile ECM che segna uno stacco rispetto a una precedente estetica di gusto psichedelico, ci si potrebbero attendere rivoluzioni. Invece no. “Crack-Up” riparte da dove “Helplessness Blues” finiva e dispensa altri cinquantacinque minuti di post-folk orchestrale devoto a Brian Wilson e inclinante al progressive. La sensazione, dopo innumerevoli ascolti, è che a questo giri la magia non scatti. Che stavolta grandi ambizioni producano musica ammirevole ma non memorabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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