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Black Country, New Road – Ants From Up There (Ninja Tune)

Prossimi non solo in un’ideale libreria sistemata in ordine alfabetico per autore i Black Country, New Road e i black midi: per chi scrive i due gruppi più notevoli espressi dal rock britannico all’incrocio fra lo scorso e il nuovo decennio. Li accomunano reciproca stima, l’abitare territori musicalmente contigui (in “Cavalcade”, l’ultimo black midi, un paio di brani che potrebbero confondersi in “Ants From Up There”), l’essere tutti giovanissimi, l’avere gli uni e gli altri due lavori in studio all’attivo e ora sfortunatamente anche questo: che mentre i black midi perdevano il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin appena prima di registrare il secondo album i Black Country, New Road hanno annunciato l’addio del cantante e chitarrista Isaac Wood quattro giorni prima che “Ants From Up There” raggiungesse i negozi e subito volasse, migliorando di una posizione il piazzamento di “For The First Time”, al numero 3 della classifica UK. Defezione dovuta incredibilmente alle stesse ragioni (problemi di salute mentale) ma purtroppo destinata a pesare molto di più, visto che della band, autorialmente e per la voce riconoscibilissima, Wood era il fulcro.

Ulteriormente delittuoso sarebbe però se il pensiero che questo potrebbe essere un prematuro congedo ne sciupasse l’ascolto. Se non facesse godere fino in fondo di un disco di una bellezza abbagliante nelle cui dieci tracce (ma la prima è una breve Intro) per complessivi 58’46” un post-rock senza quasi rapporti con il post-punk si muove fra folk (il klezmer un’influenza vistosa) e minimalismo, progressive (versante Canterbury) e chamber pop. Ci troverete dentro i primi Arcade Fire e Arthur Russell, i Neutral Milk Hotel e Michael Nyman, Steve Reich, i Caravan, gli Slint. Cla-mo-ro-so.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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I migliori album del 2021 (1): black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Lo avevano promesso quando “Schlagenheim” – uno dei più eccitanti debutti degli anni ’10: capolavoro fatto e finito, altro che “acerbo ma promettente” come da cliché sovente sono pure gli esordi migliori – era nei negozi da pochi giorni: tempo due anni e saremo tutta un’altra cosa. Hanno mantenuto, con il paradossale esito che mentre l’universo mondo si spellava le mani applaudendolo (l’album era acclamato come uno dei dieci migliori del 2019 da “Mojo” come da “The Quietus” e dal “New York Times”) e loro se ne dichiaravano viceversa già insoddisfatti il successore è piaciuto agli autori, al sottoscritto e a ben pochi altri, recensioni in verità mediamente alquanto positive seguite però da una subitanea svalutazione e dalla peggiore delle condanne: l’oblio. È finito in pochissime liste di fine anno e quanto al pubblico, e al netto di un’ingenuità che ha impedito che venissero conteggiate le copie vendute dell’edizione in vinile nero, un numero 64 nella classifica UK. Come dire il nulla nell’anno in cui gli amici (ma amici sul serio e genuini estimatori: vagheggiano di incidere prima o poi qualcosa tutti assieme) Black Country, New Road andavano con “For The First Time” al numero 4. Un disastro, un suicidio. Un trionfo, artisticamente.

La grande differenza fra il primo e il secondo black midi sta nel manico. Quello nasceva in studio come frutto di jam furiose cui solo l’eccezionale valenza di strumentisti dei quattro ragazzi e un’intesa telepatica impediva di deragliare. Questo i tre (vittima nel frattempo di un esaurimento nervoso, il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin ha offerto un apporto alle fasi preparatorie ma non ha poi partecipato alle registrazioni e chissà se tornerà in squadra o lo abbiamo già perso) lo hanno scrupolosamente pianificato, facendosi poi dare una mano in sala di incisione da un tastierista e da un sassofonista che li avevano affiancati in tour. Al tempo dell’uscita annotai che rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso. Molti ascolti dopo mi scopro completamente d’accordo con me stesso a metà: diverso sì, superiore anche. Se il predecessore era un ossimoro di monolite perennemente cangiante il seguito può essere detto una suite e d’altronde “progressive” non è mai stato una parolaccia applicato a questo gruppo essendo i referenti nell’ambito i più nobili: i King Crimson da subito, i Van Der Graaf Generator soprattutto ora che c’è pure un sax. Un filo nero tutt’altro che invisibile lega una Intro minimale (aggettivo che mai si sarebbe pensato di potere accostare ai Londinesi), sinuosa e rombante alla conclusiva Ascending Forth, gemma abbacinante e insieme oscura (altra congiura di opposti) di avant-folk in transito dal pacificato al solenne e per il tempo di qualche battuta un valzer, addirittura. Fungono da fantasmagorico tramite una John L che nel titolo cita gli Ash Ra Tempel o i P.I.L., o entrambi, e nello spartito si inventa (immagina, puoi) dei Fall non digiuni di fusion, la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich, una Chondromalacia Patella (mi viene in soccorso Wikipedia: è un’infiammazione delle cartilagini del ginocchio) ipotesi di Primus con Robert Fripp in squadra e la sua appendice Slow. E ancora: l’estatica, onirica, cinematografica Diamond Stuff; la scottwalkeriana (quasi ogni Scott Walker possibile più uno inaudito: into the groove) Dethroned; una Hogwash And Balderdash che con il suo moto perpetuo unica si riallaccia al debutto facendone fulminea (2’32”) sintesi. Alla fine una certezza: nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato lo scorso 28 maggio, “Cavalcade” era stato però registrato fra giugno e agosto dell’anno prima. Il migliore album del 2021 di VMO è in realtà un disco del 2020. Chissà dove si trovano i black midi, cosa si stanno inventando ora che si è fatto il 2022.

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I migliori album del 2021 (9): Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune)

Se ti occupi professionalmente di musica non puoi non avere una preferenza per l’articolo. Più o meno lungo che sia, si tratti di una monografia o dell’investigazione di una scena o un fenomeno, di racconto storiografico o cronaca. Hai agio di ascoltare e soprattutto riascoltare, documentarti, meditare. Va da sé: dovrai dedicarci tempo e sarà faticoso, però alla fine appagante. Tutt’altra faccenda le recensioni, che ti piombano fra capo e collo e con una data di consegna che è in genere ieri e, insomma, per quanta esperienza tu possa avere il rischio di sopravvalutare o sottovalutare (può essere peggio: metti che quell’album da lì a qualche anno sia ritenuto unanimemente un capolavoro) anche grossolanamente un disco è sempre in agguato. Sola consolazione che ne escano così tanti, e che l’attenzione del pubblico sia di conseguenza volatile come non mai, che difficilmente qualcuno se ne ricorderà. Ora: al netto di una solidarietà di categoria, da semplice appassionato non mi capacito che sulle colonne di una testata di grande autorevolezza quale “The Independent” l’esordio dei Black Country, New Road sia stato definito “noioso e prevedibile”. Perché se “For The First Time” non ti è piaciuto, ed è legittimo, puoi semmai attaccarlo con motivazioni esattamente opposte: dicendolo artefatto a ragione di un moto perpetuo che può essere inteso come vuota esibizione di enciclopedismo e/o virtuosismo, trovando sul lungo prevedibile proprio la sua imprevedibilità. Ma… noioso? Mi pare una topica imperdonabile e però lo affermo avendo avuto una tantum il privilegio, non essendomi toccato recensirlo, di assaggiarlo appena al momento dell’uscita lo scorso 5 febbraio per poi tornarci su con ascolti distanti anche mesi che gli hanno permesso di sedimentarsi. Nondimeno: posso onestamente affermare che mi ha entusiasmato da subito.

Hanno facce belle e sorridenti da ventenni quali sono i sette componenti (quattro ragazzi, tre ragazze) del combo londinese e già che si tratti di una formazione inusualmente numerosa e che all’armamentario di ordinanza del rock – due chitarre, basso, batteria e tastiere – aggiunge strumenti meno usati quali violino e sassofono mette sull’avviso riguardo all’originalità della proposta. E non potrebbe essere più esplicito in tal senso un brano inaugurale didascalicamente intitolato Instrumental: una trentina di secondi di attacco solo percussivo che fa da incipit a una sarabanda klezmer (“musica da festa che suona triste”, osserva Lewis Evans) infiltrata dai rintocchi di una chitarra psych e con un’anima intimamente free jazz. Questo bisognerebbe chiamare post-punk piuttosto che le rimasticature più o meno creative con le quali dobbiamo di continuo confrontarci. Che poi pure i Black Country, New Road abbiano studiato è evidente, ma vivaddio non gli stessi testi di quasi tutti gli altri (anche quelli, sì, ma aggiungendone di poco o punto frequentati) e che bello che per una volta si possa scrivere di un gruppo giovane senza citare i Fall (ecco, li ho appena citati). Che ascoltando Isaac Wood venga in mente non quel rissoso, irascibile, carissimo e compianto cazzone di Mark E. Smith bensì la nobiltà altera di un Peter Hammill. Ecco: sarà che siamo italiani ma leggiucchiando qui e là mi pare che solo nel Bel Paese siano state colte assonanze – più che altrove lampanti in Science Fair e in una Sunglasses laddove il post-rock incrocia un’epicità prog che il porgersi ossessivo salva dalla prosopopea – con i Van Der Graaf Generator. Al di là della presenza del sax per la foschia che ne avvolge grattuggiamenti, vortici e schiamazzi. Se rimandando ancora più esplicitamente agli Slint e alla loro rivoluzione Athens, France finisce per risultare paradossalmente la traccia più convenzionale delle appena sei che compongono il disco (per quanto: che delizia il sentimento pastorale che la impregna prima che si lasci andare a un riffeggiare di radici hardcore e math), Track X scarta dal massimalismo al minimalismo in ogni senso (mettiamola così: i Radiohead alle prese con Steve Reich). Fungono da congedo i saliscendi vertiginosi di Opus, riallacciandosi a Instrumental ma inserendovi momenti distensivi.

Il 4 febbraio (anniversario quasi esatto) vedrà la luce il seguito, “Ants From Up There”. Prevedibili i fucili puntati. Io attendo fiducioso.

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black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Non è che frequentare la BRIT School For Performing Arts & Technology ti porterà per forza a seguire le orme di chi come Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule passato da quelle aule ha poi venduto dischi a decine di milioni. Ciò che l’istituzione londinese ti garantisce è che ne uscirai con una preparazione nel settore scelto di primissimo ordine. A te farla fruttare. I giovanissimi black midi ─ a stento totalizzavano ottant’anni in quattro quando nel 2019 debuttavano con lo strepitoso “Schlagenheim” ─ lo stanno facendo eccome. Modesti finora i riscontri commerciali, quasi insignificanti a fronte di recensioni che pure a questo giro spargono stelle e superlativi, e nondimeno si può affermarlo senza remore: se anche non vedranno mai le zone alte delle classifiche oggi come oggi non c’è in circolazione gruppo rock più entusiasmante.

Severi con se stessi i ragazzi, che nel frattempo hanno quasi perso per strada causa stress uno dei due chitarristi, Matt Kwasniewski-Kelvin, e hanno rimediato in parte facendosi dare una mano in studio dal tastierista e dal sassofonista che li avevano affiancati in tour: del predecessore, frutto di un approccio improvvisativo, si dicono annoiati. In sala di incisione sono entrati con un obiettivo: “stavolta combiniamo qualcosa di buono sul serio”. Rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso: più strutturato e vario (dal resto del programma si staccano la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich e l’oscura epopea post-folk Ascending Forth), più progressivo nell’accezione nobile del termine. Parte dai King Crimson e dai VDGG per arrivare via Primus a Slint e June Of 44. O viceversa. Ma nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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I migliori album del 2019 (4): Rustin Man – Drift Code (Domino)

Triste coincidenza che “Drift Code” abbia visto la luce appena prima che quel genio dispettoso di Mark Hollis ci lasciasse. Quel Mark Hollis che guidò i Talk Talk dal techno-pop di Such A Shame all’acquerellistico post-rock ante litteram di “Spirit Of Eden” e “Laughing Stock”, salvo poi sciogliere la compagnia per non produrre da solista che un omonimo capolavoro: rarefatto fino all’astrazione, emozionante fino all’indicibile. Dei Talk Talk Rustin Man, nato Paul Webb, fu il bassista fino al penultimo album e vanta il primato di avere firmato l’unico brano in catalogo non di Hollis. Formava poi con il compagno di sezione ritmica Lee Harris gli O.rang, durati il tempo di dare alle stampe due curiose collezioni di elettronica nutrita a dub e world, e come Rustin Man, con Beth Gibbons dei Portishead, pubblicava il favoloso “Out Of Season”, opera nel solco della migliore tradizione folk-rock albionica. Era il 2002. Attendevamo da allora un seguito e come non temere che, similmente a “Mark Hollis”, un successore non lo avrebbe mai avuto?

Io non so di cosa viva (dubito possa campare di diritti d’autore) Webb, ma per quanto possa dispiacere che ci abbia messo tanto trovo bellissimo che esistano artisti così, disposti a passare anni su un’opera, fin quando non la ritengono degna di venire al mondo. Tanto lungo il concepimento, tanto quietamente spettacolare un affresco di pastorale britannica per un verso collocabile in un’epoca ben delimitata – diciamo fra i tardi ’60 di una Judgment Train fra blues psichedelico e raga e del folk progressivo di una Our Tomorrows molto Caravan e i medi ’70 dell’hammilliana Brings Me Joy e di una The World’s In Town alla Wyatt – e per un altro di trascenderla totalmente. Proiettandosi negli spazi cosmici dell’ultimo Bowie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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I migliori album del 2019 (6): black midi – Schlagenheim (Rough Trade)

Quasi un equivalente britannico del DAMS con la differenza che forma alunni e alunne dai quattordici ai diciannove anni laddove da noi trattasi di corsi di laurea breve, la londinese BRIT School dacché è stata fondata nel 1992 si è rivelata cruciale passaggio propedeutico alla fama per un numero di allievi impressionante. Limitandosi alla musica e a un poker di assi sono passati/passate da lì Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule. Si può trasformarlo in scala reale con i black midi (loro preferiscono si scriva così), ottant’anni scarsi in quattro ma non lo diresti guardando il video di ventisei minuti di una performance “live on KEXP” dello scorso novembre che in otto mesi ha totalizzato su YouTube oltre mezzo milione di visite e millecinquecento commenti. In particolare, a uno dei due chitarristi ne daresti tredici, di anni. “Poppetto”, immaginerà il lettore cui è finora sfuggito uno dei casi mediatici del 2019. Non potrebbe essere più distante dalla realtà di un gruppo che sta mettendo d’accordo tipologie di pubblico che a loro volta non potrebbero essere più lontane: vecchi cultori del prog che ne ammirano la valenza strumentale (il batterista Morgan Simpson è semplicemente mo-struo-so) e chi vede in loro un proseguimento con altri mezzi della guerriglia culturale scatenata da quei fenomeni di nicchia che furono no- e now-wave. Il rock (?) più estremo di sempre.

In nove brani dall’impossibilmente schizofrenico e articolato all’iperminimalista (bmbmbm gira su un riff di basso di una nota) i ragazzini buttano in un frullatore impazzito King Crimson (di varie epoche) e Gang Of Four, Fall e Shellac, Pere Ubu, Wire, Sonic Youth, Butthole Surfers, Slint, Battles… Giurano che tempo due anni saranno tutta un’altra cosa. Vedremo. Ascolteremo. Stordenti. Eccitantissimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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Motorpsycho – The Crucible (Rune Grammofon)

In circolazione dai primissimi ’90, quando la congiunzione temporale li faceva per un attimo catalogare alla voce “grunge”, i norvegesi Motorpsycho iniziavano subito ad accumulare un catalogo fuori dal comune per quantità come per varietà. Album dopo mini dopo doppio dopo box dopo live dopo EP dopo collaborazione. Passando dal country alla psichedelia, dal folk al metal più oscuro al jazz più sghembo, dall’hard alla ambient al prog, al noise. Da un disco all’altro e all’interno del medesimo, quando non dello stesso pezzo. Incredibile ma vero: restando sempre riconoscibili. Chi scrive fu un cultore della prima ora che dopo un buon decennio cominciava a perderli di vista non a causa di un abbassarsi del livello medio della straripante produzione (era anzi fresco di pubblicazione “Let Them Eat Cake”, fra le loro opere maggiori e più godibili, una squisita ricreazione dell’Inghilterra dei tardi ’60) ma giusto perché, con tutta la musica che ci gira intorno, certe frequentazioni diventano troppo impegnative. Da allora ci si incontra così, quando capita. Quando ti viene richiesta una recensione e l’ultima volta è recente, mi toccava il predecessore di “The Crucible”, il monumentale per dimensioni se non per esiti “The Tower”.

Di quel doppio che vedeva spesso gli artefici peccare di prosopopea (come mai nei loro anni giovani) il ben più succinto ma egualmente di ardua maneggevolezza (tre soli brani in oltre quaranta minuti e l’ultimo di ventuno) disco nuovo è chiaramente un’appendice. Tolta la bella parentesi bucolica in apertura della traccia di mezzo, è tutto un susseguirsi di riff marmorei, assoli a briglia sciolta, cambi di passo. Un transitare dai Black Sabbath agli Hawkwind per tramite di certi King Crimson favoloso a immaginarsi ma che nella pratica risulta sfinente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Pavlov’s Dog – Prodigal Dreamer (Rockville)

Ma davvero? Ma sul serio a quarantatré anni dalla pubblicazione di quel “Pampered Menial” che guadagnò all’allora settetto di St. Louis la nomea di “King Crimson d’America” (in realtà, se qualche somiglianza c’era i Pavlov’s Dog erano e restano band di peculiarità assoluta) David Surkamp ancora tiene in vita la prodigiosa creatura? Al di là dell’occasionale tour con l’ennesima formazione che dei fondatori schiera giusto lui, anche perché purtroppo Siegfrid Carver (violino e viola), Doug Rayburn (mellotron e flauto) e Rick Stockton (basso) già da un po’ non sono più fra noi. Ebbene sì, Surkamp invece per fortuna vive e ben più che vegeta a giudicare da un disco che ha l’ardire di richiamarsi a quel remoto e misconosciuto capolavoro sin da una copertina per cui è stata scelta un’altra opera del medesimo pittore ottocentesco, il britannico Sir Edwin Henry Landseer, celebre per le sue rappresentazioni di animali straordinariamente dettagliate e vivide.

Per il poco che vissero – un lustro: abbastanza da incidere tre LP, il primo uscito quasi in contemporanea per due case discografiche e il terzo invece cassato (non vedrà la luce legalmente che nel 2007) – i Pavlov’s Dog ebbero vicende incredibilmente complesse e non è questo il luogo per narrarle. Ciò che qui preme sottolineare è che in “Prodigal Dreamer” rivive quel suono tanto caratteristico, progressive nel senso alto del termine, reso unico dalla voce androgina del leader e da un substrato di influenze eminentemente d’oltre Atlantico. Ma resterebbe una ricreazione sterile non fosse convalidata da una scrittura ispiratissima, con vette nell’iniziale, delicata Paris, nel country girato gitano Winter Blue, nella ballata sudista Easter Day, nel folk-rock Being In Love, nella quasi canterburiana The Winds Wild Early.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Ruote in fiamme – Un po’ del meglio di Brian Auger

Trattavasi di missione impossibile: riassumere in un CD, sebbene sfruttato per quanto permette il supporto, una storia durata dodici anni, altrettanti LP, vari singoli e non dico non vi fosse nulla da buttare, soprattutto inoltrandosi nel percorso, ma tali e tante sono le gemme che ci sarebbe voluto un forziere per le più lucenti, uno scrigno non poteva bastare. Un doppio, magari. Un cofanetto di tre o quattro compact senz’altro. Si sarebbe allora resa giustizia a un artista dalle fortune altalenanti e nondimeno da un quindicennio in qua, da quando cioè l’acid jazz furoreggiava, costantemente in auge. Ma vedrete che prima o poi il box verrà approntato. Visto il riciclaggio costante nell’ultimo decennio degli archivi del tastierista britannico, ci sarebbe da stupirsi se ciò non accadesse. Ce le rivenderanno ancora, Indian Rope Man e qualche decina di altre, ma non vale lamentarsene, la buona musica è sempre meglio sia in giro. Insomma: è appena arrivata nei negozi, griffata Castle Music e distribuita da Edel, “This Wheel’s On Fire”, sontuosa antologia a seguire le ristampe, lo scorso anno, di sei album e la sapete una cosa? Potete esserveli comprati tutti e dei diciassette articoli in scaletta in questo “Best Of Brian Auger With The Trinity, Julie Driscoll, Oblivion Express” sei vi mancherebbero lo stesso perché tratti, oltre che da un 45 giri, da lavori che non rispondono all’appello: un remoto “Jools & Brian”, collaborazione numero tre (l’anno il 1968) della magica coppia, e poi, degli Oblivion Express, “Second Wind” (1972), “Closer To It” (1973), “Reinforcements” (1975). Finisco di fare il ragioniere contestando, da bravo fan, al compilatore Will Nicol (buone le note redatte da Dean Rudland) alcune scelte: a fronte dell’inclusione, ad esempio, di una Pavane tendente al prog, del funk-pop un po’ così di Foolish Girl, fors’anche di una Freedom Jazz Dance in odore di fusion, stridono l’esclusione in toto di “Definitely What!” (che diamine! almeno quella George Bruno Money citata da Rudland ci sarebbe potuta stare) e la presenza di due soli brani da “Streetnoise”. Quello però, se siete vecchi lupi dei mari del rock o comunque attenti lettori di “Extra” (fra i cento migliori dischi degli anni ’60, numero 4), dovreste averlo. Capolavoro assoluto che, cito, “fa confluire il jazz in un più ampio fiume cui portano le proprie acque soul e rhythm’n’blues, folk e quell’equivoco che andrà sotto il nome di progressive. Illuminato dalla sublime voce della Driscoll, non denuncia un cedimento in un’ora e un quarto e tocca inenarrabili zenit nel commosso e corrusco macchinare di Czechoslovakia e in una Light My Fire in moviola”.

Era l’approdo, nel 1969, di un percorso già lungo per il trentenne Auger, nato come pianista jazz quando saranno un organo elettrico, l’Hammond B3, e le contaminazioni con soul e rock a regalargli la fama vera, quella delle classifiche, non delle riviste (“Melody Maker”) che nel 1964 lo proclamavano migliore pianista jazz al mondo, niente di meno. Poco da stupirsi se dagli appassionati del genere il Nostro avrebbe dovuto subire, per il tradimento, contestazioni simili a quelle con cui era stato bersagliato Bob Dylan per la sua di svolta elettrica. Accadeva a un festival a Berlino nel 1968 e partivano clamorose bordate di fischi che non lo intimidivano. Già a fine concerto sarebbero stati applausi. A quel punto i Trinity erano in pista da tre anni (fulminante l’esordio a 45 con lo sculettante errebì Fool Killer), l’esperienza Steampacket – potenzialmente prodigioso quanto effimero supergruppo con tre cantanti, Long John Baldry, Rod Stewart e Julie Driscoll – accantonata e la Driscoll stessa una presenza pressoché costante. Splendido nel 1968 il primo LP con la triplice ragione sociale, “Open”, e da lì arrivano una meravigliosa lettura, sincopata e alata insieme, della Season Of The Witch di Donovan, la garagista Black Cat, una Break It Up a chiamata e risposta degna della migliore Aretha Franklin. A proposito di Lady Soul: sua e se possibile migliorata una Save Me che giunge dal citato dianzi “Jools & Brian” e sempre a quel fatidico anno risale l’unico numero uno che la compagine avrebbe avuto, la cover di Dylan che intitola la raccolta. Dal canto suo “Streetnoise” avrebbe riletto il Richie Havens di Indian Rope Man (inventando nel farlo i Prisoners, i Charlatans, gli Inspiral Carpets) e i Doors di cui sopra, Nina Simone e un Miles Davis che in un certo qual modo ripagherà l’omaggio studiandosi per bene il monumentale in tutti i sensi doppio quando sarà lui ad accendere gli amplificatori. “Befour” nel 1970 sarà il primo 33 giri con la RCA (i precedenti per la Marmalade) e nel contempo il primo senza Julie. Ma – qui – il funk-jazz di Listen Here e il funk e basta di una straripante I Want To Take You Higher (da Sly Stone) ne mascherano bene l’assenza.

Al pari persuasivi saranno i primi tre album come Oblivion Express, l’omonimo, “A Better Land” e “Second Wind”. Fra Davis, Santana e hard il primo, venato di folk il secondo, grintosamente errebì il terzo. È da “Closer To It” che lo stile di Brian Auger comincerà a farsi maniera, ma ogni disco riserverà ancora qualche perla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.610, maggio 2005. I Brian Auger’s Oblivion Express sono in concerto questa sera al Le Roi Music Hall di Torino e domani al Blue Note di Milano.

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Concerto Grosso per i New Trolls

Per l’epoca, per una musica che rivendica orgogliosamente il suo essere “giovane” e per tantissimi versi in effetti lo è, tre anni rappresentano un’eternità, come ere geologiche nel cui susseguirsi accade di tutto e tutto si ridisegna: eppure tanto mettono i New Trolls (premurosa e previdente,  la Fonit Cetra provvede a intrattenere gli astanti licenziando un omonimo LP che è in realtà una raccolta di singoli) fra il debutto a 33 giri “Senza orario senza bandiera”, datato 1968, e il secondo album vero. Ad ascoltarli in successione lo iato pare persino maggiore, ben più ampio – per dire – di quello che intercorre – esempio fatto non a caso – fra “Deep Purple” e il successivo (peraltro di pochi mesi) “Concerto For Group And Orchestra”. In ritardo di due anni su Blackmore e soci e addirittura di quattro sui Moody Blues di “Days Of Future Passed”, il complesso genovese è nondimeno il primo in Italia ad avventurarsi sullo sdrucciolevole terreno del connubio fra gli strumenti del rock e quelli – con relativo e ben più ampio organico – della classica. Comunque un bello e spericolato salto dal beat prestato a De André del predecessore.

Chi tardi arriva talvolta fa meglio di chi lo aveva preceduto. È il fortunato (da ogni punto di vista, tant’è che nel ’76 si replicherà) caso della graziosa operina che il compositore Luis Enríquez Bacalov modella su una forma musicale, quella appunto del concerto grosso, risalente al periodo barocco. Nei suoi quattro movimenti, che occupano il primo lato del disco non arrivando a totalizzare che diciassette minuti scarsi (e il quarto è oltretutto una ripresa del secondo), il dialogo fra strumentazione elettrica e acustica, e principalmente fra chitarra e archi, si sviluppa fra il garbato e il brioso, il sentimentale – ma mai stucchevole – e il solenne. Non terminasse assurdamente con il perfetto anticlimax di un oltretutto estenuante assolo di batteria, la seconda facciata risulterebbe comunque assai meno datata. Per quanto nessuno ci abbia creduto mai che quelle dei 20’30” di Nella sala vuota, improvvisazioni dei New Trolls registrate in diretta siano sul serio improvvisazioni.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.190, febbraio 2014.

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