Archivi del mese: settembre 2012

Non si esce vivi dagli anni ’80 (32)

Non posso purtroppo dire di essere stato un buon profeta con i Plasticland. Lungi dall’essere infinita, come auspicavo, la loro storia di fatto giungeva al capolinea (dopo, soltanto un paio di live e un isolato lavoro in studio) proprio con la pubblicazione dell’ultimo album affrontato in questo articolo. Conservo in ogni caso di loro un ottimo ricordo e il giorno che finalmente mi deciderò a raccogliere in volume un po’ (un bel po’) di “culti” un posto per la band di Milwaukee lo troverò senz’altro.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (15)

The Beatles – Tomorrow Never Knows (da “Revolver”, Parlophone, 1966)

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R.E.M. 1982-1996 (6): Dead Letter Office

Crazy. There She Goes Again. Burning Down. Voice Of Harold. Burning Hell. White Tornado. Toys In The Attic. Windout. Ages Of You. Pale Blue Eyes. Rotary Ten. Bandwagon. Femme Fatale. Walters Theme. King Of The Road.

I.R.S., aprile 1987 – Produttori: Joe Boyd, Don Dixon, Mitch Easter, Don Gehman.

Ho sempre amato i 45 giri molto più degli album. Un 45 giri deve essere conciso e orecchiabile, qualità che quando si ha a che fare con un LP sembrano uscire dalla finestra. Ma la cosa che mi piace di più dei 45 giri è la loro pretenziosità. Per quanto possa essere raffinata la confezione, per quanta attenzione sia stata riservata al dettaglio, un 45 giri resta sempre, essenzialmente, una robaccia acquistata di solito dagli adolescenti. Ecco perché i musicisti si sentono liberi di mettere qualunque cosa sul lato B; non lo ascolterà comunque nessuno e dunque perché non divertirsi un po’? Puoi sgombrare i cassetti dagli esperimenti falliti, dalle canzoni venute male, dai cazzeggi da ubriachi e, occasionalmente, da una canzone degna che non si adattava alle atmosfere dell’album per il quale era stata registrata. Questa raccolta contiene almeno un brano che rientra in ciascuna di queste categorie. Non è un disco da prendere troppo sul serio. Ascoltare quest’album è come farsi un giro in un negozio di cianfrusaglie di seconda mano. Buona caccia.

Ipse dixit Peter Buck nelle belle note di copertina di questa antologia di lati B, curiosità, canzoni abortite (nel sistema postale americano l’ufficio delle lettere morte è quello in cui viene convogliata, per essere distrutta, la corrispondenza di cui non si riesce a rintracciare né destinatario né mittente) che i maligni a suo tempo dissero un modo come un altro (ad esempio un live) per i R.E.M. di esaurire rapidamente il contratto che li legava alla I.R.S. e veleggiare quindi verso più proficui lidi. Avevano magari ragione, però avevano torto. Nel senso che, se “Dead Letter Office” è un LP prescindibile per chi già non abbia il resto della discografia dei Georgiani, resta nondimeno un album frizzante, che si ascolta mediamente con piacere e qui e là divertendosi assai. Non fossero queste ragioni valide per averlo in casa, è anche un disco illuminante su una serie di influenze che hanno dato il loro contributo a fare dei R.E.M. ciò che sono.

Che i quattro di Athens fossero devoti ai Velvet Underground era noto e ben tre su quattro delle canzoni di Lou Reed che hanno avuto in repertorio – manca After Hours, che sarà un lato B anni dopo; ci sono There She Goes Again, Pale Blue Eyes e Femme Fatale – figurano su “Dead Letter Office”. E li si sapeva estimatori dei loro concittadini Pylon, dei quali riprendono quel gioiello fra Feelies sotto valium e Byrds che è Crazy, ma che apprezzassero gli Aerosmith, che nei primi anni ’80 erano snobbati dal pubblico indie e del cui cavallo di battaglia Toys In The Attic offrono una versione bersagliera (in origine sul mix europeo di Fall On Me) risultò una sorpresa per molti (non avrebbe dovuto: gli Aerosmith, pur essendo di Boston, sono l’epitome perfetta di un certo suono sudista cui i R.E.M., fosse anche solo per ragioni geografiche, non potevano essere impermeabili).

A parte le cover (c’è pure una sgangherata King Of The Road, uno standard in ambito country), “Dead Letter Office” contiene: minutaglia inutile (Voice Of Harold, che altro non è che la base di Seven Chinese Brothers con Stipe che canta le note di copertina di un disco; Walters Theme, tanto informe che si fa fatica a chiamarla canzone); esperimenti riusciti ma che sarebbero stati fuori luogo su qualunque altro disco dei Georgiani (il quasi-surf di White Tornado, la ritmica jazzy con sopra una chitarra morriconiana di Rotary Ten); escursioni in territori battuti di rado (Burning Hell è puro hard rock, Windout corteggia il punk); una canzone almeno che, meglio sviluppata e rifinita, sarebbe stata un capolavoro (Burning Down); varie ed eventuali.

Checché ne dica Peter Buck, i R.E.M. hanno messo sovente sui retri dei loro 45 giri materiale di vaglia. Quasi dieci anni dopo, sarebbe tempo che il chitarrista ammobiliasse un secondo ufficio per lettere smarrite.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (16)

Van Morrison – Brown Eyed Girl (da “Blowin’ Your Mind!”, Bang, 1967)

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Mumford & Sons – Babel (Island)

Ci sono generazioni più fortunate (ad esempio la mia) per quanto riguarda la musica e altre meno, molto meno. A qualcuno sono toccati in sorte i Pogues, i Men They Couldn’t Hang, certi U2, i Waterboys di un’Età dell’Oro tanto breve quanto indimenticabile. E voi, miei giovani amici la cui gioventù da tanti punti di vista e per iniziare da questo non invidio per nulla, beccatevi i Mumford & Sons. Che per inciso, e prima che pensiate che andrò avanti sino alla fine massacrandoli, mi stanno anche simpatici. Mi pare che un po’ di talento ce l’abbiano pure, che se no una canzone di istantanea memorabilità come I Will Wait non la scrivi mica. Sono convinto che sarebbero i primi a schermirsi se qualcuno paragonasse “Babel” a – che so? – “Rum Sodomy & The Lash”. A riconoscere il loro essere arrivati dopo (che poi non è una colpa bensì una sfiga), non nani a fronte di giganti ma in ogni caso individui di corporatura media trovatisi, per qualche inspiegabile congiunzione astrale, a issarsi sulle spalle dei colossi di cui sopra. “Babel” è fuori da una settimana e nei soli Stati Uniti ha venduto 600.000 copie. Ve lo scrivo anche in lettere: seicentomila. Nella prima settimana. Numero uno, ovviamente. Migliore piazzamento mai ottenuto colà dai Pogues, un numero 88. Scommetterei che da quelle parti seicentomila dischi venduti in tutto non sono arrivati a totalizzarli, MacGowan e soci.

No, guardate, lo ripeto: a me Marcus Mumford, Ben Lovett, Winston Marshall e Ted Dwane stanno simpatici sul serio. Il genuino candore con il quale si guardano attorno stupefatti per quanto accaduto loro negli ultimi tre anni, dacché uscì l’esordio “Sigh No More”, è irresistibile almeno quanto l’innodia della summenzionata I Will Wait, il suo attacco esplosivo, la singultante apoteosi di cantabilità propulsa da corde anfetaminiche. Stiamo parlando di ragazzotti che un giorno suonavano al pub e il giorno dopo si sono ritrovati a farlo alla Casa Bianca. Che hanno accompagnato Bob Dylan ai Grammy Awards. Che un bel dì assistevano a un concerto di Bruce Springsteen e non solo li ha riconosciuti ma li ha invitati a suonare con lui Hungry Heart. Che in questo nuovo disco rifanno The Boxer e l’autore, tal Paul Simon, si presta a figurarvi da ospite. I ragazzi si guardano attorno e ridono, non si sa se più imbarazzati o felici. Ma sta davvero succedendo a noi?

A chi ha ascoltato il predecessore, “Babel” non regalerà una singola sorpresa, un unico sussulto. È precisamente lo stesso tipo di album, medesimo il ruspante stile folk più che folk-rock (del rock c’è l’attitudine, quella sì), identico l’alternarsi di passi di marcia e slarghi di ballata e che nessuna marcia sia tale al 100%, nessuna ballata idem. È uno stop & go continuo per tutti i suoi (prendo in considerazione l’edizione espansa) 52’17”. Se a volte si ha l’impressione che il gruppo abbia messo il pilota automatico, più spesso se ne viene trascinati con una leggerezza e insieme una convinzione impossibili a non apprezzarsi. Alcuni bei momenti: una Whispers In The Dark dall’accorato al fremente e ritorno; una Holland Road che il Mike Scott d’antan avrebbe scritto nel tempo che ci va a suonarla, ma che oggi pagherebbe per scriverla; il Paul Simon (ma va!) traslocato in Irlanda di Lover Of The Light; una Lover’s Eyes fra serenata e preghiera; il mulinare di banjo sul quale decolla la fragilità di Not With Haste. Ma allora: believe the hype? Giusto un pochino.

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101 canzoni per le quali vale la pena vivere (17)

Big Brother & The Holding Company – Piece Of My Heart (da “Cheap Thrills”, Columbia, 1968)

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Wovenhand – The Laughing Stalk (Glitterhouse)

Confesserò di avere un problemino con David Eugene Edwards e di averlo dal giorno uno e d’altronde, se lui mai devia dalla strada che ha scelto di percorrere, l’essere coerenti non gli è esclusivo. Strano è magari che, come mi ha appena rivelato una rapida consultazione degli archivi, con tutte le volte che mi sono ritrovato a scrivere di 16 Horsepower e Wovenhand abbia sempre evitato di esprimermi al riguardo. Ci arrivo. Vai (per fare l’esempio più facile e facilmente verificabile) sulla pagina Facebook ufficiale di quella che è nei fatti una one man-band e, sì, la copertina del nuovo album vi fa capolino, ma per il resto nulla fa pensare che si tratti appunto del profilo di un gruppo rock. Se qualche post di argomento musicale c’è anche (in questo momento un video di Andy Williams che canta Moon River e un breve estratto di un concerto d’epoca degli Stooges: arduo immaginare proposte al pari antipodiche), la stragrande maggioranza sono citazioni della Bibbia. Edwards è cristiano, militante nella professione della sua fede e non bastasse il suo (così mi pare: sbaglio?) è un cristianesimo del tipo che meno mi garba, ammesso ce ne sia uno che mi garbi: cupo, poco o punto consolatorio, vendicativo. Pentiti! Ma, se Lui disporrà in tal senso, sarai perduto uguale. Ho un problema con David Eugene Edwards ed è serio. E però non riesco a impedirmi di ammirare l’artista e di provare comunque empatia nei confronti di un’anima in ogni evidenza tormentata, per quante certezze sbandieri. È in fondo tanto diverso da uno (cui non di rado musicalmente somiglia assai) come Nick Cave? È per caso più radicato e radicale nella sua fede di quanto non fossero Mahalia Jackson o Sister Rosetta Tharpe, di quanto ancora non siano i Blind Boys Of Alabama piuttosto che Aretha? E certo che ne sono ben conscio che il gospel è tutt’altro tipo di musica sacra rispetto a quella declinata dal Nostro: espressione di un’inesausta gioia di vivere invece che di infiniti tormenti. Ma, via, tocca farsene una ragione e bere l’amaro calice. Vi piacerà. A me se è di musica che si parla è piaciuto, come al solito.

Album di grandi cambiamenti per i Wovenhand questo loro settimo, annuncia in pompa magna il comunicato stampa, ma millanta. Che fra gli accompagnatori due su tre siano cambiati è praticamente ininfluente, giacché il progetto rimane nella sostanza lo spettacolo di un uomo in tutti i sensi solo. E sarà pure “the most heavy incarnation of the band ever” ma non aspettatevi di vedere Edwards e sodali al prossimo “Gods Of Metal”. Per quanto King O King adombri timidamente lo stoner e As Wool rocckeggi fra il dramma e il melodramma, restano all’incirca i Wovenhand che conosciamo. D’accordo: le maglie del suono sono appena più strette (responsabile Alexander Hacke degli Einsturzende Neubauten) e i volumi un filino più alti e nondimeno sono nella sostanza inezie. Senza averle mai sentite prima riconoscerete e vi calerete al volo in una Long Horn serrata e maestosa e nella psichedelia gotica di discendenza Banshees della traccia omonima, nelle liturgie ansiogene di In The Temple e in una sciamanica Coup Stick, nella guerriera e tuttavia torpida Closer e nell’indianeggiante (d’America) Maize. E poi andate in pace.

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