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Il primo disco brutto di Sting (che poi ne farà di peggiori)

Tutti a celebrare oggi i settant’anni di Gordon Matthew Thomas Sumner, in arte Sting. Io che sono un po’ monello lo faccio a modo mio ripescando, non per la prima volta, una stroncatura del terzo LP dei Police tratta dal numero di “Extra” in cui ci divertimmo a redigere una lista di “100 album da evitare”.

The Police – Zenyatta Mondatta (A&M, 1980)

Non c’è due senza tre, giusto? Due titoli insensati e fessacchiotti a battezzare due album solidi e irrestistibili come “Outlandos D’Amour” e “Reggatta De Blanc” ed ecco: declinando il più incisivo reggae bianco di sempre sul lato pop dei Clash, i Police diventano le prime vere superstar espresse dalla new wave. Vale la pena di insistere e allora tirano fuori un titolo che più cretino non si può e anzi sì, visto che il singolo che lo accompagna nei negozi si chiama De Do Do Do, De Da Da Da. Che disdetta che dimentichino di metterci dentro qualche canzone come si deve. Di decente da qui, se si è di bocca assai buona, si può cavare una Driven To Tears che era peraltro stata scartata dai dischi prima e il funkettino Voices Inside My Head. A esagerare, Don’t Stand So Close To Me, orecchiabile ma un’ombra appena di una Roxanne, una Message In A Bottle, una Bring On The Night, una Walking On The Moon. Polveri bagnate, troppo poco reggae, troppa voglia di monetizzare in fretta la fama appena conquistata. “Ghost In The Machine” e “Synchronicity” rimetteranno a posto le cose, prima che Sting cominci a sfornare in proprio lavori che in qualche caso faranno rimpiangere “Zenyatta Mondatta”, che quantomeno non è pretenzioso.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.9, primavera 2003.

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Uno studio arkeologico su Lee “Scratch” Perry

Posso garantire che, se solo il governo britannico mi lasciasse mano libera, potrei riportare questo paese ai vertici. In che modo? La musica rende tutto possibile. La musica è felicità e la felicità è potere. Sto cercando di portare la verità alla gente. Un uomo deve dire ciò che pensa e cercare la perfezione. Anche l’uomo più perfetto commetterà degli errori, ma saprà trarne un insegnamento.

– Che progetti hai per l’immediato futuro?

Sposare la Regina d’Inghilterra, licenziare il Duca e vivere a Buckingham Palace. Voglio che la Regina abbia un’opportunità di fare sesso con me. Ciò potrebbe guarirla dai suoi malanni e scioglierle la lingua – lo so che è timida. Ma è comunque amabile, una bella figliola.

– Raccomanderesti lo stesso trattamento a Margaret Thatcher?

Bah! Ti aspetti che mi piaccia una strega? A tutto c’è un limite. (scambio di battute fra Lee Perry e un intervistatore, 1987)

Del superare ogni limite Rainford Hugh Perry, sessantatré anni ben portati il prossimo marzo, ha fatto una filosofia di vita. Suoi gli abiti di scena più bizzarri che mai si siano visti eccettuati gli altri due grandi eccentrici della musica nera dell’ultimo mezzo secolo, Sun Ra e George Clinton. Sue le interviste più stravaganti nelle quali possiate imbattervi: torrenziali diluvi di parole, a volte persino in rima, in cui si mischiano ricostruzioni inverosimili della sua carriera e brandelli di una personale mitologia a base di alieni e peculiari interpretazioni della Bibbia, umoristici deliri di onnipotenza e ogni tanto una genuina perla di saggezza. Sa di avere la fama di esser matto e ci gioca su. Nel momento più drammatico della sua vita matto probabilmente, nel senso clinico del termine, lo fu davvero. Stressato da troppi anni di superlavoro, scaricato dalla Island, abbandonato dalla moglie che aveva portato con sé i figli e – pare – un bel po’ di nastri, in preda a ossessioni paranoidi accentuate dall’abuso di alcool e cocaina, una mattina del 1979 Lee Perry diede fuoco alla sala di registrazione che aveva inaugurato cinque anni prima e in cui aveva posto mano a diverse delle pietre miliari della storia del reggae e la guardò bruciare. Poi, dopo avere coperto le macerie dei Black Ark Studios di graffiti insensati, prese il primo aereo per la Gran Bretagna. “Ho impiegato dieci anni per ricostruire la mia vita”, confesserà in un’intervista in un passeggero momento di serietà.

Da tempo Perry vive in Svizzera, sposato a un’ex-tenutaria di bordello dal look crampsiano che gli fa anche da manager. Benché siano trascorsi sette anni dall’uscita dell’ultimo album all’altezza del suo genio (“Lord God Muzik”), l’interesse per la sua opera non è mai stato così vivo. Il recupero di un catalogo immenso (fra produzioni sue e per altri, un migliaio di 45 giri e svariate decine di LP: perdonate l’assenza di una discografia) prosegue senza posa e i giornalisti fanno la fila per parlargli. Una nuova generazione di ascoltatori va scoprendolo, grazie in primis ai Beastie Boys, che gli hanno dedicato un numero monografico della fanzine “Grand Royal” e lo hanno invitato a partecipare ai concerti pro-Tibet. Si comincia infine a percepirlo per ciò che è: uno dei giganti della musica del Novecento. Non sono solo comportamentali i limiti che ha violato da quando, nel 1959, trovò lavoro presso la sala di incisione di Coxsone Dodd, la più importante di Kingston.

Considerate quanto segue: la sua People Funny Boy, colorita invettiva nei confronti dell’ex-principale Joe Gibbs, è ritenuta una delle prime canzoni che appropriatamente possano essere definite reggae; fu il primo a portare un gruppo reggae in tour in Gran Bretagna (accadde nel 1969 a ruota del suo più grande successo, Return Of Django, numero 5 nella classifica dei 45 giri); fu il primo a valorizzare Bob Marley; il suo “Blackboard Jungle Dub” contende ad “Aquarius Dub” di Chin Loy e a “Java Java Java Java” di Clive Chin il titolo di primo 33 giri dub; ogni volta che si fa una lista dei cento, dei cinquanta, dei venti migliori LP di reggae mai usciti vi figurano al peggio uno o due titoli suoi e tre o quattro prodotti da lui. Per John Lydon è poco meno che Dio. I Clash lo idolatravano e lo vollero per registrare Complete Control. E una collaborazione con i Talking Heads non andò a buon fine soltanto per un madornale equivoco: dacché stazionavano presso i Compass Point di Nassau, Perry credette che fossero sotto contratto per l’odiata Island e non ne volle sapere.

Tranne i diretti interessati, nessuno sa perché non abbiamo mai avuto l’opportunità di scoprire cosa avrebbero potuto combinare insieme Paul McCartney e Lee “Scratch” Perry.

Dub! La batteria è il cuore che batte. Bum! Bum! Il basso è il cervello. Il basso che cammina, il basso che parla. Sono perfetti insieme.

Dibattuta, e in fondo irrilevante, la questione della primogenitura del dub, ciò che conta è che il Nostro ne è stato, oltre che uno degli inventori, il supremo maestro. Nato in maniera casuale dagli esperimenti cui diversi produttori cominciarono a sottoporre, nei primi anni ’70, la versione strumentale che si accompagnava nei singoli di reggae alla canzone principe, con il passaggio al formato del 33 giri il dub conquistò l’autonomia dallo stile che lo aveva generato ed esasperandone la lentezza e la ripetitività completò il processo di moviolizzazione della musica giamaicana, scandito in precedenza dalla trasformazione dello ska in rocksteady e di quello in reggae. Ma a parte ripetitività e lentezza, altre caratteristiche rendono storicamente il dub un modo di fare musica unico e straordinariamente innovativo: la prevalenza assoluta della sezione ritmica; la rilevanza avuta dalla tecnologia (unità di ritardo, stanze d’eco, equalizzazioni estreme) nella sua nascita e nella sua evoluzione e l’uso creativo del mixer, assurto con esso alla dignità di strumento; la sovrapposizione di ritagli di melodie con una tecnica accostabile al cut up burroughsiano; l’accento posto sull’improvvisazione (di molti titoli di Lee Perry – come dei vari King Tubby, Bunny Lee, Joe Gibbs – non esiste master, perché la manipolazione del nastro originale venne impressa sulla lacca in diretta) che rende ciascuna version un esemplare unico come nel jazz, dal be bop in avanti, ogni esecuzione live; infine, l’effetto straniante che ne fa la più lisergica delle musiche. Ma ove nel rock psichedelico l’effetto allucinatorio è raggiunto di norma con l’addizione di elementi, nel dub è ottenuto per sottrazione.

Prosegue per altre 15.200 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.8, novembre/dicembre 1998. Lee “Scratch” Perry ha lasciato ieri il pianeta Terra, alla bella età di ottantacinque anni. Buon viaggio, Maestro. Stupisci gli alieni.

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Da profeta in patria a star globale, in tre album – Bob Marley (6/2/1945-11/5/1981)

African Herbsman (Trojan, 1974)

Chi sa di reggae è perfettamente consapevole del fatto che il Bob Marley del periodo Island non è tutto il Marley da conoscere. Che il nostro uomo aveva alle spalle un’ultradecennale carriera in patria quando trovò ospitalità da Chris Blackwell e che molte delle sue canzoni più famose erano già state scritte e registrate e alcune più volte. Magari le ha ascoltate, quelle prime versioni, e ha dunque potuto rendersi conto che il Marley “giamaicano” non è affatto minore rispetto a quello universalmente noto, tutt’altro. Quanti ancora non ne erano al corrente sono invitati a toccare con orecchio, procurandosi questa raccolta d’epoca. Non sono pochi a preferire le letture qui contenute di pietre miliari come Lively Up Yourself, Small Axe, Duppy Conqueror, Trenchtown Rock, Four Hundred Years a quelle successive.

Natty Dread (Island, 1975)

Sarebbe potuto essere un disastro. È lungo tredici anni il percorso che porta a “Natty Dread” dall’acerbo debutto a 45 giri (Judge Not) che il diciassettenne Robert Nesta Marley dà alle stampe nel 1962. Un anno dopo nascono i Wailing Wailers, complesso vocale inizialmente devoto al soul che attraverso innumerevoli peripezie, molti e tuttavia monetariamente poco fruttuosi singoli di successo in Giamaica, un dimezzamento della formazione da sestetto a trio e un accorciamento della ragione sociale finisce per ritrovarsi in quel di Londra nella primavera 1972. Dopo una falsa partenza con la CBS (che finirà per rimpiangerli come la Decca i Beatles), i ragazzi si accasano presso la Island, che si mette di buzzo buono per farne le prime star internazionali del reggae. “Catch A Fire” e “Burnin’” vendono discretamente, conquistando il pubblico del rock senza mettere a disagio i cultori storici, e a quel punto Bunny Livingston se ne va (troppa pressione) e Peter Tosh pure (troppe ambizioni di leadership). Marley deve rifondare il gruppo. Sarebbe potuto essere un disastro.

È invece un trionfo “Natty Dread”, primo tassello del trittico, completato da “Rastaman Vibration” ed “Exodus”, che farà di Marley la prima vera star del pop proveniente da un paese del Terzo Mondo. Supportato dai cori delle I-Threes e da quella che è forse la migliore sezione ritmica in levare di sempre (i fratelli Aston e Carlton Barrett), il nostro eroe infila un classico via l’altro, da Lively Up Yourself a No Woman No Cry, da Them Belly Full (But We Hungry) a Rebel Music, dalla title track a Talkin’ Blues, a Revolution. Canzoni che scivolano su un organo da liturgia negra e una chitarra sontuosa, bellissime e nondimeno non bastanti a giustificare una leggenda che la prematura morte, nel 1981, del loro artefice incrementerà esponenzialmente. Figlia più che altro di un parlare a nome dell’umanità da cui costui proveniva e di quella qualità ineffabile chiamata carisma.

Uprising (Island, 1980)

Se “Uprising” è l’ennesimo articolo imperdibile in un catalogo, quello del Bob Marley anni ’70, fatto solo di capolavori e mezzi capolavori, e non il congedo dimesso che rischiò di essere, lo dobbiamo a Chris Blackwell. Quando ne ascolta i nastri il signor Island apprezza la malinconica ma pure scherzosa Pimper’s Paradise e la zuccherina innodia di Forever Loving Jah, e ovviamente la disco in levare di Could You Be Loved, che ha sopra tatuata in caratteri cubitali la parola “hit”, ma osserva che all’album manca qualcosa. Marley non replica, si limita a sorridere. E il giorno dopo torna in studio con Coming In From The Cold e Redemption Song. Di quest’ultima l’edizione in CD oggi in commercio aggiunge a fondo corsa una versione registrata con il gruppo, e ben diversa da quella universalmente nota, facendole poi ancora andare dietro la Could You Be Loved al tempo su 12”. Per quanto siano belle curiosità la loro inclusione in scaletta pare inopportuna per come sciupa il pathos che dava, alla stampa originale in vinile, il suo chiudersi con la Redemption Song acustica che chiunque sta leggendo conoscerà. Suggello che emozionava già all’uscita dell’album e cento volte di più quando l’anno dopo un tumore al cervello uccideva il profeta del reggae e ci si rendeva conto che quello struggente spiritual era stato il suo addio alla vita.

Schede tratte da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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Anime migranti in un momento di grazia irripetibile – Gli Almamegretta di “Sanacore”

La voce più soul che mai abbia abitato disco in Italia? Per tanti quella di Raiz, sentimento puro che mai scivola nel melò nel mentre va piroettando fra Napoli e Kingston, come molta parte della musica di questo combo partenopeo cui il Bel Paese è sempre stato stretto. Notevole il biglietto da visita che porgeva nel 1992 con il mini “Figli di Annibale”, che tuttavia in nessun modo preparava alla stravolgente bellezza del debutto adulto, di un anno successivo, “Animamigrante”. E a sua volta quello impallidiva raffrontato a questo capolavoro assemblato due anni dopo fra la Campania e Londra, con sui cursori del mixer le sapienti mani di Adrian Sherwood, Mr. On-U Sound, nel cui pur innovativo e mediamente strepitoso catalogo poco, quasi nulla vi è di altrettanto mirabile. Disco perfetto per articolazione d’assieme e in ogni dettaglio e che respira la grazia di un momento irripetibile, “Sanacore” decolla sul dub circolare all’ombra del Vesuvio, carezzato da ottoni dolci e birichini, di ’O sciore cchiù felice, resta in altissima quota con la dondolante e marziale Maje e definitivamente squarcia la stratosfera con una Pé dint’e viche addò nun trase ’o mare che, saldamente agganciata alla migliore tradizione autoctona, getta un occhio al solito sulla Giamaica e l’altro al Bosforo. Per volare fin dentro il sole con la canzone che lo intitola, distillato di esuberanza che inebria e scaccia il blues.

Non ci sarebbe stato in fondo bisogno d’altro, “Sanacore” e la storia degli Almamegretta avrebbero anche potuto chiudersi qui. Ma questo include ancora gemme come la psichedelica e araba Ammore nemico, l’africaneggiante Ruanda, una Nun te scurdà di squisita suadade, l’electrodub Tempo. E quella avrebbe messo in fila altri album splendidi ─ “Lingo”, “4/4”, “Imaginaria” ─ e oltretutto capaci di scompaginare il gioco gettando sul tavolo techno e downtempo, funky, house e quant’altro. Però qui la faccenda sta su un altro livello: quello della magia.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.8, inverno 2003. Gennaro Della Volpe, in arte Raiz, compie oggi cinquantaquattro anni.

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No More Living Wailers – Un tributo a Bunny Wailer (10/4/1947-2/3/2021)

E così dopo Bob Marley, rubatoci da un tumore l’11 maggio 1981, e Peter Tosh, che mani omicide ci strappavano l’11 settembre 1987, se n’è andato anche l’ultimo dei Wailers. Lo ricordo con una scheda dell’album con cui esordiva da solista che scrissi per il numero di “Extra” in cui compilavo una discografia di cento classici del reggae. Lo includevo fra i venti più classici di tutti.

Blackheart Man (Island, 1976)

Ogni medaglia, si sa, ha due facce. Ci si può interrogare, considerato quanto siano straordinari i dischi dei Wailers del solo Marley, se avrebbero potuto esserlo persino di più se la banda fosse rimasta la creatura tricefala che fu per oltre un decennio. Se quelli che rispetto al leader non furono mai dei gregari, ossia Peter Tosh e Neville O’Riley Livingston, non avessero fatto mancare il loro apporto in una pluralità di voci ineguagliata nel reggae e con pochissimi pari in qualunque altro ambito. D’altro canto il rovescio è che così, oltre ai capolavori di Marley, ci ritroviamo in mano un bel gruzzoletto di dischi eccezionali firmati degli altri due. Ogni medaglia ha due facce. Se da un lato possiamo crucciarci del fatto che la stessa ragione che portò Livingston a sciogliere un sodalizio che era umano (era cresciuto in casa Marley come un fratello minore) prima ancora che artistico, ossia l’insofferenza per le pressioni  del successo, l’ha indotto a concedersi molto di rado al pubblico fuori dalla Giamaica, dall’altro è stato esattamente il fortissimo legame con la sua terra a conservarlo vitale e curioso fino ai tardi ’90: oltre che per il profilo uniformemente alto, la sua discografia in proprio è rimarchevole pure per l’essere rimasta sempre in sintonia con quanto accadeva sull’isola. Sublime esempio l’immersione nei ritmi digitali compiuta nel 1987 con lo spettacolare “Rule Dance Hall”. Due anni più tardi “Liberation” avrebbe confermato una felicità d’ispirazione inaudita per uno a quel punto sulle scene da oltre un quarto di secolo. Questo o quel titolo sarebbero stati più che degni di rappresentare Bunny Wailer in questa lista.

Si è deciso però alla fine per quello che fu il debutto in proprio, assemblato con l’aiuto di Marley stesso, di Peter Tosh e della ritmica dei Wailers (a testimoniare che la separazione era stata amichevole) e coinvolgendo la crema dei turnisti di Kingston. Diviso più o meno a metà fra già conclamati classici come la a quel punto giurassica Dreamland, e poi Bide Up, Fighting Against Convictions e Rasta Man e canzoni, prima fra tutte quella che lo intitola, che saranno subito riconosciute tali.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.20, inverno 2006.

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R.I.P. Bunny Lee, producer (23/8/1941-7/10/2020)

In linguaggio aziendale si chiama “massimizzare le risorse”, nel parlare di ogni giorno “fare di necessità virtù”. Giacché Edward O’Sullivan Lee è sempre stato bravissimo a fare questa e quella cosa, pare singolarmente appropriato che il cofanetto che ne celebra la spettacolare carriera appena pubblicato su Jet Star, “The Bunny ‘Striker’ Lee Story”, sia tanto povero nella confezione quanto ricco di sostanza. I quattro CD sono alloggiati in custodie slim (quelle da singolo, per intenderci) racchiuse a loro volta in un riquadro di un cartoncino quasi impalpabile, presentazione poverissima, cui per fortuna fa eccezione un libretto spesso e ben fatto quanto basta e cui d’altro canto corrisponde un prezzo invero invitante, sicché l’economia vale pure per il consumatore che sul contenuto nulla potrà mai avere da ridire: centouno brani, quasi cinque ore e venti di musica, ma che dico di musica, di storia della musica. Giamaicana e chiunque per il reggae nutra un pur minimo interesse prenda nota. E anche il collezionista più fornito, che sa che un’indagine esaustiva sull’opera del nostro eroe richiederebbe diversi box siffatti, vi scoverà, fra questo e quel successo, rare pepite in quantità più che sufficiente a giustificare l’investimento.

Nato il 23 agosto 1941, ribattezzato Bunny ancora bambino da una cugina per via delle fattezze tonde e simpatiche, Edward Lee entrava ventunenne nella già florida industria discografica di Kingston su raccomandazione del cognato Derrick Morgan, giovanissimo ma cantante già affermato, accasandosi presso la Treasure Isle di Duke Reid. Passerà verso metà decennio alla Caltone di Ken Lacks per quindi promuoversi nel 1967, da factotum di studio che era, a produttore in prima persona. Anno cruciale: se il primo brano su cui mette le mani, Listen To The Beat di Lloyd Jackson & The Groovers, passa inosservato pochi mesi dopo Music Field di Roy Shirley è una hit, per i tipi della Wirl, e prima che l’anno finisca il Nostro ha un’etichetta ─ omonima ─ tutta sua. Contrariamente ad altri produttori, non però una sala di incisione ed entra allora in ballo la necessità di cui sopra, quella che notoriamente aguzza l’ingegno. Sporgendosi sui ’70 con King Tubby come braccio destro (l’uomo che disputa a Herman Chin Loy, Clive Chin e Lee “Scratch” Perry l’invenzione del dub), Lee riflette su un fondamentale meccanismo del pop, quello del ricambio generazionale che rende riciclabili a oltranza, siccome per chi al primo giro non c’era risulteranno nuovi, i vecchi successi. Ed ecco che articoli dei ricchi cataloghi Studio One e Treasure Isle, che lui ben conosce avendoci spesso posto mano in origine, vengono reimmessi sul mercato in edizioni rivisitate, nel mentre viene sfruttata a fondo la moda del toasting, antesignano isolano del rap, sistemando sui retri dei 45 giri le versioni strumentali del lato A. Ovvio il risparmio di prezioso tempo, che è denaro, in sala di registrazione e non basta: quella stessa base ─ il cosiddetto “ritmo” ─ può essere venduta più volte se si portano in studio i dj soliti declamarci sopra dal vivo. O se diversi cantanti ci incollano su diversi testi, magari che rispondono uno all’altro (impagabile esempio, sul terzo compact nel cofanetto in questione, Dawn Penn che replica con I’ll Let You Go Boy alla Let Me Go Girl di Slim Smith & The Uniques). E ancora non abbiamo considerato il dub…

Raccontata così, a chi di reggae non è proprio un esperto potrebbe sembrare una presa in giro se non tout court una truffa. Si può capirlo, ma un simile giudizio non terrebbe conto delle straripanti personalità degli artisti che si trovarono a lavorare con Bunny Lee. Per non fare che pochi nomi: quel Johnnie Clarke che “può essere detto il primo cantante dancehall nella moderna accezione del termine” (Steve Barrow) e formidabili interpreti soul come “l’usignolo” Horace Andy e John Holt, Delroy Wilson e Leroy Smart, e inoltre dj di riconoscibilità assoluta come I- e U-Roy, Prince Jazzbo e Tappa Zukie, Doctor Alimantado e Jah Stitch. Leggenda vivente sebbene negli ultimi tempi non troppo praticante (la “Story” si ferma ai primi ’80, al pigrissimo quanto irresistibile Lovers Rock Medley di Sugar Minott), “Striker” ebbe il non indifferente merito di mettere assieme tutti questi talenti e molti altri, a partire dalla non ancora nominata band “della casa”: quegli Aggrovators da cui sono passati chitarristi come Earl “Chinna” Smith e Winston “Bo Beep” Bowen, tastieristi come Winston Wright o Ossie Hibbert, bassisti come Robbie Shakespeare e Aston Barrett (con Sly Dunbar o Carlton alla batteria), fiatisti come Bobby Ellis, Tommy McCook, Lennox Brown, Vin Gordon. Se non è abbastanza per essere chiamato genio, allora in materia di produzione soltanto Phil Spector (forse!) lo è stato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.608, marzo 2005.

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Staring At The Rude Boys – I primi e unici Ruts

Forse mai dei versi di una canzone furono così tristemente profetici: in H-Eyes, retro di In A Rut, singolo di esordio nel gennaio 1979 dei Ruts, Malcolm Owen canta “sei così giovane, ti buchi per divertirti/ma ti fotterai la testa e finirai per morirne”. Argomento che tornerà ad affrontare in Dope For Guns, seconda traccia del primo LP di un quartetto prontamente ingaggiato dalla Virgin (a dare alle stampe il debutto a 45 giri era stata la minuscola People Unite, etichetta gestita dai Misty In Roots) e che vedeva la luce nel settembre dello stesso anno, e di nuovo nel marzo 1980 in Love In Vain (“non ti voglio più nelle mie braccia”), lato B del 7” Staring At The Rude Boys. Da lì a tre mesi gli altri componenti del gruppo ─ il chitarrista Paul Fox, il bassista John “Segs” Jennings e il batterista Dave Ruffy ─ comunicavano al cantante che era licenziato. Diversamente da come potrebbe sembrare, gesto di amore vero per un vero amico, scommessa azzardata sul fatto che, messo con le spalle al muro, fra le due passioni della sua vita, la musica e l’eroina, Owen avrebbe scelto la prima e si sarebbe ripulito. Sembrava funzionare, e difatti veniva riammesso nella band dopo pochi giorni, ma mai fidarsi delle promesse di un tossico: moriva per una overdose il 14 luglio, appena ventiseienne e prima che i Ruts completassero un secondo album vero. Pubblicato nel successivo dicembre, il pur valido “Grin And Bear It” raccoglie un po’ di brani da vari singoli e altri catturati live al Marquee Club, naturalmente ancora con Owen alla voce.

Appena riedito in vinile per celebrarne, con qualche mese di anticipo, il quarantennale, il solo 33 giri in studio non antologico dei Londinesi insieme ne rimarca la grandezza e l’immensità dell’occasione sprecata di lasciare una traccia ancora più importante nella storia del rock (i superstiti continuavano come Ruts D.C., ma non era la stessa cosa). Album immenso al punto da reggere il confronto con i primi due di quei Clash cui Owen, Fox, Segs e Ruffy venivano inevitabilmente accostati per la capacità di dividersi fra rovinosi assalti punk (ma You’re Just A… potrebbe essere piuttosto dei Buzzcocks e in Criminal Mind siamo diversi passi oltre, già in zona hardcore) ed escursioni in levare, Jah War la loro Police & Thieves, però autografa. Nessun altro gruppo bianco ha mai suonato il reggae con l’intensità bruciante dei Ruts.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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The Specials – Encore (UMC)

Probabilmente i più sbalorditi sono loro: esce il primo album degli Specials a diciotto anni dal precedente, ventuno dall’ultimo che non fosse una raccolta di cover e, soprattutto, trentanove – !!! – da quel “More Specials” che ne suggellava la breve epopea, tolta la stupenda postilla dell’84 “In The Studio”, che però vedeva il leader Jerry Dammers fare a meno di quasi tutti gli altri e usare una ragione sociale diversa (The Special A.K.A.), e che succede? Dritto al numero 1 della classifica UK. Quando fra il ’79 e l’80 i primi due, epocali LP – l’omonimo e “More” – si arrestarono al quarto e quinto posto e non vale notare che i tabulati delle vendite riportavano mediamente ben altri numeri rispetto agli odierni, che oggi per i conteggi valgono download e streaming e così via: la performance resta impressionante e forse e tanto conterà che il disco è uscito in un momento così particolare per un Regno Unito in ansia per una Brexit sui cui effetti c’è un’unica certezza: comunque vada sarà un insuccesso. E in tempi cupi cresce il bisogno di anticorpi, di voci positive. We Sell Hope, recita il titolo della decima e ultima traccia, pigro incantesimo, saluto ecumenico a uomini e donne di buona volontà.

È un disco riuscito, “Encore”, abbastanza da potersi definire il legittimo erede di “More”, smentendo dunque per la prima volta l’assunto che un gruppo senza Dammers non possa chiamarsi Specials. La voce di Terry Hall, la chitarra ritmica di Lynval Golding, il basso di Horace Panter (i tre membri originali presenti) e una scrittura di apprezzabili qualità e varietà, fra funk e rocksteady, dub poetry e languide ballate profumate di jazz e di soul lo qualificano come tale. Manca quasi all’appello lo ska e va bene lo stesso. Circola a € 3 in più una “Deluxe” con allegato un recente live: merita.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Michael Franti & Spearhead – Stay Human Vol.II (Thirty Tigers)

Luogo comune vuole che chi nasce incendiario spesso muoia pompiere, che è come dire che se da giovani volere sovvertire il Sistema è normale rientra nell’ordine naturale delle cose che l’età matura induca a moderarsi. Prossimo ai cinquantadue anni, in giro dacché ne aveva diciannove, Michael Franti alla rivoluzione aspira ancora e nondimeno parrebbe avviato a morire Jovanotti, quando era nato Jello Biafra. Per carità, ci sono destini peggiori e tuttavia l’imbarazzo, che già aveva fatto capolino a più riprese nelle dodici tracce e nei quaranta minuti precedenti, si fa invincibile quanto parte il ritornello della di per sé melensa Show Me Your Peace Sign e ascoltiamo il nostro uomo invitare la tipa di turno a mostrargli “il segno della pace quando la Rivoluzione arriverà”. Ecco, a memoria non mi pare che Jovanotti si sia mai reso tanto ridicolo e nel caso di Franti stiamo parlando di uno partito dal superabrasivo industrial-punk-rap dei Beatnigs. E ve li ricordate i Disposable Heroes Of Hiphoprisy? Straordinari, fra Gil Scott-Heron e il jazz e capaci di collaborazioni con William Burroughs come di riletture hip hop dei Dead Kennedys.

Sin dall’inizio più pop, gli Spearhead partivano comunque bene, confezionando alcuni album pregiati e più di tutti l’originale “Stay Human”, datato 2001. Un al più piacione disco per l’estate con il torto di uscire a fine gennaio, questo “Vol.II” da quei livelli è distantissimo. Per quanto momenti gradevoli che gli fanno raggiungere la sufficienza e potrebbero regalargli soddisfazioni al botteghino non manchino: il lovers reggae Just To Say I Love You, una title track molto Peter Gabriel o il ragamuffin Enjoy Every Second sono pur sempre meglio del 90% (almeno!) di quanto passano radio e TV commerciali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019.

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Lee “Scratch” Perry per neofiti

A pensarci mi viene quasi nostalgia dell’epoca in cui – colpa di “Time Boom X De Devil Dead” – persi la testa per Lee “Scratch” Perry e cominciai a comprare tutto quello che di suo mi riusciva di trovare. Che nei tardi ’80 non era poi molto. Erano tempi in cui a mettere le mani su un “Blackboard Jungle Dub” “made in Jamaica” con letteralmente i buchi nel vinile avevi di che esultare come manco Tardelli contro la Germania. Erano tempi in cui la prostituzione poteva sembrare un’opzione accettabile per una copia del mostruosamente raro “Roast Fish, Collie Weed & Corn Bread”. E ancora ricordo l’eccitazione smisurata che mi colse a Londra nel 1991 alla vista di tre-cofanetti-tre di tre-LP-tre includenti fra il resto il leggendario “Africa’s Blood”. Non costavano neanche tanto. E poco dopo iniziava il diluvio digitale – ristampa su ristampa e un’antologia via l’altra – e da lì al nuovo decennio “Scratch” nei miei scaffali lasciava l’affollato club degli “Over 20” per entrare in quello piuttosto elitario – fra i soci George Clinton, John Coltrane, Miles Davis e Sun Ra – degli “Over 50”. Senza che nemmeno più dovessi fare fatica e spenderci dei soldi: non dico che non passi mese senza che giunga aggratis un Lee Perry ma sul trimestre ci giurerei. Così naturalmente – che gusto c’è quando la vita è così facile? – ho sbuffato alla vista di “The Upsetter Selection”, ho dato un’occhiata distratta (una verifica approfondita richiederebbe un pomeriggio) al suo programma di quarantacinque titoli e ho concluso che con ogni probabilità dovrei averli già tutti altrove. L’ho messo molto, molto in fondo nella coda dei nuovi arrivi da ascoltare. E altrettanto naturalmente un’ora dopo era già nel lettore che girava. Di Lee “Scratch” Perry non mi sono ancora stancato.

Buona per il neofita la (relativamente) cospicua selezione? Certamente sì, anche se come media qualitativa perde il confronto con il triplo “Arkology”, rispetto al quale ha peraltro il vantaggio di coprire un arco temporale assai più ampio, andando dal 1966 di un’ultima incisione per Studio One al 2002 di una Jamaican E.T. che ho rivalutato rispetto a quando uscì. Come nella raccolta Island di cui sopra, ai brani di cui Perry è titolare se ne affiancano parecchi che diede da interpretare ad altri (Marley fa la parte del leone) o di cui firmò la produzione. È un più che adeguato ritratto, questo doppio Trojan, di un uomo che c’era già ai tempi dello ska, contribuì incommensurabilmente al delinearsi del canone del reggae e fu fra i primi promotori del dub. Uno dei più grandi e geniali eccentrici dell’ultimo mezzo secolo di musica (non solo) nera. Pregate che non vi colga la febbre.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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