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Lee “Scratch” Perry per neofiti

A pensarci mi viene quasi nostalgia dell’epoca in cui – colpa di “Time Boom X De Devil Dead” – persi la testa per Lee “Scratch” Perry e cominciai a comprare tutto quello che di suo mi riusciva di trovare. Che nei tardi ’80 non era poi molto. Erano tempi in cui a mettere le mani su un “Blackboard Jungle Dub” “made in Jamaica” con letteralmente i buchi nel vinile avevi di che esultare come manco Tardelli contro la Germania. Erano tempi in cui la prostituzione poteva sembrare un’opzione accettabile per una copia del mostruosamente raro “Roast Fish, Collie Weed & Corn Bread”. E ancora ricordo l’eccitazione smisurata che mi colse a Londra nel 1991 alla vista di tre-cofanetti-tre di tre-LP-tre includenti fra il resto il leggendario “Africa’s Blood”. Non costavano neanche tanto. E poco dopo iniziava il diluvio digitale – ristampa su ristampa e un’antologia via l’altra – e da lì al nuovo decennio “Scratch” nei miei scaffali lasciava l’affollato club degli “Over 20” per entrare in quello piuttosto elitario – fra i soci George Clinton, John Coltrane, Miles Davis e Sun Ra – degli “Over 50”. Senza che nemmeno più dovessi fare fatica e spenderci dei soldi: non dico che non passi mese senza che giunga aggratis un Lee Perry ma sul trimestre ci giurerei. Così naturalmente – che gusto c’è quando la vita è così facile? – ho sbuffato alla vista di “The Upsetter Selection”, ho dato un’occhiata distratta (una verifica approfondita richiederebbe un pomeriggio) al suo programma di quarantacinque titoli e ho concluso che con ogni probabilità dovrei averli già tutti altrove. L’ho messo molto, molto in fondo nella coda dei nuovi arrivi da ascoltare. E altrettanto naturalmente un’ora dopo era già nel lettore che girava. Di Lee “Scratch” Perry non mi sono ancora stancato.

Buona per il neofita la (relativamente) cospicua selezione? Certamente sì, anche se come media qualitativa perde il confronto con il triplo “Arkology”, rispetto al quale ha peraltro il vantaggio di coprire un arco temporale assai più ampio, andando dal 1966 di un’ultima incisione per Studio One al 2002 di una Jamaican E.T. che ho rivalutato rispetto a quando uscì. Come nella raccolta Island di cui sopra, ai brani di cui Perry è titolare se ne affiancano parecchi che diede da interpretare ad altri (Marley fa la parte del leone) o di cui firmò la produzione. È un più che adeguato ritratto, questo doppio Trojan, di un uomo che c’era già ai tempi dello ska, contribuì incommensurabilmente al delinearsi del canone del reggae e fu fra i primi promotori del dub. Uno dei più grandi e geniali eccentrici dell’ultimo mezzo secolo di musica (non solo) nera. Pregate che non vi colga la febbre.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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L’isola del tesoro di Duke Reid

È uno degli aneddoti più celebri della storia del rock. 1977. Nel pieno di quel delirio di paranoia e onnipotenza che furono le registrazioni di “Death Of A Ladies Man” Phil Spector estrae una pistola e ne appoggia la canna alla gola di Leonard Cohen. “Ti voglio bene, Leonard”, sussurra il produttore. “Lo spero proprio, Phil”, replica impassibile il cantante. Al posto dell’inventore del Wall Of Sound, Duke Reid avrebbe probabilmente fatto di peggio. Sparato in aria qualche colpo dimostrativo. Piantato nel bancone del mixer il machete che teneva sempre alla cintola insieme a un grosso revolver. Tolto la sicura alla granata con cui amava giocherellare. Ordinato agli scagnozzi di cui si circondava di fare saltare qualche dente e rompere qualche osso. Però nel 1977 Reid era già morto da due anni, sessantenne. Però non si era mai occupato né di rock né di canzone d’autore, essendo sempre stata la musica giamaicana (mai operato fuori dall’isola caraibica, se non vendendo licenze in Gran Bretagna) il suo business. Duke Reid era un mafioso che agiva con la totale assenza di scrupoli che può essere giusto di chi è stato un tutore dell’ordine. Duke Reid era un colossale figlio di puttana. Però era il nostro figlio di puttana. Senza di lui ska, rocksteady e reggae sarebbero stati assai diversi da ciò che furono, o forse non sarebbero stati affatto. Come non onorarne la memoria, allora?

Fresca di stampa per la francese Jahslams provvede abbastanza adeguatamente alla bisogna, diventando in ogni caso la collezione di produzioni del nostro uomo da avere, la quadrupla “Treasure Isle – The True Story Of Ska, Rocksteady, Dub, And Reggae”. Facendosi nel complesso preferire al finora indispensabile doppio “Duke Reid’s Treasure Chest”, un Heartbeat del ’92. Tutt’altro che scevra di difetti – il dub sta nel titolo e basta, la qualità sonora lascia spesso a desiderare e il minutaggio è modesto: passi la suddivisione in volumi “a tema”, ma di CD ne sarebbero bastati tre, se non due – è nondimeno una festa da non dirsi. In particolare per l’inclita (il colto dovrebbe già avere in casa tutto, o quasi) che, complice anche un discreto libretto, potrà istruirsi spendendo poco e godendo tanto su una vicenda fra le più intriganti ed epiche nella musica popolare del Novecento. Per quanto se ne sia scritto, la memoria dell’anno esatto in cui tutto iniziò si è persa. Siamo comunque nei primi ’50. Classe 1915, Arthur Reid ha lasciato la polizia, dopo avervi prestato servizio per un tondo decennio, per aiutare la moglie a gestire un emporio di crescente successo in cui si vendono principalmente frutta, verdura e liquori. Dischi non ancora. Appassionatissimo di jazz e pazzo per il nascente rhythm’n’blues, quelli il buon Arthur li compra per sé e all’epoca non sono molti gli isolani a potersi permettere un simile lusso. Cominciare a suonarli in negozio e rendersi conto che la clientela aumenta istantaneamente è una cosa sola. Il passo successivo è diffonderli nell’etere dagli studi dell’unica radio locale approfittandone per fare pubblicità a – questo il nome dell’emporio – Treasure Isle. Quello dopo ancora è prendere a girare per Kingston, e poi per il resto dell’isola, con un camioncino con sopra un piatto, un amplificatore a pile e una pila come nessuno ha mai visto di casse acustiche. È il primo sound system e non c’è da stupirsi che, in un paese dove non solo i più non hanno una radio ma l’allaccio alla rete elettrica è roba da ricchi, il successo sia subito travolgente. La discoteca volante è gratis, le bibite no e presto sono bei soldi. Unico ma non piccolo cruccio è che qualcun altro abbia avuto la medesima idea. Si chiama Clement “Coxsone” Dodd e a lungo la sua vita e quella di Arthur “Duke” Reid si svilupperanno con un parallelismo perfetto. Si ruberanno vicendevolmente dapprincipio pubblico e dischi e poi musicisti e cantanti, si odieranno, giocheranno di norma sporco. Molto più Reid, il cui trucco preferito sarà quello di incaricare delinquenti prezzolati di provocare risse alle feste del rivale. E allora va bene quando a volare sono cazzotti e sedie, perché non di rado sono pallottole. Bel tipo, eh?

Faccio breve una storia lunga e sulla quale non faticherete comunque a dettagliarvi meglio annotando come era la sempre maggiore difficoltà a procurarsi vinili americani in esclusiva a indurre i due… ehm… amici a creare, con mezzi quantomai artigianali, un’industria discografica autoctona, forti della presenza in Giamaica di un manipolo di musicisti – sostanzialmente: quelli che si ritroveranno negli Skatalites – coi fiocchi. L’errebì prendeva una coloritura indigena, innanzitutto ma non soltanto con un inaudito ritmo singultante, ed ecco lo ska. Il rallentare della scansione e l’accentuarsi delle influenze più specificamente soul lo trasformeranno prima in rockstedy, con i cantanti ora prevalenti sugli strumentisti; quindi in reggae. Orecchie sempre ben ritte e concorrenzialità esasperata, Reid e Dodd saranno protagonisti assoluti fino ai primi ’70, quando l’insopprimibile antipatia che nutriva per la dottrina rastafari comincerà a spostare l’ex-poliziotto dal centro di una ribalta che si riprenderà prontamente – ultimo colpo di genio prima di arrendersi a un tumore – scatenando la voga del dj. E di tutto ciò “Treasure Isle” – sottotitoli dei quattro dischetti: “Madness Of Ska”, “Rocksteady Beat”, “Soul Island”, “Treasure Songs” – offre più che apprezzabile sinossi. Parata mozzafiato di campionissimi cui Duke Reid fu debitore di montagne di soldi ma che a loro volta a costui debbono l’immortalità.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.644, marzo 2008.

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Il Prince Jammy che si fece King

Anni cinquantanove portati più che discretamente, faccia paciosa e simpatica (nelle foto con baffetti marcata la somiglianza con Richard Pryor), pancetta esibita, Lloyd James non si fa problemi ad ammetterlo e anzi, confessandolo, scoppia in una risata: pur avendone firmato la produzione (e chi sa di reggae è conscio dell’importanza che ha il produttore in quella musica: spesso più rilevante del cantante stesso), col cavolo che si ricordava di tutte ma proprio tutte le – udite, udite – centocinquantanove canzoni che sfilano nei quattro doppi volumi di “King Jammy’s Selector’s Choice” freschi di stampa per i tipi della VP. Sovente ha dovuto rinfrescargli la memoria Johnny Wonder, vale a dire colui che, con Joel Chin, si è assunto il titanico compito di selezionare, rimasterizzare, porre in sequenza tutto questo bendiddio scegliendolo fra una messe immane di materiali, svariate centinaia di LP, forse migliaia di singoli. E questo, si badi bene, saltando a pie’ pari il periodo – la seconda metà dei ’70 – in cui Jammy era Prince e non ancora King e trafficava con il dub piuttosto che con la dancehall. Stavo per usare l’espressione “rimettere ordine” ma mi sono reso conto che, se adoperata come di solito la si usa per similari operazioni in ambito rock, sarebbe stata decisamente fuori luogo. Visti con gli occhi dello studioso di musica popolare questi otto CD (poco sotto le nove ore e mezza la durata complessiva) sono, se non un’occasione sprecata, perlomeno una possibilità che l’etichetta si è giocata male. Si sarebbe tanto per cominciare potuto radunarli in un box e l’appiglio commerciale ne sarebbe stato (Zorn insegna) incrementato esponenzialmente. Buona cosa sarebbe poi stata affiancare loro il consueto librettone, zeppo di foto e con quel paio di approfonditi saggi storico-critici a corredo. Sistemare il tutto nell’esatta sequenza cronologica. Oppure accostando l’un l’altra le varie interpretazioni degli innumerevoli nomi ricorrenti, un impressionante “who’s who” della battuta in levare degli anni ’80 e primi ’90: da Wayne Smith a Tenor Saw, da Half Pint a Shabba Ranks, da Dennis Brown a Cocoa Tea passando per Johnny Osbourne, Frankie Paul, Pinchers, Gregory Isaacs, Tiger, Sister Charmaine, Chaka Demus, Ninjaman, Sanchez… oltre a vecchi leoni e marpioni come Horace Andy e John Holt e per non citare che alcuni fra i più celebri. Anche se, intendiamoci, per gli standard giamaicani la precisione comunque esibita è più unica che rara, con le canzoni radunate a blocchi di riddim (ovverossia sono state messe in fila quelle che usano la medesima base), i crediti puntigliosamente elencati per ogni brano e qualche ulteriore notizia aggiunta. Però mancano una visione e un’interpretazione d’assieme. Però, scendendo più terra terra, non si trova a pagarla una data che sia una. Però ’sti cazzi.

Visti con gli occhi del semplice appassionato di musica popolare, ascoltati con i fianchi e le gambe almeno quanto con gli orecchi, questi otto CD sono una festa pazzesca in cui non ci si stanca mai di immergersi, roba che ti mette addosso un’allegria tale che ti sorprendi a cantare facendo le vocine più assurde come il cretino che sei, roba che ti scopri sudato senza magari avere alzato il culo dalla poltrona. È giusto quando ormai sei stremato, e pure i woofer reclamano pietà, che magari rientri per qualche attimo nei panni del posato critico e inizi a porre in relazione le informazioni sparse, che sono tante, a ricostruire vicende, a fare ragionamenti. Ce n’è eccome per lo studioso. Chi desiderasse tracciare una storia sociale della Giamaica dell’ultimo quarto di secolo non dovrebbe che tirare giù i testi di questo centinaio e mezzo di canzoni e fra un peana sessuale e un’istantanea di povertà dal ghetto, una serenata e un’invettiva politica ne avrebbe da analizzare, ne avrebbe. Fra l’altro scoprendo subito che la dottrina rasta non è affatto maggioritaria nell’isola, che gli argomenti cosiddetti “culturali” sono finiti in retroguardia. Ove il musicologo potrebbe sottilmente disquisire sullo stile più… ecologico che si ricordi, la dancehall, un ambito dove non si butta mai via nulla, dove con un’idea buona si confezionano a volte cinquanta brani, dove sono una pratica comune gli album costruiti per intero su un solo riddim. Fra l’altro scoprendo che la svolta elettronica sanzionata per il reggae nell’85 dal clamoroso successo di Under Mi Sleng Teng, canzone trovata praticamente per caso da Wayne Smith pasticciando con un pattern di batteria e una linea di basso pre-registrati in una tastierina Casio da quattro soldi, non ha assolutamente cancellato quanto c’era stato prima. Tant’è che non è raro – il contrario! – che il riciclaggio coinvolga basi che risalgono nel tempo fino all’epoca dello ska e addirittura più in giù, fino a mento e calypso.

Ma ne ho abbastanza di fare il critico. Dura mantenere l’aplomb mentre Dominic (volume 3) si lamenta di quanti gli dicono che somiglia a Boy George, negando con sdegno l’evidenza. Durissima quando (volume 4) Shabba Ranks applica la metafora biblica della cruna dell’ago non ai ricchi che non entreranno nel regno dei cieli, bensì alle ragazze che non ti faranno – ahem – entrare. Impossibile quando (traccia successiva) Admiral Bailey prende a rantolare, su una scansione irresistibilmente saltellante, “give me punaany, want punaaany… any punanny is the same”. Sapendo che la “punanny” è quella cosina che da sempre fa girare il mondo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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Fra consapevolezza e seduzione: l’era aurea di Gregory Isaacs

Ricorre oggi il sesto anniversario della non inattesa, e nondimeno lo stesso prematura, scomparsa del Cool Ruler. A uccidere un uomo già debilitato dai troppi anni di dipendenza dalla cocaina era un tumore ai polmoni.

gregory-isaacs

Sono stato offerto in sacrificio per costruire/l’inferno dell’uomo nero/nel paradiso dell’uomo bianco/ma ora che ne sono consapevole/oh Signore, è tempo che io vada/sebbene il riscatto appaia così doloroso/e lento, lento, lento” (Sacrifice)

Sarà che l’ultradecennale decadenza, indotta fra l’altro dall’abuso di cocaina che ne ha rovinato la splendida voce, ne ha sbiadito il fascino, relegandolo nell’ade di coloro che furono grandi e sono adesso ombra di se stessi; sarà che quando assurse a fama universale, nell’ultimo periodo (gli ’80) in cui era possibile tagliare tale traguardo declinando reggae, la sua immagine era quella del Cool Ruler, amante elegante e un po’ tenebroso: fatto sta che la ricomparsa nei negozi, dopo anni di assoluta irreperibilità e in una spettacolare versione estesa approntata dai benemeriti della Blood & Fire, di quello che fu il suo quarto LP (il primo concepito come tale, non come raccolta di singoli) induce a riconsiderare globalmente la figura di Gregory Isaacs. Memento non solo di un talento di primissima schiera ma del suo sapersi un tempo destreggiare fra inni di consapevolezza oltre che fra serenate irresistibilmente ammiccanti. Tant’è che in una discografia assai cospicua (svariate decine di album) ma sommamente irregolare (sono pochi, anche nei periodi buoni, quelli di livello uniformemente alto), “Mr. Isaacs” si propone come uno dei capolavori del Nostro, essendo gli altri i forse più rappresentativi e immancabili “Night Nurse” e “Red Roses For Gregory”. Il primo dell’82, l’altro dell’88. “Mr. Isaacs” è invece una faccenda datata 1977.

Aveva ventisei anni all’epoca, il nostro uomo, e già un brillante futuro alle spalle. Come è nella tradizione della musica giamaicana gli esordi erano stati precoci. Debuttava a 45 giri diciottenne, nel 1969, con una canzone che già nel titolo, Another Heartache, annunciava quella che sarebbe stata la sua specialità: il lamento amoroso che nel mentre fintamente autocommisera in realtà è strumento di conquista. Un insuccesso. E altri ce ne saranno, prima di un’ininterrotta sfilata di hit durata un quindicennio e inaugurata nel 1973 da All I Have Is Love. Il lustro a seguire è marchiato da un intreccio di collaborazioni con la crema dei produttori e dei turnisti dell’isola, da Phil Pratt a Clive Chin, da Niney The Observer a Joe Giggs, da Alvin “GG” Ranglin a Lee “Scratch” Perry. Trionfo va dietro a trionfo: Lonely Soldier, Innocent People Cry, Love Is Overdue, Sunshine For Me, Babylon Too Rough. E ancora: My Religion, Coming Home, Beautiful Africa, Mr. Cop, Black A Kill Black, Rasta Business. Semplice elenco che basta a far comprendere come al giro di boa dei ’70 l’accento si sposti, seppure momentaneamente, dal corteggiamento dell’altro sesso a quello di un ideale di giustizia. “Mr. Isaacs” sarà l’apice e la conclusione del processo.

Fondamentale per la sua riuscita l’apporto di Oswald “Ossie” Hibbert, coetaneo di Gregory e forgiatore di ritmi ciascuno dei quali ha fornito l’ossatura a innumerevoli canzoni, oltre che uno dei primi a padroneggiare la rivoluzionaria tecnica del dub. Già evidente nella stampa primeva, risalta ancora maggiormente nell’edizione Blood & Fire che aggiunge cinque brani in cui prevalgono dilatazioni di notevole capacità mesmerica. Hibbert leviga senza debilitare, allarga le maglie senza far perdere in coesione. Il contrario! Di suo Isaacs mette una scrittura ispiratissima, il gusto per l’immediatezza melodica e una voce immensamente seducente, pure quando canta di povertà e dell’orrore della discriminazione. Apre Sacrifice, denuncia pungente e insieme tripudio pop. Diresti subito insuperabile e invece no, dacché il gioco di chiamata e risposta fra organo e fiati della successiva Storm va un passo più in là. La prima cover, Story Book Children, a firma William Bell/Judy Clay, sottolinea un amore viscerale per il soul ribadito nel procedere dal classico dei Temptations Get Ready. Bellissime anche le altre due canzoni altrui, Smile dei Silvertones e Conversation di Slim Smith, capisaldi della battuta in levare propulsi, rispettivamente, da tastiere petulanti e cori femminili da levitazione. Alla prima (la seconda è una delle bonus tracks) toccava in origine l’incarico di salutare gli astanti. L’invocazione “dance! dance to the music” è l’unica concessione all’edonismo di una scaletta tutta a muso duro. Apoteosi: l’invocazione avvolta di ottoni di Set The Captives Free. Se non riuscirà a conquistarvi non c’è nulla ch’io possa aggiungere per persuadervi che è questo un disco che, se provate per il reggae un interesse appena più che occasionale, è imprescindibile.

Gli anni seguenti vedranno Gregory Isaacs cedere alla tentazione di un repertorio volto pressoché esclusivamente alla pratica del corteggiamento. Almeno quando i risultati saranno quelli dei due album dianzi citati (all’elenco si possono aggiungere tranquillamente “Lonely Lover” e “More Gregory”, primo e secondo atto della collaborazione con i Roots Radics chiusa da “Night Nurse”; e anche ilLive At The Academy Brixton”), non ci sarà di che lamentarsi. Dei suoi anni ’80 va applaudita la capacità di passare senza cesure dal suono roots che lo aveva imposto all’ipnotica dolcezza, progressivamente digitalizzata, della dancehall.

Tutti da dimenticare i ’90, segnati da dischi mediocri, schiavitù da sostanze e pure quattro arresti. Un uomo che una volta avresti detto, invece, inarrestabile.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.438, 17 aprile 2001.

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Grace in stato di grazia Jones

Grace Jones - Nightclubbing

Ma quanto era figa Grace Jones e non mi sto riferendo a una bellezza statuaria che ho sempre trovato un po’ intimidente, respingente persino. È di musica che parlo, del trittico – “Warm Leatherette”, “Nightclubbing”, “Living My Life” – pubblicato fra l’80 e l’82 dalla Island. Immortalato, con la fondamentale regia di Chris Blackwell e Alex Sadkin e il non meno cruciale apporto di una house band guidata dalla sezione ritmica per antonomasia, Sly & Robbie, in quei Compass Point di Nassau, Bahamas, da allora celeberrimi (ci ha registrato chiunque, dagli Stones a Marley, dai Talking Heads agli U2, ma è grazie a Grace Jones che sono famosi). Ecco. Dopo quel trittico qualunque modella (ogni riferimento a Carla Bruni è puramente casuale) avrebbe dovuto pensarci cento volte prima di accostarsi a un microfono: giacché lo standard che stabiliva di perfetto connubio fra coolness dell’immagine e solidità del repertorio è pressoché impossibile da eguagliare e rende impietoso ogni confronto. E della fenomenale trilogia “Nightclubbing” – ristampato in una “Deluxe Edition” esagerata, con settantasette minuti di bonus costituiti in massima parte da versioni lunghe e remix (per non parlare della versione blu-ray e di quella in vinile) – rappresentava in ogni senso il momento centrale. Il più alto.

Qui – nelle nove tracce e nei trentanove minuti del programma originale, fra i Flash And The Pan in paradiso (ché l’originale non vale un decimo della rilettura) di Walking In The Rain e la Marianne Faithfull girata white soul di I’ve Done It Again – l’esemplificazione perfetta di uno stile unico, ritmi dal reggae al funk in una cornice di algida new wave. Meglio la Nightclubbing di Grace di quella di Iggy, manco a parlarne di confrontare la sua Demolition Man con quella dei Police.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.351, maggio 2014. La signora oggi compie gli anni e no, non chiedetemi quanti.

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L’infanzia prodigiosa e la vita bruciata di Dennis Brown

Dennis Brown

Ha avuto una gran fretta di vivere Dennis Brown che ci ha lasciati, appena quarantaduenne, sul principio d’estate di due anni or sono. Causa ufficiale della morte un collasso polmonare seguito da infarto. Dovuti, si sa ufficiosamente, a un’antica passione per la cocaina poi ulteriormente degenerata in dipendenza da crack. Ha vissuto poco ma certamente con intensità: un centinaio gli album che taluni gli attribuiscono, un’ottantina quelli che lui rivendicava. Produzione senza pari in materia di reggae (il solo Lee “Scratch” Perry si avvicina a questi numeri) e con pochi rivali in qualunque altro ambito, stupefacente non solo per quantità oltretutto ma anche per qualità media. Se la battuta in levare vi intriga, potete fiduciosamente mettervi in casa qualunque disco vi capiti fra le mani con sopra il nome di colui che Bob Marley dichiarò essere il suo cantante preferito. Dal classico “No Man Is An Island”, che vedeva la luce nel 1970, a certi lavori degli anni ’90 che, lungi dal guardare con nostalgia al passato cercando di ricrearlo, azzardavano felicemente il connubio fra reggae e digitale. Avete già fatto il conto? Esatto, non vi state sbagliando né vi siete imbattuti in un errore di stampa: quello che è uno dei massimi capolavori della musica giamaicana veniva confezionato da un tredicenne che perdipiù aveva già in curriculum diversi successi a 45 giri. Racconta chi c’era che in studio dovettero farlo salire su una cassetta vuota per avvicinarlo quanto bastava al microfono.

Dennis Brown nasce a Kingston, Giamaica, il 1° febbraio del 1957. Il padre Arthur scrive testi per un popolarissimo programma radiofonico chiamato “Life In Hopeful Village” ed è dunque live, dagli studi della emittente nazionale, che la voce del ragazzino si diffonde per la prima volta nell’etere. La precoce conoscenza di quanti sull’isola lavorano nel mondo dello spettacolo avrà naturalmente il suo peso per lanciarne la carriera. L’apprendistato segue una trafila che sarebbe usuale, non fosse per la verdissima età dell’aspirante star: concerti in club nei quali da cliente non potrebbe ancora entrare, con Byron Lee, i Falcons e un maestro del soul americano come King Curtis, e poi i primi singoli. It’s A Crime è il debutto, per un produttore di gran fama quale Derrick Harriott. Dritto nei Top 10 locali, dove presto lo seguiranno Love Grows, Created By The Father e la canzone che intitolerà l’esordio a 33 giri, No Man Is An Island. Cadenze ancora più prossime al rocksteady che non al reggae vero e proprio e voce inevitabilmente adolescenziale che avvince modulando innocenza e sogni. Commozione e applausi.

Le hit si susseguono. Curano il ragazzino i produttori giamaicani più importanti. Dopo Harriott tocca a Clement “Coxsone” Dodd e dopo di lui a Lloyd Daley (il primo e unico “Matador”, con buona pace di una certa tifoseria), che contribuisce alla riuscita di tascabili meraviglie come What About The Half (pigrissima), Things In Life (fiati sornioni a contraltare di un canto struggente) e Baby Don’t Do It. Canzone chiave quest’ultima per approcciarsi al Dennis Brown che è parte fondamentale della storia del reggae: seriche corde vocali che rimandano al soul americano più raffinato (Sam Cooke in primis) su arrangiamenti tanto semplici quanto di eccezionale efficacia, concorso di chitarre sincopate, ottoni felini, organi grassi, swinganti, liturgici. Il rinnovarsi del sodalizio con Derrick Harriott ne genererà innumerevoli di creazioni siffatte, da Concentration (exotica e dubbata) a Silhouettes (che davvero sarebbe piaciuta a l’uomo di A Change Is Gonna Come), da He Can’t Spell (memorabile l’organo) a Changing Times (sublimemente malinconica). Tutte radunate in un altro LP epocale chiamato “Super Reggae & Soul Hits”. Era ormai grandicello il Nostro all’epoca della sua pubblicazione. Quindici anni, pensate.

Anno frenetico il 1973. L’attività live si intensifica, così come le collaborazioni con la crema dei produttori isolani, nomi ciascuno dei quali è una leggenda: Clive Chin, Phil Pratt, Alvin Ranglin, Eddie Wong, Herman Chin-Loy, Joe Gibbs. È quest’ultimo che griffa quella che diventerà la canzone-simbolo di Dennis Brown, Money In My Pocket. Che dopo si sente ormai maturo per prodursi da solo e addirittura per mettere in piedi un’etichetta, la D’Aguilar Sounds. Sarà tuttavia con Winston “Niney” Holness in cabina di regia che imprimerà su nastro la poppissima Westbound Train, l’ossessiva Cassandra, la travolgente per epicità I Am The Conqueror. Anno (al solito) di grazia 1974.

Lo spazio stringe e volo al ’79. È allora che una nuova versione di Money In My Pocket fa infine di Brown una popstar internazionale, mancando di poco l’ingresso nei Top 10 britannici, impresa replicata nel 1981 da Love Has Found A Way e Halfway Up Halfway Down. Prosegue pure l’attività di discografico. Per le sue D.E.B. e Yvonne’s Special incidono pesi massimi come Junior Delgado, Gregory Isaacs e i Black Uhuru. Niente sembra potere arrestare Dennis Brown. Provvederà Dennis Brown stesso. La salute vacillante per gli stravizi e la voce che piano piano se ne va non gli impediranno tuttavia, come appuntavo tre cartelle fa, di fare ottime cose almeno per tutta la prima metà dei ’90. L’ultimo grande album è “Temperature Rising”, del 1995.

La canzone che gli diede il titolo è la quarantasettesima delle quarantotto che sfilano in “Money In My Pocket”, formidabile doppia antologia appena licenziata dalla Trojan. Due ore e mezza e non si potrebbe rinunciare a un minuto. Scrivevo prima che qualunque lavoro firmato dal nostro uomo è meritevole d’attenzione. Nessuno vale però, per completezza e suggestioni, questa raccolta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

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Studio One: là dove nacque il reggae

Clement “Sir Coxsone” Dodd

Nelle quasi due ore e tre quarti (c’è poi un’ora e un quarto di extra) del DVD fresco di pubblicazione che racconta la parabola della sua etichetta, Clement “Sir Coxsone” Dodd dimostra meno dei settant’anni inoltrati che sicuramente ha. Chioma e pizzo canuti, sorriso sempre sulle labbra, fare pacato e un inglese insolitamente comprensibile per un giamaicano (quasi inutili nel suo caso i sottotitoli, pressoché indispensabili altrove) si aggira per i luoghi della memoria nelle strade di Kingston con passo ancora energico, reso appena esitante dall’età. E per via, nei bar o più di frequente seduto in un angolo della sala di registrazione appena riaperta in patria (questo il motivo della celebrazione, non un anniversario), rievoca con un misto di orgoglio e modestia la straordinaria vicenda di un marchio discografico che ha segnato le vicende della musica isolana come nessun’altro e del pop occidentale come pochi. Fu a casa Studio One che lo ska si sviluppò e poi si fece rocksteady, che il reggae letteralmente nacque e una sua costola generò il dub, che videro la luce le canzoni che tuttora forniscono alla dancehall un’apparentemente inesauribile riserva di ritmi e melodie. “Ogni brano era un successo, sempre e subito”, ricorda qualcuno dei tanti chiamati a raccontare una storia per certi versi accostabile a quella della Motown: pure al leggendario 13 di Brentford Road vi erano una house band (gli Skatalites la prima), autori, schiere di cantanti sempre intenti a produrre qualcosa, per sette ore al giorno, per cinque giorni alla settimana. Mentre il giardino davanti era affollato di ragazzi (a volte anche duecento, riferisce Ken Boothe) che sognavano a loro volta di diventare delle stelle. E a tutti Sir Coxsone concedeva un’audizione, mentre sua madre si preoccupava di rifocillarli. Intanto, nel negozio di dischi attaccato alla sala di registrazione (e qui è con la Stax che si può fare un parallelo piuttosto che con la Motown), la moglie serviva i clienti, aiutando a testare sul campo le ultime produzioni. Quella di Studio One è un’epopea che nessuno minimamente interessato alla musica popolare del XX secolo può permettersi di ignorare.

Parlano i numeri. Se possedete una discografia base di reggae accettabile, diciamo qualche decina di titoli, siete già consci dell’eccezionale rilevanza di quest’uomo. Ma se anche avete negli scaffali soltanto dieci dischi di reggae, soltanto cinque, soltanto tre, soltanto uno, è possibile, probabile, praticamente sicuro che sia di gente che con Clement Dodd (per inciso: uno che ha sempre retribuito equamente i suoi artisti e ha saputo crescerseli, rara figura in un ambito popolato di pirati) ha avuto in qualche momento a che fare. Il nudo elenco avrebbe occupato metà pagina e allora mi limito a qualche nome eclatante: innanzitutto Bob Marley, che da Studio One passò che era poco più che un bambino, e Delroy Wilson e Dennis Brown che invece erano proprio bambini. E poi gli Abyssinians, gli Ethiopians, i Gaylads, i Gladiators, gli Heptones, i Maytals, i Melodians, i Paragons, i Pioneers, i Wailing Souls. I grandi solisti devoti al soul: Horace Andy, Ken Boothe, Alton Ellis, John Holt, Larry Marshall, Freddie McGregor. E ancora: irregolari come Lee Perry e Prince Far I, la stella femminile per eccellenza Marcia Griffiths, i mistici Big Youth e Burning Spear, Max Romeo, Peter Tosh, dj come l’iniziatore King Stitt, Dennis Alcapone, Dillinger, Michigan & Smiley e un pioniere della dancehall quale Sugar Minott, e il maestro Frankie Paul, e…

Non avendo in casa un lettore DVD, vale a momenti la pena di procurarsene uno solo per gustarsi Studio One Story, pieno com’è di sensazionali reperti d’epoca – dall’unico filmato esistente degli Skatalites primigeni, immortalati su un carro carnascialesco nel 1965, alle immagini dei centomila rasta che nell’aprile dell’anno dopo accolsero come un profeta l’Imperatore di Etiopia Hailé Selassié – e di rivelazioni: un’emozione indicibile trovarsi davanti un ritaglio di giornale che dà conto della tragedia che stroncò la carriera, e poi la vita, del geniale trombonista Don Drummond, rinchiuso in un manicomio criminale per avere ucciso la sua compagna; o, viceversa in positivo, ascoltare dalla viva voce del chitarrista Eric “Rickenbacker” Frater come fu che un Echoplex applicato al suo strumento ebbe come risultato il reggae. E in che personaggi incredibili ci si imbatte! Da Sister Ignatius, suorina fragile e dolcissima che da oltre sessant’anni cresce musicisti presso la mitica Alpha School, a un decrepito King Stitt che rantola versi come ne dipendesse la sua vita ed è la più efficace testimonianza a favore dell’igiene dentale immaginabile.

Sprovvisti dell’hardware necessario? Vale la pena ugualmente di comprare “Studio One Story” e non solo perché in ogni caso il DVD può essere messo da parte in attesa di poterlo guardare. Lo accompagnano nella sua scatoletta di cartone un libro di 92 pagine (testo non tantissimo ma con un utile glossario e un piccolo “who’s who” in fondo e una marea di scatti dal film) e un CD. Che, se non merita l’altisonante titolo perché è singolo, supera di poco i cinquanta minuti e non copre l’infinità di stili maturati a Studio One negli anni ’60 e ’70, nondimeno regala gemme dalla presenza non sempre ovvia. Certo, ci sono archetipi dello ska come Guns Of Navarone e Man In The Street degli Skatalites e diverse canzoni che l’appassionato anche fresco di iniziazione non può non conoscere già, dalle romanticissime Dancing Mood di Delroy Wilson e I’m Still In Love With You di Alton Ellis alla Declaration Of Rights tracimante enfasi gospel degli Abyssinians. Però pure cose assai meno note, fra cui la cartoonesca Easy Snapping di Theo Beckford che per Studio One fu la prima uscita e Nanny Goat di Larry Marshall: l’atto di nascita del reggae.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.521, 18 febbraio 2003.

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