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Il Prince Jammy che si fece King

Anni cinquantanove portati più che discretamente, faccia paciosa e simpatica (nelle foto con baffetti marcata la somiglianza con Richard Pryor), pancetta esibita, Lloyd James non si fa problemi ad ammetterlo e anzi, confessandolo, scoppia in una risata: pur avendone firmato la produzione (e chi sa di reggae è conscio dell’importanza che ha il produttore in quella musica: spesso più rilevante del cantante stesso), col cavolo che si ricordava di tutte ma proprio tutte le – udite, udite – centocinquantanove canzoni che sfilano nei quattro doppi volumi di “King Jammy’s Selector’s Choice” freschi di stampa per i tipi della VP. Sovente ha dovuto rinfrescargli la memoria Johnny Wonder, vale a dire colui che, con Joel Chin, si è assunto il titanico compito di selezionare, rimasterizzare, porre in sequenza tutto questo bendiddio scegliendolo fra una messe immane di materiali, svariate centinaia di LP, forse migliaia di singoli. E questo, si badi bene, saltando a pie’ pari il periodo – la seconda metà dei ’70 – in cui Jammy era Prince e non ancora King e trafficava con il dub piuttosto che con la dancehall. Stavo per usare l’espressione “rimettere ordine” ma mi sono reso conto che, se adoperata come di solito la si usa per similari operazioni in ambito rock, sarebbe stata decisamente fuori luogo. Visti con gli occhi dello studioso di musica popolare questi otto CD (poco sotto le nove ore e mezza la durata complessiva) sono, se non un’occasione sprecata, perlomeno una possibilità che l’etichetta si è giocata male. Si sarebbe tanto per cominciare potuto radunarli in un box e l’appiglio commerciale ne sarebbe stato (Zorn insegna) incrementato esponenzialmente. Buona cosa sarebbe poi stata affiancare loro il consueto librettone, zeppo di foto e con quel paio di approfonditi saggi storico-critici a corredo. Sistemare il tutto nell’esatta sequenza cronologica. Oppure accostando l’un l’altra le varie interpretazioni degli innumerevoli nomi ricorrenti, un impressionante “who’s who” della battuta in levare degli anni ’80 e primi ’90: da Wayne Smith a Tenor Saw, da Half Pint a Shabba Ranks, da Dennis Brown a Cocoa Tea passando per Johnny Osbourne, Frankie Paul, Pinchers, Gregory Isaacs, Tiger, Sister Charmaine, Chaka Demus, Ninjaman, Sanchez… oltre a vecchi leoni e marpioni come Horace Andy e John Holt e per non citare che alcuni fra i più celebri. Anche se, intendiamoci, per gli standard giamaicani la precisione comunque esibita è più unica che rara, con le canzoni radunate a blocchi di riddim (ovverossia sono state messe in fila quelle che usano la medesima base), i crediti puntigliosamente elencati per ogni brano e qualche ulteriore notizia aggiunta. Però mancano una visione e un’interpretazione d’assieme. Però, scendendo più terra terra, non si trova a pagarla una data che sia una. Però ’sti cazzi.

Visti con gli occhi del semplice appassionato di musica popolare, ascoltati con i fianchi e le gambe almeno quanto con gli orecchi, questi otto CD sono una festa pazzesca in cui non ci si stanca mai di immergersi, roba che ti mette addosso un’allegria tale che ti sorprendi a cantare facendo le vocine più assurde come il cretino che sei, roba che ti scopri sudato senza magari avere alzato il culo dalla poltrona. È giusto quando ormai sei stremato, e pure i woofer reclamano pietà, che magari rientri per qualche attimo nei panni del posato critico e inizi a porre in relazione le informazioni sparse, che sono tante, a ricostruire vicende, a fare ragionamenti. Ce n’è eccome per lo studioso. Chi desiderasse tracciare una storia sociale della Giamaica dell’ultimo quarto di secolo non dovrebbe che tirare giù i testi di questo centinaio e mezzo di canzoni e fra un peana sessuale e un’istantanea di povertà dal ghetto, una serenata e un’invettiva politica ne avrebbe da analizzare, ne avrebbe. Fra l’altro scoprendo subito che la dottrina rasta non è affatto maggioritaria nell’isola, che gli argomenti cosiddetti “culturali” sono finiti in retroguardia. Ove il musicologo potrebbe sottilmente disquisire sullo stile più… ecologico che si ricordi, la dancehall, un ambito dove non si butta mai via nulla, dove con un’idea buona si confezionano a volte cinquanta brani, dove sono una pratica comune gli album costruiti per intero su un solo riddim. Fra l’altro scoprendo che la svolta elettronica sanzionata per il reggae nell’85 dal clamoroso successo di Under Mi Sleng Teng, canzone trovata praticamente per caso da Wayne Smith pasticciando con un pattern di batteria e una linea di basso pre-registrati in una tastierina Casio da quattro soldi, non ha assolutamente cancellato quanto c’era stato prima. Tant’è che non è raro – il contrario! – che il riciclaggio coinvolga basi che risalgono nel tempo fino all’epoca dello ska e addirittura più in giù, fino a mento e calypso.

Ma ne ho abbastanza di fare il critico. Dura mantenere l’aplomb mentre Dominic (volume 3) si lamenta di quanti gli dicono che somiglia a Boy George, negando con sdegno l’evidenza. Durissima quando (volume 4) Shabba Ranks applica la metafora biblica della cruna dell’ago non ai ricchi che non entreranno nel regno dei cieli, bensì alle ragazze che non ti faranno – ahem – entrare. Impossibile quando (traccia successiva) Admiral Bailey prende a rantolare, su una scansione irresistibilmente saltellante, “give me punaany, want punaaany… any punanny is the same”. Sapendo che la “punanny” è quella cosina che da sempre fa girare il mondo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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Fra consapevolezza e seduzione: l’era aurea di Gregory Isaacs

Ricorre oggi il sesto anniversario della non inattesa, e nondimeno lo stesso prematura, scomparsa del Cool Ruler. A uccidere un uomo già debilitato dai troppi anni di dipendenza dalla cocaina era un tumore ai polmoni.

gregory-isaacs

Sono stato offerto in sacrificio per costruire/l’inferno dell’uomo nero/nel paradiso dell’uomo bianco/ma ora che ne sono consapevole/oh Signore, è tempo che io vada/sebbene il riscatto appaia così doloroso/e lento, lento, lento” (Sacrifice)

Sarà che l’ultradecennale decadenza, indotta fra l’altro dall’abuso di cocaina che ne ha rovinato la splendida voce, ne ha sbiadito il fascino, relegandolo nell’ade di coloro che furono grandi e sono adesso ombra di se stessi; sarà che quando assurse a fama universale, nell’ultimo periodo (gli ’80) in cui era possibile tagliare tale traguardo declinando reggae, la sua immagine era quella del Cool Ruler, amante elegante e un po’ tenebroso: fatto sta che la ricomparsa nei negozi, dopo anni di assoluta irreperibilità e in una spettacolare versione estesa approntata dai benemeriti della Blood & Fire, di quello che fu il suo quarto LP (il primo concepito come tale, non come raccolta di singoli) induce a riconsiderare globalmente la figura di Gregory Isaacs. Memento non solo di un talento di primissima schiera ma del suo sapersi un tempo destreggiare fra inni di consapevolezza oltre che fra serenate irresistibilmente ammiccanti. Tant’è che in una discografia assai cospicua (svariate decine di album) ma sommamente irregolare (sono pochi, anche nei periodi buoni, quelli di livello uniformemente alto), “Mr. Isaacs” si propone come uno dei capolavori del Nostro, essendo gli altri i forse più rappresentativi e immancabili “Night Nurse” e “Red Roses For Gregory”. Il primo dell’82, l’altro dell’88. “Mr. Isaacs” è invece una faccenda datata 1977.

Aveva ventisei anni all’epoca, il nostro uomo, e già un brillante futuro alle spalle. Come è nella tradizione della musica giamaicana gli esordi erano stati precoci. Debuttava a 45 giri diciottenne, nel 1969, con una canzone che già nel titolo, Another Heartache, annunciava quella che sarebbe stata la sua specialità: il lamento amoroso che nel mentre fintamente autocommisera in realtà è strumento di conquista. Un insuccesso. E altri ce ne saranno, prima di un’ininterrotta sfilata di hit durata un quindicennio e inaugurata nel 1973 da All I Have Is Love. Il lustro a seguire è marchiato da un intreccio di collaborazioni con la crema dei produttori e dei turnisti dell’isola, da Phil Pratt a Clive Chin, da Niney The Observer a Joe Giggs, da Alvin “GG” Ranglin a Lee “Scratch” Perry. Trionfo va dietro a trionfo: Lonely Soldier, Innocent People Cry, Love Is Overdue, Sunshine For Me, Babylon Too Rough. E ancora: My Religion, Coming Home, Beautiful Africa, Mr. Cop, Black A Kill Black, Rasta Business. Semplice elenco che basta a far comprendere come al giro di boa dei ’70 l’accento si sposti, seppure momentaneamente, dal corteggiamento dell’altro sesso a quello di un ideale di giustizia. “Mr. Isaacs” sarà l’apice e la conclusione del processo.

Fondamentale per la sua riuscita l’apporto di Oswald “Ossie” Hibbert, coetaneo di Gregory e forgiatore di ritmi ciascuno dei quali ha fornito l’ossatura a innumerevoli canzoni, oltre che uno dei primi a padroneggiare la rivoluzionaria tecnica del dub. Già evidente nella stampa primeva, risalta ancora maggiormente nell’edizione Blood & Fire che aggiunge cinque brani in cui prevalgono dilatazioni di notevole capacità mesmerica. Hibbert leviga senza debilitare, allarga le maglie senza far perdere in coesione. Il contrario! Di suo Isaacs mette una scrittura ispiratissima, il gusto per l’immediatezza melodica e una voce immensamente seducente, pure quando canta di povertà e dell’orrore della discriminazione. Apre Sacrifice, denuncia pungente e insieme tripudio pop. Diresti subito insuperabile e invece no, dacché il gioco di chiamata e risposta fra organo e fiati della successiva Storm va un passo più in là. La prima cover, Story Book Children, a firma William Bell/Judy Clay, sottolinea un amore viscerale per il soul ribadito nel procedere dal classico dei Temptations Get Ready. Bellissime anche le altre due canzoni altrui, Smile dei Silvertones e Conversation di Slim Smith, capisaldi della battuta in levare propulsi, rispettivamente, da tastiere petulanti e cori femminili da levitazione. Alla prima (la seconda è una delle bonus tracks) toccava in origine l’incarico di salutare gli astanti. L’invocazione “dance! dance to the music” è l’unica concessione all’edonismo di una scaletta tutta a muso duro. Apoteosi: l’invocazione avvolta di ottoni di Set The Captives Free. Se non riuscirà a conquistarvi non c’è nulla ch’io possa aggiungere per persuadervi che è questo un disco che, se provate per il reggae un interesse appena più che occasionale, è imprescindibile.

Gli anni seguenti vedranno Gregory Isaacs cedere alla tentazione di un repertorio volto pressoché esclusivamente alla pratica del corteggiamento. Almeno quando i risultati saranno quelli dei due album dianzi citati (all’elenco si possono aggiungere tranquillamente “Lonely Lover” e “More Gregory”, primo e secondo atto della collaborazione con i Roots Radics chiusa da “Night Nurse”; e anche ilLive At The Academy Brixton”), non ci sarà di che lamentarsi. Dei suoi anni ’80 va applaudita la capacità di passare senza cesure dal suono roots che lo aveva imposto all’ipnotica dolcezza, progressivamente digitalizzata, della dancehall.

Tutti da dimenticare i ’90, segnati da dischi mediocri, schiavitù da sostanze e pure quattro arresti. Un uomo che una volta avresti detto, invece, inarrestabile.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.438, 17 aprile 2001.

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Grace in stato di grazia Jones

Grace Jones - Nightclubbing

Ma quanto era figa Grace Jones e non mi sto riferendo a una bellezza statuaria che ho sempre trovato un po’ intimidente, respingente persino. È di musica che parlo, del trittico – “Warm Leatherette”, “Nightclubbing”, “Living My Life” – pubblicato fra l’80 e l’82 dalla Island. Immortalato, con la fondamentale regia di Chris Blackwell e Alex Sadkin e il non meno cruciale apporto di una house band guidata dalla sezione ritmica per antonomasia, Sly & Robbie, in quei Compass Point di Nassau, Bahamas, da allora celeberrimi (ci ha registrato chiunque, dagli Stones a Marley, dai Talking Heads agli U2, ma è grazie a Grace Jones che sono famosi). Ecco. Dopo quel trittico qualunque modella (ogni riferimento a Carla Bruni è puramente casuale) avrebbe dovuto pensarci cento volte prima di accostarsi a un microfono: giacché lo standard che stabiliva di perfetto connubio fra coolness dell’immagine e solidità del repertorio è pressoché impossibile da eguagliare e rende impietoso ogni confronto. E della fenomenale trilogia “Nightclubbing” – ristampato in una “Deluxe Edition” esagerata, con settantasette minuti di bonus costituiti in massima parte da versioni lunghe e remix (per non parlare della versione blu-ray e di quella in vinile) – rappresentava in ogni senso il momento centrale. Il più alto.

Qui – nelle nove tracce e nei trentanove minuti del programma originale, fra i Flash And The Pan in paradiso (ché l’originale non vale un decimo della rilettura) di Walking In The Rain e la Marianne Faithfull girata white soul di I’ve Done It Again – l’esemplificazione perfetta di uno stile unico, ritmi dal reggae al funk in una cornice di algida new wave. Meglio la Nightclubbing di Grace di quella di Iggy, manco a parlarne di confrontare la sua Demolition Man con quella dei Police.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.351, maggio 2014. La signora oggi compie gli anni e no, non chiedetemi quanti.

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L’infanzia prodigiosa e la vita bruciata di Dennis Brown

Dennis Brown

Ha avuto una gran fretta di vivere Dennis Brown che ci ha lasciati, appena quarantaduenne, sul principio d’estate di due anni or sono. Causa ufficiale della morte un collasso polmonare seguito da infarto. Dovuti, si sa ufficiosamente, a un’antica passione per la cocaina poi ulteriormente degenerata in dipendenza da crack. Ha vissuto poco ma certamente con intensità: un centinaio gli album che taluni gli attribuiscono, un’ottantina quelli che lui rivendicava. Produzione senza pari in materia di reggae (il solo Lee “Scratch” Perry si avvicina a questi numeri) e con pochi rivali in qualunque altro ambito, stupefacente non solo per quantità oltretutto ma anche per qualità media. Se la battuta in levare vi intriga, potete fiduciosamente mettervi in casa qualunque disco vi capiti fra le mani con sopra il nome di colui che Bob Marley dichiarò essere il suo cantante preferito. Dal classico “No Man Is An Island”, che vedeva la luce nel 1970, a certi lavori degli anni ’90 che, lungi dal guardare con nostalgia al passato cercando di ricrearlo, azzardavano felicemente il connubio fra reggae e digitale. Avete già fatto il conto? Esatto, non vi state sbagliando né vi siete imbattuti in un errore di stampa: quello che è uno dei massimi capolavori della musica giamaicana veniva confezionato da un tredicenne che perdipiù aveva già in curriculum diversi successi a 45 giri. Racconta chi c’era che in studio dovettero farlo salire su una cassetta vuota per avvicinarlo quanto bastava al microfono.

Dennis Brown nasce a Kingston, Giamaica, il 1° febbraio del 1957. Il padre Arthur scrive testi per un popolarissimo programma radiofonico chiamato “Life In Hopeful Village” ed è dunque live, dagli studi della emittente nazionale, che la voce del ragazzino si diffonde per la prima volta nell’etere. La precoce conoscenza di quanti sull’isola lavorano nel mondo dello spettacolo avrà naturalmente il suo peso per lanciarne la carriera. L’apprendistato segue una trafila che sarebbe usuale, non fosse per la verdissima età dell’aspirante star: concerti in club nei quali da cliente non potrebbe ancora entrare, con Byron Lee, i Falcons e un maestro del soul americano come King Curtis, e poi i primi singoli. It’s A Crime è il debutto, per un produttore di gran fama quale Derrick Harriott. Dritto nei Top 10 locali, dove presto lo seguiranno Love Grows, Created By The Father e la canzone che intitolerà l’esordio a 33 giri, No Man Is An Island. Cadenze ancora più prossime al rocksteady che non al reggae vero e proprio e voce inevitabilmente adolescenziale che avvince modulando innocenza e sogni. Commozione e applausi.

Le hit si susseguono. Curano il ragazzino i produttori giamaicani più importanti. Dopo Harriott tocca a Clement “Coxsone” Dodd e dopo di lui a Lloyd Daley (il primo e unico “Matador”, con buona pace di una certa tifoseria), che contribuisce alla riuscita di tascabili meraviglie come What About The Half (pigrissima), Things In Life (fiati sornioni a contraltare di un canto struggente) e Baby Don’t Do It. Canzone chiave quest’ultima per approcciarsi al Dennis Brown che è parte fondamentale della storia del reggae: seriche corde vocali che rimandano al soul americano più raffinato (Sam Cooke in primis) su arrangiamenti tanto semplici quanto di eccezionale efficacia, concorso di chitarre sincopate, ottoni felini, organi grassi, swinganti, liturgici. Il rinnovarsi del sodalizio con Derrick Harriott ne genererà innumerevoli di creazioni siffatte, da Concentration (exotica e dubbata) a Silhouettes (che davvero sarebbe piaciuta a l’uomo di A Change Is Gonna Come), da He Can’t Spell (memorabile l’organo) a Changing Times (sublimemente malinconica). Tutte radunate in un altro LP epocale chiamato “Super Reggae & Soul Hits”. Era ormai grandicello il Nostro all’epoca della sua pubblicazione. Quindici anni, pensate.

Anno frenetico il 1973. L’attività live si intensifica, così come le collaborazioni con la crema dei produttori isolani, nomi ciascuno dei quali è una leggenda: Clive Chin, Phil Pratt, Alvin Ranglin, Eddie Wong, Herman Chin-Loy, Joe Gibbs. È quest’ultimo che griffa quella che diventerà la canzone-simbolo di Dennis Brown, Money In My Pocket. Che dopo si sente ormai maturo per prodursi da solo e addirittura per mettere in piedi un’etichetta, la D’Aguilar Sounds. Sarà tuttavia con Winston “Niney” Holness in cabina di regia che imprimerà su nastro la poppissima Westbound Train, l’ossessiva Cassandra, la travolgente per epicità I Am The Conqueror. Anno (al solito) di grazia 1974.

Lo spazio stringe e volo al ’79. È allora che una nuova versione di Money In My Pocket fa infine di Brown una popstar internazionale, mancando di poco l’ingresso nei Top 10 britannici, impresa replicata nel 1981 da Love Has Found A Way e Halfway Up Halfway Down. Prosegue pure l’attività di discografico. Per le sue D.E.B. e Yvonne’s Special incidono pesi massimi come Junior Delgado, Gregory Isaacs e i Black Uhuru. Niente sembra potere arrestare Dennis Brown. Provvederà Dennis Brown stesso. La salute vacillante per gli stravizi e la voce che piano piano se ne va non gli impediranno tuttavia, come appuntavo tre cartelle fa, di fare ottime cose almeno per tutta la prima metà dei ’90. L’ultimo grande album è “Temperature Rising”, del 1995.

La canzone che gli diede il titolo è la quarantasettesima delle quarantotto che sfilano in “Money In My Pocket”, formidabile doppia antologia appena licenziata dalla Trojan. Due ore e mezza e non si potrebbe rinunciare a un minuto. Scrivevo prima che qualunque lavoro firmato dal nostro uomo è meritevole d’attenzione. Nessuno vale però, per completezza e suggestioni, questa raccolta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.434, 20 marzo 2001.

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Studio One: là dove nacque il reggae

Clement “Sir Coxsone” Dodd

Nelle quasi due ore e tre quarti (c’è poi un’ora e un quarto di extra) del DVD fresco di pubblicazione che racconta la parabola della sua etichetta, Clement “Sir Coxsone” Dodd dimostra meno dei settant’anni inoltrati che sicuramente ha. Chioma e pizzo canuti, sorriso sempre sulle labbra, fare pacato e un inglese insolitamente comprensibile per un giamaicano (quasi inutili nel suo caso i sottotitoli, pressoché indispensabili altrove) si aggira per i luoghi della memoria nelle strade di Kingston con passo ancora energico, reso appena esitante dall’età. E per via, nei bar o più di frequente seduto in un angolo della sala di registrazione appena riaperta in patria (questo il motivo della celebrazione, non un anniversario), rievoca con un misto di orgoglio e modestia la straordinaria vicenda di un marchio discografico che ha segnato le vicende della musica isolana come nessun’altro e del pop occidentale come pochi. Fu a casa Studio One che lo ska si sviluppò e poi si fece rocksteady, che il reggae letteralmente nacque e una sua costola generò il dub, che videro la luce le canzoni che tuttora forniscono alla dancehall un’apparentemente inesauribile riserva di ritmi e melodie. “Ogni brano era un successo, sempre e subito”, ricorda qualcuno dei tanti chiamati a raccontare una storia per certi versi accostabile a quella della Motown: pure al leggendario 13 di Brentford Road vi erano una house band (gli Skatalites la prima), autori, schiere di cantanti sempre intenti a produrre qualcosa, per sette ore al giorno, per cinque giorni alla settimana. Mentre il giardino davanti era affollato di ragazzi (a volte anche duecento, riferisce Ken Boothe) che sognavano a loro volta di diventare delle stelle. E a tutti Sir Coxsone concedeva un’audizione, mentre sua madre si preoccupava di rifocillarli. Intanto, nel negozio di dischi attaccato alla sala di registrazione (e qui è con la Stax che si può fare un parallelo piuttosto che con la Motown), la moglie serviva i clienti, aiutando a testare sul campo le ultime produzioni. Quella di Studio One è un’epopea che nessuno minimamente interessato alla musica popolare del XX secolo può permettersi di ignorare.

Parlano i numeri. Se possedete una discografia base di reggae accettabile, diciamo qualche decina di titoli, siete già consci dell’eccezionale rilevanza di quest’uomo. Ma se anche avete negli scaffali soltanto dieci dischi di reggae, soltanto cinque, soltanto tre, soltanto uno, è possibile, probabile, praticamente sicuro che sia di gente che con Clement Dodd (per inciso: uno che ha sempre retribuito equamente i suoi artisti e ha saputo crescerseli, rara figura in un ambito popolato di pirati) ha avuto in qualche momento a che fare. Il nudo elenco avrebbe occupato metà pagina e allora mi limito a qualche nome eclatante: innanzitutto Bob Marley, che da Studio One passò che era poco più che un bambino, e Delroy Wilson e Dennis Brown che invece erano proprio bambini. E poi gli Abyssinians, gli Ethiopians, i Gaylads, i Gladiators, gli Heptones, i Maytals, i Melodians, i Paragons, i Pioneers, i Wailing Souls. I grandi solisti devoti al soul: Horace Andy, Ken Boothe, Alton Ellis, John Holt, Larry Marshall, Freddie McGregor. E ancora: irregolari come Lee Perry e Prince Far I, la stella femminile per eccellenza Marcia Griffiths, i mistici Big Youth e Burning Spear, Max Romeo, Peter Tosh, dj come l’iniziatore King Stitt, Dennis Alcapone, Dillinger, Michigan & Smiley e un pioniere della dancehall quale Sugar Minott, e il maestro Frankie Paul, e…

Non avendo in casa un lettore DVD, vale a momenti la pena di procurarsene uno solo per gustarsi Studio One Story, pieno com’è di sensazionali reperti d’epoca – dall’unico filmato esistente degli Skatalites primigeni, immortalati su un carro carnascialesco nel 1965, alle immagini dei centomila rasta che nell’aprile dell’anno dopo accolsero come un profeta l’Imperatore di Etiopia Hailé Selassié – e di rivelazioni: un’emozione indicibile trovarsi davanti un ritaglio di giornale che dà conto della tragedia che stroncò la carriera, e poi la vita, del geniale trombonista Don Drummond, rinchiuso in un manicomio criminale per avere ucciso la sua compagna; o, viceversa in positivo, ascoltare dalla viva voce del chitarrista Eric “Rickenbacker” Frater come fu che un Echoplex applicato al suo strumento ebbe come risultato il reggae. E in che personaggi incredibili ci si imbatte! Da Sister Ignatius, suorina fragile e dolcissima che da oltre sessant’anni cresce musicisti presso la mitica Alpha School, a un decrepito King Stitt che rantola versi come ne dipendesse la sua vita ed è la più efficace testimonianza a favore dell’igiene dentale immaginabile.

Sprovvisti dell’hardware necessario? Vale la pena ugualmente di comprare “Studio One Story” e non solo perché in ogni caso il DVD può essere messo da parte in attesa di poterlo guardare. Lo accompagnano nella sua scatoletta di cartone un libro di 92 pagine (testo non tantissimo ma con un utile glossario e un piccolo “who’s who” in fondo e una marea di scatti dal film) e un CD. Che, se non merita l’altisonante titolo perché è singolo, supera di poco i cinquanta minuti e non copre l’infinità di stili maturati a Studio One negli anni ’60 e ’70, nondimeno regala gemme dalla presenza non sempre ovvia. Certo, ci sono archetipi dello ska come Guns Of Navarone e Man In The Street degli Skatalites e diverse canzoni che l’appassionato anche fresco di iniziazione non può non conoscere già, dalle romanticissime Dancing Mood di Delroy Wilson e I’m Still In Love With You di Alton Ellis alla Declaration Of Rights tracimante enfasi gospel degli Abyssinians. Però pure cose assai meno note, fra cui la cartoonesca Easy Snapping di Theo Beckford che per Studio One fu la prima uscita e Nanny Goat di Larry Marshall: l’atto di nascita del reggae.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.521, 18 febbraio 2003.

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In spiaggia con i Paragons (The Tide Is High)

The Paragons - On The Beach With

Questione di coincidenze oltre che di talenti smisurati: la storia non solo della musica giamaicana ma del pop tutto del Novecento sarebbe stata assai diversa senza un oscuro impiegato della Treasure Isle di Duke Reid che, un bel dì del 1966, sulla strada per gli studi di registrazione si imbatteva in John Holt, Garth “Tyrone” Evans e Howard Barrett che da quegli studi di registrazione, o per meglio dire dal cortile a essi prospicente, provenivano. Abbacchiatissimi, e a quest’uomo che nemmeno possiamo ringraziare citandolo per nome spiegavano il perché: avevano appena fallito un’audizione. Avevano cantato a uno dei due principali boss dell’industria discografica isolana un brano composto da Holt e che, convinti avesse un considerevole potenziale, stavano provando da mesi e non gli erano piaciuti. Scartati. Persuasi che i loro sogni di gloria, già coltivati per anni a dispetto di carte di identità verdissime, fossero andati definitivamente delusi. “Lasciate fare a me”, li rassicurava il nostro eroe facendo invertire loro la direzione di marcia. Di ritorno alla sede della Treasure Isle li ripresentava come nulla fosse al padrone di casa spiegandogli che quei ragazzi se ne erano andati dalla Studio One dopo una disputa con Coxsone Dodd. Al nome dell’odiato rivale Duke Reid drizzava subito le orecchie. “Be’, fatemi sentire qualcosa.” Gli ricantavano Happy Go Lucky Girl. “Fantastica! Dobbiamo inciderla subito!” Da lì a qualche settimana la canzone capeggiava le classifiche di vendita locali e per i Paragons era iniziata la seconda di innumerevoli vite. Per un esaltante anno e mezzo ben riassunto dal 33 giri d’esordio, una rarità in un tempo in cui da quelle parti uscivano quasi esclusivamente singoli, sarebbero stati – altra coincidenza per loro fortunata: la momentanea eclisse dei Wailers – il gruppo più popolare del paese. “On The Beach With The Paragons” è fresco di ripubblicazione da parte della Trojan, oltretutto in una versione ultraespansa che ne quintuplica (!!!) la scaletta originale, ed è un ritorno a dir poco benvenuto, viste le cifre insensate che venivano ormai richieste non solo per le copie d’epoca ma pure per una prima ristampa in digitale, francese e datata ’98. Terza e fondamentale concomitanza favorevole: climatico-musicale. Happy Go Lucky Girl fotografava plasticamente il passaggio dallo ska al rocksteady propiziato da un’estate spaventosamente calda persino per i Caraibi, con il ritmo più piano del secondo molto più apprezzato dai ballerini di quello frenetico del primo: non si sarebbe tornati indietro e presto sarebbe stato reggae. Una benedizione per un complesso a disagio con le scansioni veloci e nato per cantare il soul.

A posteriori i Paragons potrebbero essere detti un supergruppo, essendo passati dalle loro fila tre dei più grandi interpreti “in levare” di sempre. Mai però tutti in scena nel medesimo istante. A fondarli – con un’altra ragione sociale: Binders – erano nel ’63 degli appena adolescenti Keith Anderson, Garth Evans, Junior Menz e Leroy Stamp. Semplice quanto ambizioso il programma: diventare l’equivalente giamaicano dei Drifters. Zoppicanti a dispetto dell’entusiasmo e di impasti vocali da subito raffinatissimi i primi passi e Menz e Stamp lasciavano, il primo destinato alla fama con i Techniques, il secondo a una definitiva scomparsa dalla ribalta. A prenderne il posto erano John Holt e Howard Barrett e il cambio di personale era celebrato con un cambio di nome. Sciolti da tempo, i Paragons americani erano stati uno dei complessi di punta del doo wop e quelli giamaicani si proponevano di emularli, scegliendo nondimeno per il sospirato debutto discografico il successo dei maestri Drifters Follow Me. Si è fatto il 1965. Escono alcuni altri 45 giri per Studio One e se nessuno è un vero hit vendono comunque abbastanza da conquistare al quartetto una discreta popolarità. Non basta ad Anderson, che se ne va e, ribattezzatosi Bob Andy, mieterà successi in gran copia sia come autore che come cantante, da solo o in coppia con Marcia Griffiths. Scelta decisiva quella di non rimpiazzarlo. Ridotti a trio, Holt il solista, i Paragons assumeranno infine una loro inconfondibile identità e cominciando proprio con la carezzevole (insieme malinconica e solare, romantica e sexy) Happy Go Lucky Girl. La loro seconda canzone più famosa, essendo la terza On The Beach e la prima… be’, la prima la conoscete tutti ma proprio tutti, inclusi quelli che non avevano mai sentito nominare i Paragons e di reggae hanno due dischi in croce. Nel 1980 The Tide Is High sarà il brano che renderà enormi i Blondie e Deborah Harry una superstar. Datemi retta: la loro lettura poca e smorta cosa. Holt, Evans e Barrett apprezzeranno ad ogni buon conto i sontuosi diritti d’autore e gli ultimi due più del primo, che non ne avrebbe avuto bisogno. E già: perché John Holt, che vantava una carriera in proprio di un qualche fulgore già prima di unirsi ai Paragons, li salutava all’alba dei ’70 e a raccontarne anche per sommi capi una vicenda artistica disseminata di trionfi e giunta felicemente ai giorni nostri ci vorrebbe un’altra pagina.

Qui resta spazio abbastanza per raccomandare ancora a chiunque per il reggae nutra un minimo di interesse un doppio che a “On The Beach” aggiunge, fra una messe di recuperi da introvabili singoli, quel paio di album, “Riding High With” e “Return”, realizzati (settenali gli iati fra questa e quella uscita a 33 giri) da successive incarnazioni del complesso. Non adagiati sugli stilemi primevi e assolutamente all’altezza della gloriosa sigla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.643, febbraio 2008.

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Ken Boothe: il Sam Cooke (il Marvin Gaye, il Wilson Pickett) di Giamaica

Ken Boothe - Everything I Own

Un po’ è per mancanza di spazio e no, non posso prendere in considerazione l’idea di cambiare di nuovo casa perché non basta più a contenere i dischi: non ancora. Un po’ è proprio per scelta filosofica: così come espello quanto non mi è piaciuto, e di cui presumibilmente non dovrò più fare un uso professionale, riciclo al volo pure i doppioni. Con qualche rara eccezione per ragioni affettive, se esce un’edizione ampliata o meglio suonante di un album faccio fuori quella che era in mio possesso. Vale tantopiù per le antologie le cui scalette si sovrappongono. Non tengo occupato un prezioso centimetro di scaffale per un brano o due. “Cazzomenefrega!”, dirà qualcuno. Calma, ci sto arrivando.

Qualche giorno fa mi viene recapitato un doppio CD Trojan di uno dei miei cantanti reggae preferiti, Ken Boothe. Titolo a tal punto scontato – “Everything I Own”, che è la canzone con la quale il Nostro andò al numero uno in Gran Bretagna nel 1974 – che la Trojan stessa lo aveva già utilizzato per un’altra raccolta, quella però singola. Più promettente il sottotitolo: “The Definitive Collection”. Finalmente! Constato che i titoli in scaletta sono la bellezza di cinquantatré, metto su il primo dischetto, grugnisco di soddisfazione quando il display mi segnala 79’15” (il secondo dura pochi secondi di meno), non sto più nella pelle sin dalle prime battute di un brano che non avevo – Uno, dos, tres, una produzione ska di Duke Reid del 1963 per il duo che il quindicenne (!) Boothe aveva formato l’anno prima con Wilburn “Stranger” Cole. E naturalmente vado a estrarre dalla sezione giamaicana delle mie librerie quella “The Ken Boothe Collection” (sottotitolo: “Eighteen Classic Songs”) che mi fece innamorare del soulman caraibico per antonomasia. Fra i miei dischi da isola deserta da subito e non potrò mai ringraziare abbastanza il collega e amico che, in un rovente luglio romano di una vita fa, me la allungò da Disfunzioni Musicali con un perentorio consiglio d’acquisto. Ovviamente adesso la darò via. Altrettanto ovviamente – perché i dischi da isola deserta non si rivendono: si regalano – donandola a una qualche persona cui tengo, così che il Verbo possa continuare a diffondersi. Ebbene… l’ho dovuta rimettere a posto. Perché nella collezione presunta “definitiva” a parte una No Woman No Cry gustosa ma tutto sommato prescindibile mancano gemme viceversa irrinunciabili come una suadentissima Come Softly To Me, un’irresistibilmente melliflua African Lady, una resa da urlo di Speak Softly Love (dalla colonna sonora de Il padrino). E altro ancora. Mi metto a ’sto punto a spulciare i sacri testi e viene fuori un tale elenco di assenze gravi o gravissime – buona parte dei successi del periodo ska, la produzione di Studio One al gran completo… ed è meglio che mi fermi qui – che ci si sarebbe potuto allestire un terzo compact e riempire pur’esso ai limiti della capienza. Spazientito e nondimeno godutissimo per quanto di delizioso sta in ogni caso prorompendo dalle casse, fra cui fior di cose mai sentite in digitale, spalanco il libretto e le prime parole che leggo sono queste: “Tanto per cominciare, dovremmo forse ammettere che abbiamo un tantinello risparmiato in verità nel sottotitolo di questa raccolta. È da metà anni ’60 che l’artista che omaggia fa dischi brillanti e, in tutta onestà, servirebbero ben più di due CD per contenere un’antologia che davvero possa essere detta ‘definitiva’ del grande Ken Boothe”. Ma vaffanculo, signor Tony Rounce! E vaffanculo alla Trojan, che il cofanetto avrebbe potuto allestirlo ora e invece lo farà fra due o tre anni, mungendo per l’ennesima volta gli appassionati. Quasi mi fa specie dirvi che, nell’attesa, del doppio in questione non potete comunque fare a meno. Perché – e mi tocca dare ragione di nuovo a Mr. Rounce, citando la frase con cui si congeda – “chiunque vi dica che non gli piace Ken Boothe vi sta dicendo, semplicemente, che non gli piace il reggae”. Ora sull’isola di cui sopra (tanto ci sarà più spazio che nel mio studio, no?) di dischi di questo artista immane mi toccherà portarne due.

Ci si può lamentare all’infinito di quanto manca in “Everything I Own”, ma non si sminuirà mai il tantissimo che c’è e che traccia un ritratto formidabile di colui che è stato spesso detto “il Wilson Pickett giamaicano”. Definizione che non sottoscrivo: l’ho sempre visto piuttosto (e non solo per una stupenda You Send Me, purtroppo assente) come un Sam Cooke caraibico o al limite (e non solo per una altrettanto meravigliosa Let’s Get It On, che c’è) un Marvin Gaye della battuta in levare. Con tutti i suoi limiti, “Everything I Own” ne offre sublime dimostrazione e coprendo praticamente per intero, visto che nel finale si spinge fino agli anni ’80 e ’90 (il congedo affidato al travolgente remake in chiave dancehall e in coppia con Shaggy del vecchio successo The Train Is Coming), una vicenda oramai ultraquarantennale. Che è come dire che seguendo la storia di Ken Boothe puoi ricostruire la storia della musica giamaicana, dallo ska al reggae, passando per quel rocksteady che lanciò definitivamente il nostro allora ragazzo (poco adatta alle scansioni veloci la seduzione della sua voce serica) e giungendo fino al ragamuffin, senza nemmeno negarsi qualche scampolo di dub. Sempre ben presente la lezione dei maestri americani.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.635, giugno 2007.

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