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C’mon Tigre – Scenario (Believe)

Registrato fra Bologna, New York, Chicago e Montreal e con vari ospiti stranieri (per limitarsi ai due di più alto profilo: l’ispano-americana Xenia Rubinos, il cui recente “Una rosa” è stato lodato pochi mesi fa su queste pagine, e il jazzista di confine Colin Stetson) nel lungo elenco dei crediti, il terzo album dei C’Mon Tigre ne ribadisce valore e profilo internazionale. Ne conferma, a partire dalla splendida copertina che rimanda al debutto omonimo del 2014 e al seguito datato 2019 “Racines”, la capacità di restare inconfondibili aggiustando ogni volta il tiro, aggiungendo elementi, spostando le coordinate. “La nostra ricerca è una parabola variabile che è partita dall’Africa e ha poggiato i piedi in Asia”, raccontavano lo scorso anno in un’intervista ad “Alias”, aggiungendo che “per il prossimo disco abbiamo altre mete, imprevedibili”. Dichiarazione di intenti che “Scenario” vidima.

È musica continuamente in viaggio: enorme la distanza che separa i 55” per oud e synth tremolante dell’inaugurale Deserving My Devotion dalla dance a cassa dritta del congedo Sleeping Beauties, che sarebbe spiazzante non l’avesse anticipata qualche traccia prima una fulminea incursione in area Underworld chiamata Burning Down. Eppure tutto si tiene e fluisce armoniosamente, in special modo in una prima facciata che all’electro-afrobeat di Twist Into Any Shape fa andare dietro la brasiliana e cinematografica Kids Are Electric, a una Supernatural che evoca Tricky una Automatic Control dalla orchestrazione alla Portishead. Prima facciata, ecco: per ora “Scenario” è previsto che esca solo in vinile. L’auspicio è che, come accadde con “Racines”, si provveda in seguito a renderlo disponibile pure in CD.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.441, aprile 2022.

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La dance astratta di Mira Calix (R.I.P.)

Se l’è meditato bene questo esordio sulla lunga distanza Mira Calix, al secolo Chantal Passamonte, sudafricana da tempo trapiantata in Gran Bretagna. Arrivò colà con un bel portfolio di fotografie nel 1991 e trovò subito lavoro da Gucci, salvo lasciarlo dopo sei mesi perché si annoiava e andare a fare la cameriera. Salvo poi pubblicare suoi scatti su “Esquire”. Salvo poi impiegarsi in un negozio di dischi a Soho e cominciare a fare la dj in giro per feste illegali e club sempre più prestigiosi. Salvo infine accasarsi presso la Warp, da dieci anni marchio leader nell’ambito dell’elettronica di consumo limitrofa a quella più sperimentale. Era il 1995 e da Londra Chantal si trasferiva prima a Manchester, quindi a Sheffield, la città dove la Warp ha sede. L’anno dopo, mentre l’attività come dj travalicava i confini britannici (ha messo dischi un po’ ovunque in giro per il mondo, Italia compresa), uscivano i suoi primi 12″. Roba strana anche per gli standard Warp, etichetta che dell’originalità da sempre fa una bandiera: techno scheletrica e narcolettica prossima alla musica industriale, jungle spastica e rarefatta, paesaggi ambient, sprazzi di una nuova musica da camera suonata da macchine in preda a turbamenti sentimentali. Roba buona.

Di questa roba buona troverete sedici esempi in “One On One”. Niente di ballabile: chi potrebbe danzare, per dire, quel delizioso congegno a orologeria che è Routine (The Dancing Bear)? Questa è musica da ascoltare comodamente seduti, con molta attenzione al gioco infinito di dettagli che si cela dietro disegni in apparenza semplicissimi. O sdraiati, perdendosi in sogni di dimensioni alternative.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.387, 7 marzo 2000. La Warp ha annunciato due giorni fa che Mira Calix non è più fra noi. Non aveva che cinquantun anni.

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I migliori album del 2021 (10): Parquet Courts – Sympathy For Life (Rough Trade)

Un bel casino se debutti con un album, “Light Up Gold”, che subito acquisisce una nomea di classico confermata quando a fine decennio (è del 2012) non vi erano giornale o sito che non si cimentassero nella compilazione di liste dei migliori dischi degli anni ’10. Che fare se, pronti e via, produci un capolavoro? Come scansare l’ansia da prestazione e i fucili puntati di chi pronostica che non potrai che ripeterti e in peggio? I Parquet Courts hanno scelto di mantenersi in movimento, procedendo inizialmente per piccoli aggiustamenti e quindi allontanandosi sempre più da un sound aggressivo, post-punk con tratti noise da qualche parte fra Fall, Pavement e Sonic Youth, che ha fatto scuola. Come ha osservato il chitarrista e cantante Austin Brown, “mi è capitato di ascoltare un sacco di pezzi che suonavano come nostri, ma non lo erano”. Laddove l’altro chitarrista e cantante Andrew Savage racconta di una passione sempre più spinta, e alimentata a sostanze psicotrope, per la dance. Poco da stupirsi se il settimo album in studio dei newyorkesi comincia con un brano, Walking At A Downtown Pace, che pare una outtake di “Screamadelica”.

D’altra parte già nel precedente “Wide Awake!” i Nostri avevano optato in diversi episodi per un funk che a questo giro si fa talvolta cerebrale. Ed ecco una Marathon Of Anger in scia ai Talking Heads di “Remain In Light” e una Zoom Out che evoca quelli di “Little Creatures”, una Plant Life che sono i King Crimson di “Discipline” alle prese con Fela Kuti, una Trullo che incrocia Ian Dury con le ESG. Rappresentano (felici) deviazioni il krautrock motoristico Applicatus/Apparatus, una scorticata Homo Sapien che unica potrebbe arrivare dal lontano esordio e l’onirica ballata a suggello Pulcinella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.437, dicembre 2021.

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Woman Child – I formidabili anni giovani di Neneh Cherry

A leggerlo oggi fa ridere, ma forte. Nel 1990 Neneh Cherry, in forza del suo prodigioso esordio “Raw Like Sushi”, album dal quale erano stati anche tratti tre singoli di successo, fu candidata al Grammy nella categoria “Best New Artist”. Vinsero i Milli Vanilli. Cristosanto. Ma ve li ricordate i Milli Vanilli, ne avete mai sentito parlare a dispetto di vendite che furono al tempo multimilionarie? Se sì, è solo per la figuraccia planetaria quando ammisero che nei “loro” dischi non facevano letteralmente nulla, manco ci cantavano, e a ragione di ciò il premio venne ritirato, fu la prima volta che accadeva e a oggi resta l’unica. I Milli Vanilli… la più grande barzelletta della storia dell’industria discografica ma per niente divertente, visto che qualche anno dopo uno dei componenti il duo morì appena trentaduenne, di alcol, droga e vergogna. Neneh Cherry per fortuna non soltanto è fra noi ma, dopo una lunghissima assenza dalle scene, negli anni ’10 è tornata a far musica, e che musica! Ardita e sovente geniale come nella sua fantastica giovinezza ma con un sacco di spigoli in più. Papà Don ─ che poi in realtà era il patrigno e tuttavia fu lui a crescerla e di lui assumeva il cognome, essendo venuta alla luce Neneh Marian Karlsson il 10 marzo 1964, figlia di una pittrice svedese e di un musicista della Sierra Leone che si separavano poco dopo la sua nascita ─ ne andrebbe fiero. Del resto fece in tempo ad ascoltare, apprezzare, amare almeno i primi due album della fanciulla.

Come vieni su sei figliastra di uno dei trombettisti che hanno fatto la storia del jazz? Non può essere che un’infanzia particolare, sempre circondata da musicisti, spesso in viaggio con Don e per il resto divisa fra Stoccolma e New York, studi irregolari e abbandonati a quattordici anni per trasferirsi poco dopo a Londra (ma papà ti manda sola? sì; ogni tanto però viene a trovarti e magari dà una mano in sala d’incisione, lui che ne ha frequentato mille). Lì subito si immerge in quella scena punk che sta mutando e maturando in new wave. Fonda le Cherries, per breve tempo fa parte di Slits e Nails. Si sposta a Bristol e lì si unisce ai neonati Rip Rig + Panic. Nome preso da un LP di Rahsaan Roland Kirk e costola del disciolto Pop Group, costoro in tre LP ineguali ma che suonano ancora freschi e godibilissimi incroceranno free jazz e reggae, avanguardia, soul, funk e post-punk, che era più o meno la ricetta della band di provenienza ma reinterpretata con piglio decisamente più ludico e spogliandola di ogni sovrastruttura ideologica. Palestra preziosa per Neneh, che ne diveniva presto il punto focale, a un certo punto cambiavano senza alcun motivo il nome in Float Up CP e con la nuova ragione sociale davano alle stampe un 33 giri che risultava il loro più venduto. Poi ognuno per la sua strada, ma restando amici. Era il 1985 e la ragazza una cosina in proprio già l’aveva messa in curriculum, tre anni prima, un brano contro la guerra delle Falklands, Stop The War. La strada che la porterà al primo lavoro da solista comprenderà come tappe intermedie una collaborazione con The The e, crucialmente, il sodalizio stretto con Cameron McVey aka Booga Bear (per qualche tempo partner sentimentale oltre che artistico) e il lato B di un singolo del duo Morgan-McVey prodotto nientemeno che da Stock, Aitken & Waterman. Chiamata Looking Good Diving è chiaramente una canzone troppo buona per restare relegata sul retro di un 45 giri comprato da pochi e destinato a venire dimenticato in fretta. Neneh ci torna su, per rimodellarla chiede aiuto a Tim Simenon, in arte Bomb The Bass, e quando infine ne è soddisfatta la propone alla Virgin, con cui è rimasta in contatto dopo la fine dell’avventura Rip Rig + Panic. Adesso il pezzo si intitola Buffalo Stance, viene pubblicato a fine novembre 1988 e comincia subito a scalare classifiche un po’ ovunque, fino al terzo posto in Gran Bretagna, USA, Canada e Norvegia e al primo in Olanda e Svezia, mentre in Germania e Grecia è secondo, in Belgio quarto, in Finlandia quinto, in Austria settimo e così via. Un trionfo commerciale che premia quella che artisticamente resta una pietra miliare, uno di quei rari brani capaci da soli di aggiungere qualcosa al canone della musica pop.

In curioso ritardo di quasi otto mesi rispetto all’uscita originale datata giugno 1989 la Virgin ha appena ripubblicato (via Universal) “Raw Like Sushi” in una lussuosissima edizione per il trentennale in triplo vinile e box con allegato un libro con testi, disegni, foto, un’intervista, il tutto rimasterizzato comme il faut (sto facendo girare la stampa italiana d’epoca e, per quanto sottile, la differenza si coglie in un suono insieme più arioso e dinamico, con una gamma bassa dall’impatto più deciso e una alta appena arrotondata). Il secondo 33 giri è occupato quasi interamente da remix (fra gli altri due di Arthur Baker e uno di Kevin Sanderson) di Buffalo Stance, il terzo da versioni alternative di vari altri brani, senza però nemmeno un inedito. Raccontata così pare un’operazione “only for fans”, ma è possibile acquistare a parte il solo LP originale. Nondimeno l’oggetto è talmente bello che la differenza fra i 55 euro circa che costa portarsi a casa il triplo (prezzo relativamente economico) e i 25 (un po’ caro) richiesti per il singolo è sufficientemente modesta da mettere in difficoltà l’acquirente. Decida il lettore, che a suo tempo consumò il disco o viceversa non se l’è mai messo negli scaffali, magari ritenendolo “leggero” quando è invece opera di clamorosa consistenza e rilevanza. I tre singoli – l’esplosivo incrocio fra pop, soul e funk aromatizzato hip hop di Buffalo Stance, la romantica Man Child, la latineggiante Kisses On The Wind – aprono una prima facciata completata da una Inna City Mamma impossibilmente esultante, eppure intrisa anche di jazz, e dalla post-electro di The Next Generation. Vale uno zero virgola qualcosa di meno una seconda inaugurata da una Love Ghetto che insieme prefigura e umilia tanto modern R&B a venire e che, con in mezzo la sbarazzina Phoney Ladies, sciorina principalmente rap da Old Skool, ma mai pedissequo, per certi versi anzi in anticipo su un trip-hop che era dietro l’angolo. “Raw Like Sushi” ha trent’anni (e qualche mese) ma non è invecchiato di un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020. Neneh Cherry compie oggi cinquantasette anni.

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I miei due centesimi su “Homework”, all’epoca dell’uscita e con il senno del poi

Nell’impaziente attesa che i Chemical Brothers ci regalino infine un secondo album, nulla di meglio se si è in cerca di qualcosa di simile, vale a dire techno di classe stellare interpretata e vissuta con piglio rock, che porre mano al debutto sulla lunga distanza dei Daft Punk, giovanissimo duo parigino che prima ancora di essere profeta in patria ha mietuto consensi, e di pubblico e di critica, oltre Manica. Dell’ecclettismo e delle radici di Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo fanno fede il fatto che esordirono per l’etichetta degli Stereolab, la Duophonic, e che le influenze che dichiarano sono fra le più varie che mai si siano viste: gli Chic ma anche i 13th Floor Elevators, Prince e Marc Bolan, Sun Ra e i Can, gli Spacemen 3, Bob Marley, Isaac Hayes e Jimi Hendrix, e cento altri nomi che lo spazio a nostra disposizione non basterebbe a mettere in fila.

Non aspettatevi tuttavia da loro un guazzabuglio, sebbene geniale. Nella musica dei Daft Punk tali numi tutelari sono presenti più in spirito che nei suoni. È un sound variegato ma nel contempo compatto quello del duo, peculiare e irruento, in battuta costantemente alta, talvolta frenetica. Dei sedici episodi che compongono “Homework” diversi hanno la statura dei classici: il James Brown cibernetico di Da Funk, gli Chic incrociati con i Kraftwerk di Around The World, l’assalto ai limiti dell’industriale di Rollin’ And Scratchin’ e i Public Enemy virati house di Revolution 909 varrebbero da soli, non fosse il resto dello spettacolo di livello uniformemente alto, il prezzo del biglietto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.168, marzo 1997.

Chissà se il giornalista del “Melody Maker” che, stroncando l’unico brano pubblicato dai Darlin come “daft punk”, vale a dire punk sciocco, ispirò ai due ragazzi parigini il cambio di ragione sociale ha mai pensato di chiedere i diritti sul nome. Potrebbero ancora avere abbastanza sense of humour, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, da concederglieli e sarebbero bei soldi. Quel che è certo è che l’avventura Darlin, una sigla omaggiante i Beach Boys, finiva lì, con la partecipazione a un doppio singolo su Duophonic, l’etichetta degli Stereolab. Dall’indie rock il duo, entusiasta per la scoperta, in quegli stessi primi ’90, di house e techno, passava armi e bagagli all’elettronica “di consumo”. Non avrebbe per questo rinnegato, facendosi all’inizio guidare da uno spiritello birbone bello settantasettino, passioni giovanili fra le quali già se ne annoveravano alcune scandalose per l’ortodossia rock: non solo Brian Wilson e soci, Led Zeppelin, Who (vedi libretto del CD in questione) ma anche Kiss e Chic (idem).

Anticipato da alcuni 12” spettacolari (The New Wave e Musique, retro di Da Funk, purtroppo non ripresi e dunque da recuperare fra usato e raccolte), “Homework” deflagra con effetti ben al di là del bacino d’utenza cui si rivolge conquistando, nonostante il sostanziale minimalismo della proposta, ampi consensi pure fra un pubblico che di solito frequenta poco questi suoni. Sarà che è facile cogliere, fra un rotolare di basso funk e un ammiccamento al superomismo (Marvel, non Nietzsche), la discendenza in linea diretta dai Kraftwerk. Sarà che anche dai momenti di più massiccio martellamento traspare una spiccata sensibilità pop. Sarà che ispira alcuni video veramente memorabili. Fatto è che in un attimo i due sono ovunque e non c’è da stupirsi che paghino in seguito dazio passando quattro anni a sudare su un seguito più orientato alla canzone e decisamente meno convincente di questo Asimov che, viaggiando su una autobahn alle volta delle luci di una Parigi gibsoniana, si trasforma in un cibernetico George Clinton: batti batti le manine robottino del papà.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

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The Orb – Abolition Of The Royal Familia (Cooking Vinyl)

Diciamo che la concisione non è mai stata una caratteristica degli Orb, sin da quando nell’ottobre 1989 esordivano con un singolo dal titolo chilometrico, A Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules From The Centre Of The Ultraworld, quanto la durata, oltre diciannove minuti, cui sette mesi dopo davano seguito con il debutto in… ahem… lungo “Adventures Beyond The Ultraworld”, 109’41” e per contenerlo ci volevano due CD. Facevano scalpore ma a fare il botto era nell’estate ’92 “U.F.Orb”, “appena” settantaquattro minuti, subito acclamato come un classico (giustamente: lo è) e dritto al numero uno delle classifiche UK. Diciamo che la concisione per la creatura di Alex Paterson – nel cui vasto repertorio non mancano i brani da tre, quattro o cinque minuti ma spesso usati, oltre che per dare respiro, con funzione di raccordo o per agevolare un cambio di stile, passo o atmosfera – sarebbe controproducente, perché è questa musica che ha bisogno per rendere di un respiro ampio. Diciamo però che, alle spalle l’era in ogni senso aurea degli anni ’90, anche la mancanza di concisione l’ha danneggiata, perché per reggere certe durate l’ispirazione deve volare alta, se no si cade e ci si fa male e – peggio – si annoia. Talvolta gli Orb hanno rischiato di ridursi a macchietta, ma qui no.

Congiura di opposti per la quale si dovette inventare un’etichetta che è un ossimoro, ambient-house, il loro diciassettesimo album è forse il più solido e intrigante del secolo seminuovo, 77’45” con agli estremi una Daze fra soul e Ibiza e le fughe per tangenti Tangerine Dream di Slave Till U Die No Matter What U Buy. In mezzo, l’intero catalogo di suggestioni della casa: dalla techno al dub, da scorci floydiani a momenti in cui fanno capolino lì Jon Hassel, là David Sylvian.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 418, marzo 2020.

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Il capolavoro dimenticato di Andrew Weatherall

Negli innumerevoli omaggi apparsi ieri all’uomo che più di ogni altro contribuì a mettere in comunicazione rock ed elettronica da dancefloor, in una stagione felicemente, estaticamente irripetibile, tutti si sono naturalmente diffusi su “Screamadelica” e sul ruolo che ebbe Andrew Weatherhall (venuto a mancare davvero troppo presto) nel suo concepimento. In pochissimi hanno viceversa anche solo citato un altro grande classico griffato dal nostro uomo. Talmente negletto da non essere mai stato ristampato da quando vide la luce, la bellezza di ventisei anni fa.

Sabres Of Paradise – Haunted Dancehall (Warp, 1994)

Uomo di fatica e tecnico al seguito dei Clash a sì e no vent’anni (e già solo per questo andrebbe invidiato e idolatrato), Andrew Weatherall incrocia nel 1989 il percorso di un altro gruppo importante, i Primal Scream. È rimasto nel frattempo folgorato dalla acid house e così Bobby Gillespie e soci. L’incontro frutta prima il remix di Loaded e quindi, nel 1991, l’epocale “Screamadelica”, nettamente l’esito più succoso della copula fra rock e dance. Poco dopo Weatherall si inventa una sua carriera discografica non solo come produttore e remiscelatore dando vita, con Jagz Kooner e Gary Burns, ai Sabres Of Paradise, titolari di due album più una raccolta prima che il leader cambi ragione sociale e collaboratori avviando la saga Two Lone Swordsmen. “Haunted Dancehall” è il secondo: un viaggio notturno nelle viscere di Londra dagli umori affatto diversi (stacco che si nota soprattutto nella preziosa edizione vinilica che lo divide in quattro facciate) fra una prima metà smargiassa e ludica (favolosi l’elettro-jazz di Duke Of Earlsfield, una Wilmot fra Arabia e golfo di Napoli e una Tow Truck fra surf e dub e parecchio clashiana) e una seconda via via sempre più cupa e rarefatta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

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Quei primi Orb antichi, futuribili, irripetibili

È nei negozi da poco più di un mese il nuovo album degli Orb, il loro quindicesimo. Gradevole e inutile, come gli altri dodici andati dietro a quei primi due che restano viceversa imprescindibili: ancora più del debutto “Adventures Beyond The Ultraworld”, datato 1991, il successivo di un anno “U.F.Orb”.

Lo so: come emozione è da poco e a lungo andare roba da cane di Pavlov e nondimeno dacché ascoltai per la prima volta quest’album, allora appena uscito ed era il marzo ’92, a 1’48” della title track la mia reazione è sempre la stessa. Tensione e rilascio e tensione ma adesso gioiosa, sollievo ed esaltazione quando, dopo oltre cento secondi di svagate macchinazioni ambient con tanto di elicottero che fa molto “The Wall”, la batteria scatta dritta ed elastica e una versione freakadelica della house prende il centro del proscenio. È uno di quei piccoli momenti perfetti che il pop ogni tanto regala. È uno di quei momenti in cui ti chiedi: ma se era una cosa così ovvia da fare, perché nessuno l’ha fatta prima? E siccome la perfezione è per definizione imperfettibile da qui in poi gli Orb, in breve ridotti ad alias del solo Alex Paterson, non potranno che scendere e scenderanno parecchio. Il che nulla toglie all’ininterrotta gloria di tre anni invariabilmente formidabili dopo l’esordio non ancora a fuoco del Kiss EP.

Una rivelazione il singolo A Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules From The Centre Of The Ultraworld (lungo quanto il titolo: ventidue minuti) che campionava l’oceano e Minnie Riperton (chi più immenso?). Una superba conferma l’album “Adventures Beyond The Ultraworld”, che in Little Fluffy Clouds metteva assieme Steve Reich e Richie Lee Jones e che razza di incontro era. Maturo il capolavoro, arrivava da pronostico con “U.F.Orb”, un mammuttone di settantaquattro minuti e due secondi che questa “Deluxe Edition” fa ulteriormente obeso con un secondo CD di remix suggellato da Assassin, un singolo escluso in origine dall’album. Mettiamola così: i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” prodotti da Lee “Scratch” Perry; Mike Oldfield che come un Gregor Samsa alla rovescia si sveglia una mattina e scopre di essere diventato Sun Ra; i Gong (a proposito: eccolo lì Steve Hillage) che calano ecstasy invece di LSD; i Tangerine Dream trapiantati a Detroit dopo essere passati da Ibiza. La forza di “U.F.Orb” è che finiva di smantellare quel muro divisorio fra rock ed elettronica ritmica tirato giù qualche mese prima da “Screamadelica”. La forza di “U.F.Orb” era che redimeva robe che avremmo detto irredimibili, cavando diamanti dalle pattumiere della storia. O almeno facendoci ipotizzare per un attimo che lo fossero, diamanti. Nasceva insieme antico e futuribile, pareva di un altro mondo ma piaceva assai agli abitanti di questo, tanto da andare al numero uno delle classifiche britanniche. È invecchiato bene, cioè per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.640, novembre 2007.

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Un hobby chiamato Tom Tom Club

Il diavolo fa le pentole e a volte i coperchi. Era in ogni caso un ben simpatico diavoletto quello che si metteva di mezzo quando, reduci dalle registrazioni di “Remain In Light”, una delle pietre miliari della musica del Novecento, Chris Frantz e la moglie Tina Weymouth, batteria e basso dei Talking Heads, decidevano di crearsi un hobby e chiamarlo Tom Tom Club. Un po’ per rilassarsi dopo avere tanto penato su un disco così complesso, un po’ per dare sfogo a una creatività frustrata dalla diarchia Byrne/Eno. Un po’ anche avendo una grande, metaforica voglia di un sole assente, per quanto funk ci sia e il titolo richiami alla luce, nel capolavoro suddetto. Si procedeva, sotto il sole vero delle Bahamas, presso quei Compass Point già frequentati con il gruppo principale e avvalendosi delle collaborazioni di due sorelle di Tina, del chitarrista Adrian Belew e del percussionista Steven Stanley. Erano canzoncine quelle cui si poneva mano, molto caraibiche e per il resto influenzate da un hip hop che al tempo si pensava non sarebbe stato che una moda e che il primo singolo, Wordy Rappinghood, omaggiava. Sorpresa! Numero 7 in Gran Bretagna e primo in altri diciassette paesi, ove negli USA era solo la dabbenaggine di una casa discografica che, non credendoci, non lo stampava a precludergli le classifiche. Andrà meglio con Genius Of Love e con la cover dei Drifters Under The Boardwalk. I Tom Tom Club vendevano insomma più dei Talking Heads, figurarsi. Trentacinque anni dopo e anche al di là delle hit, il loro primo album è lungi dall’essersi sgasato come accade spesso a certe frizzanti musichette estive e come è successo con il successivo (1983) e assai meno estroso “Close To The Bone”.

Prima riedizione di sempre in LP (per la cronaca: di un bel verde traslucido) questa stampa Real Gone non rende un buon servizio all’appassionato rispettando filologicamente la scaletta del vinile d’epoca, quando meglio sarebbe stato ricalcare quella di una cassetta che alla conclusiva Booming And Zooming sostituiva Under The Boardwalk (e metterla come bonus?). Paiono inoltre troppi i trentadue euro richiesti per un disco che ai mercatini dell’usato facilmente si trova a cinque, massimo dieci.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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I migliori album del 2017 (1): LCD Soundsystem – American Dream (DFA/Columbia)

Un sicuro maestro di James Murphy e anzi fra i tanti il principale, ossia David Bowie, il ritiro dalle scene lo annunciava già nel 1973, esattamente trent’anni prima di avviare l’ultima campagna concertistica. Preveggentemente mi consentivo allora un po’ di sano scetticismo, recensendo nel 2010 “This Is Happening”, di fronte al perentorio annuncio con cui si concludeva il comunicato stampa che ne precedeva l’uscita: sarà l’ultimo disco a nome LCD Soundsystem. Mah… Cose che si dicono quando si compiono quarant’anni e la consapevolezza di essere nel mezzo del cammino di una vita spinge a strappi, o come minimo a decisioni simboliche. L’uomo che dal 2002 si cela dietro la riverita sigla i suoi primi quarant’anni li festeggiava tre mesi prima della pubblicazione di quello che per il gruppo era il terzo lavoro in studio e trascorreva molta parte dei successivi undici promuovendolo. Avevamo lasciato gli LCD Soundsystem il 2 aprile 2011, mentre dal palco del newyorkese Madison Square Garden salutavano la folla lì convenuta per il concerto di addio alle scene documentato nel 2012 nel film Shut Up And Play The Hits e nel 2014 nell’addirittura quintuplo (solo in vinile!) “The Long Goodbye”. Non così “long”, se a inizio settembre 2017 abbiamo ritrovato Murphy e soci (gli stessi di sempre; se per tanti aspetti il contesto è quello di una one-man band va rilevato che sotto il profilo compositivo offrono contributi rilevanti) in vetta alle classifiche USA con un album nuovo. Performance apparentemente incredibile per un progetto sulla carta ritagliato per essere per pochi: un gruppo che (parole del leader) “scrive musica il cui argomento è lo scrivere musica” e che fin dal singolo d’esordio del 2002, Losing My Edge, ha fatto della citazione non la pietra d’angolo del suo canone bensì il canone stesso. Decenni di rock, di elettronica, di dance music masticati, digeriti e risputati fuori. Perfetto per critici e intenditori ma… per le masse? Ed è qui che entra in gioco la capacità di scrivere canzoni in grado di andare oltre il pastiche stilistico, subito memorabili per quanto si prestino poi a letture molteplici.

Tutto quanto si ascolta nei 68’38” di “American Dream” è già ascoltato e nondimeno non ci si stanca mai di riascoltarlo. Si tratti di variazioni sul tema tanto sapienti da ricadere nella categoria di grandezza degli originali: i Suicide romantici di Oh Baby; i Joy Division di I Used To; David Bowie che aggiunge con Black Screen un PS a “Blackstar” (che proprio James Murphy avrebbe dovuto produrre; ma rinunciava, limitandosi a un cameo da percussionista). O di incroci fra mashup e inaudito: i Talking Heads alle prese con Secret Life Of Arabia in Other Voices e di nuovo con Fripp alla chitarra in Change Your Mind; gli Psychedelic Furs in collisione con i P.I.L. di Call The Police; i Kraftwerk che si fanno ispirare dal doo wop della traccia omonima. Un lavoro colossale. Un classico istantaneo come fu a suo tempo il debutto “LCD Soundsystem”.

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