Archivi del mese: marzo 2014

Audio Review n.350

Audio Review 350

È in edicola il numero 350 di “Audio Review”. Include mie recensioni degli ultimi album  di Bardo Pond, Tom Brosseau, Rosanne Cash, Excitements, Luscious Jackson, Marissa Nadler, Sepiatone, Silver Mt.Zion Memorial Orchestra, Sleepy Sun, Spain, Bruce Springsteen e Xiu Xiu e di recenti ristampe di Del Amitri, Hapshash And The Coloured Coat, Manu Chao e Neil Young. Nella rubrica del vinile ho scritto di Paul Simon e Bob Dylan.

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Emozioni da poco (23): XTC

I Beatles della new wave. Sfortunatamente per loro, all’insaputa delle masse.

Cheap Thrills 5

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Blow Up n.191

Blow Up

È in edicola il numero 191 di “Blow Up”.  Il mio principale contributo è stato la curatela (in collaborazione con Roberto Calabrò, Roberto Municchi, Fabio Polvani, Federico Savini e Marco Sideri) della rubrica 20 Essentials dedicata al grunge. Ho inoltre firmato recensioni e/o segnalazioni degli ultimi album di  Peter Buck, Baseball Project, Benmont Tench, Drive-By Truckers  e Blood Red Shoes e di recenti ristampe di Bob Mould, Dick Dale, Guitar Slim, Johnny Kidd & The Pirates, Michael Bloomfield e Shadows.

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Suzanne Vega – Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles (Amanuensis Productions)

Suzanne Vega - Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles

Non hanno certo avuto a patire crisi di astinenza, ultimamente, i cultori di più stretta osservanza di Suzanne Vega: i ben quattro volumi pubblicati a cavallo fra il 2010 e il 2012 della collana “Close-Up” (rivisitazioni in chiave rigorosamente acustica di una parte cospicua del non foltissimo catalogo precedente) dovrebbero avere provveduto a saziarne ogni voglia. Per il resto del mondo “Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles” è l’album che infine interrompe un lungo silenzio, essendo trascorsi sette anni dacché questa artista quintessenzialmente newyorkese in tutto fuorché nei natali dava alle stampe una collezione di canzoni inedite. Non converrà però lamentarsene: magari ce ne fosse di più di gente così, che apre bocca solo quando sente di avere qualcosa di importante da dire. Magari ce ne fosse di più di gente che applica a sé un sì rigoroso controllo di qualità: uscirebbe un ventesimo dei dischi che escono – forse! – e vivremmo tutti meglio. “Tales From…” è appena l’ottavo lavoro in studio di Suzanne in qualcosa come ventinove anni. Dei sette precedenti non ne butti uno. Poteva deludere uno tanto atteso?

Per essere una che si muove nel solco di una ben precisa tradizione di cantautorato non soltanto tipicamente newyorkese ma tipicamente del Village, be’, non si può certo dire che alla signora sia mai difettata la varietà d’accenti. Sin dal formidabile uno-due – l’omonimo debutto dell’85, “Solitude Standing” dell’87 – che ne lanciava la carriera (spalancando nel contempo le porte dell’industria a tante altre ragazze di talento, da Tracy Chapman a Michelle Shocked) mai un suo album si è limitato a ricalcare il predecessore, ciascuno ha offerto almeno un piccolo scarto, un cambio di passo o di atmosfere. A maggior ragione lo si attendeva da quello che più si è fatto desiderare e che è il primo a raggiungere i negozi dopo che la serie di cui sopra ha apposto, in un racconto trentennale, un ideale “punto e a capo”. Ebbene: “Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles” stupisce scegliendo di non stupire, offrendo un repertorio di Suzanne Vega in qualche modo ciascuna già sentita. Una delusione, allora? Assolutamente no. Conquista egualmente da subito e più lo frequenti più ti incanta. In forza di una penna ispiratissima, di arrangiamenti di rara efficacia, di una voce che avvince come non mai, limpidezza che a oggi lo scorrere del tempo (non lo diresti dalle foto, ma il cinquantacinquesimo compleanno incombe) non ha minimamente offuscato. Giova anche la maneggevolezza dell’assieme: dieci canzoni, trentasei minuti e quaranta secondi. Molte candidabili a future antologie, da un’iniziale Crack In The Wall ricamata su scansione marziale di dolcezze ineffabili e accensioni quietamente stordenti alla ballata Horizon (There Is A Road), che suggella illuminandosi d’immenso quando avanza al proscenio la tromba di Alison Balsom. Amo in particolare il riffeggiare di I Never Wear White, il folkeggiare di Portrait Of The Knight Of Wands, il funkeggiare pigro di Laying On Hands. Più di tutto, una Don’t Uncork What You Can’t Contain che nel suo arabeggiare rimanda ai Page & Plant di “No Quarter”. Nel mentre campiona 5o Cent!

 

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Beck – Morning Phase (Capitol)

Beck - Morning Phase

Lunga, lunghissima al di là dei ventun’anni trascorsi la strada che da un singolo d’esordio memorabile sin dal titolo – MTV Makes Me Want To Smoke Crack – ha portato l’oggi quarantatreenne Beck Hansen a questo che è il suo dodicesimo album “vero”. Il più atteso in ogni senso, giacché quello prima (non contando naturalmente “Song Reader”: bizzarramente, provocatoriamente pubblicato solo in forma di spartiti) è una faccenda dell’ormai lontano 2008. Oltretutto (ma che resti fra me e voi): non è che “Modern Guilt” fosse proprio uno splendore di disco. Come del resto non lo erano stati “The Information” nel 2006 e “Guero” l’anno prima. Per quanto, sia chiaro, anche un Beck di non particolare brillantezza fa sempre e comunque mangiare la polvere a un buon 90%, o 99, della mostruosamente sovrabbondante produzione odierna. Attesissimo, “Morning Phase”, e al suo apparire subitaneo lo scrosciare di applausi. Nel coro plaudente giusto qualche timido distinguo. Dopo un mese che lo ascolto e lo riascolto mi schiero con quelli che qualche perplessità ce l’hanno. Ciò premesso: in ogni caso la sua cosa migliore dal 2002. Usciva allora “Sea Change” e fu l’ultima occasione in cui un autore che fino a quel punto del continuo détournement aveva fatto la caratteristica principe della sua cifra artistica riuscì a sorprendere sul serio. Era il suo “Blood On The Tracks”, racconto a cuore aperto della fine di un rapporto sentimentale, e dall’ironia post-moderna cui ci si era abituati si passava con un triplo salto mortale a un cantautorato confidenziale di taglio decisamente più classico. Opera dai toni sobri e dalle emozioni grandi. Per la prima volta il nostro uomo parlava al sentimento più che all’intelletto, lasciandoci disarmati.

Dodici anni dopo, “Morning Phase” è sorta di seconda puntata e ha un bel provare a negarlo (dopo averne ammesso esplicitamente l’evidenza, addirittura nel comunicato stampa) l’autore. Molti dei musicisti presenti in quello tornano in questo, analoghi paiono colori e atmosfere e ascoltare Morning, il brano che dopo la solenne intro orchestrale di Cycle apre effettivamente il lavoro, e tornare con la memoria a quello che fungeva da incipit a “Sea Change”, The Golden Age, è un tutt’uno. E dunque perché questa sottile insoddisfazione? Questo senso come di disagio che più la frequentazione si prolunga e più monta. È che passaggio dopo passaggio pare sempre maggiormente l’album “della maturità” di Beck, quello di una pacificazione che si adagia in (pur dorata) routine. È che un tempo le regole si sovvertivano, grammatica e vocabolario si mischiavano e oggi le si ossequia. Nella sua media età l’artista pare arrendersi alla medietà e opta per la calligrafia elegante, per una malinconia compiaciuta e artefatta ove “Sea Change” vibrava di vita vera. Quello che ci restano sono raffinati esercizi di estetica: il Nick Drake di “Bryter Layter” che incrocia i Crosby, Stills & Nash primevi di Heart Is A Drum (laddove il Neil Young di “Harvest” fa capolino in Country Down), il post-bluegrass di Say Goodbye, i Fleet Foxes con vista sul Laurel Canyon di Blue Moon, la potenziale Björk che corteggia i Radiohead di Wave, una Turn Away in cui uno dei Wilson (più Dennis che Brian) prova a riscrivere Simon & Garfunkel. Da quasi chiunque altro sarebbe tanta roba. Non da Beck, ma converrà forse rassegnarsi e, accontentandosi, rimediare ancora qualche gioia spicciola.

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Riciclando il blues (e non solo): l’esploratore Taj Mahal

Taj Mahal - Recycling The Blues & Other Related Stuff

Sessantacinque anni compiuti da poco, Henry Saint Clair Fredericks, in arte Taj Mahal, continua a essere mosso dalla curiosità che diciassettenne lo indusse, in un’epoca in cui l’interesse per le musiche etniche era roba da ricercatori universitari, a immergersi nello studio delle radici della cultura afroamericana. E, già padrone della chitarra nonostante ne avesse imbracciata una appena due anni prima, a cominciare a misurarsi con qualunque strumento a corda gli capitasse fra le mani. All’altezza del 1964 era una piccola star – unico nero – della scena folk di Boston e da lì a breve, trasferitosi in California, avrebbe stretto con Ry Cooder uno storico sodalizio chiamato Rising Sons. Ozioso ma intrigante esercizio interrogarsi su cosa avrebbero potuto combinare assieme se le loro strade non si fossero separate nel ’67. Resta la constatazione di quanto per molti versi i percorsi si siano somigliati e più che mai da un tre lustri in qua, con Cooder impegnato in proficue gite prima nel Mali e poi a Cuba e dal canto suo il nostro uomo intento a mischiare il sempiterno blues con il calypso come con il raga, con la tradizione malindi e con la musica hawaiiana. Due anni fa un soggiorno a Zanzibar fruttava lo strepitoso “Mkutano” ed erano in molti a segnalarlo come la sua cosa migliore – eccettuata la collaborazione con Toumani Diabaté di “Kulanjan”, AD 1999 – dalla lontanissima trilogia che ne battezzò la carriera discografica fra il ’68 e il ’70. Al limite da “Recycling The Blues & Other Related Stuff”, del 1972, importante in prospettiva per il suo mettere un punto a capo. Nel 1974 “Mo’ Roots” – altro gran bell’album e insomma del Nostro tocca averne sei o sette – si confronterà con cajun e reggae.

Il mio consiglio, nel malaugurato caso Taj Mahal non sia rappresentato nella vostra collezione, è di procedere in ordine d’uscita. Per primo l’omonimo debutto, copertina facile a ricordarsi, con il nostro omone assiso, chitarra in braccio, dinnanzi a una casa colonica, e in scaletta tre brani di Sleepy John Estes e uno a testa di Blind Willie McTell e Robert Johnson: lavoro nel solco di una tradizione ma non per questo museale, freschissimo anzi nelle interpretazioni. Per secondo “The Natch’l Blues”, ove Memphis incontra Chicago, i suoni si raddensano, i volumi si alzano. Toccherà quindi (ma se, sbagliando, voleste averne uno solo è quello da catturare) al monumentale “Giant Step/De Ole Folks At Home”. In origine un doppio e più che altro due distinti album raccolti in un’unica confezione: il primo elettrico, una passeggiata di pigra eleganza in un repertorio diviso fra composizioni autografe e cover che spaziano da Carole King a Leadbelly, da Buffy St. Marie a The Band; piacevolissimo e tuttavia il capolavoro è il secondo disco, acustico e registrato in solitudine, con giusto una chitarra o un banjo ad accompagnare una voce che talvolta fa del tutto da sola. Piaciuto? Non potete allora fare a meno di “Recycling The Blues & Other Related Stuff”.

Disponibile in vinile in un’impeccabile stampa Pure Pleasure, pur’esso nettamente diviso in due metà ma stavolta le facciate sono soltanto due. La prima proviene da un concerto al Winterland di San Francisco e impressiona come il nostro eroe domini il palco. A permanere nel ricordo è però il lato inciso in studio, ove ciascun brano è una gemma, le due collaborazioni con le Pointer Sisters di Sweet Home Chicago (girata in gospel) e Texas Woman Blues incastonate fra l’umoristico caracollare con tanto di tuba di Cakewalk Into Town e una Gitano Negra profumata di flamenco. Potrà sembrare, al di là di ogni giudizio artistico, che registrazioni siffatte dicano in definitiva poco sotto il profilo tecnico all’audiofilo. Invece no. Il calore e la naturalezza delle voci sono fuori dal comune, le corde rintoccano in maniera tale che ti pare che ad allungare le mani potresti toccare il legno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.281, luglio/agosto 2007.

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Emozioni da poco (22): Public Image Ltd

La sorprendente vita post-Pistols di Johnny Lydon fu Rotten.  Il post-punk che già si immaginava post-rock in un’irripetibile stagione all’inferno.

Cheap Thrills 4

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