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Wop bop a loo bop a lop bam boom! E sono ottantaquattro per Little Richard

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Che il Diavolo faccia le pentole, si sa. Che ai coperchi provveda talvolta il Dirimpettaio è evenienza rara, ma si danno dei casi in cui è accaduto e mai tanto clamorosamente come con l’uomo nato Richard Wayne Penniman e infinitamente meglio noto come Little Richard. La storia è uno degli episodi cardine dell’aneddotica del rock primigenio ma tant’è, c’è sempre qualcuno da istruire o cui rinfrescare la memoria e allora rieccola, in brevissimo. Nel 1957, nel pieno di un tour australiano e all’apice del successo (tredici le hit consecutive nella classifica R&B di “Billboard”, undici delle quali replicate in quella pop), l’uomo che in quel momento contende a Elvis il titolo di re del rock’n’roll è colto da crisi mistica e si ritira in Alabama, per dedicarsi a studi biblici. Immaginarsi le lodi a Domine Iddio dei suoi discografici che, speranzosi che non sia che una delle tante mattane del performer più colorato, irriverente e sessualmente ambiguo (ehm… si fa per dire) che mai abbia calcato palcoscenico, per un paio di anni si arrabattano svuotando i cassetti e ricavandone ancora quei quattro o cinque successi nemmeno tanto minori, per poi inevitabilmente arrendersi. Messo assieme in questo modo e pubblicato nel marzo 1959, “The Fabulous” risulta a quel punto il terzo LP in studio dell’artista di Macon e, antologie e live esclusi, resterà l’ultimo di musica secolare fin quasi alla fine del decennio successivo. È un disco gradevole ma inevitabilmente un po’ raffazzonato, cui non giovano i cori femminili aggiunti a posteriori e nei cui solchi l’esplosivo rock’n’roll che ha già consegnato il Nostro agli annali della popular music si prende a tratti qualche pausa. Non si tratta di mera curiosità per completisti, ma insomma…

Sorpresa! A fare consigliare l’acquisto di questo CD griffato Hoodoo e distribuito Egea è il secondo dei due lavori che contiene, un “It’s Real” datato 1961 e talmente misconosciuto da venire ignorato da diverse discografie e dalla pur chilometrica scheda che Wikipedia dedica all’autore. Incredibile a dirsi e tanto di più considerando che ad accompagnare il titolare nei suoi dodici brani sono Quincy Jones e la sua orchestra, niente di meno. Premesso che non è ovviamente questo virato gospel il Little Richard destinato all’immortalità (quella degli uomini, dell’altra non possiamo sapere), l’album è interessante, intenso, non formulaico nemmeno alle prese con i titoli più consunti dall’uso.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014. La Regina del rock’n’roll festeggia oggi il suo ottantaquattresimo compleanno.

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I Soul Stirrers negli anni di Sam Cooke

Sam Cooke - With The Soul Stirrrers

L’oggetto – triplo CD in box di sobria eleganza, dal prezzo importante ma nemmeno troppo esoso – è di quelli che attirano irresistibilmente l’attenzione del collezionista e incuriosiscono il neofita capace di non fermarsi a splendori e miserie dell’attualità, disposto all’esplorazione del passato. Tanto più quest’ultimo è avvertito, tanto più risulterà titubante: investire o meno, non avendo una discografia di soul già cospicua, in una raccolta che promette l’integrale delle incisioni per la Specialty dei Soul Stirrers con Sam Cooke in formazione? Mastodonte (ottantaquattro le tracce, tre ore e tre abbondanti quarti il minutaggio) destinato dunque più che altro agli – ahem – specialisti, includendo come fa tutto (ma proprio tutto) quanto è stato rintracciato negli archivi, comprese versioni multiple e false partenze. Il neofita saggio si dirà che un’antologia singola, e magari economica, con dentro i brani più importanti dovrebbe essere più che sufficiente alla bisogna e per approfondire c’è sempre tempo. Normalmente avrebbe ragione. Non in questo caso, come gli intenditori di musica nera precipitatisi viceversa ad acquistare “The Complete Specialty Records Recordings” avranno già appurato Mettiamola così: basta che del Sam Cooke laico possediate “The Man And His Music”, basta che di gospel abbiate una buona selezione di autori vari e di questo cofanetto già non potete fare a meno. Basilare e non tanto e non solo per i classici conclamati, che con poca fatica e ancor minore spesa potreste trovare altrove. No. Per i venti strepitosi minuti, stralcio di uno spettacolo al losangeleno Shrine Auditorium, che lo suggellano mettendo a soqquadro una sequenza per il resto rigorosamente cronologica, che parte dal 1° marzo 1951 e arriva al 19 aprile di sei anni dopo. Qui invece è il 22 di luglio del ’55 e Cooke e compagni cominciano scaldando se stessi e la platea con un’elegante e calorosa insieme I Have A Friend. La temperatura sale ulteriormente con gli incalzanti 7’43” di Be With Me Jesus, condotti con martellante maestria da Paul Foster, e raggiunge il punto di ebollizione negli 8’36” (quasi il triplo della versione in studio) di una Nearer To Thee in cui il leader porta la folla, soprattutto quella femminile, al deliquio. Quando intorno al sesto minuto canta – con sottintesi oggi lampanti, allora chissà – che sono le cattive compagnie a rovinare i bravi ragazzi è un’esplosione di urla ad accogliere le sue parole e ti sembra a momenti di vederla la congregazione impazzita, preda di spasmi di sensualità mentre le mura di Gerico del gospel crollano e il soul occupa il campo. Emozione indicibile e dire che di musica ne ho masticato un po’ da un quarto di secolo a questa parte, ma qui, lettori e lettrici, è della Storia nel suo divenire che si è testimoni. Un paio di mesi dopo avere registrato il concerto allo Shrine, Robert “Bumps” Blackwell andrà a New Orleans a eternare un altro momento epocale, il brano che farà di Little Richard una star, Tutti Frutti. Giorni fecondi!

Sono invece di tredici e diciassette mesi posteriori le prime sette incisioni da solista di Cooke che il box, fregandosene felicemente della filologia, riporta prima dell’ultima seduta con il gruppo ed è nettare pop che cola da una Happy In Love da musical, da una I’ll Come Running Back To You dalla melodia degna dei capolavori a venire, da una Lovable che non è altro che la già nota He’s So Wonderful ove però il Lui per antonomasia diventa una mortale lei per cui struggersi. Dovreste conoscere il resto della vicenda. Il nostro uomo mette le sue seriche corde vocali al servizio di una musica secolare nella quale nondimeno il gospel vibra ancora, come è logico, forte e dal ’57 al ’64 infila un gioiello via l’altro di soul inondato di pop o il contrario, passando con disinvoltura da Tin Pan Alley al blues. Con enorme successo (essere un adone naturalmente non gli nuoce). Mani assassine ne fermano la corsa, in circostanze mai chiarite, l’11 dicembre 1964, un mese prima del trentaquattresimo compleanno. Undici giorni più tardi quella che diventerà la canzone-simbolo del movimento per i diritti civili, A Change Is Gonna Come, è nei negozi e nella leggenda. Ma immagino già sapeste.

Se il Sam Cooke di seconda metà di carriera è più o meno familiare all’appassionato di rock, che come minimo conosce un tot di suoi brani entrati in un’infinità di repertori altrui (da You Send Me a Chain Gang, da Twistin’ The Night Away a Bring It On Home To Me, da Shake alla stessa A Change Is Gonna Come), meno esplorato risulta quello che plasmò la voce declinando gospel e che, come chiarito da questi tre CD cornucopia di tesori, non appare affatto minore al confronto. Altrettanto grave torto alla verità dei fatti è stato poi compiuto permettendo che la sua presenza in squadra per sei anni ponesse in secondo piano l’eccezionale rilevanza “a prescindere” di un gruppo che quando lui arrivò, con la non facile incombenza di sostituire un gigante quale Rebert H. Harris, transfuga perché scontento di inclinazioni al laico già presenti, aveva alle spalle un percorso ventennale disseminato di pietre miliari (in particolare nel triennio 1946-1948, trascorso alla corte della Alladin). E che dopo la sua defezione proseguì ed è giunto fino ai ’90 facendo dischi e soprattutto concerti. Per quanto Harris sia stato una figura chiave nella storia del gospel (fra i primi a usare il falsetto, sua fu pure l’idea di alternare due solisti nel corso di una stessa canzone), i Soul Stirrers più grandi in assoluto risultano comunque proprio quelli che videro il ventenne (e quindi assai più giovane del resto della compagnia) figlio del Reverendo Charles Cook (la “e” un’aggiunta successiva) Sr. aggregarsi dapprima con timidezza e in seguito pian piano assumere la leadership. Continuando l’opera di modernizzazione della musica sacra afroamericana intrapresa da Harris fino a rendere il sacro profano.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, 534, 20 maggio 2003.

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Sempre siano lodati (Ben Harper e i Blind Boys Of Alabama)

È domenica, no? Santifichiamola, una tantum, con un po’ di gospel. Ce lo meritiamo, perché siamo stati bambini cattivi.

Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama - There Will Be A Light

“Chi ha tempo non aspetti tempo” e figurarsi chi di tempo sa di averne poco. È il caso di quei vispi giovanotti che rispondono al nome di Ragazzi Ciechi dell’Alabama, formatisi nel 1939 (avete letto bene) a una scuola per non vedenti e assurti a fama diffusa, ben oltre il ristretto circolo degli appassionati di gospel, quei sessantadue anni dopo, quando vedeva la luce “Spirit Of The Century”, primo loro CD per la Real World di Peter Gabriel. Più attivi che mai da allora: due eccelsi album, “Higher Ground” e “Go Tell It On The Mountain”, sono andati dietro a quel piccolo capolavoro e, quel che più lascia felicemente attoniti, i Boys si sono dati da fare anche con tour e comparsate in dischi altrui. Come facciano alle loro – ahem – reverende età (due dei fondatori, Clarence Fountain e George Scott, sono ancora in squadra e con loro l’antico rivale Jimmy Carter, già con i Five Blind Boys Of Mississippi) lo sanno solo loro e un Dio che deve per forza esistere, se persone di questo valore artistico e umano hanno trascorso la vita cantandone le lodi. Se c’è, facesse in modo di conservarcele a lungo. Per intanto e a proposito di collaborazioni e tour: in un paio dei titoli suddetti Ben Harper aveva fatto capolino e al termine di una sua campagna concertistica europea a Parigi i Blind Boys Of Alabama agivano come supporto, spettacolo raccontato con toni da leggenda da chi c’era e suggellato da una comune lettura di I Shall Not Walk Alone. Al ritorno in patria si incontravano di nuovo per sedute di registrazione programmate per mettere su nastro uno o due brani per il nuovo lavoro dei Ragazzi. Come si racconta nel libretto di “There Will Be A Light”, due canzoni diventavano cinque, cinque undici e nel giro di otto giorni era un album ad avere preso forma. Ed eccolo, per la gioia di chi ha l’uno e gli altri sotto contratto e si trova per le mani un prodotto ottimo per le festività natalizie e destinato poi a fare catalogo per decenni.

Il lettore medio di “Audio Review” avrà probabilmente più familiarità con Harper, autore, cantante e chitarrista che da dieci tondi anni – esordiva nel 1994, già su Virgin, con “Welcome To The Cruel World” – concilia qualità e quantità, ottimi dischi e vendite rimarchevoli. È un Lenny Kravitz con meno lustrini e più sostanza, ispirato come costui da Jimi Hendrix e Curtis Mayfield, John Lennon e Led Zeppelin ma con in più una gran passione per Bob Marley e Robert Johnson, Van Morrison e la Stax e – naturalmente! – il gospel. Si potrebbe definirlo derivativo, a dire il bicchiere mezzo vuoto, ma tali e tanti sono gli articoli di pregio che ha messo nel tempo in catalogo che conviene dire il bicchiere mezzo pieno e riconoscerlo, semplicemente, un perpetuatore di tradizioni, apprezzabile erede di maestri di superiore levatura. Atipico nel suo percorso sebbene ne rivisiti alcune tappe (Pictures Of Jesus si incontrava ad esempio nel precedente “Diamonds On The Inside”: diversissima versione portata a spasso per l’Africa da Ladysmith Black Mambazo), “There Will Be A Light” ascolto dopo ascolto insinua un dubbio: che sia il suo album migliore? Disco in ogni caso magnifico, da una dinoccolata Take My Hand che rimanda a certo Ry Cooder a una morbidissima Where Could I Go che rievoca insieme Otis Redding e Sam Cooke, da un’interpretazione di favolosa intensità di un Bob Dylan minore fatto maggiore, Well, Well, Well, a una Mother Pray tutta a cappella che lascia senza fiato, a una traccia omonima da Van quando era The Man. Giusto una cosa spiace: 38’57”. Troppo poco.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

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Elvis Goes To Church: il Presley gospel

Elvis Presley - His Hand In Mine

Nella vulgata comune a rovinare il Re del Rock’n’Roll, che comincerà allora a “normalizzarsi” avviandosi sulla strada che lo trasformerà rapidamente da inconsapevole rivoluzionario a innocuo intrattenitore, è la chiamata alle armi nel marzo 1958. Per quanto ci sia in essa molto di vero, non è esattamente così. Quando arriva a Fort Chaffee, Arkansas, Elvis su quella via è in realtà bene incamminato e pare lontanissima, quando non sono passati che quattordici mesi, la sua terza e ultima apparizione all’“Ed Sullivan Show”, quella in cui lo hanno inquadrato solo dalla vita in su per evitare che con gli ammiccanti movimenti del bacino quel bianco troppo negro eserciti appieno la sua influenza corruttrice sulla gioventù d’America. Quel breve lasso di tempo è bastato al Colonnello Parker per rendere pienamente operativo un piano tanto semplice come obiettivo quanto complesso e sofisticato nell’attuazione. Un piano che non ha nulla di ideologico, sia chiaro, essendone l’unico scopo gettare le basi per una carriera nello showbiz che duri a lungo, che continui quando la moda del rock’n’roll non sarà che un vago ricordo. Essenziale in tal senso è che il pubblico adulto smetta di percepire Elvis come un lascivo delinquente che sta minando alla base un intero sistema di valori che arriva da lontano, dai Padri Pellegrini, e cominci a cogliere quanto sia invece un bravo ragazzo. Nella metamorfosi presleyana da teppista con il quale non fareste mai uscire vostra figlia a genero ideale giocano un ruolo decisivo, quasi alla vigilia di un servizio militare che il manager trasformerà in un circo mediatico come non se n’era mai visto uno simile, le riprese del primo film da attore protagonista, King Creole, e la pubblicazione di un “Elvis’ Christmas Album” che trascorrerà un mese filato in cima alla classifica degli LP pop di “Billboard” e da allora ha venduto nei soli Stati Uniti oltre dieci milioni di copie, cifra che ne fa la raccolta di brani natalizi di maggior successo di sempre. Il lettore che ce l’ha presente ricorderà bene come gli ultimi quattro dei dodici titoli in scaletta non siano canzoni natalizie in senso stretto bensì dei gospel. Proprio quelle tracce lì avevano già visto la luce, nell’aprile precedente, sull’EP “Peace In The Valley”. Lungo preambolo per dire che sbaglierebbe grandemente però chi in quelle incisioni datate 12, 13 e 19 gennaio ’57 volesse vedere il momento cruciale in cui il nostro eroe si lasciò alle spalle – ormai marionetta mossa da un abilissimo burattinaio – la rivoluzione inscenata da That’s Alright Mama. La verità è che nel percorso formativo del giovane Elvis Presley il gospel ebbe un ruolo importante, che lo amò sempre moltissimo, che non solo il Colonnello non dovette affatto insistere per fargliene registrare ma che addirittura fu l’artista a premere in tal senso. Al manager non dovette sembrare vero.

Sulla copertina di “His Hand In Mine”, 33 giri pubblicato originariamente nel novembre 1960 su RCA Victor e fresco di ristampa su Speakers Corner non nella bella edizione mono ma nella comunque al pari convincente versione d’epoca in “living stereo”, il titolare siede a un pianoforte (che provvedeva in realtà Floyd Cramer a suonare) in abiti che sono la versione adulta del classico vestito da prima comunione. Faccia da ragazzino, occhione ceruleo spalancato, espressione innocente da bravo figliolo tutto casa e chiesa che sconfinerebbe nel verginale non provvedesse la sensualità delle labbra a fare sospettare che non è tutto santo ciò che a santo si atteggia. Sia come sia: Elvis ci credeva davvero, in tutti i sensi. Sia come sia: a mettere da parte ogni sovrastruttura ideologica, non si può non riconoscere, oltre che la sincerità, la grandezza nell’ambito e non solo nell’ambito della dozzina di incisioni qui contenute. Il primo dei tre album di gospel pubblicati dal nostro uomo (nel 1967 sarà la volta di “How Great Thou Art”, nel ’72 di “He Touched Me”) resta uno dei classici del genere, assolutamente all’altezza dei grandi maestri neri. Qui alcune delle migliori ballate della sua intera produzione, qui una strepitosa dimostrazione – offerta con la massima naturalezza, quasi distrattamente – di una capacità più unica che rara nel bilanciare energia, controllo della stessa, precisione. E come cantano i Jordanaires! Insomma: non è sempre il diavolo ad avere i ritornelli migliori.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.351, maggio 2014.

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Naomi Shelton & The Gospel Queens – Cold World (Daptone)

Naomi Shelton & The Gospel Queens - Cold World

Piena la storia della black di gente che, partita dal sacro, è poi andata a batter cassa (benché anche restando in chiesa qualcuno se la sia cavata non male, da Mahalia Jackson in giù) passando al profano: Sam Cooke quello che suscitava più polemiche. Rimarcando quanto siano labili i confini fra soul e gospel proprio una canzone di costui – e anzi “la” canzone di Sam Cooke, A Change Is Gonna Come – suggellava cinque anni fa, in una lettura quantomai struggente, l’esordio in lungo in età che si può ben dire matura di Naomi Shelton. Una che ha compiuto esattamente il percorso inverso e restano a testimoniarlo alcuni singoli funk leggendari fra dj e collezionisti. Era un gran bel debutto “What Have You Done, My Brother?”, solido il repertorio, di prim’ordine gli strumentisti e lo stesso le voci a contorno della leader. Una talmente brava da riuscire quasi a convincerci (quasi) che parli di Dio e con Dio quando intona con intensità bruciante canzoni con titoli come I Need You To Hold My Hand o He Knows My Heart.

Fattosi aspettare tanto a lungo da indurre il timore che la signora avesse deciso di lasciare isolato quel tardivo exploit, “Cold World” ripaga l’attesa con un’altra dozzina di brani dritti dagli anni ’60. Stilosi ma mai artefatti, densi di un sentimento denso della solita ambiguità. Tecnicamente è gospel, lo certificano argomenti e l’interagire fra la voce solista e un coro che pure qualche libertà pop se la prende, ma si attacca con una Sinner pigramente quanto schiettamente funk e ci si congeda con una Everybody Knows (River Song) dritta da un ideale libro della ballata sentimentale Stax. In mezzo e non di rado (ad esempio in I Don’t Know) del blues. Che sarebbe anche la musica del Diavolo, ma non ditelo a Naomi Shelton.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Mavis Staples – One True Vine (Anti)

Mavis Staples - One True Vine

“I like my man like I like my whiskey/aged and mellow”, cantava Esther Phillips quando era ancora Little Esther, e non se la prenderà Mavis Staples, che è donna di mondo oltre che di chiesa, se si estende un simile, profano paragone a una voce che sembra assurdo dire, gettando l’occhio a catalogo e storia pregressi, che più passano gli anni e più si fa invincibile, ma è proprio così. Favolosa questa seconda (terza? quarta?) giovinezza di una che ha appena festeggiato il settantaquattresimo compleanno e calpesta palcoscenici dacché ancora doveva spegnere l’undicesima di candelina. Principiava nel 2007 con l’approdo alla Anti e quel “We’ll Never Turn Back” sapientemente curato in regia da Ry Cooder e tutto incentrato sull’epopea della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti dei ’60 e, dopo un parimenti strepitoso “Live: Hope At The Hidehout” spedito nei negozi alla vigilia delle elezioni che per la prima volta portavano un uomo di colore alla Casa Bianca, trovava essenziale continuità nel 2010 con “You Are Not Alone”. Prodotto, quello, da Jeff Tweedy degli Wilco. Squadra che vince non si cambia.

Non c’è niente da fare: qualunque cosa canti la più giovane di casa Staples automaticamente si trasforma in gospel, anche e tanto più stupefacentemente quando in origine non lo era. Vale per Can You Get To That, che nella versione primigenia dei Funkadelic inclusa nel capitale “Maggot Brain” più che rimandare a cerimonie domenicali prefigurava, con un bel po’ di anticipo, tal Prince Rogers Nelson e che adesso ha il cielo come unico limite e obiettivo. Differenza fatta tutta da Mavis, siccome l’arrangiamento attuale non si discosta, se non per dettagli scarsamente significativi, da quello del ’71. Vale tanto di più per una scarna, felpata e di intensità rabbrividente Holy Ghost, che inaugura l’album e con l’immediatamente successiva Every Step – appesa a un arpeggio statico fintanto che ritmica e coro non la fanno decollare verso empirei gioiosamente indicibili – ne stabilisce il tono. Arriva dai Low e, guarda che caso, da “The Invisible Way”, recente ed eccelso lavoro del trio di Duluth diretto da Tweedy. Che è l’autore di Every Step – e più avanti di una dolcisssima Jesus Wept; e infine del blues che strascicando i piedi si porge da congedo di One True Vine – e non si sa se preoccuparsi del prossimo Wilco, temendo che stia dando via le canzoni migliori, o viceversa sognare – preso atto di un simile stato di… grazia – il capolavoro che cancellerà i capolavori precedenti. Relativo a quel punto lo stupore nello scorgere la firma di Nick Lowe sotto una giocosa Far Celestial Shore, rassicurante (fin quando un’ustionante chitarra solista non apre il primo e unico scorcio e squarcio di rock) vedere quella dello scomparso da lungi patriarca di casa Staples, Roebuck detto “Pops”, sotto l’altrimenti suadente I Like The Things About Me. Sow Good Seeds, invita esplosiva la settima traccia di dieci. Woke Up This Morning (With My Mind On Jesus) racconta un’esultante nona e sì, capita pure a me di svegliarmi e rivolgere come prima cosa il pensiero a Nostro Signore, ma in maniera diversa da questo scricciolo con voce da leonessa. Ad ascoltarla, Mavis Staples, quasi ti viene voglia di emendarti, di pentirti, di crederci. D’altronde Bobbie Dylan non è uno che si innamora di persone banali.

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Non ho mai amato nessuna come ho amato te: i settant’anni di Aretha Franklin

Ieri Lady Soul ha compiuto settant’anni. Quando si apprestava a festeggiarne sessanta le dedicai questo articolo.

Il prossimo 25 marzo Lady Soul (mai titolo fu tanto appropriato) compirà sessant’anni e contemporaneamente celebrerà i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 Aretha Franklin ha festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni (avete letto bene) nello showbiz. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (in tal guisa lo posseggo io, in una stampa su CD del ’97, ma credo abbia circolato anche con altre copertine e altri titoli) è un documento straordinario che quasi quasi fa dar ragione a Peter Guralnick, che nelle succinte note a corredo appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. L’organo avanza catacombale, il piano cigola e tracheggia, gli interventi del pastore e della congregazione si intromettono fantasmatici, gli occasionali cori stridono, la voce solista stessa pare avvolta, da una ripresa dilettantesca, in strati di bambagia. Eppure, dalla nebbia dell’incisione primitiva, la sua purezza, la sua intensità, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta e, se esiste (ascoltandola cantare si propenderebbe per il sì), che Dio l’abbia in gloria.

Tre sono le immagini di Aretha che mi piace conservare nella memoria. La prima è una creazione tutta mia costruita sulla base della foto che campeggia sulla confezione del succitato disco. Me la vedo collegiale procace ma timidissima, castigata in uno scialbo abitino (proprio virginea non era se un anno dopo fece un figlio, ma tant’è), che avanza timorosa lungo la navata della chiesa, si siede al piano e lì si trasforma, da bruco a farfalla che spicca il volo, bellissima, spargendo polvere di stelle dalle ali. La seconda è balenata qualche mese fa da uno zapping notturno fra canali satellitari, stralcio di concerto non identificato (sicuramente però di fine ’60 o primissimi ’70) con alle spalle un gruppo misto (bianchi e neri) schiacciasassi e lei elegantissima a esigere Respect con un’intensità oltre l’esprimibile. Vertiginosa. La terza dovrebbe essere – spero – familiare a tutti voi: è la coreografia traboccante grinta, orgoglio e gioia di vivere costruita intorno a Think nel primo Blues Brothers. Gioia di vivere? Quel 1980 fu il secondo dei cinque anni trascorsi prevalentemente, prima che una morte misericordiosa se lo prendesse, al capezzale del padre, amatissimo e temuto, ridotto a vegetale da una pallottola che lo aveva colpito al capo durante una rapina. Mai fidarsi delle apparenze con la signora Franklin. Riascoltatela Think. Cosa ci trovate? Le cose dette dianzi, vero? La versione originale, cui toccò aprire l’eccellente “Now”, fu registrata il 15 aprile 1968, il giorno in cui l’America fu annichilita dalla notizia dell’assassinio di Martin Luther King. Un eroe per tanti, un intimo amico di famiglia per i Franklin. Mentre l’America si fermava, confusa e infelice (ricorda Isaac Hayes che tale fu lo smarrimento provato che per un anno non gli riuscì più di scrivere nulla), Aretha – cuore infranto ma intrepido – affermava la necessità di onorare gli scomparsi continuando a vivere. A – mi piace così tanto quest’espressione, che è del gospel e di cui l’italiano non rende che una frazione infinitesimale della pregnanza – testimoniare.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel ’48 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (nientemeno che Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità dei cachet, invero favolosi se si pensa che all’apice del successo arriverà a chiedere e ottenere quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward (per un certo periodo compagna fissa del reverendo) e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato dei dischi di musica profana, ma sotto pseudonimo. Quello uscirà a suo nome e sanzionerà il definitivo abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive e imminente pietra miliare, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non sappiamo cosa rispose ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo nel già nominato “Now”.

Ecco, ci sono arrivato: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata anche nell’ultimo quarto di secolo, età non più d’oro ma nemmeno di latta come troppi hanno cercato di far credere. Nei tanti 33 giri pubblicati dal ’61 al ’67 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” (poteva ben dirlo, lui che aveva scoperto la prima), e dove non la serve affatto bene un materiale perennemente indeciso fra sofisticazione jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, poteva immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album di soul o di qualunque altro genere che possiate mettervi in casa se – disgraziati voi! – ancora non lo possedete. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che  giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati che sventagliano raffiche come guerriglieri sull’orlo di una crisi di nervi e sopra a tutto la voce di Aretha che trasforma la domestica concione di Otis in inno insieme femminista e di consapevolezza nera. “Ho perso la mia canzone, quella ragazza me l’ha portata via”, osserverà desolato costui a Wexler dopo averla ascoltata e tenete presente che è di Otis Redding che si sta parlando. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano sommo risalto in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle tante squinziette del cosiddetto “modern soul”, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood, è ad ogni buon conto il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente: nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title-track (Ronny Shannon il titolare) che è amarissimo peana d’amore a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Racconta il solito Guralnick che il giorno che l’album fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattinata gelida vide gente ballare e cantare in fila per acquistarlo fuori da negozi che lo suonavano senza posa mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nella musica pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così. Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e di dischi d’oro e di platino e di premi della critica e dell’industria (otto vittorie consecutive ai Grammy Award nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco sveltamente di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero ciascuno da solo a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Spero che fra quanti mi leggono non vi sia nessuno che non conosca classici come You Are My Sunshine, Prove It, Chain Of Fools, (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, Think, You’re A Sweet Sweet Man. Ma pure il jazzato “Soul ’69” e “This Girl’s In Love With You” (con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da Lennon e McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” e “Young, Gifted And Black” valgono assai.

Imprescindibili i live: “In Paris”, inciso all’Olympia, istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West”, testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Mi piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a disegnare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile del padre.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.44, gennaio 2002. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

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