Archivi del mese: febbraio 2013

Blow Up n.178

Blow Up 178

È in edicola il numero 178 di “Blow Up”. Articolo di copertina mio (dodici pagine) su Billy Bragg e inoltre, per quanto mi riguarda, recensioni degli ultimi dischi di Devon Allman, Ed Harcourt, Ben Harper & Charlie Musselwhite, Ziggy Marley, Aaron Neville, Retribution Gospel Choir e Rachid Taha e di una recente ristampa dei Mandrill.

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Krautrock Files (3): Neu!, Harmonia, La Düsseldorf

Dove si dà del testina di vitello a uno che nel frattempo è morto. E che nondimeno testina di vitello, oltre che genio, lo era davvero.

Neu!

L’omaggio più esplicito è stato quello fatto dai Sonic Youth versante dopolavoristico – leggesi: Ciccone Youth – del “Whitey Album”: uno dei brani colà in scaletta si intitola Two Cool Rock Chicks Listening To Neu!. Prima/insieme/dopo di loro tanti hanno ammesso con pensieri/parole/opere l’influenza esercitata dal gruppo di Düsseldorf, dai primi Pere Ubu ai Labradford, passando per John Lydon (uno non proprio uso a genuflettersi dinnanzi all’opera altrui), gli Ultravox! (notare il punto esclamativo, prego!), Julian Cope, gli Stereolab e i Mouse On Mars (in parte loro concittadini). I Negativland si sono battezzati con il titolo di una canzone tratta dal primo album dei krauti e hanno chiamato la loro etichetta come un brano del terzo, Seeland. Passando dall’avanguardia più oscura ai massimi sistemi, il David Bowie che con “Low” e “Heroes” inventò virtualmente la new wave deve dividere con i Nostri il copyright almeno al 50%.

Soprattutto negli ultimi due o tre anni gli omaggi alla genialità di una formazione che precorse i tempi come poche nella storia del rock si sono moltiplicati. Non è dato sapere cosa pensi di ciò Michael Rother, che nel post-Neu!/Harmonia ha intrapreso una carriera solistica di bassa visibilità. L’opinione dell’altra metà dei Neu! (e leader in seguito dei La Düsseldorf) Klaus Dinger al riguardo, ferma restando la grandezza dell’artista, indispone assai nei confronti dell’uomo. Se è comprensibile che guardi con disprezzo un mondo che non lo ha premiato in misura adeguata ai suoi meriti, lascia sconcertati che il suo rancore sia rivolto in particolar modo a quanti si dichiarano suoi devoti. Bersaglio principale del suo disprezzo iroso diventa così, incredibilmente, colui che più ha fatto per rendere giustizia alla grandezza dei düsseldorfiani, vale a dire Julian Cope, che all’epopea Neu!/Harmonia/La Düsseldorf ha dedicato alcune delle pagine più ispirate e memorabili di quel libro memorabile in toto che è Krautrocksampler. È principalmente grazie al Julian che una generazione di nuovi ascoltatori si è accostata ai Neu! e certo non è colpa sua se questi ascoltatori per soddisfare la loro curiosità devono rivolgersi al mercato del collezionismo o a ristampe su CD pirata. Che nelle note di copertina del dispensabilissimo “4” Dinger, dopo avere spiegato perché gli album dei Neu! non hanno ancora avuto un’edizione in compact come si deve, attacchi Cope (bersagliato velenosamente anche in altre circostanze) per avere “indossato magliette illegali dei Neu! a ‘Top Of The Pops’” è semplicemente grottesco.

Klaus Dinger è una testa di cazzo. Siccome però mettersi in casa i suoi dischi, maledettamente belli e importanti, non implica andarci a cena insieme voi, se già non li avete, fate di tutto per procurarveli. Detto fra noi (ma che non si sappia in giro, mi raccomando): le stampe pirata degli LP dei Neu! sono fatte benissimo. Se non ce la fate ad aspettare quelle ufficiali…

“Neu!” (Brain, 1972) ****1/2

Due mesi or sono, scrivendo dei Kraftwerk, si raccontò che a un certo punto della loro vicenda per qualche mese Ralf Hütter lasciò Schneider in compagnia di Michael Rother e Klaus Dinger e che quell’edizione particolare del gruppo produsse mezzora circa di musica a tutt’oggi inedita. L’unica testimonianza edita, sebbene illegalmente, di una formazione che faceva Kraftwerk solo di nome e nei fatti era gia nuova, ossia Neu!, è una registrazione dal vivo  del maggio 1971 apposta in calce alla ristampa su CD dell’album degli Organisation. Negli undici, sensazionali minuti di Vor dem blauen Bock c’è già molto dei Neu! a venire: a parte qualche idea melodica che si riaffaccerà nei dischi dei nostri prodi, la lisergica sinuosità della chitarra (uno strumento estraneo al corpus dell’opera kraftwerkiana) di Rother e la cadenza da macchina ma non robotica (“motorik”, la dicono gli anglosassoni) della batteria di Dinger, che senza appoggiarsi a un basso (anche i Neu! ne faranno sovente a meno) crea impalcature ritmiche prodigiose. Hütter e Schneider, come sappiamo, si rimisero insieme. Rother e Dinger se ne staccarono e nel dicembre di quello stesso anno in quattro notti incisero, affidandosi al talento in cabina di regia di Conrad Plank e senza avvalersi di altri musicisti, il loro debutto. A proposito del brano che lo inaugura così si è espresso Julian Cope.

Nel 1972, mentre me ne stavo sdraiato in una roulotte a Tamworth, nello Staffordshire, il mio atteggiamento nei confronti di TUTTA la musica cambiò per via di un pezzo suonato da John Peel e intitolato Hallogallo… Niente era mai suonato alle mie orecchie così alieno e finora niente lo ha superato in pura audacia. Mentre la maggior parte dei gruppi tedeschi distendeva i propri suoni in epiche stratificazioni impressionistiche, il suono dei Neu! era asciutto e diretto, espressionista. Il suo mistero andava cercato nel rifiuto di essere misterioso – tutto poteva essere colto al primo ascolto ed era questa la sua qualità più seducente. Una pulsazione ritmica motoristica senza traccia di basso conduce Hallogallo da una lunga sfumata a un groove senza riff in mi maggiore. Dietro, chitarre intermittenti e riversate al contrario punteggiano il tutto come gabbiani su scogliere senza eco. Non c’è melodia. Non c’è cantato. Non c’è nulla che ti dica a che punto ti trovi in questo corridoio senza giunzioni e di cui non si vede la fine. Se i Neu! si fossero sciolti dopo il primo brano del loro primo LP, avrebbero comunque cambiato il rock’n’roll.

Come dire, signore e signori, che la new wave nacque nel 1971 in Germania. Descritta da altri come “il Philip Glass Ensemble che suona surf”, Hallogallo vale da sola un disco che varrebbe comunque parecchio anche ne fosse orbo. Per qualità media dei restanti cinque titoli e pure perché Weissensee, in chiusura di primo lato (separa i due brani Sonderangebot, mediazione fra corrieri cosmici e ambient), non è che una Hallogallo più rilassata e sognante.

Il secondo lato incastona fra i rumori acquatici e la chitarra astratta di Im Glück e i rumori acquatici e le sgroppate di banjo di Lieber Honig la cavalcata unna di Negativland, tutta accelerazioni, frenate, nuove accelerazioni spasmodiche. Le chitarre sono fragorose, ai limiti del noise. La ritmica rasenta la musica industriale.

Roba strana nel 1972, ammetterete. Infilata in una confezione al pari provocatoria. Sul davanti e sul retro null’altro  che la scritta NEU!, rosso fiamma su sfondo bianco, tracciata stile annuncio sul volantino pubblicitario di un supermercato. E tanti saluti a Roger Dean e alle sue copertine degli Yes. Wow! Punk-rock.

“Neu 2” (Brain, 1973) ***1/2

Un sottotitolo appropriato per questa monografia avrebbe potuto essere “Serialità e riciclaggio”. La copertina del secondo album dei Neu!, tolto un enorme 2 tracciato con vernice a spruzzo, è tale e quale a quella del primo, cambiano giusto colore scritta e sfondo. Il terzo, logo bianco sfondato sul nero, ripeterà il giochetto. E la seconda facciata di questo secondo LP è occupata dai due brani di un singolo proposti, oltre che alla velocità canonica, accelerati, rallentati, variamente manipolati e da un frammento di un altro brano, Für Immer, passato in moviola con contorno di chiacchiere in sottofondo e ribattezzato Hallo Excentrico. Ma sarà il caso di andare per ordine.

Il primo 33 giri aveva venduto discretamente, sia in Germania che in Gran Bretagna. Gli aveva fatto seguito un tour, con Rother e Dinger affiancati da Uli Trepte e Eberhard Krahnemann dei Guru Guru, che si era rivelato controproducente: i Neu! non erano ancora pronti (non lo saranno mai ed è questo il motivo per cui rimasero una faccenda underground mentre gli  altrettanto iconoclasti Faust diventavano relativamente popolari) a riprodurre dal vivo il loro uragano proto-punk disseminato di oasi ambient. La casa discografica chiese loro un 45 giri e l’ottenne. Su un lato trovò posto Neuschnee, molto psichedelica con le sue chitarre ondivaghe; sull’altro Super, anfetaminica danza nella quale i D.A.F. troveranno ispirazione per Der Mussolini. Ci voleva ora un nuovo album.

Stando a Julian Cope, ai Neu! venne improvvisamente comunicato che non c’erano più soldi per pagare lo studio. In preda al panico, assemblarono la seconda facciata come un collage di variazioni sui due brani del succitato singolo. Siccome pare che le registrazioni durarono anche in questo caso soltanto quattro notti, più tre dedicate al missaggio, Cope quasi certamente è male informato. A essere finita era piuttosto l’ispirazione, a meno che non si voglia intendere quei venti minuti in cui sembra che lo stereo impazzisca come un’altra provocazione alla Neu!. Può essere.

Ad ogni modo l’altro lato è brillante, anche se Für Immer sembra una nuova cover, “pop” stavolta, di Hallogallo: Spitzenqualitat, giocata sul medesimo pattern di batteria e tribalissima, e Lila Engel, percorsa da una chitarra pirotecnica, sono due degli articoli migliori del catalogo Neu!. La settimana passata in sala d’incisione dovette essere, comunque andarono le cose, stressante se subito dopo Rother sciolse il sodalizio con Dinger.

A latere (1) – Harmonia: “Musik von Harmonia” (Brain, 1974) **** “Deluxe” (Brain, 1975) ****

Con il senno di poi, nell’evidente dicotomia artistica (e forse umana) Rother/Dinger si possono individuare sia la fonte della grandezza dei Neu! che le ragioni dell’estrema brevità di un’avventura straordinariamente feconda. Il primo si direbbe essere l’hippie, California nel cuore, l’acido che sale spalancando le porte di Altroquando. Il secondo è il punk, antipatico, polemico, genialmente in anticipo sui tempi. David Crosby vs. Lou Reed.

Apparentemente giunti al capolinea i Neu!, Rother fece comunella, sensale il solito Conrad Plank, con Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius, vale a dire i Cluster. Propagandati all’epoca da Brian Eno nientemeno che come “il più importante gruppo al mondo”, gli Harmonia licenziarono due ottimi LP di cosmico afflato ma dai groove troppo marcati perché li si si possa far ricadere nella casella “musica per ambienti”. Ad ogni buon conto Eno (collaborerà pur’egli con i Cluster) ne trasse preziosi insegnamenti.

“Neu 75” (Brain, 1975) *****

Ancora Conrad Plank, vero deus ex machina del krautrock, riuscì nel miracolo di rimettere all’opera il Giano Bifronte Neu!. Disco reunion e testamento nello stesso tempo, “75” è il capolavoro del duo Rother/Dinger e insieme una spiegazione esemplare del perché la coesistenza fra i due fu sempre difficile: la prima facciata potrebbe essere degli Harmonia, la seconda dei La Düsseldorf, che Dinger aveva nel frattempo formato chiamando a farne parte il fratello Thomas e Hans Lampe. Eppure, un che di intangibile unifica le due metà impedendo all’album di soccombere alla propria schizofrenia.

Isi è un gioiello di misura e buon gusto. La tipica ritmica dei Neu! sorregge una melodia pianistica, doppiata da un sintetizzatore, di essenziale e fulgida bellezza. In Seeland è una chitarra suadentemente lisergica a prendere il proscenio. Rumori di pioggia che cedono il passo a sciabordii marini (curioso il ricorrere di rumori acquatici nei dischi dei Neu!) introducono il piano alla Satie di Leb’wohl.

Dopo un primo lato così raccolto e intimista, l’apertura del secondo è un trauma: Hero è Eddie Cochran cyberpunkizzato, gli Stooges affrontati e battuti sul loro stesso terreno, i Sex Pistols inventati quando erano poco più che un’ipotesi nella mente perversa di John Lydon. Segue E-Musik, dieci minuti di shuffle teutonico che lasciano il posto alla nuova deflagrazione stoogesiana (e lampantemente anticipatrice degli Ultravox!) di After Eight. Solo il silenzio avrebbe dovuto seguire un simile congedo.

A latere (2) – La Düsseldorf: “La Düsseldorf” (Nova, 1976) ****1/2 “Viva” (Teldec, 1978) **** “Individuellos” (Teldec, 1980) ***

Risalutato Rother, Klaus Dinger passò definitivamente alla chitarra. Con il fratello Thomas e Hans Lampe (che avevano suonato anche in “Neu 75”) alle percussioni, il contributo esterno del tastierista Nikolaus Van Rhein e del bassista Harald Konietzko e il consueto apporto al mixer di Herr Plank, confezionò immediatamente l’omonimo debutto dei La Düsseldorf, riuscendo ancora una volta ad anticipare i tempi. Poiché questa volta ne era più a ridosso (il primo pannello del trittico berlinese di Bowie stava per lasciare gli Hansa By The Wall) riscosse un buon successo commerciale.

L’opera prima della nuova creatura di Klaus Dinger vale le pagine migliori del catalogo Neu!. Sull’incessante pulsazione ritmica generata da Thomas Dinger e Hans Lampe sintetizzatori e chitarre generano melodie epiche, senza essere retoriche, e a presa rapida. Non a caso Silver Cloud fu, a dispetto degli otto minuti di durata, un hit.

Da quel punto in poi i La Düsseldorf imboccarono la china discendente. Dal momento che partivano da alta quota fu però un bel scendere. “Viva” è quanto di più deliziosamente canzonettistico abbia mai dato alle stampe Klaus Dinger: Rheinita (un altro hit) fa convivere un coro da cattedrale, tastiere cosmiche e a un dato punto un piano boogie; White Overalls rivendica la paternità del suono Ultravox!; Geld fa beffardamente il verso a Heroes di David Bowie. Anche in “Individuellos” c’è del buono. Il cibernetico minuetto intessuto di voci cantilenanti della title-track, ad esempio, e la stravagante marcetta elettronica di Dampfriemen. Ma la riedizione, pur completamente trasfigurata, di un classico dei Neu! come Lieben Honig sa di pietra tombale sulla spirante ispirazione del Dinger Klaus.

“Neu! 4” (Captain Trip, 1995) **

Una postilla a questa storia di cui si sarebbe fatto a meno. A essere equanimi non vi sono cose indecorose in questo CD postumo che testimonia un secondo tentativo (di cui non si aveva notizia), fra l’ottobre 1985 e l’aprile ’86, di far tornare in pista i Neu!. Ma manca il cesello amalgamatore di Conrad Plank e mancano soprattutto i guizzi dei tempi belli in un album frammentario persino per un gruppo che aveva orchestrato intorno a due brani montati e rismontati, e a una frazione di un terzo, una facciata di 33 giri. Soltanto gli orb-ismi di Bush Drum valgono la leggenda dei Neu!.

La medesima etichetta giapponese nel 1996 ha pubblicato un CD con materiale live del 1972 di cui non so dirvi nulla, dal momento che l’ho visto solo in fotografia. Il poco che mi è capitato negli anni di ascoltare dei vari dischi da solista di Michael Rother e dei Die Engel des Herrn di Klaus Dinger mi ha confermato nell’idea che la loro stagione creativa fu breve. I semi che piantarono, tuttavia, danno tuttora frutti.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.3, novembre/dicembre 1997.

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Velvet Gallery (14)

Non mi chiedete esattamente in quale posizione, ma in una mia lista di “cose da fare avendo a disposizione una macchina del tempo” andare a vedere un concerto degli Only Ones nel 1978 sarebbe certamente nella Top 100.

Only Ones 1

Only Ones 2

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Bruce Springsteen 1973-1995 (7): Born In The U.S.A.

Born In The USA

Born In The U.S.A.. Cover Me. Darlington County. Working On The Highway. Downbound Train. I’m On Fire. No Surrender. Bobby Jean. I’m Going Down. Glory Days. Dancing In The Dark. My Hometown.

Columbia, giugno 1984 – Registrato presso gli studi Power Station e Hit Factory di New York – Tecnici del suono: Bob Clearmountain, Toby Scott – Produttori: Bruce Springsteen, Jon Landau, Chuck Plotkin, Steve Van Zandt.

Non è facile parlare di un disco che ha venduto, a tutt’oggi, oltre trenta milioni di copie e ha fatto di un artista da culto – va bene, un culto con svariate centinaia di migliaia di adepti, ma pur sempre un culto – una faccia da rotocalco. Non è facile perché un po’ tutti lo conoscono e in molti la sovraesposizione ha indotto giudizi non sereni. E perché nessuno ha saputo offrire una spiegazione del tutto convincente delle ragioni di un successo tanto clamoroso, che non può essere giustificato né da una canzone pop azzeccata come Dancing In The Dark (che è istantaneamente memorizzabile, sì, ma non più di una Born To Run) né dal fatto che la base dei fan si era costantemente allargata nel corso degli anni ed era nell’ordine delle cose che il suo incremento potesse prima o poi farsi esponenziale. Non moltiplichi per quindici (in qualche paese, per centocinquanta) gli acquirenti di un tuo album da un giorno all’altro soltanto in forza di un brano orecchiabile o di suoni più patinati dell’usuale. Estrarre sette 45 giri da un LP e spedirli tutti nei Top 10 americani è impresa mai riuscita nemmeno ai Beatles o a Madonna, o a Michael Jackson. Anche considerando il notevole contributo che a questo successo travolgente diedero il lungo tour mondiale seguito alla pubblicazione dell’album e l’entusiastico supporto di MTV resta, nel caso di “Born In The U.S.A.”, un che di misterioso, di imponderabile e probabilmente di irripetibile, tanto è vero che i quattro LP seguenti in studio di Springsteen più il box dal vivo, messi insieme, non hanno nemmeno pareggiato i conti con quel singolo album.

La spiegazione che ci pare più ragionevole è che “Born In The U.S.A.” raggiunse i traguardi che ha raggiunto perché in qualche maniera riuscì a catturare perfettamente lo spirito dell’America degli anni di Ronald Reagan, quel misto di patriottismo e depressione per gli effetti devastanti che la politica economica di quell’amministrazione ebbe sulle classi più deboli. Lontanissimo dal disco che l’aveva preceduto come suoni, è in realtà un suo seguito logico, coerente, persino inevitabile (del resto, molte delle sue canzoni furono scritte e addirittura registrate in contemporanea a quelle di “Nebraska”).

Da quando Mike Appel l’aveva condotto dinnanzi a John Hammond a quando il mondo del rock, stupito, si confrontò con un album acustico del suo re erano trascorsi per Springsteen dieci anni senza pause. Dall’autunno del 1982 alla primavera del 1984 il Nostro si concesse un po’ di tregua e tenne un profilo pubblico molto basso. Nemmeno un concerto promosse “Nebraska” e nel 1983 l’unica cartolina mandata al mondo dalla E Street Band fu il debutto solistico di Clarence Clemons, al quale il Boss contribuì con una canzone. Era il secondo componente del gruppo a presentarsi in proprio, dopo che nel dicembre dell’anno prima avevano esordito a 33 giri i Disciples Of Soul di Miami Steve Van Zandt. Ma se in superficie tutto era quieto dietro le quinte dopo un po’ ripresero a fervere i lavori. Springsteen recuperò il malloppo di canzoni scritte insieme a quelle di “Nebraska” e naturalmente ne compose altre. Sebbene ce ne fossero, stando a quanto racconta Dave Marsh, settanta a disposizione fra cui scegliere, questa volta l’assemblaggio del disco non presentò particolari difficoltà. Vi trovarono spazio undici dei brani messi in cantiere (altri cinque verranno recuperati sui retri degli innumerevoli 45 giri), più uno aggiunto all’ultimo momento. Con l’album quasi pronto, Landau fece ciò che non aveva mai fatto in precedenza: chiese al Boss di scrivere una canzone apposta per il mercato dei 45 giri. Springsteen tornò a casa e quasi di getto compose Dancing In The Dark, un brano denso di pessimismo ma questa volta, al contrario di tutte le canzoni di “Nebraska”, con una luce in fondo al tunnel. Oltre a una melodia e a un ritmo irresistibili e a un arrangiamento tagliato su misura per le radio americane ma nello stesso tempo, con i suoi toni quasi dance, lontano dalla tradizione cui aveva sempre fatto riferimento Springsteen.

Non è l’unico episodio di “Born In The U.S.A.” con un suono e un incedere adatti alle discoteche. Lo sono anche Glory Days, No Surrender (che contemporaneamente è anche un perfetto rock da stadio) e soprattutto Cover Me, che in origine era stata scritta per Donna Summer. Altre canzoni sono più classiche per il nostro uomo: Darlington County, Working On The Highway, Downbound Train, Bobby Jean, I’m Going Down sono figlie di “The River”  e I’m On Fire non avrebbe sfigurato su “Darkness”, come del resto My Hometown che è pure facile immaginare, appena scarnificata, su “Nebraska”. La differenza la fanno i  suoni: l’utilizzo di tastiere elettroniche e una sezione ritmica sempre in evidenza, che se da un lato appiattisce gli arrangiamenti fu dall’altro, probabilmente, una delle ragioni del grande successo di questo 33 giri.

Il 15 maggio 1984 arrivava nei negozi Dancing In The Dark. Quando venti giorni dopo “Born In The U.S.A.” lo raggiunse, il 45 giri era secondo nelle classifiche statunitensi e stava conquistando quelle europee. Nulla, per Springsteen, sarebbe più stato lo stesso. Il passaggio dalle cronache della stampa specializzata a quelle scandalistiche avvenne dalla sera alla mattina portando con sé grossolani equivoci sul personaggio. Bisogna essere sordi e ciechi, o in mala fede come si dimostrò Reagan, per scambiare la rabbiosa invettiva che intitola il disco per una dichiarazione patriottica modello Vecchia America. È esattamente il contrario, fin dai primi potentissimi versi: “Nato in una città di morti/Il primo calcio l’ho preso appena ho toccato terra/Finisci come un cane che è stato battuto troppe volte/a passare metà della tua vita solo nascondendoti”. E sotto basso e batteria (con Roy Bittan, è Max Weinberg il grande protagonissta di questo LP) sono bordate di artiglieria e il mostruoso riff di chitarra un chiodo maligno che una volta piantato non è possibile estirpare.

“Born In The U.S.A.” non è uno degli album migliori del Nostro. Non ha la compattezza di “Darkness” o “The River”, o di “Nebraska”, né esibisce canzoni che siano, al di là della grande orecchiabilità di quasi tutte, altrettanto memorabili nel senso migliore del termine. Quando vi si avvicina – si pensi a quanto No Surrender e Dancing In The Dark appaiano superiori fatte solo chitarra e voce – inciampa nell’ostacolo di un sound insieme troppo rifinito e troppo muscolare. Ma in fondo il suo vero, unico peccato è di essersi fatto precedere da quattro LP di fila che meritano di essere chiamati capolavori. Essendo “soltanto” un disco eccellente, nel confronto sfigura.

Pubblicato per la prima volta in Bruce Springsteen: strade di fuoco, Giunti, 1998.

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Eels – Wonderful, Glorious (E Works/Vagrant)

Eels - Wonderful, Glorious

Da dove si riparte dopo che hai messo ordine in dieci anni di archivi non solo scegliendo quanto ritieni essenziale ma anche premiando i cultori terminali con quella cinquantina di versioni alternative, incisioni live e radiofoniche, un paio di DVD e così via? Dopo che te la sei scritta tu la biografia, evitando così ad altri di aggirarsi loro in quei labirinti di genialità e di dolore. Dopo non un concept ma una trilogia di lavori pensati come fossero collezioni di racconti e – messi insieme – un metaromanzo. Da dove si riparte, quando la carta di identità avvisa che a inizio aprile il tuo primo mezzo secolo terreno si sarà interamente consumato? Da un altro pugno di canzoni, ovviamente. Però per una volta scritte, approfittando che è da un po’ che gli Eels sono sempre gli stessi e stanno cominciando a somigliare a una band vera come solo ai tempi del debutto, a più mani. Messe insieme fra le mura domestiche e non è una novità, essendolo invece l’allestimento che ha sostituito un vecchio che lui sì che ha deciso di andarsene in pensione. Studio nuovo, Mark? Paga da bere.

Oltre che esito di una scrittura collaborativa, in quest’altro senso il decimo album a nome Eels si distacca dai precedenti: nettamente il più spensierato del lotto e forse anzi l’unico cui tale aggettivo si possa ragionevolmente accostare. Fermo restando che gli si dà un’accezione alla Mark Oliver Everett, in arte E, ché a seguirne i testi qualche lacrimuccia al solito spunta. Facendoseli passare addosso, quanto rimane è un pop-rock frizzante come sempre, energico come non mai e già un paio di mesi fa metteva sull’avviso  (e ne offriva una clamorosa dimostrazione) il primo video trattone, una Peach Blossom di un granitico nel riff e nella ritmica da poterla spacciare per un pezzo dei Black Keys e farla franca. E che dire del tambureggiare di mambo alla Tom Waits con tocchi di surf di Bombs Away, del funkeggiare alla Beck di Kinda Fuzzy, dello sferzante sferragliare di una Stick Together che parte in resta restando in garage? La canzone più puttana di tredici: una traccia omonima che suggella sculettando funky-pop. La meglio costruita: The Turnaround, partenza sospesa, intensità crescente, un arrangiamento dove non sposti un sospiro. La più estrosa: una You’re My Friend che sono i Devo se fossero stati i Sebadoh. La più irresistibile: On The Ropes, uno sbrilluccicare di folk-rock che senza fine ammalia. Per essere chiaramente un lavoro minore (probabilmente interlocutorio) in un canone maggiore, “Wonderful, Glorious” ha un titolo che non è che millanti poi tanto.

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Kevin Ayers (1944-2013)

Kevin Ayers

Mi è capitato naturalmente tante volte di citarlo (uno non passa tre decenni occupandosi di rock e restando indifferente a un artista così), ma in tutto questo tempo un’unica volta mi è capitato di scrivere specificamente di Kevin Ayers. Accadeva nell’autunno del 2007,  lui aveva appena interrotto un silenzio lungo quindici anni e con che razza di splendido album lo aveva fatto. Lo segnalavo su “Audio Review” e sì che potevo immaginarmi che “The Unfairground”non sarebbe stato l’inizio di una seconda giovinezza, bensì un addio. Unica consolazione: un saluto luminoso come luminoso era stato un principio di carriera (cinque LP di fila imperdibili) che regalò meraviglie, solo meraviglie, nient’altro che meraviglie, una via l’altra.

Kevin Ayers - The Unfairground

Non ho l’età giusta per potere dire di avere perso di vista Kevin Ayers. Quando cominciai ad ascoltare musica la sua stagione più felice si era conclusa, l’ispirazione stava andando a picco e non era comunque un momento propizio per immergersi, con il punk sugli scudi, in quella che era stata la scena di Canterbury. Pur’essa in inarrestabile declino. Poi però ho recuperato e a parte Robert Wyatt, suo compagno di avventure nei Soft Machine, è stato Ayers quello per cui ho perso la testa, arrivando anche a spendere cifre importanti per alcuni dei suoi primi album in proprio, che prima che le ristampe si facessero da pioggerella alluvione si stentava a rintracciare. Una gioia e un’emozione mettere le mani sul “Bananamour” apribile, con quella partita a dama dadaista giocata all’interno. Una delizia anche per il tatto la copertina in rilievo di “Confessions Of Dr. Dream”. Ho amato moltissimo Kevin Ayers e il suo pop-rock bucolico e circense e appena storto, quintessenzialmente britannico e nondimeno baciato dal sole del Mediterraneo e di quell’Estremo Oriente nel quale il Nostro da ragazzo dimorò a lungo. Lo amo ancora, ma continuo a trovare trascurabili i suoi secondi ’70, gli ’80, quel poco che ha combinato nei ’90. Così, a dispetto del chilometrico elenco di illustri ospiti che vi risparmio e che abbracciano quattro o cinque generazioni, ho messo su “The Unfairground”, sua prima raccolta di cose nuove da tre lustri in qua, senza attendermi nulla.

Non che come un miracolo fiorissero da capo melodie insidiose e ineffabili fra psichedelia e vaudeville. Fra Beatles spediti a Broadway e Kinks che spiegano agli XTC come si fa, mentre in sottofondo Randy Newman suona un blues.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.283, ottobre 2007.

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There She Goes (Forever): il genio sfuggente di Lee Mavers

Ora che i My Bloody Valentine hanno pubblicato il loro terzo album tutto – ma veramente tutto – è possibile. Persino che i La’s diano alle stampe il loro secondo. Come disse Scarpini in un derby che stavano perdendo quattro a zero, un attimo prima che entrasse il quinto: crediamoci, ragazzi! O no? Un articolo che scrissi per “Il Mucchio” qualche anno fa, in occasione di una ristampa Deluxe di quel solitario capolavoro.

Lee Mavers

Cose che Lee Mavers ha detto di “The La’s”: “Un’inascoltabile merda” (non era tanto di buon umore); “È come un serpente cui hanno spezzato la spina dorsale” (era di ottimo umore, credetemi). A un esasperato Steve Lillywhite che gli aveva procurato, dopo estenuanti ricerche, un bancone di missaggio originale degli anni ’60 solo per sentirsi dire che non andava bene, e gliene chiedeva ragione, il deus ex machina di quanto di più bello ci abbia regalato Liverpool dopo i Beatles, Echo & The Bunnymen e Julian Cope spiegava serissimo: “La polvere non è quella originale degli anni ’60”. Da lì a qualche mese la Go! Discs decideva di averne avuto abbastanza e dava mandato al produttore, l’ennesimo di una lunga serie, di presentare lui una versione pubblicabile di quella dozzina di brani sui quali si stava lavorando da tre anni. In tutta evidenza Mavers non si è ancora ripreso dallo shock della… prematura esposizione al mondo di quelle sue creature non perfettamente formate. Che si sappia, tuttora vagheggia di dare loro vesti adeguate, di fermare infine su nastro quei suoni che soltanto lui può sentire, nella sua testa. Si sa inoltre – lo raccontava il bassista John Power nel 2006, l’anno dopo un’inaspettata rimpatriata foriera di alcune comparsate in assortiti festival e un breve tour in Giappone – che ha posto mano a un secondo album. Fossi in voi, non tratterrei il fiato nell’attesa. Sorta di Syd Barrett della sua generazione (ahilui memorabile un’intervista estortagli nel ’95 in cui parlava di “fiumi sonici da seguire per giungere a un differente piano astrale”) dipendente dal calcio (una passione maniacale la sua, si dice) invece che dagli psicofarmaci, Lee Mavers può permettersi di vivere di diritti d’autore e pare intenzionato a continuare a farlo. I circa duemila euro che gli frutta mensilmente la sola There She Goes dovrebbero avere lenito – almeno un po’ – le ferite del fatidico 1990.

La’s (l’apostrofo contrae “lads” omaggiando la smozzicata pronuncia locale) nascevano sette anni prima. Il bello è che non era Mavers (un classe 1962) a ispirarne la nascita. Entusiasmato da un casuale incontro a Manchester con Captain Beefheart era tal Mike Badger, primo di una chilometrica sfilza di chitarristi solisti, a dare vita a un gruppo assai diverso da quello che sarà. Ispirato sì dal decennio favoloso per antonomasia ma da Seeds e Stooges – e da Beefheart, e dalla sua progenie new wave – piuttosto che da Byrds, Beatles e Small Faces. Era Badger a invitare Mavers a partecipare al progetto e il giovanotto, in precedenza bassista con gli oscurissimi Neuklon (una versione più avanguardista che pop di Orchestral Manoeuvres In The Dark, riferisce lo stesso Badger), prontamente accettava. Stereotipo vorrebbe che il triennio 1984-’86, in cui la coppia divise la leadership e scrisse parecchio insieme, venga definito “formativo”. In realtà sono dei La’s che con quelli a venire non dividono che la ragione sociale. Lo testimonia in maniera lampante “Breakloose”, una raccolta di quattordici pezzi, quasi tutti sotto i tre minuti e alcuni sotto i due (uno però di diciotto), data alle stampe da Viper nel 2000. Curioso e come sempre affamato di qualunque inezia griffata Mavers possa ingrassare lo smilzo catalogo, mi affrettavo a procurarmela, restandone delusissimo. Tant’è che non la tenevo e, non essendo riuscito in alcun modo a rubare un riascolto, devo andare a memoria: ma è una memoria netta di new wave fuori tempo massimo e post-psichedelia malamente orecchiata e sfocata narcolessi pop. Soprattutto, di scrittura acerba e senza la minima personalità.

La’s in realtà nascono a cavallo fra fine ’86 e inizio ’87, quando Lee Mavers si fa dittatore e prima emargina bruscamente e poi licenzia in tronco Mike Badger. La’s nascono quando entrano in squadra John Power, che da lì alla fine sarà l’unica presenza costante con il capobanda, e il chitarrista Paul Hemmings, che sarà quello che durerà di più e parteciperà maggiormente alla vita del complesso. La’s nascono con la firma per la Go! Discs e la pubblicazione nell’ottobre 1987 del singolo d’esordio Way Out: tenerezza a passo di valzer o luccicanza di chitarre incalzanti fra il muscolare e l’affilato, a seconda della versione in cui vi imbattete. Perché il catalogo dei Nostri sarà pur composto da pochi articoli ma ognuno di essi offerto con tali e tante varianti da far dare di matto al filologo come all’enciclopedista. Fanno corollario alla title-track nelle varie edizioni l’assemblea di sincopi country-beat di Liberty Ship e una Freedom Song di asciuttezza folky, che ritroveremo sull’album, e Endless e la torpida cantilena Knock Me Down, che viceversa si perderanno per strada. Sulle colonne del “Melody Maker” nientemeno che Morrissey pronuncia parole elogiative e ciò nonostante le vendite sono modeste, non bastanti a un ingresso anche nelle zone più basse delle classifiche. Il gruppo in ogni caso non farà mai sfracelli ai botteghini (l’album trentesimo), eccettuata una There She Goes comunque fuori (di poco: tredicesima) dai Top 10. La fama della banda Mavers è postuma e legata alla tanta ottima stampa avuta in vita e alla messe di esegesi post mortem. Alle lodi sperticate di gente come Paul Weller o gli Oasis, che notoriamente dichiareranno di essersi “messi insieme per finire quello che i La’s avevano cominciato”. Immaginarsi il britpop senza i La’s è all’incirca come ipotizzare una new wave in assenza dei Velvet Underground o dei Can.

Si va avanti a un singolo all’anno. Il 1988 regala la prima versione della classicissima – il più perfetto mix che mai sia stato elaborato di Byrds, Big Star e Velvet innocentiThere She Goes. Oltre a una riciclata Way Out, la accompagnano Come In Come Out (andi alla Sex And Drugs And Rock And Roll), Who Knows (sulle cui tracce si metterà prima o poi “Chi l’ha visto”) e Man I’m Only Human (psichedelia alle porte del cosmo che stanno giù in India). Nel 1989 tocca a Timeless Melody (quel che si dice essere programmatici; nonché devoti a Lennon/McCartney e Brian Wilson), a Clean Prophet (un lisergico bolero in scia a XTC e Pink Floyd primigeni) e alla dispersa All By Myself. Nel frattempo un produttore via l’altro cerca invano di ossequiare le indicazioni sempre più stravaganti e astratte di Mavers. Ci provano John Porter (famoso per avere lavorato con Roxy Music, Japan, Smiths, Billy Bragg), John Leckie (Adverts, BeBop Deluxe, Fall, Kula Shaker, Magazine, XTC; ma è per gli Stone Roses che tutti lo ricordano), Mike Hedges (Cure, Siouxsie And The Banshees, Undertones, Everything But The Girl). È con quest’ultimo che si va più vicini a quagliare e Mavers avrà molto a rimpiangere (quantomeno in pubblico) di non avere acconsentito alla pubblicazione dell’album (tredici titoli invece che dodici e tre diversi) nella versione curata da Hedges: la più prossima all’inafferabile sound inseguito. Appena più country, appena più acido, appena più Fab Four, ma sul serio si tratta di sfumature che si stenta a cogliere. Quando nell’ottobre ’90 Go! Discs procede d’imperio a mettere insieme un qualche genere di raccolto dopo avere esaurito pazienza e soldi gli appassionati possono godere, a fronte di cinque canzoni già edite, di sette nuove e spellarsi le mani come minimo per la trottante ipnosi di Son Of A Gun, per il girotondo elettrico I Can’t Sleep, il country anglicizzato Doledrum e una Feelin’ che è la Roadrunner dei La’s. Nuove per quanti non hanno mai assistito a uno spettacolo dal vivo dei Nostri, visto che in massima parte sono nelle scalette fin dall’87.

Le recensioni spendono e spandono superlativi ma naturalmente alle fortune commerciali dell’album – abbiamo visto: scarse a fronte di tanto entusiasmo – non giova che Mavers sputacchi veleno come in preda a un’eterna crisi epilettica e infine lo disconosca del tutto. Lo porta in tour più che altro per far sentire alla gente come avrebbe dovuto suonare e non è un lancio bensì un addio. Anche perché, in una girandola di cambi di formazione da fare impallidire il balletto dei produttori, alla lunga il pur fedelissimo John Power si stanca di continuare a suonare la stessa dozzina e mezza di canzoni che suona da tre, quattro, cinque anni e nel 1992 saluta. Lo ritroveremo nei mediocri quanto fortunati Cast.

Lee Mavers fra il ’94 e il ’95 calca rare volte i palcoscenici, aprendo concerti di Paul Weller e Oasis, e quindi scompare. Non tornerà a dare notizie di sé che nel 2005, ma da allora è di nuovo silenzio.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.645, aprile 2008.

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