Archivi del mese: marzo 2016

La fusion post-rock di Carlos Santana e John McLaughlin

Carlos Santana & John McLaughlin - Love Devotion Surrender

Frega la copertina: il davanti, in cui entrambi i chitarristi appaiono biancovestiti, uno in camicia e gilet e l’altro con una giacca indossata sopra una polo, e ancora di più il retro, dove cambiano gli abiti ma non il monocromatismo e al centro la sorridente macchia rosso arancione del guru Sri Chinmoy sporge braccia benedicenti sulle spalle dei due. Frega, naturalmente, anche il titolo ed è per questo che tutti quelli che non hanno mai ascoltato quest’album, registrato fra l’ottobre ’72 e il marzo ’73 e pubblicato (in origine su Columbia) nel luglio successivo, credono invariabilmente che si tratti di new age ante litteram: e se la new age la schifano, lo scansano; se viceversa la apprezzano, provando a sentirlo ne restano sconcertati e lo rigettano. Sono persuaso che la micidiale combinazione fra grafica e titolo sia in grado persino di deformarne la percezione nel ricordo fra molti di quanti invece lo conoscono ma da lungi non lo frequentano. Per quel che può valere, io ne sono un esempio. Credo di avere ascoltato per la prima volta “Love Devotion Surrender” a casa di un amico a metà ’80 e poi di averlo tirato fuori da quegli stessi scaffali, per fargli fare un altro giro, sei o sette anni dopo, in un periodo in cui ero particolarmente intrippato per certo jazz elettrico. Mi piacque di più la seconda volta, ma comunque non abbastanza da mettermelo in casa e dire che almeno con McLaughlin ho sempre avuto un ottimo rapporto. Mi parve un esercizio di stile elegante ma freddo, un po’ oleografico e un po’ estenuato. Tutt’altra impressione mi ha fatto tornare a gustarlo in questa splendida riedizione per audiofili che ne esalta un sound che ho (ri)scoperto insieme e invece e per lunghissimi tratti acuminato e rovente, fumigante. Che si può definire fusion solo per convenzione, in quanto incontro fra jazz e rock, ma che con il 99,99% di quanto è stato così etichettato e che rarissimamente è andato oltre la bella calligrafia nulla ha a che vedere. Ma cosa avevo ascoltato e con che testa, le prime volte? “Love Devotion Surrender” mi è parso assolutamente nuovo, inedito e inaudito. Modernissimo.

Ha proprio ragione Thom Jurek: è che a sentirlo dopo i Sonic Youth, e con il paio di orecchie nuove forniteci dal post-rock, fa tutto un altro effetto rispetto a quello che dovette fare all’epoca e che gli garantì una critica non proprio benevola e l’esecrazione della quasi totalità dei fan di Carlos Santana – laddove, più allenati a certe spericolatezze, quelli di McLaughlin apprezzavano maggiormente. E ha di nuovo ragione sia nel definire questa collaborazione, tanto estemporanea quanto ispiratissima, la logica e ultima evoluzione “in rock” delle lezioni di John Coltrane e Miles Davis che quando individua nel lavoro dell’organista Larry Young il filo che tiene insieme la trama delle infuocate jam A Love Supreme e The Life Divine. Il chitarrista ispano-americano una sorgente inesauribile di melodie ficcanti, quello inglese a mitragliare riff al pari instancabilmente. Offrono requie una Naima (di nuovo Coltrane) acustica e gentile e un’aggraziata Meditation, mentre Let Us Go Into The House Of The Lord precipita a sua volta, spiraliforme dopo un’introduzione a passo lento, in un duettare/duellare di assoli appoggiati a percussioni latineggianti, con Young protagonista almeno quanto i due titolari del disco. Trascendentale, ecco.

Può darsi che di nuovo la memoria mi inganni, ma mi sembra di ricordare che la stampa d’epoca o forse di qualche tempo successiva (per essere un’opera tanto bistrattata “Love Devotion Surrender” non è curiosamente praticamente mai mancata dai cataloghi) suonasse un filo attufata, e monolitica. Tutt’altra cosa questa approntata dalla sempre impeccabile Speakers’ Corner, immagine stereofonica profonda e dettagliatissima e un’esplosione abbacinante di colori. Altro che il bianco delle improbabili e piuttosto imbarazzanti mise di cui sopra!

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.367, settembre 2015.

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Quarantacinque anni fa: gli Allman Brothers, al Fillmore East

The Allman Brothers Band - At Fillmore East

Quante Allman Brothers Band diverse può enumerare il critico? Quattro almeno? Quella che nei due album in studio (l’omonimo del novembre 1969, “Idlewild South” del settembre ’70) che precedettero questo doppio dal vivo evidenziò la capacità di distillare in brani relativamente succinti blues e soul, country, jazz e rock’n’roll, mettendo abilità tecniche sensazionali al servizio di una forma-canzone che era colta senza volerlo sembrare. Quella che, persi tragicamente e letteralmente per strada due componenti fondamentali, si acconciò a semplificarle assai quelle canzoni, buttandole sul country a scapito del blues e continuando peraltro a riscuotere (addirittura incrementandolo) un successo enorme. C’è poi una Allman Brothers Band che non solo è ancora in circolazione ma, senza troppo clamore, continua a riempire negli Stati Uniti palazzetti dello sport e persino stadi ed è certo un vivere di glorie trascorse, ma relativamente: siccome il repertorio storico è ogni sera insieme celebrato e trasfigurato come se si trattasse, in toto e non in parte, di jazz. Se questa ultima incarnazione del gruppo fondato nel marzo 1969 dai fratelli Duane e Greg Allman può ancora legittimamente portare in giro la sua leggendaria ragione sociale è proprio grazie al lascito – filosofico quasi quanto musicale – di “At Fillmore East”.

Nella sua versione originale, poco meno di ottanta minuti magmatici di cui, nell’immaginario del rock, sono rimasti principalmente i poco più di sessanta nei quali l’arte della jam viene portata ad apici toccati forse solo dai Grateful Dead di “Live/Dead” e dai Quicksilver di “Happy Trails”. Non dai Cream, di cui gli Allman vennero detti con superficialità il controaltare americano, quando sarebbe dovuto risultare evidente che nella loro musica la tecnica non scadeva mai in tecnicismo e i volumi mai venivano alzati gratis. Alchimia imprendibile quella delle due sere al Fillmore di New York – 12 e 13 marzo ’71 – di cui qui si fa sinossi. Irripetibile anche, giacché il 29 ottobre di quello stesso anno Duane Allman – il chitarrista bianco più “nero” che ci sia mai stato – si ammazzava in moto e medesima sorte sarebbe toccata, tredici mesi più tardi, al bassista Berry Oakley.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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