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Il talent… ino sprecato di Evan Dando

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Svelti! Le tre canzoni migliori dei Lemonheads! Dunque… In ordine di uscita e riuscita: Luka, che potete trovare su “Lick”, del 1988, ed è di Suzanne Vega; Different Drum, che fece dell’EP Favorite Spanish Dishes il mio “disco dell’estate” 1990 ma che, nella versione degli Stone Poneys di Linda Ronstadt, era stata una hit assai prima ch’io avessi l’età per eleggere dischi dell’estate; infine Mrs. Robinson, uscita dapprincipio anch’essa su un EP e quindi aggiunta all’edizione di “It’s A Shame About Ray” che a inizio ’93 minacciò di fare sul serio di Evan Dando una superstar. Lo sapete tutti: era di Simon & Garfunkel. Insomma: cover le canzoni più memorabili dei Lemonheads e le migliori e invece autografe alle spalle del podio – a mio avviso quella gemma da R.E.M. depressi di Ride With Me e la title track di “It’s A Shame About Ray” – sono distanziate un tot. Dà da pensare, non vi sembra? A me quando, fra il ’94 e il ’95, si scriveva dell’artista bostoniano come di un “dead man walking”, diede da pensare che la parola di troppo nella descrizione – “talento sprecato” – che se ne dava routinariamente fosse “talento”. Talentino, al massimo. Al più uno con un certo buon gusto nella scelta dei suoi eroi – da Gram Parsons in giù – ma non abbastanza intelligenza da capire che il genio non è un prodotto delle cattive abitudini e non sono quelle che bisogna imitare dei propri idoli. Diciamocelo: se mezza America adolescente ti ha eletto a consolatore dopo la dipartita di Cobain, se sei diventato un’icona senza avere mai scritto qualcosa che valesse un decimo di Smells Like Teen Spirit, se sei sulla copertina di “Sassy” solo perché per tua fortuna papà (un ricco avvocato) e mammà (una modella) ti hanno fatto bello… be’, OK, se impieghi il tuo tempo fumando crack invece che scopandoti lo scopabile sei una testa di minchia, altro che di limone, caro il mio faccia d’angelo.

Questo nuovo disco, omonimo, è stato presentato come quello della reunion dei Lemonheads. Bella cazzata. Tolti i primi mesi di vita, i Lemonheads non sono mai stati un gruppo vero, mai la formazione è rimasta invariata per due di seguito dei sette album così firmati prima di questo fra l’87 e il ’96. La verità è che se è uscito siglato in tal modo invece che “Evan Dando”, come quel “Baby I’m Bored” del 2003 che conteneva nel titolo un perfetto giudizio su di sé, è soltanto perché è un nome meglio spendibile. Comunque è come se non fosse passato un giorno da “Car Button Cloth”. Ecco a voi altri undici brani un po’ Ramones nutriti a Byrds oltre che a Beach Boys e un po’ – superficialmente: non è paragonabile la tensione – Hüsker Dü ultima maniera. Tutti carucci, nessuno indimenticabile. Sono meglio i Green Day, se vogliamo essere onesti.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.25, primavera 2007. Evan Dando compie oggi cinquant’anni.

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Dall’hardcore all’hard: i Black Flag di “Slip It In”

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Per otto esaltanti anni – fra continui cambi di formazione, una persecuzione poliziesca e l’altra, un tour degli Stati Uniti da costa a costa e una scorribanda nel Vecchio Continente – la Bandiera Nera ha garrito su Los Angeles. Diciotto sono ormai trascorsi dacché venne ammainata, eppure pare che sventoli ancora e insomma (per citare un gruppo nostrano che dalle gesta di Greg Ginn e soci prese indubbia ispirazione) “lo spirito continua”. Al di là dello stardom cui nei ’90 è assurto Henry Rollins, che del complesso californiano non fu fra i fondatori ma resta l’icona e la voce per eccellenza, Black Flag è ancora presenza palpabile nel rock contemporaneo, riferimento sia per quel poco punk degno di essere così chiamato che per molto metal e un tot di cani sciolti. Tutti gli album degli anarchici losangeleni sono facilmente rintracciabili e hanno venduto nel tempo parecchio più di quando uscirono.

Due almeno quelli dai quali non si può prescindere. “Damaged”, del 1981, è probabilmente il migliore LP hardcore di sempre, pietra miliare del rock estremo scolpita nel magma e nel granito da inni frenetici e urticanti come Six Pack e Rise Above, Police Story e Gimmie Gimmie Gimmie. E poi c’è “Slip It In”, che è quello che ci interessa in questa sede, di tre anni posteriore e un classico assoluto di moderno hard rock, conscio delle sue radici e ovviamente aperto a ogni contaminazione, dal punk (ça va sans dire) a certa avanguardia. E retrospettivamente, con il suo essere volto a un aggiornamento del passato, molto in anticipo sui tempi (e per questo frainteso) giacché la scena di Seattle era in fasce. Se The Bars e My Ghetto sono ritorni di fiamma per l’hardcore che fu, la traccia omonima e inaugurale e la conclusiva You’re Not Evil sono ricostruzioni sabbathiane di classe suprema e Rat’s Eyes, lenta e caratterizzata da un cantato cavernoso, prefigura il grind, ma non fategliene una colpa. Imprescindibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Henry Rollins compie oggi cinquantasei anni.

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The Julie Ruin – Hit Reset (Hardly Art)

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In certi ambienti suonerà come una bestemmia in chiesa ma pazienza, a me pare evidente: per quanto un posto nella storia del rock alternativo davvero Kathleen Hannah se lo sia guadagnato con le incendiarie Bikini Kill, oggi scrive canzoni mediamente molto migliori. Più varie, più divertenti, più incisive, più mature – d’altronde aveva ventitré anni quando le ragazze ribelli di cui sopra pubblicavano le prime cose ed era il ’91; fate voi il conto di quanti ne abbia adesso – ma senza per questo essere meno sbarazzine e anzi. Finalmente (no, dai… già da un po’) si può giudicarne il lavoro al netto del suo essere un’icona femminista e questo fermo restando che le tematiche (magari affrontate partendo più spesso dal personale) restano quelle di sempre. Ma a “rivoluzione” si accompagna “gioia” ed è a ragione di ciò che, potenzialmente, non si parla più solo ai convertiti.

Nato nel ’98 come un estemporaneo progetto solista ponte fra l’hardcore delle Bikini Kill e l’electroclash di Le Tigre, Julie Ruin a sorpresa veniva riesumato e diveniva gruppo vero nel 2013 con il frizzante “Run Fast”.

Tredici brani giocosamente sputacchiati in trentanove minuti (che fa tre a testa ed è la durata perfetta per una canzone pop), “Hit Reset” risulta ancora più convincente da subito e non si sgonfia con il susseguirsi degli ascolti. Il contrario! Una radio dei sogni ne alternerebbe parecchi di questi pezzi nelle sue playlist, passando dal punk melodico della traccia inaugurale e omonima allo yé yé monello di Rather Not, da una Let Me Go che evoca prepotentemente i Cars (chi si ricorda che per la produzione del terzo album Le Tigre convocarono proprio Ric Ocasek?) al funk irresistibile di Mr. So And So, dai B-52’s grunge di Hello Trust No One al sigillo pianistico Carverton. Hit “play”!

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.378, agosto 2016.

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Per Joe Strummer, che oggi avrebbe sessantatré anni

Lord, there goes Johnny Appleseed
He might pass by in the hour of need
There’s a lot of souls
Ain’t drinking from no well locked in a factory

Hey, look there goes
Hey, look there goes
If you’re after getting the honey, hey
Then you don’t go killing all the bees

Lord, there goes Martin Luther King
Notice how the door closes when the chimes of freedom ring
I hear what you’re saying, I hear what he’s saying
Is what was true now no longer so

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X – Il cielo in fiamme sopra Los Angeles

X - Los Angeles

Arde la X nel cielo notturno sopra la città degli angeli e tre decenni e mezzo dopo continuano a bruciare le canzoni di John Doe ed Exena Cervenka, splendida coppia di Natural Born Rockers, e dei sodali Billy Zoom (uno che aveva suonato con Gene Vincent e ha sempre fatto di tutto per ricordarcelo) e Don J. Bonebrake. James Ellroy ha spesso dichiarato di detestare il rock’n’roll, ma i versi crudi che aprono la canzone che battezza il disco – “Lei dovette lasciare Los Angeles/Aveva cominciato a odiare ogni negraccio ed ebreo/Doveva andarsene” – potrebbero uscire da un suo libro. Così i personaggi di Johny Hit And Run Paulene, così una Nausea che con Sartre non ha nulla a che vedere e molto invece con una vita nei bassifondi dove Bukowski incontra Jim Morrison. Non più di questa terra il Re Lucertola, catapultati dalle cantine alla minuscola celebrità locale dei club sul Sunset Strip, i debuttanti X facevano comunella con uno dei Doors superstiti, l’uomo del Farfisa, Ray Manzarek. Seppero vicendevolmente scegliersi bene (tant’è che Manzarek, che nel frattempo ci ha purtroppo pure lui lasciati, produrrà anche i successivi “Wild Gift”, “Under The Big Black Sun” e “More Fun In The New World”). Le sue tastiere liquide e cigolanti insieme si insinuano con scaltra parsimonia in un tessuto di riff e singhiozzi e martellamenti punkabilly di fenomenale efficacia. Soul Kitchen, già dei Doors, e la succitata Nausea e The World’s A Mess, It’s In My Kiss – che dei Doors avrebbero potuto essere: rispettivamente un’altra When The Music’s Over e una seconda Light My Fire – pagano i debiti. Il resto è Elvis risorto fuorilegge e tatuato, “L.O.V.E.” sulle nocche di una mano, “H.A.T.E.” sull’altra. Come dire: il punk e le sue radici.

Fiammeggianti come la croce di cui sopra e come non mai nella ristampa esclusiva appena approntata dalla Music On Vinyl per il trentacinquennale di un album immancabile in qualunque lista seria del miglior rock di sempre, ivi comprese le più conservatrici. Prime mille copie in vinile rosso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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Shilpa Ray – Is Last Year’s Savage (Northern Spy)

Shilpa Ray - Is Last Year’s Savage

Una delle cose più fenomenali ch’io abbia visto da molto tempo in qua. Diventerà enorme”: parola di Nick Cave, che sa di cosa parla giacché se l’è portata in tour sia con i Bad Seeds che con i Grinderman, e ci crede così tanto da avere coperto nel 2013 i costi di registrazione dell’EP “It’s All Self Fellatio, Shilpa Ray” (titolo clamoroso ed è una specialità della casa: il singolo che ha anticipato quest’album si chiama, per dire, Pop Song For Euthanasia). Se diverrà o meno “enorme” non lo so, per quanto del potenziale evidentemente ci sia e l’universo della popular music sia vasto abbastanza da potere ospitare una seconda PJ Harvey (o, malissimo che vada, un’altra Carla Bozulich). Quello che so è che Shilpa Ray, indoamericana di Brooklyn, la sua gavetta se l’è fatta, le tasse le ha pagate. Per cominciare ribellandosi a una famiglia che le aveva permesso di studiare piano e harmonium sin dalla verde età di anni sei ma nella quale l’ascolto del rock era proibito e che faceva lei? Alla testa di tali Beat The Devil, con i quali dava alle stampe un cinque pezzi omonimo nel 2006, declinava un bizzarro punk ibridato con influssi indiani. Per poi il punk mischiarlo con blues e garage girando come Shilpa Ray & Her Happy Hookers e pubblicando un paio di album fra il 2009 e il 2011.

Dopo l’intro rappresentata dall’EP di cui sopra, “Is Last Year’s Savage” è il primo capitolo di una nuova storia con margini di crescita rimarchevoli (che è come dire che si sta ancora un po’ sull’acerbo). È un disco dove un primitivismo black di fondo (Burning Bride è chiaramente un blues) si fa ora gotico e ora noir. Per verificare se sia o no la vostra tazza di thè assaggiate Johnny Thunders Fantasy Space Camp: un muro di suono alla Spector, ma virato punk, che trasmuta in valzer.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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The Jon Spencer Blues Explosion – Freedom Tower: No Wave Dance Party 2015 (Mom & Pop)

The Jon Spencer Blues Explosion - Freedom Tower No Wave Dance Party 2015

Quanto blues c’era dapprincipio nella Explosion di Jon Spencer, Judah Bauer e Russell Simins? Se si guarda agli spartiti – ammesso si possa pronunciare la parola “spartiti” riferendo del cacofonico caos dell’omonimo debutto datato ’92 e del di poco successivo “Crypt Style” (dischi messi insieme in realtà con materiali provenienti dalle medesime sedute di registrazione) – quasi nulla. Un po’ di quello spirito, ecco, in forma di propensione alla millanteria, in special modo di argomento sessuale. Quanta no wave in quello che per il trio è il decimo album in studio, al netto di un paio di collezioni di remix, nonché secondo dacché nel 2012 “Meat+Bone” interrompeva un prolungatissimo silenzio? Se possibile anche di meno, praticamente zero, siccome con buona pace del buon James Chance (qualcuno ricorderà: ospite nel 2004 in “Damage”) qui le eventuali dissonanze sono squisitamente punk e il funk un ballo, mica una nevrosi. Sul dance party ci siamo. È qui la festa e il rischio – elevato, trattandosi di una celebrazione di una New York che c’era, non c’è più e non tornerà – che fosse una festa mesta è subito scansato. Dice bene il recensore di “Pitchfork”, una tantum brillantissimo, quando osserva che sì, il brano inaugurale si chiama Funeral ma datemi solo una “f”, datemi una “u”, datemi una “n” e cosa otterrò? “Fun”, divertimento.

In vari frangenti è come se questo lavoro più che il seguito di “Meat+Bone” fosse quel “To The 5 Boroughs” parte seconda che, per il triste motivo che sappiamo, i Beastie Boys non potranno regalarci. Wax Dummy potrebbe idealmente giungere da lì, idem The Ballad Of Joe Buck (che ballata naturalmente non lo è manco un po’), ancora di più Tales Of Old New York: The Rock (che sa pure tanto ma tanto di Run-D.M.C.). Sono tre ottime ragioni per mettersi in casa “Freedom Tower” e ve ne fornisco subito altrettante: la già menzionata Funeral, che è James Brown che si esibisce al CBGB’s; una smaccatamente dollsiana, con tanto di battito di mani, Betty Vs. The NYPD; una stoogesiana e in bassissima fedeltà White Jesus. Di nuovo a proposito del Godfather Of Soul: in Do The Get Down collide con Rufus Thomas e in Crossroad Hop con Jimi Hendrix. E di punk rock: Dial Up Doll nel repertorio dei Dead Boys avrebbe fatto la sua porca figura. Siamo a nove e senza problemi avrei potuto citarle in positivo tutte e tredici le tracce che sfilano in trentacinque minuti scarsi: certamente non la prova migliore di sempre della Jon Spencer Blues Explosion (personalmente voto per “Now I Got Worry”, con qualche rimpianto per “Extra Width” e “Orange”) e però quella che forse meglio a oggi è riuscita a fotografarne in studio un sound particolarmente dirompente dal vivo e, da un dato punto in poi, in perfetto equilibrio fra energia, una stilosità istintiva, il senso della storia. Una volta di più e, nel nostro cuore, una volta per sempre: no sleep till Brooklyn.

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