Archivi del mese: marzo 2018

Audio Review n.397

È da alcuni giorni in edicola il numero 397 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album di BellRays, Alela Diane, Field Music, Fu Manchu, Ezra Furman, James Hunter Six, Lissie, Monochrome Set, John Oates, Ought, Simple Minds, Susanna, Third Eye Foundation e Marlon Williams e di un cofanetto di Bert Jansch. Nella rubrica del vinile ho scritto di Otis Redding e Graham Coxon.

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Eminem – Revival (Interscope)

Giusto una volta Eminem aveva fatto aspettare di più un album e accadeva quando metteva quattro anni e mezzo fra “Encore” (2004) e “Relapse” (2009). Con i ventitré milioni di copie venduti dal primo (pur poca roba rispetto ai trenta di “The Eminem Show” e ai trentacinque di “The Marshall Mathers LP”!), poteva permetterselo. “Revival” arriva a quattro anni e un mese da “The Marshall Mathers LP 2” (quasi un flop: “appena” nove milioni di copie) e diciamo che se si fosse fatto attendere la metà e durasse la metà, o poco più, sarebbe stato meglio. 77’45”: un’enormità, se non ci si ricorda che la concisione non è mai stata fra le caratteristiche del nostro uomo, con lavori che hanno immancabilmente girato intorno all’ora e un quarto, unica e lontana (1999) eccezione “The Slim Shady LP”, che in ogni caso sfiorava l’ora. Ma insomma e comunque troppo, perché per reggere un simile minutaggio ci vorrebbero basi più variegate, incisive, originali – e neanche nella sua età artisticamente aurea Eminem ha mai brillato in tal senso – e un rapping capace di differenziarsi un minimo dalle sue due sole modalità: incazzato e più incazzato. Il difetto capitale del disco (uno dei difetti capitali di costui) è che quasi sempre si segue il medesimo schema: partenza lenta, rabbia che monta fino a esplodere, un gancio vocale innodico e via. Ripetuto per settantasette minuti non ti fa arrivare vivo alla fine.

Altro difetto di “Revival”: piazza subito la canzone migliore – Walk On Water: bel motivo pianistico e al canto una Beyoncé smagliante – e poi non può essere che discesa (un po’ si replica con Like Home e Alicia Keys). Né gli giovano certi campionamenti banalotti: Joan Jett in Remind Me, i Cranberries in In Your Head. Bene la misoginia a un minimo storico ma, a quarantacinque anni, era ora.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.395, gennaio 2018.

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L’individualismo di Gil Evans, a trent’anni dalla morte

Il lettore mi perdonerà ma… “Il giovane e dotato compositore, arrangiatore e critico Bill Mathieu ha scritto una volta di Gil Evans: ‘La mente vacilla dinnanzi alla complessità dei suoi arrangiamenti e delle sue composizioni. A tal punto gli spartiti sono accurati, formalmente ben costruiti e attenti alla tradizione che ti viene da pensare che gli originali andrebbero preservati sotto vetro in un museo fiorentino’. (…) Ma cosa rende unico il lavoro di Evans? È impossibile da esprimere a parole e tuttavia, contando sulla vostra indulgenza, ci proverò, non rivolgendomi al musicista professionista bensì all’incolto; i professionisti sono invitati a saltare i prossimi paragrafi. Ogni ‘canzone’ è costituita da due componenti primarie: melodia e armonia. Il ritmo è il terzo degli elementi principali, ma qui desidero limitarmi ai primi due. Quando una melodia è suonata una certa sequenza di accordi scorre sotto di essa e le note più basse di questi accordi disegnano una sorta di seconda melodia a sé stante. È la cosiddetta ‘linea di basso’ e nella costruzione di una trama e nella definizione di un gusto musicale ha una notevole rilevanza. Un primo passo per apprezzare l’arte di Gil Evans è cercare di non seguire la melodia ma piuttosto la linea di basso in alcuni di questi brani. Fra la nota bassa e quella melodica si situano le restanti che formano un accordo. Puoi sistemarle a casaccio, in modo tale che non avrai che degli accordi messi in fila, come dei pali del telefono fra i quali è teso il filo della melodia; oppure puoi unire le note interne di un accordo a quelle del successivo, creando ulteriori melodie dentro la musica. Queste nuove linee sono chiamate le ‘voci interiori’ dell’armonizzazione e come le tratta è uno dei modi di misurare l’abilità di un compositore o di un arrangiatore. Ebbene: la maniera che ha Evans di maneggiarle è spesso stupefacente. La melodia di base, la linea di basso, le voci interiori sono puntualmente squisite. Il risultato è che un suo spartito può essere grossomodo paragonato a uno schema di parole crociate: può essere letto sia in verticale, seguendo gli accordi, che in orizzontale, andando dietro alle diverse melodie. Fate l’una e l’altra cosa insieme e potreste restare senza fiato”.

Il lettore mi perdonerà per avere questo mese preso in prestito da altri quasi metà del testo della rubrica, ma le note che Gene Lees vergò nel 1964 per l’album “The Individualism Of Gil Evans” mi sono parse così precise e illuminanti e insomma meglio di qualunque cosa avrei potuto scrivere io che, ubi maior…, non ho resistito alla tentazione di citarle estesamente. Lees prosegue appuntando che un’altra parte fondamentale del fascino della musica di Evans è il fatto che usi nell’ambito del jazz strumenti, il corno francese su tutti, usualmente non adoperati e si diffonde, prima di passare a descrivere le cinque tracce che danno vita al 33 giri, sulla inclassificabilità di una musica che l’autore, con grande modestia, rubricava alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di una tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio a tavolino. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie discussioni e intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” (del Nostro gli arrangiamenti di “Moondreams” e “Boplicity”) e poi la cruciale trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, più mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”. Fa fede la maniera in cui Evans, a partire dai primi ’70, prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia le sue riletture – orchestrali – di Jimi Hendrix, le uniche degne di nota che chiunque abbia mai dato dell’opera del chitarrista di Seattle. Stranissima quanto straordinaria carriera la sua: già quarantenne quando, nel 1952, cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al 1957, di rado leader fino ai tardi ’60, poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio successivo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fittissima e non più, come in precedenza, un evento i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione.

Ammetto di non essere un esperto di Gil Evans. Naturalmente conosco e amo tutto quanto combinato da complice del Divino Miles. Altrettanto ovviamente ho frequentato le rivisitazioni hendrixiane e – spesso – quel “Out Of The Cool” puntualmente in lista ogni volta che si redigono elenchi di pietre miliari del jazz. Ma prima che Sound And Music, distributore italiano della tedesca Speakers Corner cui dobbiamo questa ristampa magnificamente suonante (sublimi il nitore e i colori del piano, una meraviglia certi intrecci fiatistici di cui si coglie ogni sfumatura) di “The Individualism Of”, me lo facesse avere non avevo mai ascoltato l’album in questione. E davvero sono rimasto – cito di nuovo Lees – “senza fiato” dinnanzi a una felpata e notturna The Barbara Song (da “L’opera da tre soldi” di Brecht e Weill), a un Las Vegas Tango che è in realtà un blues in transito dal sornione al melò e a una Hotel Me che invece pure. A una El toreador in fuga dall’oleografia verso l’ineffabile. È classica? È jazz? È musica incredibile e non saprei se dirmi più felice, dopo quasi trent’anni che faccio girare dischi, di riuscire a trovarne ancora di inedita per me o infuriato per la brevità di questa porca vita che mi impedirà di assaporare tutta quella che vorrei. Viviamo nell’ignoranza e, quel che è peggio, ci moriamo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.264, gennaio 2006.

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It was 51 years ago today… Otis Redding a Londra

Erano tempi in cui molti come lui cantavano i Beatles e i Rolling Stones, ma nessuno con un’intensità paragonabile. Soprattutto, nessuno “riportando tutto a casa”: facendone emergere prepotentemente la negritudine, rivendicandola nell’esatto istante in cui sconfinava, per mai più tornarci, dal doppio ghetto del pubblico afroamericano infiltrato, su entrambe le sponde dell’Atlantico, dal bianco hipster. Con la sorridente arroganza dei suoi venticinque anni Otis i Beatles e i Rolling Stones andava a cantarli a casa loro, al londinese Finsbury Park Astoria, e quel magico 17 marzo 1967 il teatro quasi veniva giù durante una Day Tripper e una (I Can’t Get No) Satisfaction separate/unite da una Fa-Fa-Fa-Fa-Fa più che mai in contrasto con il sottotitolo di Canzone triste. Qui ci sono le prove e non si sa se applaudire o commuoversi, ballare o bestemmiare il destino cinico e baro. Quattro sere dopo, al parigino Olympia costituiva ulteriore cuscinetto una These Arms Of Mine infinitamente struggente, ma con un nucleo di esultanza al centro. Fortunato chi c’era. Noi dobbiamo accontentarci e pure ringraziare che queste registrazioni, per quattro abbondanti decenni disperse fra uscite ufficiali di basso profilo e collezioni private di nastri, vinili, CD abusivi, vedano infine la luce con ogni crisma, una qualità tecnica apprezzabile, le scalette complete e nel giusto ordine di quegli spettacoli – apice e suggello della “Stax Volt Revue” – mitici come pochi.

Naturalmente sono tante le ripetizioni e alle diciassette tracce in programma in “Live! In London And Paris” finiscono per corrispondere dieci canzoni appena. Era un’altra epoca – cruciale momento di passaggio per il rock dall’adolescenza all’età adulta, nel mentre il soul era nel pieno della sua Età dell’Oro e si apprestava pur’esso a una metamorfosi – e lo showbiz stentava ad adeguarsi, i concerti faccende al più di mezz’ora, i tour di nomi singoli ancora più inconcepibili che non eccentrici. Otis era al centro di una rivoluzione cui un altro nero destinato a morire troppo presto e con il quale avrebbe da lì a poche settimane diviso il palco del “Monterey International Pop Festival”, Jimi Hendrix, avrebbe offerto un contributo decisivo. Lo si dimentica troppo spesso. Abbagliati da un repertorio straordinario, ci si scorda tanto questo quanto il fatto che morì non all’apogeo della fama bensì quando stella vera si apprestava a diventarlo, i successi precedenti nella classifica pop americana e in quelle europee robetta a fronte di una leggenda sbocciata post mortem. Chissà cosa ci avrebbe regalato ancora non fosse volato giù – e via – a ventisei anni, tre mesi, un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.651, ottobre 2008.

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Blow Up n.238

Mentre vi recate al seggio per votare potrebbe capitarvi di passare davanti a un’edicola. Non mancate allora di entrare e di compiere il vostro dovere civico acquistando il nuovo numero di “Blow Up”. Copertina dedicata a quel simpaticone di Mark E. Smith, venuto recentemente a mancare, e dentro un lunghissimo omaggio polifonico alla di lui vita e opera. Io pure ho offerto un piccolo contributo.

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