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Sei anni senza Amy Winehouse

Tutti a scrivere, quando assai prevedibilmente ma ancora più intempestivamente Amy Winehouse ci lasciò, il 23 luglio 2011, di un nuovo ingresso nel famigerato “club dei 27”. Quello delle rockstar morte prima di arrivare a festeggiare il ventottesimo compleanno. Ma… c’è un grosso “MA”, prima di un “mah” grosso così. Brian Jones morì a ventisette anni, ma contate quanti LP avevano già pubblicato i Rolling Stones e provate a immaginarveli senza il suo apporto. Jimi Hendrix morì a ventisette anni, avendo però non solo dato alle stampe tre album in studio (uno dei quali doppio) e un live, ma anche accumulato centinaia di ore di registrazioni inedite. Materiale bastante a confezionare una discografia postuma che, considerando solo l’essenziale, triplica almeno quanto mandò nei negozi in vita. Janis Joplin morì a ventisette anni, ma a quel punto aveva già in cv due 33 giri con Big Brother & The Holding Company e due da solista, il secondo dei quali uscirà postumo ma era comunque di fatto completo al momento della dipartita dell’artefice. Jim Morrison morì a ventisette anni, ma a guardare la sua vicenda artistica in retrospettiva – ben sei i lavori in studio licenziati dai Doors, più un doppio dal vivo – pare chiaro che una fase si era chiusa e, fosse vissuto, se ne sarebbe aperta un’altra. E anche Kurt Cobain morì (non per un incidente conseguenza di uno stile di vita pericoloso, lui) ventisettenne, avendo tuttavia consegnato in precedenza agli annali del rock tre lavori (più un’antologia di assortite curiosità) con i Nirvana e registrato un “Unplugged” per MTV. Vogliamo risalire a un’epoca pre-rock’n’roll? Pure Robert Johnson salutò questo mondo prima di spegnere la ventottesima candelina, ma è una bella consolazione per noi posteri che praticamente ogni singolo brano che ci ha lasciato (in vita pubblicò una dozzina scarsa di 78 giri) sia un classico che ha contribuito a plasmare, in differita di un quarto di secolo, il rock come si è disegnato da metà anni ’60 in poi. Mentre Amy… Quando morì di male di vivere l’ultimo album datava già quasi cinque anni ed era appena il secondo. Su quantità e qualità degli inediti rimasti nei cassetti la dice lunga lo scadente “Lioness: Hidden Treasures” e se da allora un’industria famelica non è ulteriormente passata all’incasso almeno con un live vuol dire che non esiste nulla di pubblicabile. Ed è questa, parlando di musica e mettendo dunque per un attimo da parte una vicenda biografica tristissima, la vera tragedia. La Winehouse è rimasta un’incompiuta. Un progetto mai concretizzatosi appieno di grande artista.

Del debutto datato ottobre 2003 “Frank”, che non è l’oggetto di questa pagina, questo soltanto dirò: che è un signor disco (paradossalmente: oggi sottovalutato quanto venne acclamato all’uscita) e che però fotografa una Amy parecchio diversa da quella che sarebbe quasi certamente diventata, non si fosse ammazzata di droghe e alcool. Nei suoi solchi una novella Billie Holiday (ventenne!) che prova a reincarnarsi in Macy Gray ed è esercizio di stile strepitoso ma, appunto, esercizio. Occasionale il trapelare di un sentimento autentico. Laddove da “Back To Black”, che gli andava dietro quasi esattamente tre anni dopo, a strizzarlo gocciola sangue. Le due canzoni più istantaneamente memorabili sistemate in apertura e in chiusura e naturalmente a riascoltarle dopo quanto accaduto fanno tutt’altro effetto: l’errebì gioioso innervato di profanissimo gospel Rehab non pare più il grido allegro di una monella che si gode la vita spericolata come fosse un privilegio della sua età, perché per crescere e mettere la testa a posto c’è (dovrebbe esserci) sempre tempo; idem Addicted, quasi parimenti serrata e ludica, come un recupero di Inghilterra “cool” metà ’80 (una Sade decisamente più negra perché ebrea) e insieme una Don’t Bogart Me per la generazione dell’ecstasy. Come ebbi a scrivere altrove, sull’onda dell’emozione per una delle tragedie più annunciate di sempre, “Back To Black” è un ossimoro: un capolavoro imperfetto. Un disco con diverse canzoni eccezionali, a partire dalle due succitate, ma che dà netta l’impressione che di opera di transizione trattavasi. Di momento di passaggio in cui l’anatroccolo jazz ancora non si era del tutto trasformato in un cigno soul. Se quello avrebbe poi volato con le ali di un tipico sound anni ’60, o piuttosto di un suo aggiornamento all’era del trip-hop, non lo sapremo mai. Altre cose in ogni caso meravigliose oltre a una traccia omonima evocazione mozzafiato di Shangri-Las: una You Know I’m No Good in cui Billie diventa Aretha; un’affranta Love Is A Losing Game; una Tears Dry On Their Own in scia alla classicissima Ain’t No Mountain High Enough; una Wake Up Alone che pare Sam Cooke che si dà al blues; una He Can Only Hold Her da Impressions maggiori.

A proposito di Sam Cooke… Ad appena un anno dall’uscita originale, cavalcandone il successo clamoroso la Island approntava un’edizione “Deluxe” di “Back To Black” con aggiunto un secondo, gustosissimo dischetto e due erano principalmente le ragioni per catturarlo: la prima, un’irresistibile versione “in levare” di Cupid; la seconda una demo di Love Is A Losing Game solo voce e chitarra acustica al confine fra lo struggente e lo straziante. Il generoso resto mancia comprende una Valerie in ginocchio da Aretha (di nuovo), tre squisiti scampoli di epopea 2-Tone e lo Spector non nascosto dietro un Wall of Sound di una To Know Him Is To Love Him oltre il malinconico. Mica robetta, insomma, e un’ottima scusa per porre mano al portafoglio e scucire quei trenta euro (o poco più) che vi costerà portarvi a casa in doppio vinile fresco di stampa quest’edizione allargata del secondo Amy Winehouse. Da applaudire: l’ottima resa sonora, un sound caldo quando dettagliato, una prospettiva scenica convincente e la magica voce resa al meglio. Da censurare: che alla Universal non abbiano ritenuto opportuno spendere quei pochi centesimi in più per due buste antistatiche. I conseguenti scrocchi per l’accumulo di elettricità rischiano di sciupare un piacere d’ascolto che sarebbe, se no, totale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

La classe non è acqua, lo stile solo chi ce l’ha può darselo e, almeno a volte, puoi cominciare a giudicare un libro, o un disco, sin dalla copertina. Ad esempio tiri su questo quarto album degli Heliocentrics – e anzi ottavo contando come vanno contati quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles – e, posto di fronte al solito artwork strepitoso (il bello è che sono uno diversissimo dall’altro e tutti un po’ fanno intuire cosa si ascolterà), già sai che non potrà che essere stupendo. E infatti… Il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto continua a non sbagliare un colpo, un centro via l’altro da quel “Out There” che, esattamente dieci anni fa, cominciava a delineare un sound proteiforme: capace di collegare (tutte influenze dichiarate) James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra (chiaramente omaggiato nella ragione sociale), David Axelrod. Aggiungete attitudine psichedelica e devozione per il krautrock, una fascinazione totale per il Miles Davis elettrico come per l’Herbie Hancock cosmico. E poi trasportate il tutto nell’era dell’hip hop (in curriculum, all’inizio, anche una collaborazione con DJ Shadow) e del downtempo. Shakerate.

“World Of Masks” decolla su tangenti di soul astrale con Made Of The Sun e atterra con il raga frenetico di The Uncertainty Principle. Bisognerebbe citare praticamente tutto quanto sta in mezzo, si tratti di un’ultralisergica Time o di una traccia omonima che parte alla Charles Mingus e poi arabeggia, di una stralunatissima The Silverback o del serrato funky Square Wave. Spazio finito. Ne resta a sufficienza per segnalare i rimarchevoli apporti vocali di una nuova collaboratrice, la slovacca Barbara Patkova.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Voodoo Jazz: il Vangelo di Jimi Hendrix secondo Gil Evans

Stranissima quanto straordinaria carriera quella di Gil Evans: già quarantenne quando nel 1952 cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al ’57, raramente leader fino ai tardi ’60 e poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio dopo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fitta e non più un evento, come prima, i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione. Inclassificabile una musica che con grande modestia preferiva rubricare, invece che sotto “jazz”, alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” e poi la trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”.

E fa fede soprattutto la maniera in cui Evans dai primi ’70 prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia queste riletture di Jimi Hendrix per orchestra di chitarre, bassi, ottoni e percussioni, datate in massima parte ’74: forse le uniche davvero degne di nota che chiunque abbia mai offerto dell’opera del chitarrista di Seattle. Un capolavoro fragrantemente blues e deflagrantemente funk, ora psichedelico e ora swingante che non dovrebbe mancare in nessuna collezione di dischi, di jazz o di rock che sia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013. Di Gil Evans ricorre oggi il ventinovesimo anniversario della morte.

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I migliori album del 2016 (14): Yussef Kamaal – Black Focus (Brownswood)

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C’è un nuovo jazz in circolazione. Che magari non sarà proprio nuovo nuovo, ma un pochino anche sì. Nel senso che qualche suggestione semi-inedita la regala. Nel senso che spalanca finestre di stanze dove l’aria ristagnava stantia da decenni. Nel senso che, naturalmente, a scriverne sono più webzine per la generazione hipster del tutto disponibile/sovrapponibile ora subito adesso che non i paludati noiosi petulanti cantori dell’ennesima rivisitazione della rivisitazione della rivisitazione dell’hard-bop, o di quella roba lì che ha condannato alla damnatio memoriae una parolina potenzialmente nobile quale “fusion”. Collisioni. Compenetrazioni. Ce ne sono a iosa in questo debutto di Yussef Kamaal, che non è un tizio ma un progetto, due giovanotti di Londra, alla batteria Yussef Dayes degli afrobeat United Vibrations (un album fuori anche per loro nel trascorso 2016, che non so come sia ma la copertina è un capolavoro) e al piano (elettrico, Rhodes: più che uno strumento un programma di suggestioni) e ai sintetizzatori Kamaal Williams. Si sono incontrati, si sono piaciuti, sono piaciuti a Gilles Peterson, cui è bastato un live set di venti minuti per farsi persuaso che non poteva che metterli sotto contratto per la sua Brownswood. In studio li ha raggiunti altra gente tosta, tutti concittadini: il chitarrista Mansur Brown, il trombettista Yelfris Valdes, il sassofonista Shabaka Hutchings e ben due bassisti, ché di ritmo non ce n’è mai abbastanza, Kareem Dayes (parente, I suppose) e Tom Driessler. Dietro il mixer si è seduto Malcolm Catto degli Heliocentrics e il risultato è “Black Focus”. Se Kamasi Washington fosse Flying Lotus è questo il disco che farebbe. Ma anche, senza diventare un altro, fosse cresciuto non masticando hip hop bensì digerendo drum’n’bass, dubstep, grime. Avesse il dono della sintesi. Per rilevanza, “Black Focus” sta al 2016 (quasi) come “The Epic” stava al 2015. Solo che dura 43’42”.

Però sembrano di più ed è una lode. Sembrano di più non perché ci si annoi ma viceversa giacché succedono continuamente cose. Cose cui si stenta a dare un nome. Tipo Strings Of Light, che è kosmische-jungle-jazz fintanto che non si slarga in dub. O Lowrider, un’idea di Lonnie Liston Smith che si unisce ai primi Weather Report essendo stato visitato in sogno da Roni Size. Laddove la traccia omonima plana sul pianeta alienblack fermato sulla copertina di “Sextant” di Herbie Hancock e Joint 17 dipinge post-soul per un’estate acquatica. Fine. Ricominci daccapo.

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Allen Toussaint – American Tunes (Nonesuch)

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È sempre stato uno, da New Orleans e di New Orleans divenuto un simbolo, che alla ribalta ha preferito le quinte, Allen Toussaint. E da lì ha influenzato in misura decisiva la black music dell’ultimo abbondante mezzo secolo: pianista eccelso, arrangiatore sopraffino, produttore di vaglia, scopritore di talenti (era lui a lanciare i Meters, la più grande formazione strumentale nell’ambito con Booker T. & The MGs), discografico accorto (la Minit il principale trofeo), autore di classici a decine per questo o quell’interprete. Quelli scritti per Lee Dorsey e Irma Thomas così come per Ernie K-Doe e altri ripresi da Wilson Pickett e dagli Stones, da Herb Alpert, Lowell George, Bonnie Raitt… Per un elenco nemmeno completo l’intero spazio occupato da questa recensione non basterebbe e meglio allora passare a dire di “American Tunes”.

Un addio che non immaginava di esserlo, inciso (regista al solito mirabile Joe Henry) in due riprese, nel maggio 2013 e poi nell’ottobre 2015. Un infarto stroncava Toussaint, settantasettenne, poche settimane dopo e nel pieno di un tour. Anche sapendo di essere ai saluti difficilmente avrebbe potuto concepire un congedo migliore e più significativo, aggiunta preziosa a una discografia in proprio troppo scarna, sette album appena quattro dei quali (con questo) negli ultimi dieci anni. Il disco contiene esattamente quanto promette un titolo mutuato dal classico di Paul Simon con il quale saluta, jazzeggiando: melodie americane, di Toussaint stesso come di Fats Waller, Bill Evans ed Earl King, “Fatha” Hines e Duke Ellington. Nell’ampissimo arco compreso fra l’irresistibile blues da bordello Rocks In My Bed (favolosa l’interpretazione che ne offre Rhiannon Giddens) e la cameristica a stelle e strisce di Danza, Op.33.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.379, settembre 2016.

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L’heavy mental jazz di Miles Davis, a venticinque anni dalla morte

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Più che spegnersi Miles Davis si bruciava, in un ultimo rabbioso falò, venticinque anni fa a oggi. Poche settimane prima aveva suonato a Roma, spettacolo di cui fui testimone per soli venti-venticinque minuti prima di dovere andar via, per ragioni che non sto qui a esporre per non bruciare anch’io, al ricordo, in un rabbioso falò. Se si parla di concerti, resta il rimpianto più grande di tutta la mia vita.

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Bitches Brew (Columbia, 1970)

Unico album tradizionalmente incasellato nel jazz fra questi magnifici mille (a meno di non contare i Weather Report), in forza di un’influenza sul rock che ha attraversato i decenni (per informazioni citofonare Tortoise), “Bitches Brew” è opera che sfugge in realtà a qualunque catalogazione, lago di suoni cui concorrono innumerevoli fiumi che mischiandosi diventano cosa definitivamente altra da ciò che erano. E difatti mai disco divise così il pubblico del jazz, che sarà al contrario unanime sui successori, bollati come apostasie commerciali quando in verità il Brodo di Cagne aveva venduto di più. Così, per non fare che due titoli, l’ultrachitarristico “A Tribute To Jack Johnson” del 1971 e l’ancora più straordinario “On The Corner”, di cui state per leggere.

Il Davis che mette mano a questo imponente (e per molti indisponente) doppio ha passato da poco i quaranta e ha alle spalle il più glorioso dei futuri: fiancheggiatore giovinetto di Charlie Parker e dunque protagonista della rivoluzione bebop, iniziatore del cosiddetto “cool” nel 1949, esponente di prima schiera dell’hard bop di metà ‘50, apripista del modale nel 1959 con quel “Kind Of Blue” che è a detta di molti il migliore LP jazz di sempre, ha disseminato i ‘60 di 33 giri bellissimi e universalmente acclamati. Ma per la prima volta, sopravanzato dalla pattuglia della New Thing, non è più all’avanguardia e cresce in lui il fastidio per la percentuale via via più esigua di neri e giovani in platea. Il timore di venire considerato un sopravvissuto lo attanaglia con la stessa intensità con cui lo fanno fremere d’ammirazione il blues elettrico, James Brown, Jimi Hendrix. “Bitches Brew” incorpora questo e tantissimo d’altro, dai ritmi africani al raga, a passaggi proto-ambient, a fughe psichedeliche. Limitativo dire che nulla nel jazz sarà più lo stesso, dopo. Più appropriato annotare che il jazz da qui in poi guarderà quasi sempre indietro, non avanti. In questo senso, oltre che atto di nascita di un mondo nuovo, è anche pietra tombale su uno giunto al capolinea di una gloriosa esistenza.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

The Complete Bitches Brew Sessions (Columbia, 1998)

Prestate attenzione alla brevità del periodo coperto da queste incisioni: agosto 1969-febbraio 1970. Fate poi il conto di quanta musica c’è nei quattro CD: quasi quattro ore e mezza. Nella più che quarantennale vicenda artistica di Miles Davis furono probabilmente i sette mesi maggiormente prolifici ma a sbalordire, più che la quantità, è la qualità del materiale finora inedito che, posto a seguito di titoli che hanno fatto la storia della musica di questo secolo, non esce sfigurato dal confronto. Nessuno dei nove brani (due sono alternate takes) sottratti all’oblio ha il gusto polveroso della curiosità d’epoca, utile magari all’archivista ma di scarso interesse per il semplice appassionato. Almeno uno (Recollections: piacerà assai ai cultori di David Sylvian) entra di diritto nel novero dei massimi capolavori davisiani di sempre.

“Bitches Brew” così come lo abbiamo conosciuto finora occupa il primo dischetto e un terzo del secondo, con la sequenza che abbiamo imparato a memoria rispettata. Da lì in avanti, in ordine scrupolosamente cronologico, viene esposto il resto del tesoro: metà circa del doppio antologico “Big Fun” (si raccomanda particolarmente il funky spaziale di Great Expectations), un irrinunciabile estratto dalla raccolta “Circle In The Round” (una hippissima e chilometrica rilettura della Guinnevere di David Crosby), un dispensabile frammento di “Live/Evil” (non è un giudizio di merito, è solo che il disco è in catalogo e facilmente reperibile), un raro 45 giri (The Little Blue Frog) e gli inediti di cui si diceva, in diversi dei quali sono protagonisti assoluti il sitar di Khalil Balakrishna e le tabla di Bihari Sharma. Ne consegue che gli aromi d’India già evidenti in “Bitches Brew” impregnano più che mai il tessuto sonoro, creando peculiarissimi impasti con una tromba che sceglie di preferenza gli accenti del lirismo ma sa farsi imperiosa. Restano a lungo nella memoria la cinematografica e spagnoleggiante Trevere, i colori pastello di Feio, la delicatezza di Take It Or Leave It.

“The Complete Bitches Brew Sessions” si segnala come la più entusiasmante opera di riordino del catalogo davisiano dai tempi ormai lontani di “Chronicle” (la raccolta completa di tutte le incisioni per la Prestige dal ‘51 al ‘56) e anche chi possiede l’album originale farà bene a meditarne l’acquisto. Se volevate comprare una sola ristampa quest’anno, l’avete trovata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

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On The Corner (Columbia, 1972)

All’apparenza monolitico, “On The Corner” se ci guardi attraverso con attenzione è un prisma che non smette mai di mostrare immagini. Vi convivono, inestricabilmente intersecate, le dimensioni in apparenza inconciliabili del duro funk di strada di George Clinton, di Sly Stone e di James Brown (la batteria di Black Satin riprende pari pari quella di Cold Sweat) e dell’avanguardia colta europea di Stockhausen (al cui culto, come a quello dei concerti per archi di Bach, Davis era stato iniziato dall’arrangiatore e violoncellista britannico Paul Buckmaster). Minimalista e nel contempo incredibilmente stratificato, lisergico e ritmicamente carico all’estremo, è il disco senza il quale sono inimmaginabili James White e James Blood Ulmer, i Material e i Defunkt, i Living Colour e i Public Enemy (né sarebbe esistita, senza il Miles Davis ’69-’75, quella strana bestia mutante chiamata post-rock). Ed è anche il disco con il quale la frattura del trombettista con il resto della scena jazz – provocata da “Bitches Brew” e allargata a dismisura dall’hendrixiano “A Tribute To Jack Johnson” – diveniva incolmabile: tanto è vero che, a quasi quarant’anni ormai dalla stroncatura di “Down Beat” (“ripetitivo e noioso”, lo trovò il recensore), le enciclopedie ancora lo schifano.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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Dark Magus (Columbia, 1977)

“The Miles Experience”: così Dave Liebman, sassofonista e flautista nell’ottetto che accompagnò Davis alla newyorkese Carnegie Hall la notte che questo doppio venne registrato – era il 30 marzo 1974 – intitola l’assieme di ricordi personali e annotazioni da musicologo che, con i crediti e alcune foto, occupa il libretto. Allude più che altro alle emozioni e al bagaglio di insegnamenti rimastigli della pur breve permanenza (meno di un anno e mezzo) nella band del Divino, ma ovviamente c’è anche un richiamo a Jimi Hendrix. E allora gettate un occhio all’elenco dei musicisti e contatele le chitarre: non una, non due ma addirittura tre, la terza del resto a sostituire quel sitar elettrico la cui presenza nei mesi precedenti aveva dato se possibile anche più scandalo – cioè: più scandalo del trombettista per antonomasia che passa buona parte del concerto chino su un organo? – oppure no. Nel senso che i jazzofili DOC a quel punto Miles l’avevano ripudiato da un pezzo, avevano smesso del tutto di seguirlo lasciandolo a quel poco di pubblico rock disposto a (capace di) seguirne le vertiginose evoluzioni. Quello che due anni prima aveva decretato il relativo successo di “On The Corner”, più che evoluzione ultima del percorso cominciato con “Bitches Brew” e proseguito con “A Tribute To Jack Johnson” un salto quantico verso un ulteriore, inaudito “brave new world”. Uno in cui Stockhausen è nero e suona il funk di James Brown, di Sly Stone, di George Clinton virandolo alla Hendrix e nel contempo riportandolo definitivamente all’Africa.

Talmente fisico da farsi inevitabilmente cerebrale, primo pannello di un trittico delineatosi molto a posteriori (gli altri “Agharta” e “Pangaea”), “Dark Magus” risulta ancora alieno. Vogliamo chiamarlo heavy me(n)tal jazz?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.257, maggio 2005.

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Il talento dissipato di Jaco Pastorius

Il bassista tecnicamente più prodigioso della storia del jazz ci lasciava ventinove anni fa a oggi. Ne aveva solo trentacinque, ma era già da un po’ che era morto.

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Non è stata gentile la vita con Jaco Pastorius, ragazzo prodigio dall’animo tormentato, assurto troppo presto alla fama e bruciatosi altrettanto prematuramente alla sua fiamma, oggi mitizzato da pochi, dimenticato dai più, ridimensionato dalla critica. “È il Jimi Hendrix del basso”, scrissero in molti, non notando che in lui un approccio allo strumento rivoluzionario e una padronanza dello stesso impareggiabile non convivevano, diversamente dal chitarrista di Seattle, con una scrittura all’altezza. Handicap grave nella sua discografia post-Weather Report, che patisce inoltre messe a fuoco difettose e larghi sprazzi di leziosità virtuosistiche.

Registrato dal vivo a Roma nel dicembre 1986, “Heavy’n Jazz” parte bene, con una stilosa rilettura di Broadway Blues di Ornette Coleman, ma nel prosieguo è in più di un momento imbarazzante, con un vero e proprio nadir rappresentato da una versione di Smoke On The Water (sì, quella) improponibile. Né le cose vanno granché meglio quando Pastorius e (soprattutto) il chitarrista Bireli Lagrene si misurano proprio con il songbook hendrixiano. Impresa che del resto ha rotto le ossa a molti.

Pur non essendo un capolavoro è di ben altro livello “Stuttgart Aria”, che il sestetto guidato dal Nostro diede alle stampe qualche mese prima. Se la citazione (non accreditata!) di Sly Stone nel brano che lo intitola è da pollice verso e Jaco Reggae è quasi irritante, la toccante melodia di Teresa (forse la più bella scritta da Jaco) e una splendida rivisitazione di The Day Of Wine And Roses di Henry Mancini inducono all’assoluzione. Facendo nel contempo crescere la tristezza per quegli occhi persi nel vuoto che campeggiano in copertina e che da lì a non molto si sarebbero chiusi per sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.10, marzo 1999.

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