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Voodoo Jazz: il Vangelo di Jimi Hendrix secondo Gil Evans

Stranissima quanto straordinaria carriera quella di Gil Evans: già quarantenne quando nel 1952 cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al ’57, raramente leader fino ai tardi ’60 e poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio dopo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fitta e non più un evento, come prima, i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione. Inclassificabile una musica che con grande modestia preferiva rubricare, invece che sotto “jazz”, alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” e poi la trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”.

E fa fede soprattutto la maniera in cui Evans dai primi ’70 prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia queste riletture di Jimi Hendrix per orchestra di chitarre, bassi, ottoni e percussioni, datate in massima parte ’74: forse le uniche davvero degne di nota che chiunque abbia mai offerto dell’opera del chitarrista di Seattle. Un capolavoro fragrantemente blues e deflagrantemente funk, ora psichedelico e ora swingante che non dovrebbe mancare in nessuna collezione di dischi, di jazz o di rock che sia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013. Di Gil Evans ricorre oggi il ventinovesimo anniversario della morte.

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I migliori album del 2016 (14): Yussef Kamaal – Black Focus (Brownswood)

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C’è un nuovo jazz in circolazione. Che magari non sarà proprio nuovo nuovo, ma un pochino anche sì. Nel senso che qualche suggestione semi-inedita la regala. Nel senso che spalanca finestre di stanze dove l’aria ristagnava stantia da decenni. Nel senso che, naturalmente, a scriverne sono più webzine per la generazione hipster del tutto disponibile/sovrapponibile ora subito adesso che non i paludati noiosi petulanti cantori dell’ennesima rivisitazione della rivisitazione della rivisitazione dell’hard-bop, o di quella roba lì che ha condannato alla damnatio memoriae una parolina potenzialmente nobile quale “fusion”. Collisioni. Compenetrazioni. Ce ne sono a iosa in questo debutto di Yussef Kamaal, che non è un tizio ma un progetto, due giovanotti di Londra, alla batteria Yussef Dayes degli afrobeat United Vibrations (un album fuori anche per loro nel trascorso 2016, che non so come sia ma la copertina è un capolavoro) e al piano (elettrico, Rhodes: più che uno strumento un programma di suggestioni) e ai sintetizzatori Kamaal Williams. Si sono incontrati, si sono piaciuti, sono piaciuti a Gilles Peterson, cui è bastato un live set di venti minuti per farsi persuaso che non poteva che metterli sotto contratto per la sua Brownswood. In studio li ha raggiunti altra gente tosta, tutti concittadini: il chitarrista Mansur Brown, il trombettista Yelfris Valdes, il sassofonista Shabaka Hutchings e ben due bassisti, ché di ritmo non ce n’è mai abbastanza, Kareem Dayes (parente, I suppose) e Tom Driessler. Dietro il mixer si è seduto Malcolm Catto degli Heliocentrics e il risultato è “Black Focus”. Se Kamasi Washington fosse Flying Lotus è questo il disco che farebbe. Ma anche, senza diventare un altro, fosse cresciuto non masticando hip hop bensì digerendo drum’n’bass, dubstep, grime. Avesse il dono della sintesi. Per rilevanza, “Black Focus” sta al 2016 (quasi) come “The Epic” stava al 2015. Solo che dura 43’42”.

Però sembrano di più ed è una lode. Sembrano di più non perché ci si annoi ma viceversa giacché succedono continuamente cose. Cose cui si stenta a dare un nome. Tipo Strings Of Light, che è kosmische-jungle-jazz fintanto che non si slarga in dub. O Lowrider, un’idea di Lonnie Liston Smith che si unisce ai primi Weather Report essendo stato visitato in sogno da Roni Size. Laddove la traccia omonima plana sul pianeta alienblack fermato sulla copertina di “Sextant” di Herbie Hancock e Joint 17 dipinge post-soul per un’estate acquatica. Fine. Ricominci daccapo.

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Allen Toussaint – American Tunes (Nonesuch)

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È sempre stato uno, da New Orleans e di New Orleans divenuto un simbolo, che alla ribalta ha preferito le quinte, Allen Toussaint. E da lì ha influenzato in misura decisiva la black music dell’ultimo abbondante mezzo secolo: pianista eccelso, arrangiatore sopraffino, produttore di vaglia, scopritore di talenti (era lui a lanciare i Meters, la più grande formazione strumentale nell’ambito con Booker T. & The MGs), discografico accorto (la Minit il principale trofeo), autore di classici a decine per questo o quell’interprete. Quelli scritti per Lee Dorsey e Irma Thomas così come per Ernie K-Doe e altri ripresi da Wilson Pickett e dagli Stones, da Herb Alpert, Lowell George, Bonnie Raitt… Per un elenco nemmeno completo l’intero spazio occupato da questa recensione non basterebbe e meglio allora passare a dire di “American Tunes”.

Un addio che non immaginava di esserlo, inciso (regista al solito mirabile Joe Henry) in due riprese, nel maggio 2013 e poi nell’ottobre 2015. Un infarto stroncava Toussaint, settantasettenne, poche settimane dopo e nel pieno di un tour. Anche sapendo di essere ai saluti difficilmente avrebbe potuto concepire un congedo migliore e più significativo, aggiunta preziosa a una discografia in proprio troppo scarna, sette album appena quattro dei quali (con questo) negli ultimi dieci anni. Il disco contiene esattamente quanto promette un titolo mutuato dal classico di Paul Simon con il quale saluta, jazzeggiando: melodie americane, di Toussaint stesso come di Fats Waller, Bill Evans ed Earl King, “Fatha” Hines e Duke Ellington. Nell’ampissimo arco compreso fra l’irresistibile blues da bordello Rocks In My Bed (favolosa l’interpretazione che ne offre Rhiannon Giddens) e la cameristica a stelle e strisce di Danza, Op.33.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.379, settembre 2016.

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L’heavy mental jazz di Miles Davis, a venticinque anni dalla morte

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Più che spegnersi Miles Davis si bruciava, in un ultimo rabbioso falò, venticinque anni fa a oggi. Poche settimane prima aveva suonato a Roma, spettacolo di cui fui testimone per soli venti-venticinque minuti prima di dovere andar via, per ragioni che non sto qui a esporre per non bruciare anch’io, al ricordo, in un rabbioso falò. Se si parla di concerti, resta il rimpianto più grande di tutta la mia vita.

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Bitches Brew (Columbia, 1970)

Unico album tradizionalmente incasellato nel jazz fra questi magnifici mille (a meno di non contare i Weather Report), in forza di un’influenza sul rock che ha attraversato i decenni (per informazioni citofonare Tortoise), “Bitches Brew” è opera che sfugge in realtà a qualunque catalogazione, lago di suoni cui concorrono innumerevoli fiumi che mischiandosi diventano cosa definitivamente altra da ciò che erano. E difatti mai disco divise così il pubblico del jazz, che sarà al contrario unanime sui successori, bollati come apostasie commerciali quando in verità il Brodo di Cagne aveva venduto di più. Così, per non fare che due titoli, l’ultrachitarristico “A Tribute To Jack Johnson” del 1971 e l’ancora più straordinario “On The Corner”, di cui state per leggere.

Il Davis che mette mano a questo imponente (e per molti indisponente) doppio ha passato da poco i quaranta e ha alle spalle il più glorioso dei futuri: fiancheggiatore giovinetto di Charlie Parker e dunque protagonista della rivoluzione bebop, iniziatore del cosiddetto “cool” nel 1949, esponente di prima schiera dell’hard bop di metà ‘50, apripista del modale nel 1959 con quel “Kind Of Blue” che è a detta di molti il migliore LP jazz di sempre, ha disseminato i ‘60 di 33 giri bellissimi e universalmente acclamati. Ma per la prima volta, sopravanzato dalla pattuglia della New Thing, non è più all’avanguardia e cresce in lui il fastidio per la percentuale via via più esigua di neri e giovani in platea. Il timore di venire considerato un sopravvissuto lo attanaglia con la stessa intensità con cui lo fanno fremere d’ammirazione il blues elettrico, James Brown, Jimi Hendrix. “Bitches Brew” incorpora questo e tantissimo d’altro, dai ritmi africani al raga, a passaggi proto-ambient, a fughe psichedeliche. Limitativo dire che nulla nel jazz sarà più lo stesso, dopo. Più appropriato annotare che il jazz da qui in poi guarderà quasi sempre indietro, non avanti. In questo senso, oltre che atto di nascita di un mondo nuovo, è anche pietra tombale su uno giunto al capolinea di una gloriosa esistenza.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

The Complete Bitches Brew Sessions (Columbia, 1998)

Prestate attenzione alla brevità del periodo coperto da queste incisioni: agosto 1969-febbraio 1970. Fate poi il conto di quanta musica c’è nei quattro CD: quasi quattro ore e mezza. Nella più che quarantennale vicenda artistica di Miles Davis furono probabilmente i sette mesi maggiormente prolifici ma a sbalordire, più che la quantità, è la qualità del materiale finora inedito che, posto a seguito di titoli che hanno fatto la storia della musica di questo secolo, non esce sfigurato dal confronto. Nessuno dei nove brani (due sono alternate takes) sottratti all’oblio ha il gusto polveroso della curiosità d’epoca, utile magari all’archivista ma di scarso interesse per il semplice appassionato. Almeno uno (Recollections: piacerà assai ai cultori di David Sylvian) entra di diritto nel novero dei massimi capolavori davisiani di sempre.

“Bitches Brew” così come lo abbiamo conosciuto finora occupa il primo dischetto e un terzo del secondo, con la sequenza che abbiamo imparato a memoria rispettata. Da lì in avanti, in ordine scrupolosamente cronologico, viene esposto il resto del tesoro: metà circa del doppio antologico “Big Fun” (si raccomanda particolarmente il funky spaziale di Great Expectations), un irrinunciabile estratto dalla raccolta “Circle In The Round” (una hippissima e chilometrica rilettura della Guinnevere di David Crosby), un dispensabile frammento di “Live/Evil” (non è un giudizio di merito, è solo che il disco è in catalogo e facilmente reperibile), un raro 45 giri (The Little Blue Frog) e gli inediti di cui si diceva, in diversi dei quali sono protagonisti assoluti il sitar di Khalil Balakrishna e le tabla di Bihari Sharma. Ne consegue che gli aromi d’India già evidenti in “Bitches Brew” impregnano più che mai il tessuto sonoro, creando peculiarissimi impasti con una tromba che sceglie di preferenza gli accenti del lirismo ma sa farsi imperiosa. Restano a lungo nella memoria la cinematografica e spagnoleggiante Trevere, i colori pastello di Feio, la delicatezza di Take It Or Leave It.

“The Complete Bitches Brew Sessions” si segnala come la più entusiasmante opera di riordino del catalogo davisiano dai tempi ormai lontani di “Chronicle” (la raccolta completa di tutte le incisioni per la Prestige dal ‘51 al ‘56) e anche chi possiede l’album originale farà bene a meditarne l’acquisto. Se volevate comprare una sola ristampa quest’anno, l’avete trovata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.7, settembre/ottobre 1998.

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On The Corner (Columbia, 1972)

All’apparenza monolitico, “On The Corner” se ci guardi attraverso con attenzione è un prisma che non smette mai di mostrare immagini. Vi convivono, inestricabilmente intersecate, le dimensioni in apparenza inconciliabili del duro funk di strada di George Clinton, di Sly Stone e di James Brown (la batteria di Black Satin riprende pari pari quella di Cold Sweat) e dell’avanguardia colta europea di Stockhausen (al cui culto, come a quello dei concerti per archi di Bach, Davis era stato iniziato dall’arrangiatore e violoncellista britannico Paul Buckmaster). Minimalista e nel contempo incredibilmente stratificato, lisergico e ritmicamente carico all’estremo, è il disco senza il quale sono inimmaginabili James White e James Blood Ulmer, i Material e i Defunkt, i Living Colour e i Public Enemy (né sarebbe esistita, senza il Miles Davis ’69-’75, quella strana bestia mutante chiamata post-rock). Ed è anche il disco con il quale la frattura del trombettista con il resto della scena jazz – provocata da “Bitches Brew” e allargata a dismisura dall’hendrixiano “A Tribute To Jack Johnson” – diveniva incolmabile: tanto è vero che, a quasi quarant’anni ormai dalla stroncatura di “Down Beat” (“ripetitivo e noioso”, lo trovò il recensore), le enciclopedie ancora lo schifano.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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Dark Magus (Columbia, 1977)

“The Miles Experience”: così Dave Liebman, sassofonista e flautista nell’ottetto che accompagnò Davis alla newyorkese Carnegie Hall la notte che questo doppio venne registrato – era il 30 marzo 1974 – intitola l’assieme di ricordi personali e annotazioni da musicologo che, con i crediti e alcune foto, occupa il libretto. Allude più che altro alle emozioni e al bagaglio di insegnamenti rimastigli della pur breve permanenza (meno di un anno e mezzo) nella band del Divino, ma ovviamente c’è anche un richiamo a Jimi Hendrix. E allora gettate un occhio all’elenco dei musicisti e contatele le chitarre: non una, non due ma addirittura tre, la terza del resto a sostituire quel sitar elettrico la cui presenza nei mesi precedenti aveva dato se possibile anche più scandalo – cioè: più scandalo del trombettista per antonomasia che passa buona parte del concerto chino su un organo? – oppure no. Nel senso che i jazzofili DOC a quel punto Miles l’avevano ripudiato da un pezzo, avevano smesso del tutto di seguirlo lasciandolo a quel poco di pubblico rock disposto a (capace di) seguirne le vertiginose evoluzioni. Quello che due anni prima aveva decretato il relativo successo di “On The Corner”, più che evoluzione ultima del percorso cominciato con “Bitches Brew” e proseguito con “A Tribute To Jack Johnson” un salto quantico verso un ulteriore, inaudito “brave new world”. Uno in cui Stockhausen è nero e suona il funk di James Brown, di Sly Stone, di George Clinton virandolo alla Hendrix e nel contempo riportandolo definitivamente all’Africa.

Talmente fisico da farsi inevitabilmente cerebrale, primo pannello di un trittico delineatosi molto a posteriori (gli altri “Agharta” e “Pangaea”), “Dark Magus” risulta ancora alieno. Vogliamo chiamarlo heavy me(n)tal jazz?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.257, maggio 2005.

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Il talento dissipato di Jaco Pastorius

Il bassista tecnicamente più prodigioso della storia del jazz ci lasciava ventinove anni fa a oggi. Ne aveva solo trentacinque, ma era già da un po’ che era morto.

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Non è stata gentile la vita con Jaco Pastorius, ragazzo prodigio dall’animo tormentato, assurto troppo presto alla fama e bruciatosi altrettanto prematuramente alla sua fiamma, oggi mitizzato da pochi, dimenticato dai più, ridimensionato dalla critica. “È il Jimi Hendrix del basso”, scrissero in molti, non notando che in lui un approccio allo strumento rivoluzionario e una padronanza dello stesso impareggiabile non convivevano, diversamente dal chitarrista di Seattle, con una scrittura all’altezza. Handicap grave nella sua discografia post-Weather Report, che patisce inoltre messe a fuoco difettose e larghi sprazzi di leziosità virtuosistiche.

Registrato dal vivo a Roma nel dicembre 1986, “Heavy’n Jazz” parte bene, con una stilosa rilettura di Broadway Blues di Ornette Coleman, ma nel prosieguo è in più di un momento imbarazzante, con un vero e proprio nadir rappresentato da una versione di Smoke On The Water (sì, quella) improponibile. Né le cose vanno granché meglio quando Pastorius e (soprattutto) il chitarrista Bireli Lagrene si misurano proprio con il songbook hendrixiano. Impresa che del resto ha rotto le ossa a molti.

Pur non essendo un capolavoro è di ben altro livello “Stuttgart Aria”, che il sestetto guidato dal Nostro diede alle stampe qualche mese prima. Se la citazione (non accreditata!) di Sly Stone nel brano che lo intitola è da pollice verso e Jaco Reggae è quasi irritante, la toccante melodia di Teresa (forse la più bella scritta da Jaco) e una splendida rivisitazione di The Day Of Wine And Roses di Henry Mancini inducono all’assoluzione. Facendo nel contempo crescere la tristezza per quegli occhi persi nel vuoto che campeggiano in copertina e che da lì a non molto si sarebbero chiusi per sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.10, marzo 1999.

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Have A Little Faithfull (Marianne)

Marianne Faithfull

Ricorre oggi un anniversario alquanto singolare. Era un 8 di luglio, del 1970, quando una giovane, bellissima, sciocca e naturalmente disperata Marianne Faithfull cercava di suicidarsi, con un’overdose di barbiturici. Tentativo che non riusciva davvero per un nulla, giacché la ragazza restava alcuni giorni in coma. Che spreco immenso sarebbe stato, di un talento che sboccerà appieno solo diversi anni dopo.

Marianne Faithfull - Come My Way

Come My Way (Decca, 1964)

Materia leggendaria l’ingresso dell’aristocratica non per modo di dire (la madre una baronessa austriaca) Marianne Faithfull nel mondo del rock: nel 1964 Andrew Loog Oldham, al tempo manager dei Rolling Stones, ne notava la bellezza profumata di innocenza a una festa a casa McCartney e pensava bene di corromperla mettendola a contatto con i suoi sulfurei protetti. Jagger e Richards le affidavano la sentimentale As Tears Go By e il 45 giri filava dritto nei Top 10 britannici. Ancora meglio avrebbe fatto qualche mese dopo Come And Stay With Me, scritta a quattro mani da Jackie De Shannon e da un giovane Jimmy Page. Con inconsueta strategia commerciale, duplice l’esordio a 33 giri nel ’65, con due album contemporaneamente nei negozi, uno omonimo con i successi già messi in fila come fulcro e questo “Come My Way”, che meritoriamente la Lilith riporta nei negozi offrendo un’alternativa a una costosa stampa giapponese. È una piacevole collezione di ballate folk in massima parte tradizionali interpretate con un’acerba voce da soprano. Accostabili alla coeva Joan Baez le atmosfere, qui e là si affacciano toni alla Kurt Weill prefiguranti un futuro allora lontanissimo. Quattro brani integrano la scaletta originale e fra essi il malato blueseggiare di Sister Morphine: si era fatto il 1969 e di innocenza non vi era più traccia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.620, marzo 2006.

Marianne Faithfull - Broken English

Broken English (Island, 1979)

Affacciatasi alla ribalta a metà anni ’60 come pupa innocente dei gangster Rolling Stones, e rimediato un discreto successo con una serie di singoli ed LP divisi fra un soffice folk-rock e un altrettanto delicato pop orchestrale, Marianne Faithfull ne spariva drammaticamente poco dopo, persa in una tossica spirale autodistruttiva divenuta materia di tristi leggende. Uscita di scena a suo modo spettacolare come lo era poi – ma fortunatamente in tutt’altro modo – un rientro concretizzatosi appieno alla fine del decennio successivo con questo “Broken English”. C’era stato in realtà due anni prima, nel 1977, un altro album, “Dreaming My Dreams”, ma non se n’era accorto quasi nessuno ed è un bene che di quella non trascendentale collezione di canzoni country in pochi serbino memoria. “Broken English” era il ritorno vero e faceva rumore per la qualità del repertorio, per la modernità dei suoni, per la bellezza decadente di una voce splendidamente rovinata, per cominciare, dalle troppe sigarette: roca, una buona ottava più bassa di quel che era stata. I quasi tre decenni e mezzo trascorsi nulla hanno sottratto in impatto e memorabilità a otto canzoni (fra cui una Working Class Hero forse meglio dell’originale di Lennon) un po’ Grace Jones e un po’ tanto Patti Smith. Il CD aggiunto a questa ristampa Deluxe non offre ulteriori illuminazioni, tolta una Sister Morphine che risuona insieme confessione e riscatto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

Marianne Faithfull - Easy Come Easy Go

Easy Come Easy Go (Naïve, 2008)

Fornire i promo in vinile è stata una mia scelta, amo molto il suono analogico e soffro il digitale. Forse normale per noi, dato che entrambi siamo cresciuti con i 33 e i 45 giri, ma mi sono accorta che, per fortuna, tanti giovani e giovanissimi stanno scoprendo il gusto della musica ascoltata con il giradischi, come confermato dalla presenza di una sempre maggiore quantità di vinili sugli scaffali degli stessi negozi – anche delle grandi catene – dai quali erano quasi scomparsi. Al di là del suono, i dischi neri mi piacciono perché richiedono attenzione e per le possibilità che offrono in termini di sequenza dei brani: la pausa per cambiare facciata, per esempio, è psicologicamente molto importante per godersi al meglio la scaletta. Mettere su un disco dovrebbe essere un piccolo evento.

Così Marianne Faithfull qualche settimana fa, in una conversazione con Federico Guglielmi. E come darle torto? Da addetto ai lavori, è stata una soddisfazione immensa ricevere come “advance” non un compact disc (spesso nemmeno confezionato, con giusto uno squallido foglietto ad accompagnarlo) bensì, a ere geologiche dall’ultimo, un doppio vinile in elegante copertina apribile. Uguale a quello che verrà commercializzato, diciotto brani ove il CD normale ne conterrà solamente dieci e per avere l’intera scaletta in digitale dovrete puntare un’edizione limitata.

Spendo due doverose parole su come suona, sul primo dei supporti fonografici, “Easy Come Easy Go”. Benissimo, naturalmente, che la Naïve abbia deciso di puntare sul vinile. Sarebbe nondimeno opportuno, per non giocarsi una delle ultime possibilità di sopravvivenza, che nel momento in cui si aggrappa come a un salvagente al vecchio formato l’industria discografica maggiore tenesse conto dell’opera svolta nell’ultimo decennio dalle etichette per audiofili. Ci siamo abituati ai centottanta grammi, al vinile vergine e pressato a regola d’arte, e dunque silenzioso, e indietro non si torna (se no tanto vale comprare il CD o farselo). Qui la grammatura è bassina, benché ancora adeguata, e la silenziosità migliorabile. Che il piacere regalato da un’incisione superba – tutto magistrale: i timbri delle voci, i colori degli strumenti, la prospettiva scenica – venga a tratti sciupato da qualche tic, o peggio da delle strisciate, nel 2008 è inammissibile.

E la musica? Meglio della registrazione, ennesimo gioiellino per un’artista salita alla ribalta nei ’60 e immersa ora in altri sessanta ancora più favolosi: i suoi. Chi se la ricorda giovane, fine dicitrice di robine pop, resetti. Chi ruvidamente post-punk nel capolavoro “Broken English”, idem. Non chi da “Strange Weather” in poi (e sono due abbondanti decenni) ha fatto i conti con un’interprete capace di colmare lo iato fra Billie Holiday e PJ Harvey. Qui alle prese con materiali fra gli altri di Dolly Parton e Brian Eno, Duke Ellington e Randy Newman, Morrissey e Judee Sill, degli Espers come dei Traffic, dei Miracles o di Bernstein. Contornata dagli ospiti più vari (dal vecchio amico Keith Richards a Sean Lennon, da Antony a Nick Cave passando per Cat Power o Rufus Wainwright), accompagnata da musicisti strepitosi (uno per tutti: il chitarrista Marc Ribot), diretta da un Hal Willner in stato di grazia in una zona di squisita penombra fra il jazz e una Canzone che aspira al Classico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.295, novembre 2008. Riadattato.

Se nell’essere sempre uguali a se stessi gli amici Jagger & Richards hanno un punto di forza, Marianne Faithfull è stata decisamente più bendisposta al cambiamento in una carriera pur’essa ormai quarantennale. Due le rivoluzioni maggiori inscenate: se da interprete di brani altrui in chiave folk-pop si reinventava nel ’79, con il capolavoro “Broken English”, autrice in un orizzonte post-punk nell’87 l’altrettanto formidabile “Strange Weather”, prima collaborazione con Hal Wilner, la ridefiniva sciantosa esistenzialista, moderna Bille Holiday pacificata ma non troppo. “Easy Come Easy Go” rinnova il sodalizio con Willner come forse non c’era bisogno – in fondo tutti i dischi sistemati fra questi due discendono dal primo – e forse invece sì, perché repertorio, qualità degli arrangiamenti e intensità delle interpretazioni si rivelano – già al primo ascolto, ma tanto di più nei successivi – una spanna sopra una media già alta. Quando vi parleranno dei “favolosi anni sessanta” di questa signora classe 1946 sappiate che sono quelli che sta vivendo ora.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.658, maggio 2009.

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L’afrojazz ante litteram di Art Blakey

Art Blakey & The Jazz Messengers - Drum Suite

Schifati – come dovrebbe esserlo chiunque, audiofilo o no, ami la musica – da un certo modo di registrare, mixare e masterizzare che ha preso piede con la diffusione dell’mp3? Convinti che la media delle incisioni degli anni ’70 sia parecchio superiore a quella di un’attualità in tal senso discutibilissima? Io lo sono, ma a lasciarmi davvero stupefatto sono sovente registrazioni ancora più antiche. Credo di averne ascoltate poche in vita mia della sovrannaturale (perché naturalissima) nitidezza di quelle contenute in questo LP che era uno dei tanti mandati nei negozi da Art Blakey in un 1957 eccezionalmente produttivo. Voglio esagerare, ma non credo di esagerare, asserendo che la prima facciata di questo 33 giri da incorniciare già soltanto per la copertina contiene le percussioni (all’opera tre batteristi, incluso il titolare, e due bonghisti) meglio riprodotte di sempre.

All’audiofilo potrei suggerire che dovrebbe porre mano al portafoglio anche solo per questo, per avere un’incisione di riferimento in materia di percussioni. A chi semplicemente ama la musica dirò che a rendere obbligatorio l’acquisto bastano e avanzano sempre i diciotto prodigiosi minuti (dimenticavo: eternati “buona la prima” da un gruppo che era convinto che si stesse semplicemente provando per aggiustare i livelli) della Drum Suite vera e propria. La temperie visionaria nutrita ad Africa e America Latina e le tempeste ritmiche di The Sacrifice, Cubano Chant e Oscalypso abbagliano tuttora ed erano in ultradecennale anticipo non solo su certo jazz da “Bitches Brew” in poi ma sull’afrobeat e sul rock che comincerà a fare i conti con le musiche etniche. Ascoltatela e sappiatemi dire. Unica controindicazione: al confronto, l’impeccabile ma canonico hard bop del secondo lato potrebbe sembrarvi la faccenda scipita che assolutamente non è.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.353, maggio 2015.

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