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L’individualismo di Gil Evans, a trent’anni dalla morte

Il lettore mi perdonerà ma… “Il giovane e dotato compositore, arrangiatore e critico Bill Mathieu ha scritto una volta di Gil Evans: ‘La mente vacilla dinnanzi alla complessità dei suoi arrangiamenti e delle sue composizioni. A tal punto gli spartiti sono accurati, formalmente ben costruiti e attenti alla tradizione che ti viene da pensare che gli originali andrebbero preservati sotto vetro in un museo fiorentino’. (…) Ma cosa rende unico il lavoro di Evans? È impossibile da esprimere a parole e tuttavia, contando sulla vostra indulgenza, ci proverò, non rivolgendomi al musicista professionista bensì all’incolto; i professionisti sono invitati a saltare i prossimi paragrafi. Ogni ‘canzone’ è costituita da due componenti primarie: melodia e armonia. Il ritmo è il terzo degli elementi principali, ma qui desidero limitarmi ai primi due. Quando una melodia è suonata una certa sequenza di accordi scorre sotto di essa e le note più basse di questi accordi disegnano una sorta di seconda melodia a sé stante. È la cosiddetta ‘linea di basso’ e nella costruzione di una trama e nella definizione di un gusto musicale ha una notevole rilevanza. Un primo passo per apprezzare l’arte di Gil Evans è cercare di non seguire la melodia ma piuttosto la linea di basso in alcuni di questi brani. Fra la nota bassa e quella melodica si situano le restanti che formano un accordo. Puoi sistemarle a casaccio, in modo tale che non avrai che degli accordi messi in fila, come dei pali del telefono fra i quali è teso il filo della melodia; oppure puoi unire le note interne di un accordo a quelle del successivo, creando ulteriori melodie dentro la musica. Queste nuove linee sono chiamate le ‘voci interiori’ dell’armonizzazione e come le tratta è uno dei modi di misurare l’abilità di un compositore o di un arrangiatore. Ebbene: la maniera che ha Evans di maneggiarle è spesso stupefacente. La melodia di base, la linea di basso, le voci interiori sono puntualmente squisite. Il risultato è che un suo spartito può essere grossomodo paragonato a uno schema di parole crociate: può essere letto sia in verticale, seguendo gli accordi, che in orizzontale, andando dietro alle diverse melodie. Fate l’una e l’altra cosa insieme e potreste restare senza fiato”.

Il lettore mi perdonerà per avere questo mese preso in prestito da altri quasi metà del testo della rubrica, ma le note che Gene Lees vergò nel 1964 per l’album “The Individualism Of Gil Evans” mi sono parse così precise e illuminanti e insomma meglio di qualunque cosa avrei potuto scrivere io che, ubi maior…, non ho resistito alla tentazione di citarle estesamente. Lees prosegue appuntando che un’altra parte fondamentale del fascino della musica di Evans è il fatto che usi nell’ambito del jazz strumenti, il corno francese su tutti, usualmente non adoperati e si diffonde, prima di passare a descrivere le cinque tracce che danno vita al 33 giri, sulla inclassificabilità di una musica che l’autore, con grande modestia, rubricava alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di una tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio a tavolino. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie discussioni e intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” (del Nostro gli arrangiamenti di “Moondreams” e “Boplicity”) e poi la cruciale trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, più mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”. Fa fede la maniera in cui Evans, a partire dai primi ’70, prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia le sue riletture – orchestrali – di Jimi Hendrix, le uniche degne di nota che chiunque abbia mai dato dell’opera del chitarrista di Seattle. Stranissima quanto straordinaria carriera la sua: già quarantenne quando, nel 1952, cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al 1957, di rado leader fino ai tardi ’60, poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio successivo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fittissima e non più, come in precedenza, un evento i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione.

Ammetto di non essere un esperto di Gil Evans. Naturalmente conosco e amo tutto quanto combinato da complice del Divino Miles. Altrettanto ovviamente ho frequentato le rivisitazioni hendrixiane e – spesso – quel “Out Of The Cool” puntualmente in lista ogni volta che si redigono elenchi di pietre miliari del jazz. Ma prima che Sound And Music, distributore italiano della tedesca Speakers Corner cui dobbiamo questa ristampa magnificamente suonante (sublimi il nitore e i colori del piano, una meraviglia certi intrecci fiatistici di cui si coglie ogni sfumatura) di “The Individualism Of”, me lo facesse avere non avevo mai ascoltato l’album in questione. E davvero sono rimasto – cito di nuovo Lees – “senza fiato” dinnanzi a una felpata e notturna The Barbara Song (da “L’opera da tre soldi” di Brecht e Weill), a un Las Vegas Tango che è in realtà un blues in transito dal sornione al melò e a una Hotel Me che invece pure. A una El toreador in fuga dall’oleografia verso l’ineffabile. È classica? È jazz? È musica incredibile e non saprei se dirmi più felice, dopo quasi trent’anni che faccio girare dischi, di riuscire a trovarne ancora di inedita per me o infuriato per la brevità di questa porca vita che mi impedirà di assaporare tutta quella che vorrei. Viviamo nell’ignoranza e, quel che è peggio, ci moriamo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.264, gennaio 2006.

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I migliori album del 2017 (7): The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

Recensendo a suo tempo (2007) “Out There”, debutto discografico adulto per il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto, lo raccontavo fra il resto come l’ideale colonna sonora di un film di fantascienza spaziale immaginario. Da non crederci che una simile congrega di visionari abbia impiegato dieci anni per pubblicarne una vera di colonna sonora. Edito lo scorso giugno sempre su Soundway, “The Sunshine Makers” raccoglie le musiche composte a commento dell’omonimo documentario, incentrato su due leggendarie figure della Controcultura, Nicholas Sand e Tim Scully, i chimici che distillavano il migliore LSD di sempre e ne producevano 3.600.000 dosi. Doppio, per farsi un’idea di come suona basta scorrerne i titoli: The History Of LSD, 200 Kilos, Chase Scene, The Acid Trial, The Trip… e così via. Una faccenda per completisti quello, però. “Il” disco del 2017 da avere assolutamente degli Heliocentrics è questo, che è andato nei negozi quel mesetto prima, a fine maggio. Il loro quarto o ottavo album contando, come vanno contati, quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles. Forte al solito di un artwork strepitoso, non aggiunge nulla e aggiunge moltissimo a un canone capace da subito di collegare James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra, David Axelrod. Con attitudine psichedelica, devozione per il krautrock, fascinazione totale per il Miles Davis come per l’Herbie Hancock elettrici. Il tutto nel mondo creato nel 1996 da DJ Shadow con il capitale “Endtroducing”. Con costui Catto e sodali si ritrovavano a collaborare all’inizio della loro storia e del suo hip hop strumentale sono la versione suonata invece che ricreata in vitro. “Sono come la sezione ristampe di un negozio di dischi, ma in carne e ossa”, scriveva di loro qualche anno fa un recensore americano, cogliendoci in pieno.

E allora cosa aggiunge “A World Of Masks” a una produzione inattaccabile? Altri tre quarti d’ora di memorabilità dall’alto all’assoluto, fra il soul astrale di Made Of The Sun e la jam teutonica, ma alle porte del cosmo che stanno giù in India, di The Uncertainty Principle. Passando per i Can girati afrobeat di Human Zoo, per una traccia omonima che parte Mingus e arriva araba, per l’orgia di wah wah di una stralunatissima The Silverback. Per una rarefatta Capital Of Alone in cui più che altrove Barbara Patkova (ecco cosa aggiunge quest’album alla vicenda Heliocentrics: una stellare nuova collaboratrice) si candida a erede di Julie Driscoll.

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Il jazz più che free di Albert Ayler

Il 25 novembre 1970 il corpo di Albert Ayler, a tal punto malridotto dalla lunga permanenza in acqua da essere a malapena riconoscibile, veniva ripescato nell’East River, a New York. Erano trascorsi venti giorni dacché era stato visto vivo da qualcuno per l’ultima volta. A seguire, una piccola rassegna di mie recensioni di album – due dal vivo (in origine tre) e due in studio – di uno dei sassofonisti più grandi e originali della storia del jazz.

Prophecy

Formidabile quell’anno, il 1964, per Albert Ayler, che il 14 gennaio si sposava, il 24 febbraio registrava contestualmente il suo ultimo album di standard (il meraviglioso e sottovalutatissimo “Swing Low Sweet Spiritual”, aka “Goin’ Home”) e il primo di composizioni autografe (“Spirits”), il 14 giugno incideva dal vivo, al newyorkese Cellar Cafe, questo “Prophecy” e il 10 luglio tornava in studio, con gli stessi accompagnatori, sul medesimo materiale, nella seduta che frutterà il 33 giri d’esordio su ESP e secondo in assoluto dopo “My Name Is” dell’anno prima, “Spiritual Unity”. Dal che avrete dedotto che il 1964 del nostro eroe fu sì formidabile ma che il mondo non era ancora pronto per lui, né mai lo sarà nella sua vita troppo breve e dal finale tragico. Tant’è che di cinque LP (contando la colonna sonora improvvisata sul momento “New York Eye And Ear Control”) registrati, solamente due vedevano la luce allora. Troppo ardite le traiettorie tracciate dal suo sax sulla sghemba ritmica di Gary Peacock e Sunny Murray perché persino un uomo dalle ampissime vedute come Bernard Stollman, che aveva fondato la ESP dopo avere assistito a un concerto del nostro uomo, si azzardasse a seguirle sempre e comunque. Lo stesso Ayler – non solo i tanti denigratori – rifiuterà più avanti di chiamare “jazz” le sue schizoidi creazioni. Aveva ragione? Discuterne sarebbe un esercizio di sofismo: è semplicemente musica immortale.

Ghosts, che tante altre volte tornerà, debutta qui in due versioni, attorniata da Spirits, Wizard, Prophecy. Felici sarabande d’animo popolaresco e indicibile lirismo sulla strada che da New Orleans condurrà al John Coltrane ultraterreno dell’ultima fase di carriera e all’Ornette Coleman profeta della no wave.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.227, settembre 2002.

Spiritual Unity

Il 10 luglio 1964 Albert Ayler entrava in uno studiolo newyorkese con il contrabbassista Gary Peacock e il batterista Sunny Murray. Con loro, pare, solo altre due persone: la moglie di Peacock, Annette, e il proprietario della neonata casa discografica per la quale l’album doveva uscire, Bernard Stollman. Non c’era invece il tecnico del suono che, abituato a registrare musica latina, sconcertato da quanto stava ascoltando se ne andò appena finito di regolare i livelli e come non bastasse (convinto che si trattasse di un demo) lasciando tutto in mono. Poco male: la registrazione è cristallina. Peggio per lui: si perse uno dei momenti più emozionanti della musica del ’900. “Mio dio! Che debutto beneaugurante per un’etichetta!”, commentò a un certo punto Stollman rivolto ad Annette. E aveva proprio ragione.

Fu un doppio esordio, “Spiritual Unity”. Per Ayler, che in precedenza ne aveva pubblicato due in Danimarca, era il primo 33 giri americano. Per Stollman, che aveva da poco lasciato una proficua attività avvocatizia fulminato proprio da un concerto del sassofonista di Cleveland, il primo impegno (fu però il numero due del catalogo ESP) da discografico. Se si cerca un album che riassuma la poetica ayleriana smussandone gli spigoli più acuminati, è “Love Cry”, debutto su raccomandazione di Coltrane e datato 1968 per la Impulse!, il titolo da avere. Ma se tale poetica, tanto oltre il jazz precedente da trascenderlo, la si vuole conoscere nella forma più incompromissoria è con queste giostre impazzite di suoni, che portarono al limite estremo l’ideale di improvvisazione collettiva di New Orleans, e nel farlo anticiparono di oltre dieci anni la no wave, che bisogna confrontarsi. Incompreso alla fine anche dai pochi estimatori, che tacciarono di commercialismo nel 1969 la svolta funk (e persino psichedelica in spirito) di “New Grass” e non si fecero blandire dal successivo e coltraniano “Music Is The Healing Force Of The Universe”, Ayler cadeva nella depressione e nelle luride acque dell’East River. Venne ripescato il 25 novembre 1970, tanto malridotto da essere a stento identificabile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.13, primavera 2004.

Live In Greenwich Village: The Complete Impulse Recordings

Appena tre numeri fa si auspicava che la Impulse! riparasse, per quanto possibile, alla criminale indifferenza con cui trattò Albert Ayler in vita ristampando finalmente i cinque LP, sui sei che pubblicò del nostro eroe, assenti da troppo tempo all’appello (l’unico in catalogo era “Love Cry”). Almeno per quanto attiene alle incisioni dal vivo ha provveduto. “Live In Greenwich Village” raccoglie integralmente i due album (singolo il primo, doppio il secondo) che documentarono i concerti del 18 dicembre 1966 e del 26 febbraio 1967. Saggiamente, le scalette di “In Greenwich Village” e “The Village Concerts” sono state rivoluzionate in modo da presentare un concerto per CD. Piccola consolazione per chi già possedeva i dischi originali, sono state aggiunte, in apertura e in chiusura, una Holy Ghost datata 28 marzo 1965 e una Universal Thoughts del febbraio ’67.

È l’Ayler della maturità quello dei concerti al Greenwich. L’esuberanza un po’ isterica di “Bells” ha lasciato il passo a gesti più misurati e a un maggiore controllo della materia sonica. Che è però poi la stessa, coagulo di feste carnascialesche a New Orleans, danze zigane e jazz che più free non è dato immaginare. Oltre tre decenni dopo, ancora stordente e illuminante d’immenso.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.9, gennaio/febbraio 1999.

Music Is The Healing Force Of The Universe

Disco sfortunato come pochi questo “Music Is The Healing Force Of The Universe”, che non vendette nulla e causò il licenziamento del suo artefice da parte della Impulse!, è rimasto fuori catalogo per ben trentatré anni e torna infine disponibile, per la prima volta in digitale, in un’edizione ben suonante, esteticamente valida (un cartonato apribile che riproduce in miniatura l’originale) ma per due ragioni sommamente discutibile: una è che priva di note e l’altra è che già si sa che la sua permanenza nei negozi, come del resto quella di altri titoli della stessa etichetta, è a tempo. La seconda vita concessa a quest’album controverso – pessima la sua fama postuma, ma quanti davvero lo hanno ascoltato? – avrà fine nel marzo 2006 e dunque regolatevi.

Sfortunato, ho scritto, ma è un eufemismo: è l’ultimo lavoro che Ayler incise in vita, visto che quindici mesi meno due giorni dopo il completamento delle sue registrazioni il corpo del sassofonista, probabilmente suicida, veniva ripescato nelle acque dell’East River, e con il senno di poi impressiona il suo volto sul retro copertina, che è quello di uno che mica sta tanto bene. Nondimeno un’aura di positività, espressa sin dal titolo, avvolge un disco assai distante dal suono post-free che si è soliti associare al nostro uomo, anche se meno del precedente “New Grass”, misconosciuto classico che vergognosamente continua a essere irreperibile. Qui la sua musica è coltraniana per un verso, ma più Alice che John (esemplare in tal senso il raga scozzese Masonic Inborn, Part 1), e per l’altro imbevuta d’errebì, con Henry Vestine dei Canned Heat a blueseggiare nella conclusiva Drudgery. Quest’ultima è solo una curiosità, tutto il resto della scaletta no.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.236, giugno 2003.

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Quando gli Steely Dan divennero superstar (per Walter Becker, 20/2/1950-3/9/2017)

Come esemplifica la ragione sociale – Bad Rock Group – di uno dei primi progetti condivisi all’inizio del loro lungo sodalizio, Donald Fagen e Walter Becker hanno con il rock’n’roll all’incirca lo stesso rapporto di Oscar Wilde con le donne: lo frequentano solo quando sentono il bisogno di punirsi duramente. Del rock hanno al più l’atteggiamento iconoclasta, quello che ha spinto Becker ad assumere come pseudonimo Gustav Mahler (!) quando si è unito da turnista a Jay & The Americans ed entrambi a prendere da William Burroughs il nome del progetto che li farà ricchi e famosi (nel Pasto nudo Steely Dan è… un dildo). Musicalmente i due si inseriscono piuttosto nella tradizione di elegante artigianato pop del Brill Building innestando in essa dosi sempre più massicce di jazz. Un po’ paradossalmente la miscela, più diventa sofisticata, più si fa di successo. Pubblicato nel 1977, allestito con il contributo di maestri di un jazz elettrico ormai completamente trasformatosi in fusion del calibro di un Wayne Shorter o di un Lee Ritenour, “Aja” è il loro sesto LP, il più levigato e complesso fino a quel punto e quello che da star che già erano li fa superstar. Fra l’altro: uno dei primi dischi a essere certificati di platino negli Stati Uniti.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.22, estate 2006.

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Sei anni senza Amy Winehouse

Tutti a scrivere, quando assai prevedibilmente ma ancora più intempestivamente Amy Winehouse ci lasciò, il 23 luglio 2011, di un nuovo ingresso nel famigerato “club dei 27”. Quello delle rockstar morte prima di arrivare a festeggiare il ventottesimo compleanno. Ma… c’è un grosso “MA”, prima di un “mah” grosso così. Brian Jones morì a ventisette anni, ma contate quanti LP avevano già pubblicato i Rolling Stones e provate a immaginarveli senza il suo apporto. Jimi Hendrix morì a ventisette anni, avendo però non solo dato alle stampe tre album in studio (uno dei quali doppio) e un live, ma anche accumulato centinaia di ore di registrazioni inedite. Materiale bastante a confezionare una discografia postuma che, considerando solo l’essenziale, triplica almeno quanto mandò nei negozi in vita. Janis Joplin morì a ventisette anni, ma a quel punto aveva già in cv due 33 giri con Big Brother & The Holding Company e due da solista, il secondo dei quali uscirà postumo ma era comunque di fatto completo al momento della dipartita dell’artefice. Jim Morrison morì a ventisette anni, ma a guardare la sua vicenda artistica in retrospettiva – ben sei i lavori in studio licenziati dai Doors, più un doppio dal vivo – pare chiaro che una fase si era chiusa e, fosse vissuto, se ne sarebbe aperta un’altra. E anche Kurt Cobain morì (non per un incidente conseguenza di uno stile di vita pericoloso, lui) ventisettenne, avendo tuttavia consegnato in precedenza agli annali del rock tre lavori (più un’antologia di assortite curiosità) con i Nirvana e registrato un “Unplugged” per MTV. Vogliamo risalire a un’epoca pre-rock’n’roll? Pure Robert Johnson salutò questo mondo prima di spegnere la ventottesima candelina, ma è una bella consolazione per noi posteri che praticamente ogni singolo brano che ci ha lasciato (in vita pubblicò una dozzina scarsa di 78 giri) sia un classico che ha contribuito a plasmare, in differita di un quarto di secolo, il rock come si è disegnato da metà anni ’60 in poi. Mentre Amy… Quando morì di male di vivere l’ultimo album datava già quasi cinque anni ed era appena il secondo. Su quantità e qualità degli inediti rimasti nei cassetti la dice lunga lo scadente “Lioness: Hidden Treasures” e se da allora un’industria famelica non è ulteriormente passata all’incasso almeno con un live vuol dire che non esiste nulla di pubblicabile. Ed è questa, parlando di musica e mettendo dunque per un attimo da parte una vicenda biografica tristissima, la vera tragedia. La Winehouse è rimasta un’incompiuta. Un progetto mai concretizzatosi appieno di grande artista.

Del debutto datato ottobre 2003 “Frank”, che non è l’oggetto di questa pagina, questo soltanto dirò: che è un signor disco (paradossalmente: oggi sottovalutato quanto venne acclamato all’uscita) e che però fotografa una Amy parecchio diversa da quella che sarebbe quasi certamente diventata, non si fosse ammazzata di droghe e alcool. Nei suoi solchi una novella Billie Holiday (ventenne!) che prova a reincarnarsi in Macy Gray ed è esercizio di stile strepitoso ma, appunto, esercizio. Occasionale il trapelare di un sentimento autentico. Laddove da “Back To Black”, che gli andava dietro quasi esattamente tre anni dopo, a strizzarlo gocciola sangue. Le due canzoni più istantaneamente memorabili sistemate in apertura e in chiusura e naturalmente a riascoltarle dopo quanto accaduto fanno tutt’altro effetto: l’errebì gioioso innervato di profanissimo gospel Rehab non pare più il grido allegro di una monella che si gode la vita spericolata come fosse un privilegio della sua età, perché per crescere e mettere la testa a posto c’è (dovrebbe esserci) sempre tempo; idem Addicted, quasi parimenti serrata e ludica, come un recupero di Inghilterra “cool” metà ’80 (una Sade decisamente più negra perché ebrea) e insieme una Don’t Bogart Me per la generazione dell’ecstasy. Come ebbi a scrivere altrove, sull’onda dell’emozione per una delle tragedie più annunciate di sempre, “Back To Black” è un ossimoro: un capolavoro imperfetto. Un disco con diverse canzoni eccezionali, a partire dalle due succitate, ma che dà netta l’impressione che di opera di transizione trattavasi. Di momento di passaggio in cui l’anatroccolo jazz ancora non si era del tutto trasformato in un cigno soul. Se quello avrebbe poi volato con le ali di un tipico sound anni ’60, o piuttosto di un suo aggiornamento all’era del trip-hop, non lo sapremo mai. Altre cose in ogni caso meravigliose oltre a una traccia omonima evocazione mozzafiato di Shangri-Las: una You Know I’m No Good in cui Billie diventa Aretha; un’affranta Love Is A Losing Game; una Tears Dry On Their Own in scia alla classicissima Ain’t No Mountain High Enough; una Wake Up Alone che pare Sam Cooke che si dà al blues; una He Can Only Hold Her da Impressions maggiori.

A proposito di Sam Cooke… Ad appena un anno dall’uscita originale, cavalcandone il successo clamoroso la Island approntava un’edizione “Deluxe” di “Back To Black” con aggiunto un secondo, gustosissimo dischetto e due erano principalmente le ragioni per catturarlo: la prima, un’irresistibile versione “in levare” di Cupid; la seconda una demo di Love Is A Losing Game solo voce e chitarra acustica al confine fra lo struggente e lo straziante. Il generoso resto mancia comprende una Valerie in ginocchio da Aretha (di nuovo), tre squisiti scampoli di epopea 2-Tone e lo Spector non nascosto dietro un Wall of Sound di una To Know Him Is To Love Him oltre il malinconico. Mica robetta, insomma, e un’ottima scusa per porre mano al portafoglio e scucire quei trenta euro (o poco più) che vi costerà portarvi a casa in doppio vinile fresco di stampa quest’edizione allargata del secondo Amy Winehouse. Da applaudire: l’ottima resa sonora, un sound caldo quando dettagliato, una prospettiva scenica convincente e la magica voce resa al meglio. Da censurare: che alla Universal non abbiano ritenuto opportuno spendere quei pochi centesimi in più per due buste antistatiche. I conseguenti scrocchi per l’accumulo di elettricità rischiano di sciupare un piacere d’ascolto che sarebbe, se no, totale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

La classe non è acqua, lo stile solo chi ce l’ha può darselo e, almeno a volte, puoi cominciare a giudicare un libro, o un disco, sin dalla copertina. Ad esempio tiri su questo quarto album degli Heliocentrics – e anzi ottavo contando come vanno contati quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles – e, posto di fronte al solito artwork strepitoso (il bello è che sono uno diversissimo dall’altro e tutti un po’ fanno intuire cosa si ascolterà), già sai che non potrà che essere stupendo. E infatti… Il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto continua a non sbagliare un colpo, un centro via l’altro da quel “Out There” che, esattamente dieci anni fa, cominciava a delineare un sound proteiforme: capace di collegare (tutte influenze dichiarate) James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra (chiaramente omaggiato nella ragione sociale), David Axelrod. Aggiungete attitudine psichedelica e devozione per il krautrock, una fascinazione totale per il Miles Davis elettrico come per l’Herbie Hancock cosmico. E poi trasportate il tutto nell’era dell’hip hop (in curriculum, all’inizio, anche una collaborazione con DJ Shadow) e del downtempo. Shakerate.

“World Of Masks” decolla su tangenti di soul astrale con Made Of The Sun e atterra con il raga frenetico di The Uncertainty Principle. Bisognerebbe citare praticamente tutto quanto sta in mezzo, si tratti di un’ultralisergica Time o di una traccia omonima che parte alla Charles Mingus e poi arabeggia, di una stralunatissima The Silverback o del serrato funky Square Wave. Spazio finito. Ne resta a sufficienza per segnalare i rimarchevoli apporti vocali di una nuova collaboratrice, la slovacca Barbara Patkova.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Voodoo Jazz: il Vangelo di Jimi Hendrix secondo Gil Evans

Stranissima quanto straordinaria carriera quella di Gil Evans: già quarantenne quando nel 1952 cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al ’57, raramente leader fino ai tardi ’60 e poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio dopo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fitta e non più un evento, come prima, i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione. Inclassificabile una musica che con grande modestia preferiva rubricare, invece che sotto “jazz”, alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” e poi la trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”.

E fa fede soprattutto la maniera in cui Evans dai primi ’70 prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia queste riletture di Jimi Hendrix per orchestra di chitarre, bassi, ottoni e percussioni, datate in massima parte ’74: forse le uniche davvero degne di nota che chiunque abbia mai offerto dell’opera del chitarrista di Seattle. Un capolavoro fragrantemente blues e deflagrantemente funk, ora psichedelico e ora swingante che non dovrebbe mancare in nessuna collezione di dischi, di jazz o di rock che sia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013. Di Gil Evans ricorre oggi il ventinovesimo anniversario della morte.

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