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Il suono di New Orleans – In ricordo di Dr. John (20/11/1941-6 giugno 2019)

Ci ha lasciati ieri Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John, e con lui un bel pezzo di storia di New Orleans. Ci restano per fortuna i suoi dischi, che sono tanti e quasi invariabilmente meravigliosi. È stato un grandissimo fino all’ultimo e qui lo celebro recuperando le recensioni di tre delle sue cose più belle dell’ultimo ventennio di una carriera lunghissima.

Duke Elegant (Parlophone, 1999)

Il primo incontro del Dottore con la musica del Duca avvenne esattamente quarant’anni prima di porre mano a questo, fra gli omaggi a Ellington usciti nel centenario della nascita il più spassoso: “Ero in un gruppo che suonava nei locali di spogliarelli e facevamo sempre brani di Duke, arrangiati rock o R&B. Mi piace ancora trasfigurarli così. So essere fedele alla lettera di Ellington, ma posso anche adattare la sua musica alla mia personalità”. E proprio questo fa il nostro uomo in un disco che, vivaddio, sottrae spartiti nati per essere suonati nei bordelli più infimi come nei teatri più prestigiosi, nei bar malfamati come nei club alla moda all’insopportabile seriosità delle accademie e del jazzofilo standard. Il peggiore nemico del jazz, con la sua voglia di rispettabilità e di malintesa cultura dimentica del fatto che il jazz nacque come musica da ballo e ha le sue origini più remote nelle danze degli schiavi nelle piazze di New Orleans, nostalgica memoria dell’Africa perduta.

Proprio di Crescent City è figlio Dr. John e si avverte chiaramente in queste dodici rivisitazioni di alcuni dei più celebri cavalli di battaglia di Ellington, da It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) a Perdido, da Satin Doll a Mood Indigo a Caravan (ma ci sono anche composizioni meno note come On The Wrong Side Of The Railroad Tracks, I’m Gonna Go Fishin’ e Flaming Sword): esecuzioni travolgenti, dense di bassi funky, piani a rotta di collo, organi grassi e sincopati, colme di una gioia di vivere che il Duca avrebbe senz’altro riconosciuto come sua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.201, aprile 2000.

N’Awlinz Dis Dat Or D’Udda (Parlophone, 2004)

Unica grande città statunitense che non è mai stata a maggioranza protestante, dove il francese a lungo è stato più parlato dell’inglese, dove la percentuale di neri liberi prima dell’abolizione della schiavitù era considerevole e agli schiavi era consentito danzare e usare i tamburi. Filo diretto insomma, via Indie Occidentali, fra Africa e America, con il vudù presenza costante sullo sfondo: c’è da stupirsi se New Orleans è stata la culla di ogni musica afroamericana a cominciare dal jazz, che nacque nei suoi bordelli? E poi di un funk che oltre a essere quello primigenio è sempre stato unico e inconfondibile, sofisticato e terrigno insieme, urbano e campagnolo, distante dalla muscolare meccanicità di un James Brown e più vicino al gusto sincopato di un Jelly Roll Morton. Progenie inevitabile e bellissima della città più meticcia del paese meticcio per antonomasia. Ha tutto ciò come retroterra culturale Malcolm “Mac” Rebennack Jr., in arte Dr. John, sessantaquattro anni splendidamente portati il prossimo novembre e una carriera musicale lunga quasi cinquanta e che negli ultimi dieci lo ha visto rilanciarsi prepotentemente, quando da tempo lo si era ormai consegnato alle enciclopedie: un bianco per sbaglio, se mai ce n’è stato uno, e lo riconoscevano i suoi colleghi di colore quando nel 1961 lo invitavano a entrare, unico viso pallido in una compagnia tutta di neri, nella storica AFO, una cooperativa che raccoglieva tutti i principali musicisti di Crescent City. In quello stesso anno fatidico Prince Lala lo introduceva ai misteri del vudù, onore ancora più inusitato per un bianco. Non si sarebbe mai più ripreso, per fortuna.

Non è questo il primo omaggio che il Dottore organizza e dedica alla città della Louisiana e anzi si può dire che lo siano stati, direttamente o indirettamente, quasi tutti i suoi album, un paio di dozzine dal 1968 a oggi. È però uno dei meglio congegnati, il più corposo, quello più attentamente bilanciato fra standard e composizioni autografe e insomma il disco che riesce in un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile: sbaragliare capolavori in tutti i sensi antichi come “Gris Gris” (1968), “Gumbo” (1972), “In The Right Place” (1973). “With a little help” da un po’ di amici del posto (Cyril Neville, Dave Bartholomew, la Dirty Dozen Grass Band) oppure no (B.B. King, Willie Nelson, Randy Newman, Mavis Staples). Non faccia passare in secondo piano, la loro presenza, una scaletta sensazionale per come mischia spiritual e funk, blues e rock’n’roll, marce funebri e/o carnascialesche e tanghi, organi da chiesa e pianoforti da casino. Un album monumentale, spassosissimo, commovente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.586, 6 luglio 2004.

Locked Down (Nonesuch, 2012)

Inclassificabile se non alla voce “New Orleans” ma usualmente taggato come “rhythm’n’blues classico”, il pianista, autore e cantante Malcolm John Rebennack – in arte Dr. John – ha settantun anni e un’abbondante paio di dozzine di album all’attivo. Vecchi di decenni i suoi conclamati capolavori – “Gris-Gris”, “Gumbo” e “In The Right Place” vedevano la luce fra il ’68 e il ’73 – neppure nel secolo nuovo si è però accontentato di essere una leggenda vivente. Praticante e pure ancora a ottimi livelli se devo giudicare, oltre che da ciò che leggo, da alcuni titoli che ho in casa, e dunque dire “Locked Down” un grande ritorno sarebbe improprio. Che nondimeno si tratti della sua prova più brillante da quei leggendari primi ‘70 in cui perfezionava un inconfondibile stile a base di funky e rock’n’roll, psichedelia ed errebì, jazz, blues e misticismo vudù pare evidente sin dal primo ascolto e sempre di più con il prolungarsi della frequentazione. E c’entrerà più di qualcosa che la produzione sia firmata da un Dan Auerbach che potrebbe divenire per Dr. John ciò che Rick Rubin fu per Johnny Cash. Rubin non reinventò l’Uomo in Nero. Gli ricordò chi era stato, lo mise nella condizione di tornare a esserlo. Suoni meravigliosamente lucidati ma levigati mai, “Locked Down” si potrebbe definire una versione in HD delle pietre miliari di cui sopra.

Disco strepitoso nel riassumere un suono e una carriera aggiungendo un qualche ineffabile di più: la battuta che è quella dell’hip hop nell’infervorarsi di gospel di Kingdom Of Izzness e nella sferzante funkadelia di Eleggua, un tocco Gnarls Barkley (ma alle prese con Tom Waits!) in Big Shot. Quando la traccia omonima è Jimi Hendrix se ce l’avesse fatta a darsi sul serio al funk, Getaway sono i Little Feat, The Band e i Grateful Dead che sfilano a una parata carnascialesca e You Lie… be’, sì, la si riascolterebbe volentieri giusto dai Black Keys. Più indimenticabile di tutto il resto è Revolution: Sun Ra, Duke Ellington e Mulatu Astatke riuniti chez Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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Less Than Zero – Gli orribili Tortoise di “Beacons Of Ancestorship”

Collaboro ad “Audio Review” dal 1996 e il mio contributo in questi ventitré abbondanti anni ammonta a diverse migliaia di recensioni. Lì si usa dare i voti. Ebbene: due sole volte mi sono spinto ad affibbiare uno zero. La seconda a un album di cui mi sono occupato per il numero attualmente in edicola. La prima era nel 2009, quando così scrivevo di un gruppo che pure ho amato molto.

La storia si ripete, le tragedie si ripresentano in forma di farsa e di degenerazioni di idee stupende sono lastricate le strade per l’inferno della musica. Dici “Sgt. Pepper’s” e non puoi non ricordare che il semino di certo progressive veniva interrato lì. Celebri “Weather Report” e sai che, navigati i mari del jazz elettrico, si sbarcherà non su una spiaggia di rena fina, calda e accogliente ma su sabbie mobili chiamate fusion. Era sembrato una bella trovata il post-rock, un non-luogo perfetto da cui ripartire dopo grunge e crossover. Riprendeva il jazz elettrico e con esso la psichedelia ma più che altro il krautrock, del progressive stava attento a citare al massimo Canterbury e legava il tutto con il dub e un’astrazione di folk, con ambient e minimalismo ma pure con l’exotica ed era un recupero che certificava un bel “sense of humour”. Tanto più benvenuto trattandosi di musica tutta di testa, cuore poco, viscere meno persino quando si corteggiava il funk. I Tortoise sono stati il più grande gruppo del post-rock. A suo tempo salutai come un capolavoro il secondo album, “Millions Now Living Will Never Die”, e tredici anni dopo resto della medesima opinione. Però se qualcuno mi dicesse che, a ben scrutinare cotanta magnificenza, si sarebbe potuto già allora vaticinare lo sfacelo odierno, gli darei ragione. Ho il sospetto di averlo sempre saputo anch’io che sarebbe finita così.

Che esaurite le idee avrebbe preso il sopravvento il “saper suonare”. Che i Can sarebbero stati sostituiti dai Soft Machine e malauguratamente non da quelli con Wyatt, che da “Bitches Brew” si sarebbe arrivati agli ultimi Return To Forever (ma magari!). Di “Beacons Of Ancestorship” non saprei dire se sia più noioso o tronfio. Gli do zero perché di meno non si può.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, luglio 2009. Trovate un’altra stroncatura del medesimo disco qui.

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I migliori album del 2018 (2): Kamasi Washington – Heaven & Earth (Young Turks)

Bene chiarirlo subito: il debutto del 2015 “The Epic”, monumentale in ogni senso con le sue complessive diciassette tracce per quasi tre ore di durata, resta insuperato e, probabilmente, insuperabile. Per certo sarebbe stato il mio album dell’anno se solo quell’anno fossi arrivato a compilarla una playlist e invece no, per una ragione che tanti fra quanti mi stanno leggendo conoscono, altri no e non mi va di rievocarla, non ha importanza. Se non per ammettere che, probabilmente, se “The Epic” avesse capeggiato la lista che non ci fu in questa “Heaven & Earth” sarebbe stato presente lo stesso ma lo avrei tenuto più basso, non avrei sentito il bisogno, l’urgenza persino, di collocarlo tanto in bella vista, un gradino appena sotto il più alto del podio. Perché è sì bellissimo, ma un po’ meno di quell’altro. Perché qui dall’ecumenico si rischia ogni tanto di scivolare nell’ammiccante. Perché al giro prima incredibilmente non ne avevi mai abbastanza e a questo il troppo stroppia, essendo il troppo quel disco “nascosto” che fa diventare i sedici brani della scaletta “ufficiale” ventuno e, aggiungendo 38’40” ai precedenti 144’32”, fa superare a “Heaven & Earth” le tre ore sfiorate dal predecessore. Meglio avrebbe fatto il nostro uomo a risparmiarci un trucchetto che un po’ diverte e un po’ irrita, a seconda che tu sia riuscito o meno a estrarre il CD o il vinile sigillati dentro la confezione senza rovinarla troppo. A pubblicare separatamente “The Choice” e anticipando l’album che lo cela in sé, come un secondo mini interlocutorio a seguire il piacevole “Harmony Of Difference”. Ci avrebbe fatto forse preoccupare per la piccola deriva commerciale che segnala, per quel suo eccedere in languori e levigatezze, e sai che sospirone, dopo, ritrovarsi alle prese invece con tutto il resto. L’applauso sarebbe stato ancora più convinto e scrosciante.

Resta il fatto che, non fosse sbucato dalla sua Los Angeles già perfettamente formato e maturo in forza di una lunga gavetta, uno come Kamasi Washington avremmo proprio dovuto inventarcelo. Solo che non ci sarebbe venuto in mente, perché nemmeno l’avremmo considerata la possibilità che qualcuno potesse far diventare/tornare il jazz – il jazz! – alla moda fra le giovani generazioni. Facendo sintesi di un po’ tutto quello che c’è stato fra l’emergere dell’hard bop e, via Coltrane, prima il Miles Davis che si immergeva in mari elettrici e quindi l’Herbie Hancock che partiva per tangenti astrali e nemmeno limitandosi a quello, no: buttandoci dentro funk e cose buone dal mondo, aggiornandolo all’era dell’hip hop evoluto di un Kendrick Lamar, del neo-soul di John Legend, dell’elettronica in cui viene travasato di tutto un po’ di Flying Lotus. Per citare tre con cui ha collaborato. E come si fa, allora, a dire che non inventa nulla? Kamasi è nuovo quasi nella stessa misura in cui è antico e altri già gli si stanno mettendo in scia. Continuino pure a snobbarlo quelli che sostengono che nel jazz odierno ci sono strumentisti più bravi, autori più validi. Hanno ragione, ma hanno torto.

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Ruote in fiamme – Un po’ del meglio di Brian Auger

Trattavasi di missione impossibile: riassumere in un CD, sebbene sfruttato per quanto permette il supporto, una storia durata dodici anni, altrettanti LP, vari singoli e non dico non vi fosse nulla da buttare, soprattutto inoltrandosi nel percorso, ma tali e tante sono le gemme che ci sarebbe voluto un forziere per le più lucenti, uno scrigno non poteva bastare. Un doppio, magari. Un cofanetto di tre o quattro compact senz’altro. Si sarebbe allora resa giustizia a un artista dalle fortune altalenanti e nondimeno da un quindicennio in qua, da quando cioè l’acid jazz furoreggiava, costantemente in auge. Ma vedrete che prima o poi il box verrà approntato. Visto il riciclaggio costante nell’ultimo decennio degli archivi del tastierista britannico, ci sarebbe da stupirsi se ciò non accadesse. Ce le rivenderanno ancora, Indian Rope Man e qualche decina di altre, ma non vale lamentarsene, la buona musica è sempre meglio sia in giro. Insomma: è appena arrivata nei negozi, griffata Castle Music e distribuita da Edel, “This Wheel’s On Fire”, sontuosa antologia a seguire le ristampe, lo scorso anno, di sei album e la sapete una cosa? Potete esserveli comprati tutti e dei diciassette articoli in scaletta in questo “Best Of Brian Auger With The Trinity, Julie Driscoll, Oblivion Express” sei vi mancherebbero lo stesso perché tratti, oltre che da un 45 giri, da lavori che non rispondono all’appello: un remoto “Jools & Brian”, collaborazione numero tre (l’anno il 1968) della magica coppia, e poi, degli Oblivion Express, “Second Wind” (1972), “Closer To It” (1973), “Reinforcements” (1975). Finisco di fare il ragioniere contestando, da bravo fan, al compilatore Will Nicol (buone le note redatte da Dean Rudland) alcune scelte: a fronte dell’inclusione, ad esempio, di una Pavane tendente al prog, del funk-pop un po’ così di Foolish Girl, fors’anche di una Freedom Jazz Dance in odore di fusion, stridono l’esclusione in toto di “Definitely What!” (che diamine! almeno quella George Bruno Money citata da Rudland ci sarebbe potuta stare) e la presenza di due soli brani da “Streetnoise”. Quello però, se siete vecchi lupi dei mari del rock o comunque attenti lettori di “Extra” (fra i cento migliori dischi degli anni ’60, numero 4), dovreste averlo. Capolavoro assoluto che, cito, “fa confluire il jazz in un più ampio fiume cui portano le proprie acque soul e rhythm’n’blues, folk e quell’equivoco che andrà sotto il nome di progressive. Illuminato dalla sublime voce della Driscoll, non denuncia un cedimento in un’ora e un quarto e tocca inenarrabili zenit nel commosso e corrusco macchinare di Czechoslovakia e in una Light My Fire in moviola”.

Era l’approdo, nel 1969, di un percorso già lungo per il trentenne Auger, nato come pianista jazz quando saranno un organo elettrico, l’Hammond B3, e le contaminazioni con soul e rock a regalargli la fama vera, quella delle classifiche, non delle riviste (“Melody Maker”) che nel 1964 lo proclamavano migliore pianista jazz al mondo, niente di meno. Poco da stupirsi se dagli appassionati del genere il Nostro avrebbe dovuto subire, per il tradimento, contestazioni simili a quelle con cui era stato bersagliato Bob Dylan per la sua di svolta elettrica. Accadeva a un festival a Berlino nel 1968 e partivano clamorose bordate di fischi che non lo intimidivano. Già a fine concerto sarebbero stati applausi. A quel punto i Trinity erano in pista da tre anni (fulminante l’esordio a 45 con lo sculettante errebì Fool Killer), l’esperienza Steampacket – potenzialmente prodigioso quanto effimero supergruppo con tre cantanti, Long John Baldry, Rod Stewart e Julie Driscoll – accantonata e la Driscoll stessa una presenza pressoché costante. Splendido nel 1968 il primo LP con la triplice ragione sociale, “Open”, e da lì arrivano una meravigliosa lettura, sincopata e alata insieme, della Season Of The Witch di Donovan, la garagista Black Cat, una Break It Up a chiamata e risposta degna della migliore Aretha Franklin. A proposito di Lady Soul: sua e se possibile migliorata una Save Me che giunge dal citato dianzi “Jools & Brian” e sempre a quel fatidico anno risale l’unico numero uno che la compagine avrebbe avuto, la cover di Dylan che intitola la raccolta. Dal canto suo “Streetnoise” avrebbe riletto il Richie Havens di Indian Rope Man (inventando nel farlo i Prisoners, i Charlatans, gli Inspiral Carpets) e i Doors di cui sopra, Nina Simone e un Miles Davis che in un certo qual modo ripagherà l’omaggio studiandosi per bene il monumentale in tutti i sensi doppio quando sarà lui ad accendere gli amplificatori. “Befour” nel 1970 sarà il primo 33 giri con la RCA (i precedenti per la Marmalade) e nel contempo il primo senza Julie. Ma – qui – il funk-jazz di Listen Here e il funk e basta di una straripante I Want To Take You Higher (da Sly Stone) ne mascherano bene l’assenza.

Al pari persuasivi saranno i primi tre album come Oblivion Express, l’omonimo, “A Better Land” e “Second Wind”. Fra Davis, Santana e hard il primo, venato di folk il secondo, grintosamente errebì il terzo. È da “Closer To It” che lo stile di Brian Auger comincerà a farsi maniera, ma ogni disco riserverà ancora qualche perla.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.610, maggio 2005. I Brian Auger’s Oblivion Express sono in concerto questa sera al Le Roi Music Hall di Torino e domani al Blue Note di Milano.

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Kamasi Washington – Heaven & Earth (Young Turks)

Torni in sé il lettore che, notato quel “3 CD”, si è infuriato per avere comprato (allo stesso prezzo!) un’edizione solo doppia del secondo o terzo album (vale come tale “Harmony Of Difference”, con i suoi 31’54”?) del sassofonista californiano. Estratti i due dischetti regolari – “Earth” è in realtà il primo, “Heaven” il secondo – soppesi la confezione e ne coglierà la stranezza. Si armi di un taglierino e, con quanta più cautela possibile, proceda a estrarne il terzo compact. Che ha anch’esso un titolo, “The Choice”, e sommando cinque tracce – tre originali, una cover di Carole King, una dei dimenticati Five Stairsteps – alle altre sedici e 38’40” ai precedenti 144’32” fa sì che il nuovo magnum opus di Kamasi Washington sfondi quel muro delle tre ore soltanto (si fa per dire!) avvicinato da “The Epic”. Per quanto stavolta il nostro uomo avrebbe fatto meglio a contenersi: il terzo disco (quinto in un’edizione in vinile che ricorre al medesimo escamotage) poco aggiunge e anzi qualcosa sottrae agli altri, eccedendo in languori e levigatezze. Sebbene si resti a livelli alti.

Va da sé: l’inedito trucco del disco nascosto (altro che “hidden tracks”!) consoliderà nei dubbiosi il pregiudizio rispetto all’artista che ha fatto innamorare del jazz platee, come quella indie rock, a tutt’altro aduse. Continueranno a dire che non inventa nulla e che la scena odierna propone strumentisti e autori di maggior spessore, non cogliendo che è l’ecumenismo a fare immenso un artista capace di coniugare Brasile e funk, Caraibi e West Coast, gospel ed errebì moderno. Nel cui vocabolario hard bop rima con hip hop. A un crocevia fra Coltrane, il Davis e l’Hancock elettrici, Sun Ra ed ecco, ogni tanto si gradirebbe un pizzico in più della sana follia dell’ultimo. Ma non sarebbe più Kamasi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Metti, una sera a Berlino con Miles Davis

Grande eccitazione la sera del 25 settembre 1964, un venerdì, alla Philharmonie Hall della allora Berlino Ovest, una stella di abbacinante fulgore chiamata a chiudere il primo festival jazz organizzato nella ex- e futura capitale. Favoloso oltretutto, ma di questo ci si renderà conto nei mesi e anni successivi, il quartetto di accompagnatori appena assemblato da Miles Davis. Al sax Wayne Shorter, che il trombettista corteggiava sin dal ’60 e ha infine strappato a Art Blakey. Dietro al piano siede Herbie Hancock, ventiquattro anni appena ma già un cv impressionante per collaborazioni e discografia in proprio e, a proposito di gioventù prodigiosa, che dire del batterista Tony Williams? Ancora deve compiere diciannove anni. Completa la sezione ritmica il contrabbasso di Ron Carter, che con i suoi ventisette anni ne concede undici al capobanda. È appena il loro terzo concerto insieme, ma mai lo si direbbe per come approcciano un programma di soli classici, in un’ora di assoluta magia. La conformazione ad anfiteatro della sala fa sì che Miles non possa suonare come preferisce, con le spalle rivolte alla platea, e allora ogni tanto si accoccola per terra. Posizione bizzarra che non gli impedisce di porgere assoli sublimi, pieni di lirismo e sfumature, ma anche di forza. Se Autumn Leaves si distende tenerissima concedendo una benvenuta pausa, Milestones, So What e Walkin’ vengono affrontate a velocità mozzafiato, con virtuosismi da vertigine (fenomenale Shorter nella seconda) e nello stesso tempo con il rilassato abbandono dato dall’alchimia subito, miracolosamente creatasi fra i musicisti.

Fra gli innumerevoli live di Davis è uno dei più cruciali di prima della svolta elettrica e tuttora suscita stupore la sua uscita solo in Europa all’epoca. Oltre a quella tedesca, datata 1965, l’unica altra edizione in vinile prima di questa è una giapponese del 1967 (negli USA “Miles In Berlin” vedrà la luce solamente nel 2005 e in CD, con la scaletta originale riprodotta per intero grazie alla preziosa aggiunta di una Stella By Starlight di quasi tredici minuti). Sorprende pure la scelta della Speakers Corner di ristampare non la versione stereo, bensì quella mono. In ogni caso cromaticamente inappuntabile e di dinamica paragonabile alle migliori incisioni dal vivo del tempo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.393, novembre 2017.

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L’individualismo di Gil Evans, a trent’anni dalla morte

Il lettore mi perdonerà ma… “Il giovane e dotato compositore, arrangiatore e critico Bill Mathieu ha scritto una volta di Gil Evans: ‘La mente vacilla dinnanzi alla complessità dei suoi arrangiamenti e delle sue composizioni. A tal punto gli spartiti sono accurati, formalmente ben costruiti e attenti alla tradizione che ti viene da pensare che gli originali andrebbero preservati sotto vetro in un museo fiorentino’. (…) Ma cosa rende unico il lavoro di Evans? È impossibile da esprimere a parole e tuttavia, contando sulla vostra indulgenza, ci proverò, non rivolgendomi al musicista professionista bensì all’incolto; i professionisti sono invitati a saltare i prossimi paragrafi. Ogni ‘canzone’ è costituita da due componenti primarie: melodia e armonia. Il ritmo è il terzo degli elementi principali, ma qui desidero limitarmi ai primi due. Quando una melodia è suonata una certa sequenza di accordi scorre sotto di essa e le note più basse di questi accordi disegnano una sorta di seconda melodia a sé stante. È la cosiddetta ‘linea di basso’ e nella costruzione di una trama e nella definizione di un gusto musicale ha una notevole rilevanza. Un primo passo per apprezzare l’arte di Gil Evans è cercare di non seguire la melodia ma piuttosto la linea di basso in alcuni di questi brani. Fra la nota bassa e quella melodica si situano le restanti che formano un accordo. Puoi sistemarle a casaccio, in modo tale che non avrai che degli accordi messi in fila, come dei pali del telefono fra i quali è teso il filo della melodia; oppure puoi unire le note interne di un accordo a quelle del successivo, creando ulteriori melodie dentro la musica. Queste nuove linee sono chiamate le ‘voci interiori’ dell’armonizzazione e come le tratta è uno dei modi di misurare l’abilità di un compositore o di un arrangiatore. Ebbene: la maniera che ha Evans di maneggiarle è spesso stupefacente. La melodia di base, la linea di basso, le voci interiori sono puntualmente squisite. Il risultato è che un suo spartito può essere grossomodo paragonato a uno schema di parole crociate: può essere letto sia in verticale, seguendo gli accordi, che in orizzontale, andando dietro alle diverse melodie. Fate l’una e l’altra cosa insieme e potreste restare senza fiato”.

Il lettore mi perdonerà per avere questo mese preso in prestito da altri quasi metà del testo della rubrica, ma le note che Gene Lees vergò nel 1964 per l’album “The Individualism Of Gil Evans” mi sono parse così precise e illuminanti e insomma meglio di qualunque cosa avrei potuto scrivere io che, ubi maior…, non ho resistito alla tentazione di citarle estesamente. Lees prosegue appuntando che un’altra parte fondamentale del fascino della musica di Evans è il fatto che usi nell’ambito del jazz strumenti, il corno francese su tutti, usualmente non adoperati e si diffonde, prima di passare a descrivere le cinque tracce che danno vita al 33 giri, sulla inclassificabilità di una musica che l’autore, con grande modestia, rubricava alla voce “popolare”. In tal caso fra la più raffinata e poetica del Novecento. Fa fede una scrittura di una tale fluidità e naturalezza, pur nella complessità estrema, che si scambiano per improvvisate parti che furono rifinite in ogni dettaglio a tavolino. Fa fede il lavoro con Miles Davis, le rivoluzionarie discussioni e intuizioni che contribuirono alla “nascita del cool” (del Nostro gli arrangiamenti di “Moondreams” e “Boplicity”) e poi la cruciale trilogia “Miles Ahead”/“Porgy And Bess”/“Sketches Of Spain”, più mezzo “Quiet Nights”, un epocale concerto alla Carnegie Hall, “Filles De Kilimanjaro”. Fa fede la maniera in cui Evans, a partire dai primi ’70, prese a integrare nelle sue composizioni strumenti elettrici ed elettronici e che meraviglia le sue riletture – orchestrali – di Jimi Hendrix, le uniche degne di nota che chiunque abbia mai dato dell’opera del chitarrista di Seattle. Stranissima quanto straordinaria carriera la sua: già quarantenne quando, nel 1952, cominciava a suonare il piano professionalmente, semisconosciuto fino al 1957, di rado leader fino ai tardi ’60, poche le esibizioni in pubblico fino all’inizio del decennio successivo quando, sessantenne, prendeva a concedersi più sovente e l’attività concertistica sarebbe stata da allora fittissima e non più, come in precedenza, un evento i dischi. Solo la morte lo avrebbe fermato, nel 1988, poco meno che settantaseienne: l’anziano più giovane nella testa e curioso che abbia mai frequentato palchi e sale di incisione.

Ammetto di non essere un esperto di Gil Evans. Naturalmente conosco e amo tutto quanto combinato da complice del Divino Miles. Altrettanto ovviamente ho frequentato le rivisitazioni hendrixiane e – spesso – quel “Out Of The Cool” puntualmente in lista ogni volta che si redigono elenchi di pietre miliari del jazz. Ma prima che Sound And Music, distributore italiano della tedesca Speakers Corner cui dobbiamo questa ristampa magnificamente suonante (sublimi il nitore e i colori del piano, una meraviglia certi intrecci fiatistici di cui si coglie ogni sfumatura) di “The Individualism Of”, me lo facesse avere non avevo mai ascoltato l’album in questione. E davvero sono rimasto – cito di nuovo Lees – “senza fiato” dinnanzi a una felpata e notturna The Barbara Song (da “L’opera da tre soldi” di Brecht e Weill), a un Las Vegas Tango che è in realtà un blues in transito dal sornione al melò e a una Hotel Me che invece pure. A una El toreador in fuga dall’oleografia verso l’ineffabile. È classica? È jazz? È musica incredibile e non saprei se dirmi più felice, dopo quasi trent’anni che faccio girare dischi, di riuscire a trovarne ancora di inedita per me o infuriato per la brevità di questa porca vita che mi impedirà di assaporare tutta quella che vorrei. Viviamo nell’ignoranza e, quel che è peggio, ci moriamo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.264, gennaio 2006.

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