Archivi del mese: giugno 2018

The Sick Rose – Someplace Better (Area Pirata)

Ma davvero sono passati sette anni dacché i Sick Rose pubblicavano il predecessore di “Someplace Better”? D’altra parte quello si chiamava “No Need For Speed” ed era titolo che alludeva non al passo medio delle undici tracce ivi incluse, bensì al fatto che quel disco a sua volta si fosse fatto attendere un lustro. E – d’altra parte 2 – che devi fare se, essendo nato in un posto dove il rock’n’roll è sempre stato faccenda più minoritaria della sinistra radicale, non hai mai avuto la possibilità di farne, oltre che uno stile di vita, un modo di guadagnarsela la vita? Te la guadagni altrimenti e la musica si fa hobby da coltivare quando si riesce a inventarsene il tempo. Nei loro verdi anni – fra metà ’80 e inizio ’90 – i ragazzi furono dapprima una delle band più esplosive, a livello mondiale, del Sixties revival e poi un al pari eccelso esempio di rock non meno dinamitardo ma più devoto ai Flamin’ Groovies o agli MC5 che non al garage-punk alla “Nuggets”. Tornavano in pista, dopo qualcosa più che una pausa di riflessione, solo nel 2006 con “Blastin’ Out”, loro quinto album in studio raccolte escluse, e da allora la parola d’ordine è “power pop”.

Dopo due lavori prodotti da Dom Mariani (Stems, DM3, Datura) per questo nuovo il gruppo del cantante Luca Re e del chitarrista Diego Mese si è affidato a Ken Stringfellow (Posies, Big Star, R.E.M.) e di nuovo si è rivelata una scelta felice. D’altra parte 3: aveva del gran bel materiale da tirare a lucido costui. Nove pezzi di scintillante pop-rock in egual misura orecchiabile ed energico, in scia a eroi più o meno di culto (Shoes, 20/20) o di successo (Raspberries, Knack), e in coda un inatteso ritorno alle origini, con una Nobody di travolgente innodia e il vorticoso quasi-surf della traccia che suggella e battezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.398, maggio 2018.

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I primi (e unici) Pretenders

Lo so, è una frase fatta e abusata, ma a volte il destino sa sul serio essere cinico e baro. Lo era con James Honeyman-Scott. Moriva per un tiro di troppo di cocaina e che amara ironia che quel tiro di troppo fosse il primo e unico della sua vita. A stroncarlo era difatti un infarto dovuto a un’intolleranza che evidentemente non sapeva di avere per la sostanza in questione. Se ne andava il 16 giugno del 1982 e altro che iscriversi al famigerato “club dei 27”! James di anni non ne aveva che venticinque (e mezzo). Ma a proposito di Fato insopportabilmente cinico, ferocemente baro: succedeva due giorni dopo una drammatica riunione durante la quale lui, la cantante Chrissie Hynde e il batterista Martin Chambers avevano preso la decisione di allontanare dal loro gruppo il bassista Pete Farndon. Motivo? La tossicodipendenza (da eroina) ormai fuori controllo di costui. Nel giro di quarantott’ore i Pretenders si vedevano dimezzati (Farndon verrà stroncato da un’overdose da lì a dieci mesi) e naturalmente nulla sarà più lo stesso. Che spreco pazzesco di talento… A oggi (l’ultimo risale appena allo scorso ottobre) gli album in studio griffati con il riverito nome sono undici, ma soltanto i primi due possono esibirlo a buon diritto. Non è tanto un giudizio di merito, per quanto dopo il terzo ed eccellente “Learning To Crawl” la qualità media si sia inabissata. È che con Honeyman-Scott e Farndon avevano un suono che senza di loro si rivelerà irriproducibile. Ma andiamo per ordine?

Chrissie Hynde nasce ad Akron, Ohio (stessa città dei Devo e con Mark Mothersbaugh condividerà un complesso giovanile), nel 1951. Ventiduenne attraversa l’Atlantico per trasferirsi a Londra. Scrive per qualche tempo per il “New Musical Express” e poi passa a lavorare presso SEX, la boutique di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren che fungerà da incubatrice al punk. Si trova così al centro della nascente scena e non si conteranno gli incroci (non sto a dettagliare per non finire lungo) con gente poi divenuta famosa. La faccio breve. A inizio 1978 la ragazza incide un demo che le procura un invito da parte di Dave Hill per un’audizione durante la quale esegue quelle stesse canzoni alla testa di un trio improvvisato con al basso tal Mal Hart e alla batteria Phil Taylor dei Motörhead. Favorevolmente impressionato dalla qualità dei materiali e soprattutto intuendo in Chrissie la stoffa della star, Hill le offre un contratto per l’etichetta che ha appena fondato, la Real Records, con l’intesa che formerà una band vera e propria. Originario di Hereford, capoluogo dell’omonima contea, Pete Farndon è il primo a venire reclutato ed è lui a presentare alla capobanda un chitarrista originario della stessa cittadina e quattro anni più giovane, James Honeyman-Scott. Dopo alcuni batteristi passati come meteore, a sedersi dietro piatti e tamburi è un terzo compaesano, Martin Chambers, ed è quel giorno del luglio 1978 che i Pretenders (che senza ancora avere un nome già avevano registrato alcuni brani al Regents Park Studio) nascono a tutti gli effetti. Alchimia magica quella che si crea, determinata dallo stile chitarristico da autodidatta della Hynde, cui strumentisti viceversa provetti come Honeyman-Scott e Chambers (Farndon è invece uno che supplisce con grinta e inventiva a una tecnica basilare) si adattano con una lieve sfasatura sulla battuta che rende il sound unico. Non bastasse la fenomenale voce della cantante: tono oscillante fra rock’n’roll e romanticismo, il maschiaccio e il sensuale. Incredibile che Nick Lowe non colga il potenziale del quartetto e, dopo avere prodotto la cover dei Kinks – Stop Your Sobbing, beat sentimentale ma pure di bella energia – che nel gennaio ’79 sarà il lato A del primo 45 giri, declini l’offerta di curare la regia del primo 33. Gli subentra Chris Thomas ed è un’altra scintilla che scocca: sarà il quinto Pretender pure quando i Pretenders originali si troveranno ridotti a due. Nell’omonimo LP d’esordio, che andrà nei negozi nei primi giorni del 1980 e raggiungerà il primo posto della classifica UK e il nono di quella USA, Stop Your Sobbing sigilla la prima facciata. La apre il riff a cento all’ora del monstre power pop Precious, cui vanno dietro una The Phone Call di esplosività trattenuta, il midtempo con chitarre squillanti Up The Neck, la frenesia sull’orlo del punk di Tattooed Boys, il funk strumentale Space Invader e una The Wait scandita da un altro riff di memorabilità immediata e totale. Giri il disco e a dare il cambio al romanticismo pop di Kid è il reggae da manuale (Grace Jones se ne approprierà subito) Private Life e a quello l’errebì bianco Brass In Pocket. Qui lo dico e mai lo negherò: il momento in cui Chrissie scandisce l’ultimo verso del ritornello – “gonna use my, my, my imagination” – è il più sexy della storia del rock. Punto. Nulla potrebbe sensatamente seguirlo, ma la dolcissima Lovers Of Today e la gioiosa, rovinosa apoteosi di elettrica graffiante, basso funk e batteria squadrata di Mystery Achievement lo fanno. Ed è un trionfo.

Sono passati trentasette anni (quasi trentotto in realtà dacché venne registrato) e “The Pretenders” nulla ma proprio nulla ha perso in dirompenza e freschezza. Multiforme la sua forza, che risiede (parole che prendo in prestito da Stephen Thomas Erlewine) “nell’elegante fusione di rock’n’roll alla Stones, new wave di gusto pop e aggressività punk, orecchiabilità spiccata e attitudine viziosamente cool”. Potrei aggiungere: nell’essere femminile e femminista insieme – nella pratica, prima che nella teoria – di Chrissie Hynde. È un album me-ra-vi-glio-so e meravigliosa è la riedizione Original Master Recording che da alcuni giorni gira sul mio stereo. Infedele all’originale nella confezione (la copertina è diventata apribile; riprodotte al suo interno quelle che erano le due facciate della busta) quanto fedelissima a un’incisione che prende possesso della sala d’ascolto con una vividezza, una tridimensionalità sconosciute alle stampe d’epoca. James Honeyman-Scott e Pete Farndon rivivono. Sfortunatamente, solo nello splendore del suono stereofonico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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Per Ofelia (le provenienze dell’amore)

Per ragioni che per chi mi segue saranno chiare fra qualche mese, da una settimana in qua sto rileggendo e redazionando un tot di miei vecchi articoli. Fra gli altri me ne è ripassato fra le mani uno che scrissi per il mensile “Dynamo!” nel lontanissimo 1995, pezzo cui sono molto affezionato e che considero uno dei miei migliori di sempre. Lì fra il tanto resto scrivevo di P.J. Harvey e notavo la derivazione della copertina dell’allora fresco di stampa “To Bring You My Love” da un celebre quadro, datato 1852, di John Everett Millais, Ophelia. Un dipinto molto ma molto familiare agli appassionati di rock.

Pearls Before Swine – Beautiful Lies You Could Live In (Reprise, 1971)

Christian Death – The Wind Kissed Pictures (Supporti Fonografici, 1985)

Electric Peace – Rest In Peace (Enigma, 1985)

P.J. Harvey – To Bring You My Love (Island, 1995)

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Una rockstar in cucina (per Anthony Bourdain, 25/6/1956-8/6/2018)

Cucinare è il nuovo rock’n’roll? A leggere Kitchen Confidential, autobiografia che nulla cela (e se qualcosa è stato nascosto non voglio saperne nulla) di Anthony Bourdain, leggendario chef newyorkese a proprio agio con la scrittura come con i fornelli, si direbbe proprio di sì, e non solo perché l’autore è uso cucinare con una colonna sonora a base di “Dead Boys, Richard Hell & The Voidoids, Heartbreakers, Ramones, Television e così via”. Fatto è che Bourdain ha avuto una vita spericolata da autentica rockstar del mangiare bene, con tanto di drogati eccessi e cadute in personali inferni dai quali lo hanno salvato giusto la forza redentrice di una nuova sfida culinaria, l’orgoglio del proprio sapere, la voglia di imparare ancora. Fatto è che il mondo tracimante testosterone di cui il nostro uomo descrive le quinte (che sono poi in realtà, naturalmente, il vero palcoscenico) vive della stessa maschia e alquanto infantile volgarità di cui si – ahem – nutre tanto rock. “Se ti offendi facilmente per degli insulti diretti sulle tue origini, le circostanze della tua nascita, la tua sessualità, il tuo aspetto, la possibilità che i tuoi genitori si siano accoppiati con degli animali, allora il mondo della ristorazione professionale non fa per te”, ammonisce Bourdain.

È uno dei tanti consigli dispensati in quasi trecento scorrevolissime pagine, molti dei quali applicabili soltanto alla situazione statunitense, parecchio diversa da quella italiana, ma altrettanti di universale utilità. Pochi si metteranno in testa di fare lo chef dopo avere letto questo libro. Più probabile che alcuni che vagheggiavano di farlo ci ripensino, scoraggiati dalla durezza dell’ambiente che descrive. Ma per fortuna di noi golosi, di noi che possiamo capire l’epifania di Bourdain dinnanzi alla prima ostrica succhiata da bambino (meglio di qualunque altra prima volta: “prima passera, primo spinello, primo giorno alle superiori, primo libro pubblicato”), qualcuno andrà avanti.

(Anthony Bourdain – Kitchen Confidential, Feltrinelli, pp.297)

Pubblicato per la prima volta sul sito dinamotorino.it, dicembre 2002.

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Prince, che oggi avrebbe sessant’anni

L’uomo nato Prince Rogers Nelson ci lasciava, causa un’overdose accidentale di un antidolorifico, il 21 aprile di due anni fa e la tragedia era doppia, in quanto la morte lo coglieva nel punto artisticamente più basso di una carriera a quel punto già quasi quarantennale. Diversamente da David Bowie, scomparso pochi mesi prima, sopraggiungendo improvvisa non gli consentiva di organizzare come congedo un ultimo capolavoro.

In VMO ho recuperato a più riprese miei scritti su un genio che in gioventù mi capitò di liquidare con imperdonabile superficialità. Non ho più smesso di andare a Canossa. Qui riprendevo una monografia scritta nel 2006 per “Il Mucchio”, qui la prefazione per una biografia americana, qui svariate recensioni di album usciti fra il 2004 e il 2015.

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