Archivi del mese: maggio 2019

Meat Puppets – Dusty Notes (Megaforce)

In alto i cuori, cultori dei Pupazzi di Carne! Torna alla base, dopo ventitré anni, lo storico batterista Derrick Bostrom e insomma si ricompone il trio originale, con i fratelli Curt e Chris Kirkwood, chitarra e voce solista e basso e cori. E sarà un caso se “Dusty Notes” risulta la cosa nettamente migliore (sebbene “Sewn Together”, del 2009, non fosse affatto male) pubblicata da allora del gruppo di Phoenix? Naturalmente no. Per quanto i Meat Puppets del 2019 siano parecchio diversi da quelli che, a un apice di popolarità dovuto alla partecipazione l’anno prima al “MTV Unplugged In New York” dei Nirvana, davano alle stampe nel 1995 “No Joke” e non soltanto perché il tempo passa per tutti. Soprattutto se nel frattempo tu passi per vicissitudini non belle, come accaduto a entrambi i Kirchwood. È un altro gruppo anzi, per cominciare, perché oggi è un quintetto. Con alla seconda chitarra Elmo, figliolo di Curt, e alle tastiere Ron Stabinski e il loro apporto, del secondo in particolare, si sente eccome.

È insieme il disco più rilassato e giocoso mai pubblicato da una band che, partita dall’hardcore punk, ma un hardcore inusitatamente più influenzato da Captain Beefheart che dai Black Flag, svoltava subito lanciando un ponte che dai Dead Kennedys giungeva ai Grateful Dead e nel prosieguo di carriera si inventava una particolarissima forma di Americana capace di inglobare persino il grunge, scena con la quale per breve tempo si trovava in casuale quanto proficua contiguità. In un album di impronta country data dall’un-due-tre iniziale Warranty/Nine Pins/On (dalla polka al valzer via bluegrass) e dalla ballata conclusiva Outflow spiccano come deviazioni, la prima felice, la seconda meno, la psichedelia barocca di Unfrozen Memory e il metal da arena Vampyr’s Winged Fantasy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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Love Their Way – Una breve storia degli Psychedelic Furs

L’abito talvolta fa il monaco e il nome pure. Per loro e nostra fortuna i fratelli Richard (voce) e Tim Butler (basso) dopo essersi baloccati con ragioni sociali improbabili – RKO, Radio; quindi un appena meno anonimo The Europeans – per il gruppo che fondavano a Londra nel 1977 con il sassofonista Duncan Kilburn, il chitarrista Roger Morris e un batterista che durava appena qualche prova, decidevano di chiamarlo Psychedelic Furs. In un colpo omaggiando una delle poche band “antiche” che la leva del punk sottraeva alla sua furia iconoclasta arrivando anzi a riconoscerne il magistero, e l’ovvio riferimento è ai Velvet Underground di Venus In Furs, e chiamando in causa un genere musicale, la psichedelia, viceversa schifato da chi in metafora incitava a uccidere gli hippie. E non era dunque paradossalmente, in quanto provocatoria, una scelta molto punk? Sigla in ogni caso di memorabilità totale e non è esagerato asserire che contribuì in misura decisiva a far notare quello che presto, con l’ingresso insieme al batterista Vince Ely di un secondo chitarrista, John Ashton, diventava un sestetto. Altra svolta cruciale per incanalarne la carriera nei giusti binari: il contratto con un’etichetta indipendente che, senza nemmeno avere i mezzi per poi promuoverlo, avrebbe preteso che il gruppo arrotondasse il proprio sound veniva sciolto prima di lasciare tracce compromettenti. Era allora la Epic a ingaggiare la band, salvo girarla – dopo un unico singolo – alla consorella CBS. Lì nessuno chiedeva ai nostri eroi di snaturarsi. Ci si limitava ad affiancare loro un produttore giovane assai (ventiquattro anni) ma dal curriculum già importante (il 7” d’esordio di Siouxsie & The Banshees, Hong Kong Garden, e la hit dei Members Sound Of The Suburbs): Steve Lillywhite.

Retro di copertina che ne cita apertamente un altro, quello del primo Velvet, l’omonimo debutto in lungo degli Psychedelic Furs si sdebita subito con Lou Reed e soci con una India che, dopo una lunga intro di stampo praticamente ambient, si porge come una Sister Ray rivisitata dai Roxy Music e sì, se non l’avete mai ascoltata è suggestiva ed eccitante come da fantastica premessa. Dopo una simile presentazione non si potrà che scendere? Sbagliato. Addirittura ancora si sale, con una Sister Europe che di nuovo e di più echeggia (al di là di un sax che in un simile contesto non può non richiamare alla memoria Andy Mackay) i Roxy, e si resta quindi in quota con un’ipnotica Imitation Of Christ, la strepitante Fall, una tiratissima Pulse dove fanno capolino i Sex Pistols di Pretty Vacant. Cambi lato e in We Love You sono i P.I.L. ad affacciarsi, attacco stentoreo per una cavalcata che non concederà requie, sino al congedo irruento e malevolo di Flowers. Registrato nel 1979 e molto in sintonia con il mood di un anno che vedeva i Joy Division dare alle stampe “Unknown Pleasures” e i sunnominati Public Image Ltd il “Metal Box”, uscito nel marzo 1980, resta un esordio sfolgorante e, se le Pellicce Psichedeliche lì si fossero fermate, già sarebbe bastato a iscriverle al club dei Culti. Andavano avanti ed è a ragione di ciò che qui le si celebra, prendendo a scusa la fresca (fine luglio) ripubblicazione su Legacy della loro intera discografia a 33 giri, sette lavori riproposti in stampe da 180 grammi con grafiche fedeli a quelle d’epoca. Le britanniche, va da sé, visto che per chissà quale ragione e come non si vedeva dagli anni ’60 la Columbia a suo tempo pubblicò i primi tre per il mercato USA con scalette rimescolate e il primo e il terzo anche con copertine diverse. Oltre Atlantico puntavano forte sul gruppo. Verranno (abbastanza) premiati a partire dal successo a 45 giri dell’auto-remake di Pretty In Pink, tema conduttore nel 1986 di un’omonima commediola romantica.

La Pretty In Pink originale, più energica e grezza, illumina di immenso con il suo riff invincibile la prima facciata di “Talk Talk Talk”, LP numero due per gli Psychedelic Furs, regia sempre di Lillywhite e uscito nel giugno ’81. Meno oscuro del debutto ma parimenti graffiante (un apice in una Mr. Jones in cui le elettriche esibiscono devozione per Link Wray), guerriero (l’ossessiva Into You Like A Train), visionario (una mesmerica Dumb Waiters, collocata in apertura). Quantomeno fino alle ultime due delle dieci canzoni in scaletta, visto che da All Of This & Nothing balenano le prime chitarre acustiche e un’orecchiabilità non più in forma di innodia e, per la suadente She Is Mine, si può, per un’altra prima volta, parlare senza remore di pop. Annuncio della svolta che nel settembre 1982 provvedeva “Forever Now” a completare, trasformando la prima grave crisi nella storia del complesso, causata dalle defezioni di Morris e soprattutto di Kilburn, in un trionfo artistico prima che commerciale. Merito, oltre che di una scrittura felice, della sintonia subito trovata con il nuovo produttore, l’americano Todd Rundgren: bravissimo ad aggiungere elementi – le sue tastiere, un violoncello, una piccola sezione fiati, i per lui immancabili Flo & Eddie ai cori – al sound del gruppo senza però snaturarlo. Tre brani capolavoro nel contesto di un disco che merita nell’assieme di essere detto un classico: l’incalzante President Gas; una Love My Way che evoca nel contempo i Japan e Bowie; e, a proposito di quest’ultimo, una title track che è la Heroes degli Psychedelic Furs. Da lì in poi sarà discesa ma partendo, nell’agosto ’84, ancora da piuttosto in alto, da un “Mirror Moves” invecchiato male a livello di suoni (è l’album techno-pop, zeppo com’è di sintetizzatori e batterie elettroniche) ma con dentro alcune delle loro canzoni più memorabili: la carezzevole The Ghost In You, una Heaven di suadente epicità, la danzerina Heartbeat. Porterà male il successo in differita di Pretty In Pink, caricando di aspettative tutte tradite “Midnight To Midnight” (1987), un disco al quale lo stesso Richard Butler farà l’ultimo prezzo dicendolo “vuoto, insulso e debole”. Non così scadenti ma un’aggiunta pletorica a una vicenda fino a un certo punto inattaccabile “Book Of Days” (1989) e “World Outside” (1991).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Lambchop – This (Is What I Wanted To Tell You) (City Slang)

Ho un problema con questo disco, che è il medesimo che avevo con un predecessore, “FLOTUS”, di cui il dodicesimo album in studio dei Lambchop è sia propaggine che evoluzione: analoghe le sonorità, qui si lavora di più su una forma canzone classica laddove lì, muovendosi entro orizzonti in ogni senso più ampi (undici tracce, 68’46”, contro otto per complessivi 45’43” del seguito), ci si concedeva qualche ulteriore sperimentazione. Rispetto alla principale, intendo, all’uso dell’auto-tune in un contesto ben altro rispetto a quello del becerume variamente pop e/o black che ci circonda e ammorba, tutto uniformando, a volte sciupando e datando irrimediabilmente materiali se no di valore. L’insopportabile, onnipresente auto-tune. Che ci azzecca(va) con l’alt-country più alternative mai giuntoci da Nashville, con il cantautorato alto – un po’ Mark Eitzel, un po’ Randy Newman corretto Americana – di Kurt Wagner? Responsabile da oltre un quarto di secolo (sempre predominante, monopolista mai) del progetto Lambchop.

Nondimeno nella vita a tutto ci si abitua allorché si è arrivati a farsene una ragione. Tanto avevo messo a metabolizzare “FLOTUS”, giungendo solo dopo svariati ascolti a cogliere un senso e persino una poetica nella scelta di alterare disumanizzandola una voce oltretutto bella ed espressiva, tanto poco ho impiegato a rassegnarmi – si parte così: auto-tune a palla – per “This (Is What I Wanted To Tell You”). Al netto di testi al solito da esegesi, lo consideri uno strumento come gli altri, il cantato, e ti ritrovi libero di perderti in una scrittura stellare, in un ordito definitivamente post-country pregno di elettronica, screziato di funk, di soul, di jazz. Resta però sempre il dubbio: che effetto farebbe con una voce diversa, quella vera?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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Audio Review n.409

È in edicola dalla fine della scorsa settimana il numero 409 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli ultimi album in studio di Keren Ann, Edwyn Collins, Peter Doherty & The Puta Madres, Drugdealer, Felice Brothers, Fennesz, Lee Fields & The Expressions, Filthy Friends, Pond, Bill Pritchard, Sun Kil Moon, The Tallest Man On Earth e UNKLE, di una raccolta di inediti di Townes Van Zandt e di una ristampa di Professor Longhair. Nella rubrica del vinile ho scritto in lungo di David Sylvian e più in breve dei Ruts.

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War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

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Robert Forster – Inferno (Tapete)

Sperare non costa nulla e allora sì, speriamo che “Inferno” (titolo in singolare contrasto con un lavoro dal languido al vivace, depresso mai) dia continuità a quella che, per il quasi sessantaduenne musicista australiano, è la quarta fase di una carriera quarantennale. In fondo sono passati “solo” tre anni e mezzo da “Songs To Play”, quando quello lo si era atteso esattamente il doppio. Fatto è che il nostro uomo – che in gioventù capitanò con Grant McLennan (come dei Lennon/McCartney dell’indie-rock) quei favolosi Smiths ante litteram dei Go-Betweens, intraprese una prima carriera da solista allo scioglimento del gruppo solo per interromperla per una rimpatriata lunga e artisticamente proficua cui poneva tragicamente fine la prematura scomparsa del sodale e amico – dacché si è rimesso giocoforza in proprio si è inventato un secondo lavoro che pesa forse ormai quanto il primo: scrittore. Critico musicale (collaboratore regolare di un paio di testate in patria, con la raccolta The Ten Rules Of Rock And Roll ha vinto il prestigioso Pascall Prize) e biografo, con lo struggente Grant & I: Inside And Outside The Go-Betweens.

Speriamo dunque, giacché non costa nulla, e per intanto stringiamoci forte al petto il settimo album di Robert Forster, godiamoci nove aggiunte a un catalogo comunque cospicuo, per quanto non se ne avrebbe mai abbastanza. Media al solito altissima, si tratti di un folk-pop come No Fame che lucida di incongrua esuberanza un quadretto di desolazione domestica o del rock’n’roll Inferno (Brisbane In Summer), di una Life Has Turned A Page vagamente brazileira o di quella Sweet Jane in sedicesimo che è Remain. Di Crazy Jane On The Day Of Judgement e One Bird In The Sky, che incorniciano con analoghi tragitti dalla malinconia a una misurata esultanza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

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