MV & EE – Space Homestead (Woodsist)

E anche in questo 2012 Neil Young il suo gran bel disco l’ha pubblicato e no, non è di quell’indecifrabile baggianata di “Americana” che sto parlando, bensì dell’ultima fatica di MV & EE, corpi maschile e femminile nei quali il Canadese da tempo ha scelto di reincarnarsi (sfortunatamente all’insaputa dei più, probabilmente all’insaputa di se stesso) e senza neppure essere morto prima. MV è Matt Valentine, EE sta Erika Elder, signore e signora fanno base a New York e benché la sigla non abbia celebrato che lo scorso anno il primo decennale Zeus solo sa quanti siano gli album che ha pubblicato. Difficile capire anche come contarli, quali considerare e quali no, visto che parecchi – un buon paio di dozzine – hanno visto la luce per una fantomatica Child Of Microtones gestita dalla coppia stessa e dovrebbero essere perlopiù dei CD-R, autoprodotti e privi di una vera distribuzione. Accanto a questa produzione semi-clandestina e sperimentale, fitta di sortite da leggenda (particolarmente memorabile un “Play Ella McDaniel’s Who Do You Love”, contenente una versione di quaranta minuti del brano in questione), il duo ne ha una di relativa visibilità (a oggi l’etichetta più grossa per la quale ha inciso è la Ecstatic Peace! di Thurston Moore ed è tutto dire) e decisamente più accessibile, per quanto non manchino davvero asperità in un avant-rock che a lungo è rimasto incerto fra weird folk, noise e psichedelia. Salvo poi decidersi, nell’eccelso “Barn Nova”,  di tre anni fa e passato quasi del tutto inosservato, a inoltrarsi nei territori elettro-acustici nei quali il vecchio Giovane Neil si aggira sin da metà ’60. Non necessariamente mettendo i piedi proprio nelle impronte e se quel disco non lo conoscete posso riassumervelo così: come degli Opal convinti di essere i Dinosaur Jr. e alle prese con “Harvest”.

In termini tanto di scrittura che di fruibilità questo “Space Homestead” meditato singolarmente a lungo va diversi passi oltre, classicizzandosi ulteriormente per quanto non si neghi l’occasionale scarto di lato con salto mortale ed ecco le gassosità di Sweet Sure Gone, ecco le rifrazioni acide di Moment. Però stringi stringi Workingman’s Smile è una Cripple Creek Ferry dilatata e narcotizzata, Shit’s Creek un vetusto blues giunto sino a noi attraverso un varco nel continuum spazio tempo, Wasteland un residuo di “Comes A Time” al netto di una bucolicità artefatta e zuccherina. Lo zenit è rappresentato da Too Far To See: partenza da ballata immersa in un languore di sogno, arrivo da qualche parte fra Cowgirl In The Sand e Cortez The Killer. Io al posto vostro un appuntino me lo prenderei.

1 Commento

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Una risposta a “MV & EE – Space Homestead (Woodsist)

  1. stefano piredda

    Preso l’appuntino…

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