Dan Stuart – The Deliverance Of Marlowe Billings (The Cadiz Recording Co.)

Nei lontani anni ’80 incrociai tre volte Dan Stuart. La prima, a seguire uno spettacolo letteralmente indimenticabile dei suoi Green On Red, lo osservai dall’altro capo del tavolo di una birreria torinese, nel mentre quel gran signore di Jack Waterson mi intratteneva con garbatissimo eloquio, sbronzarsi in maniera altrettanto spettacolare. La seconda mi parve già discretamente alticcio sul palco. Il concerto fu in ogni caso buono. La terza, la serata fu salvata dal resto del gruppo, da Chuck Prophet in particolare. Mai più mi sono imbattuto in vita mia (no, Shane MacGowan in azione non l’ho mai visto) in un uomo più incredibilmente ubriaco. Mi fa allora molto piacere scrivere nel 2012 di un disco di questo mio coetaneo che, per intanto, mi pare un miracolo sia vivo e probabilmente deve sembrare un miracolo a lui stesso. Non so quanto di vero e quanto eventualmente di romanzato ci sia nelle note che accompagnano l’uscita di “The Deliverance Of Marlowe Billings” e raccontano di un divorzio tempestoso, di un ricovero in una clinica per malattie mentali newyorkese con susseguente fuga in Messico e di pulsioni suicide che lì piano piano si quietano. Lo sguardo intenso e triste, ma anche sereno, immortalato da una foto promozionale mi fa però pensare che di fantasia si sia lavorato poco, forse nulla. Ed è un fatto che del nostro eroe, che oggi vive a Oaxaca de Juárez, per dodici anni – da quando nel ’95 debuttò da solista a quando nel 2007 a sorpresa il sodalizio con Steve Wynn si rinnovò, con il secondo capitolo dell’incerta saga di Danny & Dusty – le tracce si erano perse completamente. A momenti stakanovista al confronto l’ultimo biennio. L’album degli Slummers è del 2010. Un EP da titolare con quattro pezzi, del 2011. E adesso un lavoro di ben altra consistenza, che non sarà magari un disco di quelli che possono cambiarti la vita (e a qualcuno “Gravity Talks” la vita la cambiò) ma si fa ascoltare. Eccome se si fa ascoltare.

Per niente new wave in un’era ancora di new wave, troppo underground per potere fare loro un mainstream che pure a lungo li corteggiò (tre gli album per la Mercury), troppo poco psichedelici per potere conquistare del tutto quell’underground che si riconosceva nel paisley e infine troppo in anticipo su quell’alt-country che avrebbe potuto pagare bei dividendi e invece spesso si dimentica persino di contarli fra i padri fondatori: classico esempio di gruppo giusto nei posti e nei momenti sbagliati, i Green On Red. All’altezza dell’unico antecedente di “The Deliverance”, “Can O’Worms”, Stuart li cancellava tutti tranne quelli preconizzanti Uncle Tupelo e compagnia post-Nashville. Diciassette anni dopo si concede egualmente giusto in un paio di occasioni frenesie schiettamente rock’n’roll – con i serrati vortici di Clean White Sheet, con una What Are You Laughing About irresistibilmente innodica – e per il resto lavora perlopiù di cesello – un’altra gustosa eccezione: il jingle power di Gap Toothed Girl – su un’alata scultura di malinconie. Magari sorridenti ed ecco i coretti là-là-là su uno shuffle lento di Gonna Change. Partenza accorata con Can’t Be Found, congedo affidato da lì a una quarantina di minuti all’onirico strumentale Celina’s Lament, l’opera (un concept, pare di intendere) trova il momento più alto e suggestivo nel cinematografico messicaneggiare in transito da Romero a Peckinpah di Gringo Go Home. Piccolo capolavoro assolutamente degno del più glorioso catalogo d’antan. Mi piace concludere con una citazione particolare per i musicisti che hanno qui dato man forte al vecchio Dan: si chiamano Sacri Cuori, sono romagnoli e, con la complicità di ospiti illustrissimi (Giant Sand, Calexico, Friends Of Dean Martinez, John Parish, James Chance, Marc Ribot), un paio di anni fa pubblicarono un album delizioso del quale purtroppo non riuscii a scrivere. Si chiama “Douglas & Dawn”, cercatelo.

1 Commento

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Una risposta a “Dan Stuart – The Deliverance Of Marlowe Billings (The Cadiz Recording Co.)

  1. Francesco

    VM è un piacere apprendere dalla sua prosa dell’ennesimo come back del vecchio Dan Stuart e, confesso, a me Gravity Talks un po’ la vita la cambiò, riaprendo un percorso, almeno musicale, che dura sinora. Quanto alla propensione, ehm, alcolica del nostro posso confermare che anche a Pisa (non ricoro l’anno ma siamo a metà anni 80 più o meno) le libagioni furono cospicue. Mai comunque quanto quelle di un Capossela con il quale divisi parecchie bottiglie post concerto e invitammo poi a seguirci in un tour alcolico anche il giorno dopo. diede forfait il pivello, il buon vecchio danny sarebbe sicuramente stato della partita.
    Ossequi
    Ps The Lost weekend oltre ad essere un grande disco diceva già tutto, sin dal titolo, bello sapere che è ancora in giro

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