R.E.M. 1982-1996 (3): Reckoning

Harborcoat. Seven Chinese Bros. So Central Rain. Pretty Persuasion. Time After Time (Annelise). Second Guessing. Letter Never Sent. Camera. (Don’t Go Back To) Rockville. Little America.

I.R.S., aprile 1984 – Registrato presso i Reflection Sound Studios di Charlotte, North Carolina, fra il dicembre 1983 e il gennaio 1984 – Tecnici del suono: Don Dixon e Mitch Easter – Produttori: Don Dixon e Mitch Easter.

Quando l’8 dicembre 1983 i R.E.M. tornarono a Charlotte per mettere su nastro il loro secondo LP (il lavoro, interrotto per le festività di fine anno, venne portato a termine il 16 gennaio 1984; furono quattordici in tutto i giorni impiegati per registrazione e missaggio) il morale loro e del piccolo entourage – il manager Jefferson Holt, che in quei tempi eroici si prestava a fare da autista, e il consulente legale Bertis Downs – era alle stelle. Ce n’era ben donde, dacché il 1983 era stato un anno quale i ragazzi, quando avevano fondato il gruppo senza altre ambizioni che divertirsi e guadagnarsi qualche birra e un po’ di argent de poche, non avrebbero potuto immaginare nel più sfrenato dei sogni a occhi aperti. Le recensioni che avevano accolto il loro debutto sulla lunga distanza erano state unanimemente entusiaste e la definitiva incoronazione da parte della stampa distava pochi mesi: nel numero andato in edicola il 1° marzo 1984 “Rolling Stone”, la più prestigiosa e diffusa rivista rock americana, proclamerà “Murmur” “migliore album del 1983” e designerà inoltre i R.E.M. migliori artisti emergenti e terzo miglior gruppo in assoluto, alle spalle di U2 e Police. Non fossero bastate queste soddisfazioni morali, “Murmur” ne aveva regalate anche di materiali, facendo capolino nei Top 40 delle classifiche di “Billboard”. Se il suo fatturato risultava risibile al confronto del campione di vendite dell’anno, “Thriller” di Michael Jackson, e ci pare di scarsa rilevanza oggi, abituati come siamo da tempo a esordi multiplatino, per l’epoca era notevole per una formazione lontana dal mainstream. Creava un caso.

Anche in Europa, soprattutto in Francia e in Gran Bretagna, il disco si era mosso bene. Quando Stipe, Buck, Mills e Berry misero mano al secondo LP erano freschi reduci dalle due esperienze fino a quel punto più elettrizzanti della loro carriera: un’apparizione al “Late Night Show” di David Letterman, il più popolare dei programmi di seconda serata della televisione americana, e le loro prime sei date europee, divise fra Inghilterra, Olanda e Francia. A tenere alti gli spiriti contribuiva anche, e non poco, la sensazione che si andava diffondendo che l’underground americano fosse alla vigilia di una fioritura quale non si vedeva dagli anni ’60: fra il 1981 e il 1983 avevano debuttato a 33 giri Dream Syndicate, Game Theory, Green On Red, Long Ryders, Rain Parade, True West, Fleshtones, Smithereens, Hüsker Dü, Sonic Youth, Replacements, Minutemen. Tutti gruppi che i R.E.M. stimavano e ai quali, in diversi casi, erano legati anche da vincoli di amicizia. Tutti gruppi che, dalla posizione privilegiata di beniamini della critica in cui vennero subito a trovarsi, i Georgiani spinsero a più non posso, citandoli a pie’ sospinto in ogni intervista e in qualche caso chiamandoli a fare loro da spalla nei sempre più affollati concerti. All’altezza del 1986 persino l’ultrasciovinista stampa britannica dedicherà a queste formazioni lunghi articoli e copertine in gran copia.

Per tutti questi motivi l’atmosfera ai Reflection Sound Studios, dietro il cui banco di missaggio sedevano ancora una volta Mitch Easter e Don Dixon, era decisamente festaiola, come ebbe occasione di raccontare Anthony DeCurtis in un vivace reportage apparso qualche mese più tardi, a album già pubblicato, sul mensile “Record”. Curioso che tanta euforia abbia prodotto un LP assorto, raccolto, quale è “Reckoning”.

La copertina è alquanto criptica. Il davanti dovrebbe rappresentare un serpente d’acqua (il sottotitolo americano dell’album è “File Under Water”) a due teste, sul cui dorso è scritta in ordine sparso la scaletta. Lo schizzò Michael Stipe e lo rifinì, creandogli uno sfondo naïf-lovecraftiano, il Reverendo Howard Finster, un pittore dedito solitamente all’arte votiva. Nelle foto sul retro nessuno dei R.E.M. fissa l’obiettivo. Peter Buck è piegato sulla tastiera di un piano, strumento che non ha mai suonato (se ne incarica Mike Mills) su un disco dei Georgiani. Nei tre scatti sulla busta interna non sono effigiati membri del gruppo bensì, da sinistra a destra, un Jefferson Holt dell’apparente età di otto-dieci anni sorpreso durante una conversazione telefonica, un sorridente Bertis Downs e Finster, intento a suonare il banjo.

La continuità con “Murmur”, rispetto al quale “Reckoning” vanta una maggiore pulizia di registrazione che contribuisce a renderlo più epidermico, è rimarcata vistosamente dal brano incaricato di inaugurarlo: Harborcoat si muove sul medesimo sentiero battuto da West Of The Fields, la canzone con la quale si era congedato “Murmur”, ma con agilità e stile superiori e un ritornello che è un colpo al cuore. L’ipnotica Seven Chinese Brothers, portata avanti da una ritmica severa e da un gioco di chitarra tanto elementare quanto efficace, conduce al trittico chiave dell’album. Lo apre So. Central Rain, suggestioni folk e immediatezza pop a braccetto in un brano che anni dopo sarebbe potuto essere numero uno in tutto il mondo e che all’epoca fornì invece, nelle classifiche dei 45 giri, una prestazione modesta. La posizione centrale è occupata dall’incalzante e nel contempo melodiosa Pretty Persuasion. È un’autentica cascata di note quella che sgorga dalla Rickenbacker di Peter Buck. La ritmica è serrata, Stipe appassionato, un’armonica aggiunge al quadro tocchi che si notano appena ma sono fondamentali per il suo equilibrio. Time After Time conclude, anche la facciata (ehi! ricordate quando i dischi ne avevano due di lati?), in maniera particolarmente solenne. La chitarra in apertura è psichedelica come mai era stata in precedenza in un disco dei R.E.M., le percussioni tambureggiano rade, la voce ha un’intensità rabbrividente. Man mano che, nel prosieguo, il ritmo accellera, la chitarra da lisergica si fa ossessiva. Caso mai non si fosse capito: un capolavoro.

Second Guessing ci introduce alla seconda facciata su una nota altrettanto alta, con un suono più pieno e un caracollare a un passo dalla frenesia. L’incedere di Letter Never Sent è invece tutto a strappi, anche nel coro. La chitarra di Buck è solare e richiama alla memoria qui i primi Talking Heads, là (ebbene sì) i Byrds più classici. La successiva Camera si presenta con una voce solitaria e un ticchettare di batteria e rimane tristissima anche quando entrano Buck e Mills. Dopo uno stacchetto funky, irrompe in scena (Don’t Go Back To) Rockville.

La canzone di gran lunga più orecchiabile e innodica dell’album tutto, nonché il lato A del secondo e ultimo 45 giri da esso tratto dopo “So. Central Rain”, fu a un passo dal finire nella spazzatura o, bene che le fosse andato, su qualche retro di 45. Non convinceva difatti il gruppo, che non riusciva a trovarle un arrangiamento soddisfacente. Piaceva però da matti a Bertis Downs e i Nostri decisero di registrarla giusto per regalare il nastro al fedele avvocato, non per pubblicarla. Trovarono però di colpo, in un arrangiamento quasi improvvisato in chiave country-rock (il piano di Mills è puro honky tonk), quel qualcosa che sembrava prima mancare e, dopo avere vagheggiato di farla uscire a 45 giri fra “Reckoning” e il disco seguente, finirono per includerla all’ultimo minuto in scaletta, a scapito di Burning Down. Scelta della quale “Reckoning”, che sarebbe stato in caso contrario eccessivamente ombroso, beneficiò non poco, nonostante la bellezza (vedi scheda di “Dead Letter Office”) dell’esclusa dell’undicesima ora.

Little America è un congedo all’anfetamina. Stipe canta “Jefferson, credo che ci siamo persi”, ma è alle dubbie capacità come navigatore del manager che si riferisce, non certo al momento esaltante che i R.E.M. stavano vivendo.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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2 commenti

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2 risposte a “R.E.M. 1982-1996 (3): Reckoning

  1. Michael Rove

    Che belli questi pezzi sui REM. Io che ti leggo da sempre, mi ero perso il libro. Che ora comprerei volentieri.

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