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I migliori album del 2020 (3): Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan)

Nel video per l’irlandese RTE del brano che intitola il loro secondo album Grian Chatten, cantante dei Fontaines D.C., indossa una maglietta dei Pogues. Omaggio casuale probabilmente, ma chissà che non gli sia invece capitato di leggere in Rete il commento di un fan che di Dublin City Sky (da lì arrivano i Nostri), la canzone messa un anno e mezzo fa a suggello del debutto “Dogrel”, dice che “sembra un pezzo scritto da Shane MacGowan, ma suonato dai Velvet Underground”. Prendendoci in pieno, ascoltatela per crederci. E a quel punto già sarete innamorati di un quintetto che sta mandando esauriti in prevendita i biglietti per il tour che avrebbe dovuto promuovere “A Hero’s Death” e le cui varie tappe (nei piani attuali pure una data milanese, nel marzo prossimo) sono state spostate in avanti di vari mesi per la ragione che ben sapete. Così, a scatola chiusa. Comprati da chi non vuole rischiare di perdersi forse gli ultimi concerti in teatri, club, piccole arene di una band che al giro dopo potrebbe passare agli stadi. Potenzialmente “the biggest thing” sbocciata nella capitale dell’Éire dacché vi mossero i primi passi tali U2. Addirittura.

Per intanto fra le ovazioni scroscianti che hanno salutato “A Hero’s Death” già si coglie qualche timido distinguo, della serie “bello, bellissimo, ma un filo meno dell’esordio”. Mica vero, mi pare. Più maturo senza che di quella travolgente freschezza nulla si sia perso. Più vario, capace com’è di racchiudere fra una I Don’t Belong molto Joy Division e la ballata smithsiana No new wave ansiogena alla Wire (A Lucid Dream) o alla P.I.L. (I Was Not Born), indie-pop modello Pavement (You Said) o Undertones (via Fall! la traccia omonima), folk ammodernato (Oh, Such A Spring) e persino una scheggia di Beach Boys (Sunny). Formidabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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I migliori album del 2020 (6): U.S. Girls – Heavy Light (4AD)

È stato un percorso in ogni senso lungo quello che ha portato Meghan Remy da “Introducing…”, debutto del 2008, a questo che è il suo settimo album e a oggi l’apice di una vicenda artistica in costante divenire. Riassunto delle puntate precedenti… Dopo avere suonato punk in band amatoriali nel 2007 Meghan comincia a incidere su un registratore a bobine basi ruvidamente sperimentali, percussive, sulle quali eterna performance vocali ora aggressive, ora cupe. Queste incisioni casalinghe daranno vita ai due primi dischi. Il terzo la vedrà cominciare ad arrotondare qualche spigolo, evolvendo verso una forma-canzone perlopiù basata su campionamenti che veniva perfezionata nel quarto, nonché primo a uscire per un’etichetta di buona visibilità e distribuzione quale la Fat Cat. La svolta vera arrivava però con il quinto, con cui approdava nel 2015 alla 4AD: congerie brillantemente oscura se è concesso l’ossimoro di electro e art-pop, cameristica, illbient e new wave, “Half Free” faceva fare al progetto U.S. Girls un salto di almeno un paio di categorie, guadagnandogli grande visibilità e candidature ai Juno Awards e al Polaris Music Prize. E siamo quasi arrivati a “Heavy Light”, preceduto ancora, due anni fa, da “In A Poem Unlimited”: le musiche più accessibili di sempre, spesso danzabili, al servizio di testi “politici” come non mai.

Incredibile come riesca a tenersi insieme un successore che copre l’ampissimo arco che da una 4 American Girls che evoca sia Madonna che il Bowie di “Young Americans” arriva all’ossessivo cantilenare di una conclusiva Red Ford Radio raro rimando diretto ai lontani esordi per tramite di ballate pianistiche che fanno scomodare Joni Mitchell e Laura Nyro (IOU, Denise Don’t Wait), martellamenti disco (Overtime), collisioni fra voci operatiche e pulsazioni e rasoiate industrial (State House), pop-rock da AM anni ’70 (Born To Lose, Woodstock ’99), funk tropicalisti (And Yet It Moves/Y se mueve), orchestrazioni di un turgore fra Spector e Wagner su base synth/glam (The Quiver To The Bomb). Insuperabile?

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (7): Oscar Jerome – Breathe Deep (Caroline)

Attenzione! Attenzione! Potenziale star, diciamo ai livelli di un Gregory Porter, all’orizzonte. Con differenze che saltano subito all’occhio ─ quegli un cantante e questi innanzitutto un chitarrista, uno è nero e l’altro bianco, uno è americano (ma in patria finora non ha sfondato; è in Europa e soprattutto nel Regno Unito che gode di vasta popolarità) e l’altro inglese ─ ma in comune il fatto di declinare un jazz denso di soul e di funk. Di grande sostanza e nel contempo di un epidermico che può catturare platee vaste e non saranno più i tempi di certo George Benson (dai cui peccati di ruffianeria peraltro sia Porter che Jerome sono finora mondi) ma se alla Caroline (etichetta in orbita Universal) hanno deciso di puntare su questo giovanotto vuol dire che qualche discografico con le orecchie aperte e un cervello in mezzo dev’esserci ancora.

Originario di Norwich ma da un po’ con base a Londra, nella cui rigogliosa scena nu-jazz ha cominciato a farsi notare prestando lo strumento al gruppo in prevalenza femminile Kokoroko, Oscar Jerome è all’esordio da solista in studio ma non in assoluto, siccome nell’ottobre dello scorso anno la stessa Caroline cominciava a tastare il terreno con un “Live In Amsterdam” solo in vinile (bianco) probabilmente destinato a diventare una ricercata e costosa rarità. Dei sei brani che sfilavano lì giusto due sono stati ripresi nel programma di otto più una intro e due interludi che dà vita a “Breathe Deep”: una Give Back What You Stole From Me molto Gil Scott-Heron e una Gravitate parimenti bella funk. Fra i vertici di un album senza mezzo brano sottotono, a un apice assoluto di immediatezza nella latineggiante Fkn Happy Days’n’That e subito dopo di emotività nella scarna Timeless, affidata alla voce di Lianne La Havas.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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I migliori album del 2020 (8): Phoebe Bridgers – Punisher (Dead Oceans)

Per essere una che non fa pop, sebbene spesso evidenzi un istinto melodico killer, l’ascesa della ventiseienne californiana Phoebe Bridgers verso empirei di stardom è di quelle che mozzano il fiato. Del 2017 un debutto, “Stranger In The Alps”, che c’era chi si spingeva a esaltare come l’apparizione alla ribalta di un talento gigantesco, la ragazza ha occupato il tempo trascorso prima di porre mano al seguito collaborando con i National e Fiona Apple, con i 1975 come con Jackson Browne, ha formato il supergruppo Boygenius con Julien Baker e Lucy Dacus e pubblicato un EP a tal nome e dato vita con Conor Oberst al progetto Better Oblivion Community Center, titolare di un omonimo album. Quando e come abbia trovato modo, oltretutto fra un tour e l’altro, per confezionare “Punisher” solo lei lo sa.

Sia come sia: sesto nel Regno Unito mentre scrivo e a un passo dai Top 40 USA (per quanto l’impatto mediatico dell’autrice non vada misurato per ora con le posizioni in classifica quanto con la sensazione che si stia assistendo alla costruzione di una carriera), “Punisher” è all’altezza dei sogni di chi dice che dodicenne si immaginava come “il prossimo Bob Dylan”. Mostrando ambizione tanto smisurata quanto sorprendente per una della generazione dei cosiddetti “millenials”. Nulla ricorda a ogni buon conto l’illustre idolo in un disco per lo più sognante, salvo quando si concede aperture a un rock brioso, come in una Kyoto spigliatamente indie o in una ICU memore del fatto che Phoebe fece apprendistato suonando cover dei Pixies. Quando il magnifico crescendo di I Know The End bordeggia il neo-classico. Qualcuno (fantastico il quasi-bluegrass Graceland Too) ha definito emo-folk la Bridgers, ma la verità è che nessuna etichetta si appiccica a un talento di tal fatta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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I migliori album del 2020 (10): Khruangbin – Mordechai (Dead Oceans)

Se mai è esistito un altro gruppo capace di racchiudere in sé e rappresentare al meglio le possibilità immani del meticciato in musica alla maniera di questo trio formatosi nel 2009 a Houston, ebbene, per quanto ci abbia riflettuto il recensore non ne serba memoria. Internazionalisti, il chitarrista Mark Speer, la bassista Laura Lee e il batterista Donald “DJ” Johnson, sin dalla scelta di un nome ─ dal thailandese per “aeroplano” ─ che oggi a dire il vero un po’ rimpiangono perché di grafia e pronuncia (quella corretta dovrebbe essere “crungbin”) difficili. Non dovrebbero preoccuparsene. Proprio quest’album, il loro terzo e il primo non puramente strumentale (a cantare è perlopiù, accentuando un piglio già da femme fatale, Laura Lee), potrebbe farne delle superstar. D’altronde: era forse iscritto nel destino di chi frequentò la stessa chiesa di Beyoncé e Solange.

“Mordechai” si mette alle spalle i pur fascinosi particolarismi dei pur ottimi “The Universe Smiles Upon You” (2015) e “Con todo el mundo” (2018) facendo amalgama come mai prima e mai in maniera tanto seducente di influenze che vanno dal thai-rock (!) degli anni ’60 e ’70 al reggae passando per il pop iraniano (!!!) e le colonne sonore degli spaghetti western, per soul, funk e rhythm’n’blues vintage come per la psichedelia, l’afrobeat e la highlife, il cosmic jazz, la cumbia. In genere languidi i Khruangbin ma sempre con un senso del groove, irresistibile per dire la schietta disco di Time (You And I), invincibile. Evocano Roy Ayers in First Class e Gainsbourg in Connaissais de face, viaggiano dalla Colombia di Pelota alla Giamaica di One To Remember per approdare in Shida a un Oriente dell’anima. Il brano-chiave è Father Bird, Mother Bird: potrebbe essere la loro Samba pa ti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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I migliori album del 2020 (12): Porridge Radio – Every Bad (Secretly Canadian)

La nuova PJ Harvey? È talmente forte la personalità di Dana Margolin, attorno alla quale questo quartetto quasi tutto al femminile ha preso corpo dopo che l’autrice, cantante e chitarrista di Brighton già aveva registrato dei demo da sola, che qualunque paragone pare sminuente. E tuttavia un po’ sì: indirizzano in tal direzione una voce capace di sedurre ma più spesso aspra e ruggente, musiche dinamiche quanto spigolose con un retrogusto folk e insieme echi al pari forti di post-punk e Magic Band via Pavement, liriche femministe non didascalicamente. Dopodiché, sono passati quasi trent’anni da quando Polly Jean si affacciava alla ribalta, il mondo è cambiato, quell’impatto non è replicabile nel contesto odierno e non c’è recensione esaltata di un “New Musical Express” (cinque stellette) che tenga quando il settimanale che per decenni ha formato i gusti dei giovani britannici manco va più in edicola, è un sito come tanti e meno autorevole di diversi che sul web ci sono nati. La Harvey veniva eletta subito a personaggio, Dana difficilmente si troverà sui tabloid, con ogni probabilità i Porridge Radio rimarranno appannaggio della stampa specializzata, al più analizzati sulle pagine culturali di chi ha la fortuna di avere giornali le cui pagine culturali trattano la popular music con la stessa attenzione di letteratura e cinema.

“Every Bad” per la band è il secondo album ma è tanto marcato lo scarto qualitativo rispetto a un esordio datato 2016 di cui peraltro nessuno si accorse che si può considerarlo un debutto. E che debutto! Denso e articolato, trascinante, stordente a volte fino al fastidio e vi sfido a non abbassare il volume giunti al cacofonico finale di Lilac. Salvo subito rialzarlo incantati dall’attacco (depistante, vi accorgerete) a passo di valzer di Circling. A seguire: il solo tocco di “modernità”, nel senso deteriore del termine, rappresentato dall’autotune nella sospesa e stridula (Something) e il rilassato tambureggiare sotto tastiera solenne con conclusiva impennata tribale di Homecoming Song. In precedenza, da citare ancora almeno Born Confused, che inaugura avanzando a strappi e stabilendo il tono dell’intero lavoro, l’alternarsi fra cantilenare folky e un procedere da bulldozer di una Sweet ben poco “sweet” (più avanti, una Pop Song per niente pop), una Don’t Ask Me Twice di guerriera oscurità quasi Killing Joke e infine Give/Take: la più new wave del lotto, ma senza uno stereotipo che sia uno alle viste.

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (14): Jeremy Ivey – Waiting Out The Storm (Anti-)

Sono la coppia più bella del mondo? Di sicuro una delle più artisticamente dotate e affiatate, se è vero come è vero che, dopo avere condiviso a lungo palchi, studi di registrazione e (avrete inteso) molto altro, con i Buffalo Clover, quando nel 2016 Margo Price inaugurava una fortunata carriera da solista (sponsor Jack White) con l’ottimo “Midwest Farmer’s Daughter” Jeremy Ivey si poneva al suo servizio come chitarrista, bassista, armonicista. Spesso co-autore, occasionalmente in cabina di regia. Ormai alta nel cielo di Nashville la stella della consorte, Ivey lo scorso anno ha debuttato pure lui in proprio con il pregevole “The Dream And The Dreamer”. Ci ha preso gusto e tredici mesi dopo gli dà un ancora più convincente seguito. Prodotto da Margo, la cui voce fa capolino più volte e che mette la firma accanto a quella del coniuge sotto due brani: l’iniziale Tomorrow People, una gemma di jingle-jangle sull’orlo del power pop; il pigro country-blues Someone Else’s Problem.

Così un anno iniziato malissimo (ammalatosi di covid, il nostro uomo si è ritrovato in terapia intensiva a più riprese, odissea durata diverse settimane) si conclude in gloria, con un disco che trasuda classicismo da ogni solco senza mai scadere nello stereotipo. Non si può negare che ciascuna di queste dieci canzoni procuri un dèjà vu: ballate come Movies e How It Was To Be potrebbero averle scritte rispettivamente Tom Petty (la cui ombra si allunga anche su White Shadow) e Neil Young, Hands Down In Your Pockets è un Bob Dylan sotto anfetamina (dunque circa 1965), Things Could Get Much Worse è da manuale del perfetto country-rock e così via. Ma la classe è straordinaria, vivacità e intensità incantano e travolgono.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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I migliori album del 2020 (15): A Girl Called Eddy – Been Around (Elefant)

Pseudonimo che presumibilmente omaggia i Waterboys di A Girl Called Johnny che a loro volta omaggiavano Patti Smith, Erin Moran (del New Jersey ma da tempo residente a Londra) come A Girl Called Eddy non dava notizie di sé da una vita. Dopo il bellissimo esordio omonimo del 2004 solo due volte si era riaffacciata alla ribalta in tal guisa: nel 2008 partecipando con una cover di Julia a un tributo al “White Album” dei Beatles allegato a “Mojo”; nel 2014 con un’intervista in cui annunciava di avere messo mano a un secondo album. E poi nel 2018 Erin pubblicava con Mehdi Zannad dei francesi Fugu e a nome The Last Detail un eponimo lavoro in cui il suo pop cameristico si fonde con quello un po’ downtempo e un po’ Stereolab del sodale. Ci credeva ancora qualcuno che sarebbe tornata come A Girl Called Eddy?

Eccola qui. Per un verso si può gioirne, ché è valsa la pena attendere. Per un altro non si può che rimanere sconcertati di fronte a un’artista insieme dalla cifra stilistica che più classica non si potrebbe e dal potenziale commerciale clamoroso che si fa desiderare tipo Kate Bush (spirito per certi versi affine) ma non avendo alle spalle il catalogo e la Storia di costei. La platea di “Been Around” sarà presumibilmente ristretta quando un brano come quello che lo inaugura e intitola potrebbe appartenere alla Carole King che vendeva dischi a milioni. Pochi eletti godranno di gemme quali Jody (i Prefab Sprout a un massimo di esultanza), Charity Shop Window (Brian Wilson che collabora con Burt Bacharach), Two Hearts (Jeff Lynne che si reinventa Ray Davies). Laddove Someone’s Gonna Break Your Heart deve essere una hit perduta dei Pretenders, Lucky Jack (20-1) rimanda a Rickie Lee Jones, Pale Blue Moon aspetta che qualcuno a Nashville la trasformi in oro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Laura Veirs – My Echo (Bella Union)

Racconta Laura Veirs che il video di Burn Too Bright, il brano che ha anticipato di alcuni mesi il suo undicesimo album, è stato girato in marzo, appena prima che anche lì scattasse il lockdown. Vi si vedono lei, i due figli di sette e dieci anni e la babysitter tracciare con gessetti colorati scritte e disegni sull’asfalto di un parcheggio. Il giorno dopo diluviava e l’acqua lavava via tutto. Fin troppo appropriato per una canzone in memoria del cantautore e produttore Richard Swift, che la Veirs non ha mai conosciuto ma con cui condivideva molte amicizie, e in cui si parla per l’appunto del fuoco che fa brillare particolarmente taluni ma nel contempo consumandoli. Per un disco che rinnova un sodalizio, con Tucker Martine (sua per l’ennesima volta la regia), che è però solo più artistico e non anche sentimentale, giacché i due hanno divorziato e l’ombra di questa separazione inevitabilmente si allunga su “My Echo”. Che parla di disintegrazione, apatia, della consapevolezza di come tutto sia effimero. E nondimeno ─ questo l’argomento di Mermaloose Island, la più vivace (paradossalmente, ineffabilmente: alla pari con la summenzionata Burn Too Bright) delle dieci tracce ─ talvolta ci si sorprende egualmente grati di esser vivi.

In un’altra epoca, gli anni ’70 delle cantautrici confessionali, l’artista di Colorado Springs sarebbe stata una star. Nella sua e nostra l’apice è stato toccato con una collaborazione con la Nonesuch che fra il 2004 e il 2007 fruttava tre album eccellenti ma venduti ai soliti “happy few”. Se incuriositi, una Another Space And Time che adombra la bossa nova, la sbarazzina cantabilità di Turquoise Walls, il favolismo folk di Bricklayer potrebbero indurvi a iscrivervi al club.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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A Certain Ratio – ACR Loco (Mute)

A volte ritornano e in realtà ormai si stenta a trovare nel rock gruppo di una qualche rilevanza che non abbia avuto una seconda, terza o quarta vita, fintanto che morte non ne abbia separato infine i componenti e in certi casi manco quello è bastato a far dire basta. Con il disturbante effetto per chi sta da quest’altra parte della barricata della musica di trovarsi a scrivere degli stessi nomi di cui scriveva da giovane ora che la terza età incombe. Però a dire il vero gli A Certain Ratio non sono mai andati via e per due ragioni: una è che, pur lasciando trascorrere periodi talvolta assai lunghi fra un tour e l’altro, fra un album (il predecessore di “ACR Loco”, “Mind Made Up”, è del 2008) e il successivo, non si sono mai sciolti; e l’altra e più importante è che non solo il catalogo storico è stato ristampato a più riprese ma suona tuttora moderno, attuale. Più influenti nel secolo nuovo che nel vecchio, i mancuniani, con il loro appropriarsi con attitudine wave di un funk dapprima algido e via via, infiltrato come veniva di pop e influenze latine, sempre meno. Cerebrali e danzabili, per un verso in anticipo sui concittadini New Order che archiviavano i Joy Division, per un altro contraltare UK dei Talking Heads.

“ACR Loco” esibisce freschezza e potenza a tratti da non crederci. Da una Friends Around Us che decolla psych-jazz, vola funk e atterra d’n’b alla collisione fra samba ed electro di Taxi Guy, con in mezzo canzoni minimo al pari travolgenti come Bouncy Bouncy e la schiettamente disco Family (con le quali purtroppo ci saluta la grandissima Denise Johnson), o una kraftwerkiana Supafreak, e giusto un paio invece un po’ così (così): Always In Love, fra britpop e techno-pop; una Berlin da Depeche Mode in fissa motorik.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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