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Masters Of Rap & Instruments – I primi anni dei Roots

Alla fine ci riusciranno ─ nel 2013, nel loro terzo e ultimo disco collaborativo, il più sorprendente per un gruppo di musica nera dopo che in “Wake Up” (2010) e “The Movie” (2011) avevano fiancheggiato rispettivamente John Legend e Betty Wright: più roba “loro” ─ a pubblicare un album su Blue Note. Probabile che per qualche lettore “Wise Up Ghost And Other Songs” sia l’unico album dei Roots presente negli scaffali. Per certo lo possiede chi è un cultore del co-intestatario: Elvis Costello, niente di meno. Se non ne ha altri del gruppo o della posse che dir si voglia di Philadelphia è sperabile che sia per una questione di gusti (sempre legittima) e non a causa di un pregiudizio che incredibilmente resiste (a quarant’anni dacché Grandmaster Flash ne offrì una prima plausibile istantanea in Wheels Of Steel!) riguardo all’hip hop in una parte consistente del pubblico del rock come di quello del jazz: che non abbia dignità di musica seria, “vera”, ciò che viene spesso assemblato partendo da frammenti, talvolta rielaborati ma talaltra ripresi pari pari, di brani pre-esistenti. Come se non ci volessero una maestria, una manualità eccezionali a usare il giradischi come uno strumento. Come se non servissero una profonda comprensione dei materiali scelti per creare cosa nuova magari recuperando pochi secondi appena, cultura, gusto, ingegno, se è invece un campionatore che si adopera. Però, ecco, persino chi la pensa così se si concedesse di fare la conoscenza di Questlove, Black Thought e variabili compagni (un paio di dozzine dagli inizi a oggi) potrebbe non dico cambiare idea ma provare del sacro rispetto per costoro. In particolare per il primo, al secolo Ahmir Khalib Thompson e batterista formidabile che si è sempre circondato di musicisti di grande tecnica oltre che sentimento. Musicisti. Ecco: a stretto rigor di termini i Roots, che a mia memoria raramente hanno usato campionamenti (se è mai capitato loro di far ricorso a qualche… prestito preferendo risuonarlo) e mai hanno avuto un dj, nemmeno andrebbero catalogati alla voce hip hop. Sono una rap band, la prima che ci sia mai stata se non si contano i pionieri Last Poets, che oltre alle voci usavano soltanto percussioni, o Gil Scott-Heron, che… be’, non era una band. Primi e unici, se non si vuole andare a finire nel crossover. E sotto le rime sgranate da Black Thought, al secolo Tarik Luqmaan Trotter, hanno sistemato di tutto in un catalogo di straordinaria consistenza che purtroppo non viene aggiornato dal 2014: dal soul, con quanto ci sta attorno quasi nulla escluso, al jazz e persino all’hardcore punk.

Ma tornando alla Blue Note: è lampante omaggio all’inconfondibile estetica di una delle etichette che hanno fatto la storia del jazz la copertina di “Do You Want More?!!!??!”, che gli allora giovanotti (i leader, coetanei, non hanno che ventiquattro anni) pubblicano nel 1995. È il loro primo album per la DGC di David Geffen (che visti riscontri commerciali modesti per l’ultima età aurea della discografia concederà loro solo un’altra chance; salvo riprenderseli in casa nel 2004 e venire ripagata con “The Tipping Point” da un numero 4 USA) e secondo in assoluto. La gavetta è stata lunga. Thompson e Trotter si sono conosciuti sui banchi di scuola nell’87 e subito hanno cominciato a esibirsi agli angoli di strada del loro quartiere alla maniera dei vecchi complessi doo wop, maturando esperienza e rimediando qualche dollaro dai passanti. Dopo qualche tempo si sono uniti loro un secondo rapper, Malik Abdul Basit, più in breve Malik B., e un bassista, Josh Abrams, e sono arrivati i primi ingaggi da bar e club.  Con Abrams rilevato da Leonard Hubbard, Hub per gli amici, che suona indifferentemente basso elettrico e contrabbasso, il gruppo compie un decisivo passo avanti nel processo di definizione di un sound che si perfeziona ulteriormente con l’innesto del tastierista Scott Storch. Strumento di elezione di costui uno stagionato piano elettrico Fender Rhodes e chi legge avrà inteso da che parte ci si butti. Ormai popolari in città e pure a New York i Roots il loro primo album, “Organix”, dovranno però autoprodurselo (Remedy è giusto un marchio che inventano allo scopo), nel ’93, per avere qualcosa da vendere ai concerti. Disco con qualche buono spunto ma acerbo e che letteralmente scompare se lo si raffronta al coevo “Jazzmatazz” di Guru, primo album in cui dopo essersi a lungo corteggiati rap e jazz trovavano un punto di equilibrio. Davvero poco in esso anticipa l’enormità del successore.

All’epoca, quando clamorosamente errando si pensava che il più nobile dei supporti fonografici fosse destinato a estinguersi, su vinile il corposissimo programma, sedici tracce per complessivi settantuno minuti, venne stampato integralmente solamente in Europa, naturalmente su un doppio. Laddove negli USA criminalmente vedeva la luce scorciato di sei pezzi su un singolo. Fa ora giustizia la Geffen, addirittura trasformandolo in un triplo oppure un quadruplo con lussuoso libro a corredo, aggiungendo due oppure quattro facciate di versioni alternative e remix, alla cui selezione ha provveduto in prima persona Questlove. “Rimasterizzato dai nastri originali”, viene garantito, e allora per fortuna non era vero che questi fossero andati distrutti nel 2008 in un incendio, come ancora si legge su Wikipedia. Niente viene in ogni caso aggiunto di irrinunciabile a un programma già in partenza monumentale. Non solo per durata, trattandosi di un capolavoro in cui non si saprebbe dire se a prevalere sia il senso del groove o il gusto per lo swing, basi di eleganza somma su cui passeggiano, si arrampicano, si intrecciano voci con un flow che da allora pochi hanno avvicinato, una batteria micidiale a legare oltre che a scandire. Non potendo citarli tutti mi limito ad alcuni titoli che ho scoperto indelebili nel ricordo: una flemmatica Proceed e la poppissima Mellow My Man, una Datskat di chiara ascendenza Native Tongues e una traccia omonima con tanto di cornamuse (!), la stupefacente performance live Essaywhuman ?!!!??!, una Swept Away sontuosamente soul e ancora Silent Treatment, in levare. Cito anche, per stuzzicare perfidamente il jazzofilo, alcuni ospiti: Steve Coleman (sax), Graham Haynes (tromba), Joshua Roseman (trombone). In unico brano, Cassandra Wilson (voce).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.432, giugno 2021. Da esattamente otto anni i Roots non danno alle stampe un album nuovo e nel frattempo Malik B. e Hub ci hanno purtroppo prematuramente lasciati. Do we want more? Certo che sì.

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North Mississippi Allstars – Set Sail (New West)

La prima volta in sala di incisione di Luther Dickinson fu nel 1987, quando in Shooting Dirty Pool, in “Pleased To Meet Me” dei Replacements, il quattordicenne si produceva in un assolo di chitarra semi-metal. Piace immaginare che da dietro il mixer fu con un misto di orgoglio e indulgenza che papà Jim, uno dei più grandi produttori della storia del rock, diede la sua approvazione. Trentacinque anni dopo, a ventisei dacché con il fratello Cody, batterista, dava vita ai North Mississippi Allstars, a ventidue da quando esordivano già brillanti e irresistibili con la collezione di cover “Shake Hands With Shorty” guadagnandosi la prima di quattro candidature ai Grammy nella categoria “Best Contemporary Blues Album” (e a tredici dalla scomparsa del padre), i non più ragazzi pubblicano l’undicesimo lavoro in studio ed è il primo interamente autografo. Lo si annota più che altro come curiosità, visto che il marchio della band su ogni brano ripreso è sempre stato caratterizzante, così come si segnala che, avendo già dato lavoro ad altri figli d’arte, qui le Allstars usufruiscono dei servigi di Lamar Jr. (voce) e Jesse Williams (basso), prole di un ex-Allman Brothers Band.

Pur straripante di energia come al solito, “Set Sail” ha angoli mediamente smussati rispetto ai predecessori, con un uso moderato e sapiente di archi e ottoni che oltre a sferzare blandiscono. Addirittura, Never Want To Be Kissed potrebbe provenire dagli studi della Hi Records invece che da quelli Stax e dire che a giocare a fare l’Al Green c’è William Bell. Di “solito” ha pure l’essere imperdibile per quanti il blues lo amano innervato di funk e speziato di soul. Il pezzo preferito del momento per chi scrive è Bumpin’: come dei Little Feat sotto codeina.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 440, marzo 2022.

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A Ocean Rain’s A-Gonna Fall – L’era aurea degli Echo & The Bunnymen

Supponiamo (giusto per un attimo, ché subito dopo conoscendo i protagonisti della vicenda scappa da ridere). Supponiamo che in un qualche universo parallelo quei Crucial Three che nel maggio 1977 mettevano assieme Ian McCulloch (voce), Pete Wylie (chitarra), Julian Cope (basso) e un carneade di batterista di cui forse anche lì si sono perse le tracce siano durati qualche anno almeno. Conglomerato di talenti quale a Liverpool non si vedeva dai Beatles, riuscendo a far convivere ego smisurati hanno fatto la Storia del pop-rock e sono oggi ricordati come i Fab Three. Nel nostro di mondo separavano invece le loro strade dopo neppure tre settimane (bastanti in ogni caso a McCulloch e a Cope per scrivere a quattro mani una canzone, Read It In Books, che poi entrambi incideranno) ma la Storia l’hanno fatta lo stesso. Sì, pure Wylie, con il tanto magnifico quanto ingiustamente dimenticato esordio a 33 giri del suo progetto Wah! (“Nah=Poo ─ The Art Of Bluff”, datato 1981), ma soprattutto Cope, prima con i Teardrop Explodes e quindi con una pletora di album da solista fra lo stellare e lo sconcertante, e ovviamente McCulloch, che commercialmente se la caverà discretamente anche quando si metterà in proprio ma la cui fama di Jim Morrison (fortunatamente al netto degli eccessi e della fine prematura di quegli) della new wave resta imperituramente legata all’epopea degli Echo & The Bunnymen. Di costoro e con il marchio che li griffò in origine ─ Korova, finta indipendente gravitante in realtà in area Warner ─ sono freschi di ristampa quelli che in un formidabile quinquennio, 1980-1984, furono i primi quattro LP. Non è che sia una notiziona (le ultime edizioni in vinile, sempre griffate Korova, datavano 2013-2014 e nel 2010 il secondo della serie era stato sottoposto da Mobile Fidelity Sound Lab al suo nobilitante trattamento: stampa quella però da lungi fuori catalogo e che oggi costicchia), ma come scusa è ottima per rievocare una parabola artisticamente straordinaria. Non sono moltissime negli annali del rock le band che possono vantare un tale poker di assi calati uno via l’altro: album in perfetta continuità nel senso che gli elementi che rendevano riconoscibile il gruppo dopo pochi secondi sono sempre presenti, eppure parecchio diversi ciascuno da quanto lo aveva preceduto. Persino un debutto che marcava una fondamentale svolta rispetto all’esordio a 45 giri Pictures On My Wall, in esso ripreso in una nuova versione, visto che vedeva l’ingresso in squadra, accanto al cantante Ian McCulloch, al chitarrista Will Sergeant e al bassista Les Pattinson, del batterista Pete de Freitas, in sostituzione di… una drum machine (Echo, secondo una leggenda peraltro sempre smentita dai Nostri ma che tuttora circola). Arrivo fondamentale e gli ultimi Bunnymen “veri” anche se non più indispensabili saranno quelli del deludente solo se raffrontato ai predecessori omonimo e quinto LP, uscito nel 1987, due anni prima della tragica dipartita causa un incidente in moto dell’appena ventisettenne de Freitas. Veniva a mancare con lui un’alchimia magica e irripetibile, irriproducibile.

Che si tratti, come a posteriori appare evidentissimo laddove al tempo ogni capitolo conquistò nuovi cultori e ne fece perdere qualcuno, spiazzato da un’evoluzione (che non necessariamente vuol dire crescita) costante, di una quadrilogia è evidenziato da quattro copertine ognuna delle quali epocale, bellissima, degna di figurare in un’ideale mostra di grafica applicata alla musica. Significativamente tutte firmate dal medesimo fotografo, Brian Griffin. E al pari significativamente nessuna con un’immagine, come da una delle convenzioni del rock, dei componenti della band a mezzo busto, quasi in primo piano, come quella che banalmente (e dire che è di Anton Corbijn!) sarà scelta come artwork di quel quinto 33 giri di cui dicevo sopra. “Crocodiles” immortala gli allora ragazzi nella notte di un bosco fiabesco; “Heaven Up Here” li coglie di schiena su una spiaggia al crepuscolo, con la bassa marea, sagome irriconoscibili, gabbiani in volo all’orizzonte; “Porcupine” li colloca fra gli orridi di un ghiacciaio islandese; “Ocean Rain” su una barca (sappiamo purtroppo chi, inconsapevolmente, nel ruolo di futuro Caronte) in un lago sotterraneo sito in Cornovaglia. A rendere ulteriormente eccezionali le copertine in questione è che il contenitore invariabilmente anticipi e rispecchi il contenuto.

La musica, allora. Per “Crocodiles” si parlava per la prima volta, in anticipo sul recupero di sonorità sixties che da lì a breve (ma molto più in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico che non nel Regno Unito) si porrà inaspettatamente in competizione con una new wave programmaticamente volta a raccontare il presente cercando di immaginare il futuro, di neo-psichedelia. In esso di revivalistico non vi è in realtà quasi nulla e per essere quei “nuovi Doors” di cui si scrisse a Echo & The Bunnymen non mancavano soltanto (quasi sempre) le tastiere ma proprio la volontà. Era in verità musica per moltissimi versi inaudita: una chitarra che si ispirava ai Television paradossalmente negando la caratteristica principale di quel sound, mai in assolo piuttosto che perennemente, con un susseguirsi inesausto di piccole armonie, tocchi delicati, lirismi accennati; un basso insieme funky e melodico; una batteria che nel mentre ancora il tutto svaria in maniera non dissimile dalla chitarra. E poi la voce che, d’accordo, ha una grandeur morrisoniana ma in essa instilla gocce di cupezza esistenzialista in luogo dello sciamanico, dionisiaco maledettismo dell’originale. Non che a “Crocodiles” difetti un vitalismo che in “Heaven Up Here” (che per una critica quasi unanime al riguardo è il capolavoro del quartetto, laddove i fans in genere gli preferiscono “Ocean Rain”) cede il passo ad atmosfere talvolta fosche, a uno sperimentare pur restando nel solco del rock che lo rende a tratti accostabile a contemporanei quali Joy Division, P.I.L., Gang Of Four, Talking Heads. “Porcupine” verrà in un primo momento rimandato al mittente e per una volta una casa discografica farà la cosa giusta, giacché gli arrangiamenti d’archi aggiunti da L. Shankar a The Cutter e a The Back Of Love porteranno le due canzoni, oltre che nelle classifiche dei singoli, in un’altra e trascendentale dimensione. In Heads Will Roll in zona “Forever Changes” e scusate se è poco. Quanto a orchestrazioni, “Ocean Rain” forse eccederà, ma che gli vuoi dire a un disco con dentro una hit e insieme un classico monumentale quale The Killing Moon e una favolosa ballata di impronta folk come The Yo Yo Man? Si chiude con l’elegiaca traccia omonima e forse McCulloch e soci avrebbero dovuto farla finita lì. Non potevano più superarsi, non si supereranno più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

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Wovenhand – Silver Sash (Glitterhouse)

Ho quasi tutti gli album dei Wovenhand (con questo sono nove in studio in vent’anni, ma al lettore che volesse limitarsi a un titolo consiglierei uno strepitoso “Live At Roepaen”) e ne ho recensito diversi. Curiosamente, rileggendomi ho scoperto che di tutti conservavo un ricordo migliore rispetto a come ne scrissi. E non so spiegarmelo, se non con il fatto che su alcuni mi è capitato di tornarci ed evidentemente nel tempo sono cresciuti. Il che è un punto a favore dell’artista, no? Dico artista al singolare perché di fatto Wovenhand è il progetto solista di quel David Eugene Edwards che negli annali del rock è ricordato più che altro per i 16 Horsepower: vessilliferi dell’alt-country fra la seconda metà dell’ultimo decennio del Novecento e i primi anni ’00. Se ve li ricordate, e viceversa i Wovenhand non li avete mai frequentati o giusto all’inizio, scordateveli. Punti in comune, Edwards eccettuato, nessuno. Partiti da una psichedelia fra il gotico e lo sciamanico, con suggestivi influssi ethno di varia provenienza, ultimamente si erano orientati verso un post-punk parimenti fosco e tribale, spingendosi fino a lambire certo metal.

È un “ultimamente” relativo, giacché il predecessore di “Silver Sash”, “Star Treatment”, risaliva al 2016. Si riparte da lì, come chiarisce con gusto doom Tempel Timber e ribadisce con ritmica guerriera e chitarre squillanti Acacia. Però inoltrandosi in 32’39” tanto densi da parere il doppio nell’ordito si insinuano inedite trame elettroniche. In una Dead Dead Beat che richiama Suicide e Spacemen 3, a far da base alle minacciose slabbrature di The Lash, in una traccia omonima e conclusiva che fa catacombali i Depeche Mode. Stavolta con il voto mi tengo alto, per non sbagliare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Yard Act – The Overload (Island)

Se il tuo cantante di cognome fa Smith e più che cantare declama non puoi proprio evitare che tutti ti accostino a Mark E. e ai suoi Fall. E se sei di Leeds e fra gli elementi che ti caratterizzano figurano chitarra ritmica spigolosa e basso funky i paragoni comunque inevitabili ai Gang Of Four li attiri come mosche al miele. Il lettore sgamato starà sbuffando (il recensore sbanda rendendosi conto che sono vent’anni, dall’esordio degli Interpol, che ’sta storia va avanti): ecco l’ennesimo gruppo che si richiama al post-punk, provando al più a rimescolare sonorità tutte già sentite fra il ’77 e l’82; se no adagiandosi pari pari su uno o due modelli. Quantomeno gli Yard Act ricadono nella prima categoria. E poi hanno le canzoni, che fa la differenza quando sai che tutto è stato detto, che sta quasi per intero nei testi lo spazio che può ritagliarsi la contemporaneità, essendo il poco resto la capacità di accostare e integrare elementi di epoche e origini diverse.

Giovani ma non giovanissimi (Edward Smith era nei Post War Glamour Girls, il bassista Ryan Needham nei Menace Beach), gli Yard Act hanno dalla loro scrittura solida e una grinta che entusiasma. Pure una storia straordinaria se si considera che sono la prima band a emergere in era di lockdown e non potendo quindi contare sui concerti: strada aperta da quattro singoli poi raccolti nell’EP “Dark Days”, pronti e via “The Overload” è andato al numero 2 UK. Bastano le prime due tracce, una omonima un po’ Beastie Boys, una Dead Horse che cita gli Sham 69 nel testo e i primi Cure con una linea di chitarra arabeggiante, per far pronosticare che dureranno; la conclusiva 100% Endurance, quasi una Common People per questi anni ’20, che sapranno evolversi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Black Country, New Road – Ants From Up There (Ninja Tune)

Prossimi non solo in un’ideale libreria sistemata in ordine alfabetico per autore i Black Country, New Road e i black midi: per chi scrive i due gruppi più notevoli espressi dal rock britannico all’incrocio fra lo scorso e il nuovo decennio. Li accomunano reciproca stima, l’abitare territori musicalmente contigui (in “Cavalcade”, l’ultimo black midi, un paio di brani che potrebbero confondersi in “Ants From Up There”), l’essere tutti giovanissimi, l’avere gli uni e gli altri due lavori in studio all’attivo e ora sfortunatamente anche questo: che mentre i black midi perdevano il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin appena prima di registrare il secondo album i Black Country, New Road hanno annunciato l’addio del cantante e chitarrista Isaac Wood quattro giorni prima che “Ants From Up There” raggiungesse i negozi e subito volasse, migliorando di una posizione il piazzamento di “For The First Time”, al numero 3 della classifica UK. Defezione dovuta incredibilmente alle stesse ragioni (problemi di salute mentale) ma purtroppo destinata a pesare molto di più, visto che della band, autorialmente e per la voce riconoscibilissima, Wood era il fulcro.

Ulteriormente delittuoso sarebbe però se il pensiero che questo potrebbe essere un prematuro congedo ne sciupasse l’ascolto. Se non facesse godere fino in fondo di un disco di una bellezza abbagliante nelle cui dieci tracce (ma la prima è una breve Intro) per complessivi 58’46” un post-rock senza quasi rapporti con il post-punk si muove fra folk (il klezmer un’influenza vistosa) e minimalismo, progressive (versante Canterbury) e chamber pop. Ci troverete dentro i primi Arcade Fire e Arthur Russell, i Neutral Milk Hotel e Michael Nyman, Steve Reich, i Caravan, gli Slint. Cla-mo-ro-so.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Tre album fra i mille di Klaus Schulze (4/8/1947-26/4/2022)

Eccezionalmente prolifico, a Klaus Schulze sarebbe bastata in realtà una manciata di dischi per entrare nella storia della musica del Novecento con la straordinaria rilevanza che non si può non attribuirgli: gli esordi di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, la saga immaginata a sua insaputa dei Cosmic Jokers (un paio i capitoli imperdibili), le collaborazioni con Walter Wegmüller e Sergius Golowin e tre (o forse quattro) dei suoi primi cinque album da solista. Che alla fine fa comunque nove o dieci titoli e, insomma, sono mica pochi. Però tutti usciti fra il 1970 e il ’75.

Black Dance (Brain, 1974)

Come Konrad Schnitzler, Klaus Schulze soggiorna nei Tangerine Dream il tempo che ci va a congegnare “Electronic Meditation” e allo stesso modo, una volta lasciato solo alla guida dell’astronave berlinese Edgar Froese, si impegna brevemente in una seconda esperienza di gruppo, lui con gli Ash Ra Tempel (Schnitzler con i Kluster), contribuendo all’omonimo esordio e a “Join Inn”. Stufatosi di pestare su piatti e tamburi, acquista un synth, allestisce uno studio e in tre settimane eterna nel 1972 “Irrlicht”, fenomenale “sinfonia quadrifonica per orchestra e macchine elettroniche” e primo pannello di un trittico che in due anni va a completarsi con “Cyborg” e con questa “Danza Nera”, ballata da un essere deforme in un panorama alla Dalì che dire inquietante è un eufemismo. La musica è al pari sinistra e induce a un ossimoro: minimalismo barocco.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.31, estate 2009.

Mirage (Brain, 1977)

A un certo punto bisognerà tracciare una riga, perché d’accordo che più ci si immerge nell’oggi più si considera il passato, ma qualunque passato no. A un certo punto bisognerà tracciare una riga e va bene che il krautrock è stato, fino ai tardi ’90, sottovalutato, ma da qui a incensare qualunque album tedesco dei ’70 ne corre. A un certo punto bisognerà tracciare una riga e la ristampa dell’opera omnia di Klaus Schulze (decine di titoli; questo ha sulla costina uno “08”, ma fra quelli che mi sono arrivati c’è un inquietante “37”) pareva essere un’occasione propizia. E figurarsi quando, sfogliando il libretto, mi sono imbattuto in due colonne dedicate all’elenco della strumentazione! Il punk che è in me ha affilato i coltelli. Salvo poi riporli. Non è solo che Schulze alla lettura del libretto di cui sopra non pare affatto essere un vecchio trombone prog. Non è solo che avrà anche prodotto troppo ma, a parte essere stato fra i fondatori di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, ha comunque consegnato agli archivi due classici dell’elettronica più fantasiosa quali “Irrlicht” e “Black Dance”. Il fatto è che “Mirage”, uscito in un ’77 alternativo a quello che rammento, è una bella versione krauta di un Glass o un Reich. Un po’ opprimente ma del resto, racconta Schulze, fu composto mentre un suo fratello stava morendo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.608, marzo 2005.

X (Brain, 1978)

Del tutto fuori sintonia rispetto ai tempi? Irrimediabilmente sorpassato? Si potrebbe certamente pensarlo di uno che nel 1978, anno di raccordo fra l’esplosione del punk e la fioritura della new wave, se ne usciva con un album per sintetizzatori e orchestra doppio e con un minutaggio (impossibilmente stipate le facciate e tanti saluti alla dinamica) praticamente da triplo. Roba sulla carta indigeribile, probabile riduzione a parodia del progressive degna dei peggiori eccessi di un Rick Wakeman o di Emerson Lake & Palmer. Solo che Klaus Schulze (illustri trascorsi con i primissimi Tangerine Dream e Ash Ra Tempel e poi, da solista, un paio di autentici classici dell’elettronica) aveva assai poco a che spartire con quello come con questi: altra classe, a parte che al punk guardava con grande (certamente non ricambiata) simpatia. “X” dovette parere allora obsoleto. A un ascolto odierno senza pregiudizi si svela come opera fuori dal tempo, di una grazia solenne che quasi mai scade nel tronfio e sa anzi regalare belle suggestioni in certi scorci d’archi (in particolare nella traccia aggiunta, che porta il tutto a quasi due ore e quaranta) di acceso romanticismo. Musica cinematografica, anche, e del resto in parte nacque proprio per commentare delle immagini. Alla resa dei conti una piacevole sorpresa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.609, aprile 2005.

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Burial – Antidawn (Hyperdub)

Formalmente è dal 2007 che l’artista noto come Burial, figura tanto ammantata di mistero che all’epoca ne era ignota l’identità anagrafica (svelata l’anno dopo in un articolo su “The Independent”: è londinese, si chiama William Bevan; l’interessato si limitava a una laconica conferma e si manterrà defilatissimo, tanto che le sue interviste stanno sulle dita di due mani e qualcuna avanza), non pubblica un album e quello che dava alle stampe allora, “Untrue” (acclamato da Simon Reynolds come il più importante lavoro di elettronica del XXI secolo in un articolo divenuto celebre quasi quanto il disco stesso), era appena il secondo, dopo l’omonimo esordio dell’anno prima. Non che nel frattempo sia rimasto con le mani in mano: innumerevoli i singoli e gli EP, per fortuna dei cultori in larga parte raccolti nel 2012 in “Street Halo/Kindred” e tre anni fa nel monumentale (due ore e mezza!) “Tunes 2011-2019”. Pure “Antidawn” viene presentato come un EP, ma è solo un vezzo dell’artefice, forse un modo per togliersi di dosso la pressione del dovere infine dare un seguito alla pietra miliare di cui sopra: conta cinque lunghe tracce, dura quasi tre quarti d’ora, è a tutti gli effetti un album.

Il che rende complicato e a rischio il giudizio su un’opera che abita come le precedenti il mondo che Burial stesso ha creato e di cui non si contano i tentativi di imitazione. Non sorprende più, naturalmente; affascina ancora, immensamente. Come spesso succede con costui, non contiene alcunché di minimamente ballabile e quando una qualche ritmica si affaccia è storta e inafferrabile come le atmosfere gassose, fra malinconia e incubo incipiente, da cui emerge. È ambient, a voler proprio apporre un’etichetta, ma mai cullante sfondo alla Brian Eno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Redskins – Neither Washington Nor Moscow (London, 4CD)

“Penso che talvolta le case discografiche si dimentichino che il loro compito è di immettere sul mercato materiali nuovi. Tutto quello che circola oggi sono ristampe, remix, tutta quella merda. Se per un colpo di culo ti trovi in mano qualcosa di nuovo, be’, puoi scommettere che è una cover”: così Chris Dean, cantante, chitarrista e portavoce dei Redskins in un’intervista che il “Melody Maker” pubblicava nel numero del 30 novembre 1985, meno di tre mesi prima che molto coerentemente l’ultrapoliticizzato trio esordisse a 33 giri (e su Decca, eh? etichetta notoriamente prossima a quella sinistra extraparlamentare in cui militavano i ragazzi) con quello che resterà l’unico album in studio e che in una scaletta di undici brani ne contava appena due non usciti già in forma di singoli. Il Vostro (allora alquanto giovane) Affezionato ricorda ancora (pur lontanissima l’odierna “era della suscettibilità” così ben tratteggiata da Guia Soncini nel suo ultimo libro) che per aver fatto notare in un articolo, peraltro assolutamente elogiativo, quanto esposto sopra collezionò per mesi missive di insulti da lettori inviperiti.

“Neither Washington Nor Moscow” era stato ristampato un’unica volta in CD, nel ’97, con quattro bonus e due erano cover (ahem) e una un remix (ahem due). Torna adesso nei negozi addirittura quadruplo, con in più tre “Peel Sessions”, due mezzi concerti e una pletora di lati B, demo, versioni alternative e (certo che sì) remix e cover. Qualcosa da dichiarare, Mr. Dean? Ah sì, che è venduto al prezzo che costa oggi un-vinile-uno. Ego te absolvo, allora. Il loro rhythm’n’blues suonato con piglio punk risulta tuttora eccitantissimo e i Redskins erano un gruppo grandioso, ma con un repertorio di quindici canzoni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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We Die Young – La tragica epopea degli Alice In Chains

Nel titolo del primo brano del primo album il presagio di un destino tanto tragico quanto perseguito con attitudine ─ scientemente? ─ nichilista: We Die Young. Dei quattro che lo registrarono non sono da lungi più fra noi né il cantante Layne Staley, stroncato da una overdose di eroina e cocaina combinate presumibilmente il 5 aprile del 2002 (presumibilmente perché il corpo, già in stato di avanzata decomposizione, non veniva scoperto che due settimane dopo), a trentaquattro anni, né il bassista Mike Starr, scomparso quarantaquattrenne l’8 marzo 2011 per un’assunzione scriteriata di farmaci regolarmente acquistati con ricetta medica. Incredibile ma vero: da una band prona a eccessi tossici di ogni tipo Starr era stato allontanato già nel 1993, i sodali che mentivano pietosamente al riguardo sostenendo la versione ufficiale di dimissioni dovute a stress da troppo lavoro quando in realtà era stato accompagnato alla porta perché la sua dipendenza dalle droghe pesanti era fuori controllo. Farsi licenziare dagli Alice In Chains per avere esagerato con assortite polverine! Quanto suona grottesco, oltre che triste. Quando Staley lasciava questo mondo il complesso era in animazione sospesa da quattro anni, in speranzosa attesa che in qualche modo costui riemergesse dagli abissi in cui era sprofondato. Quattro anni dopo ancora, il chitarrista Jerry Cantrell richiamava il batterista originale, Sean Kinney, e il bassista che aveva preso il posto di Starr, Mike Inez, e trovata in William DuVall una voce adeguata alla bisogna rimetteva insieme la band. Gli Alice In Chains Mk II girano ormai da più anni di quanti non durò la prima incarnazione e hanno pubblicato altrettanti lavori in studio (tre): più che dignitosi e dagli ottimi riscontri mercantili (il penultimo, “The Devil Put Dinosaurs Here”, nel 2013 scalava la classifica di “Billboard” fino alla seconda posizione) ma che in verità nulla hanno aggiunto di rilevante a una vicenda che avrebbe potuto tranquillamente chiudersi in gloria nel 1996. Similmente a quella dei Nirvana, con un “MTV Unplugged”. Paradossalmente ma non troppo, e non sorprendentemente siccome i ragazzi fra il primo e il secondo album già avevano sistemato in discografia un EP acustico, “Sap”, con quattro ballate al limite del confessionale e fra il secondo e il terzo il mini di analoga concezione “Jar Of Flies”, l’apice artistico del più classicamente heavy metal dei gruppi della nidiata grunge. O quello o il precedente, omonimo “Alice In Chains”.

È fresco di ristampa, che ne ha celebrato con qualche mese di ritardo (usciva in origine nell’agosto ’90) il trentennale, quello che fu l’esordio a 33 giri del quartetto di Seattle. Ne sarà contento chi all’epoca magari non era ancora nato, o era un bambino, e oggi all’ascolto della musica in formato liquido preferisce (o almeno alterna) il più antico e in auge dei supporti fonografici, il caro vecchio vinile. E giustamente non era disposto a sborsare per l’edizione d’epoca di “Facelift” quei minimo centocinquanta euro che vengono richiesti su eBay o Discogs. Ne sarà contento chi al tempo quella stampa, che circolò pochissimo, non riuscì a procurarsela e dovette comprarsi il CD. E magari e anche di più chi invece ne ha una in casa e può ora, volendo, rivendersela: tecnicamente è nettamente inferiore a questa nuova versione che non soltanto è rimasterizzata ma distribuisce su quattro facciate in luogo che su due i cinquantaquattro minuti che assommano le dodici tracce in scaletta. Con ovvi benefici in termini di nitidezza e soprattutto dinamica. Per trenta euro o anche meno si potrà così godere rimessa a nuovo un’opera che, al di là di limiti che apparvero e restano innegabili per chiunque la ascolti con l’obiettività che non tutti i fans hanno (ma quasi tutti le preferiscono comunque “Dirt”, “Alice In Chains”, “MTV Unplugged”), appartiene per l’impatto che ebbe alla storia maggiore del rock.

A debuttare in lungo i Nostri arrivavano sbucando apparentemente dal nulla per chiunque non abitasse a Seattle, tutta dentro i confini cittadini o negli immediati dintorni una gavetta di un paio di anni di concerti molti dei quali di spalla ai già di una certa fama Mother Love Bone (per chi non li conoscesse: erano nati come i Mudhoney dalle ceneri dei Green River e due di loro daranno vita ai Pearl Jam). Il promoter dei Mother Love Bone, Randy Hauser, passava una cassetta di demo a Kelly Curtis e Susan Silver, manager dei Soundgarden, e tramite quelli una copia arrivava in Columbia. Clamoroso evidentemente il potenziale se non solo il quartetto veniva prontamente messo sotto contratto ma addirittura indicato come una priorità assoluta al reparto marketing. Panico, probabilmente, per una partenza commercialmente stentata, soltanto quarantamila le copie vendute nei primi sei mesi nei negozi, impasse che si sbloccava quando MTV metteva in heavy rotation il video di Man In The Box e l’11 settembre 1991, tredici giorni prima che i Nirvana pubblicassero “Nevermind”, “Facelift” era il primo disco prodotto da una scena grunge che a dire il vero gli Alice In Chains li schiferà sempre un po’, per la totale assenza in loro di qualsivoglia aggancio con il punk, a venire certificato d’oro. Almeno altri tre milioni le copie vendute da allora, di cui metà negli Stati Uniti. Non un capolavoro, si diceva, e però riascoltandolo da una lontanissima ultima volta (’98?) chi scrive lo ha trovato migliore di quanto non ricordasse. Con apici esemplari di un sound già perfettamente formato in una torpida Man In The Box e nelle ancora più sabbathiane Bleed The Freak e It Ain’t Like That, laddove Sea Of Sorrow evoca piuttosto i Led Zeppelin. E deviazioni apprezzabili nella menzionata all’inizio We Die Young, in scia ai primi Metallica, in una Put You dal riffeggiare e dall’ancheggiare rock’n’roll invece alla Aerosmith e nel crossover di marca Red Hot Chili Peppers I Know Somethin (Bout You). Non lo avrei detto: da recuperare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021. Layne Staley ci lasciava, trentaquattrenne, il 5 aprile 2002. Qui sotto un link a un’intervista concessa dal sottoscritto nel settembre dello scorso anno al canale You Tube “About Grunge”, ideato e gestito dall’ottimo Cristiano Lucidi. Fra il tanto resto, molto dibattemmo proprio degli Alice In Chains.

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