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Peter Perrett – How The West Was Won (Domino)

Chi non muore si rivede? Meglio non dirlo forte con Peter Perrett, vita spericolatissima un po’ Keith Richards (senza i soldi e la fama di quello) e un po’ Syd Barrett (senza la mistica) e che sia arrivato a pubblicare a sessantacinque anni il debutto da solista è il miracolo numero due. Essendo il numero uno che sia ancora fra noi. Ma la sapete una cosa? Siamo qui riuniti a celebrarne un terzo di prodigio, ossia che questo album sia sfacciatamente, commoventemente bello, come nessuno avrebbe potuto attendersi. E a proposito di sfacciataggine: che faccia di bronzo ci va per intitolare e cominciare un disco con una canzone che è praticamente Sweet Jane? Solo, girata country urbano, fra Chris Isaak e Johnny Thunders. Però la ascolti e ti vien da pensare che, se c’era uno che poteva permetterselo, era il buon Peter, cultore della Chiesa dei Velvet Underground quando ancora gli adepti erano pochi. 1973, lui alla testa di quei magnifici incompiuti degli England’s Glory, cinque anni prima di firmare da leader degli Only Ones Another Girl, Another Planet: classico totale di una new wave nutrita a Velvet e New York Dolls come a Kinks, Big Star, Roxy Music. Tempo di dare alle stampe tre LP, uno più memorabile dell’altro, e la band pagava dazio a certe abitudini tossiche e si autoconsegnava alla leggenda.

Un’eternità dopo il nostro eroe ci sorprende (ma non ci sorprende) regalandoci dieci canzoni, divise al solito fra energici rock’n’roll e languide ballate, tagliate da quella precisa stoffa. I tre capolavori sono sistemati a centro scaletta, uno a mozzare il fiato via l’altro: Troika, dolcissima prima di deflagrare in un ritornello da urlo; Living In My Head, abbagliante gemma psichedelica; e infine Man Of Extremes, che sono i Byrds alle prese con “Loaded”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017.

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Algiers – The Underside Of Power (Matador)

Erano “roba inaudita” i materiali che nel giugno 2015 davano vita all’omonimo esordio di quell’allora trio e oggi (con la significativa aggiunta di un batterista) quartetto (formalmente di Atlanta ma disperso fra la città della Georgia, New York e Londra). Perché nessuno aveva mai pensato – perlomeno: non in tale forma – a creare un simile “connubio fra le radici più remote della musica afroamericana, ovvia dote del cantante, il nero Franklin James Fisher, e la lezione di una new wave giunta (si pensi ai P.I.L. del “Metal Box”) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock”. Così si provava a raccontare “Algiers” nella recensione di apertura di questa sezione di “Audio Review”, numero 364 per chi vuole recuperarla. “Disco del mese”, benché portatore (in)sano di sonorità magari poco frequentate dal lettore medio della rivista, proprio per premiare l’eccezionale originalità – oltre che qualità – della proposta.

Due esatti anni dopo, a tenere da conto soltanto la seconda si sarebbe potuta tranquillamente bissare la scelta e, se non lo si è fatto, è giusto perché è naturalmente venuto a mancare l’effetto sorpresa. Ma davvero? In realtà dall’industrial funk dell’iniziale Walk Like A Panther al gospel post-punk di The Cycle/The Spiral/Time To Go Down, che una quarantina di minuti dopo chiude le spastiche danze, non ci si annoia mai e valga come paradigma dell’opera tutta una A Hymn For An Average Man che si porge in forma di valzer e si evolve in una sorta di incubotico, dissonante prog. Due miei personali apici: lo spiritual girato gotico Cleveland; l’ultracinematografica e orrorosa Plague Years. Due suggerimenti per dj coraggiosi: i Suicide che incontrano i Temptations della traccia omonima; una Death March che sa di Depeche Mode.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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So You Want To Be A R’n’R Star: in lode del giovane Tom Petty (Reloaded)

Fa strano dirlo e constatarlo di nuovo proprio oggi: a fronte delle centinaia di libri che hanno come argomento, tanto per citare un nome non a caso, Bruce Springsteen pochissimo è stato scritto su Tom Petty. Mi risultano appena tre sue biografie e fra l’altro tutte di recente pubblicazione, uscite fra il 2014 e il 2016. La sproporzione pare clamorosa ma, d’altra parte, pure John Mellencamp ha trovato pochissimi esegeti, pochissimi cantori: un paio.

Notando ciò tempo fa proponevo a una rivista con cui collaboro una lunga monografia dedicata all’Heartbreaker, da fare uscire in coincidenza con il suo sessantacinquesimo compleanno. L’offerta veniva cortesemente declinata e allora per celebrare uno degli eroi più… silenziosi, eppure più presenti del mio pantheon musicale non mi restava che ripescare, qui su VMO, un articolo ben più breve, scritto cinque anni prima ancora per un’altra testata. Lo riprendo oggi. Magari un giorno mi ritroverò a spendere molte più parole per Petty. Quando avrò elaborato il lutto per uno capace di congedarsi (il secondo Mudcrutch una nota a pie’ di pagina; oppure la perfetta chiusura di cerchio) con “Hypnotic Eye”. Uno degli album più belli degli Heartbreakers, il solo che abbia mai capeggiato la classifica di “Billboard”.

Mai capito cosa ci sia di tanto figo nel fare dischi che poi ascoltano in quattro”: così, in un’intervista concessa a Dave Marsh, Tom Petty replicava a chi lo accusava di avere tradito la new wave per il mainstream. Trentacinque anni e oltre sessanta milioni di dischi venduti dopo, nessuno lo ha per fortuna ancora convinto del contrario.

Ad aspettare qualche ulteriore mese a farla uscire, la “Live Anthology”, c’era il rischio che in tanti notassero la prossimità (cadrà il 20 ottobre) a un compleanno… importante per il rocker della Florida. Chi avrebbe allora potuto resistere alla tentazione di scrivere dei “favolosi anni sessanta” di Tom Petty? Intesi non come il decennio dei Beatles e della psichedelia. E d’accordo che nella Rock’n’Roll Hall Of Fame già lo hanno accolto da un pezzo, e che in ogni caso un cofanetto quadruplo o sestuplo o settuplo (tre le versioni disponibili) è un riepilogo di carriera con tutta l’aria della definitività, ma il nostro uomo ad andare in pensione non ci pensa proprio. Il prossimo album con gli Heartbreakers sarà una raccolta di blues inteso un po’ come lo intendevano gli Allman Brothers, ha già annunciato, e pare scommessa sicura che manterrà immacolata una discografia di rara consistenza, senza magari un capolavoro a sormontarla ma anche senza una caduta vera che in qualche punto la affossi. Petty è una garanzia: malissimo che vada, in un suo album una o due canzoni memorabili e altre tre o quattro comunque carine le troverai sempre. Dal 1976.

In “Tom Petty & The Heartbreakers” di indimenticabili se ne contano ben più di due (cinque? che fa metà programma), ma curiosamente le due più indimenticabili di tutte sono sistemate a fondo corsa ed è come se “Born To Run” si chiudesse con Thunder Road e la traccia omonima. Per certo a congedarsi con il romanticismo sospeso di una Luna eminentemente tastieristica, cui va dietro una American Girl che sono i Byrds apocrifi più sfrenatamente rock di sempre, non solo si lascia un ricordo fantastico ma si suggerisce che la cosa migliore da fare sarebbe girare di nuovo il disco e cominciare da capo. Dalle sincopi tambureggianti di Rockin’ Around (With You), che non preparano minimamente ai languori e all’epicità di Breakdown, così come dopo di quella non ti attenderesti un Hometown Blues infiltrato di beat. Dice bene il titolo del brano che sigilla il primo lato: in questo disco c’è Anything That’s Rock’n’Roll. Lo prometteva del resto già un davanti di copertina impossibilmente tarro e stiloso insieme, una Gibson Flying V a trafiggere il cuore nel logo del gruppo e sotto il capobanda, faccia da schiaffi, giubbotto di pelle e cartuccera. Quasi più Lemmy (che i Motörhead li stava ancora tramando) che uno dei Ramones. A non ascoltarlo o ad ascoltarlo distrattamente quel loro primo album, pubblicato nel novembre ’76 ma senza che nessuno se ne accorgesse fino a diversi mesi dopo, ci stava che gli Heartbreakers venissero scambiati per una punk band. In Italia il disco usciva addirittura con tanto di lametta in copertina e l’equivoco era subito servito. Se concisione delle canzoni, asciuttezza della scrittura, amore per il sixties-garage li accomunavano, per dire, ai Clash, sarebbe stato presto evidente che i ragazzi di Gainesville erano decisamente più prossimi a un Bob Seger o al limite a un Bruce Springsteen. Altro che California modello Eagles da spazzar via! Gli Eagles erano semmai eroi da emulare e fra l’altro – due di loro – eroi conosciuti da vicinissimo, concittadini: un Tom imberbe aveva preso lezioni di chitarra da Don Felder e del suo primo gruppo serio, i Mudcrutch, aveva fatto parte Tom Leadon, fratello minore di Bernie. Molto più avanti, il chitarrista solista Mike Campbell e il batterista Stan Lynch si ritroveranno a collaborare (proficuamente da ogni punto di vista) con Don Henley e sarà una chiusura di cerchio. Il leader aveva a quel punto già fatto comunella con Stevie Nicks, senza che più alcuno si scandalizzasse. Ce l’aveva scritto nel destino e probabilmente nel DNA Tom Petty il suo futuro di classic rocker. Fulminato a cinque anni da Rock Around The Clock e tuttora quando lo racconta traspare un’emozione vivissima. Rifulminato a undici dall’incontro con Elvis Presley sul set di Follow That Dream e definitivamente deciso a seguirlo, quel sogno, quando a tredici vedeva i Beatles prima all’“Ed Sullivan Show” e poi al cinema, in A Hard Day’s Night. Circostanze avverse e una bella testa dura – da redneck nell’accezione buona del termine, per quanto sia possibile dargliene una – faranno sì che debba arrivare a compierne ventisei prima di coronarlo. Non per questo dopo si adatterà mai a un compromesso: rifiutando ad esempio di farsi spostare come un pezzo di mobilio quando la piccola etichetta, la Shelter, che aveva pubblicato i primi due LP veniva assorbita dalla MCA e andando, un album dopo, di nuovo a uno scontro durissimo con una casa discografica che voleva lucrare un dollaro di troppo sul prezzo di vendita.

Storia complessa, e rimarchevolmente avventurosa per gente che a certi eccessi non ha mai ceduto, quella degli Spezzacuori (vi devo ancora nomi e qualifiche di due di loro: Ron Blair il bassista, Benmont Tench il cruciale tastierista): impossibile a riassumersi in due pagine e meritevole di una trattazione ben più estesa, quella che permette la testata trimestrale propaggine di questo mensile e sì, prendetela pure come una promessa. Qui lo spazio è quello bastante a ingolosire il lettore più giovane e indurre il più navigato a ritirare fuori dagli scaffali i lavori che scandirono le prime tappe di un’epopea. Riascoltarlo dopo tanti anni mi ha confortato nell’idea che “You’re Gonna Get It!” (1978) sia il fratellino meno brillante dell’esordio, ma rinunciaci tu al virile struggersi di Magnolia e agli scondinzolamenti rock’n’roll di Too Much Ain’t Enough, a una No Second Thoughts profumata di psichedelia e a una I Need To Know che dovette fare verdi d’invidia i Cheap Trick. Laddove “Damn The Torpedoes” (1979) fu l’album dove le promesse venivano mantenute e si diventava grandi in tutti i sensi: numero due (resterà il piazzamento più alto) e doppio platino negli USA e una scaletta – fra l’epica sudista di Refugee (la Free Bird della mia generazione) e la ballatona alla Little Feat Louisiana Rain – ai limiti della perfezione. Mai più Tom e sodali sfioreranno così da vicino il capolavoro. Ribadito un eclettismo che fa passare in scioltezza, caso da paradigma, dalla seduzione carezzevole di You Tell Me al Jerry Lee Lewis aggiornato di What Are You Doin’ In My Life, la Rickenbacker sfoggiata in copertina sa tanto di rivendicazione e dichiarazione di intenti: sì, sono io l’erede di Roger McGuinn e sono qui per servirvi. In apertura di “Hard Promises” (1981) The Waiting sarà la conferma più clamorosa e sublime che ci si potesse attendere. Però A Woman In Love (It’s Not Me) la  si sarebbe potuta ascoltare dai Cars. Però Nightwatchman azzarda il funk. Però Insider sfida i Fleetwood Mac sul loro terreno e per farlo – sfacciata! – convoca Stevie Nicks. Disco niente male, ma per i secondi due album della banda Petty pare ripetersi lo schema dei primi due: un’opera gradevole ma non trascendentale e con qualche riempitivo a seguire, facendosene ispirare, una di superiore caratura.

Fece una pessima impressione al tempo che “Long After Dark” (1982) proseguisse sulla china discendente, ammiccando senza troppo sugo e regalando giusto quei due brani di incisività suprema, il singolo You Got Lucky (nuovamente Ocasek dietro l’angolo) e una A Wasted Life in ritardo su Roy Orbison o in anticipo su Chris Isaak, fate voi. Parve un inizio di decadenza e non sembrò un buon segno che “Southern Accents”, intervallo a quel punto inaudito, si facesse attendere tre anni. Controverso (ma anche vendutissimo) all’uscita, ha finito per invecchiare bene, forte soprattutto di una prima metà di programma spiazzante e calibratissima, con una seconda Refugee chiamata Rebels ad aprire e a tallonarla una It Ain’t Nothin’ To Me sull’orlo della funkadelia, l’irresistibile acid-pop di Don’t Come Around Here No More e una title track dolente che lacrima archi.

Classic rocker dentro, Petty pensa bene di suggellare il  primo decennio di discografia con la più tipica delle celebrazioni: il doppio live. Ma siccome è pure discretamente iconoclasta, lungi dal costringere “Pack Up The Plantation” nei limiti della collezione di successi regala oltre un terzo di scaletta a brani altrui che per lui hanno significato molto. La dice lunghissima il titolo di quello delegato ad aprire le danze: So You Want To Be A Rock’n’Roll Star.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.667, febbraio 2010.

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The Strypes – Spitting Image (Virgin EMI)

A vederli agghindati così in copertina, i ragazzotti (insieme dal 2010 ma ancora appena più che ventenni) che compongono gli Strypes, ci si attende il peggio da “Spitting Image”. Anche perché “Little Victories” se non era stato un disastro poco c’era mancato. Cose che capitano quando la pressione è tanta e le idee su dove andare, partendo dal travolgente errebì bianco del debutto “Snapshot”, sono confuse. Ci sarà una ragione se sul “difficile secondo album” cascano in molti, no? Cercando di allontanarsi da un sound immerso in un ideale 1964, però conservandone le influenze basiche, il quartetto irlandese spostava avanti le lancette fino al ’75-’76 per poi provare ad aggiornare ulteriormente il pub-rock a una contemporaneità con i Kasabian da una parte, gli Arctic Monkeys dall’altra. Ne veniva fuori un pastrocchio, scrittura senza guizzi, energia artefatta. E se agli Strypes togli quella…

Però, come ammoniva l’idolo Bo Diddley, non puoi giudicare un libro dalla copertina ed ecco, “Spitting Image” non è il disco pop-wave dei nostri eroi. Profeti in patria (“Little Victories” lì andò addirittura al primo posto quando “Snapshot” si era fermato al secondo) eleggono qui a ispirazioni ricorrenti eroi locali come gli Undertones – (I Need A Break From) Holidays, Turnin’ My Back: irresistibili – e un Van Morrison giovane la cui lezione viene sublimata in Easy Riding (dove lo si sorprende a dialogare con Lou Reed e Dylan) e in Black Shades Over Red Eyes. Altrove si evocano i Flamin’ Groovies (Grin And Bear It) e il maestro di sempre Nick Lowe (Easy Riding), ma si azzarda pure (con Garden Of Eden: splendida) un tuffo nella psichedelia. Chiude il cerchio il beat diddleyano Oh Cruel World. Stavolta il tutto, in qualche strano modo, si tiene. Bentornati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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Ride – Weather Diaries (Wichita)

Non c’è due senza tre, si annunciava un mese fa dicendo del nuovo Slowdive, il primo dal ’95, ricordando come i My Bloody Valentine avessero interrotto già nel 2013 un silenzio nel loro caso durato ventun anni. Dei tre gruppi leader del cosiddetto shoegaze mancava all’appello solo il quartetto di Oxford, ma già l’uscita di “Weather Diaries”, peraltro annunciato in febbraio da due singoli, era fissata. Eccolo. Promettevano bene la stratificata quanto immediatamente seducente Home Is A Feeling e, soprattutto, Charm Assault: sulla quale il comunicato stampa a corredo di questo disco si diffonde a lungo, chiamando in causa My Bloody Valentine e Tame Impala, gli Who, i Sonic Youth come David Bowie. Quando sarebbe bastato dire che sono i nostri eroi che provano a emulare il classicone che nell’87 inaugurava la carriera degli House Of Love Shine On. Variandolo quanto basta a farlo loro.

Promettevano bene: ma cosa? L’album mantiene e il disegno si svela subito: riprendere il discorso non da dove si era interrotto, nel 1996, con l’orrido “Tarantula” (presto disconosciuto dal gruppo stesso e messo fuori catalogo a tempo di record dalla Creation) bensì da un qualche momento compreso fra “Going Blank Again” del 1992, un lavoro iscrivibile ancora al canone shoegaze, fatto di melodie insidiose sepolte sotto coltri di frastuono chitarristico, e “Carnival Of Light” del ’94, tentativo non del tutto riuscito ma interessante di ricollegarsi alla psichedelia britannica. “Weather Diaries” è mediazione viceversa felice fra un pop (Lannoy Point, la traccia omonima) che gioca a fingere di negarsi ed escursioni non nostalgiche (una Lateral Alice che evoca gli Spacemen 3, il jingle jangle affogato nel noise di Cali) in anni ’60 che vedono all’orizzonte il krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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Holger Czukay (24/3/1938-5/9/2017): non “solo” Can

Se giustamente pensate che “My Life In The Bush Of Ghosts” di Brian Eno e David Byrne sia stato un’opera rivoluzionaria, procuratevi “Canaxis” (più facilmente in CD che nella stampa originale in vinile su Music Factory, favolosamente rara: il Santo Graal di chi colleziona krautrock) e preparatevi ad allibire: uscì nel 1969, dodici anni prima e, benché sia risolto per atmosfere piuttosto che per ritmi, le analogie sono a dir poco impressionanti. Usando come voci quelle, “trovate”, di due sconosciute cantanti tradizionali vietnamite, il bassista dei Can (secondario il ruolo di Rolf Dammers) costruisce con Boat-Woman-Song un’epopea di gregoriana suggestione, che parte alata e per etnico-chiesastici tramiti arriva orrorosa (affinità evidenti con analoghe ma pur’esse posteriori architetture Popol Vuh). È il primo lato. Il secondo è occupato da una traccia omonima che, avventurandosi in gassosi empirei, rende lampante per l’ascoltatore odierno che l’Eno che per così dire inventerà la ambient non aveva come predecessore solo Satie. Poco da stupirsi che l’ex-Roxy Music da sempre si dichiari un devoto della chiesa dei Can e in particolare di San Holger.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.24, inverno 2007. L’altra metà della sezione ritmica dei Can, Jaki Liebezeit, ci aveva lasciato lo scorso 22 gennaio.

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Quando gli Steely Dan divennero superstar (per Walter Becker, 20/2/1950-3/9/2017)

Come esemplifica la ragione sociale – Bad Rock Group – di uno dei primi progetti condivisi all’inizio del loro lungo sodalizio, Donald Fagen e Walter Becker hanno con il rock’n’roll all’incirca lo stesso rapporto di Oscar Wilde con le donne: lo frequentano solo quando sentono il bisogno di punirsi duramente. Del rock hanno al più l’atteggiamento iconoclasta, quello che ha spinto Becker ad assumere come pseudonimo Gustav Mahler (!) quando si è unito da turnista a Jay & The Americans ed entrambi a prendere da William Burroughs il nome del progetto che li farà ricchi e famosi (nel Pasto nudo Steely Dan è… un dildo). Musicalmente i due si inseriscono piuttosto nella tradizione di elegante artigianato pop del Brill Building innestando in essa dosi sempre più massicce di jazz. Un po’ paradossalmente la miscela, più diventa sofisticata, più si fa di successo. Pubblicato nel 1977, allestito con il contributo di maestri di un jazz elettrico ormai completamente trasformatosi in fusion del calibro di un Wayne Shorter o di un Lee Ritenour, “Aja” è il loro sesto LP, il più levigato e complesso fino a quel punto e quello che da star che già erano li fa superstar. Fra l’altro: uno dei primi dischi a essere certificati di platino negli Stati Uniti.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.22, estate 2006.

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