Archivi categoria: archivi

Love Their Way – Una breve storia degli Psychedelic Furs

L’abito talvolta fa il monaco e il nome pure. Per loro e nostra fortuna i fratelli Richard (voce) e Tim Butler (basso) dopo essersi baloccati con ragioni sociali improbabili – RKO, Radio; quindi un appena meno anonimo The Europeans – per il gruppo che fondavano a Londra nel 1977 con il sassofonista Duncan Kilburn, il chitarrista Roger Morris e un batterista che durava appena qualche prova, decidevano di chiamarlo Psychedelic Furs. In un colpo omaggiando una delle poche band “antiche” che la leva del punk sottraeva alla sua furia iconoclasta arrivando anzi a riconoscerne il magistero, e l’ovvio riferimento è ai Velvet Underground di Venus In Furs, e chiamando in causa un genere musicale, la psichedelia, viceversa schifato da chi in metafora incitava a uccidere gli hippie. E non era dunque paradossalmente, in quanto provocatoria, una scelta molto punk? Sigla in ogni caso di memorabilità totale e non è esagerato asserire che contribuì in misura decisiva a far notare quello che presto, con l’ingresso insieme al batterista Vince Ely di un secondo chitarrista, John Ashton, diventava un sestetto. Altra svolta cruciale per incanalarne la carriera nei giusti binari: il contratto con un’etichetta indipendente che, senza nemmeno avere i mezzi per poi promuoverlo, avrebbe preteso che il gruppo arrotondasse il proprio sound veniva sciolto prima di lasciare tracce compromettenti. Era allora la Epic a ingaggiare la band, salvo girarla – dopo un unico singolo – alla consorella CBS. Lì nessuno chiedeva ai nostri eroi di snaturarsi. Ci si limitava ad affiancare loro un produttore giovane assai (ventiquattro anni) ma dal curriculum già importante (il 7” d’esordio di Siouxsie & The Banshees, Hong Kong Garden, e la hit dei Members Sound Of The Suburbs): Steve Lillywhite.

Retro di copertina che ne cita apertamente un altro, quello del primo Velvet, l’omonimo debutto in lungo degli Psychedelic Furs si sdebita subito con Lou Reed e soci con una India che, dopo una lunga intro di stampo praticamente ambient, si porge come una Sister Ray rivisitata dai Roxy Music e sì, se non l’avete mai ascoltata è suggestiva ed eccitante come da fantastica premessa. Dopo una simile presentazione non si potrà che scendere? Sbagliato. Addirittura ancora si sale, con una Sister Europe che di nuovo e di più echeggia (al di là di un sax che in un simile contesto non può non richiamare alla memoria Andy Mackay) i Roxy, e si resta quindi in quota con un’ipnotica Imitation Of Christ, la strepitante Fall, una tiratissima Pulse dove fanno capolino i Sex Pistols di Pretty Vacant. Cambi lato e in We Love You sono i P.I.L. ad affacciarsi, attacco stentoreo per una cavalcata che non concederà requie, sino al congedo irruento e malevolo di Flowers. Registrato nel 1979 e molto in sintonia con il mood di un anno che vedeva i Joy Division dare alle stampe “Unknown Pleasures” e i sunnominati Public Image Ltd il “Metal Box”, uscito nel marzo 1980, resta un esordio sfolgorante e, se le Pellicce Psichedeliche lì si fossero fermate, già sarebbe bastato a iscriverle al club dei Culti. Andavano avanti ed è a ragione di ciò che qui le si celebra, prendendo a scusa la fresca (fine luglio) ripubblicazione su Legacy della loro intera discografia a 33 giri, sette lavori riproposti in stampe da 180 grammi con grafiche fedeli a quelle d’epoca. Le britanniche, va da sé, visto che per chissà quale ragione e come non si vedeva dagli anni ’60 la Columbia a suo tempo pubblicò i primi tre per il mercato USA con scalette rimescolate e il primo e il terzo anche con copertine diverse. Oltre Atlantico puntavano forte sul gruppo. Verranno (abbastanza) premiati a partire dal successo a 45 giri dell’auto-remake di Pretty In Pink, tema conduttore nel 1986 di un’omonima commediola romantica.

La Pretty In Pink originale, più energica e grezza, illumina di immenso con il suo riff invincibile la prima facciata di “Talk Talk Talk”, LP numero due per gli Psychedelic Furs, regia sempre di Lillywhite e uscito nel giugno ’81. Meno oscuro del debutto ma parimenti graffiante (un apice in una Mr. Jones in cui le elettriche esibiscono devozione per Link Wray), guerriero (l’ossessiva Into You Like A Train), visionario (una mesmerica Dumb Waiters, collocata in apertura). Quantomeno fino alle ultime due delle dieci canzoni in scaletta, visto che da All Of This & Nothing balenano le prime chitarre acustiche e un’orecchiabilità non più in forma di innodia e, per la suadente She Is Mine, si può, per un’altra prima volta, parlare senza remore di pop. Annuncio della svolta che nel settembre 1982 provvedeva “Forever Now” a completare, trasformando la prima grave crisi nella storia del complesso, causata dalle defezioni di Morris e soprattutto di Kilburn, in un trionfo artistico prima che commerciale. Merito, oltre che di una scrittura felice, della sintonia subito trovata con il nuovo produttore, l’americano Todd Rundgren: bravissimo ad aggiungere elementi – le sue tastiere, un violoncello, una piccola sezione fiati, i per lui immancabili Flo & Eddie ai cori – al sound del gruppo senza però snaturarlo. Tre brani capolavoro nel contesto di un disco che merita nell’assieme di essere detto un classico: l’incalzante President Gas; una Love My Way che evoca nel contempo i Japan e Bowie; e, a proposito di quest’ultimo, una title track che è la Heroes degli Psychedelic Furs. Da lì in poi sarà discesa ma partendo, nell’agosto ’84, ancora da piuttosto in alto, da un “Mirror Moves” invecchiato male a livello di suoni (è l’album techno-pop, zeppo com’è di sintetizzatori e batterie elettroniche) ma con dentro alcune delle loro canzoni più memorabili: la carezzevole The Ghost In You, una Heaven di suadente epicità, la danzerina Heartbeat. Porterà male il successo in differita di Pretty In Pink, caricando di aspettative tutte tradite “Midnight To Midnight” (1987), un disco al quale lo stesso Richard Butler farà l’ultimo prezzo dicendolo “vuoto, insulso e debole”. Non così scadenti ma un’aggiunta pletorica a una vicenda fino a un certo punto inattaccabile “Book Of Days” (1989) e “World Outside” (1991).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi

Lambchop – This (Is What I Wanted To Tell You) (City Slang)

Ho un problema con questo disco, che è il medesimo che avevo con un predecessore, “FLOTUS”, di cui il dodicesimo album in studio dei Lambchop è sia propaggine che evoluzione: analoghe le sonorità, qui si lavora di più su una forma canzone classica laddove lì, muovendosi entro orizzonti in ogni senso più ampi (undici tracce, 68’46”, contro otto per complessivi 45’43” del seguito), ci si concedeva qualche ulteriore sperimentazione. Rispetto alla principale, intendo, all’uso dell’auto-tune in un contesto ben altro rispetto a quello del becerume variamente pop e/o black che ci circonda e ammorba, tutto uniformando, a volte sciupando e datando irrimediabilmente materiali se no di valore. L’insopportabile, onnipresente auto-tune. Che ci azzecca(va) con l’alt-country più alternative mai giuntoci da Nashville, con il cantautorato alto – un po’ Mark Eitzel, un po’ Randy Newman corretto Americana – di Kurt Wagner? Responsabile da oltre un quarto di secolo (sempre predominante, monopolista mai) del progetto Lambchop.

Nondimeno nella vita a tutto ci si abitua allorché si è arrivati a farsene una ragione. Tanto avevo messo a metabolizzare “FLOTUS”, giungendo solo dopo svariati ascolti a cogliere un senso e persino una poetica nella scelta di alterare disumanizzandola una voce oltretutto bella ed espressiva, tanto poco ho impiegato a rassegnarmi – si parte così: auto-tune a palla – per “This (Is What I Wanted To Tell You”). Al netto di testi al solito da esegesi, lo consideri uno strumento come gli altri, il cantato, e ti ritrovi libero di perderti in una scrittura stellare, in un ordito definitivamente post-country pregno di elettronica, screziato di funk, di soul, di jazz. Resta però sempre il dubbio: che effetto farebbe con una voce diversa, quella vera?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

1 Commento

Archiviato in archivi

Robert Forster – Inferno (Tapete)

Sperare non costa nulla e allora sì, speriamo che “Inferno” (titolo in singolare contrasto con un lavoro dal languido al vivace, depresso mai) dia continuità a quella che, per il quasi sessantaduenne musicista australiano, è la quarta fase di una carriera quarantennale. In fondo sono passati “solo” tre anni e mezzo da “Songs To Play”, quando quello lo si era atteso esattamente il doppio. Fatto è che il nostro uomo – che in gioventù capitanò con Grant McLennan (come dei Lennon/McCartney dell’indie-rock) quei favolosi Smiths ante litteram dei Go-Betweens, intraprese una prima carriera da solista allo scioglimento del gruppo solo per interromperla per una rimpatriata lunga e artisticamente proficua cui poneva tragicamente fine la prematura scomparsa del sodale e amico – dacché si è rimesso giocoforza in proprio si è inventato un secondo lavoro che pesa forse ormai quanto il primo: scrittore. Critico musicale (collaboratore regolare di un paio di testate in patria, con la raccolta The Ten Rules Of Rock And Roll ha vinto il prestigioso Pascall Prize) e biografo, con lo struggente Grant & I: Inside And Outside The Go-Betweens.

Speriamo dunque, giacché non costa nulla, e per intanto stringiamoci forte al petto il settimo album di Robert Forster, godiamoci nove aggiunte a un catalogo comunque cospicuo, per quanto non se ne avrebbe mai abbastanza. Media al solito altissima, si tratti di un folk-pop come No Fame che lucida di incongrua esuberanza un quadretto di desolazione domestica o del rock’n’roll Inferno (Brisbane In Summer), di una Life Has Turned A Page vagamente brazileira o di quella Sweet Jane in sedicesimo che è Remain. Di Crazy Jane On The Day Of Judgement e One Bird In The Sky, che incorniciano con analoghi tragitti dalla malinconia a una misurata esultanza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

7 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi

Motorpsycho – The Crucible (Rune Grammofon)

In circolazione dai primissimi ’90, quando la congiunzione temporale li faceva per un attimo catalogare alla voce “grunge”, i norvegesi Motorpsycho iniziavano subito ad accumulare un catalogo fuori dal comune per quantità come per varietà. Album dopo mini dopo doppio dopo box dopo live dopo EP dopo collaborazione. Passando dal country alla psichedelia, dal folk al metal più oscuro al jazz più sghembo, dall’hard alla ambient al prog, al noise. Da un disco all’altro e all’interno del medesimo, quando non dello stesso pezzo. Incredibile ma vero: restando sempre riconoscibili. Chi scrive fu un cultore della prima ora che dopo un buon decennio cominciava a perderli di vista non a causa di un abbassarsi del livello medio della straripante produzione (era anzi fresco di pubblicazione “Let Them Eat Cake”, fra le loro opere maggiori e più godibili, una squisita ricreazione dell’Inghilterra dei tardi ’60) ma giusto perché, con tutta la musica che ci gira intorno, certe frequentazioni diventano troppo impegnative. Da allora ci si incontra così, quando capita. Quando ti viene richiesta una recensione e l’ultima volta è recente, mi toccava il predecessore di “The Crucible”, il monumentale per dimensioni se non per esiti “The Tower”.

Di quel doppio che vedeva spesso gli artefici peccare di prosopopea (come mai nei loro anni giovani) il ben più succinto ma egualmente di ardua maneggevolezza (tre soli brani in oltre quaranta minuti e l’ultimo di ventuno) disco nuovo è chiaramente un’appendice. Tolta la bella parentesi bucolica in apertura della traccia di mezzo, è tutto un susseguirsi di riff marmorei, assoli a briglia sciolta, cambi di passo. Un transitare dai Black Sabbath agli Hawkwind per tramite di certi King Crimson favoloso a immaginarsi ma che nella pratica risulta sfinente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

3 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

La Heavy Music del giovane Bob Seger

Bob Seger è in una relazione complicata con il suo passato remoto e non da oggi, che gli anni sono settantatré e la salute vacilla, tant’è che il tour che doveva promuovere l’ultimo e orrendo “I Knew You When” durava poche date prima di venire interrotto. Sta per riprendere, dovrebbe concludersi in maggio, sarà l’addio alle scene. Ma dicevo: l’uomo che fra il ’75 e l’84 contese a Springsteen il primato in materia di rock “blue collar” (“Against The Wind” andava al numero 1 USA a inizio 1980, “The River” capeggerà la graduatoria a fine anno; entrambi sono certificati quintuplo platino) ha rimosso quasi tutto quanto precedette l’exploit, artistico prima che commerciale (non entrava nemmeno nei Top 100, le vendite rilevanti le ha accumulate dopo), di “Beautiful Loser”, 1975. Dei sette LP che lo precedettero solo “Smokin O.P.’s” è in catalogo, tre sono stati ripubblicati un’unica volta in digitale e mai più ristampati e tre addirittura mai hanno goduto di una riedizione ufficiale in CD. E questo non per problemi con le case discografiche ma per volere dell’autore e dire che del lotto fanno parte lavori notevoli, se non capolavori, quali “Ramblin’ Gamblin’ Man” (1969), “Mongrel” (1970), “Seven” (1974).

Figurarsi l’opinione che può avere il nostro uomo della manciata di singoli che pubblicava fra il ’66 e il ’67, poco più che ventenne, per la Cameo. Non c’è lui dietro questa “Heavy Music” che è che la prima raccolta ad antologizzarli, ma perlomeno non l’ha bloccata. Dovrebbe essere più indulgente con se stesso, divertirsi come ci divertiamo noi con l’esilarante proto-punk già alla MC5 della traccia omonima, il garage all’LSD East Side Story, una formidabile mimesi di Dylan chiamata Persecution Smith, parodie di Beach Boys e James Brown come Florida Time e Sock It To Me Santa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, ottobre 2018. L’artista compie oggi settantaquattro anni.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi