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Nascita di una star – Il primo album di Lenny Kravitz

Predestinato a una vita nel mondo dello spettacolo e in particolare in quello della musica? Se il suo amico (ex-collega di studi alla Beverly Hills High School) e quasi coetaneo (è del 1965 e dunque un anno più giovane) Slash può vantarsi di avere avuto David Bowie come babysitter, Leonard Albert Kravitz meglio noto come Lenny può raccontare che, quando compì cinque anni, a cantargli e suonargli l’Happy Birthday To You fu Duke Ellington. Normalità nella casa di Manhattan (si trasferiranno a Los Angeles nel 1974, quando mamma Roxie otteneva una parte ne I Jefferson) dei Kravitz, visto che, oltre che produttore televisivo, papà Sy era un affermato promoter jazz e nomi del calibro di Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Count Basie e Miles Davis erano spesso suoi ospiti. Avrete inteso che si parla di alta borghesia e il giovane Lenny, oltre a crescere circondato dalla musica ascoltata dai genitori (a dieci anni la madre, peraltro un’appassionata di soul, lo mandava a scuola di canto classico presso il California Boys Choir e il ragazzino si ritroverà a cantare Mahler all’Hollywood Bowl, con la Metropolitan Opera), non aveva certo problemi, quando si innamorava del rock, a procurarsi tutti i dischi che voleva. Né ad acquistare strumenti e imparare a suonarli con i migliori insegnanti. A quattordici anni due carriere sembravano aprirglisi davanti: attore (compariva in diversi spot pubblicitari), o turnista. Proprio così: uno che con più di qualche buona ragione è universalmente considerato un esibizionista (“qualità” del resto richiesta se vuoi provare a farti star) inizialmente e per qualche anno pensava a un ruolo dietro le quinte del pop-rock per sé, da fiancheggiatore, non da occupante del centro del palcoscenico. Ma si cresce, si cambia. Nondimeno, infatuato di Prince, il giovanotto seguiva una trafila analoga a quella per cui a suo tempo era passato il suo idolo, estremizzandola anche. In luogo che mettere insieme un gruppo, chiudersi con quello in sala prove e affrontare poi la gavetta dei concerti, partendo naturalmente dalle palestre scolastiche e dai club più scalcagnati, prendeva a registrarsele da sé le canzoni che aveva iniziato a scrivere. Avendo a disposizione per farlo, grazie all’amicizia stretta con un tecnico del suono, Henry Hirsch, che rimarrà il principale dei suoi collaboratori e, va da sé, al capace portafoglio del padre, uno studio professionale. Lì con lavoro certosino iniziato nell’86, suonando quasi tutte le parti strumentali oltre che cantando, metteva pazientemente insieme il demo che nell’ottobre 1988 affidava a Stephen Elvis Smith, supervisore musicale di A Different World, sitcom nata da una costola del Cosby Show con protagonista la ventunenne Lisa Bonet. Oltre che fresca (di un anno prima il matrimonio) signora Kravitz, sua collaboratrice, avendo scritto i testi per due brani. Da parte delle stesse case discografiche che avevano scartato in precedenza la sua musica in quanto ibrido troppo bianco o al contrario troppo black si scatenava un’autentica asta. Imponendosi su Warner, Geffen, Elektra e Capitol, era la Virgin ad assicurarsi le prestazioni del ventiquattrenne. Il sodalizio sarà trentennale e frutterà otto album e un “Greatest Hits”, per un totale che si calcola a oggi di dodici milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti e almeno altrettante nel resto del mondo. Anche se poi il Nostro li ha lasciati, si staranno ancora sfregando le mani.

Avendo in mente il Lenny Kravitz fattosi da un certo punto in poi (senza che la popolarità ne risentisse: anzi!) macchietta volgare di rockstar, autore con il pilota automatico di un repertorio scopiazzato dai classici (qualche segnale di rinascita artistica, ultimamente) e frequentatore del jet set, è necessario essere stati testimoni dei suoi esordi, e avere buona memoria, per ricordare che piacevole sorpresa che fu, quale ventata di aria fresca la sua apparizione alla ribalta. Quanto fu eccitante scoprire un giovane con sulla punta delle dita la storia del rock così come di soul, funk e rhythm’n’blues, che ne padroneggiava i vocabolari con personalità bastante a non appiattirsi affatto su pur lampanti riferimenti. Tant’è che da allora è lui a vantare a sua volta innumerevoli tentativi di imitazione, a essere divenuto un modello di sound da emulare. Se il suo terzo lavoro in studio, “Are You Gonna Go My Way”, pubblicato nel marzo ’93, è stato recentemente oggetto di rivalutazione e non è più visto come l’inizio di una caduta che si farà rovinosa, se il predecessore dell’aprile ’91 “Mama Said” continua a venire considerato all’unanimità il (pur derivativo; ma la qualità della scrittura è stratosferica) capolavoro che è, la Virgin (via Universal) ci ha appena offerto l’opportunità di riascoltare “Let Love Rule”, del settembre 1989, e confermarci nel ricordo che se ne aveva: un esordio coi fiocchi. Spiazzando anche chi, come il sottoscritto, al tempo se lo mise in casa già in forma di LP, ignorando che il CD vantava tre bonus, e si è ritrovato fra le mani un album più lungo di dieci minuti, in forza del recupero di quei tre brani, e diventato quindi un doppio. Prima, ovvia conseguenza, un evidente miglioramento della dinamica rispetto alla copia d’epoca. Né ci si ferma lì (finalmente pure le major sembrano avere imparato come si ristampa in vinile), visto che il supporto è ora silenziosissimo, l’immagine stereofonica più a fuoco, ogni dettaglio si direbbe risaltare con accresciuta vividezza.

Certo: dal punto di vista artistico le canzoni “inedite” sottraggono piuttosto che aggiungere e per quanto graziose – un Blues For Sister Someone scandito da un riff bradipico, la ballata elettro-acustica Empty Hand e lo spigliato rock’n’roll Flower Child – abbassano la media del programma originale. Ma le si prenda come un (insomma… a € 30…) omaggio e si colga l’occasione per tornare a gustare classici autentici come l’hippie funk alla Stephen Stills Sittin’ On Top Of The World e una title track in cui Prince incontra John Lennon, una hendrixiana Freedom Train e una Fear dritta invece dal catalogo del miglior Curtis Mayfield, il soul-blues sentimentale di scuola Stax My Precious Love e il funk-rock con assolo di chitarra elettrica da manuale Mr. Cab Driver.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019.

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Pere Ubu – The Long Goodbye (Cherry Red)

Sesto dei romanzi con protagonista il detective più celebre del noir in letteratura, Philip Marlowe, The Long Goodbye veniva pubblicato da Raymond Chandler nel 1953. L’autore lo concepiva in circostanze drammatiche, mentre la moglie stava morendo, ossessionato da pensieri suicidi e preda della dipendenza da alcol. Consapevole che l’opera segnava un triplice addio: al personaggio, alla scrittura, alla vita stessa. E difatti da lì alla scomparsa nel 1959, settantenne, non firmerà che qualche articolo.

Fosca e strascicata, la seconda delle dieci tracce del diciassettesimo lavoro in studio dei Pere Ubu si chiama proprio Marlowe, casomai non si fosse colto l’omaggio a Chandler esplicitato nel titolo (laddove la copertina richiama non meno chiaramente Edward Hopper). E a sentir David Thomas, leader e unico punto fermo nell’ultraquarantennale vicenda della band di Cleveland (incidentalmente: nato nell’anno in cui veniva pubblicato il volume di cui sopra), questo è l’album con cui la sua creatura si congeda. Pur ricordando che già nel giurassico 1982 sciolse il gruppo, salvo ripensarci e resuscitarlo nell’87, stavolta gli si può credere: ha una certa età, la salute pare traballante, chiudendo qui può solo essere orgoglioso di un lascito fra i più rilevanti nella storia di un art-rock dalle radici punk ma dall’attitudine (molto a suo modo) progressiva. Per la sigla la possibile uscita di scena è forse la cosa migliore da “St. Arkansas” (lontano 2002). Disco che, pur vedendo i sintetizzatori prevalere nettamente sulle chitarre, riassume in sé un sound inconfondibile per quanto con antecedenti in Captain Beefheart e in certo krautrock. I 9’25” dall’ansiogeno al favolistico di The Road Ahead addirittura si segnalano fra le pagine più memorabili di un catalogo di rara consistenza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.412, settembre 2019.

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Ali Farka Touré, che oggi avrebbe ottant’anni

Che emozione straordinaria fu – una di quelle che giustificano l’avere dedicato tutta la propria vita di adulto, e già un po’ prima, alla musica – ritrovarsi fra le mani l’omonimo esordio occidentale di Ali Farka Touré, uscito per la World Circuit nel 1987. Non ricordo come fu che me lo portai a casa, se per averne letto sulla stampa estera o per il consiglio di un collega, o un amico. A parte che World Circuit era ed è rimasto un marchio di cui fidarsi, so che avrei potuto catturarlo anche soltanto per quella foto di copertina di un caldo bianco e nero che trovavo e trovo fantasticamente iconica, il nostro uomo sotto un alberello stento in abiti tradizionali, chitarra in pugno, un bel sorriso, uno sguardo franco. E cosa uscì dai solchi! Una musica nello stesso tempo interamente familiare e assolutamente esotica: blues, ma tornato in Africa o forse mai partito da lì. Il paragone più calzante, soprattutto nella conclusiva Amandrai, dal vivo a Londra negli stessi giorni in cui il resto del disco veniva inciso in studio, regista quel Nick Gold che curerà quasi tutti i successivi lavori di Touré, era indubitabilmente John Lee Hooker: simili il minimalismo dell’approccio, il cantato grave, la predilezione per i tempi medi, il ritmico scalpicciare. Lo notarono in molti tutto ciò e da allora non ci fu recensione in cui l’artista maliano non venisse definito “il John Lee Hooker d’Africa” (o, in alternativa, “il Ligthnin’ Hopkins”) e chissà alla lunga quanto dovette infastidirlo tutto ciò, lui che una volta in un’intervista dichiarò che “quando ascolto John Lee Hooker, James Brown, Ray Charles, per quel che mi riguarda è musica del Mali adattata a un altro paese”. Ma tant’è, non era solo pigrizia ma la difficoltà di raccontare una musica ancestrale tutta di terra e d’aria: il pulsare sferzante di Timbarma, il flessuoso flamenco (avrei appreso poi di lontanissime origini moro-ispaniche) Singya, il mesmerico ondeggiare di Nawiye, lo spumeggiare di corde e percussioni di Kadi Kadi, i vortici di Yulli. Otto i brani presentati, cantati in sei delle lingue del Mali e a raccontare di cosa parlassero ci pensavano le note sul retro di copertina. Quasi superflue però, siccome in tutte le lingue del mondo, ad esempio, Kadi Kadi non può essere che una canzone d’amore. Come dire che Ali Farka Touré era uno che sapeva trasmetterti le emozioni che voleva quand’anche (cioè praticamente sempre) non comprendevi una parola di quello che diceva. Scorrendo quelle note si apprendeva che Yulli il Nostro l’aveva scritta nel 1963 e ci si interrogava su quanti anni avesse davvero, giacché in effige ne dimostrava al più trenta e logicamente non poteva essere, e cosa ci fossimo persi nel frattempo.

Alla seconda domanda si otteneva una risposta, tardiva quanto benvenuta, nel 1996, quando la solita World Circuit (sua tutta la discografia di Touré reperibile dalle nostre parti) pubblicava il meraviglioso “Radio Mali”, raccolta di incisioni radiofoniche del periodo 1970-1978. Scorrendo il dettagliatissimo libretto si poteva soddisfare anche l’altra e più spicciola curiosità: Ali Farka Touré era nato nel 1939. Hanno provveduto purtroppo a ricordarcelo i lanci di agenzia che l’8 marzo hanno annunciato, a quarantotto ore dall’evento, la morte di questo grandissimo cantante, chitarrista, autore, messaggero nel mondo della dignità e del genio africani. Si è saputo soltanto allora che da molto soffriva di un tumore alle ossa e si è capito che i silenzi sempre più lunghi fra un disco e l’altro non erano dovuti né a un improbabilissimo “blocco dello scrittore” (uno che poteva contare su un vasto repertorio in gran parte a noi sconosciuto) né al fatto che agli studi di registrazione e ai tour preferisse sempre più il ruolo di patriarca in una cittadina di cui era contemporaneamente il sindaco e il maggiore datore di lavoro. Che preferisse coltivare quella terra ingrata, riarsa, bellissima. Quello stesso 8 marzo il presidente del Mali gli ha conferito alla memoria la massima onorificenza di un paese fermatosi per i funerali.

Consola un poco l’avere appreso, contestualmente alla luttuosa notizia, che Touré aveva appena ultimato un nuovo album che verrà pubblicato nel prossimo autunno. Consola il gruzzoletto di dischi che ci ha lasciato a cominciare dal più recente, quel “In The Heart Of The Moon” in coppia con Toumani Diabaté uscito pochi mesi or sono e già premiato da un Grammy, il secondo per il nostro eroe dopo quello di cui era stato insignito per un altro capolavoro a quattro mani, “Talking Timbuktu”, AD 1994 e realizzato con un Ry Cooder gregario: ubi maior… Parta da lì il neofita assoluto. Potrebbe restarne felicemente intossicato e nel caso prosegua, se vuole andare alle radici di un suono che dà dipendenza, con i succitati “Ali Farka Touré” e “Radio Mali” e con la ristampa congiunta (2004) dei prima irreperibili “Red” (1984) e “Green” (1988). Se vuole invece gustarne evoluzione e/o contaminazioni si procuri “The River” (1990, ospiti alcuni Chieftains), “The Source” (1991, con Taj Mahal), “Niafunké” (1999).

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.621, aprile 2006.

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Peter Perrett – Humanworld (Domino)

Partiva già con il piede giusto ma sbagliato la carriera di Peter Perrett, alla testa nel 1973 di quei magnifici incompiuti degli England’s Glory, ibridazione glam fra Kinks, Syd Barrett, Kevin Ayers e Velvet Underground che incideva una manciata di demo senza trovare un’etichetta disposta a investirci un penny (dieci venivano recuperati nell’87 nel postumo “Legendary Lost Recordings”). E da lì a quattro anni proseguiva con gli Only Ones, al debutto con un 45 giri “singolo della settimana” per “Melody Maker”, “New Musical Express” e “Sounds”. Resta, “Lovers Of Today”, un classico totale di una new wave nutrita ancora a Velvet e Kinks ma anche a Big Star e Roxy Music. Prodigiosa introduzione a una discografia che si esaurirà in tre LP – l’omonimo esordio, “Even Serpents Shine” e “Baby’s Got A Gun” – uno più bello dell’altro ma “troppo punk per gli hippie, troppo hippie per i punk”, come sintetizzava un critico inglese spiegando il perché di un insuccesso che dava alla testa dei ragazzi. La cui vicenda si concludeva con un tour americano interrotto con la polizia alle calcagna e chi avrebbe mai immaginato di avere più notizie del leader? Si sperava anzi di no, sapendolo dedito a una vita di abusi dal finale scritto.

Che razza di ritorno in pista, allora, “How The West Was Won”, debutto da solista atteso trentasette anni (!) del tutto degno del mito di un maudit in qualche modo sopravvissuto. Due ulteriori anni e “Humanworld” dà continuità alla miracolosa resurrezione artistica e umana con altre dodici tracce divise fra rock grintosi e soffici ballate. A chiarire quale resti il modello primo e ultimo (in alcuni punti sbuca pure una viola) provvedono una piccola Sweet Jane intitolata The Power Is In You e una Perfect Day, apposta a suggello, chiamata Carousel.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.412, settembre 2019.

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Stray Cats – 40 (Surfdog)

Fa una strana impressione al Vostro affezionato ritrovarsi a scrivere di un disco nuovo degli Stray Cats nel 2019. Per due ragioni. La prima è che quando nel 1983 decisi di intraprendere la carriera del critico musicale (ah, avessi saputo cosa mi attendeva!) uno dei primissimi articoli che firmai era una monografia dedicata al trio composto, allora come oggi, dal chitarrista Brian Setzer, dal contrabbassista Lee Rocker e dal batterista Slim Jim Phantom. All’epoca all’apice del successo visto che nell’estate precedente era andato al numero 2 delle classifiche USA, con un’antologia che raccoglieva il meglio dei primi due LP, usciti invece solo in Europa. La seconda è che questo è il primo lavoro in studio (il nono in tutto) che costoro pubblicano insieme dal 1993, ossia da tre anni prima che partisse la mia collaborazione più lunga di sempre, quella al giornale che avete fra le mani. Sì, mi è capitato di scrivere di loro (o di qualche album da solista di Brian Setzer) ma trattavasi di materiali di archivio. E insomma lo confesso: a “40” mi sono accostato con una certa emozione.

Naturalmente spazzata via sin dalle prime battute di Cat Fight (Over A Dog Like Me), rockabilly da manuale di spettacolare irruenza cui – apparente ossimoro – donano grande eleganza fraseggi e assoli di Setzer, che era già un grandissimo chitarrista poco più che maggiorenne, figuratevi ora. Sono gli Stray Cats di sempre, gli anni cui allude il titolo fortunatamente passati invano. O no? Perché in “40” riescono anche a sorprendere in un paio di episodi, uscendo dal recinto del ruspante rock’n’roll da primordi del genere che siamo soliti associare loro: con una Cry Danger fra surf e garage; soprattutto, con il Morricone western Desperado. Che questa rimpatriata porti o meno altri frutti, bentornati.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 412, settembre 2019.

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Il genio, la testardaggine – Due parole su uno degli album più belli di Laura Nyro

Per dare la misura di quanto Laura Nyro fosse riluttante ad accogliere ogni anche sensato suggerimento di una casa discografica, la Columbia, che pure per un quarto di secolo le fece ponti d’oro, basti raccontare questo: che quando l’ufficio marketing si azzardò – sommessamente – a farle notare come fosse inopportuno dare al suo quarto LP, che andava in distribuzione il 25 novembre 1970, un titolo contenente la parola “Christmas”, essendo scontato che i negozianti lo avrebbero scambiato per una collezione di canzoni natalizie e già a inizio gennaio lo avrebbero tolto dalle vetrine, lei insistette. Naturalmente, a inizio gennaio lo toglievano dalle vetrine, fermandone l’ascesa nelle classifiche a un modesto numero 51, ed era così che iniziava il declino commerciale di una delle cantautrici più geniali, originali, influenti (persino Joni Mitchell, una che altrimenti considera di non dovere nulla a nessuno, ne riconosce il magistero) che mai ci siano state. Giusto un anno prima della sua uscita e nella stessa settimana la Nyro, appena ventiduenne e fresca oltretutto di pubblicazione di “New York Tendaberry” (per molti il suo capolavoro), aveva mandato esaurita per più sere la Carnegie Hall e si era ritrovata con tre brani con sotto la sua firma (in interpretazioni altrui) nei Top 10 di “Billboard”.

Terzo e ultimo in una serie di classici inaugurata nel 1968 da “Eli And The Thirteenth Confession”, “Christmas And The Beads Of Sweat” rifulge in questa stampa Pure Pleasure che ne esalta la produzione raffinatissima, magistrale in particolare nella ricreazione dell’immagine stereofonica, di un piano di mirabile naturalezza, dei colori delle percussioni. Prima facciata che, non fosse per la sommessa tragedia in un atto di Been On A Train, sarebbe tutta un florilegio di gentilezza andante con brio, l’album si porge nella seconda ora estatico e ora solenne, con due eccezioni: una Beads Of Sweat che resta una delle cose più rock di sempre (alla chitarra elettrica Duane Allman) di questa artista; e Map To The Treasure, otto minuti di stupefacente tour de force pianistico che fanno categoria a sé nella sua pur incatalogabile prima metà di catalogo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 396, febbraio 2018. Non fosse morta appena quarantanovenne, Laura Nyro compirebbe oggi settantadue anni. Per chi fosse interessato ad approfondire, il numero 233 di “Blow Up” (ottobre 2017; ancora reperibile come arretrato ordinandolo sul sito della rivista) contiene un mio lunghissimo omaggio (occupa ben quattordici pagine) al genio di questa artista.

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L’atto fondativo dell’Americana – Il primo album di The Band

Secondo Roger Waters nella storia del rock solo “Sgt. Pepper’s” è risultato più influente di “Music From Big Pink” ed è opinione che sorprende dall’ex-Pink Floyd, avendo sempre abitato la band britannica un mondo altro rispetto a quello dell’unica tanto modesta e arrogante insieme da scegliere di chiamarsi, semplicemente, The Band. Aspetta, aspetta… un altro mondo? Dice sempre Waters che l’album d’esordio del quintetto canadese per quattro quinti – il chitarrista Robbie Robertson, i tastieristi Richard Manuel e Garth Hudson, il bassista Rick Danko – e americano per il restante – il batterista Levon Helm – influenzò i Pink Floyd “deeply, deeply, deeply”. Ma davvero? Magari il lettore riuscirà a cogliere ciò che a me sfugge, laddove nessuno può avere difficoltà a credere a Eric Clapton quando racconta che l’esordio a 33 giri di The Band fu decisivo nell’indurlo a sciogliere i Cream e prima a dare vita ai Blind Faith, poi a unirsi a Delaney & Bonnie, quindi a lanciarsi nell’avventura Derek & The Dominos. Evidenti in questi, quegli e quegli altri ancora gli echi del capolavoro che Robertson e soci tramavano fra New York e Los Angeles a inizio 1968, dopo averne posto le basi l’anno prima in quella brutta casa rosa immortalata sia all’interno che sul retro di copertina dell’album. Stiamo parlando di un disco che ha fatto scuola come pochi: pietra d’angolo di quel genere che va sotto il nome di Americana e che è più che mera fusione di country e blues, folk e rock’n’roll, di gospel come di bluegrass, soul ed errebì. Dovendosi ricorrere, per un’analisi compiuta, alla critica letteraria oltre che musicale. Un po’ di studi biblici aiutano. “Colpa” di The Band, sì.

Negli annali del rock non molti gruppi sono giunti così rodati all’esordio. È il 1957 quando il diciassettenne Levon Helm, originario dell’Arkansas, si unisce a un cantante pur’egli dell’Arkansas ma che la sua America l’ha trovata in Canada. Non milita nella serie A del rock’n’roll, Ronnie Hawkins, ma nella cadetteria si fa valere. Robbie Robertson entra nei suoi Hawks a inizio 1960, Rick Danko nell’estate dell’anno dopo, Richard Manuel sotto Natale sempre del ’61 e Garth Hudson la primavera successiva. È una palestra dura ma proficua, i ragazzi imparano quanto possono e finiscono per superare un maestro che dà loro scarse soddisfazioni, modesto il salario, rigida la disciplina, disconosciuti gli apporti creativi. Defezionano allora in blocco e sempre in blocco passerebbero a fiancheggiare la leggenda del blues Sonny Boy Williamson non fosse che costui disgraziatamente defunge. Fortuna vuole però che un’amica che lavora da segretaria per Albert Grossman raccomandi al principale protetto di costui di andare a vederli. Lo ha appena consigliato in tal senso, sapendo che vorrebbe mettere insieme un gruppo rock, anche John Hammond Jr. e Bob Dylan va, ascolta e ingaggia. Dapprincipio soltanto Robertson ed Helm ma quando, dopo un paio di date, gli dicono che continueranno a suonare con lui solamente se prenderà a libro paga pure gli altri tre non si fa pregare. È l’inizio del sodalizio che letteralmente inventa il cantautorato rock e, a parte che non c’è lo spazio, potrebbe pure offendersi chi legge a sentirsi raccontare per l’ennesima volta la saga della svolta elettrica dell’uomo di Duluth, menestrello folk e cantore della protesta giovanile per antonomasia. Dal settembre 1965 al maggio seguente Bob Dylan e quella che si chiama la Band soltanto perché non vuole più chiamarsi Hawks e un nome nuovo non se lo è dato ancora girano il globo esibendosi per platee alternativamente entusiaste e riottose. Inizialmente più la seconda e, patendo le contestazioni, dopo poche settimane Helm abbandona la compagnia e fino a metà ’66 preferirà guadagnarsi da vivere, piuttosto che prendendosi insulti, lavorando su una piattaforma petrolifera. Ma il 29 luglio ’66 Dylan resta vittima dell’incidente motociclistico, in realtà senza gravi conseguenze, che gli permetterà di scendere dalla giostra impazzita di cui da troppo è prigioniero. I mesi di convalescenza a Woodstock sono quelli in cui, in un’atmosfera rilassatissima, pone mano con i ragazzi ai cosiddetti “Basement Tapes”, massa immane di materiali di alcuni dei quali il mondo verrà presto a conoscenza per vie traverse, mentre tanti si ritroveranno radunati solo nel 1975 in un omonimo e celeberrimo doppio (l’integrale data 2014 e costituisce l’undicesimo volume – sestuplo! – della “Bootleg Series”).

Pur registrato l’anno dopo e non in cantina bensì in studi professionali, “Music From Big Pink” è progenie evoluta di quei mesi fecondi al di là della firma di Bobbie Dylan sotto l’iniziale e dolente Tears Of Rage, lo spiritual a suggello I Shall Be Released, la spumeggiante This Wheel’s On Fire che in contemporanea alla pubblicazione americana del 33 giri era una hit britannica per Brian Auger & The Trinity. Del Vate anche il dipinto che adorna la copertina e in cui i musicisti effigiati sono sei, a rimarcare la presenza in spirito di chi si astenne dall’ospitata unicamente per non distogliere ulteriormente l’attenzione dai titolari del disco. Il classico assoluto dei nostri eroi, se proprio uno si vuole sceglierne, resta il secondo LP, omonimo e di un anno dopo, ma è qui che fra ballate accorate e uptempo esuberanti, passi liturgici e scarti marziali (svetta, tascabile epopea, The Weight) la Band comincia a dipingere un suo Big Country che se sa di anni ’60 è a quelli dell’Ottocento che appartiene, coevo soltanto per caso della nazione hippie.

Di “Music From Big Pink” la Capitol/Universal ha appena licenziato per celebrarne il cinquantennale un cofanetto con dentro un CD zeppo di bonus, un Blu-Ray, un 7” e l’album originale in formato doppio 12” a 45 giri. Costa quei cento euro, ma l’audiofilo potrebbe felicemente accontentarsi per trenta del solo vinile, con il nuovo missaggio stereo di Bob Clearmountain e il mastering curato da Bob Ludwig. Ascoltato “back to back” con la già stupenda edizione Original Master Recording del 2012 (non più in catalogo) questa stampa ha vinto sebbene di misura il confronto, evidenziando superiore limpidezza e come una maggiore quantità d’aria attorno agli strumenti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, settembre 2018.

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