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black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Non è che frequentare la BRIT School For Performing Arts & Technology ti porterà per forza a seguire le orme di chi come Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule passato da quelle aule ha poi venduto dischi a decine di milioni. Ciò che l’istituzione londinese ti garantisce è che ne uscirai con una preparazione nel settore scelto di primissimo ordine. A te farla fruttare. I giovanissimi black midi ─ a stento totalizzavano ottant’anni in quattro quando nel 2019 debuttavano con lo strepitoso “Schlagenheim” ─ lo stanno facendo eccome. Modesti finora i riscontri commerciali, quasi insignificanti a fronte di recensioni che pure a questo giro spargono stelle e superlativi, e nondimeno si può affermarlo senza remore: se anche non vedranno mai le zone alte delle classifiche oggi come oggi non c’è in circolazione gruppo rock più entusiasmante.

Severi con se stessi i ragazzi, che nel frattempo hanno quasi perso per strada causa stress uno dei due chitarristi, Matt Kwasniewski-Kelvin, e hanno rimediato in parte facendosi dare una mano in studio dal tastierista e dal sassofonista che li avevano affiancati in tour: del predecessore, frutto di un approccio improvvisativo, si dicono annoiati. In sala di incisione sono entrati con un obiettivo: “stavolta combiniamo qualcosa di buono sul serio”. Rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso: più strutturato e vario (dal resto del programma si staccano la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich e l’oscura epopea post-folk Ascending Forth), più progressivo nell’accezione nobile del termine. Parte dai King Crimson e dai VDGG per arrivare via Primus a Slint e June Of 44. O viceversa. Ma nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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Gli inni urbani dei Verve

Pochi ma ruggenti gli anni vissuti dai Verve (no, le rimpatriate non contano): appena sei fra i primi singoli per i quali la stampa britannica immediatamente impazziva, ma senza convincere più di tanto il pubblico della loro bontà, e lo scioglimento, all’indomani di un tour americano volto a promuovere oltre Atlantico proprio “Urban Hymns”, loro terzo album, che in Gran Bretagna era andato al primo posto in classifica e aveva inoltre fruttato tre top 10 (un numero 2, un  uno, un 7) nella graduatoria dei singoli. Lacerata dai contrasti fra il cantante Richard Ashcroft e il chitarrista Nick McCabe, la compagine del Lancashire si congedava all’apice della sua parabola sia artistica che commerciale: il momento migliore per salutare, ma ditelo alla Virgin, che si perdeva dei campioni di vendite in Europa nel preciso istante in cui stavano per divenire campioni di vendite ovunque. Resta un catalogo smilzo ma entrato in percentuale rilevante nella categoria dei sempreverdi, capace di coniugare alla perfezione nei suoi episodi più classici – The Drugs Don’t Work, una Bitter Sweet Symphony adattata su The Last Time dei Rolling Stones – gusto per la melodia insidiosa e attitudine psichedelica.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Richard Ashcroft festeggia oggi il cinquantesimo compleanno.

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Del Amitri – Fatal Mistakes (Cooking Vinyl)

A vent’anni la vita è un quaderno pieno di pagine bianche da riempire di sogni e progetti. Con i sessanta incombenti la copertina è sgualcita, il dorso consumato, spazio per scrivere non ne è rimasto molto, né tempo per farlo. Quanti fogli hai strappato, quanti scopri affollati di scarabocchi incomprensibili, chissà se hai infine deciso cosa sia meno peggio fra un rimorso e un rimpianto. Una certezza: You Can’t Go Back, come recita il titolo del primo brano del primo album che gli scozzesi Del Amitri, eroi locali prima di farsi star globali (sei milioni di dischi venduti in giro per il mondo e pare un miracolo pensando a band affini che non hanno avuto un centesimo di un tale successo), consegnano alle stampe da diciannove anni in qua. Si scioglievano poco dopo avere pubblicato lo spiazzante, pieno di synth e batterie elettroniche, “Can You Do Me Good?”, che il pubblico non capiva né gradiva e allora ciao. Nostalgia canaglia: tornavano assieme nel 2013 e due lunghi tour datati 2014 e 2018 certificavano come non fossero stati affatto dimenticati. Tempo di rinfrescare il repertorio.

Vero che pure in gioventù erano opportunità mancate e fallimenti l’argomento preferito di Justin Currie, ma un sentore agro di vissuto sale da una I’m So Scared in cui canta “sono così spaventato dall’idea di lasciarti indietro/ogni giorno cerco di restar vivo/per non farti provare la tristezza di una sedia vuota”. È un disco inaspettatamente splendido che ripropone i Del Amitri più classici. “Suoniamo folk con attitudine rock”, dice Currie, e qui lo fanno al meglio. La ballata Close Your Eyes And Think Of England è una delle loro più belle di sempre, una delle canzoni più struggenti che vi sarà dato di ascoltare quest’anno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse!)

Da alcuni anni piuttosto che dagli USA, dove pure agisce un gigante quale Kamasi Washington, è dalla Gran Bretagna che ci giunge il jazz più fresco e felicemente propenso a contaminarsi: l’unico capace di catturare, oltre che vecchi appassionati ancora aperti di orecchie e in spirito, le giovani generazioni. Scena meticcia, incestuosa, vivacissima, con al centro uno che come Kamasi è, oltre e più che sassofonista eccelso, compositore e band leader. Ne ha addirittura tre di band il trentasettenne Shabaka Hutchings, nato a Londra ma cresciuto nell’isola di Barbados, dove i genitori erano tornati e dove si accostava alla musica avendo come primo strumento il clarinetto, prima di percorrere a ritroso la stessa rotta e rientrare nel Regno Unito: i più canonicamente jazz del lotto (se può dirsi canonico chi si fa ispirare principalmente da Sun Ra, Alice Coltrane, Pharoah Sanders) sono gli Ancestors; poi ci sono i Comet Is Coming, magmaticamente fra fusion, funk, soul e psichedelia; e infine, o meglio per cominciare giacché erano i primi a pubblicare un album, nel 2013, i Sons Of Kemet.

“Black To The Future” è per costoro la seconda uscita su Impulse! e quarta in assoluto. Fare graduatorie consigliando questo invece che quel titolo sarebbe esercizio di pura soggettività, essendo stato da subito stellare il livello, e “Black To The Future” vale come introduzione quanto uno qualunque dei predecessori. Nei suoi solchi fluiscono, collidono, si mischiano post-bop e afrobeat, jazz modale e calypso, cumbia e ritmi che adombrano il Brasile come la Giamaica, la tradizione bandistica di New Orleans e scale mediorientali, e molto altro, mentre una ghenga di voci ospiti ci ricorda che “black lives matter”. Resta comunque una festa. Tuffatevi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.432, giugno 2021.

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Squid – Bright Green Field (Warp)

L’album d’esordio degli Squid, quintetto di Brighton con l’insolita caratteristica di avere un cantante che è anche il batterista, contiene undici brani. Sono quattro di meno di quelli pubblicati dal 2016, alcuni solo come file audio e gli altri sparsi su vinili che coprono l’intero arco dimensionale del supporto (7”, 10” e 12”), nessuno dei quali è qui ripreso. L’auspicio è che prima o poi la Warp, etichetta storica della più nobile elettronica “di consumo” che non disdegna di avventurarsi anche in lande chitarrose, convinca Ollie Judge e soci a recuperarli su una raccolta che varrebbe poco meno di un debutto che vale tanto. Forse, tantissimo: “The Quietus” lo ha salutato come uno dei migliori debutti di questo secolo e più gli ascolti si susseguono più cresce la convinzione che non si tratti del solito “hype” cui sovente la critica di quelle parti indulge. Per certo anche perché punto di arrivo di un percorso non breve.

Da cui una maturità, non a discapito della freschezza, inusuale per degli esordienti in lungo. Come degli abili coreografi che mantengono alla danza un’illusione di spontaneità benché ogni movimento sia stato in precedenza accuratamente provato (lo ha scritto “Pitchfork”, per una volta azzeccandoci), gli Squid. Qui il cosiddetto “nuovo post-punk” appare, se non del tutto nuovo (come potrebbe?), in sintonia con lo zeitgeist. E se non rinuncia a fare esercizio di critica dissezionandolo (e allora e per esempio se G.S.K. incrocia i P.I.L. con i King Crimson reinventatisi new wave Narrator è funk come lo erano i Gang Of Four ma pure i Contortions, se Paddling revisiona indie i Neu! Peel St. rilegge i Fall in chiave LCD Soundsystem) a prevalere nel recensore è un epidermico entusiasmo. Merce rara.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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David Crosby e l’inizio della sua terza giovinezza

Una sigla anonima come ragione sociale, una copertina che non dà indicazioni su cosa si ascolterà e oltretutto bruttina assai: poco da stupirsi se nel 1998 “CPR” si vendeva in quantitativi modesti e presumibilmente perlopiù a chi aveva avuto occasione di ascoltare il gruppo nel tour che lo aveva preceduto invece di seguirlo. Stupisce di più, ma non tanto per quante copie ne circolano a due spiccioli nei negozi che trattano usato, offerte e fuori catalogo, che non fosse mai stato riedito. Provvede, peraltro senza integrarlo con uno straccio di bonus quando con l’aggiunta dell’autoprodotto e dello stesso anno “Live At Cuesta College” avrebbe potuto confezionare una “Deluxe” coi fiocchi, lo stesso marchio (Samson) che lo dava alle stampe in origine.

Va bene lo stesso, perché ci offre il destro di riascoltarlo con orecchie tornate vergini e dargli il giusto peso nella straordinaria quanto tormentata vicenda artistica di David Crosby: lui la “C” dell’acronimo, laddove la “P” sta per Jeff Pevar, chitarrista sublime, e la “R” per James Raymond, gran tastierista, produttore, arrangiatore, soprattutto figlio perduto dello stesso Crosby, che lo dava in adozione e lo ritrovava decenni dopo e con lui instaurava miracolosamente un felicissimo sodalizio, sia umano che artistico, che tuttora dona frutti succosi. Questo era il primo, disco di autentica rinascita per Crosby dopo troppi anni sprecati fra droghe e mattane e funestati da disgrazie assortite e gravi problemi di salute. Una seconda (terza?) insperata vita prendeva le mosse da questi undici raffinatissimi quadri di cantautorato da Laurel Canyon rivisitato in chiave jazz-rock, con l’occasionale tocco latineggiante, il piccolo strappo funk e a volare altissime sulle sontuose basi armonie vocali degne di quell’altro trio là con David Crosby, quello più famoso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020. David Crosby compie oggi ottant’anni. Li ha festeggiati in anticipo pubblicando il 23 dello scorso mese un album splendido, apice di quella che potrebbe essere detta la sua quarta giovinezza. Si intitola “For Free”. Regalatevelo.

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Play it loud, mutha! – I Twisted Sister di “Stay Hungry”

Parabola singolare quella dei Twisted Sister, gavetta lunghissima e poi un successo travolgente quanto effimero. Gli inizi datano fine 1972, quando il chitarrista Jay Jay French si unisce a un quintetto del New Jersey, i Silver Star. French, che è appena stato bocciato a un’audizione di tali Wicked Lester, assume presto le redini del complesso e convince i sodali a cambiarne il nome in Twisted Sister. Non cambia il modello di cui i ragazzi offrono copia conforme, ossia i New York Dolls, almeno fintanto che non comincia a farsi strada l’influenza di un gruppo in prepotente ascesa e destinato a mietere ben più ricco raccolto rispetto alle Bambole: e altri non sono, costoro, che i Wicked Lester, ribattezzatisi Kiss. La prima svolta si ha quando nel ’76 entra alla voce Dee Snider, presenza scenica spettacolare, buona penna (sicché è presto lui a firmare l’intero repertorio), una passione divorante per il grand guignol di Alice Cooper. Eppure: nonostante una fama locale crescente i Twisted Sister, che passando per vari cambi di organico hanno assunto la classica formazione a cinque (la completano l’altro chitarrista Eddie “Fingers” Ojeda, il bassista Mark “The Animal” Mendoza e il batterista A.J. Pero), non arriveranno a esordire a 45 giri che nel 1979 e a 33 tre anni dopo. “Under The Blade” vende abbastanza da convincere la Atlantic a rilevare il contratto del gruppo dalla Secret e pubblicare nel giugno ’83 “You Can’t Stop Rock’n’Roll”. Appena passabili i riscontri commerciali.

A fare il botto undici mesi dopo è “Stay Hungry” e il migliore piazzamento nella classifica di “Billboard”, un numero 15, non rispecchia vendite milionarie. Per un anno i Twisted Sister saranno ovunque e soprattutto, con i loro teatralissimi video, su MTV. Sovraesposizione letale. Tanto che già con “Come Out And Play”, dell’85, i numeri fletteranno e “Love Is For Suckers” nell’87 sarà accolto da stroncature epiche e acquistato solo dagli irriducibili. Il che non toglie che “Stay Hungry” resti un piccolo classico dell’hard’n’heavy più simpaticamente caciarone, forte di inni adolescenziali come la traccia inaugurale e omonima, We’re Not Gonna Take It e I Wanna Rock e di una The Price da manuale della power ballad. Per quanto questa ristampa su Original Master Recording che ne esalta la rutilante carica certifichi che a essere invecchiate meglio sono le escursioni sabbathiane Burn In Hell e The Beast. “PLAY IT LOUD, MUTHA!”, come invita a fare una scritta nell’interno di copertina.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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Matt Sweeney & Bonnie Prince Billy – Superwolves (Drag City)

Natura gregaria in senso buono, l’oggi cinquantunenne chitarrista Matt Sweeney ha messo lo zampino in decine di dischi da quando nel 1989 il suo primo gruppo, i post-hardcore Skunk, pubblicava il primo di due album su Twin/Tone. Di costoro oggi si ricordano in pochi, mentre qualcuno in più serba memoria della band successiva del nostro uomo, gli Chavez, esponenti del cosiddetto math-rock anche loro con un paio di lavori in studio all’attivo. Sweeney è stato poi coinvolto in un’infinità di altri progetti, sfiorando il mainstream con gli Zwan di Billy Corgan, dando una mano a Dave Grohl quando costui si prese una sbandata per il death metal con il supergruppo Probot. Eclettismo incredibile che lo ha portato a prestare le sue notevoli capacità strumentali a Johnny Cash come ai Current 93, a Neil Diamond o Cat Power come a Stephen Malkmus, concedendosi nel frattempo parecchie incursioni nell’hip hop fuor di ogni canone di gente come El-P o Run The Jewels. Due sole volte, con questa, Sweeney ha però visto il proprio nome su un davanti di copertina invece che fra i crediti e la prima risaliva al 2005, quando sempre a quattro mani con il quasi coetaneo Bonnie Prince Billy, uno che nel moderno cantautorato USA fa categoria a sé e ama molto le collaborazioni, firmava “Superwolf”. Album cui questo seguito si pone in scia sin dal titolo.

Che peccato che non incrocino più spesso le loro strade, gli artefici. Si completano a meraviglia, svariando dall’Americana a un folk dagli accenti British (abbagliante, degna del miglior Bert Jansch, la rilettura di I Am A Youth Inclined To Ramble), ora sporgendo lo sguardo sul Laurel Canyon e ora (in una Hall Of Death tambureggiantemente elettrica) su lande desertiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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The Coral – Coral Island (Run On)

Tutto si può dire del decimo lavoro in studio, con il quale il quintetto del Merseyside festeggia i vent’anni dal primo tour e dal primo singolo (il primo, omonimo album usciva l’anno dopo), tranne che difetti di ambizione. Lampanti i modelli: il doppio bianco dei Beatles (inusitato lo spazio concesso ai compagni dal leader James Skelly in sede compositiva) ma ancora di più un poker di concept, i primi tre datati 1968, il quarto 1969, e comprendente “Village Green Preservation Society” dei Kinks, “Ogdens’ Nut Gone Flake” degli Small Faces, “S.F. Sorrow” dei Pretty Things e “Tommy” degli Who. Elencati in ordine decrescente di influenza. Va da sé che lo stesso “Coral Island” sia un concept, ambientato in una fantomatica località balneare tipicamente inglese e diviso in due atti (coerentemente si è deciso di presentarlo come un doppio, peraltro a prezzo di singolo, anche in CD, quando i suoi 54’19” si sarebbero comodamente accomodati in un solo dischetto). Il primo festoso, l’estate la stagione che celebra, e il secondo dalle atmosfere più sobrie, essendo notoriamente il mare d’inverno “qualcosa che nessuno mai desidera”. Il nostro, figurarsi quello che bagna (bagnerebbe) Coral Island.

Sono ben ventiquattro tracce ma le canzoni sono quindici, essendo le altre nove recitativi di raccordo affidati alla voce rugosa di un nonno dei fratelli Skelly. Il che nel contesto ha un’ovvia funzione ma spezzetta fastidiosamente un programma comprendente alcuni fra i migliori articoli di sempre nel catalogo della band: una Change Your Mind sfacciatamente Byrds, il travolgente garage-folk Vacancy, il tributo a Joe Meek Faceless Angel, una The Calico Girl che quasi quasi nel “White Album” ci sarebbe potuta stare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.432, giugno 2021.

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La “concettuale” Kate Bush di “Aerial”

Dodici anni senza un disco di Kate Bush: è uno iato insolito anche in un pop-rock da tempo abituato per i grandi nomi a intervalli crescenti, periodi durante i quali una volta si sarebbero consumate intere carriere, fra un album e l’altro. Però questa ormai matura signora vanta un seguito fedele e non deve mai avere dubitato che sarebbe stata aspettata: potendo oltretutto contare su un rapporto unico con l’etichetta presso cui è da sempre accasata e basti pensare che chez EMI, avendola ingaggiata sedicenne in forza dello stesso demo che già aveva conquistato David Gilmour, la mantenevano a scuola tre anni prima di aprirle le porte di uno studio. Sarebbero stati ripagati dalle vendite milionarie di un catalogo immacolato. Chi mai sarebbe oggi così lungimirante? Chi mai avrebbe tanta pazienza? E nondimeno chissà cosa devono aver pensato quando, dopo avere sospirato così a lungo qualcosa di nuovo, si sono ritrovati fra le mani un’opera tanto articolata, con non più di un paio di brani trainanti e che richiede parecchi ascolti per essere colta nella sua interezza. Cioè esattamente il contrario di quanto è considerato vendibile alla generazione dell’iPod, la cui attenzione è notoriamente volatile. Devono essere partiti elaborati scongiuri. Qualcuno deve avere ricordato, speranzoso, che fu ben più sovrumana impresa fare innamorare di Wuthering Heights la generazione del punk.

Si mormora che “A Sea Of Honey”, il primo dei due dischi di cui si compone “Aerial”, sia stato aggiunto a “A Sky Of Honey” all’ultimo momento, un ripensamento della stessa autrice dinnanzi a un lavoro in cui l’abituale eccentricità rispetto alle convenzioni e all’attualità del pop avrebbe se no toccato nuovi apici. Un po’ scappa da ridere. Vero che l’iniziale King Of The Mountain, con il suo alato pulsare di post-ambient con la battuta e sentori che rimandano a quell’altro alieno di Peter Gabriel, ha buona incisività, ma il resto? Di un altro mondo rispetto a quanto si ascolta alla radio – per dire – il moderno madrigale di Bertie (una dedica al figlio che in mano a chiunque sarebbe stata insopportabilmente sentimentale e invece è una delizia) o le pianistiche, scarne e ombrose, Mrs. Bartolozzi e A Coral Room. Ove in Pi la signora prende sul serio chi dice che con la voce che ha potrebbe cantare l’elenco telefonico e si inventa un pazzesco ritornello tutto di numeri. Pronti al secondo disco? Un concept, si sarebbe detto una volta. Di fatto un’atmosferica suite in nove movimenti che racconta un giorno da un’alba a un’altra, fra archi neoclassici, bassi jazz e cinguettare di uccelli, prendendo pian piano corpo da un impalpabile inizio al ritmo quasi disco di Nocturn e alle elettriche stentoree di Aerial. Checché se ne pensi, Kate Bush merita rispetto.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006. Kate Bush compie oggi sessantatré anni. Aspettiamo un suo album nuovo da dieci.

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