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Bettye LaVette – Blackbirds (Verve)

Fa effetto ─ alla vigilia di elezioni che vedono concorrere per la vice-presidenza una donna in parte afroamericana; mentre il razzismo è tornato a occupare il centro della narrazione di un Big Country in guerra civile strisciante ─ che qui Bettye LaVette osi l’inosabile: confrontarsi con la Billie Holiday di Strange Fruit. Come se dacché nel 1939 Lady Day a sua volta osava l’inosabile, cantando di un linciaggio, in fondo poco o non abbastanza sia cambiato. A dispetto degli otto anni in cui ciò che era inimmaginabile quando Abel Meeropol (un ebreo) la scrisse, ossia un nero alla Casa Bianca, aveva fatto pensare che il Sogno del Reverendo King si stesse facendo realtà. È mossa arditissima, ma agli azzardi artistici questa interprete straordinaria, prossima a festeggiare i settantacinque anni ma la cui carriera è decollata solo nel 2003, ci ha felicemente abituati. Scommessa anche stavolta vincente?

Non riesco a decidermi al riguardo: è una splendida versione e però la sento un filo manieristica per una di cui Bonnie Raitt disse (si riferiva al capolavoro del 2005 “I’ve Got My Own Hell To Raise”) che “mai il dolore è sembrato così funky”. È che con questo secondo lavoro su Verve, dopo gli anni alla Anti- decisivi per la sua (ri)scoperta e il breve soggiorno alla Cherry Red, la signora ha svoltato jazz, o quasi. Il gusto sofisticato è quello anche quando l’occasionale florilegio di wah wah, o una batteria un po’ più secca se non sferzante, o un basso che strappa energico rispetto a un passo altrimenti di felina eleganza, spostano gli equilibri più verso il blues. Diversamente dal passato, mai verso il rock. Nemmeno nella traccia quasi omonima, che arriva dal doppio bianco dei Beatles ed è resa come fosse una nuova Over The Rainbow, un’altra What A Wonderful World.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 424, ottobre 2020.

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Bright Eyes – Down In The Weeds, Where The World Once Was (Dead Oceans)

Il contrasto fra l’ultimo album di Conor Oberst che recensivo, “Ruminations” del 2016, e questo che è il primo a nome Bright Eyes da nove anni in qua, non potrebbe essere più clamoroso. Quello, penultimo disco da solista per un oggi quarantenne che pubblicava tredicenne la prima cassettina, una collezione di ballate intimiste per sole voce e chitarra o voce e piano, con un’armonica ad affacciarsi ogni tanto. Questo, con giusto una traccia su quattordici, Hot Car In The Sun, che sarebbe potuta stare pure su quello, è in genere iperarrangiato. Una cosa in comune hanno: la capacità di disegnare melodie di un classicismo pop accostabile ad alcuni dei più grandi maestri del genere. Se quattro anni fa concludevo scrivendo che, se soltanto avesse voluto, il nostro uomo avrebbe potuto essere il James Taylor della sua generazione, o il Paul Simon, stavolta i nomi da citare sono Burt Bacharach e Brian Wilson, Leonard Cohen e Billy Joel. D’altronde Oberst ─ all’attivo un catalogo sterminato di incisioni attribuite a una mezza dozzina di diverse ragioni sociali ─ ha sempre praticato di tutto, nell’ampissimo arco compreso dal country al noise. Produzione straripante e in ogni senso ineguale, nella quale magari si stenta a rintracciare un capolavoro totale ma sono diversi gli album notevoli. Pure gli scivoloni, eh?

“Down In The Weeds…” appartiene alla prima categoria, anche se ogni tanto in questo dilagare inesausto (un paio di altre eccezioni: il synth-pop Pan And Broom, il folk-rock Tilt-A-Whirl) di ritmiche rutilanti, archi e ottoni peraltro orchestrati magnificamente e non meno sontuose armonie vocali che vanno a sommergere pure certi attacchi strimpellati un filo di nostalgia dei Bright Eyes indie rock viene. Poi passa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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Throwing Muses – Sun Racket (Fire)

Vale per questo anno infame e per il mondo intero, ma davvero del decimo album in studio delle Throwing Muses (giusto continuare a chiamarle così, al femminile, anche se Tanya Donnelly se ne andò nel ’91 e da allora è tornata, e occasionalmente, solo come ospite; ma Kristin Hersh resta “commander in chief”) si può dire che sia nato sotto una cattiva stella. Annunciato in febbraio con il midtempo grunge Dark Blue ad anticiparlo e un’uscita fissata per il 22 maggio, la sua pubblicazione è stata rinviata a inizio settembre per l’emergenza Covid-19. Solo che, come si usa per permettere ai giornali su carta di uscire con le recensioni in contemporanea ai siti, già in marzo era stato messo nella disponibilità degli addetti ai lavori e più d’uno, distratto, ne ha scritto allora. Sei mesi prima dell’arrivo nei negozi! Esito: un disco mezzo bruciato che l’impossibilità di promuoverlo dal vivo finirà di uccidere in culla. Ed è proprio un peccato.

Tant’è. Qui si auspica non vada così e per il resto non si può fare, dopo la cronaca, che critica. Annotando che è il più convincente degli appena tre lavori prodotti in una seconda vita principiata nel 2003 da una band che fu artefice del pop chitarristico più nevrotico ─ sghembo e pieno di spigoli, acido (solforico, non lisergico) e debitore in egual misura al country-rock più lunare e alla new wave ─ mai uditosi prima che i Pixies spostassero ancora più in là i paletti, aprendo la strada ai Nirvana. Da un album complessivamente ruvido con apici in una Bo Diddley Bridge dall’ossianico al baroccheggiante, in una Upstairs Dan molto PJ Harvey, in una St. Charles dove la Magic Band di Captain Beefheart scopre il piacere di aggrapparsi a un riff emerge un’inedita tendenza ad affidarsi a giri di valzer. Basta che non siano gli ultimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan)

Nel video per l’irlandese RTE del brano che intitola il loro secondo album Grian Chatten, cantante dei Fontaines D.C., indossa una maglietta dei Pogues. Omaggio casuale probabilmente, ma chissà che non gli sia invece capitato di leggere in Rete il commento di un fan che di Dublin City Sky (da lì arrivano i Nostri), la canzone messa un anno e mezzo fa a suggello del debutto “Dogrel”, dice che “sembra un pezzo scritto da Shane MacGowan, ma suonato dai Velvet Underground”. Prendendoci in pieno, ascoltatela per crederci. E a quel punto già sarete innamorati di un quintetto che sta mandando esauriti in prevendita i biglietti per il tour che avrebbe dovuto promuovere “A Hero’s Death” e le cui varie tappe (nei piani attuali pure una data milanese, nel marzo prossimo) sono state spostate in avanti di vari mesi per la ragione che ben sapete. Così, a scatola chiusa. Comprati da chi non vuole rischiare di perdersi forse gli ultimi concerti in teatri, club, piccole arene di una band che al giro dopo potrebbe passare agli stadi. Potenzialmente “the biggest thing” sbocciata nella capitale dell’Éire dacché vi mossero i primi passi tali U2. Addirittura.

Per intanto fra le ovazioni scroscianti che hanno salutato “A Hero’s Death” già si coglie qualche timido distinguo, della serie “bello, bellissimo, ma un filo meno dell’esordio”. Mica vero, mi pare. Più maturo senza che di quella travolgente freschezza nulla si sia perso. Più vario, capace com’è di racchiudere fra una I Don’t Belong molto Joy Division e la ballata smithsiana No new wave ansiogena alla Wire (A Lucid Dream) o alla P.I.L. (I Was Not Born), indie-pop modello Pavement (You Said) o Undertones (via Fall! la traccia omonima), folk ammodernato (Oh, Such A Spring) e persino una scheggia di Beach Boys (Sunny). Formidabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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The Psychedelic Furs – Made Of Rain (Cooking Vinyl)

Quando cogliendo a pretesto la ristampa integrale del loro catalogo a 33 giri ─ otto album pubblicati fra l’80 e il ’91 ─ dedicavo (AR 401, settembre 2018) un’intera pagina nella rubrica del vinile agli Psychedelic Furs non facevo cenno al loro essere tornati a calcare le scene all’inizio del secolo. Non posso esserne sicuro, ma non credo fu una dimenticanza. Più probabilmente ne accennai da qualche parte nella prima stesura e poi, per ridurre il pezzo al giusto numero di battute, tagliai un’informazione in fondo irrilevante. Cosa aggiungeva a una vicenda gloriosa la riesumazione della sigla da parte di Richard e Tim Butler (a lungo è stato con loro pure John Ashton, non uno dei fondatori ma in squadra dal primo LP all’ultimo) per lucrare ancora qualche spicciolo facendo jukebox del repertorio storico? Semmai sottraeva. Adesso c’è però un album nuovo.

Innegabile: un’emozione riascoltare la voce di Richard Butler, una delle più inconfondibili della new wave, e scoprirla intatta. Il disco, anticipato (scelta infelice, trattandosi di una delle più deboli fra le sue dodici tracce) già a fine gennaio dalla stentorea Don’t Believe, parte piuttosto bene con una The Boy That Invented Rock’n’Roll viceversa guerriera il giusto. E parrebbe proprio decollare con You’ll Be Mine, acidula quanto basta per un gruppo con “psychedelic” nel nome e velvetiana idem per chi con l’altra metà della ragione sociale intendeva omaggiare Venus In Furs. Pezzo “di mestiere”, a essere onesti, ma che cattura. Più di un prosieguo in cui si ha comunque il coraggio di deviare ogni tanto dal risaputo, in particolare nella barocca e da fine ’60 piuttosto che ’70 Tiny Hands. Dopo la quale e fino alle chitarre di colpo distorte che sigillano la conclusiva Stars ci si appisola.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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Protomartyr – Ultimate Success Today (Domino)

Giusto nel numero in cui si racconta del ritorno degli Psychedelic Furs capita venga recensito anche il nuovo e atteso tre anni (mai avevano messo tanto fra un album e l’altro; la data di uscita è stata oltretutto spostata in avanti di un paio di mesi causa coronavirus) lavoro in studio dei Protomartyr. Che si apre con la loro canzone più “easy” di sempre. Fra Joy Division e Bowie, Day Without End, ma soprattutto e non solo per il sax che la attraversa assai prossima agli Psychedelic Furs che fecero epoca quando i componenti della band di Detroit ancora andavano all’asilo. Comincia a misurarsi da lì la distanza di “Ultimate Success Today” dal precedente catalogo e il lettore che ha familiarità con quel rumoroso poker di dischi è invitato a saltare al primo giro le otto tracce in mezzo e a puntare subito dopo la decima e ultima, Worm In Heaven: una ballata, addirittura, suadente per quanto elettrica fintanto che a una cinquantina di secondi dal termine non si impenna e allora sì che li riconosci Joe Casey e soci.

Quanto sta in mezzo non è così spiazzante ma già sarebbe stato indicativo di come un gruppo che, visti successo di critica e buon riscontro di pubblico, facilmente avrebbe potuto vivere di rendita riproponendosi più o meno sempre uguale a se stesso abbia invece optato per allargare gli orizzonti. Se pure in un brano come Processed By The Boys il consueto richiamarsi ai Fall appare rinfrescato da un piglio (ci avessero buttato dentro un synth…) Nine Inch Nails, una June 21 di (relativamente) quieta epicità è caratterizzata da una voce femminile (Nandi Rose aka Half Waif), echi di Bowie tornano in Modern Business Hymns e da Bridge & Crown fanno capolino i Bauhaus. L’album migliore dei Protomartyr? Di sicuro quello sul quale più verrà voglia di tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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L’irresistibile ascesa dei National (su “High Violet”, a dieci anni dall’uscita)

A recuperare in qualche modo ─ facile come bere un bicchier d’acqua: andate su YouTube e lo troverete (stupisce il numero bassissimo di visualizzazioni); altra faccenda volerselo mettere in casa: auguri! ─ un ascolto del mini “Ruther 3429” che unico testimonia la breve esistenza dei Nancy vi stupirete come poco, quasi nulla (diciamo l’acerba ballata Export) nel ruvido garage-punk con influenze wave che lo caratterizza (altra eccezione una Track 10 con qualche malriposta ambizione avant) anticipi l’inconfondibile sound, già quasi perfettamente formato, con il quale i National da lì a cinque anni si presenteranno al mondo con un omonimo album. Eppure: lì cominciavano a farsi le ossa, nella natia Cincinnati, Ohio, il cantante Matt Berninger e il bassista Scott Devendorf. Era il 1996. Poco dopo i ragazzi si trasferivano a New York, quartiere di Brooklyn, dove nel 1998 li raggiungeva il fratello di Scott, Bryan, in precedenza batterista con tali Project Nim che, diversamente dai Nancy, non hanno lasciato testimonianze discografiche. Tuttavia importanti in questa storia giacché ne facevano parte anche i gemelli Aaron e Bryce Dessner, principalmente chitarristi ma in seconda battuta entrambi pure tastieristi e il primo bassista e armonicista alla bisogna. Bryan li presentava a Matt e Scott. Schierati dapprincipio a quattro – organico comprendente oltre a Berninger la sezione ritmica formata dai Devendorf e Aaron Dessner alla chitarra – i neonati National si assicuravano presto una residenza al Luna Lounge, Lower East Side. Era nondimeno solo lo scoppiare della cosiddetta “bolla delle dot-com” a indurli, avendo perso impieghi discretamente remunerativi, a provare a trasformare in professione un hobby cui riservavano in precedenza soltanto i fine settimana. Non stavano a cercarsi un’etichetta. A dare alle stampe nel 2001 “The National” era la Brassland, fondata dai Dessner in collaborazione con l’ex-freelance per (fra gli altri) “New York Times” e “LA Weekly” Alec Hanley Bemis. Nel disco Bryan è solo uno degli ospiti. Si unirà ufficialmente alla band all’indomani della sua uscita. Nei diciannove anni trascorsi da allora, durante i quali i Nostri hanno pubblicato altri sette lavori in studio, la formazione è rimasta invariata. Incredibile a dirsi, con la ricca aneddotica che nella storia del rock documenta epici litigi famigliari (al lettore saranno subito venuti in mente gli Everly, i Davies, i Gallagher, i Robinson), in tutto questo tempo le cronache non hanno mai dato conto di contrasti significativi in un gruppo in cui le coppie di fratelli sono addirittura due.

Gli estimatori di un quintetto la cui ascesa, dal culto che subito lo circondava, a una fama sempre più diffusa sebbene non dai numeri milionari è stata lenta ma costante (e supportata da una stampa invariabilmente in adorazione) si dividono in due fazioni riguardo a quale sia il suo capolavoro. Risultano in maggioranza per quanto marginalmente ma con l’appoggio della critica che più fa giurisprudenza quelli che votano per “Boxer”, del 2007 e album numero quattro dopo “Sad Songs For Dirty Lovers”, che usciva nel 2003 ancora su Brassland, e “Alligator”, che segnava l’approdo nel 2005 alla britannica Beggars Banquet. Si può capire e condividere. È il disco in cui l’incrocio primigenio fra il post-country dei Lambchop e il crepuscolarismo dei Tindersticks, il cantautorato tendente al catatonico di Will Oldham e il pop-rock eccentrico e incantatorio dei Guided By Voices, con uno sguardo rivolto all’Australia gotica di un Nick Cave (così simile al profondo Sud americano di un William Faulkner) e uno a quella scanzonata, ma con un nucleo di malinconia, dei Go-Betweens si innervava definitivamente di sapienti orchestrazioni di ottoni e archi, con anche le tastiere a ricavarsi uno spazio maggiore. Barocco, eppure in qualche ineffabile modo austero, con squisita contraddizione in termini. Ma se è ai numeri che si guarda è il successivo di tre anni “High Violet”, primo su 4AD presso cui i newyorkesi d’adozione sono tuttora accasati, a vincere a mani basse, un numero 5 UK e 3 USA (solamente “Sleep Well Beast” farà formalmente meglio, primo nel Regno Unito e secondo in patria, però totalizzando vendite decisamente meno cospicue). In ogni caso album splendido ed è la seconda volta che su “Audio Review” gli dedichiamo così ampio spazio. All’uscita era “disco del mese” e il tempo ci ha dato ragione. Riascoltato, non sembra invecchiato di un giorno e conferma nel congedo Vanderlyle Crybaby Geeks ─ un quarto di Paul McCartney, uno di Brian Wilson, uno di Scott Walker e uno di Leonard Cohen ─ l’articolo più memorabile nell’intero catalogo di una band solita crescere alla distanza, che aristocraticamente (da un po’ hanno preso a chiamarli “i Radiohead americani”) di rado porge riff o melodie che agganciano al volo. Incomprensibilmente manco la proponevano come singolo, i National, per quanto per promuovere l’album una Bloodbuzz Ohio all’incrocio fra Arcade Fire e TV On The Radio non fosse affatto una cattiva scelta. Idem la litania fosca, che nel procedere si gonfia sempre più tesa e fragorosa, di Terrible Love. Ai due estremi del resto: la tambureggiante e spigolosa Lemonworld e la confidenziale e carica di spleen (alquanto American Music Club, per chi se li ricorda) Runaway.

L’occasione per tornare a frequentare “High Violet” è stata offerta da una “10th Anniversary Expanded Edition” su coreografico triplo vinile porpora oppure viola oppure bianco striato di viola o, ancora, azzurro o in alternativa viola con indefinibili chiazzature più chiare. I collezionisti possono sbizzarrirsi. Gli altri possono scegliere se investire una cifra importante oppure cercare di recuperare la versione doppio CD del 2010 che già aggiungeva le medesime otto bonus: due lati B, una alternate take, tre registrazioni dal vivo e due pezzi rimasti altrimenti inediti. Uno dei quali, lo spumeggiante vaudeville Wake Up Your Saints (un’autentica gemma), non si capisce proprio perché.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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R.I.P. Bunny Lee, producer (23/8/1941-7/10/2020)

In linguaggio aziendale si chiama “massimizzare le risorse”, nel parlare di ogni giorno “fare di necessità virtù”. Giacché Edward O’Sullivan Lee è sempre stato bravissimo a fare questa e quella cosa, pare singolarmente appropriato che il cofanetto che ne celebra la spettacolare carriera appena pubblicato su Jet Star, “The Bunny ‘Striker’ Lee Story”, sia tanto povero nella confezione quanto ricco di sostanza. I quattro CD sono alloggiati in custodie slim (quelle da singolo, per intenderci) racchiuse a loro volta in un riquadro di un cartoncino quasi impalpabile, presentazione poverissima, cui per fortuna fa eccezione un libretto spesso e ben fatto quanto basta e cui d’altro canto corrisponde un prezzo invero invitante, sicché l’economia vale pure per il consumatore che sul contenuto nulla potrà mai avere da ridire: centouno brani, quasi cinque ore e venti di musica, ma che dico di musica, di storia della musica. Giamaicana e chiunque per il reggae nutra un pur minimo interesse prenda nota. E anche il collezionista più fornito, che sa che un’indagine esaustiva sull’opera del nostro eroe richiederebbe diversi box siffatti, vi scoverà, fra questo e quel successo, rare pepite in quantità più che sufficiente a giustificare l’investimento.

Nato il 23 agosto 1941, ribattezzato Bunny ancora bambino da una cugina per via delle fattezze tonde e simpatiche, Edward Lee entrava ventunenne nella già florida industria discografica di Kingston su raccomandazione del cognato Derrick Morgan, giovanissimo ma cantante già affermato, accasandosi presso la Treasure Isle di Duke Reid. Passerà verso metà decennio alla Caltone di Ken Lacks per quindi promuoversi nel 1967, da factotum di studio che era, a produttore in prima persona. Anno cruciale: se il primo brano su cui mette le mani, Listen To The Beat di Lloyd Jackson & The Groovers, passa inosservato pochi mesi dopo Music Field di Roy Shirley è una hit, per i tipi della Wirl, e prima che l’anno finisca il Nostro ha un’etichetta ─ omonima ─ tutta sua. Contrariamente ad altri produttori, non però una sala di incisione ed entra allora in ballo la necessità di cui sopra, quella che notoriamente aguzza l’ingegno. Sporgendosi sui ’70 con King Tubby come braccio destro (l’uomo che disputa a Herman Chin Loy, Clive Chin e Lee “Scratch” Perry l’invenzione del dub), Lee riflette su un fondamentale meccanismo del pop, quello del ricambio generazionale che rende riciclabili a oltranza, siccome per chi al primo giro non c’era risulteranno nuovi, i vecchi successi. Ed ecco che articoli dei ricchi cataloghi Studio One e Treasure Isle, che lui ben conosce avendoci spesso posto mano in origine, vengono reimmessi sul mercato in edizioni rivisitate, nel mentre viene sfruttata a fondo la moda del toasting, antesignano isolano del rap, sistemando sui retri dei 45 giri le versioni strumentali del lato A. Ovvio il risparmio di prezioso tempo, che è denaro, in sala di registrazione e non basta: quella stessa base ─ il cosiddetto “ritmo” ─ può essere venduta più volte se si portano in studio i dj soliti declamarci sopra dal vivo. O se diversi cantanti ci incollano su diversi testi, magari che rispondono uno all’altro (impagabile esempio, sul terzo compact nel cofanetto in questione, Dawn Penn che replica con I’ll Let You Go Boy alla Let Me Go Girl di Slim Smith & The Uniques). E ancora non abbiamo considerato il dub…

Raccontata così, a chi di reggae non è proprio un esperto potrebbe sembrare una presa in giro se non tout court una truffa. Si può capirlo, ma un simile giudizio non terrebbe conto delle straripanti personalità degli artisti che si trovarono a lavorare con Bunny Lee. Per non fare che pochi nomi: quel Johnnie Clarke che “può essere detto il primo cantante dancehall nella moderna accezione del termine” (Steve Barrow) e formidabili interpreti soul come “l’usignolo” Horace Andy e John Holt, Delroy Wilson e Leroy Smart, e inoltre dj di riconoscibilità assoluta come I- e U-Roy, Prince Jazzbo e Tappa Zukie, Doctor Alimantado e Jah Stitch. Leggenda vivente sebbene negli ultimi tempi non troppo praticante (la “Story” si ferma ai primi ’80, al pigrissimo quanto irresistibile Lovers Rock Medley di Sugar Minott), “Striker” ebbe il non indifferente merito di mettere assieme tutti questi talenti e molti altri, a partire dalla non ancora nominata band “della casa”: quegli Aggrovators da cui sono passati chitarristi come Earl “Chinna” Smith e Winston “Bo Beep” Bowen, tastieristi come Winston Wright o Ossie Hibbert, bassisti come Robbie Shakespeare e Aston Barrett (con Sly Dunbar o Carlton alla batteria), fiatisti come Bobby Ellis, Tommy McCook, Lennox Brown, Vin Gordon. Se non è abbastanza per essere chiamato genio, allora in materia di produzione soltanto Phil Spector (forse!) lo è stato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.608, marzo 2005.

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Staring At The Rude Boys – I primi e unici Ruts

Forse mai dei versi di una canzone furono così tristemente profetici: in H-Eyes, retro di In A Rut, singolo di esordio nel gennaio 1979 dei Ruts, Malcolm Owen canta “sei così giovane, ti buchi per divertirti/ma ti fotterai la testa e finirai per morirne”. Argomento che tornerà ad affrontare in Dope For Guns, seconda traccia del primo LP di un quartetto prontamente ingaggiato dalla Virgin (a dare alle stampe il debutto a 45 giri era stata la minuscola People Unite, etichetta gestita dai Misty In Roots) e che vedeva la luce nel settembre dello stesso anno, e di nuovo nel marzo 1980 in Love In Vain (“non ti voglio più nelle mie braccia”), lato B del 7” Staring At The Rude Boys. Da lì a tre mesi gli altri componenti del gruppo ─ il chitarrista Paul Fox, il bassista John “Segs” Jennings e il batterista Dave Ruffy ─ comunicavano al cantante che era licenziato. Diversamente da come potrebbe sembrare, gesto di amore vero per un vero amico, scommessa azzardata sul fatto che, messo con le spalle al muro, fra le due passioni della sua vita, la musica e l’eroina, Owen avrebbe scelto la prima e si sarebbe ripulito. Sembrava funzionare, e difatti veniva riammesso nella band dopo pochi giorni, ma mai fidarsi delle promesse di un tossico: moriva per una overdose il 14 luglio, appena ventiseienne e prima che i Ruts completassero un secondo album vero. Pubblicato nel successivo dicembre, il pur valido “Grin And Bear It” raccoglie un po’ di brani da vari singoli e altri catturati live al Marquee Club, naturalmente ancora con Owen alla voce.

Appena riedito in vinile per celebrarne, con qualche mese di anticipo, il quarantennale, il solo 33 giri in studio non antologico dei Londinesi insieme ne rimarca la grandezza e l’immensità dell’occasione sprecata di lasciare una traccia ancora più importante nella storia del rock (i superstiti continuavano come Ruts D.C., ma non era la stessa cosa). Album immenso al punto da reggere il confronto con i primi due di quei Clash cui Owen, Fox, Segs e Ruffy venivano inevitabilmente accostati per la capacità di dividersi fra rovinosi assalti punk (ma You’re Just A… potrebbe essere piuttosto dei Buzzcocks e in Criminal Mind siamo diversi passi oltre, già in zona hardcore) ed escursioni in levare, Jah War la loro Police & Thieves, però autografa. Nessun altro gruppo bianco ha mai suonato il reggae con l’intensità bruciante dei Ruts.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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The Jayhawks – XOXO (Thirty Tigers)

Decimo lavoro in studio dei Jayhawks (produzione parca se si pensa che l’omonimo esordio data 1986), “Back Roads And Abandoned Motels” vedeva la luce due anni fa e si distaccava per genesi dai precedenti nove perché Gary Louris (leader della band dacché Mark Olson la lasciò dopo il quarto album; come si racconta in questo stesso numero anche nella recensione dell’ultimo disco di costui) scriveva appositamente giusto due delle sue undici tracce. Completando la scaletta con brani composti in precedenza per altri ma che i Jayhawks non avevano mai inciso. Anche “XOXO” segnala una prima volta nell’ultratrentennale storia di una formazione che da qualche tempo si schiera a quattro con, ad affiancare Louris, Marc Perlman al basso, Karen Grotberg alle tastiere e Tim O’Reagan alla batteria: Louris ha invitato compagna e compagni a partecipare al processo compositivo e in tal senso ─ dopo tutto questo tempo! ─ l’album è per i Nostri una sorta di nuovo esordio. E che bell’esordio è! Ancora catalogabile alle voci “alt-country” e “Americana” ma capace di allargare, e a volte sensibilmente, gli orizzonti.

Notevole soprattutto l’apporto della Grotberg, che si prende la ribalta pure vocalmente in una Ruby pianistica e talmente classica che chi scrive ha pensato all’inizio si trattasse di una cover e nella ballata country con violino e pedal steel sugli scudi Across My Field: canzoni che rimandano rispettivamente a Christine McVie ed Emmylou Harris. Altri apici di una scaletta di dodici brani senza un inciampo: This Forgotten Town e Living In A Bubble, dove The Band fa comunella rispettivamente con gli Eagles e Harry Nilsson; la stoniana Dogtown Days; una Homecoming che ineditamente evoca i Beach Boys di mezzo; una Illuminate che porta i Kinks a Laurel Canyon.

Pubblicata per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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