Wovenhand – The Laughing Stalk (Glitterhouse)

Confesserò di avere un problemino con David Eugene Edwards e di averlo dal giorno uno e d’altronde, se lui mai devia dalla strada che ha scelto di percorrere, l’essere coerenti non gli è esclusivo. Strano è magari che, come mi ha appena rivelato una rapida consultazione degli archivi, con tutte le volte che mi sono ritrovato a scrivere di 16 Horsepower e Wovenhand abbia sempre evitato di esprimermi al riguardo. Ci arrivo. Vai (per fare l’esempio più facile e facilmente verificabile) sulla pagina Facebook ufficiale di quella che è nei fatti una one man-band e, sì, la copertina del nuovo album vi fa capolino, ma per il resto nulla fa pensare che si tratti appunto del profilo di un gruppo rock. Se qualche post di argomento musicale c’è anche (in questo momento un video di Andy Williams che canta Moon River e un breve estratto di un concerto d’epoca degli Stooges: arduo immaginare proposte al pari antipodiche), la stragrande maggioranza sono citazioni della Bibbia. Edwards è cristiano, militante nella professione della sua fede e non bastasse il suo (così mi pare: sbaglio?) è un cristianesimo del tipo che meno mi garba, ammesso ce ne sia uno che mi garbi: cupo, poco o punto consolatorio, vendicativo. Pentiti! Ma, se Lui disporrà in tal senso, sarai perduto uguale. Ho un problema con David Eugene Edwards ed è serio. E però non riesco a impedirmi di ammirare l’artista e di provare comunque empatia nei confronti di un’anima in ogni evidenza tormentata, per quante certezze sbandieri. È in fondo tanto diverso da uno (cui non di rado musicalmente somiglia assai) come Nick Cave? È per caso più radicato e radicale nella sua fede di quanto non fossero Mahalia Jackson o Sister Rosetta Tharpe, di quanto ancora non siano i Blind Boys Of Alabama piuttosto che Aretha? E certo che ne sono ben conscio che il gospel è tutt’altro tipo di musica sacra rispetto a quella declinata dal Nostro: espressione di un’inesausta gioia di vivere invece che di infiniti tormenti. Ma, via, tocca farsene una ragione e bere l’amaro calice. Vi piacerà. A me se è di musica che si parla è piaciuto, come al solito.

Album di grandi cambiamenti per i Wovenhand questo loro settimo, annuncia in pompa magna il comunicato stampa, ma millanta. Che fra gli accompagnatori due su tre siano cambiati è praticamente ininfluente, giacché il progetto rimane nella sostanza lo spettacolo di un uomo in tutti i sensi solo. E sarà pure “the most heavy incarnation of the band ever” ma non aspettatevi di vedere Edwards e sodali al prossimo “Gods Of Metal”. Per quanto King O King adombri timidamente lo stoner e As Wool rocckeggi fra il dramma e il melodramma, restano all’incirca i Wovenhand che conosciamo. D’accordo: le maglie del suono sono appena più strette (responsabile Alexander Hacke degli Einsturzende Neubauten) e i volumi un filino più alti e nondimeno sono nella sostanza inezie. Senza averle mai sentite prima riconoscerete e vi calerete al volo in una Long Horn serrata e maestosa e nella psichedelia gotica di discendenza Banshees della traccia omonima, nelle liturgie ansiogene di In The Temple e in una sciamanica Coup Stick, nella guerriera e tuttavia torpida Closer e nell’indianeggiante (d’America) Maize. E poi andate in pace.

1 Commento

Archiviato in recensioni

Una risposta a “Wovenhand – The Laughing Stalk (Glitterhouse)

  1. Caro Venerato, potrebbe evitare il “piuttosto che” usato in forma disgiuntiva? Un “oppure” va benissimo. Lo so che son cose da poco, ci mancherebbe, tra signori…

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