R.E.M. 1982-1996 (2): Murmur

Radio Free Europe. Pilgrimage. Laughing. Talking About The Passion. Moral Kiosk. Perfect Circle. Catapult. Sitting Still. 9-9. Shaking Through. We Walk. West Of The Fields.

I.R.S., aprile 1983 – Registrato presso i Reflection Sound Studios di Charlotte, North Carolina, nel gennaio 1983 – Tecnici del suono: Don Dixon e Mitch Easter – Produttori: Don Dixon e Mitch Easter.

All’epoca in cui misero su nastro le canzoni di “Chronic Town” i R.E.M. erano ancora senza un contratto discografico. Radio Free Europe era uscito su Hib-Tone in base a un accordo verbale fra il gruppo e il proprietario dell’etichetta, Johnny Hibbert, un amico oltre che un estimatore. Il successivo EP venne inciso senza che fosse chiaro come e quando sarebbe uscito. Un altro amico della banda Stipe, David Healey, finanziò le registrazioni e un terzo, Kurt Wood, si prestò ad accompagnare i Nostri a Winston-Salem quando il loro furgoncino Dodge spirò alla vigilia della data fissata per la prima seduta al Drive-In Studio. Healey aveva in animo di fondare una casa discografica e di inaugurarne il catalogo proprio con un EP dei R.E.M., ma non se ne fece nulla. Questo perché il 12 marzo del 1982, a New Orleans, Jay Boberg della I.R.S. vide in azione Stipe e soci e ne rimase conquistato. Le trattative fra l’etichetta, una indipendente affiliata alla A&M di proprietà di Miles Copeland, fratello del più noto Stewart, batterista dei Police, e i quattro di Athens furono facilitate dal fatto che Berry aveva in precedenza lavorato per la F.B.I., un’agenzia organizzatrice di concerti di proprietà di un terzo Copeland, Ian.

Il 31 maggio 1982 i R.E.M. firmarono un accordo che li legava per un quinquennio alla I.R.S. Tanto ci teneva l’etichetta di Miles Copeland ad assicurarsi le loro prestazioni che fece loro concessioni assolutamente inusuali anche oggi per dei musicisti alle prime armi: diede loro un controllo totale sul prodotto finito. L’ultima parola su registrazione, missaggio, confezione, eventuali video e ogni altra iniziativa promozionale. Furono conquiste che i quattro di Athens pagarono in soldoni – letteralmente: costarono loro in termini di percentuali sulle vendite – ma il sacrificio pecuniario si rivelerà un investimento dalla rendita elevata. Quando la I.R.S. li spedì in studio con Stephen Hague, un produttore britannico che aveva lavorato con gli Human Legue e che mieterà altri allori con Pet Shop Boys e New Order, e questi fece loro incidere un’infinità di volte Catapult e vi aggiunse parti di sintetizzatore, i R.E.M. informarono la casa discografica che non desideravano più lavorare con lui e che, da quel momento in avanti, si sarebbero scelti da soli i produttori. Quando qualche mese dopo la I.R.S. li fece esibire di spalla ai Police in alcuni stadi Stipe e compagni, a cui non era piaciuto suonare set brevissimi di fronte a folle oceaniche che non li conoscevano e non avevano mostrato di apprezzarli, chiarirono che non avrebbero più aperto gli spettacoli di altri gruppi.

Qualche concessione, naturalmente, i R.E.M. dovettero farla a loro volta. La I.R.S. era ansiosa di immettere un titolo sul mercato e decise dunque di dare alle stampe “Chronic Town”, il cui destino era rimasto fino ad allora incerto. I tempi lunghi tipici di una struttura “pesante” quale è quella di una casa discografica medio-grande fecero però sì che passassero quasi tre mesi dalla firma del contratto alla pubblicazione del mini, che a quel punto era per quattro quinti vecchio di dieci mesi, un periodo parecchio lungo per un gruppo giovane, in evoluzione e in vertiginosa crescita quale erano i R.E.M. “Chronic Town”, come i Georgiani non mancarono di rilevare nelle loro prime interviste apparse sulla stampa a diffusione nazionale, non risultò quindi granché rappresentativo. Toccava allora al primo album vero e proprio chiarire l’effettivo valore della formazione di Athens a quanti, spinti da un passaparola sotterraneo sempre più concitato, avevano acquistato l’EP ma non avevano mai visto i R.E.M. dal vivo (la loro fitta attività concertistica aveva toccato fino a questo punto solo gli stati limitrofi alla Georgia). Insomma: perché mai si stava tanto esaltando la stampa? Aveva buone carte in mano o un bluff che andava visto?

Un altro gruppo si sarebbe probabilmente fatto intimidire e forse danneggiare da questa pressione. Come sempre faranno nel corso della loro carriera, i R.E.M. invece seppero gestirsi al meglio. Accettarono di andare in sala di incisione con Stephen Hague, come da richiesta della I.R.S., ma quando capirono che il rapporto non funzionava non esitarono a farlo presente all’etichetta e a chiedere di potere lavorare con gente di loro fiducia. A un grande studio preferirono una sala più modesta in una città simile ad Athens e da essa non distante.

Come produttore venne confermato Mitch Easter, che aveva dato buona prova di sé con “Chronic Town” e che, essendo abituato a lavorare in economia, era in grado di far funzionare i tutt’altro che sofisticati Reflection Sound Studios al massimo della loro capacità, e gli venne affiancato Don Dixon. Entrambi nativi della North Carolina, entrambi amici di Chris Stamey e Peter Holsapple, la coppia cardine dei primi dB’s, gruppo al quale i R.E.M. si erano legati da subito in una società di mutua ammirazione (Holsapple diverrà a un certo punto, nei concerti, il quinto R.E.M.) i due, benché coetanei di Stipe e compagni, avevano già un curriculum assai corposo. Le prime uscite in pubblico, come chitarrista di una oscura formazione garage, di Easter risalivano addirittura al 1968, quando aveva undici anni. La condivisione dello stesso retroterra culturale fra team produttivo e gruppo garantì l’immediato stabilirsi di un’empatia cui Hague, con tutta la buona volontà di questo mondo, non avrebbe mai potuto nemmeno aspirare.

La copertina di “Murmur” (titolo scelto, dichiarò Stipe, “perché è una delle sei parole più facilmente pronunciabili in inglese”; credergli?) rafforzò una certa aurea gotica (ove l’aggettivo va inteso non nella sua accezione europea ma in quella tipica del meridione degli Stati Uniti, evocata da scrittori come William Faulkner e Carson McCullers) che permeava i R.E.M. dei primordi. La struttura lignea sul retro, che ospita anche quattro scatti in cui i componenti del gruppo appaiono pensosi, ha un aspetto misterioso, da Stonehenge sudista. Trattasi in realtà di un ponte ferroviario, che si trova a un tiro di schioppo da Athens, visto dal basso. La boscaglia sul davanti ha un’aria tanto fosca che vengono in mente subito a) certe copertine dei Cure e b) un antico luogo di sepoltura indiano (cfr. Stephen King, Pet Sematary). In verità è un innocuo boschetto di kudzu, una pianta giapponese adattatasi sin troppo bene al clima della Georgia, pur’esso sito nei dintorni di Athens. Con i R.E.M., non sempre le cose sono quello che sembrano.

Ogni grande album di rock’n’roll abbisogna di un inno e Radio Free Europe si prestava magnificamente alla bisogna. Riregistrata, ripubblicata anche a 45 giri e incaricata di inaugurare “Murmur”, Radio Free Europe era una canzone troppo bella e significativa per rimanere relegata su un dischetto poco più che clandestino. Tutta giocata sul contrapporsi e l’intersecarsi di una chitarra saporosa di anni ’60 e un basso debitore più che nei confronti della new wave inglese, come si scrisse all’epoca, della disco music di pura marca americana, è una canzone svelta a imprimersi nella memoria e per il piglio, appunto, innodico e per il ritornello a presa rapida. Un testo al solito ambiguo e pochissimo comprensibile (“evoca l’immagine di gente che sta ascoltando del rock’n’roll e non ha la minima idea di cosa rappresenti”, cercò di chiarire Peter Buck nel 1984, all’interno di un complesso discorso sulla percezione che si aveva allora del rock nei paesi di oltre Cortina) ha contribuito a far sì che diventasse uno dei brani per cui si sono spese più parole nel corso degli anni ’80.

La successiva Pilgrimage si apre con l’accoppiarsi di una voce lontana a un basso stile Gang Of Four. Berry e il solito Buck folkeggiante entrano dopo. Grandi cori nel finale un po’ sottolineano, un po’ stemperano la malinconia dell’insieme. L’inizio di Laughing è disegnato da una batteria molto secca e dal basso. La melodia è superba e la chitarra gioca un ruolo che oggi i quattro di Athens affiderebbero a una sezione d’archi.

Partendo da Talk About The Passion, che ha un più vivace controaltare sul secondo lato nella straordinaria Shaking Through, si può affrontare un discorso ormai ineludibile: quello, cui si accennava qualche pagina fa, sui R.E.M. visti come “i nuovi Byrds”. Per almeno cinque anni non vi fu articolo sui Georgiani che non tirasse in ballo il gruppo che fu di Roger McGuinn, Gene Clark, Chris Hillman e David Crosby. Colpa, principalmente, della marca della chitarra adoperata da Peter Buck e del suo caratteristico suono: Rickenbacker, ahilui. Ma i R.E.M. hanno sempre dichiarato di conoscere poco o punto i Byrds (persino Buck, gran collezionista di dischi) e si può credere loro. Assai più che dalla banda McGuinn furono influenzati all’inizio dai Velvet Underground più quieti e su tale influenza si sono spese molte meno parole. Anche il loro amore per le figure ritmiche da funky passato in candeggina dei britannici Gang Of Four (non a caso già chiamati in causa un paio di volte) pare più evidente, a un ascolto attento, delle venature byrdsiane, che pure qui e là sono presenti. Nei due brani citati, senz’altro. Su Talk About The Passion tocca ancora appuntare che, a dire il vero, non si capisce proprio di cosa parli ma che di passione nel cantato di Stipe ce n’è tanta e che sulle parole più facilmente intelleggibili – “no, not everyone can carry the weight of the world”, “no, non tutti possono portare sulle spalle il peso del mondo” – si è scritto di tutto.

Dopo l’interlocutoria Moral Kiosk, una variazione su Radio Free Europe con cori alla Police circa “Outlandos D’Amour”, tocca alla struggente Perfect Circle chiudere la prima facciata: la chitarra che suona come un mandolino anticipa climi che si riaffacceranno prepotentemente in “Fables Of The Reconstruction” e in “Green”.

La seconda facciata è mediamente meno memorabile della prima. Prima di giungere al capolavoro Shaking Through ci si imbatte in Catapult, che l’insidioso ritornello renderà uno dei brani più richiesti nei concerti; in Sitting Still, già retro di Radio Free Europe, ripetitiva e trascinante; nella spigolosa 9-9. Dopo, nella filastrocca suadente di We Walk e in West Of The Fields, articolo minore nel catalogo di Stipe e soci ma che ha il pregio di riassumere le influenze principali del loro primo periodo.

Ascoltato oggi, dopo il grunge, dopo che Ministry e White Zombie hanno violato i Top 10 americani, “Murmur” è un disco pop per qualunque ascoltatore medio. Ma considerate che all’epoca il suono che sbancava le classifiche era quello educato dei Police più tardi e degli Eurythmics e capirete come potesse sembrare grezzo e persino rivoluzionario. Diamine: rivoluzionario lo fu sul serio.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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