R.E.M. 1982-1996 (12): New Adventures In Hi-Fi

Ultima puntata della ristampa della in tutti i sensi tascabile storia dei R.E.M. che pubblicai nel 1997 per i tipi della Giunti. Oltre alla cronologia, è rimasto fuori un capitoletto conclusivo in cui raccontavo i 45 giri natalizi (quelli approntati per il Fan Club) del quartetto di Athens.

How The West Was Won And Where It Got Us. The Wake-Up Bomb. New Test Leper. Undertow. E-Bow The Letter. Leave. Departure. Bittersweet Me. Be Mine. Binky The Doormat. Zither. So Fast, So Numb. Low Desert. Electrolite.

Warner Bros, settembre 1996 – Registrato durante varie tappe del “Monster Tour” e presso il Bad Animals Studio di Seattle, il John Keane Studio di Athens e il Louie’s Clubhouse di Los Angeles – Tecnici del suono: Adam Kaspar, John Keane, Pat McCarthy, Joe O’Herlihy, Jo Ravitch, Jeff Wooding – Produttori: Scott Litt e R.E.M.

Il rock’n’roll mi ha salvato la vita”, ama dire Wim Wenders citando una canzone dei Velvet intitolata, appunto, Rock’n’Roll. Ma questa musica di vite, oltre a redimerne, ne ha spezzate parecchie. Poco è mancato nel corso del tour seguito all’uscita di “Monster” che succedesse pure ai R.E.M., non per gli eccessi tipici della vita dei complessi rock, soprattutto quando sono sulla strada (eccessi dai quali i Georgiani, tolto il breve flirt di Buck con l’alcool, sono sempre rifuggiti), ma per un incredibile susseguirsi di malanni più o meno gravi. Se già avete letto la cronologia saprete che Peter Buck è stato l’unico di loro a non finire sotto i ferri dei chirurghi durante il 1995. Se la laparatomia cui è stato sottoposto Mike Mills e la rimozione di un’ernia che è toccata in sorte a Michael Stipe vanno considerate disgrazie in fondo di poco conto, altra faccenda è l’aneurisma che per un niente non ha ucciso Bill Berry. Sarebbe stata, oltre che una tragedia, la fine dei R.E.M. Nelle interviste che hanno accompagnato la pubblicazione di “New Adventures In Hi-Fi” (titolo ironico, come vedremo), gli altri componenti del gruppo sono stati concordi al riguardo, confermando un’idea che si era fatta strada fra gli osservatori sin dai primi tempi: che la formazione di Athens sia un tutt’uno dal quale non è possibile sottrarre alcunché senza distruggere l’insieme, e non solo perché a scrivere i pezzi, circostanza rara nella storia del rock, sono tutti e quattro. Come per i Beatles (quante volte li abbiamo citati! ma a questo punto sono, fatte le debite proporzioni, l’unico termine di paragone plausibile) la magia dei R.E.M. è data dal fondersi di personalità forti e fra loro diversissime, ma con obiettivi comuni e weltanschauung simili. E legate fra loro da una profonda amicizia.

Dacché, come recita un luogo comune, non tutte le disgrazie vengono per nuocere, quanto capitato a Bill Berry ha avuto un riflesso positivo sui Nostri che, divenuti megastar con i due LP non portati in tour e dunque senza viversi questa esplosione di popolarità da R.E.M., si erano progressivamente allontanati (con il trasloco di Buck a Seattle, anche fisicamente). Il ritorno per un anno alla condivisione di tutto e lo spavento per la tragedia sfiorata a Losanna hanno avuto l’effetto di riannodare rapporti umani destinati se no, a lungo andare, a sfilacciarsi.

A proposito di rapporti umani: c’è stata una defezione importante nel campo dei R.E.M., ultimamente. Non è più loro manager Jefferson Holt, che li prese per mano agli esordi e che nelle note di copertina dei dischi fino a “Monster” veniva indicato, con Bertis Downs, come un R.E.M. onorario. Dell’allontanamento di costui, designato da Stipe uno dei suoi eroi in un articolo scritto per “Melody Maker” nel dicembre 1988, ufficializzato poco prima dell’uscita di “New Adventures In Hi-Fi” e del rinnovo del contratto con la Warner non è stata data, al momento in cui scriviamo, alcuna spiegazione. Voci di corridoio hanno parlato di molestie sessuali all’interno dell’entourage dei Georgiani. Altri, visto il ruolo di Holt, hanno ipotizzato l’appropriazione indebita. L’assenza di chiarezza sull’accaduto è la prima macchia su una vicenda per sedici anni di una limpidezza cristallina.

Rimane al contrario immacolata la reputazione artistica del gruppo di Athens, perché quest’album, lungi dal mostrare segni di stanchezza, è uno dei suoi migliori di sempre. Generoso di minutaggio (più di un’ora) quanto di emozioni, concepito e in buona parte pure inciso (su un otto piste rudimentale per gli standard di registrazione odierni: da qui l’ironia del titolo) durante il tour di “Monster”, “New Adventures In Hi-Fi” è una summa mirabile degli stili praticati in tre lustri dai Georgiani e nello stesso tempo più che di riepilogo sa di punto di partenza per, ebbene sì, nuove avventure. Ancora eccitanti, dopo tutti questi anni.

Quanto è caratteristico dei R.E.M. che il loro decimo LP si apra con un brano capace, una volta di più, di stupire! How The West Was Won And Where It Got Us parla la lingua di un reggae inaudito, singolarmente zoppicante, di modo che la sua scansione ritmica finisce per somigliare a quella tipica dell’hip hop, ma non del tutto. Su un fondale desolato Stipe celebra il collasso del Sogno Americano usandolo come metafora per l’insoddisfazione con cui guarda alla sua stessa vita. Chiarisce così dal principio quale sia il tema di fondo del disco: la disillusione che coglie chi, dopo avere realizzato ogni suo sogno, scopre che al centro della sua vita resiste un incolmabile vuoto. “Lonely at the top” è una figura retorica per gli istrioni che sovrappopolano il mondo dello spettacolo, non per le Marilyn Monroe o i Kurt Cobain. Da sempre insofferente al ruolo di rockstar che si è trovato cucito addosso, e da sempre capace di giocarci con agra ironia, Stipe non era mai sembrato (nemmeno in “Automatic For The People”) tanto depresso. Per nostra fortuna, viene quasi da dire, dal momento che da che mondo è mondo la tristezza è per i poeti fonte di ispirazione preziosa come nessun’altra. Non suonasse, la voce del Nostro, tanto sincera e malinconica si sarebbe tentati di fare del cinismo a buon mercato e rinfacciargli i venti milioni di dollari intascati per il rinnovo del contratto. Ma come dicevano quei filosofi di Liverpool? Il denaro non può comprare l’amore, no?

In The Wake-Up Bomb Stipe cita il 1973 e i T-Rex e i suoi soci si divertono a fare i Mott The Hoople. New Test Leper è un folk-rock nella migliore tradizione dei R.E.M.; Undertow un assalto nella migliore tradizione dei Sonic Youth; E-Bow The Letter una delle più grandi aspirazioni tanto di Buck che di Stipe che si concretizza.

Il primo disco di Patti Smith mandò il mio cervello in frantumi e riassemblò quei frantumi in una composizione differente. Avevo quindici anni quando lo ascoltai per la prima volta. Per un ragazzino americano della classe media che lo sente in cuffia nel salotto dei genitori, così che i genitori non possano a loro volta ascoltare, è un’esperienza di quelle forti.” (Michael Stipe)

Per anni abbiamo avuto amici in comune e ultimamente Patti è venuta a dei nostri concerti. Così a un certo punto mi sono fatto coraggio e le ho detto: ‘Mi piacerebbe suonare la chitarra con te, se tu accetterai di cantare con noi’. E’ salita sul palco e insieme abbiamo fatto Dancing Barefoot. Quando abbiamo cominciato a incidere il nuovo LP ci siamo resi conto che avevamo bisogno di una voce femminile per E-Bow The Letter ed è stato naturale chiederlo a lei. Ha accettato, è venuta in studio a Seattle, ed è stato commovente vederla tanto coinvolta da una nostra canzone. Allora mi sono ricordato di quando avevo diciassette anni e durante un concerto del Patti Smith Group avevo pensato: ‘Dio, darei la vita per potere suonare con lei’.” (Peter Buck)

Due generazioni si incontrano nello spettrale paesaggio di questo folk urbano. La voce della Smith è fantasmatica, quella di Stipe trasmette insieme distacco e un’intensità febbrile.

Leave è un 45 giri ideale: dopo un’introduzione acustica si trasfigura in chiassoso rock’n’roll. L’influenza, chiamata in causa da Buck, dei Public Enemy non si nota granché, l’enorme potenziale commerciale sì. Departure e Bittersweet Me sono interlocutorie, a mezza via fra le canzoni più tirate di “Green” e “Monster”. Si fanno ascoltare, ma si ha l’impressione che non resteranno, mentre sulla permanenza nella memoria di quel delizioso biglietto di San Valentino, uno sprazzo di serenità nei cieli tempestosi (vedi copertina) di “New Adventures In Hi-Fi”, che è Be Mine si può scommettere già al primo ascolto. Separate da Zither, interlocutorio strumentale da cocktail bar, Binky The Doormat e So Fast, So Numb mediano ancora la potenza di “Green” con la spigolosità di “Monster”, aggiungendo un surplus di melodia.

L’album si congeda facendo una passeggiata sul viale dei ricordi: Low Desert è un’epopea di viaggio concentrata in tre minuti e mezzo, Electrolite una delle ballate più struggenti consegnate agli archivi dai Georgiani. Mike Mills replica al piano figure già sentite, in tempo più veloce, in (Don’t Go Back To) Rockville. Il violino dell’ospite Andy Carlson sanguina emozioni.

Nell’estate che ha preceduto l’uscita di questo disco vi è stato chi ha scritto che sarebbe stato il passo d’addio dei Georgiani. Salvo essere smentito dal rinnovo del contratto con la Warner e dalla conseguente promessa di altri LP. Una promessa benvenuta: “New Adventures In Hi-Fi” è fresco come un esordio e maturo come deve essere l’opera di artisti temprati dalla vita. Alla conclusione di questo Grande Romanzo Americano mancano probabilmente molti, e ancora intriganti, capitoli.

Pubblicato per la prima volta in R.E.M.: sogni profondi, Giunti, 1997.

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3 commenti

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3 risposte a “R.E.M. 1982-1996 (12): New Adventures In Hi-Fi

  1. Anonimo

    Ultimo loro album che ho comprato, poi mi son fermato.
    Devo riascoltarlo, perchè all’epoca non mi entusiasmò più di tanto.

    Henry Trave

  2. posilliposonica

    Anch’io mi sono fermato li’.

  3. Michael Rove

    Ma poi qualche anno dopo hanno fatto “Up”, che a me piace tantissimo… e poi anch’io mi son fermato. E mi spiace che VMO si fermi con i REM!

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